Blindato e autoreferenziale il Festival non ce l’ha fatta

È un Festival di Sanremo che non ce l’ha fatta quello che si è appena concluso. Non ce l’ha fatta, nonostante le buone intenzioni, a buttare il cuore oltre i protocolli. Non ce l’ha fatta a parlare al Paese. A regalargli qualche ora di spensieratezza, come si era prefissato (anche nella quarta serata gli ascolti si sono fermati a 8 milioni di telespettatori, 44,7% di share, 1,5 milioni in meno del 2020, 54,3%). Aveva davanti una parete verticale, il Festivalone, ma ha finito per retrocedere nel fortino della musica & gag, mentre là fuori tutto continuava come e peggio di prima, con i colori delle regioni che si scurivano e i segretari di partito che si dimettevano. Forse era troppo chiedere che una kermesse canora, «l’ultima festa patronale di questo gran paesone» (Marcello Veneziani), riuscisse ad alleviare il clima dell’Italia degli anni Venti. Le restrizioni hanno debilitato conduttori e artisti, consegnandoci un Festival convalescente. E tuttavia ci vuole un pizzico di pietà, uno spicchio di cuore, per giudicare sforzi e impegno di Amadeus, di Fiorello e dei tanti, forse troppi autori. Lo stesso pizzico di pietà che ci vorrebbe per accompagnare questa Italia piegata dalla crisi pandemica e, di conseguenza, ripiegata su sé stessa, di cui Sanremo è stato lo specchio fedele. Allora, forse, bisogna superare certi livori moralistici e dare il giusto merito ai conduttori del Festival dell’amicizia, Ama e Fiore.

Fosse stato per Amadeus, capace di pilotare la nave in porto metabolizzando anche gli inconvenienti tecnici (voto: 7), avrebbe fatto accomodare in platea 500 tra medici e infermieri per mantenere il contatto con la realtà prima ancora che con il pubblico. Non potendo avere le grandi star, tutte in ritirata, ha provato a portare sul palco le storie dell’attualità. Come quella di Alex Schwazer, il marciatore altoatesino vincitore di un’Olimpiade, squalificato per doping e ora sulla strada della riabilitazione. Poche parole, zero fronzoli, molta determinazione (7): caratteristiche comuni alle altre storie di rivincita sulle malattie (resilienza è vocabolo in odore di manierismo), raccontate dal giocatore di powerchair football, Donato Grande, e dall’attrice affetta da sclerosi multipla, Antonella Ferrari (8). E poi la storia dell’«incontro fortunatissimo» di Elodie con il pianista Mauro Tre che l’ha aiutata a ripartire, superando l’obbligo di «essere sempre all’altezza», consegnandoci una soubrette con un grande avvenire davanti (9 per tutto l’insieme). O Zlatan Ibrahimovic e l’amico Sinisa Mihajlovic sopravvissuto alla leucemia, pronti a cantare (meglio di qualche concorrente) Io vagabondo dei Nomadi. Proprio Ibrahimovic è stato protagonista del momento verità che per un attimo ha rotto la gabbia autoreferenziale in cui il Festival si è progressivamente infilato: l’ingorgo autostradale superato con il rocambolesco motostop trovato sotto la stella del tifo milanista. Il mio nome è Ibra, Zlatan Ibrahimovic (9 anche per l’autoironia). È sembrata una scena da film, era la realtà che irrompeva nella bolla dell’Ariston.

Se non ci si misura con lei, la realtà ruspante e fatta di imprevisto, restano il ripiegamento ombelicale e il birignao colto duro a morire. E qui di pietà ce n’è meno. Come classificare il cast musicale e i testi delle canzoni (4), intrisi di sentimentalismo e psicologismo, emblema di quell’Italia ripiegata? Nemmeno la serata delle cover è riuscita a rimediare, inaugurata dal narcisismo ridondante dei Negramaro di Giuliano Sangiorgi (5) che hanno farcito di archi, echi e fiati una storia scarna e scabra come quella di 4/3/1943.

Il Festival non ce l’ha fatta per le palate di autocompiacimento diffuso, patologia di troppi modesti showman prestati alla musica, sopravvalutati e mostrificati dal fashion, unghie smaltate, pizzi, tuniche, rossetti e mascara a tonnellate per tutti (viene quasi da rimpiangere Studio uno e Canzonissima: asta, orchestra e fascio di luce). A proposito, tolti Francesco Renga ed Ermal Meta, tutti cantavano in falsetto. Emblema e capofila è Achille Lauro (5 per l’impegno): intruglio granguignolesco di piume, lacrime e baci gay già beatificato a furor di social. Non ho l’età di Gigliola Cinquetti e Io che amo solo te di Sergio Endrigo sono poesia a confronto di tanto ciarpame.

Ma tant’è. Trionfano manierismo, monologhismo e autofiction da «io sono io». Ci è caduta, ahinoi, anche Barbara Palombelli con un’esortazione da quote rosa con invito alle donne «che tengono il Paese» e alle ragazze «a studiare fino alle lacrime»: perché «non andremo mai bene, non saremo mai perfette» e ci diranno che siamo così e siamo cosà (6 di stima). Almeno lei «l’empowerment femminile» l’ha davvero portato sul palco. A differenza della supermodella Vittoria Ceretti che, non pervenuta, lo ha solo annunciato via intervista (5). Se la costruzione ideologica non buca il video, l’apparato erudito separa dalla realtà, come ha confermato lo stridio dell’arrampicata del direttore di Rai 1 Stefano Coletta per giustificare «il declivio degli ascolti» (3). Infine, un pensiero per Fiorello che, avendo dato l’anima come Amadeus, stramerita quel pizzico di pietà. È il miglior showman del bigoncio, il mattatore alla Walter Chiari che dobbiamo preservare. Ma è anche colui che rappresenta meglio il momento perché ha patito più di tutti le poltroncine vuote e l’assenza di applausi a scena aperta (7,5, frutto della media tra genialità, musical e ripiegamento). Ha citato, imitato e duettato, grazie a Dio sdrammatizzando, con Achille Lauro (e con tutti). Ha cazzeggiato e improvvisato, riproponendo però la formula dell’anno scorso. Solo che nel frattempo là fuori era tutto drammaticamente cambiato. E il copione collaudato – i due amici, le storie, la leggerezza – non poteva bastare per interpretare la nuova Italia che ci è implosa tra le mani.

 

La Verità, 7 marzo 2021

Onore e legge sacrificati sull’altare del padre

Nei primi dieci minuti di Your Honor ci saranno una ventina di parole, ma la tensione è già a mille e la storia scolpita nel marmo. Cadenzata, magnetica, ossessiva, la serie di Showtime in onda su Sky Atlantic si avvale di dialoghi densi e di una sceneggiatura impeccabile, costruita come un gorgo scorsoio nel quale affonda Michael Desiato (il Bryan Cranston di Breaking Bad), il più autorevole giudice di New Orleans, che vive con il figlio diciassettenne Adam (Hunter Doohan). Il giorno dell’anniversario della morte della madre, Adam investe con l’auto un coetaneo e, preso dal panico, fugge lasciandolo morire sulla strada. Senonché la vittima è figlio del boss mafioso più potente della città (Michael Stuhlbarg), e costituirsi significherebbe consegnarsi alla vendetta in carcere. Da questo momento inizia la strategia di depistaggio del padre per difendere il ragazzo. Una strategia che, di violazione in violazione, lo porta a infrangere la legge e i principi su cui ha costruito tutta la sua esistenza, ora priva anche del conforto di una compagna. La risposta alla domanda «che cosa sei disposto a fare pur di salvare tuo figlio?» che soggiace alla vicenda è una vita schizofrenica. Ma se il titolo cita il modo in cui nei tribunali americani sono chiamati i giudici, con lo scorrere dei fatti l’onore è puntualmente infranto. È infatti il ruolo del padre a prendere il sopravvento su quello del magistrato.

Illuminato da una luce fredda e da una scrittura rarefatta, Your Honor è il thriller drammatico migliore degli ultimi anni e meriterebbe un maggiore approfondimento per i concetti toccati. Come quello dell’onore, legato alla statura e alla rettitudine del soggetto da cui derivano stima e rispetto, e oggi dai social banalmente equiparato alla reputazione. E poi, soprattutto la meditazione sulla paternità. Che, con lo scorrere degli episodi, si giova del confronto-scontro tra l’uomo di legge e l’uomo del crimine, quasi accomunati dalle loro storie di uomini scafati eppure fragili e incerti in quanto genitori privi di una prospettiva di redenzione. «L’amore di un padre per un figlio è qualcosa di incondizionato», dice a un certo punto il boss mafioso. «È un amore capace di trasformarti in un modo che non avresti mai creduto», gli fa eco il giudice. Ha scritto Charles Péguy sull’argomento: «C’è un solo avventuriero al mondo, e ciò si vede soprattutto nel mondo moder­no: è il padre di famiglia. Gli altri, i peggiori avventu­rieri non sono nulla, non lo sono per niente al suo confronto».

 

La Verità, 28 febbraio 2021

Alla ditta Luisa&Luca van bene pure le sinergie

Con questi risultati bisogna dar ragione a Luisa Ranieri e Luca Zingaretti, nuova coppia dell’italica fiction. Il primo episodio di Le indagini di Lolita Lobosco, ispirate ai romanzi di Gabriella Genisi (pubblicati da Sonzogno e Marsilio), trasmesso domenica sera da Rai 1, ha ottenuto ascolti record: 31,8% di share, 7,5 milioni di telespettatori. Dire numeri «alla Montalbano», è fin troppo facile. Ma l’ombra di Zingaretti si stende fin dall’inizio sul successo di Lolita Lobosco. Fu proprio lui, infatti, a leggere le storie della Genisi e a bloccarne i diritti televisivi con la Zocotoco, la società di produzione che condivide con la moglie. Gli altri soggetti coinvolti nel progetto di Rai Fiction sono la Bibi Film Tv di Angelo Barbagallo e la Apulia Film Commission, attivissima come le altre consorelle del nostro Mezzogiorno. Non a caso la nostra fiction è tutta tra Napoli, la Sicilia, Matera e la Puglia.

Dopo anni al Nord, Lolita Lobosco torna nella Bari delle origini. Ma ritagliarsi credibilità come vicequestore per una donna che «ha la quinta di reggiseno» in un commissariato che pullula di uomini non è facile. Il copione però è questo: nella prima scena, mentre ritira dallo stendino un completo di biancheria intima, le mutandine le cadono nella piazza sottostante, dove scopre che qualcuno le ha rubato la Bianchina. Meno male che il fruttivendolo ambulante conosceva il padre contrabbandiere, così ora può scortarla in questura. Dove Lolita è pronta a interrogare l’ex fidanzato, che in gioventù l’aveva bruscamente lasciata, sospettato di stupro. Appena scagionato, i due si affrettano a recuperare il tempo perduto tra le lenzuola. Salvo esser svegliati dagli agenti perché sul capo dello sfortunato ex fidanzato ora pende il sospetto di omicidio. Nonostante il questore (Ninni Bruschetta) sia costretto a toglierle il caso, Lolita continuerà indomita le indagini, alternandole a serate in casa della sboccata madre (Lunetta Savino) e a sedute di jogging, inutili ai fini delle azioni di polizia nelle quali non rinuncia mai al tacco dodici.

Pur apprezzando lo sforzo, non si può non dire che la definizione del filone poliziesco giallorosa appare ancora lontana. Sceneggiatura e dialoghi risultano approssimativi. Tuttavia, visti i numeri, hanno indubitabilmente ragione Luisa Ranieri e marito. Comparsi sinergicamente in coppia anche nello spot per un marchio di pasta del primo break pubblicitario, che conteneva anche quello di una linea cosmetica caldeggiata da lei e il promo dei nuovi episodi del Commissario Montalbano. Alla fine, nella piazza sotto casa, Lolita ritrova pure la Bianchina…

 

La Verità, 23 febbraio 2021

Il tour di Casalino alla ricerca di una second life

Prosegue il tour di Rocco Casalino alla ricerca di un roseo futuro dopo gli anni da secondo(?) uomo più potente d’Italia. Prima un’intervista a Diego Bianchi (La7), poi un’ospitata a Quarta Repubblica di Nicola Porro (Rete 4) e un passaggio a Otto e mezzo, la ridotta della resistenza contiana (martedì a DiMartedì, mercoledì ad Accordi & disaccordi sul Nove). L’argomento di vetrina era la comunicazione del nuovo governo. Draghi dovrebbe parlare di più, il suo silenzio potrebbe essere un problema, ha preconizzato Casalino. Anche perché, chi continua a parlare sono i leghisti, perdindirindina. Che ne pensi Beppe Severgnini? È un istinto indomabile, non riescono a tacere, ha detto con un fremito di stizza alla Maggie Smith l’opinionista della scuderia Cairo. E tu Andrea Scanzi, cosa pensi di questo fatto che la Lega parla? ha incalzato Dietlinde Gruber soffiando dalle narici. Cos’abbia risposto l’autore de Il cazzaro verde è facile immaginare. Quel che non meraviglia più è anche che – con il lockdown duro e puro auspicato da Walter Ricciardi, i vaccini introvabili, il super commissario Domenico Arcuri sotto inchiesta, le primule appassite prima di fiorire, la presentazione del GovernoSalvaItalia in Parlamento e le quote rosa sbiadite a sinistra – con tutto questo, il problema è sempre la Lega. Del resto, il mantra è decollato durante la trattativa per il Draghi uno e anche ora la mission è la medesima: piazzare il faccione di Salvini al centro del muro e distribuire le freccette ai complici. Nel frattempo, per dare una nuova identità da spendere nel reality, Il Portavoce (Piemme) era già stato rinominato ingegnere («mi piace ingegnere», il plaudente Severgnini). Con la minuscola, essendo la maiuscola già assegnata. Ora, però, abbiamo un problema: che farà Rocco da grande? Si candiderà, vero? gli ha chiesto la padrona di casa. Chissà, forse, le proposte sono tante, anche dalla televisione… «Oddio, l’ho detto male», si è corretto l’ex portavoce, precisando che trattasi di «giornalismo». Però Lilli voleva mandarlo a tutti i costi in Parlamento e, ottenuto un mezzo sì, è passata ad altro. Sia mai che a qualcuno venga in mente di dargli un talk show su La7.

P.s. Forte dell’ospitata di Casalino, Gruber aveva registrato la puntata perdendosi le scuse del Corriere della sera per la ripubblicazione online di un’intervista di Renato Brunetta del 22 giugno scorso. Così, Scanzi ha potuto dire, senza essere corretto, che «Brunetta ha fatto arrabbiare tutta la pubblica amministrazione perché ha detto che non bisogna più fare smart working». Si sa, quando c’è da colpire l’avversario, anche le verifiche diventano più blande.

 

La Verità, 17 febbraio 2021

Su Rai 3 a caccia di vaccini nell’Eden di Fazio e Obama

Menù corposissimo, fin troppo, nell’ultimo episodio di Che tempo che fa (Rai 3, domenica, ore 20, share del 13,1%, 3,5 milioni di telespettatori). Mondiali di sci, vaccini, Draghi, Obama… Dopo l’epica piagnucolosa del «nostro editorialista» Roberto Saviano, che ha condito con Bella ciao il caso di Patrick Zaki, si è aperta la «lunga pagina politica» con ospiti d’eccezione: Giovanna Botteri fresca di tinta, il direttore del Foglio Claudio Cerasa, l’immancabile Carlo Cottarelli e il direttore della Stampa Massimo Giannini, collegato da Roma. In una settimana è cambiato tutto, oibò, ma noi siamo pronti ad allinearci con una una fragrante elegia del premier incaricato da Mattarella. Purtroppo c’è un problema che si chiama Matteo Salvini, convitato di pietra non solo di questo talk. Alla sua «conversione manca che inviti Carola Rackete a un congresso della Lega o che diventi interista. Però non si deve ironizzare», ha chiosato Cerasa dopo averlo fatto in abbondanza. Invece, «bisogna incassare il risultato della svolta», ha esortato Giannini, dando per scontata l’identità del padrone della cassa. Vaccinato Draghi dai «sovranisti», è toccato ai vaccini veri e propri con Roberto Burioni e Franco Locatelli, presidente del Cts. Intanto, il ritardo si accumulava e Fazio fremeva per la presentazione dell’autobiografia di Obama edita da Garzanti: Una terra promessa («come una canzone di Eros Ramazzotti», Littizzetto). E qui ha preso corpo il capolavoro della serata, le domande di Fazio. In questo libro «si raccontano le ansie, le attese, le soddisfazioni, le delusioni, la quotidianità e, se mi posso permettere, i suoi dubbi», ha argomentato con perspicacia il conduttore, «e a me è piaciuto molto pensare che il dubbio non sia una debolezza, ma un necessario tempo di riflessione». Càspita. Obama ringraziava, mentre Fazio riprendeva a leggere da un foglio… «Ciò che è giusto è stato sostituito da ciò che è conveniente, la complessità dall’istantaneo…». Il distillato luogocomunista diventava zibibbo con la parola chiave: «Esiste un vaccino contro le diseguaglianze?». Obama annuiva educato, nella speranza che non gli si chiedesse di svelare la formula della pace nel mondo. Ma, purtroppo, anche nell’Eden del conduttore italiano e dell’ex presidente americano, il tempo scorreva inesorabile e Fazio era costretto a sbrigare in un crescendo ansiogeno i successivi collegamenti con i corrispondenti Rai sulle vaccinazioni all’estero, l’intervento di Burioni su Sputnik e la presentazione di Lei mi parla ancora con Renato Pozzetto e Pupi Avati…

 

La Verità, 7 febbraio 2021

La caserma, un giocoso esperimento sociale

Dopo il successo del Collegio e, in attesa di Ti spedisco in convento (in primavera su Discovery+), sempre su Rai 2 è arrivata La Caserma, format prodotto da Blu Yazmine in cui 21 ragazzi tra i 18 e i 23 anni vengono introdotti alla vita militare (mercoledì, ore 21,30, share del 7,6%, 1,7 milioni di telespettatori). Si potrebbe osservare che questi docu-reality improntati alle regole e alla disciplina servono a vellicare soprattutto un certo sadismo degli spettatori più avanti con gli anni e a soddisfare il moralismo degli adulti affezionati al ritornello dei «miei tempi», facendo leva su un larvato conflitto generazionale. Tuttavia, è evidente che si tratta di un tipo di televisione che coglie una tendenza a recuperare quei luoghi collettivi che avevano per ragione sociale un’intenzione formativa. La scuola severa, la naja o il seminario erano, «ai tempi», istituzioni che venivano in appoggio alla famiglia, nucleo educativo di base. Nella società liquida, dove la stessa famiglia è in continua, e generalmente peggiorativa, evoluzione, anche quelle sono scomparse o ridotte a realtà di ultra nicchia. Qualcuno ne comincia a sentire la mancanza, tanto più in considerazione del fatto che il futuro della generazione Z sarà verosimilmente più complesso di quanto lo è stato per i loro genitori, a maggior ragione se, come si vede, crescono immersi nelle comodità.

Nella Caserma, tra i monti di Levico, la cura cui vengono sottoposti i partecipanti comincia con la privazione dei cellulari, il taglio dei capelli e l’eliminazione dei piercing, e prosegue con i primi rudimenti della vita militare: alzabandiera, addestramenti, spirito di squadra, autogestione di spazi individuali e comuni. Tutto alimentato dalla competizione tra i concorrenti e gli scaglioni di reclute, «arruolati» in tempi diversi. Per continuare a riavvicinare il pubblico giovane alla rete, nel format a metà tra corso di sopravvivenza ed esperimento sociale, il casting e il montaggio sono decisivi. Così, in ossequio alle mode e al marketing, tra i concorrenti troviamo i gemelli star di TikTok, il rapper ribelle, la ragazza lesbica, lo studente pakistano con q.i. sopra la media, l’influencer, l’insegnante di yoga e il reduce dal Collegio: non proprio ragazzi qualsiasi. Quanto agli istruttori, dietro la mimetica e l’aria burbera si celano padri o fratelli maggiori forse un tantino più compassionevoli di quanto ci si aspetterebbe. A conferma che, più che a un docu-reality, siamo di fronte a un game adventure che ambisce a coinvolgere un pubblico inter-generazionale.

 

La Verità, 5 febbraio 2021

De Giovanni fa bingo su Rai 1 orfana di Montalbano

Il Montalbano napoletano ha le visioni. Il Montalbano partenopeo vede spiritelli ammonitori. Il Montalbano vesuviano è anche lui un estimatore delle belle donne. Solo che è più tormentato del commissario di Vigata (Porto Empedocle). Scopriremo strada facendo le ragioni di questi turbamenti e i motivi che lo inducono a limitarsi a spiare dalla finestra di fronte i ricami della timida ma intrigante dirimpettaia. Intanto scorrono le indagini de Il senso del dolore, primo episodio del Commissario Ricciardi, serie prodotta da Rai Fiction e Clemart srl e tratta dai romanzi omonimi di Maurizio de Giovanni, piazzata nella prima serata di Rai 1 per accontentare l’affezionato pubblico del giallo mediterraneo, orfano della formidabile creatura di Andrea Camilleri.

Ci vorranno parecchio tempo e numerose prove vinte per poter dire che Ricciardi is the new Montalbano, ma che il tentativo sia questo è fatto dichiarato ed esplicito (lunedì, ore 21,35, share del 24,1%, 5,9 milioni di telespettatori). Troppe le somiglianze nella lentezza delle investigazioni, nella composizione del cast, nei rapporti con il mellifluo vicequestore, con l’arguto medico legale e il prete melomane.

Nella vitale e coloratissima Napoli degli anni Trenta, Luigi Alfredo Ricciardi (Lino Guanciale), impermeabile d’ordinanza e ricciolo che sdrammatizza il temperamento introverso, è chiamato a indagare sull’omicidio della star della lirica amico del Duce, avvenuto durante la rappresentazione di Pagliacci al Regio Teatro san Carlo. Come da copione, l’arrogante tenore è inviso ai colleghi per i soprusi e la spudorata condotta di adultero incallito. Al punto che la bella e misteriosa moglie (Serena Iansiti) è la prima presunta colpevole. Ma con l’aiuto del fedele brigadiere (Antonio Milo) e le soffiate di un femminiello (Adriano Falivene), il corso delle indagini devia verso un dramma della gelosia più pop e ruffiano («Credo alla fame e all’amore», ripete Ricciardi, i motivi per cui «continuo a veder morire»).

Curato nelle scenografie e nei costumi, con le visioni dei fantasmi delle vittime di cui coglie l’ultimo pensiero, grazie alla regia ironica e volutamente eccessiva di Alessandro D’Alatri, Il commissario Ricciardi fonde elementi mistery nel copione del poliziesco a tinte mélo. Dopo il rodaggio dei Bastardi di Pizzofalcone su Rai 2, de Giovanni fa l’en plein sulla prima rete, dov’è attualmente in onda anche con Mina Settembre, quasi che la Rai sia a corto di alternative. Del resto, l’autore napoletano è prolifico almeno quanto Camilleri: auguriamoci non sia altrettanto militante.

 

La Verità, 27 gennaio 2021

The Undoing e la falsità, arma di difesa dei ricchi

Si poteva fare meglio, certo. Si può sempre, dato che la perfezione terrena non esiste. Però avercene di miniserie così. Un thriller psicologico che evolve in legal drama, catapultandoci nell’Upper East di Manhattan, case, alberghi, ristoranti, salotti con pianoforti e gallerie d’arte che già da sole fanno, come si dice, storytelling (aiuto!). E poi ci sono le telefonate in terrazza con vista sull’East River e i cappottini fluttuanti di Nicole Kidman, la psicoterapeuta Grace, sposata con Hugh Grant, l’oncologo pediatrico Jonhatan Fraser, genitori di Henry, adolescente iscritto all’esclusivo collegio dove si organizzano aste di beneficenza con le quali le mogli dell’alta borghesia appagano il loro desiderio filantropico. Perché poi è qui, nell’ipocrisia, il focus narrativo di The Undoing (Sky Atlantic e on demand), sei episodi tratti da Una famiglia felice di Jean Hanff Korelitz con la regia di Susanne Bier. Una miniserie Hbo che prosegue la riflessione sulla menzogna iniziata dal produttore David E. Kelley in Big Little Lies. Anche lì c’era Nicole Kidman e anche lì ci trovavamo nell’alta borghesia, solo insediata nelle ville sul mare di Monterey in California. E anche qui c’è da scoprire il colpevole dell’omicidio di Elena Alves, l’artista impersonata da Matilda De Angelis (Veloce come il vento e la sottovalutata Tutto può succedere), cui è stato fracassato il cranio a martellate, indiziatissimo Grant, suo ambiguo amante. Che farà la moglie, starà al fianco del marito infedele, ma non assassino? E la sua professione di strizzacervelli l’aiuterà ad avere la giusta distanza nel vedere più a fondo? Tutto ruota attorno alle «verità non dette» (il sottotitolo) che si scoprono strada facendo, mentre gli interrogativi si accavallano tra stereotipi un po’ prevedibili: i mariti fedifraghi, a cominciare dal padre di Grace (il sempre magnetico Donald Sutherland), i bambini vittime terminali delle menzogne, i neri più retti dei bianchi, la complicità femminile che sovverte l’inerzia. Sì, certo, si poteva fare meglio. Nella recitazione, in qualche dialogo, nella promozione («la serie che ha sconvolto l’Europa»). Però, la storia c’è e con autocritica sociale incorporata. «Gli investigatori non la credono sincera», dice a Grace la tosta avvocatessa interpretata da Noma Dumezweni. «Perché?». «Perché è quello che i ricchi e gli altolocati fanno se sono minacciati. Tengono nascoste scomode verità. Per proteggere sé stessi, la loro famiglia, il loro ruolo nella società, la loro immagine pubblica. E credono di poterla fare franca soltanto perché sono facoltosi». Fischiano le orecchie a qualcuno?

 

La Verità, 19 gennaio 2021

La musica gira bene, peccato le soste retoriche

La parte migliore è proprio ciò che gira intorno. La musica, appunto. E la splendida scenografia di case colorate (dove sarà?) del Teatro 1 di Cinecittà world. E poi alcuni duetti e alcune partecipazioni scanzonate pur trattandosi di canzoni. Ma anche di qualche gag leggera dispensata con tonalità affettuose nel clima generalmente amichevole. Il peggio sta invece nei monologhi accorati, nelle omelie da pensiero uniforme, nella sottolineatura dell’importanza dei testi delle canzoni, a volte un tantino grondanti: «E poi e poi e poi sarà/ che quando sento di voler salvare il mondo/ poi succede che/ è lui che salva me» (Padroni di niente). Peccato, Fiorella Mannoia. Proprio ora che si era esposta in occasione della bigotta polemica contro Grease, giudicato omofobo e misogino: «Questo politicamente corretto sta diventando insopportabile», aveva twittato, condividendo le critiche del sindaco di Bergamo Giorgio Gori, ex direttore di Canale 5. Peccato, dunque, che La musica che gira intorno sia stata farcita di troppa retorica, sui drammi della pandemia rivisitati da Ambra Angiolini o sull’amore tra due donne interrotto dalla guerra («La lettera di Valerie» da V per vendetta) recitato con occhi lacrimanti da Sabrina Impacciatore (Rai 1, venerdì, ore 21,30, share del 17%, 4 milioni di telespettatori). In apertura non era mancato anche il ricordo della Shoah di Edoardo Leo, con la citazione del colonnello inglese Mervin Willett Gonin che ha raccontato il sorprendente arrivo dei rossetti nel campo di concentramento di Bergen Belsen: era l’introduzione a Credo negli esseri umani di Marco Mengoni. E avrebbe potuto bastare come momento di riflessione.

Il meglio è arrivato invece dalla musica. A cominciare proprio da Canzone di Lucio Dalla, interpretata da Antonello Venditti e Francesco De Gregori, come incipit della serata, partita in crescendo. Con la Mannoia, versatile padrona di casa nell’affiancarsi ai tanti ospiti, soprattutto maschili. Sulle ali della nostalgia il duetto con Claudio Baglioni (Il mondo, Io che non vivo…); aperto dalla leggerezza di Panariello quello con Andrea Bocelli, concluso dall’Hallelujah di Leonard Cohen; intenso nella gara di voci quello con Giorgia, pronta all’autoironia sull’abbigliamento da lockdown; serioso quello con Luciano Ligabue; giocoso quello con Gigi D’Alessio e Achille Lauro in Tu vuo’ fa’ l’americano e Eri piccola. Introdotti dalla gag di Alessandro Siani: «La musica gira intorno perché non trova parcheggio?». Già, sarebbe un peccato se, gira che ti rigira, finisse per trovarlo in zona sinistra da salotto.

 

La Verità, 17 gennaio 2021

Perché lo show di Beppe Fiorello è eccezionale

Coraggioso, Beppe Fiorello, a mettersi in gioco per due ore e mezza raccontando la storia della sua famiglia, di papà Nicola, di mamma Sarina, dei fratelli, del cugino spaccone, di Joe Conforte, concittadino di Augusta emigrato nel Nevada, dove aprì la prima casa chiusa legale. Coraggioso ed eclettico, riempie la scena variando tra memoria, dialoghi, retroscena, digressioni, canzoni. Nel lungo monologo calibrato sulla storia parallela e spesso intrecciata fra il padre e Domenico Modugno che compone Penso che un sogno così ci sono poche concessioni al mainstream (Rai 1, lunedì, ore 21,35, share del 12,3%, 2,8 milioni di telespettatori). È una storia tutta al maschile, per esempio, senza essere maschilista. È una storia patriarcale, senza essere mai irrispettosa dell’universo femminile, anzi. Semmai, com’è inevitabile, affiora qualche cedimento al sentimentalismo e all’autoreferenzialità. Un certo compiacimento meridionale, l’interminabile viaggio in auto per andare a trovare la nonna sulle note della Lontananza… Ma era nel contratto, trattandosi di un esterno di famiglia siciliana su repertorio di Modugno («siculo» d’adozione). «Stasera siamo qui: io, mio padre e tu», dice Beppe rivolto alla gigantografia. Dal dopoguerra, passando per il boom economico, si arriva alla fiction in cui interpreta l’artista di Polignano a Mare, cinquant’anni d’Italia visti con gli occhi del picciriddu che non parla mai, ma osserva la somiglianza di papà Nicola e dell’idolo Mimmo. E che ben presto – un po’ come Rosario in Volevo fare il ballerino – inizia a coltivare il «sogno inconfessabile» di diventare attore, cantante. Intanto, le biografie degli adulti continuano a sovrapporsi tra canzoni e aneddoti, successi e serenate. Quando Modugno vince Sanremo nel 1958 con Nel blu dipinto di blu, e le sue braccia spalancate diventano ovunque sinonimo di solarità e ottimismo, Nicola e Sarina si fidanzano e ce n’è abbastanza per vedere i segni del destino che seguiteranno a contrappuntare le vite dei Fiorello. A fine show compare, discreto, anche Rosario per duettare su Tu si’ ’na cosa grande, una delle perle del canzoniere che comprende Amara terra mia, Vecchio frac, Meraviglioso, Piove (Ciao ciao bambina)…

Coraggioso, Beppe Fiorello. Ma anche fortunato e attento a riconoscere nel padre e in un grande artista le tracce sulle quali provare a realizzare il sogno della giovinezza. Ora che è considerato una figura da ridimensionare, uno show come atto di gratitudine verso il padre è letteralmente un evento eccezionale.

 

La Verità, 13 gennaio 2021