La nascita della camorra narrata come un western

Nei bar ci sono i flipper, in tv Discoring, i ragazzi cavalcano il Ciao e la camorra contrabbanda le bionde, intese come sigarette. Siamo a Secondigliano, eterna provincia che vuol farsi impero e il Bar America è il saloon dove il giovane Angelo ’A Sirena (Francesco Pellegrino) gestisce la banda e, a fatica, la rabbia di essere ancora alle dipendenze del potente Don Antonio Villa (Ciro Capano). Su di lui mette gli occhi Corrado Arena (Biagio Forestieri), boss della cosca rivale e già s’intuisce come andrà a finire la faccenda. In questa Napoli sgarrupata avviene l’iniziazione di Pietro Savastano (Luca Lubrano), sedicenne che non ha mai conosciuto il padre ed è stato abbandonato dalla madre prostituta e, dunque, in cerca di affiliazione e affermazione per sé e il piccolo branco di fedelissimi, più spensierati di lui. Anche perché nel sogno di Imma (Tullia Venezia), ragazza della borghesia che studia al Conservatorio e brama di entrare nell’orchestra universitaria di New York, sembra non esserci posto per lui.
Sono i primi due episodi (sei in totale) di Gomorra – Le origini, il prequel di Sky, Cattleya e Beta film, diretto da Marco D’Amore, il Ciro Di Marzio della serie principale, e le giustificazioni psicologiche e sociologiche della futura ferocia di Pietro Savastano, interpretato da Fortunato Cerlino, sono già parecchie. S’intuisce che le accuse alla serie tratta dal libro di Roberto Saviano di aver fatto scuola a troppi ragazzini senz’arte né parte hanno fatto breccia e, dunque, si tenta di responsabilizzare la società e l’infanzia infelice delle scelte malavitose e criminali del singolo soggetto. «Martin Scorsese non è stato criticato per Gangs of New York», dice D’Amore rigettando le accuse e una parte di ragione ce l’ha. Ma forse, con tutto il rispetto per il cineasta che lo firma, Gangs of New York non è diventato un brand globale come Gomorra. E nemmeno ha prodotto un analogo meccanismo di identificazione. Quando D’Amore afferma che «una narrazione non è un telegiornale o un articolo di giornale» sottovaluta proprio la potenza evocativa della fiction e la carica emulativa dei suoi protagonisti. Anche questo prequel che narra l’adolescenza della camorra come fosse un western, ne trasmette il fascino che emana dal carisma e dall’ombrosità misteriosa dei personaggi (su tutti, Angelo ’A Sirena), dal loro abbigliamento e dalle musiche, in un concentrato di citazioni e riferimenti cinematografici che vanno da Sergio Leone a Romanzo criminale fino al neorealismo italiano. Proprio così: una fiction è molto più pericolosa di un telegiornale.

 

La Verità, 11 gennaio 2026

Un video ricatta Ferilli: è fiction ma pare cronaca

Una storia, niente di più. Una storia di attualità, plausibile, normale, verrebbe da dire, nella sua perversione. Una storia della porta accanto, simile a quelle che ascoltiamo spesso nelle cronache dei telegiornali. Una vicenda di revenge porn, la diffusione sul web di video intimi, per vendetta o umiliazione. È la trama di A testa alta – Il coraggio di una donna, la miniserie in sei episodi (tre serate) di Canale 5, protagonista Sabrina Ferilli nei panni di Virginia Terzi, una preside di liceo stimata dai colleghi e premiata dalle autorità per la sua professionalità (mercoledì, ore 21,45, oltre 4 milioni di telespettatori, share 25,2%). Virginia è anche moglie di Luigi (Fabrizio Ferracane), affermato avvocato, e madre di Rocco (Francesco Petit), il figlio sedicenne che frequenta lo stesso liceo. Al momento della proclamazione come preside dell’anno, il sindaco (Augusto Fornari) annuncia l’approvazione del progetto di attività interdisciplinari «A testa alta», voluto dalla dirigente scolastica contro le dipendenze digitali. Ma l’idillio è subito infranto. Sui cellulari di professori e studenti diventa virale il video rubato delle effusioni intime della preside con quello che si scoprirà essere l’insegnate di educazione fisica dell’istituto (Raniero Monaco Di Lapio). Con la collaborazione della tv locale, lo scandalo scuote l’intera comunità del borgo in riva al lago. Lo tsunami dissesta anche la famiglia di Virginia, il marito respinge le accuse di trascurare la moglie, il figlio stenta a reggere il sarcasmo di Alex (Andrea Pittorino), il figlio bullo del sindaco. Ogni mattina è un incubo percorrere il corridoio d’ingresso della scuola davanti agli sguardi inquisitori e agli sfottò. A Virginia non resta che rifugiarsi a casa di Cecilia (Gioia Spaziani), la sorella ispettrice di polizia, pronta a sostenerla e aiutarla nella ricerca dell’autore del video. Ma mentre emergono altri motivi di scontro in famiglia, le indagini non progrediscono. Così l’ex preside modello si trova di fronte alla scelta: resistere o farsi da parte, dandola vinta al ricattatore? Una professionista chiacchierata può svolgere un ruolo educativo in una scuola pubblica? Quanto la fragilità privata ne intacca l’autorevolezza di dirigente scolastica e incrina la credibilità dello stesso liceo?
La storia avanza tra dubbi morali (o moralistici) e indizi thriller a caccia del nemico. Diretta da Giacomo Martelli e prodotta da Banijay Studios Italy, A testa alta – Il coraggio di una donna è un racconto semplice, senza ambizioni autoriali, che incuriosisce perché parla di noi.

 

La Verità, 9 gennaio 2026

Un romanzo di formazione dell’Italia con alcuni cliché

Quando che si diventa vecchi la paura più grande è quella di non essere conosciuti; conosciuti per ciò che si è stati veramente», dice con marcata cantilena veneto-friulana Nadia (Linda Caridi), custode e voce narrante della storia di Prima di noi, ambiziosa saga famigliare che attraversa il Novecento italiano, dalla disfatta di Caporetto al 1978. È davvero quella «la paura più grande» di una persona non più giovane o è un sentimento un tantino egoriferito? Di sicuro è l’incipit dei dieci episodi della serie trasmessa da Rai 1, tratta dal romanzo omonimo di Giorgio Fontana, diretta da Daniele Luchetti e Valia Santella, anche sceneggiatrice insieme a Giulia Calenda, prodotta da Wildside (gruppo Fremantle) e Rai Fiction e realizzata con il sostegno di Veneto Film Commission e di Friuli Film Commission (domenica, ore 21,45, 2,6 milioni di telespettatori, 15,5% di share).
Siamo nella montagna friulana e in una casa retta solo da donne, nonna mamma e figlia-nipote, perché gli uomini sono tutti a combattere, irrompe Maurizio (Andrea Arcangeli), un disertore in fuga dalle tragedie della guerra e dai fantasmi che si porta dentro. Con l’inverno che si avvicina, due braccia maschili sono utili e così il riparo di una notte si trasforma in un soggiorno più lungo. Interrotto solo quando, a guerra finita, Nadia rivela a Maurizio di essere incinta. I motivi di diffidenza delle donne anziane sono, dunque, fondati. Ma Nadia non è tipo da arrendersi e, sebbene non sia mai uscita dal borgo natio, con la pancia che cresce sale su un carretto e si avventura, sola per giorni, alla ricerca del compagno fuggiasco. Che, miracolosamente, trova e riporta a casa. Trasferiti in Veneto, mentre i figlioletti dei Sartori aumentano come i tormenti che il padre affoga nell’alcol, tocca ancora a Nadia risolvere la situazione trovando lavoro. Intanto, il fascismo avanza minaccioso.
In quello che ambisce a essere il romanzo di formazione dell’Italia un po’ alla maniera del discorso di fine anno di Sergio Mattarella, arriveranno la Seconda guerra mondiale, la ricostruzione, il boom economico, la ribellione giovanile e gli Anni di piombo, fino ai prodromi della globalizzazione. «La famiglia è la chiave di lettura per raccontare il nostro Paese», ha affermato Luchetti presentando il suo lavoro. Giusto. Anche se «l’anima costruttiva» rappresentata dalle donne e quella distruttiva incarnata dagli uomini sa un po’ di cliché. Come pure il disertore vigliacco giunto nel paesino di montagna, già visto in Vermiglio di Maura Delpero. Speriamo che negli episodi successivi non ci siano altri debiti mutuati da C’è ancora domani o La meglio gioventù.

 

La Verità, 6 gennaio 2025

Crans-Montana, Rai lenta Rete 4 fa il boom di ascolti

Il giorno dopo si tenta di correre ai ripari, di tamponare la falla, ma ormai l’errore è compiuto. Errore grave. Lacuna enorme. La sera del primo gennaio, 18 ore dopo la strage di Crans-Montana, la Rai non è riuscita a dedicare uno speciale alle notizie che provengono dalla cittadina del cantone Vallese della Svizzera. Il bilancio, ancora provvisorio, è di 47 morti e 115 feriti. È la strage di Capodanno. La strage dei ragazzi. Nelle fiamme che all’1,30 di notte sono divampate all’interno del Constellation, il locale dove si sono riversati per festeggiare l’arrivo del nuovo anno, bruciano molti adolescenti, alcuni dei quali italiani. Altri riescono miracolosamente a sfuggire all’incendio scatenato dal flashover, il rogo causato dal veloce propagarsi del fuoco in un ambiente chiuso. Ci sono decine di famiglie italiane angosciate per le sorti dei loro ragazzi in vacanza nella località internazionale più ambita della Svizzera. Famiglie che iniziano il nuovo anno in preda a una tragica trepidazione. Sanno che quel locale è meta dei loro figli e le notizie permangono incerte e frammentarie. Mancano conferme perché i corpi bruciati dalle fiamme sono irriconoscibili. Secondo la Farnesina sono ancora sei gli italiani dispersi. Eppure, dopo i collegamenti degli inviati nei diversi telegiornali e un paio di edizioni straordinarie pomeridiane, la Rai non trova il modo di dedicare una rete alla cronaca della tragedia.
Il giorno di Capodanno i riflessi sono lenti, le redazioni ridotte ai minimi termini. E il palinsesto serale della Rai rimane drammaticamente invariato: su Rai 1, dopo Affari tuoi, va in onda il cartone Biancaneve e i sette nani, su Rai 2 il telefilm Delitti in Paradiso, su Rai 3 il filmone Killers of the flower moon. Nulla che non potesse essere posticipato. Ma, vittima di pigrizia e di lentezze decisionali, il servizio pubblico sembra vivere in una dimensione parallela, colpito da un lieve distacco dalla realtà. Lieve, ma fatale. Per avere notizie sull’evoluzione dei soccorsi, sul trasferimento di alcuni giovani ustionati all’ospedale di Niguarda di Milano o in quelli di Berna e Zurigo, sull’inizio delle indagini o per ascoltare la voce delle autorità svizzere che parlano di «tragedia immane», del ministro degli Esteri Antonio Tajani e per conoscere il numero dell’Unità di crisi della Farnesina, bisogna sintonizzarsi su Rete 4 dove, con diversa prontezza di riflessi, la redazione di Quarto grado guidata da Gianluigi Nuzzi, va in onda con uno speciale di Quarto grado per informare. Sono oltre 1,2 milioni i telespettatori che seguono la diretta di Nuzzi su Rete 4 (quasi il 9% di share). Mentre i quotidiani stravolgono la fogliazione delle loro edizioni, cancellando articoli e servizi precotti regolarmente previsti nei giorni festivi come Capodanno per dare spazio alla strage dei ragazzi, il servizio pubblico non tocca la programmazione serale. Solo il giorno dopo cambia i palinsesti, amplia le finestre e i collegamenti all’interno dei contenitori come Uno Mattina News, Uno Mattina e Storie italiane. Si aggiunge l’edizione straordinaria del Tg1 alle 16,55, si allargano quelle del Tg2, dalle 10 alle 11 e dalle 17,50 alle 18,30. Si allunga il Tg3 delle 12 con uno speciale Fuori tg.
Reazione lenta e tardiva. Forse, da quando è in vigore la riforma che ha eliminato i direttori di rete, stratificando le responsabilità per generi, la catena di comando per cambiare la programmazione è diventata troppo lunga. Eppure i direttori del primetime esistono. Perché non hanno deciso di dedicare una rete alle notizie da Crans-Montana? Che valutazioni hanno fatto? Con chi si sono confrontati? Chi ha preso la decisione finale di non intervenire sul palinsesto di prima serata? Domande che attendono una risposta. Forse è il caso che i dirigenti della Rai radiotelevisione italiana ricordino che i telespettatori pagano un canone di abbonamento e hanno diritto di avere un servizio diverso e più puntuale di quello offerto dalle televisioni finanziate dalla pubblicità.

 

La Verità, 3 gennaio 2025

Su Raiplay e Infinity Santoro è un desaparecido

Qualche sera fa Michele Santoro era ancora ospite a Lo stato delle cose (Rai 3, ore 21,30, 1,2 milioni di telespettatori, 8,1% di share). L’abituale partecipazione dell’ex conduttore di Servizio pubblico al programma di Massimo Giletti serve ad aggregare dall’inizio una fetta di pubblico e ad alzare gli ascolti. Il guru come apripista dei talk show è una formula inaugurata già qualche anno fa da Giovanni Floris quando cominciava abitualmente il suo talk con una lunga intervista a Eugenio Scalfari. Ora il fondatore di Repubblica è naturalmente avvicendato da altri «grandi vecchi» come Pierluigi Bersani o Corrado Augias. Il guru di Corrado Formigli è Michele Serra, quello di Bianca Berlinguer, Mauro Corona, sollecitato sui vari fatti di attualità non solo politica. A parte l’abbinata di Rete 4, le altre sono costruite sull’alzata della palla da parte del conduttore affinché l’ospite la schiacci contro il governo. L’ospitata di Santoro a Lo stato delle cose ha un tratto diverso. Mentre il conduttore si limita a qualche contrappunto, è lui a portare la provocazione, a offrire spunti di riflessione e analisi, spesso in base a informazioni inedite o trascurate dai media ufficiali. Attorno al nocciolo duro della ricerca della pace in Ucraina e in Medio Oriente, l’inventore di Samarcanda traccia scenari a volte imprevedibili, come quando l’altra sera ha osservato che, paradossalmente, «oggi è la destra più della sinistra a volere la pace». Oppure quando ha smascherato i giochetti un tantino ambigui dei volenterosi nell’ambito della trattativa con Volodymyr Zelensky e gli emissari della Casa Bianca. O, infine, quando ha ricordato che Sergio Mattarella era vicepresidente del Consiglio quando il governo D’Alema bombardò la Serbia. In sostanza, si può dire che, con tutta la sua attitudine a riempire lo schermo, il Michele Santoro ospite (a volte anche di Floris) palesa un tratto umano più spiccato del Michele Santoro conduttore che ricordiamo piuttosto ideologico e militante. Per averne conferma basterebbe un viaggio su Raiplay, alla ricerca degli storici programmi di Rai 2, da Servizio pubblico ad Annozero, da Tempo reale al Raggio verde. Oppure su Mediaset infinity, per rivedere la puntata di Moby dick su Italia 1 trasmessa da Sarajevo proprio durante il conflitto del Kosovo. Ma, sorpresa, salvo qualche recente spezzone di inchieste realizzate dai suoi collaboratori e il primissimo Samarcanda, nelle teche delle nostre reti generaliste si stentano a trovare tracce della sua controversa televisione.

 

La Verità, 18 dicembre 2025

L’eroina che rifiuta l’apocalisse dolce dei buoni

Il virus della bontà si è impadronito del pianeta e solo una donna gli resiste. Riuscirà «la persona più infelice della terra a salvare il mondo dalla felicità»? È l’interrogativo di Pluribus, la serie ideata e sceneggiata da Vince Gilligan (Breaking Bad e Better Call Saul), forse l’autore più geniale del villaggio. La più vista di sempre su Apple tv, è stata rinnovata per una seconda stagione. Già questi sono buoni motivi per vederla con un occhio di riguardo, ma naturalmente la vera ragione per farlo sono trama e contenuto. L’ultimo dei nove episodi che la compongono sarà rilasciato il 26 dicembre e solo allora scopriremo se in questa storia «andrà tutto bene», come si sente ripetere in ogni film. Non è affatto detto che sia così perché, dietro l’obiettivo di rovesciare le formule della fantascienza, si nasconde l’ambizione di una riflessione sul rapporto tra benessere collettivo e libertà individuale, tra felicità globale e identità personale. Il tutto proposto con grande cura formale, ottime musiche e qualche lungaggine autoriale. Possibili, lontani, riferimenti: Lost, per i prologhi spiazzanti e i flashback, Truman Show, per la solitudine e l’apparenza stranianti, Black Mirror, per la cornice distopica. Ma la mano dell’ideatore è inconfondibile.
Ci troviamo ad Albuquerque, la città del New Mexico già teatro dei precedenti plot di Gilligan, ma stavolta la vicenda è tutt’altra. Siamo in un futuro progredito e un certo rigore si è già radicato nella quotidianità. Per esempio, l’avviamento delle auto di ultima generazione è collegato alla prova di sobrietà del palloncino: se si è stati al pub, l’auto non parte. Individuato da un gruppo di astronomi, un virus Rna proveniente dallo spazio, trasmesso in laboratorio da un topo e contagiato tramite baci e alimenti, rende gli esseri umani felici, gentili e samaritani con il prossimo. Le persone agiscono come un’unica mente collettiva, ma non a causa di un’invasione aliena, tipo L’invasione degli ultracorpi, bensì per il fatto che «noi siamo noi», garantisce un politico che parla dalla Casa Bianca, anche se non è il presidente. «Gli scienziati hanno creato in laboratorio una specie di virus, più precisamente una colla mentale capace di tenerci legati tutti insieme». In questo mondo, non esiste il dolore, non si registrano reati, le prigioni sono vuote, le strade non sono mai congestionate, regna la pace. Tutto è perfetto e patinato, perché la contraddizione non esiste. Debellata, dietro una maschera suadente. La colla mentale dispone alla benevolenza e alla correttezza le persone. Che però non possono scegliere, ma agire solo in base a un «imperativo genetico». Soltanto 12 persone in tutto il pianeta sono immuni al contagio. Ma mentre 11 sembrano disposte a recepirlo, l’unica che si ribella è Carol Sturka (Reha Seehorn), una scrittrice di romanzi per casalinghe sentimentali. Cinica, diffidente, omosex e discretamente testarda, malgrado vicini, conoscenti e certi soccorritori ribadiscano le loro buone intenzioni – «vogliamo solo renderti felice» – lei non vuole assimilarsi ed essere rieducata dal virus dei buoni. I quali, ogni volta che lei respinge bruscamente le loro attenzioni, restano paralizzati in strane convulsioni, alimentando i suoi sensi di colpa. Il prezzo della libertà è una solitudine sterminata, addolcita dal fatto che, componendo un numero di telefono, può vedere esaudito ogni desiderio: cibi speciali, cene su terrazze panoramiche, giornate alle terme, Rolls Royce fiammanti. Quando si imbatte in qualche complicazione è immediatamente soccorsa da Zosia (Karolina Wydra), volto seducente della mente collettiva, o da un drone, tempestivo nel recapitarle a domicilio la più bizzarra delle richieste. A Carol è anche consentito di interagire con gli altri umani esenti dal contagio. Che però non condividono il suo progetto di ribellione alla felicità coatta: tocca a noi riparare il mondo. «Perché? La situazione sembra ideale, non ci sono guerre, viviamo tranquilli», ribatte un viveur che sfrutta ogni lusso e privilegio concesso dalla mente collettiva.
L’idea di questa serie risale a circa otto o nove anni fa, ha raccontato Gilligan in un’intervista. «In quel periodo io e Peter Gould (il suo principale collaboratore ndr) avevamo iniziato a lavorare a Better Call Saul e ci divertivamo parecchio. Durante le pause pranzo avevo l’abitudine di vagare nei dintorni dell’ufficio immaginando un personaggio maschile con cui tutti erano gentili. Tutti lo amavano e non importa quanto lui potesse essere scortese, tutti continuavano a trattarlo bene». Poi, nella ricerca del perché di questa inspiegabile gentilezza, la storia si è arricchita e al posto di un protagonista maschile si è imposta la figura della scrittrice interpretata da Reha Seehorn, già nel cast di Better Call Saul. Su di lei, a lungo sola in scena, si regge lo sviluppo del racconto. A un certo punto, provata dalla solitudine, ma senza voler smettere d’indagare anche perché incoraggiata dalle prime inquietanti scoperte, Carol cambia strategia, smorzando la sua ostilità…
Il titolo della serie deriva da «E pluribus unum», cioè «da molti, uno», antico motto degli Stati Uniti, proposto il 4 luglio 1776 per simboleggiare l’unione delle prime 13 colonie in una sola nazione. Gilligan ha trasferito la suggestione di quel motto a una dimensione esistenziale e filosofica, inscenando una sorta di apocalisse dolce per riflettere sulla problematica convivenza tra singolo e collettività. Per questo, in origine, Plur1bus era scritto con l’1 al posto della «i».

 

La Verità, 17 dicembre 2025

L’altro Benigni commuove narrando Pietro e Gesù

L’altro Roberto Benigni. Quello che prediligiamo, per intensità e passione, non disgiunte da umiltà e innocenza. Niente di studiato a tavolino, però, nel monologo di due ore Pietro – Un uomo nel vento che, prodotto da Stand by me e Vatican media, ha interpretato su Rai 1. Molta immedesimazione e l’abituale enfasi, travolgente ma consapevole, a pervadere una divulgazione appassionata, con tratti anche molto personali. Un racconto seguito da un pubblico di quasi 4 milioni di telespettatori (24,4% di share), numeri notevoli, in una serata densa di proposte, superiori a quelli di molte fiction ritenute di successo. 4 milioni di persone ad ascoltare il viaggio nei Vangeli per sviscerare il rapporto speciale tra Gesù e Pietro. Un rapporto presentato come «una storia di ragazzi» perché, a dispetto dei capelli bianchi in tutti i suoi ritratti, quando incontra il figlio del falegname, il pescatore ha 27, 28 anni. Quando ci si imbatte nel Vangelo, abbozza Benigni, «si può addirittura pensare che la vita abbia un senso…». A dimostrazione che «le cose importanti della vita non si apprendono, non si insegnano, ma si incontrano», chiosa quasi a parziale correzione di precedenti esibizioni pedagogiche. A conferma, nessuna concessione all’attualità politica, né eccentriche rivisitazioni europeiste, esaltazioni della Costituzione e nemmeno ammiccamenti all’inquilino del Quirinale Sergio Mattarella. Sarà per questo che, oltre agli stralci del testo contenuto nel volume edito da Einaudi concessi ai maggiori quotidiani, per il resto la grande stampa ha quasi ignorato l’esibizione del premio Oscar. Anche Benigni rischia di essere vittima dell’inscalfibile polarizzazione.

Per cominciare, nel prologo l’artista percorre la navata di San Pietro e visita la tomba del primo Papa della Chiesa in assoluto silenzio. Anche l’ingresso in scena, all’aperto nei giardini vaticani, senza le cadenze circensi dell’abituale Marcia del pinzimonio, conferma l’intonazione mistico contemplativa della serata. Da qui parte il viaggio di Benigni nel rapporto tra il Messia e il più istintivo degli apostoli. Uno che collezionava gaffe, rovinose cadute e rimproveri, ma al quale Gesù ha affidato le chiavi del suo regno. Che ci è venuto a fare a Roma un pescatore cresciuto in un paesino della Palestina di 800 abitanti, lui che non sapeva una parola di latino? È venuto per conquistare l’impero Romano al cristianesimo e sarebbe come se oggi un idraulico italiano che non sa l’inglese volesse convertire la popolazione di New York. Da quale forza è stato spinto Pietro? Per capirlo, dobbiamo addentrarci nella sua storia…

 

La Verità, 12 dicembre 2025

Il fumettone con buoni e cattivi di cui c’era bisogno

La tigre ruggisce, ma starei con i piedi ben piantati a terra. Dopo i primi due episodi di Sandokan, lunedì primo dicembre, con un inatteso boom di ascolti su Rai 1 (5,7 milioni di telespettatori, 33,9% di share), si sono lette recensioni inneggianti al ritorno della televisione e alla tv generalista resiliente. Sarà, ma già l’altra sera l’audience si è contratta a 4,4 milioni e il 27,6%, numeri sempre positivi, ma più normali. Cos’è successo di strabiliante? Una fiction con una trama nota, personaggi forti e facilmente identificabili, con scenari esotici (le coste della Calabria per rendere il Borneo e Singapore), un’atmosfera fiabesca e sconfinamenti nel fumetto, un robusto budget a disposizione di produttori di lungo corso (Lux Vide e Freemantle per Rai Fiction) conquista una grande fetta di pubblico: è il caso di esaltarsi? Siamo davanti a un racconto rassicurante di cui, forse, oggi si avverte il bisogno. A una serie meglio doppiata che recitata, nonostante il cast altisonante con Can Yaman nel ruolo della «tigre della Malesia», Alanah Bloor in quello della «perla di Labuan» e Alessandro Preziosi nei panni di Yanez de Gomera.

La trama viene romanzi dai Emilio Salgari. Sandokan è un pirata senza particolari ambizioni se non quella di proteggere la sua libertà e quella del «fratellino» Yanez fin quando, sull’isola di Labuan, sede del consolato britannico frequentato dall’ambiguo sultano del Brunei, s’imbatte in Marianna Guillonk, l’irrequieta figlia del console, corteggiata dal cacciatore di pirati e fumatore d’oppio, il capitano James Brooke (Ed Westwick). Grazie alla pratica della schiavitù, gli inglesi controllano anche la preziosa produzione di antimonio delle miniere e così Sandokan s’incarica anche di liberare gli uomini trattati come bestie dall’Impero britannico. Finché non arriverà a scoprire qualcosa di inatteso sul suo passato.

Insomma, da che parte stiano i buoni e i cattivi è ben chiaro: sarà questo il segreto di tanto successo? In un momento denso di nubi non si cercano troppe sfumature e complessità autoriali. L’analisi dei target conferma la visione intergenerazionale. C’è il pubblico stagionato che ricorda lo sceneggiato del 1976 ed è interessato a confrontare Can Yaman («sono dimagrito 10 chili, ho praticato equitazione, ho studiato il copione in inglese») con Kabir Bedi («mi fecero nuotare, cavalcare, tirare di scherma e correre, oltre che fissare intensamente la macchina da presa»). Ma c’è una anche quota di pubblico giovane, interessato ai muscoli e allo sguardo tenebroso dell’attore turco, fucina di gossip, come testimonia il tifo sui social di numerosi account femminili.

 

La Verità, 10 dicembre 2025

Taylor Sheridan fa ancora centro con Landman

Dopo che, alla fine della prima stagione, il proprietario dell’impero (John Hamm, quello di Mad man) lo ha nominato, sul letto di morte, presidente, il risolutore della grande compagnia petrolifera (il premio Oscar Billy Bob Thornton) deve uscire allo scoperto. Soprattutto deve allearsi con la vedova (Demi Moore) per respingere le mire dei concorrenti e delle banche che vogliono rientrare dai prestiti. «Ora sono io a capo del più grande gruppo petrolifero indipendente del Texas occidentale e vi dimostrerò in cosa sono diversa da mio marito: sono molto più cattiva di lui», è l’autopresentazione della signora alla cena dei notabili con cappello da cowboy.

La seconda stagione di Landman (persona che si occupa dei diritti minerari e delle terre nel settore del petrolio e del gas) in onda su Paramount+, un episodio ogni domenica, si annuncia ancora più provocatoria della prima. Al centro della scena c’è ancora di più il tuttofare interpretato da Thornton. Scafato, con metri di pelo sullo stomaco, caustico quanto basta. Ora, oltre a fronteggiare i cartelli della droga deve anche indirizzare gli investimenti e organizzare l’ufficio legale dove rivaleggiano due avvocati di sesso e generazioni diverse. Niente in confronto ai grattacapi che sorgono quotidiani dentro casa. Con il loro esibizionismo ad alto rischio in un universo tutto maschile, l’ex moglie (Ali Larter) e la figlia teenager (Michelle Randolph) costringono l’uomo a ricorrere con frequenza al cinismo già suo alleato nella gestione degli affari. Anche l’ombroso primogenito (Jacob Lofland) è fonte di preoccupazioni dopo che si è ingenuamente lanciato nel business dell’oro nero andando a cozzare con il marchio di un pericoloso trafficante (Andy Garcia). Le premesse sembrano interessanti.

Scritto da Taylor Sheridan (lo stesso di Yellowstone e Tulsa king), questo neo western, tratto dal podcast Boomtown di Imperative Entertainment e Texas Monthly che racconta la nuova epopea del greggio che ha «cambiato il nostro clima, la nostra economia e la nostra geopolitica», è sostenuto da un grande cast e da una cornice di scenari giallo polverosi e calienti. I dialoghi schietti e venati d’ironia dei manovali e dei miliardari protagonisti hanno procurato alla serie l’etichetta di prodotto «per maschi bianchi». Di sicuro non è roba per palati chic. Ma, detto questo, al netto del sentore di razzismo al contrario che emana un’espressione simile e considerato il tenore della produzione dominante in tutte le piattaforme, vien da replicare semplicemente: meno male, lunga vita alla scorrettissima Landman.

 

La Verità, 28 novembre 2025

Dopo il boom del tennis la Rai ripensi al suo sport

Il ciclone Coppa Davis si abbatte (anche) sul palinsesto di Rai 1. Posticipato di un’ora e mezza l’inizio del Tg1 di venerdì sera per vedere come andava a finire la partita al cardiopalma tra il nostro Flavio Cobolli e il belga Zizou Bergs. Cancellata, a furor di audience, Domenica in del pomeriggio festivo (salvo un piccolo assaggio con Mara Venier e il redivivo Teo Mammucari, proprio lui) per raccontare la finale che ci ha consegnato la terza insalatiera consecutiva. La piccola rivoluzione impone almeno un paio di considerazioni. Se la tv pubblica decide di rinviare l’inizio del telegiornale delle 20 e di spianare il contenitore per famiglie della domenica, istituzioni assolute di «nostra signora televisione», significa almeno due cose. La prima è che si è accorta dell’importanza dell’evento e del fatto che il pubblico lo segue con passione non trascurabile. La seconda è che, quando lo decide, anche la pachidermica Rai sa essere elastica e scattante.
Aiutati dalla buona piega presa dalla competizione, gli ascolti hanno premiato la capacità di reazione dei dirigenti di Viale Mazzini. Venerdì all’ora di cena il tennis azzurro ha conquistato 2,5 milioni di telespettatori e il 16,9% di share, mentre domenica pomeriggio il trionfo di Cobolli e Berrettini è stato seguito da oltre 3,6 milioni di persone (24,5%), oltre 5 milioni (con punte oltre i 6), sommando anche gli ascolti di SuperTennis, per il match finale. Sono numeri che giustificano le avance del presidente federale Angelo Binaghi: «Chiediamo alla Rai, d’ora in poi, di riconoscerci i diritti garantiti al calcio perché Cobolli non ha nulla in meno di Scamacca». Ma oltre alla rivendicazione di maggiori spazi e introiti dei dirigenti della Fitp, anche quelli della Rai potrebbero trarre qualche conseguenza dal boom di ascolti. In primo luogo, riconsiderando le scelte rinunciatarie riguardo l’acquisizione dei diritti di molte discipline sportive, dal rugby al basket. E, in seconda battuta, valutando un maggior impegno nella formazione di giornalisti e commentatori specializzati. Troppo improvvisata è risultata la coppia allestita per l’occasione composta da Maurizio Fanelli, tradizionale voce del basket, e Omar Camporese, non certo un habitué delle telecronache. Dov’era Adriano Panatta, abituale commentatore dei match di Jannik Sinner e volto fisso della Domenica sportiva? Mara Venier, invece, ha approfittato dell’inattesa vacanza per invitare i giornalisti del più importante quotidiano italiano e consolarsi con un doppio paginone autobiografico. I suoi inguaribili fan avranno potuto alleviare la crisi di astinenza.

 

La Verità, 25 novembre 2025