Addio alla Carrà, Grande Sorella Televisione

Raffaella Carrà, che ieri a 78 anni ci ha lasciati a causa di un male di cui pochi sapevano, trasferendosi «in un mondo migliore, dove la sua umanità, la sua inconfondibile risata e il suo straordinario talento risplenderanno per sempre» (Sergio Japino, annunciandone la morte), è stata una di quelle persone, rare anche nel mondo dello spettacolo, nelle quali, per una felice congiunzione degli astri, si combinano armonicamente virtù e doti che solitamente confliggono tra loro. È il tocco lieve della natura, l’impronta della grazia. Se si riflette sui doni di tanti artisti, si scopre che gran parte di loro esprimono un carattere originale, favorito da sensibilità e doni particolari e perciò rivolti a platee più raffinate o, al contrario, a pubblici più popolari. Raffaella Carrà, vero nome Raffaella Maria Roberta Pelloni, era invece l’artista di tutti. Una star globale, si potrebbe dire. Una figura universale, in grado di abbracciare l’audience più larga e composita. Nazionalpopolare e raffinata. Showgirl intelligente. Energia travolgente ma equilibrata. Ballerina, cantante, presentatrice, attrice, perfetta per i musical, mosse i primi passi con Lelio Luttazzi e con Domenico Modugno. È passata da Hollywood respingendo Frank Sinatra («Non volevo essere la pupa del gangster»). Icona pop, amata dai gay. La risata larga e contagiosa. Il caschetto biondo che si rovescia all’indietro. Il body glitterato. Il ballo trascinante, spesso su motivi orecchiabili. Ma che musica, maestro, Rumore, Com’è bello far l’amore da Trieste in giù, Ballo, ballo. Una presenza entrata nell’immaginario italiano, e non solo, senza mai diventare eccessiva. «Ho più paura che la gente dica: “Ancora lei!”, piuttosto che: “Dov’è andata a finire?”». All’opposto di Pippo Baudo pensava che dalla televisione bisognava saper stare lontano. Bisognava anche solo guardarla. E guardare la gente per strada, per capire meglio chi sono quelli che schiacciano i tasti del telecomando e alla fine devono scegliere te, tra tante opzioni. E così, dosandosi, sapendo sparire per anni, anche aiutata dall’ansia di prestazione (come Fiorello) e dal timore di non riuscire a mantenere i suoi standard di successo, ma poi ritornando senza però mai invadere stucchevolmente i media, riservata e persino timida, lontana dalla mondanità sebbene protagonista di storie d’amore importanti con Gianni Boncompagni e Japino, Raffa è entrata nell’album di famiglia. Compagna divertente ma sobria. Presenza affidabile. Donna che non tradisce. Una garanzia per decenni. Grande sorella della televisione: Canzonissima, Milleluci, Fantastico, Carràmba, Sanremo…

Aveva vent’anni quando si presentò a un provino davanti a un compiaciuto dirigente: «Lei è fortunata. La vede quella scalinata? La scenderà ogni settimana con un abito meraviglioso e una benda sugli occhi. Nell’ultima puntata se la toglierà per annunciare i premi della Lotteria Italia». Lei lo guardò e replicò: «Grazie, ma odio le scale, in giro ci sono almeno ottomila ragazze più belle di me e questa cosa può farla chiunque. Lei forse non lo sa, ma io sono bravissima». Era questo il piglio molto emiliano di una ragazza cresciuta tra Bologna e Bellaria, nella gelateria della nonna, con una madre energica e precocemente separata. «La vita è una partita a carte e a me piace avere il mazzo in mano», rivelò in una delle ultime interviste a Malcom Pagani di Vanity Fair. Ma lei era tutto meno che la fiera delle vanità. Piuttosto: lavoro, applicazione, volontà. Da coreografa che voleva diventare s’impose come ballerina. Nel 1971, una delle prime edizioni di Canzonissima, dopo un paio di puntate il Tuca tuca con Enzo Paolo Turchi fu censurato dalla Rai. Ci volle Alberto Sordi per sdoganarlo e far ricredere anche l’Osservatore romano che aveva puntato il dito. E l’immagine dell’Albertone nazionale che le sfiora giocosamente l’ombelico è tra i fotogrammi della memoria di chi non è più giovanissimo. In un Fantastico di vent’anni dopo toccò a Roberto Benigni violare un altro tabù con la celebre scena della «patonza». Raffa stava al gioco borderline sempre con autoironia e senza mai essere volgare. Era stata confidente delle casalinghe, complice delle donne e delle massaie con quel Pronto, Raffaella? che, inventato da Boncompagni, all’inizio degli anni Ottanta aveva inaugurato la tv di mezzogiorno. Prima c’era il telescopio, adesso milioni di telespettatori erano catalizzati nel tentativo d’indovinare quanti fagioli conteneva quel vaso trasparente. Una telesagra paesana, forse. Ma anche qui, la Carrà stava al gioco senza darsi importanza, un’italiana come noi. Continuò a esserlo anche dopo la parentesi in Mediaset (allora Fininvest), un paio d’anni prima di tornare in Rai. Ma soprattutto, prima di ricominciare in Spagna. Dove scoprì il format di Carràmba!, i ricongiungimenti familiari che la fecero sciogliere in lacrime e, con lei, milioni di telespettatori che la seguivano il sabato sera. Era stato Japino a segnalarglielo, ma fu Brando Giordani, allora direttore di Rai 1, a toccare le corde giuste e convincerla, facendo incazzare il suo compagno. Ebbe grandi ospiti e grandi ascolti, nonostante un certo snobismo della critica, che la adombrò: si ricorda molto di più una critica cattiva e gratuita che un bel complimento. E ancor più si ricordano certi attacchi feroci. Come quando, a proposito della storia con Japino, di dieci anni più giovane, ci fu chi scrisse: «La bella incontra la bestia». «Furono cattivi, anzi mostruosi». Però, niente: volontà, applicazione e lavoro. Non era tipo da farsi troppi problemi nemmeno di fronte alle avance di dirigenti e produttori: la cura Carrà ara «lo smataflone, detto in bolognese. Un sonoro ceffone capace di smontare ogni ardore di sopraffazione sessuale». Quando Paolo Sorrentino le chiese il permesso di usare A far l’amore comincia tu per La grande bellezza era scettica. «Pensavo ai soliti 20 secondi in un film commerciale, non avevo capito si trattasse di Sorrentino». Ma poi quando il film vinse l’Oscar «ero gonfia come un pavone».

Quando una volta chiesero a Fruttero e Lucentini se Gabriele D’Annunzio sarebbe andato ospite della Carrà risposero: «Sarebbe lui la Carrà!».

 

La Verità, 6 luglio 2021

Anziani, cisgender, virologi Parolario del 2020

Il 2020, il più tragico bisestile dell’ultimo secolo, sarà ricordato come l’anno della pandemia, della nascita del movimento Black Lives Matter, delle morti di Diego Armando Maradona e di Paolo Rossi. Difficile che il parolario che lo riassume possa essere molto spensierato. Anche perché, alle tragedie vere, si aggiunge quella artificiale del politicamente corretto, nemico del buon senso.

 Anziani. Non è un paese per… Vecchi è troppo dispregiativo. Come ha scritto Ferdinando Camon in A ottant’anni se non muori t’ammazzano, nelle terapie intensive i medici sono indotti a scegliere morti più accettabili di altre. In generale, i vecchi sono messi al margine e accompagnati soavemente all’uscita. Ora a fare il lavoro sporco c’è il virus: l’età media dei decessi è 81 anni. Chiamati anziani, trattati da vecchi. Neolingua di George Orwell.

 App. Abbreviazione di applicazione che, a sua volta deriva da Apple… Anzi no, ma quasi. Apple, infatti, significa mela e avendone scelta per logo una morsicata, il marchio di Cupertino sbandiera il peccato originale. Quello mortale delle app «Immuni» e «Io», volute dal governo ancora in carica, è che t’infilano in un ginepraio districabile solo con l’ausilio di un tecnico della Nasa. Cashback o Crashback?

Balconi. Luogo di resistenza collettiva o solitaria durante il primo confinamento. Misto di folclore e conformismo colorito di bandiere arcobaleno, Andràtuttobene, Fratelli d’Italia e altri inni, non sempre nazionali. Desolatamente vuoti nella seconda ondata.

Bancoscontri. Ovvero i famigerati banchi a rotelle voluti dal ministro Lucia Azzolina. Plastico esempio del distacco dalla realtà del governo tuttora in carica. Dovrebbero servire al distanziamento tra gli alunni, ma arrivano fuori tempo massimo. Normali banchi monoposto pronti all’uso sono meno coreografici.

Black Lives Matter. Movimento nato in America dopo la morte di George Perry Floyd procurata da un poliziotto di Minneapolis. Il fatto suscita giusta indignazione in tutto il mondo. Negli Stati uniti il Black Lives Matter origina un secondo movimento, denominato Cancel culture, la cancellazione anche retroattiva di persone e realtà ritenute ostili alle minoranze di razza e di genere. Tra i suoi esiti l’abbattimento delle statue di Abraham Lincoln e Theodore Roosevelt, l’eliminazione dagli archivi delle piattaforme streaming di Via col vento e l’epurazione dalle testate liberal dei giornalisti non allineati. In Svizzera l’azienda dolciaria Dobler cessa la vendita degli storici Moretti. Tragicomica senza riparo.

Cisgender. Neologismo inserito nell’aggiornamento del dizionario Devoto Oli. Indica quegli stravaganti esseri umani che, crescendo, confermano il sesso della nascita. Uomini che si sentono maschi e donne che si sentono femmine. Grazie alla cultura gender e alla narrazione arcobaleno, il mantenimento del sesso originale diventa una delle infinite varianti. In questi casi l’inglese viene sempre in soccorso.

 Crisi. Di governo. Ciclicamente evocata, minacciata, infine posticipata. Raramente paventata in modo meno credibile. Con l’epidemia in corso e la vaccinazione in arrivo non si può certo andare a votare. Per i partner di governo incollati alle poltrone dal terror panico della non rielezione e del successo del centrodestra l’alibi è perfetto. Vedi rimpasto.

Decrescita. Fiaba narrata da qualche pifferaio magico in disarmo che, tuttavia, ammalia frotte di politici dotati d’istruzione in modica quantità. Abbinata all’aggettivo «felice» forma l’ossimoro meno componibile del Terzo millennio. Lingua delle favole.

Discoteche. Luoghi del male. Focolai della seconda ondata. Quelle della Costa Smeralda, in particolare. Il Billionaire e i suoi gemelli. Per dire, nelle discoteche del Salento è filato tutto liscio. Ma in Puglia non c’è Flavio Briatore. E soprattutto a settembre ci sono le regionali.

Dpcm. Decreto del presidente del consiglio dei ministri. Uno dei tanti acronimi di cui consiste la comunicazione del governo in carica. Che di solito si estrinseca nel «Casalino show», format ordito dal portavoce di Palazzo Chigi nel quale il premier dovrebbe annunciare le prescrizioni per i cittadini, ma poi risponde alle domande sulle cene con la sua fidanzata. La decodifica delle norme è il sinistro rompicapo delle festività. Lingua della supercazzola.

Ecosostenibile. Parola magica che apre ogni porta. Secondo il verbo, condiviso anche da papa Bergoglio, del premio Nobel mancato Greta Thunberg, qualsiasi creazione, da una linea dell’Alta velocità a una pagnotta casalinga, dev’essere tassativamente ecosostenibile o almeno «bio». Ecologia nuova religione universale.

Ferragnez. Un tempo si sarebbe scritto Ferragni & Fedez. Ditta di influencer, fuoriclasse del marketing. La legge del privato che è pubblico non risparmia il di loro pargoletto. Versando 100.000 euro, avviano una raccolta fondi a sostegno del reparto di terapia intensiva del San Raffaele di Milano. Premiati con l’Ambrogino d’oro. Lui scivola nella beneficenza esibita filmandosi in Lamborghini mentre distribuisce 5.000 euro a 5 sconosciuti. Crasi milionaria e furbetta.

Giganti. Del web. Trionfatori della lotteria della pandemia. Chiusi in casa, siamo perennemente connessi. Tutto avviene online. Mentre il Pil mondiale crolla del 10% le 90 maggiori aziende dell’informatica aumentano il profitto di 800 miliardi. Pagando le tasse nei paradisi fiscali.

Inglaliano. O italiese. Lingua della quotidianità, misto di italiano e inglese. Ma non c’è integrazione perché, mentre la popolazione continua a usare l’italiano, il Palazzo comunica british. Sembra che dette così – Task force, Green New Deal, Recovery fund, Cashback, Next Generation Eu – siano realtà di simultanea realizzazione. Ma l’inglese non è la bacchetta magica di Harry Potter. Infatti lentezze, cavilli, conflitti interpretativi, burocrazie, ponti che crollano e vaffa sono sempre in italiano.

Involtini. Primavera. Addentati in favor di telecamera da alcuni conduttori di La7. Il nemico da sconfiggere è il razzismo anticinese, non il virus. Prelibatezza esotica per paladini della correttezza politica.

Mascherina. Dispositivo salvavita. Ora. All’inizio dell’epidemia è ritenuto inutile anche da certi soloni dell’Oms. Nel febbraio scorso ne abbiamo spedite gratuitamente parecchie tonnellate in Cina. Salvo poi cercarle invano quando sono divenute imprescindibili.

Negazionisti. Fino al 2019 erano coloro che negavano l’Olocausto. Con la comparsa del Covid sono anche le frange di complottardi no-mask e teorici da «è tutta una montatura». In ritirata dopo la seconda ondata. L’anatema viene riciclato contro chi eccepisce sulla gestione dell’emergenza.

Paura. Da emozione infantile e da film horror a sentimento planetario. Se non si trasforma in panico può essere salutare, suggerendo prudenza. A volte produce effetti collaterali positivi, come per il governo tuttora bizzarramente in carica, non a caso ribattezzato il governo delle tre paure: del Covid, di perdere la cadrega, dell’uomo nero Salvini. Fumetto dark.

Primula. È la forma dei gazebi dove sarà somministrato il vaccino. Un fiore di color ciclamino(?) ornerà i presidi per l’immunizzazione. Come nel caso dei banchi a rotelle, dei monopattini e delle app, il governo giallorosso tiene molto all’estetica. Si spera che sotto le primule si trovino anche le siringhe e le celle frigorifere.

Rimpasto. Rimpastino. Riassetto. Verifica. Tagliando. Adeguamento. Cambio di passo. Allargamento della squadra. Con il ritorno del teatrino della politica e del governo di palazzo si è rispolverato l’intero vocabolario della Prima repubblica. Tornano anche i pontieri, i tessitori, gli sherpa, i consigliori e i sussurratori come Goffredo Bettini e Gianni Letta. Rimpasti, rimpastini, rimpastati. Lessi, bolliti e ribolliti.

Sardine. Assembramento antisalviniano. Movimento detentore del record mondiale di anacronismo. Desaparecido.

Sessismo. Anatema intermittente a seconda dei soggetti coinvolti. Confronta il trattamento subito da Mauro Corona dopo il «taci gallina!» rivolto a Bianca Berlinguer nella concitazione di #cartabianca con quello avuto da Luciana Littizzetto per il pezzo su Wanda Nara nuda a cavallo che ha suscitato la domanda «il pomello della sella dov’è finito?». I buoni fanno satira e hanno sempre carta bianca.

Stati generali. Nel clima da Rivoluzione francese in cui ci ha catapultato il governo curiosamente in carica, politici, banchieri ed eurocrati sono stati convocati a Villa Pamphilj per «progettare il rilancio» del Paese. Per le indagini sulla scomparsa del piano redatto da Vittorio Colao è stata creata una task force che include Indiana Jones, Ultimo e Federica Sciarelli.

Task force. Organismo affiancato ai vari ministeri per velocizzare l’applicazione dei rispettivi programmi. In realtà, generatore di burocrazie parallele e nuove clientele. Teoricamente significa unità operativa, in pratica è causa d’inestricabili conflitti amministrativi. Ne servirà una nuova per coordinarle tutte?

Virologi. Neosacerdoti del Comitato di salute pubblica. Brancolano nel buio come gli investigatori, ma pontificano come oracoli. C’è il talebano della chiusura totale, il profeta delle ondate, il pasdaran dei tamponi, l’oltranzista del virus sconfitto. La pandemia trascolora in commedia dell’arte. E adotta la lingua di Totò quando il ministro degli Esteri, possibile futuro premier, parla di «vairus». La farsa continua.

 

Panorama, 20 dicembre 2020 (versione integrale)

Il cinema metallico e democratico di Eastwood

C’è del metallo nel cinema di Clint Eastwood. Non la colt nascosta sotto il poncho del cacciatore di taglie di Per un pungo di dollari. Un altro genere di metallo: un’anima misteriosa, una rettitudine solida. C’era in quello Straniero senza nome. C’era poi nel ruvido ispettore Callaghan. E c’è nel suo cinema di oggi, da regista con la cifra dell’identità e di una certa gerarchia. La cifra dell’America profonda ma non solo, in cui il senso di giustizia e il rispetto dei deboli hanno il ruolo da protagonista.

Per capire chi è veramente Clint Eastwood che il 31 maggio compirà novant’anni, bisogna ripartire dal divorzio da Sergio Leone, l’autore della Trilogia del dollaro alla quale deve l’improvvisa fama mondiale dopo un nugolo di ruoli irrilevanti. Leone non parlava bene dell’attore Eastwood e Eastwood non esaltava il cineasta Leone. «È un blocco di marmo», scrisse il regista in una rivista specializzata, un attore che aveva due espressioni, con e senza sigaro. Eastwood invece, che non era soddisfatto della valorizzazione delle sue interpretazioni, voleva contare nella confezione dei film. Suggeriva spunti, abbozzava inquadrature. Da subito, recitava pensandosi dietro la cinepresa, dirigendosi e dirigendo. Ma Leone, confidò l’attore allo scrittore Stuart Kaminsky, «non mi ha mai riconosciuto alcun contributo stilistico ai film realizzati insieme». Clint non capiva l’italiano, Sergio non sapeva l’inglese. Ma, seppure in quella situazione, il cow boy col poncho divenne subito un archetipo, un’icona flemmatica di giusto vincente e taciturno. Merito anche del doppiaggio di Enrico Maria Salerno che gli regalò quella parlata lenta e monocorde. Un modello di recitazione per sottrazione, si dice oggi. A metà degli anni Sessanta, tra la fine del boom economico dominato dalla leggerezza del beat, e i prodromi del Sessantotto, già intrisi di verbosità ideologica tutti volevamo essere quello Straniero senza nome. Controcorrente da subito, Eastwood non rideva mai e parlava poco.

Con quelle premesse il cineasta e il suo attore feticcio non potevano che separarsi. Clint rifiutò di recitare in C’era una volta il west la parte che divenne di Charles Bronson e declinò anche l’offerta di un ruolo minore in C’era una volta in America. Leone adoperava la sintassi dell’epica, della grande allegoria, sottolineata dalle colonne sonore di Ennio Morricone. Eastwood voleva raccontare piccole storie, uomini di tutti i giorni. Le strade biforcarono e la stagione dell’ispettore Callaghan, in qualche modo prosecuzione del bounty killer col sigaro, ne consolidò il tratto controcorrente in anni di ribellione incondizionata a qualsiasi accenno d’ordine.

Alla scuola di Don Siegel, che invece i crediti glieli concesse, il lungo apprendistato dell’Eastwood regista era però finito. Nella sua testa aveva germogliato un cinema trattenuto come la sua recitazione e asciutto come il metallo anche a causa dei budget per scelta contenuti. Un cinema che ha nello spettatore il suo principe e che sa stare alla larga da tentazioni esegetiche. Un cinema nel quale i vuoti del non detto sono riempiti dall’immaginazione di un pubblico adulto e rispettato. Un cinema poco amato da gran parte della critica intellettuale al di qua e al di là dell’Atlantico. Ma un cinema democratico e anticonformista, libero dai manierismi e dalle mode hollywoodiane o dal sussiego autoriale. Proprio «autore» è una definizione che non ha mai convinto Eastwood, preferendo egli considerarsi «forza trainante» della squadra. Al punto che in testa ai suoi film non compare mai il suo nome, ma quello della casa di produzione: «Un film della Malpaso company», «Una produzione Malpaso».

«A me piacciono le storie», ebbe a dire una volta conversando con il critico Christopher Frayling. E con quella sottolineatura aveva spiegato tutto. Se si eccettuano Bird, omaggio a Charlie Parker, leggendario jazzista che ha segnato la sua formazione, J. Edgar, sulla figura del controverso capo dell’Fbi Hoover, e Invictus su Nelson Mandela, una pellicola più di Morgan Freeman che di Eastwood, nella cinematografia post Callaghan c’è sempre l’uomo comune al centro. I tre ragazzi di Mystic River, la cameriera boxeur e lo scorbutico allenatore di Million Dollar Baby, il misantropo reduce di guerra di Gran Torino, il cecchino infallibile e tormentato di American sniper, il coscienzioso pilota di Sully che salvò miracolosamente i passeggeri ma fu processato perché distrusse l’aereo, l’anziano corriere della droga di The Mule: tutte storie di persone ordinarie, spesso tratte dalla cronaca. Come nel caso dell’ultimo, bellissimo, Richard Jewell, la storia del vigilante imbranato che, zelantissimo al punto da essere sempre snobbato dai colleghi, sventò un attentato alle Olimpiadi di Atlanta del 1996, salvando un centinaio di persone. Un eroe presto tramutato in colpevole perché rispondente agli stereotipi degli inquirenti. Una storia reale, esemplare, significativa. Narrata senza sbavature, con quel metallo dentro, la materia semplice di un’etica non enfatica. Forse appena di una certa dirittura umana. Dove il quotidiano diventa eroico e l’eroico quotidiano.

 

La Verità, 28 maggio 2020

Dagospia on the road, outlet del villaggio globale

Vent’anni on the road, auguri Dagospia. Auguri e grazie per il divertimento e il lavoro, lo sberleffo e il servizio, lo spirito sulfureo e l’archivio. Il sito diretto da Roberto D’Agostino compie due decenni di vita e stappa lo champagne di una giovinezza sempre promettente. Un ventennio vissuto pericolosamente, ma con un grande avvenire davanti. Man mano che passano gli anni si fortifica e si allarga, irrobustisce la corteccia e ramifica su nuovi territori, lo sport, il food, tutto lo scibile. Vitale e vitalista, collettore senza tabù, preclusioni e pregiudizi, se non appena quella sacrosanta diffidenza verso i piedistalli dei moralisti e le cattedre dei pedagoghi. Assemblatore, catalizzatore, girone infernale di vizi e stravizi, devozione e pornosoft, sociologia e tifo ultrà, rock babilonia e diatribe teologiche, Rocco Siffredi e risiko di nomine. Da qualche tempo meno cafonal e più pensiero sottile. Soprattutto, più anticipazioni, quasi sempre confermate, «come Dago anticipato…». Sulle nomine alla Rai e nelle altre aziende partecipate, sui voti di sfiducia annunciati e non confermati, sulle richieste di prestiti dei colossi industriali controllati all’estero. Anche senza la gola profonda Francesco Cossiga, D’Agostino e la sua redazione (Giorgio Rutelli, Francesco Persili, Federica Macagnone, Riccardo Panzetta, Alessandro Berrettoni) se la cavano alla grande. Notizie e opinioni insieme. Come La versione di Mughini e L’America fatta a Maglie by Maria Giovanna. Gossip meno di un tempo, e sagaci rubriche di servizio (La quarantena dei Giusti: Guida tv per reclusi).

Fu Barbara Palombelli a fine anni Novanta a suggerire a D’Agostino in cerca dell’idea la strada del Web. Negli anni il portale è divenuto sismografo del palazzo, cannocchiale di scenari, sonda sociale, vetrina estetica, portineria del villaggio globale. Formule e linguaggi confluiti nello spin off televisivo Dago in the Sky. Se ne sono accorti anche all’estero se, giusto un anno fa, la University Italia Society ha chiamato il mefistofelico fondatore a sdottoreggiare a Oxford, e il prestigioso Politico.eu, la testata online più letta a Washington e a Bruxelles, ha dedicato un servizio a questo «disgraziato sito» definendolo «una lettura obbligata per le élite».

Blog ruspante con refusi incorporati e senza le leccature da new web design, se D’Agostino sbaglia qualcosa lo fa per eccesso mai per difetto. Come nel caso dell’estenuante tormentone sul matrimonio di Pamela Prati. Ma in politica niente innamoramenti: né per Matteo Renzi, né per Matteo Salvini e nemmeno per lo statista Giuseppe Conte che solo sei mesi fa qualcuno pronosticava a vele spiegate sul Quirinale. Ne ha viste troppe Dago dalla terrazza dell’attico con vista su Castel sant’Angelo da una parte e su Piazza Navona dall’altra. Laboratorio, atelier, museo d’arte, factory postmoderna: chi ci è stato e ha visto il trionfo del kitsch e il bazar del trash, le bambole gonfiabili vicino ai simboli religiosi, capisce questo calderone dove si rifinisce l’opinione degli opinionisti che lo usano come cassetta degli attrezzi, bussola nel palazzo, concentrato di fluidi e umori, retrobottega del potere, bettola postribolare dove pescare il calembour illuminante. Insomma, Dagospia è insieme outlet delle firme, centro commerciale e mercato per intenditori. Ci puoi trovare l’analisi sofisticata, lo spiffero vaticano, il tweet malandrino. Avanguardia dello spirito italiano: più vicino al cinismo antimoralista di Alberto Sordi e al gusto del paradosso di Alberto Arbasino che al bontonismo ideologizzato di Fabio Fazio e Roberto Saviano.

Cento di questi giorni, Dago.

 

La Verità, 23 maggio 2020

Lo strano caso dell’on. Walter e mister(o) Veltroni

E poi c’è Veltroni. Walter Veltroni, con la W. Il sindaco di Roma, l’antagonista di Massimo D’Alema, la pietra angolare dell’Ulivo, il vice di Romano Prodi, il fondatore del Pd. Ex di tutto. Ma sempre presentissimo e protagonista. Creativo, poliedrico, instancabile. Ogni mese un’idea nuova, un libro, un documentario, un film. Per non parlare delle fluviali articolesse, ponderosi amarcord e ritrattoni con gli occhi al Novecento sul Corriere della Sera, o le intervistone e i commenti sulla Gazzetta dello Sport… L’ultima creazione, Fabrizio De André & Pfm. Il concerto ritrovato, sarà nelle sale cinematografiche il 17, il 18 (De André compirebbe ottant’anni) e il 19 febbraio: i fan si preparano ad assaltare le biglietterie. Walter Veltroni è un caso unico nel panorama politico-mediatico-cultural-intellettual-social… Campione mainstream, sempre neo qualcosa – regista, autore, giallista – ma anche post, pop e pure flop.

Con l’eccezione di Prodi, che ha messo la prua sul Quirinale, gli altri big della politica dell’epoca si sono defilati, hanno scelto un buen ritiro, una terrazza, una fondazione appartata. Massimo D’Alema ufficialmente lavoricchia con tutta la sua antipatica intelligenza a «Italianieuropei», salvo interessarsi di nomine di Stato dando qualche consiglio al premier. Piero Fassino dopo la sconfitta alle elezioni per la poltrona di sindaco di Torino si dedica alla Fondazione Italia Usa. Francesco Rutelli, predecessore di Uolter come primo cittadino di Roma, è presidente dell’Anica (Associazione nazionale industrie cinematografiche audiovisive e multimediali). Altri storici sindaci ex comunisti come Antonio Bassolino e Sergio Cofferati si sono ritirati a vita privata. Come pure Nichi Vendola, altro astro del firmamento de sinistra, ora testimonial delle adozioni gay e dell’utero in affitto sul settimanale Chi? Poi ci sono Achille Occhetto, Rosy Bindi e Fausto Bertinotti che ha qualche anno in più e tiene conferenze in giro per l’Italia. Oliviero Diliberto, invece, coetaneo di WV, è tornato alla facoltà di Legge della Sapienza di Roma e, alla Giorgio Gaber, dice che, siccome «la mia generazione ha fallito, l’unico dovere morale è scomparire».

Chi conosce bene Veltroni dice che ce n’è un altro, meno noto e più gigione. Collezionista di figurine, tifoso sfegatato (della mainstreamica Juventus), goliarda, esperto, espertissimo di cinepanettoni. Purtroppo lui espone alla telecamera sempre il lato ispirato e buonista.

Più che un caso, il suo sembra un mistero. I suoi cimenti, le prove cinematografiche, autoriali e letterarie non si possono rubricare come successi, eppure… Il programma su Rai 1 Dieci cose, autunno 2016, annunciato da un’intervista su Repubblica umilmente intitolata «Così cambierò il sabato sera in tv», si arrampicò all’11% di share medio, puntualmente doppiato dallo show di Maria De Filippi su Canale 5. I film e documentari, uno all’anno dal 2014 in poi, prevalentemente trasmessi da Sky, non hanno certo sbancato il botteghino: Quando c’era Berlinguer (prodotto da Sky e Palomar, 620.000 euro al cinema), I bambini sanno (Sky, Wildside e Paolomar), Gli occhi cambiano (Rai), Indizi di felicità (Sky e Palomar, 60.000 euro), Tutto davanti a questi occhi (ancora Sky e Palomar), fino al vero e proprio film per il cinema, C’è tempo, con Stefano Fresi, che nel 2019 ha incassato 320.000 euro. Opere del Veltroni ispirato, immancabilmente accompagnate da benevole candidature ai Nastri d’argento o ai David di Donatello. Si sa come gira il fumo a Cinecittà. Nel frattempo, l’inesausto Uolter non ha trascurato la produzione letteraria sfornando, a ritmo annuale, accorati romanzi. Sconfinando infine nella narrativa noir con Assassinio a Villa Borghese (Marsilio), sempre in bella vista sui banconi cruciali delle librerie di catena.

Quindi: se le creazioni veltroniane non sono propriamente boom cinematografici o letterari come se ne spiega l’indefessa proliferazione? Lo strano caso dell’onorevole Walter e del mistero Veltroni è presto risolto: chi può dirgli di no? Realizzato da Except, puntuale come il carnevale, in questi giorni esce il documentario in cui l’ex vice di Prodi confeziona con prologo ed epilogo il filmato di Piero Frattari, un altro regista che il 3 gennaio 1979 riuscì a infilarsi al concerto di Genova con la Premiata Forneria Marconi. Alle preziose immagini, rispolverate dalla soffitta, Veltroni ha aggiunto la cornice narrativa e una serie di testimonianze di chi c’era, i musicisti della Pfm, Franz Di Cioccio, Patrick Djivas, Franco Mussida e Flavio Premoli, il fotografo Guido Harari, oltre, ovviamente, a Dori Ghezzi.

I giornaloni – chi può dirgli di no? – lo hanno annunciato come la scoperta del Sacro Graal. L’altro giorno SkySport24 ha allestito persino un salottino con Di Cioccio e Djivas per parlare di calcio da tifosi, ma anche del ritrovamento del concertone che ha segnato «l’incontro tra due diversità che sarebbero rimaste parallele se, a un certo punto, non fosse venuta la voglia di eliminare un recinto», ha buonisteggiato WV alla conferenza stampa. Dove, a chi gli chiedeva quanto pensa incasserà il nuovo documentario, ha replicato, piccato: «Non è detto che ciò che vende di più sia di per sé più bello». Quantità e qualità non sempre vanno a braccetto; giusto. Però, chissà cosa ne pensano i suoi produttori…

 

La Verità, 15 febbraio 2020

 

Elly, Mattia e Greta a caccia del riflettore giusto

E tre. Dopo Greta e Mattia, ecco Elly. C’è una nuova icona dell’establishment di sinistra. Un nuovo astro. Un altro leader destinato a stregare la parte sana dell’opinione pubblica. La società civile, le piazze dei migliori e l’ecologismo mainstream ne sfornano uno ogni tre-sei mesi, secondo il bisogno. Elly Schlein arriva dopo Greta Thunberg e Mattia Santori ed è l’anello di congiunzione tra le sardine e il Pd, oltre che la più votata alle recenti consultazioni emiliano romagnole. Non ha fatto quasi in tempo a essere eletta con 22.000 preferenze per aver chiesto conto a Matteo Salvini dell’assenza della Lega ai tavoli europei sull’immigrazione, che è già vicepresidente regionale e in tutti i talk show radiotelevisivi. La sera del 28 gennaio, due giorni dopo il successo di Stefano Bonaccini, Lilli Gruber le ha tempestivamente regalato la ribalta di Otto e mezzo. Da lì non si è più fermata, rimbalzando, come un Santori qualunque, dall’Aria che tira a Omnibus e dovunque si parli di politica, in particolare su La7 che è sempre più l’organo ufficiale dell’ortodossia giallorossa. Del resto, la televisione, anzi, la visibilità, è la vera terra promessa dei nuovi puledri della sinistra di piazza e di palazzo (la medesima). Greta, Mattia ed Elly sono attratti dai riflettori dei media come dirigenti Rai dalla platea del teatro Ariston. E a loro volta sono un boccone prelibato dei conduttori all’ansiosa ricerca di testimonial e contenuti antisalviniani. L’attrazione è reciproca.

L’altra sera la capolista di «Emilia Romagna coraggiosa» ha sconfinato su Nove, ospite dell’Assedio di Daria Bignardi che l’ha accolta più garrula che mai. 34 anni (il doppio di Greta), nata a Lugano e trasferita a Bologna dove si è laureata con il massimo dei voti in giurisprudenza («Sono insicura e curiosa più che secchiona»), bisex («Ho amato molti uomini e molte donne, adesso sto con una ragazza e sono felice, finché mi sopporta», ha rivelato tra gli applausi del pubblico assediato), una militanza più a sinistra che a destra del Pd, la dolce Elly non gradisce la definizione di «miss preferenze» e infarcisce la parlata di «innovazione», «complessità», «transizione», «sessismo», accompagnando il suo argomentare con una mimica manuale piuttosto assertiva. Qualche sera fa, guarda caso chez Gruber, tra una lamentela e l’altra per il maschilismo dell’ultimo Sanremo, Massimo Giannini ha detto che vorrebbe vedere Elly Schlein più protagonista nei media. Non ha fatto in tempo a finire la frase che il giorno dopo la vice di Bonaccini era già ospite del suo Circo Massimo, il programma che Giannini conduce su Radio Capital, l’emittente da lui diretta (non male come testata per un giornalista di sinistra). Anche lì Schlein ha ribadito il suo mantra – «Coniugare la lotta alle disuguaglianze con la transizione ecologica» – nel linguaggio prediletto dalle élite Ztl, sempre intercalato da un virile richiamo al «coraggio». Qualche giorno fa, Marianna Madia, altra ex enfant prodige della sinistra chic, l’aveva candidata alla presidenza del Pd, sarà contento Paolo Gentiloni.

Presidenza piddina a parte, prepariamoci a vederla e rivederla in tutte le posture possibili e immaginabili. Come insegnano le altre creature dell’establishment, la politica narcisistica dei millennials, partorita e incubata nei social media e nella cultura dei selfie, confina e sconfina ripetutamente nella società dello spettacolo come in un gioco di specchi che si autoalimenta continuamente. Ospite di Fabio Fazio che l’aveva invitato appena due mesi prima, Santori aveva appena finito di dire «abbiamo cercato di scomparire, ma non ci siamo riusciti», che è stato subito convocato da Myrta Merlino all’Aria che tira. Il titolo che ne esaltava la radiosa presenza era «Parla Mattia Santori». Quando mai ha taciuto?

Sembra una forma di teledipendenza. La politica coincide con la comunicazione, a prescindere dal fatto che si abbia qualcosa da comunicare. Il giorno prima, non si era capito a quale titolo, il capo sardina aveva incontrato il ministro per il Sud Giuseppe Provenzano, suggerendo di creare un Erasmus tra Nord e Sud. È così: la gente non arriva a fine mese, perde il lavoro e non mette al mondo figli perché teme di non farcela a mantenerli, ma le sardine propongono l’Erasmus verticale. Santa pazienza. Del resto, non è neanche tutta colpa loro. Finché il mondo adulto li accredita come nuovi oracoli del cambiamento e di un armonico futuro è difficile tenerli con i piedi per terra. Mettici poi l’attrazione dei riflettori e il disastro è completo.

È di questi giorni la notizia che la Thunberg, la ragazza che Time ha eletto personaggio dell’anno 2019 e che è già stata ricandidata al Nobel per il 2020, dedicherà la parte rimanente del suo anno sabbatico alla realizzazione di una serie tv. La simpatica Greta interpreterà sé stessa in una via di mezzo tra un documentario e un reality, nel quale la si vedrà mentre prepara discorsi da pronunciare nei consessi internazionali, incontra leader mondiali, verifica dati climatici. Lo ha annunciato il produttore esecutivo della Bbc, Rob Liddell, esultante per il «privilegio straordinario» di approfondire l’emergenza climatica potendo «avere una visione interna di come sia un’icona globale e una delle facce più famose del pianeta».

Bingo. Il passo successivo è l’approdo nel cinema, ma diamole tempo. Non si è «un’icona globale» per niente. La narrazione ha le sue leggi e le sue esigenze. E l’attrazione tra i nuovi astri del pensiero unico e i media mainstream è reciproca e totale. Speriamo solo che, vista la dipendenza, non sia un’attrazione fatale.

 

La Verità, 14 febbraio 2020

 

 

 

 

 

 

Carlo Delle Piane, il cinema come zona franca

Una pallonata in pieno volto a dieci anni e un incidente automobilistico a 37. Sono stati gli infortuni, i casi della vita, si potrebbe dire, a regalarci Carlo Delle Piane così come lo ricordiamo, ora che ci ha lasciati a causa dei postumi dell’emorragia cerebrale che lo colpì nel 2015. Aveva 83 anni. L’attore più timido e riservato del cinema italiano era anche il più professionalmente longevo, avendo festeggiato all’ultima Mostra del cinema di Pesaro i settant’anni di una carriera ricca di 110 film. Iniziata quando, dodicenne, gli assistenti di Duilio Coletti lo reclutarono alla scuola media Pio XI di Roma, per affidargli il ruolo di Garoffi in Cuore. Era il 1948 e il suo volto era già inconfondibile per il naso scalinato a causa di quella violenta pallonata.

Un ragazzino dalla faccia strana. Brutto o bruttissimo, per dirla tutta. Perfetto per il cinema. Al quale si avviò più che altro «perché era un modo per non andare a scuola e per mettermi qualche soldo in tasca». Figlio di un sarto istrione, che inventava strani infortuni per giustificare i ritardi delle consegne, e di una madre casalinga, allergica a qualsiasi contatto fisico, con una faccia così Carletto non poteva che avviarsi a una luminosa carriera di caratterista. Nel 1951 è già al fianco di Totò in Guardie e ladri, regia di Mario Monicelli e Stefano Vanzina (Steno), nella memorabile scena in cui declama al padre il tema che lo riguarda: «Mio padre non è quello che si può dire un bell’uomo…». Soprattutto è uno che per sfangarla rubacchia «stoffe, orologi, ombrelli e pure copertoni». «Ma perbacco…». Nello stesso anno veste i calzoni corti di Pecorino, figlio di Aldo Fabrizi e Ave Ninchi in La famiglia Passaguai, Fabrizi anche in regia. E la sua interpretazione è così convincente che il nomignolo gli resta a lungo appiccicato. Fin quando, cioè, non sterza in generi e ruoli diversi, al fianco di Alberto Sordi, Vittorio De Sica («mio padre inconsapevole»), ancora Totò e Fabrizi, suo primo vero amico nel mondo del cinema, come lui stesso raccontava nelle poche interviste che concedeva: schivo, fobico, prigioniero di un reticolo di manie igieniste che gli impedivano una vita normale. Gli esplosero nel 1973 dopo quell’incidente d’auto che lo lasciò un mese in coma. Al risveglio dal quale trovò il solo Aldo a rimbrottarlo ai piedi del letto: «A Carlè, ma quanto cazzo dormi?».

Le commedie del dopoguerra, i musicarelli, il neorealismo e l’epoca delle pochade con Edwige Fenech e Renzo Montagnani, Delle Piane attraversò tutte le stagioni cinematografiche da perdente che fa risaltare le doti del protagonista. Fu Pupi Avati in una delle sue più felici intuizioni a trasformare poco alla volta il grande caratterista in attore protagonista. L’outsider diventa vincente. Sempre senza eccessi, recitando per sottrazione, come piaceva a lui, alla maniera di Buster Keaton, il suo modello di riferimento.

La prova generale avvenne in Tutti defunti…tranne i morti, dove Delle Piane fu ancora comprimario. Ma da allora il sodalizio tra il misantropo attore romano e il regista bolognese divenne uno dei più fecondi degli ultimi decenni, consacrato dalla conquista della Coppa Volpi alla Mostra di Venezia del 1986 – superato il favoritissimo Walter Chiari – per l’interpretazione dell’avvocato Santelia, l’enigmatico pokerista di Regalo di Natale. Fu quella la parte più riuscita di tutta la sua filmografia, in gara con il timido professore di Una gita scolastica, di tre anni prima, innamorato di una collega che lo illude senza ricambiarlo. Avati aveva scovato la vena profonda e malinconica di un grande attore che, dopo i musicarelli, si stava rassegnando alle commedie scollacciate con Carmen Villani.

Al risveglio dal coma di quell’incidente l’indole di Carletto s’era fatta più crepuscolare. Non porgeva la mano, non toccava le maniglie delle porte, si sedeva solo su un fazzoletto strategico. Sceglieva i ristoranti in base al bagno pulito e spazioso, «tanto mangio solo patate lesse». Una schiavitù. «Le fobie sono il rovescio della depressione», mi disse una volta Anna Crispino, la cantante napoletana e donna straordinaria che da fan era divenuta sua moglie dopo averlo incontrato alle prove di uno spettacolo. Solo sul set le paranoie lo abbandonavano. Il cinema lo riscattava. Era una zona catartica. Una terapia: «Tutta la mia vita l’ho vissuta diviso tra finzione e realtà. Quando recito divento il personaggio che interpreto. Allora tocco, abbraccio, sono libero».

«Anche se fingeva di averlo superato, in realtà il cruccio per il suo aspetto aveva scavato in lui», riflette Avati. «E certo non lo aiutavano i ruoli in cui gli si chiedeva di far ridere accentuando gli occhi stralunati. Quello con Carlo è stato uno dei rapporti più belli e profondi di tutta la mia vita. Quando presentammo Una gita scolastica a Venezia non ci aspettavamo quell’accoglienza. Poi arrivò il successo di Regalo di Natale. Era stato mio fratello Antonio a impormelo dopo averlo conosciuto in un cinema d’essai, ma io non ero per nulla convinto. Poi ne scoprii l’animo. Un mondo ricchissimo, dietro quei suoi complessi e quel senso di inadeguatezza nel quale mi riconoscevo anch’io. Con lui non servivano tante parole, eppure era il più efficace nel restituire i personaggi che avevo in mente. Dopo un trentennio di film insieme ero sicuro che potesse camminare con le sue gambe: stento a perdonare i miei colleghi che non lo hanno considerato come meritava».

 

La Verità, 25 agosto 2019

Il candore di Vincino, genio «di facili costumi»

Se n’è andato il «vignettista di facili costumi». Se n’è andato, con il suo tratto tagliente, lo sguardo sulfureo, il disegno sguincio. Di colpo. Senza preavviso. «Era malato da tempo», si legge nei notiziari della scomparsa. Ma il tempo, per Vincino, era un accidente, un complice, lo scherzo di un perenne presente che lo faceva saltare avanti e indietro nei racconti, le memorie, le anticipazioni visionarie più ardite. Era un alleato che gli permetteva di essere ovunque e da nessuna parte, pur standosene sempre lì, sulle tribune di Montecitorio, a scrutare mosse e contromosse di mostri e mostriciattoli del Palazzo. Vincenzo Gallo all’anagrafe, palermitano di nascita (il 30 maggio 1946) e romano d’adozione, anzi «romano del Colosseo», architetto di laurea con il minimo dei voti, Vincino era sognatore dissimulato, cialtrone sottile e sublime, dall’andatura dinoccolata di barbone aristocratico: l’autore di satira più poetico e irriverente dell’ultimo mezzo secolo.

«Vignettista di facili costumi» l’avevano etichettato a metà degli anni Ottanta allorché era stato chiamato a collaborare con il settimanale Il Sabato, vicino a Comunione e Liberazione. Targa rilucidata dieci anni dopo, quando Giuliano Ferrara l’aveva coinvolto alla nascita del Foglio che ieri ne ha annunciato la morte con un tweet mutuato da un ritratto del fondatore: «È stato la nostra speranza, il nostro specchio, la nostra risorsa d’acqua e di alcol e di fumo».

Cresciuto nella Palermo di Vito Ciancimino dominata dalle cosche, chiamato a Roma da Lotta continua, fu fondatore, direttore e firma nobile di testate iconoclaste della sinistra non comunista e radicaleggiante, da Il Male a Cuore, da Zut a Il clandestino, da Linus a Tango fino a Radio radicale, in compagnia di giornalisti, disegnatori e penne sulfuree come Sergio Saviane, Vauro Senesi, Andrea Pazienza, Pino Zac, Sergio Staino. Una cricca di dissacratori, idealisti esagerati, autori di fulminanti copertine con finte prime pagine dei quotidiani e titoli-beffa: «Arrestato Ugo Tognazzi: è il capo delle Brigate rosse»; «Anche Panatta ha i servizi deviati». Dotato del candore malizioso dei siciliani di alto lignaggio, di quell’etichetta s’era fatto un vanto, un pennacchio di libertà, irriverenza, irriducibilità, anticonformismo indomito. «Mi chiamavano dalla destra e dalla sinistra e non sapevano come etichettarmi», mi raccontò in un’intervista per questo giornale del 18 marzo scorso (qui). Quella targa era la patente di libertà anche dalle sue stesse convinzioni, grazie a quel candore che gli permetteva di cambiare idea e ricominciare, sempre irridente e affettuoso, come testimonia il recentissimo Mi chiamavano Togliatti. Autobiografia disegnata a dispense (Utet). E come non accade mai ai politici per i quali nutriva profonda diffidenza: «Li vedi nei talk show? Ripetono le solite cose, mai nessuno che si convinca di quello che dice l’altro».

La sua libertà lo era anche dalle militanze e dalla mitizzazione degli anni d’oro, i Settanta di Lotta continua, e gli permetteva di collaborare al Corriere della Sera dove, come a Vanity Fair, l’aveva chiamato Carlo Verdelli: un autore di satira che collabora con le testate dell’establishment? «Io nasco nell’establishment», mi aveva risposto senza fare una piega, «mio padre dirigeva i cantieri navali di Palermo».

Se n’è andato, con il suo candore acuminato e la sua burla malinconica.

La Verità, 22 agosto 2018

Ritratto di famiglia in un castello

Condividere la bellezza. Esiste esperienza più coinvolgente? Spartire la grazia, partecipare di una sensibilità, di un sentimento del vivere. Visitare la collezione Cavallini Sgarbi (fino al 3 giugno) allestita dall’omonima Fondazione nelle sale del cinquecentesco Castello Estense di Ferrara è fare questa esperienza. Si scrutano le opere, 140 capolavori da Niccolò dell’Arca a Gaetano Previati, dal 1300 al secolo scorso, «scelti con assoluto rigore, sopportando gli strali di mio fratello», confida Elisabetta, «tra le cinquemila opere della casa di Ro Ferrarese», e si vedono loro. Vittorio, con la sua fame erudita e frenetica di vita e arte. Mamma Rina, socia complice in questa avventura di accumulo e valorizzazione del bello. Elisabetta, motore e mente razionale, lucida e fattiva, curatrice di ogni dettaglio. Papà Nino, custode di questa bramosia, che ha saputo riflettere nei tramonti sull’acqua filmati in Il mio fiume (2010). Protagonisti nell’ombra. E protagonisti reali di una storia irripetibile che comincia là dove la mostra finisce, nella «Stanza dei giochi» dei bambini, davanti a una Madonna (1550-60), bambola in legno con le calze rosse di Nero di Sansepolcro, con le foto di Vittorio che guida una macchinina da corsa, e di Elisabetta con il binocolo regalatole da papà Nino per osservare meglio la realtà: una storia che fa da punteggiatura ai capolavori, resa dall’album di famiglia in bianco e nero, come attori di ieri e di oggi, per dire che, in fondo, il vero capolavoro siamo noi, con la nostra sete e il nostro desiderio inestinguibile.

L’ingresso nella prima sala, vicino a una porta che riproduce quella della casa di Ro, è preceduto dalle dediche ai genitori: «A mia madre, Rina Cavallini, che ha risposto a ogni mia richiesta. Ed è qui, in Paradiso, fra queste stanze», scrive Vittorio. «A Nino, mio padre, che ho scoperto scrittore. E questo resterà per sempre», gli fa eco Elisabetta. Ci si inoltra, dunque, nelle sale ornate di rosso, accompagnati dalle immagini di mamma Rina che fa gli onori di casa. Vediamo i cofanetti di fine Trecento della Bottega degli Embriachi, prima di entrare nella stanza degli «Antichi maestri», con il busto di un imponente e assorto San Domenico (1474), opera di Niccolò dell’Arca, scovato a sorpresa da Vittorio «nella bottega di un antiquario colto a Roma». Subito dopo ci accolgono il magnetico Cristo benedicente (1486-87) di Jacopo da Valenza e la cinematografica Madonna del latte tra sant’Agnese e santa Caterina d’Alessandria (1490) di Antonio Cicognara. Si fa «Ritorno a Ferrara» con Boccaccio Boccaccino, Giovanni Battista Benvenuti, detto l’Ortolano, il Garofalo, il Bastianino, lo Scarsellino, la trionfante Sibilla (1600-06) e la tenerissima Sacra famiglia (1615-18) al desco di Carlo Bononi, con il bimbo che imbocca un san Giuseppe anziano.

Il «San Domenico» di Niccolò dell'Arca

Il «San Domenico» (1474) di Niccolò dell’Arca trovato da Vittorio nella bottega di un antiquario

Tesori ritrovati grazie a una ricerca «senza dogmi», scrive Vittorio nello splendido catalogo (La nave di Teseo), dispersi e inconsapevoli nella nostra «Italia della meraviglia», linfa vitale e arca di una ricchezza inesauribile, dovunque invidiata, che pure non gode più del giusto stupore in grado di farsi impresa e cultura. Comprendente pregiatissime opere di pittori ferraresi, la collezione Cavallini Sgarbi ha, dunque, il sapore di una restituzione alla città estense che gli meriterebbe uno spazio storico per una Permanente. Ma è anche un dono al pubblico italiano tutto, cultori, amanti d’arte, collezionisti, semplici visitatori e turisti. La condivisione del bello di cui si diceva chiama il riconoscimento istituzionale, soprattutto se ministro dei Beni culturali dovesse restare il ferrarese Dario Franceschini. E ancor più in considerazione delle profonde radici cittadine della famiglia, testimoniate dal restauro a cura della Fondazione Elisabetta Sgarbi della casa di Via Giuoco del Pallone, dove Ludovico Ariosto compose la prima edizione dell’Orlando Furioso.

La ceramica di Andrea Parini con l'iscrizione: «Figlia, ti vorrei casalinga e scrittrice»

La ceramica di Andrea Parini (1941) con l’iscrizione: «Figlia, ti vorrei casalinga e scrittrice»

Procedendo nella visita, si entra nella sala delle «Belle donne», la carnalissima Cleopatra (1620) di Artemisia Gentileschi di cui, scrive Sgarbi, «sentiamo gli odori, il sudore, la puzza», opposta alla femmina rappresentante l’Allegoria del tempo (1650) di Guido Cagnacci, che «persegue una sensualità intellettuale, sofisticata». Si avanza e ci si inoltra nella ritrattistica, da Lorenzo Lotto a Francesco Hayez, dove spicca il Ritratto del legale Francesco Righetti (1626-28) del Guercino, raffigurato davanti alla libreria di volumi di diritto, «capolavoro di natura morta» secondo Pietro Di Natale, curatore della mostra. Si passa per una Santa Caterina da Siena con Gesù Bambino (1650) di Giovanni Battista Salvi, detto il Sassoferrato, «un equilibrista del pennello», che mamma Rina volle fortissimamente acquistare contro la volontà del figlio. Si continua nella stanza degli «Amati scultori» con il Ritratto della figlia (1941) di Andrea Parini, una ceramica nella quale il pudico desiderio dell’autore – «Figlia, ti vorrei casalinga e scrittrice» – ricorda l’auspicio di papà Nino per Elisabetta. Si giunge, infine, al potente, e amatissimo da Rina, Cristo crocifisso (1881) di Gaetano Previati, che Vittorio non avrebbe voluto acquisire «per quanto era impegnativo», ma alla fine se ne convinse, «vedendolo nella posizione ideale nell’abside» della chiesa di San Gottardo in Corte a Milano. Arrivò il 31 ottobre 2015, appena tre giorni prima che Rina morisse senza vederlo. «Cristo, forse, l’ha attesa in Paradiso», spera Vittorio.

Del resto, come si legge nello stralcio di Lungo l’argine del tempo di papà «Nino», scomparso a pochi giorni dall’inaugurazione, e proposto come congedo al visitatore, «non è vero che tutto finisce e precipita nell’oblio. Dopo di noi le cose continuano e qualcosa di noi sopravvive in ciò che abbiamo fatto (…) E nei figli, naturalmente. Ci consola sapere che il nostro sangue e i nostri pensieri vivranno in loro e che loro continueranno nell’impresa di realizzare il desiderio più grande dell’uomo: mantenere in vita la vita. E continueranno a cercare, a coltivare e a raccontare la bellezza, come fanno Vittorio ed Elisabetta».

Capaci di trasformare la collezione Cavallini Sgarbi in un’eredità culturale che profuma di gratuità.

La Verità, 17 febbraio 2018

Perché Bibi Ballandi mancherà a tutti

Mancherà. Mancherà ai suoi artisti, ai collaboratori, ai suoi cari. Mancherà agli amici e anche a quelli che l’hanno conosciuto per lavoro e magari frequentato poco. Mancherà ugualmente, perché Bibi Ballandi, morto a 71 anni dopo aver a lungo combattuto il tumore, era così speciale che gli bastava poco per farsi amare. E per lasciare un segno con la sua umanità nobile e profonda. Un segno incancellabile. Hanno questo significato i tanti messaggi che tutti i cantanti e gli uomini e le donne di spettacolo hanno diffuso sui social o con brevi dichiarazioni. Fiorello ha sospeso per due giorni il suo programma su Radio Deejay. Milly Carlucci, quando ha bruscamente appreso la notizia in diretta a Unomattina, è rimasta addolorata e senza parole. Lo ricordano tutti con gratitudine e afflizione, da Gianni Morandi ad Antonella Clerici, da Laura Pausini a Paola Cortellesi, da Giorgio Panariello ad Adriano Celentano.

Ballandi era un pezzo di storia dello spettacolo e della televisione italiana. Aveva iniziato giovanissimo subito dopo la terza media, affiancandosi al padre Iso, tassista che accompagnava cantanti e orchestre per concerti in Emilia Romagna. Poco alla volta aveva iniziato a produrre gli spettacoli di Caterina Caselli, Mina, Orietta Berti, Little Tony, Rita Pavone. Negli anni Settanta si era avvicinato ai cantautori, lavorando con Lucio Dalla, Francesco De Gregori, Pierangelo Bertoli, Roberto Vecchioni, e con Fabrizio De André per la tournée dopo il rapimento in Sardegna. Fondò lo storico «Bandiera gialla» di Rimini. Nel 1997 organizzò il concerto-evento per Giovanni Paolo II a Bologna dove si esibì Bob Dylan. Conobbe e istruì il giovane Beppe Caschetto, futuro agente di molte star, uno tra i più provati dalla morte di Bibi. Da fine anni Novanta aveva prodotto gli one man show di Fiorello («Per lui sono stato il padre che ha perso presto, per me è stato il figlio che non ho mai avuto»), Celentano, Panariello, Roberto Bolle, le tournée di Mariangela Melato e Renato Zero, i varietà di Antonella Clerici e Ballando con le stelle di Milly Carlucci. Era una persona preziosa, stabilizzatrice, ironica, insostituibile. Con la sua bonomia, la sua umiltà mista alla sagacia popolare che si condensava nei fulminanti proverbi («Volare bassi per schivare i sassi»; «Riunione di volpi, strage di galline»; «Predica corta, tagliatelle lunghe»), manteneva il buonumore e il controllo della situazione anche nei momenti di massima tensione che, nella produzione di grandi eventi capitano sempre, soprattutto quando ci sono di mezzo personalità eccentriche, pressioni politiche e interessi con tanti zeri.

Lo conobbi nel 2005, dietro le quinte di un grande show televisivo, e dopo pochi mesi di collaborazione dovette assentarsi per le prime cure. Mancherà moltissimo a tutti. Perché, in un ambiente così materiale e calcolatore come quello della televisione, un altro con la sua fede e la sua umanità non c’è.