La Scala, la Murgia e l’arte mandata in frantumi

Ce l’avevano messa tutta la garrula Milly Carlucci e il sornione Bruno Vespa a convincerci che valeva la pena investire le tre ore dell’imbrunire di Sant’Ambrogio assistendo all’irripetibile edizione della Prima della Scala ai tempi del Covid in assenza di pubblico, con l’orchestra diretta da Riccardo Chailly e sparpagliata in platea, il coro distribuito nei palchi, le scene ambientate nel foyer, nel portico, nelle sale attigue e in tutto l’austero edificio progettato da Giuseppe Piermarini. L’occasione era solenne sebbene mancassero le signore ingioiellate, le contestazioni, il gossip sui chi c’era e chi no, il presidente della Repubblica e la Milano bene. A riveder le stelle rappresentava ugualmente, ancor più tra vincoli e rinunce, uno sforzo di composizione tra cultura alta e bassa, il meglio dell’opera soprattutto della tradizione italiana, Verdi, Puccini, Rossini, Donizetti, senza tralasciare Bizet, Wagner e il celeberrimo Lago dei cigni di Tchaikovsky, intervallati da citazioni di Ingmar Bergman ed Eugenio Montale affidate a Massimo Popolizio e Laura Marinoni o decorati dall’iconografia dell’artista contemporaneo Jack Vettriano e il suo Tango sotto la pioggia. Tutto questo sfarzo amministrato dalla regia innovativa di Davide Livermore che avrebbe usato in un’unica scenografia spazi e anfratti del teatro. Arie popolari, aveva insistito Carlucci, nelle quali il pubblico televisivo, anche quello meno avvezzo, si sarebbe finalmente ritrovato. Brani nobilitati, fra gli altri, dal tenore Vittorio Grigolo e dal soprano Marina Rebeka, e dalle partecipazioni prestigiose di Placido Domingo e di Roberto Bolle. Insomma, il meglio del meglio, imperdibile, avevano garantito i due super testimonial della Rai radiotelevisione italiana. Un grande tentativo di trasformare il momento di dolore in rinascita attraverso la bellezza, secondo le parole di Livermore. E, dunque, proviamoci…

Poi però – che dire? – è comparsa Michela Murgia di nero vestita. La quale, senza citare nessuno se non sé stessa, ha riscritto l’intero repertorio lirico mondiale come una storia di riscatto delle «classi marginali» servi, poveri e donne. Così, «Tosca anticipa il Meeto» e «La Traviata mette alla berlina l’ipocrisia borghese che alle donne ancora oggi perdona tutto, tranne la libertà…». E avanti alla rinfusa, in un basso revisionismo da «Se non ora quando». «Questo fa l’arte», ha concluso la scrittrice, «manda in frantumi il vecchio mondo». Già. Poi, però, arriva l’ideologia delle Michela Murgia a mandare in frantumi lei. Si fosse in platea alla Scala, a questo punto ci si alzerebbe per dirigersi al guardaroba. Accomodati invece nel salotto di casa, con un sospiro poco lirico, si porta la mano al telecomando. Non per scagliarlo contro lo schermo, mandandolo a sua volta in frantumi. Ma per cambiare canale.

 

La Verità, 9 dicembre 2020

Un idolo planetario è protetto dalla vita privata?

Non se ne può più dello tsunami di retorica che ci ha travolto da quando è morto Diego Armando Maradona, ritenuto dalla maggioranza degli addetti ai lavori il più grande calciatore di sempre. Non se ne può più dell’alluvione di iperboli, pianti, esaltazioni, devozioni, inginocchiamenti a favor di telecamera, tipo quello del campione del mondo Bruno Conti ai Quartieri spagnoli di domenica. Di quanto letto sui giornali ha già scritto con la sagacia che conosciamo Mario Giordano, ma ciò a cui si continua ad assistere nei vari talk show non solo calcistici è, se possibile, persino peggio. Non parliamo poi di ciò che avviene sui campi di gioco. Al minuto di silenzio prima delle partite e il lutto al braccio indossato da tutti, giocatori e allenatori, è stata aggiunta la stucchevole interruzione del gioco con applauso, al decimo minuto del primo tempo di ogni match. Sia chiaro, Maradona è stato un fuoriclasse assoluto, probabilmente, come detto, il più grande sul terreno di gioco. Ma, ahinoi, assai meno grande fuori dal campo. Messo insieme, questo show planetario si chiama idolatria e sa un po’ di disperazione: c’entrerà la tragedia della pandemia?

Ho perciò sperato che qualche distinguo ce lo regalasse Marco Tardelli, ruvido campione del mondo nel 1982 (siamo figli del suo urlo di rabbia felice dopo il gol alla Germania), coraggiosamente intervistato dalla compagna Myrta Merlino, napoletana, all’Aria della domenica su La7. Le premesse sembravano buone: «Si può giudicare Diego in tanti modi. Si può giudicare Maradona e poi Diego Armando Maradona perché credo che Maradona sia stato un capolavoro del calcio». Ma poi anche Tardelli è planato su Maradona antisistema, figlio della rivoluzione, figlio del popolo che cercava riscatto come Napoli, e l’hanno trovato insieme… Alla fine, Merlino ha mostrato l’intervista concessa al regista Emir Kusturica («Che giocatore sarei stato se non avessi sniffato cocaina»), rimproverando bonariamente Tardelli, solitamente ligio alle regole, di essere tollerante con il Pibe de oro: «Non sono tollerante, non entro nella sua vita privata. Della sua vita privata fa quello che vuole. Mi ha dato delle emozioni in campo, non per quello che ha fatto nella vita privata». E meno male. Ma quando si è idoli globali, com’è stato Maradona, la distinzione tra vita pubblica e privata sparisce. Ammiriamo le opere del pittore Caravaggio, condanniamo le sue azioni criminali. Sono sicuro che, a proposito di vita privata, lo sappia bene anche Tardelli, in quel momento intervistato dalla sua donna.

 

La Verità, 1 dicembre 2020

La docuserie delle Iene sulla lotta anti-Covid

C’è Alessandro, un ragazzo che ha scritto alle Iene perché non sapeva come fare a mandare un messaggio a suo padre di 77 anni, sedato in terapia intensiva. C’è Mario, un paziente anziano e paraplegico, da due settimane tra i sub intensivi. C’è Angela, un’ex farmacista già dializzata, prima ricoverata tra gli infettivi, poi entrata in terapia intensiva e ora finalmente riportata nella sezione infettivi. «Siamo tornati all’ospedale di Padova per raccontarvi come stiamo affrontando la seconda ondata», dice Alessandro Politi infilandosi camice, mascherina e visiera prima di imboccare il corridoio del Monoblocco, avamposto di 150 posti letto. È la quarta settimana che, come in una docuserie, Le Iene raccontano «La prima linea della lotta al coronavirus» a contatto con medici, infermieri e malati, con servizi arricchiti da brevi tutorial sulle parti più tecniche (Italia 1, martedì ore 21,20, share dell’8,7%, 1,6 milioni di spettatori). Si capisce cos’è la nutrizione parenterale per i pazienti che non possono mangiare. Si imparano i diversi modi di somministrare l’ossigeno in base alla gravità della malattia. Dottori e infermieri spiegano senza retorica le loro azioni. Politi e Marco Fubini aggiornano sullo stato di salute dei «nostri amici». Dopo aver parlato con Alessandro, il primario della terapia intensiva si presta a mostrare al padre il suo videomessaggio: non potrà vederlo, ma sentirlo sì… La distanza dagli affetti è la sofferenza maggiore. Lo dice anche Mario, sorridente sotto la barba lunga perché i suoi indicatori stanno migliorando. Passa la giornata «pensando». A cosa? «Alla famiglia, alle mie cose. Ventiquattro ore sempre in questa posizione, mi muovo solo per evitare le piaghe. La mente non si ferma mai. È durissima». Mostra la foto delle nipotine e dei compagni delle bocce, anche loro in carrozzella. Arriva il giorno del ritorno a casa: «Per me è come rinascere la terza volta». Camilla, la figlia di Angela, è incinta e, dopo un periodo già difficile – trapianto di rene, rigetto, depressione, nuova dialisi – è arrivato il Covid. Ma nell’attesa della nipotina ora la «quasi nonna» sta ritrovando il sorriso: «Voglio sperare positivo, si fa la stessa fatica che a pensare negativo. Quindi…». Politi torna da Alessandro con un filmato che mostra lo stato del papà: «Fa male vederlo così, ma l’ho rivisto e questo mi fa sperare, perché davanti alle difficoltà è un leone».

Volti, rughe, letti, speranze… Si capisce cento volte di più che cos’è il coronavirus da un servizio così che in dieci dibattiti tra virologi.

 

La Verità, 19 novembre 2020

Quante cose succedono sulla scacchiera di Beth

Scriveva Thomas Henry Huxley che «la scacchiera è il mondo e gli scacchi sono i fenomeni dell’universo». E, in effetti, quante cose succedono sulle tavole bianconere di Beth Harmon, la magnetica protagonista di La regina degli scacchi, la miniserie di Netflix interpretata da Anya Taylor-Joy, ideata e diretta da Scott Frank con la supervisione del campione Gary Kasparov e tratta dall’omonimo romanzo di Walter Tevis (The Queen’s Gambit), già autore dello Spaccone, insomma uno che con le storie di giochi di qualità ci sa fare. Dunque, dentro e attorno a questa scacchiera succede di tutto, ma principalmente avviene l’emancipazione da un’infanzia disgraziata – separazione dei genitori, incidente della madre, ingresso nell’orfanotrofio – di questa bambina dai capelli rossi che, dopo il divorzio anche dei genitori adottivi, crescerà ammaliante e inevitabilmente ribelle.

La scacchiera, dunque. È nel seminterrato del custode del rigido istituto – siamo nel Kentucky dei primi anni Sessanta – che Beth impara a conoscerne gli infiniti segreti, rivelando subito la sua formidabile predisposizione. «Quelle come te non hanno vita facile», preconizza il burbero ma paterno custode. «Sei due facce della stessa medaglia; da una parte il talento, dall’altra il prezzo da pagare. Non si può dire quale sarà il tuo di prezzo, avrai il tuo momento di gloria, ma questo non durerà, tu hai così tanta rabbia dentro, devi fare attenzione».

Calda, coloratissima, ritmata, piena di ottima musica e perfettamente confezionata nel vintage di abiti, rossetti, drink e arredi, c’è chi ha visto nella Regina degli scacchi «una Wonder woman senza superpoteri» che, superando il lastrico delle mortificazioni e delle dipendenze da tranquillanti e alcool, si impone in un mondo ossessivo nel quale le primedonne sono sempre gli uomini. Oppure c’è chi ha sottolineato «la rivalsa rispetto a come ha visto i mariti del tempo trattare le mogli». Tutto vero, certamente. Al punto che, a volte, la parabola del riscatto sconfina nella favola (l’adunata degli avversari da lei umiliati pronti ad assisterla). Ma forse l’originalità della storia è rintracciabile in ciò che succede nella tavola quadrettata, dove la protagonista riversa la sua rabbia forgiata di prodigioso talento. Così che la scacchiera, senza essere territorio per adepti, diventa esercizio di strategia, storia fantasy, thriller e, nelle partite lampo, spartito rap. O, più spesso, psichedelico, grazie all’additivo di quelle irrinunciabili capsule verdi, il famoso «prezzo da pagare». Perché, purtroppo, anche stavolta, non c’è genio senza la molto comprensibile sregolatezza.

 

La Verità, 14 novembre 2020

Sarà la pandemia… Mijena e Chicco hanno un core

Sarà la pandemia. O sarà la sintonia. O, infine, sarà l’età che avanza. O magari tutte e tre le cose insieme. Fatto sta che ieri sera, nella consueta rubrica Dataroom del lunedì che ripropone nel TgLa7 la ricerca realizzata per il Corriere della sera, Milena Gabanelli ha lasciato trapelare qualche tratto personale più del solito. Si parlava della situazione degli anziani – dei vecchi, dicendola schietta – e di come vengono assistiti e accuditi nelle strutture pubbliche e private, nelle Rsa del sistema sanitario, negli istituti profit e non profit e nelle case famiglia. Dati, numeri, profitti e perdite della situazione. Alla fine dell’intervento registrato, Gabanelli ha detto che «la terza età è stata scaricata dal pubblico e il Covid ne ha mostrato l’orrore. Ora il ministro ha istituito una commissione di saggi che si confronteranno sulle idee, poi diventerà una relazione e alla fine magari un libro», ha concluso con chiaro riferimento all’inopportuna pubblicazione licenziata e subito ritirata qualche giorno fa dal ministro Roberto Speranza (Perché guariremo, Feltrinelli).

Nel breve dialogo che è seguito tra Gabanelli ed Enrico Mentana, oltre la denuncia documentata del trattamento degli anziani «come spazzatura», è trapelato, piuttosto inedito, il lato umano dei due giornalisti, rappresentanti di un modo di fare informazione solitamente freddo, distaccato, terzo.

La prima faccenda sconcertante è che non esiste una vera mappatura della situazione degli anziani in Italia. «Non ce l’ha il ministero, non ce l’hanno le regioni, non ce l’hanno i comuni. La situazione è fuori controllo», si è accorata Gabanelli. «La cosa migliore che ci possa capitare è diventare anziani…», ha osservato. «L’alternativa è peggio», ha fulmineamente chiosato Mentana, senza la solita ironia. «Esattamente», ha convenuto l’ex conduttrice di Report. Il ministro si è accorto del problema e ha creato questa commissione piena di menti illuminate guidata da monsignor Vincenzo Paglia per il quale Gabanelli nutre «enorme rispetto». Ma il tutto suona un po’ come «affidate l’anima a Dio. Lo dico da credente», ha confidato. «Mi aspetterei un tavolo tecnico…». Invece.

Sarà la pandemia che «intenerisce il core». Sarà la sintonia su un certo modo di fare informazione. Sarà l’età, che per entrambi si approssima alla soglia della terza (per inciso, è anche la mia). Sta di fatto che, forse, per la prima volta, o almeno in modo abbastanza insolito, abbiamo constatato che anche Milena Gabanelli ed Enrico Mentana hanno un core.

La sofisticatezza di Guadagnino sa d’ideologia

Spiace, ma tocca dissentire. Dagli osanna diffusi, dai cori entusiastici, dagli ooohh di meraviglia. I media si sono sperticati: «Una serie mozzafiato» (Vanity Fair), «Un affresco vivente e finemente dettagliato» (The New York Times), «Sbalorditiva, a dir poco bellissima» (Rolling Stone), tanto per citare qui e là. Purtroppo no, non condivido tanta esaltazione. We are who we are – Siamo ciò che siamo di Luca Guadagnino l’ho trovata irritante e indisponente. Non solo per ciò che racconta. Soprattutto per l’operazione ideologica che contiene. Per il modo di fare cinema e televisione. Scientificamente intellettuale, astratto, programmaticamente altero. Un modo che, intervistato da Marco Giusti per Dagospia, il regista di Chiamami col tuo nome ha spiegato citando Bernardo Bertolucci: «Luca ed io lavoriamo sul cinema pensando non alla realtà, ma al cinema per arrivare alla realtà». Tutto chiaro, no? Lo spunto dell’opera non è la vita, ma la nostra idea, la nostra pensata per il cinema. Che, attraverso esercizi di stile più o meno riusciti, porta a narrare qualcosa che ci sta a cuore.

Una coppia di lesbiche con figlio al seguito precipitata dentro una base militare: non è una bella pensata? Non è un’idea pittoresca? Che dà la sveglia a un ambiente retrogrado come quello dell’esercito, sebbene americano. Credevate che i battaglioni dei marines fossero uno degli ultimi posti dove il bianco e nero sono ancora tali senza troppe sfumature e distinguo? Vi sbagliate. Ecco una bella centrifuga di opposti che fa saltare il banco delle convenzioni e dimostra che il mondo gender è avanti e i militari sono indietro. Che la fluidità e la scelta di genere sono il futuro e la famiglia tradizionale opprime le libertà ancor più delle gerarchie dell’esercito. È la trovata di Guadagnino per We are who we are, otto episodi in onda su Sky Atlantic (coprodotti da Sky e Hbo con The Apartment di Wildside, entrambe del gruppo Fremantle, e Small Forward) tra gli applausi generali della critica mainstream.

Unghie smaltate, capelli ossigenati, abbigliamento queer e auricolari perennemente innestati nelle orecchie, il protagonista Frazer (Jack Dylan Grazer) si aggira irrequieto tra gli edifici dell’enclave militare citando poeti sparsi. Siamo nel 2016, durante la campagna per le presidenziali americane, e la di lui madre (precedente matrimonio, inseminazione artificiale o maternità surrogata?), interpretata da Chloë Sevigny, è il nuovo capo della base, accolto con evidente disappunto dall’ufficiale nero e trumpiano (Kid Kuli), uso a tirare di boxe con la figlia Caitlin (Jordan Kristine Seamon), coetanea di Frazer.

La pensata è astrusa e artificiale, ma la trama è costruita ad arte. Con simili genitori, infatti, non è difficile immaginare che Frazer e Caitlin abbiano qualche problema di identità e finiscano per familiarizzare, scambiandosi vestiti, confidenze sulla loro irresolutezza, condividendo il rasoio per tagliare la prima peluria sopra le labbra. È questa indeterminatezza sessuale con le sue sfumature miste tra mascolinità e femminilità il centro della storia. Una volubilità per la quale, tanto per rendere la complicazione della vicenda, si è coniato l’ossimoro «normalità trasgressiva».

Nell’intervista citata Guadagnino ricorre spesso all’aggettivo sofisticato e precisa che la sua «arte è far sembrare improvvisata una serie ultra-scritta». Stia tranquillo, nessuno l’aveva sospettato. E non solo perché, tra gli sceneggiatori, oltre a Francesca Manieri c’è il premio Strega Paolo Giordano. Ma perché tutto, dall’idea di partenza fino all’ultima ripresa, è evidentemente studiato. In una scena del terzo episodio, la madre-comandante flirta con il suo attendente sul quale ha poco prima riflettuto a voce alta: «È il mio tipo, ma non il mio genere». Stupito, Fraser osserva poco distante insieme a Caitlin, tagliata a metà dall’inquadratura. Chi è davvero colpito dalla stranezza della madre è lui. We are who we are è questo esercizio di ambiguità e doppiezza, reso anche dai movimenti della cinepresa, senza mai un centro riconoscibile. Provvisorie e oblique le riprese, sfalsate le voci rispetto ai volti. Spesso qualcuno parla, pensa a voce alta senza comparire. L’effetto è un senso d’instabilità, volubilità, fuggevolezza. Oltre che nell’abbigliamento e nel minimalismo da bidet, la fluidità è resa dall’assenza di un fulcro visivo. L’occhio del regista rallenta sugli indumenti raggrumati a bordo piscina, sulle bottiglie di birra e di whisky vuote e sui posaceneri pieni dopo lo sballo post matrimonio improvviso e improvvisato tra il milite in partenza per la missione e la bella del posto. Quella parte di Laguna popolare che rimane sullo sfondo della storia. E dove, volendo fare un bagno di realtà, la sofisticatezza di Guadagnino probabilmente risulterebbe in tutta la sua artificiosità. Chissà che cosa direbbero gli avventori di un’osteria di Chioggia o i pescatori del porto di una coppia di lesbiche con figlio in una base militare americana.

 

La Verità, 20 ottobre 2020

Gassman e Sansa salvano la serie dagli stereotipi

C’è ancora Roma, con le sue periferie e i suoi paesi satelliti, al centro della nuova serie di Rai 1, Io ti cercherò, otto episodi coprodotti da Rai Fiction con Publispei e Verdiana Bixio, diretti da Gianluca Maria Tavarelli e interpretati da Alessandro Gassman, Maya Sansa, Luigi Fedele e Andrea Sartoretti (lunedì, ore 21,30, share del 20, 7%, 4,8 milioni di telespettatori). La capitale trasmette sempre un certo fascino e continua a svelare scorci inediti, soprattutto nei quartieri. Perciò, perché no? L’originalità non dev’essere l’asso nella manica di Rai Fiction, così, in queste nuove produzioni, si ha una percezione di déjà vu o forse, ancor più, di déjà entendu. Per esempio nella sigla e nell’accompagnamento musicale, efficace ma insistente.

Nella vita di un ex poliziotto (Gassman) ora benzinaio precario, i fantasmi del passato affiorano con il dolore della perdita dell’unico figlio per suicidio. Questa, almeno, è la versione fornita dagli inquirenti e dai medici legali. Dopo una rapida visita nell’abitazione dove il ragazzo risiedeva: «Non era la casa di uno che aveva in mente di uccidersi», al vicequestore ed ex fiamma (Sansa) bastano poche verifiche per scoprire che quella versione fa acqua da tutte le parti e convincere l’ex collega a scavare più a fondo.

Costruito su una buona sceneggiatura che alterna le parti investigative ai passaggi psicologici e sentimentali spesso proposti attraverso dosati flashback, Io ti cercherò si giova anche dell’ottima interpretazione di Sansa e Gassman. Nei misteri nascosti nel passato del protagonista – dall’espulsione dalla polizia al divorzio dalla moglie fino al distacco dal figlio – risiede verosimilmente il segreto della fine violenta del ragazzo. Proprio nel dipanarsi progressivo di queste ombre e del complesso rapporto tra padre e figlio, reso attraverso una lettera-confessione del ragazzo, si esprime il meglio della storia. Che invece tende a sbandare dove affiorano i tratti di una sociologia modaiola. Riesce infatti difficile immaginare come un ventenne che si pagava l’università consegnando pizze a domicilio, che portava i dreadlocks fino alle spalle, che appiccicava adesivi pro legalizzazione della marijuana, che in vacanza al mare, dopo aver visto affondare un barcone, si era fermato con la fidanzata alcuni giorni in un centro di prima accoglienza, in realtà fosse, come lei racconta al padre, «un salutista» che «andava a correre tutti i giorni, mangiava solo sano, niente salumi, niente dolci e sveniva se vedeva una goccia di sangue». Vedremo il seguito, ma già fin d’ora lo stereotipo sembra perfetto.

 

La Verità, 7 ottobre 2020

La storia vera del Forteto sembra una serie distopica

Il Forteto. S’intitolava così la docu-serie in due episodi (martedì e mercoledì 22 e 23 settembre) proposta da Crime+Investigation, il canale 118 della piattaforma Sky che ripropone casi criminali, molti dai risvolti morbosi, della cronaca nera italiana e internazionale. Il Forteto è il nome della comunità agricola creata da Rodolfo Fiesoli e Luigi Goffredi a metà degli anni Settanta nella quale, per decenni, si sono consumati soprusi, violenze e turpitudini ai danni di minori e ragazzi disabili, giustificati da un’ideologia perversa che, grazie alle testimonianze di alcune delle vittime, ha portato alla condanna definitiva dei due fondatori e di altre 14 persone. Essendo la fama della comune già di suo particolarmente sinistra, il regista Sergio Manetti e gli altri autori non hanno avuto bisogno di aggiungere altre connotazioni per contestualizzare ciò che è accaduto nella fattoria di 500 ettari che ospitava fino a un centinaio di bambini dati in affido dal Tribunale dei minori di Firenze. Con un’inquietante somiglianza a vicende più recenti, in alcuni casi i ragazzi venivano convinti a parlare di violenze in realtà mai subite nelle famiglie d’origine. Ora bastano le testimonianze dirette dei primi ospiti e degli ex ragazzi a precipitarci nei gorghi di una comunità lager che pretendeva di sovvertire le leggi di natura, demolendo la famiglia tradizionale per esaltare quella «funzionale» in cui i bambini erano figli di tutti, i rapporti eterosessuali osteggiati, quelli omosessuali favoriti. Una comunità basata sul plagio dei più giovani e dalla quale era impossibile fuggire. Era il carisma malato di Fiesoli, intruglio di religiosità e comunitarismo, a persuadere uomini e donne che, sebbene sposati, dovevano dormire separati, concedendosi invece a lui per liberarsi dalla «materialità» dell’attrazione per l’altro sesso.

Alternati alle foto d’epoca, ai servizi dei tg, agli interventi del dibattito parlamentare del 2015 in seguito all’interrogazione presentata dall’onorevole Deborah Bergamini, i racconti degli ex ragazzi, profondamente segnati da quelle esperienze portano il telespettatore in una realtà vista solo in certe serie distopiche. Questa però non è fiction. Se gli autori hanno scelto di privilegiare le testimonianze dei protagonisti, tuttavia colpisce la totale assenza della ricostruzione del contesto di omertà e di connivenze politiche  e istituzionali che per decenni, anche dopo i richiami della Corte europea dei diritti dell’uomo, hanno impedito di fare luce su una situazione tanto scandalosa.

 

La Verità, 25 settembre 2020

Buttare la disabilità in politica? O anche no

Alla fine la cosa migliore di O anche no, il programma dedicato alla disabilità, ideato e condotto da Paola Severini, in onda la domenica mattina su Rai 2, sono le facce dei ragazzi e le loro storie. Le facce dei componenti della band I ladri di carrozzelle, interpreti di stacchi musicali colorati (Le mille bolle blu, Il cielo è sempre più blu), e quelle di camerieri e aiutanti di cucina della Trattoria degli Amici gestita in cooperativa dalla Comunità di Sant’Egidio di Roma. «Da vicino nessuno è normale», dice la sigla che è un invito ad andare oltre i luoghi comuni: «I siciliani sono tutti mafiosi, i genovesi sono tutti tirchi, i partiti sono tutti uguali: o anche no». Appunto. La nuova stagione è iniziata il 20 settembre e non è certo una passeggiata allestire mezz’ora di testimonianze con portatori di handicap e ragazzi down rispettando le indicazioni sanitarie, dal distanziamento all’assenza del pubblico fino all’uso della mascherina. Paola Severini sollecita gli interventi e interloquisce con ospiti e collaboratori come Mario Acampa, conduttore della Banda dei fuoriclasse, programma di Rai Gulp che durante il lockdown si è occupato di aiutare i ragazzi con handicap, impossibilitati a seguire la didattica a distanza. Un’altra collaboratrice è Rebecca Zoe De Luca, studentessa disabile, la prima allieva carrozzata del liceo Berchet di Milano, nonché collaboratrice di testate glamour. Racconta di un ragazzo autistico che siccome faceva le bolle di sapone e bagnava la terrazza della vicina di casa si è visto arrivare gli uomini della polizia che l’hanno richiamato all’ordine. La seconda storia è ambientata nella Trattoria degli amici dove lavorano persone con qualche disabilità, tra i quali un sommelier curiosamente astemio. «Noi vogliamo creare un luogo integrato», spiega uno dei responsabili del progetto, «perché le cose migliori si fanno insieme». Purtroppo, in alcuni momenti, un certo afflato si sovrappone alla spontaneità schietta e senza sovrastrutture dei veri protagonisti delle storie. Come si coglie da un certo abuso dei termini «inclusivo» e «inclusività». Forse tollerabile perché, in un ambiente così, difficilmente sono sinonimo di omologazione e appiattimento delle differenze. Un po’ più fastidioso è quando si tende a buttarla in politica e sul «clima d’odio» con la famosa narrazione. Come nel caso di Stefano Disegni a proposito della polizia e del bambino che faceva le bolle: «Basta con gli immigrati che ci tolgono il lavoro e ci portano pure le bolle di sapone?». «Sì, ma quello era un bambino autistico», ha fortunatamente precisato Paola Severini.

 

La Verità, 22 settembre 2020

Il cuore nascosto di Petra farà quadrare la serie?

E se la faccia una risata ogni tanto», dice il capo della mobile (Riccardo Lombardo) a Petra dopo averle dato stringate istruzioni sulla reperibilità da garantire in assenza di un collega malato. «Come no, quando ce n’è motivo, volentieri», replica poco conciliante l’ex «avvocata» ora all’archivio della questura e, causa emergenza, spostata alla omicidi. Citando un vecchio gioco per bambini, verrebbe da commentare: fuochino. Non è tanto il fatto di ridere o sorridere, quanto di stare un attimo rilassati, togliendosi quel broncio stampato in volto. Insomma, il temperamento di Petra (Paola Cortellesi) che vive in una bellissima casa immersa nel verde, popolata di grilli «che servono per il ragno», è chiaro dopo due scene. E, verosimilmente, finirà per dividere il pubblico tra chi amerà questo cipiglio scorbutico e chi lo respingerà. Anche la sensazione che sia piuttosto complessa la quadratura del trapezio della nuova serie Sky original (con Cattleya e Bartleby film), quattro episodi lunghi tratti da altrettante storie di Alicia Giménez-Bartlett, da ieri su Sky Cinema, Sky Atlantic e on demand, è immediata. Sono tante infatti le variabili da mettere in equilibrio fra ambientazione, trama, personaggi e interpreti. Il primo azzardo è reinventare Cortellesi in un ruolo lontano dalla sua zona di conforto: una poliziotta anaffettiva, con due divorzi alle spalle, sempre in impermeabile nero, ispettrice senza mai aver indagato su un caso. La seconda scommessa è Genova, città trascurata dalla fiction nazionale, qui vista sempre di notte e prescindendo dal mare per sottolineare il gotico delle storie. Più semplice risulta l’alchimia tra gli opposti, Petra e il suo vice (Andrea Pennacchi), un vedovo arruffato, buona forchetta (Petra non cucina) e un filo moralista, al quale «non sta bene avere un capo donna» (che novità). Pian piano, però, la complementarità tra i due si afferma nelle indagini su una serie di stupri perpetrati nei carruggi da un giovane incappucciato che marchia le sue vittime sul braccio sinistro. Tra il ricomparire degli ex mariti di lei e il bilancio esistenziale di lui, l’intrigo noir della serie resta in secondo piano rispetto ai misteri privati dei due investigatori. Creare una nuova coppia italiana di profiler di ambientazione nichilista non è facile. Anche se, curiosamente, i dialoghi sfiorano le domande sulla felicità. Vuoi vedere che anche Petra ha un cuore? Sarà questo il tocco mediterraneo che dovrebbe differenziarla dai polizieschi nordici, tipo The Bridge e Bordertown?

 

La Verità, 15 settembre 2020