Sì, la musica unisce, ma un po’ anche sdilinquisce

Esperimento riuscito a metà. Difficilmente #musicacheunisce diventerà un format ripetibile. Gli ascolti non sono stati esaltanti, ma non è questo il punto (Rai 1, ore 20,30, share del 14,1%, 3,6 milioni di telespettatori). Il punto è che retorica e sentimentalismo hanno frenato gli entusiasmi. La tragedia è entrata nel midollo del Paese e forse, dopo i primi giorni, la risposta canzonettara comincia a mostrare la corda. Se si vuol evadere dagli approfondimenti pandemici in tutti i sensi, meglio buttarsi direttamente su un film. La via di mezzo, melodia con uso di morale, non convince più. «Il nostro Live aid», esagerazione del direttore di Rai 1 Stefano Coletta, si componeva di mini esibizioni assemblate senza conduttore, se si eccettua la voce fuori campo di Vincenzo Mollica, e di messaggi audiovideo degli ospiti, capo della Protezione civile Angelo Borrelli compreso, registrati nel salotto di casa, spesso con libreria, più o meno esibita sullo sfondo. La parte più riuscita della serata è nel disordine e nell’assemblaggio. Come quando si accostano tante foto tessera, diverse nelle espressioni ma uguali nelle dimensioni, che restituiscono un senso documentaristico e di partecipazione. Qui era trasmesso dai cantanti che, in versione unplugged con chitarra acustica o pianoforte, in camera o nella sala prove, in felpa o maniche di camicia, hanno alimentato un certo voyeurismo domestico. Ce la faremo, hanno ripetuto in coro anche gli sportivi, sostenuti dai messaggi di incoraggiamento di telespettatori qualsiasi e di molti conduttori Rai che scorrevano alla base del teleschermo, alternandosi all’Iban per i versamenti alla Protezione civile. L’eccesso di sentimentalismo e manierismo era però dietro l’angolo, come si è visto nell’esibizione di Paola Cortellesi e Pierfrancesco Favino («mannaggia, che voglia di uscire… non si può»). Compensati dalla freschezza di Francesca Michielin e Fedez, da Andrea Bocelli in versione pianobar, dall’Alleluya interpretata da Ermal Meta, dall’ironia di Enrico Brignano (con l’autocertificazione bisogna «sbrigarsi perché te s’invecchiano in mano»). Tra tutti, però, freschezza per freschezza, la performance migliore è stata quella degli studenti che hanno cantato in versione gospel Helplessly hoping, con lo schermo che si frammentava in dieci, cento tessere di mosaico. Poi, purtroppo, abbiamo visto il soprarighismo default di Tiziano Ferro, il paternalismo cheap di Lewis Hamilton e Naomi Campbell che c’insegnano a lavarci le mani e il sardinismo ruffiano dei balconi di Bella ciao.

 

La Verità, 2 aprile 2020

A Otto e mezzo i punti di domanda sono per gioco

C’era il punto interrogativo nel titolo – Conte, il miglior comandante possibile? – ma poi appena qualcuno ha fatto balenare dei dubbi, apriti cielo. Gli ospiti erano Marco Travaglio, direttore del Fatto quotidiano, il più filogovernativo del villaggio, Patrizia Laurenti, direttore dell’unità operativa complessa dell’ospedale Gemelli di Roma, Gianrico Carofiglio, scrittore, e Alessandro De Angelis, vicedirettore dell’Huffington post. Il programma era Otto e mezzo, condotto da Lilli Gruber, e la puntata seguiva di poco l’ultima conferenza stampa nella quale il premier Giuseppe Conte ha in parte smentito che le norme restrittive dureranno fino al 31 luglio (La7, martedì, ore 20,40, share del 8,05%, 2,5 milioni di telespettatori). In realtà, la conferenza stampa era una novità da quando è esplosa l’epidemia, di sicuro la prima dopo le critiche per le comunicazioni istituzionali notturne tramite Facebook. Un cambio di rotta? Macché, ha assicurato il direttore del Fatto quotidiano. Le decisioni sono complesse perché bisogna mettere tutti d’accordo, sindacati, ministri e persino quei trogloditi dei governatori del nord. E poi non è stata concessa alcuna esclusiva a piattaforme private, tutti potevano collegarsi al sito del governo. Quindi, va tutto a gonfie vele, madama la marchesa. Il vicedirettore dell’Huffington post si permetteva di eccepire, osservando che si possono rappresentare critiche senza dover passare per sciacalli. Proprio a Otto e mezzo del 27 gennaio il premier aveva annunciato che il governo era «prontissimo» ad affrontare l’emergenza, salvo prendere i primi provvedimenti 25 giorni dopo e annunciare confusamente il lockdown solo l’8 marzo. Per consolidare il ragionamento, De Angelis ha proposto un parallelo con le accuse di sciacallaggio rivolte ad Anno zero con Michele Santoro e lo stesso Travaglio, per una puntata critica con il governo Berlusconi sul terremoto dell’Aquila. Smaniante, la conduttrice ha tagliato corto – «non voglio parlare di Berlusconi» – chiamando in causa Carofiglio. Il quale, già segnato dai recenti infortuni comunicativi, si è tenuto su una linea morbida, abbozzando appena – senza entrare nel merito, «ma se volete ci entro…» – un’esigenza di puntualità della comunicazione del premier, per evitare che una certa fiducia possa esserne inficiata. Ma anche questo accenno è bastato a esporlo agli sguardi di riprovazione della conduttrice e al sarcasmo di Travaglio, intollerante alla lesa maestà di Giuseppi. Domanda: il punto interrogativo del titolo della puntata era reale o messo lì per gioco?

 

La Verità, 26 marzo 2020

L’idea bizzarra di Avati e gli spot fuori tempo

I palinsesti televisivi sono sintonizzati sul presente? La domanda, semplice e diretta, gira in testa da parecchi giorni. I talk show serali viaggiano su Skype con connessioni ballerine e non si può fare diversamente. Alcuni programmi hanno iniziato a essere repliche a causa dell’impossibilità di registrare con il pubblico. Un varietà come La Corrida, nel quale il pubblico in studio è protagonista, è stato cancellato. Di questo passo le repliche aumenteranno. Allora ha perfettamente ragione Pupi Avati. Perché non trasformare questa situazione in un’occasione? Perché è proprio «il pubblico da casa», cioè noi, a essere cambiato. Siamo diversi da prima, abbiamo una percezione della realtà e della quotidianità diverse. Stiamo iniziando a capirlo: ci sarà un prima e un dopo, inevitabilmente. Ma intanto siamo nel mentre: «un tempo sospeso, tra il reale e l’irreale, come in assenza di gravità», ha scritto sul Giornale il regista ora in attesa d’iniziare le riprese di Lei mi parla ancora, il film sulla storia d’amore fra Giuseppe «Nino» Sgarbi e Rina Cavallini, genitori di Elisabetta e Vittorio. «Mi chiedo perché la Rai… in un momento in cui il dio mercato al quale dobbiamo la generale acquiescenza all’Auditel, non approfitti si questa tregua sabbatica» per trasformare i palinsesti e dare «al Paese l’opportunità di crescere culturalmente… programmando finalmente i grandi film, i grandi concerti… i documentari sulla vita e le opere» dei grandi artisti, la prosa, la poesia, la letteratura. Gli archivi ne sono pieni. Collaborerebbero anche la Cineteca nazionale e quella di Bologna, ha assicurato Avati, intervistato dal Qn. È vero, in un momento così c’è anche molta voglia di evasione, come per esempio dimostra il palinsesto quotidiano suggerito da Marco Giusti su Dagospia. Ma c’è spazio per tutti. Basterebbe un canale Rai dedicato o alcune fasce orarie. Mediaset, per esempio, con una certa agilità, ha studiato «Con il cinema #andràtuttobene», un’iniziativa che trasformerà «la tv in una multisala» modificando con 50 film di qualità la programmazione di domenica 29 marzo e domenica 5 aprile delle reti Iris, 20 e Cine34. Anche i principali quotidiani, sfruttando la chiusura delle librerie e la maggior possibilità di leggere stando a casa, hanno iniziato la pubblicazione di collane di classici della letteratura. Saranno telespettatori e lettori a scegliere. Sarebbe un peccato che fossero i pubblicitari a dettare i palinsesti, in particolare del servizio pubblico. Tanto più ora che tutto l’advertising risulta anacronistico. Anche perché, fra l’altro, non si può comprare niente.

Il Rosario per l’Italia su Tv2000 fa boom di ascolti

Le chiese sono chiuse, e quelle aperte non sono facili da raggiungere. Niente funzioni in tempo di quaresima che, a suo modo, è una forma di quarantena. Neanche un prete per chiacchierar mentre la paura è nuova compagna. Sarà tutto questo ad aver fatto lievitare gli ascolti del Rosario per l’Italia indetto dalla Conferenza episcopale italiana, recitato dalla basilica di San Giuseppe al Trionfale di Roma e trasmesso da Tv2000. Risultato: 12.8% di share, 4,2 milioni di telespettatori, seconda rete assoluta dietro Rai 1 (che trasmetteva l’episodio finale della stagione di Don Matteo, 26.5%, 7,4 milioni). Record assoluto per l’emittente dei vescovi.

Introdotto da papa Francesco che, collegato dal suo appartamento, nella giornata del 19 marzo, ha letto un messaggio davanti a un dipinto di San Giuseppe, l’evento religioso è durato una quarantina di minuti. Bergoglio si è rivolto al «falegname di Nazareth» chiedendogli di proteggere «questo nostro Paese» e di illuminare «i responsabili del bene comune perché sappiano, come te, prendersi cura delle persone affidate alla loro responsabilità». A seguire, la recita delle orazioni officiate dal segretario generale monsignor Angelo Russo, ispirate ai misteri della luce e introdotte da letture mistiche di Santa Caterina da Siena. Le reti generaliste trasmettevano i talk show, la replica dei Soliti Ignoti, Striscia la notizia e l’inizio dei programmi di prima serata. Personalmente, alle 21, ero uscito furtivamente per depositare la spazzatura differenziata. Sentite le campane di una chiesa non troppo lontana, mi è tornato in mente l’appuntamento promosso dalla Cei. E pazienza per Lilli Gruber e soprattutto per Barbara Palombelli.

I sociologi lo constatano puntualmente: quando il pericolo incombe, la popolazione si attacca alla preghiera e alla devozione. Per dare il polso dell’evento, normalmente il canale diretto da Vincenzo Morgante si assesta su una media di share vicina all’1%. Anche se in questi giorni gli ascolti stanno crescendo un po’ durante tutta la giornata. È l’eccezionalità del momento combinata con le chiese off limits, che ha spinto il pubblico a sintonizzarsi sul canale 28 del digitale o 5028 della piattaforma satellitare.

Domenica scorsa don Marco Pozza, cappellano del carcere di Padova, collegato con A sua immagine di Rai 1, aveva invitato Francesco a un grande gesto di preghiera da trasmettere in mondovisione. Considerata anche l’audience del Rosario per l’Italia potrebbe essere un suggerimento da vagliare.

 

La Verità, 21 marzo 2020

Il coronavirus e le diverse lezioni di Formigli e Klopp

Rispondendo alle domande di un’agenzia di stampa sull’emergenza coronavirus, Urbano Cairo, proprietario di La7 nonché editore di Rcs ha detto che «oggi non serve a nulla essere ottimisti. Anzi, è necessario essere realisti, persino pessimisti». E, incalzato, ha aggiunto: «Mi preme dire che l’emergenza sanitaria mi ha convinto che ci vogliono misure “cinesi”, molto più dure di quelle messe in campo fino a oggi». Non più tardi di un mese fa, quando in Italia l’epidemia era a livelli embrionali, per sfidare la psicosi che serpeggiava nella gente comune, alcuni prestigiosi conduttori della sua televisione (Corrado Formigli e Myrta Merlino) si sono fatti portare in studio degli involtini primavera, cucinati in qualche ristorante cinese di Roma, per degustarlo in diretta. «Noi siamo amici della scienza», era stato il mantra del conduttore di Piazza pulita. «Potete andare nei ristoranti cinesi, siate razionali, crediate nella scienza». La scienza è quella stessa che, allo stato dei fatti, non ha il vaccino contro il Covid-19? Due giorni dopo, pur consultando Roberto Burioni, e con molta meno enfasi, è stata la conduttrice dell’Aria che tira a imitare Formigli. La parola d’ordine era minimizzare l’insorgere dei contagi, a dispetto dei sovranisti che, cominciando dai governatori del Nord, dipingevano scenari apocalittici. Lo scopo era combattere il razzismo, non il virus (Toni Capuozzo).

Purtroppo, da qualche decennio i conduttori di programmi di approfondimento, più che approfondire si schierano da una parte o dall’altra. In occasione della crisi sanitaria più grave del secolo (finora), adottare comportamenti superficiali ha una gravità che, forse, un editore dovrebbe considerare. Ma se si segnalasse a Cairo l’incongruenza di questi atteggiamenti, verosimilmente risponderebbe che ha sempre lasciato libertà ai suoi conduttori. Scendendo nella piramide gerarchica, La7 ha in Andrea Salerno un direttore che dovrebbe dare una linea editoriale alla rete. Infine, ci dovrebbe essere l’umiltà degli stessi conduttori che, per altro, spesso sproloquiano sul primato della competenza. Purtroppo, spesso la partigianeria offusca la responsabilità e il senso della misura. Ora a Formigli bisogna riconoscere il cambio di rotta dell’ultima, istruttiva, intervista al direttore del dipartimento di malattie infettive del Sacco di Milano, Massimo Galli. I buoi però ormai sono a spasso. Come certi giovanotti sui Navigli. Dare un’occhiata al video in cui l’allenatore del Liverpool Jurgen Klopp rimbalza la domanda di un giornalista sul coronavirus potrebbe essere istruttivo.

 

La Verità, 10 marzo 2020

Fiore talismano Ama medioman Bugo-Morgan 0

Grazie al cielo il 70° Festival di Sanremo è finito. Però, vabbè: era l’unico programma desardinizzato della Rai. Dopo le gaffe da preambolo, il Festival di Ama & Fiore è partito subito bene e, di serata in serata, è andato migliorando pure negli ascolti, infrangendo record e paragonandosi ai risultati baudeschi del 1997, èra prepiattaforme. 13 milioni di telespettatori medi nelle prime parti, 56% lo share delle seconde. Oltre che nella presenza di Fiorello, il segreto è nella durata delle serate fino all’albeggiare. Non a caso, lo share lievita svoltando la mezzanotte, quando la concorrenza è a nanna. Intanto si è già cominciato a immaginare chi potrebbe condurre e dirigere il carrozzone nel 2021. Fabrizio Salini permettendo, Ama & Fiore si sono guadagnati il bis sul campo. Tra i loro meriti, aver tenuto la politica abbastanza lontana dal teatro Ariston, salvo qualche eccezione. Altra tendenza, la difficoltà crescente nel linguaggio: lentamente il politicamente corretto sta accerchiando anche «l’unica festa patronale di questo gran paesone» (Marcello Veneziani). Tracciamo un bilancio con voti decrescenti del Festival 2020 anche se, mentre scriviamo, ancora non si sa chi l’ha vinto. Anche su questo Fiorello aveva avuto l’idea giusta: «Chiudiamola qui», ha detto venerdì sera dopo l’inusitato forfait di Bugo, «proclamiamo una sera prima il vincitore e ce ne andiamo tutti a casa». Magari!

Fiorello La formula era su misura per lui: battitore libero, ad Amadeus la burocrazia della gara. Mattatore, showman a 360 gradi, funambolo, improvvisatore di monologhi (contagioso quello sui sessantenni e i problemi di minzione). Dispensatore di buonumore anche nel climax della scomparsa di Bugo («Allora, allora – con fare risolutivo – non ho capito niente di quello che è successo»), calamita di eccellenze come il numero uno del tennis, Novak Djokovic. Tutto questo si sapeva, come pure se ne conosceva la permalosità. L’istinto di razza si è visto nel tormentone anti accuse di sessismo. «Qui c’è del fiorismo», ha detto dopo aver apprezzato l’omaggio floreale ricevuto nei panni di Maria De Filippi. E poi «del cantismo», «del bacismo», «del machismo»… Genialissimo fuori copione indirizzato ai maestrini della sala stampa. Talismano. 10

Paolo Palumbo Avanguardia empatica. Aziona con gli occhi un sintetizzatore che emette «una voce da casello autostradale». Eppure le sue rime scaldano l’Ariston come poche altre. Il messaggio più positivo del Festival arriva da questo ragazzo di 22 anni malato di Sla: «Quando vi dicono che i vostri sogni non si possono realizzare, continuate dritti per la vostra strada seguendo il cuore, perché i limiti sono dentro di noi».  Resiliente. 9

Ricchi e Poveri Il vintage che vince. La reunion ha portato in vetrina una vecchia storia di corna e gelosie. Ma soprattutto ha innescato la festa in platea. Tutti in piedi a cantare La prima cosa bella, Che sarà, Se m’innamoro, Sarà perché ti amo, Mamma Maria. Da giovani ci si sarebbe vergognati a farlo. Come si cambia, canterebbe Fiorella Mannoia. Spensierati. 8

Amadeus Professionista. Muro di gomma. Perfetto medioman. Pian piano si è risollevato dalle gaffe di partenza. Sapeva che, stando a ruota dell’amico, poteva solo crescere. Ha subito ironie, sberleffi, gavettoni, alti e bassi. Ma lui non è permaloso, altrimenti… Sanremo è una giostra, impossibile non prendere qualche colpo. Non si è perso d’animo nemmeno quando Bugo si è dileguato. Il bravo ragazzo italiano che va a baciare mamma e papà in platea che fa simpatia a tutti. Punti deboli? La scelta delle canzoni, francamente non eccelse e troppo farcite di rap, e l’estenuante lunghezza delle serate. Sempre in piedi. 7,5

Antonella Clerici Tra tante dive bellissime (si può dire?) è parsa la più signorile. L’Ariston è casa sua e la conduzione il suo mestiere, commozione in conferenza stampa a parte. Si è portata due boys perché l’aiutassero a scendere le scale ornata in abiti coloratissimi e strascicatissimi. Dal librone del Festival ha letto i segreti del successo di Ama: le gaffe, gli orari antelucani… Se lo poteva permettere; anche lei, come lui, è della scuderia Lucio Presta. Disinvolta. 7,5

Vincenzo Mollica Comunque vada sarà un successo, diceva Piero Chiambretti. Si potrebbe applicare alle cronache sempre positive dell’inviato principe della Rai sugli eventi di spettacolo. Lezioni di stile e garbo. Il Festival gli ha tributato l’omaggio dei grandi, con i video di Stefania Sandrelli, Vasco Rossi, Roberto Benigni. I dirigenti erano lì a fianco ma, non si sono intromessi. Commozione, affetto, compostezza. Perché Mollica è Mollica. Storico. 7,5

Francesco Gabbani Ha vinto alla prima partecipazione Sanremo giovani nel 2016, poi tra i big nel 2017 battendo Fiorella Mannoia. La sua Viceversa parla di opposti che si aiutano e di condivisione. È una bella canzone, positiva, ben interpretata dal più teatrale fra i concorrenti. Outsider. 7

Tiziano Ferro Quando devi cantare Perdere l’amore e Almeno tu nell’universo hai vinto a tavolino. Con la sua propensione al soprarighismo, l’interprete di Sere nere è riuscito a pareggiare. Capriccioso causa collocazione nel palinsesto delle serate, enfatico nelle esibizioni. Come quando ha voluto specificare, tra le lacrime, che Bruno Lauzi aveva scritto per una donna Almeno tu nell’universo perché l’imprescindibile rima con «tu che sei diverso» non poteva essere volta al femminile, ma lui era felice di essere il primo uomo a cantarla, mantenendo la coniugazione al maschile. Egoriferito. 5

La saga di Deejay Neanche un tweet da Jovanotti sul Festival dei suoi amici. Lorenzo Cherubini all’Ariston non s’è visto: era in Perù. Claudio Cecchetto, invece, non è stato invitato. Dicono che in Rai non amino «i pacchetti» e con Amadeus, Fiorello, Nicola Savino, il Festival era già monopolizzato dall’emittente del gruppo Gedi. Speriamo il dissapore non finisca come al Fatto quotidiano. Era indispensabile imbarcare tutti nel carrozzone? Festival dell’amicizia incrinata? Primedonne. 5

Mannoia, Nannini, Pausini & Co Dopo il monologo di Rula Jebreal serviva ancora la comparsata delle sette cantanti sette per annunciare la campagna «Una, nessuna centomila» e il megaconcertone di Campovolo del poco prossimo 19 settembre? In piena overdose femminile e femminista, tra monologhi e denunce sparse, in mezzo alle tante interpretazioni di cover del passato e pur con l’ospitata dello stesso Zucchero, forse qualcuna poteva ripescare dalla storia festivaliera la sua Donne, meglio di tante parole… Pleonastiche. 4,5

Promo Rai Martellanti. Ridondanti. Sparati sempre in grappolo ad allungare i già incombenti break pubblicitari. La tv di Stato approfitta della vetrina per esporre tutto il meglio della programmazione in arrivo. Il meglio? C’è persino Mario Tozzi con Sapiens su Rai 3… Al centocinquantesimo sussurro tra le due amiche geniali cominci a sperare che si strozzino tra loro. Alla duecentesima telefonata di Catarella in siciliano stretto vorresti lanciare l’hashtag #Catarellaimparalitaliano. Asfissianti. 4,5

Roberto Benigni Il teologo di Sanremo. Il Cantico dei cantici apocrifo, presentato come «il libro più bello, più santo, più importante della Bibbia» (sono 15 pagine) con tanto di consulenti professori, poeti, biblisti, cardinali è stato forse il momento peggiore di tutta la kermesse. Il bello (o il brutto) è che se ne sono accorti in pochi. Un trailer molto arbitrario dell’amore omosessuale patrocinato dalle sacre scritture… Manipolatorio. 4

Junior Cally Rapper sardina. Per farci digerire i fiumi di polemiche pre Festival il suo brano avrebbe dovuto essere almeno un minuetto mozartiano. Invece arruola sei autori per martellare di «No, grazie» Matteo Salvini, Matteo Renzi, gli odiatori del web e gli yes men. Sai che novità. Rapper dell’establishment. Omologato. 4

Regia e dirigenti Rai Selfie continuo. Ogni inquadratura una zoommata di saliva. Al neodirettore di Rai 1 Stefano Coletta, al direttore generale Fabrizio Salini e a Giovanna Civitillo, moglie di Amadeus. Non si sono schiodati un minuto dalla prima fila per tutta la settimana. Compiaciuti. 4

Achille Lauro Idolo di Vanity Fair. Sotto la cappa nera con intarsi dorati sfoggia la tutina di strass effetto nude look che dovrebbe simboleggiare la rinuncia francescana ai lussi mondani. Peccato sia firmata Gucci alla modica cifra di 5.700 euro. La sera dei duetti eccolo invece con trucco pesante, abito di raso verde smeraldo e parrucca ramata: citazione di Ziggy Stardust, uno dei tanti travestimenti di David Bowie, simbolo di «una mascolinità non tossica». Minchia! si può dire? Fischiato all’ennesimo travestimento da diva del muto. Marylin Manson de noantri. Contraffatto. 3

Morgan e Bugo Dio li fa ma si accoppiano da soli. S’era capito già alla prima sera che l’ex leader dei Bluevertigo, occhi e bocca pittati, e il suo lugubre socio erano un binomio ad alta tensione. Morgan ha iniziato subito a scalpitare, inviando diffide dell’avvocato per le poche sessioni di prove. Per la serata delle cover in duetto, dopo le defezioni di Raffaella Carrà, Sergio Cammariere, Vittorio Sgarbi, Fast animals and the slow kids, i due soci… erano già un duetto (?). In compenso, per storpiare Canzone per te di Sergio Endrigo, l’ex giudice di X Factor si è fatto in tre, cantando, suonando il pianoforte e dirigendo l’orchestra. Bugo, invece, gorgheggiava per conto suo. Fino al colpo di scena finale con abbandono del palco. Autolesionisti. 0

 

La Verità, 9 febbraio 2020

Chiambretti, le sinergie e la necessità che si fa virtù

Forse non è vero, come dice, che dopo i sessant’anni si diventa più severi. Almeno, non lo è per lui quando è in diretta tv. Non si spiegherebbe altrimenti come Piero Chiambretti faccia buon viso ai ripetuti scippi aziendali cui Mediaset lo sottopone dirottando i protagonisti del suo Cr4 – La Repubblica delle donne su altri programmi (Rete 4, mercoledì, ore 21,30, share del 4.5%, 800.000 telespettatori). Era accaduto già alla seconda puntata di questa stagione con Iva Zanicchi e Cristiano Malgioglio, prelevati dal circo chiambrettiano per innestarli a All together now di Michelle Hunziker e J-Ax, per altro in onda in un giorno diverso, ma sull’ammiraglia Canale 5. Alla ripresa dopo la pausa natalizia, il buon Piero si è trovato orfano di Alfonso Signorini e Antonella Elia, due spalle tutt’altro che secondarie, rispettivamente conduttore e concorrente strategico del Grande Fratello vip.

Furti, prestiti, sinergie aziendali, chiamatele come volete. Consumato professionista del varietà e delle porte girevoli dei grand hotel, Chiambretti non se l’è presa più di tanto, facendo di necessità virtù e inventandosi altre brillanti idee. Come quella di una rubrica copernicana: nel format tutto trasgressione e zig zag su gender e dintorni, ha sparato in apertura di serata una situazione, intitolata «La Repubblica delle bambine», con una manciata di under 10 appollaiate su sgabelli rosa e sollecitate a commentare i fatti del giorno. E raggiungendo, proprio con questa trovata, l’apice della trasgressione. Qualcuna delle bimbe distillava innocenza, qualcun’altra s’imbambolava suscitando comicità e tenerezza insieme. Sembrava di essere tornati a DiMartedì della sera prima dove, sulle sardine schierate e vezzeggiate da Giovanni Floris, maramaldeggiava, sornione, Alessandro Sallusti. Chiambretti, invece, è stato dolce e comprensivo. Del resto, la verve abrasiva del conduttore è il lievito del format e si adatta ai diversi interlocutori, come dimostra anche il lungo duetto con Zanicchi, efficace sparring partner in quanto detentrice di una verve altrettanto ironica, ma più terragna, che dà il meglio di sé al momento delle fatidiche pagelle (memorabile il 4 a Lilli Gruber di qualche puntata fa). Con «l’Aquila di Ligonchio», però, protagonista di parecchie interviste e ospitate in occasione del recente e festeggiatissimo compleanno, un filo di stizza è trapelata dai toni del conduttore. Incerto se essere buono o severo, sarà mica diventato geloso?

 

La Verità, 25 gennaio 2020

A Sono le venti striscia l’intesa M5s-Sardine-Pd

Una striscia quotidiana, un veloce talk show, un tg con approfondimenti. Sono le venti, il nuovo programma di e con Peter Gomez, dal lunedì al venerdì alle 20 sul canale Nove, è un po’ tutto questo. Un programma contaminato, come si dice in gergo, share all’1% nei primi due episodi. Comunque, anche se non è un vero tg perché fa vacanza nel fine settimana, mezz’ora d’informazione che vorrebbe essere di contro-informazione, alternativa ai telegiornali classici. In realtà, la nuova creatura ideata e condotta dal direttore del Fattoquotidiano.it si presenta come un tg di opinione e opinioni. Nel senso che, sebbene gli ospiti interpellati in qualità di competenti delle varie tematiche siano numerosi, alla fine, risultano piuttosto allineati al mood del conduttore. Che poi è 5 stelle e dintorni perché, sia la scelta dei temi che le inchieste, battono i temi cari al movimento e al governo. Lunedì, a tagliare il nastro dell’esordio, è intervenuto il premier Giuseppe Conte, per dire che no, non ha invitato le Sardine, ma sarebbe contento di riceverle. Però.

In piedi in camicia bianca e munito di tablet, seduto alla scrivania solo per le interviste agli ospiti, in uno studio con grandi pannelli interattivi dominato dall’affresco della Painted Hall di James Thornhill, Gomez snocciola titoli telegrafici, l’esatto opposto di quelli del tg di La7. Si parte dall’agenda politica di giornata, illustrata dai collegamenti di Francesca Martelli che sottolineano l’ostruzionismo di Italia viva alla legge sulla prescrizione, la cui abolizione viene sostenuta dalla testimonianza successiva. Poi si va a Bibbiano con un servizio firmato ancora da Martelli, e si torna in studio interpellando una giornalista che ha seguito il caso dalla parte delle Sardine. Si prosegue con le inchieste originali. La prima, sullo sfruttamento delle cameriere negli hotel di lusso milanesi, è conclusa dal sociologo Domenico De Masi che esalta il reddito di cittadinanza e la necessità del salario minimo per combattere la povertà; la seconda, su un’opera incompiuta e l’inquinamento a Porto Marghera, è commentata dal ministro per l’Ambiente Sergio Costa. In chiusura «la playlist delle notizie di giornata». Chi lamentava l’assenza di un altro programma sostenitore dell’intesa 5 stelle-Sardine-Pd l’ha trovato.

Realizzato da Loft produzioni, Sono le venti è firmato da Duccio Forzano, già regista del Festival di Sanremo e dei programmi di Fabio Fazio e qui direttore artistico, Marco Posani (Quelli che il calcio e Vieni via con me) e Luca Sommi (autore e conduttore di Accordi & disaccordi).

 

La Verità, 23 gennaio 2020

Iacona, tecnica perfetta dell’inchiesta pilotata

Le inchieste si possono fare in tanti modi. Con rigore o partigianeria, pilotando i servizi o dando pari dignità alle fonti. Quella di Presa diretta di lunedì s’intitolava «Attacco al Papa» e due ore di servizi, interviste e ricostruzioni sono servite per dire, in buona sostanza, che Francesco è un papa scomodo che vuole rivoluzionare la Chiesa, renderla più adeguata ai tempi, ma che subisce attacchi provenienti da tutte le parti, soprattutto da forze interne alla Chiesa, sinteticamente identificate come «i cattolici tradizionalisti» (Rai 3, ore 21.20, share del 6.9%, 1,7 milioni di telespettatori).

L’architettura dell’inchiesta era già bella e pronta quando a Riccardo Iacona è scoppiata in mano la bomba del libro Dal profondo del nostro cuore (Castelvecchi) scritto dal cardinal Robert Sarah, prefetto della Congregazione per il culto divino, e con un contributo di Benedetto XVI sull’intangibilità del celibato dei preti. A quel punto il conduttore ha potuto solo convocare in studio il vaticanista dell’Asca Iacopo Scaramuzzi, consulente dell’inchiesta, per inglobare anche la riflessione di Ratzinger e Sarah nella strategia dell’«attacco» a Bergoglio.

Tornando all’inchiesta, le questioni che stanno a cuore al conduttore della Rai 3 ancora diretta da Stefano Coletta ma direttore in pectore di Rai 1, sono due: le aperture verso i divorziati risposati e gli omosessuali e la catechesi dell’accoglienza ai migranti ribadita da Bergoglio. Le inchieste si possono fare in tanti modi: ricostruendo sbrigativamente lo scandalo degli abusi dell’ex cardinale statunitense Edgar McCarrick, ridotto allo stato laicale solo dopo le insistenze dei vescovi americani e la denuncia dell’ex nunzio apostolico Carlo Maria Viganò. Oppure, identificando le critiche al magistero attuale con l’attività di una tv militante del Michigan, con ingenui ambienti leghisti, o ponendo frettolose domande al cardinal Gerhard Muller, già prefetto della Congregazione per la dottrina della fede. Si possono fare ascoltando come oro colato le analisi del priore della comunità di Bose, padre Enzo Bianchi, e del fondatore della Comunità di sant’Egidio Andrea Riccardi. E, contemporaneamente, si possono fare evitando qualsiasi accenno ai Dubia espressi nel 2016 da quattro autorevoli cardinali a proposito di alcuni passaggi dell’Amoris laetitia. O, infine, guardandosi bene dall’interpellare voci significative come Aldo Maria Valli, già vaticanista del Tg1, Sandro Magister, esperto analista dell’Espresso, Antonio Socci, autore di qualche saggio in argomento, il sito La Nuova bussola quotidiana… Le chiamano inchieste.

 

La Verità, 15 gennaio 2020