Su Rai 3 a caccia di vaccini nell’Eden di Fazio e Obama

Menù corposissimo, fin troppo, nell’ultimo episodio di Che tempo che fa (Rai 3, domenica, ore 20, share del 13,1%, 3,5 milioni di telespettatori). Mondiali di sci, vaccini, Draghi, Obama… Dopo l’epica piagnucolosa del «nostro editorialista» Roberto Saviano, che ha condito con Bella ciao il caso di Patrick Zaki, si è aperta la «lunga pagina politica» con ospiti d’eccezione: Giovanna Botteri fresca di tinta, il direttore del Foglio Claudio Cerasa, l’immancabile Carlo Cottarelli e il direttore della Stampa Massimo Giannini, collegato da Roma. In una settimana è cambiato tutto, oibò, ma noi siamo pronti ad allinearci con una una fragrante elegia del premier incaricato da Mattarella. Purtroppo c’è un problema che si chiama Matteo Salvini, convitato di pietra non solo di questo talk. Alla sua «conversione manca che inviti Carola Rackete a un congresso della Lega o che diventi interista. Però non si deve ironizzare», ha chiosato Cerasa dopo averlo fatto in abbondanza. Invece, «bisogna incassare il risultato della svolta», ha esortato Giannini, dando per scontata l’identità del padrone della cassa. Vaccinato Draghi dai «sovranisti», è toccato ai vaccini veri e propri con Roberto Burioni e Franco Locatelli, presidente del Cts. Intanto, il ritardo si accumulava e Fazio fremeva per la presentazione dell’autobiografia di Obama edita da Garzanti: Una terra promessa («come una canzone di Eros Ramazzotti», Littizzetto). E qui ha preso corpo il capolavoro della serata, le domande di Fazio. In questo libro «si raccontano le ansie, le attese, le soddisfazioni, le delusioni, la quotidianità e, se mi posso permettere, i suoi dubbi», ha argomentato con perspicacia il conduttore, «e a me è piaciuto molto pensare che il dubbio non sia una debolezza, ma un necessario tempo di riflessione». Càspita. Obama ringraziava, mentre Fazio riprendeva a leggere da un foglio… «Ciò che è giusto è stato sostituito da ciò che è conveniente, la complessità dall’istantaneo…». Il distillato luogocomunista diventava zibibbo con la parola chiave: «Esiste un vaccino contro le diseguaglianze?». Obama annuiva educato, nella speranza che non gli si chiedesse di svelare la formula della pace nel mondo. Ma, purtroppo, anche nell’Eden del conduttore italiano e dell’ex presidente americano, il tempo scorreva inesorabile e Fazio era costretto a sbrigare in un crescendo ansiogeno i successivi collegamenti con i corrispondenti Rai sulle vaccinazioni all’estero, l’intervento di Burioni su Sputnik e la presentazione di Lei mi parla ancora con Renato Pozzetto e Pupi Avati…

 

La Verità, 7 febbraio 2021

La caserma, un giocoso esperimento sociale

Dopo il successo del Collegio e, in attesa di Ti spedisco in convento (in primavera su Discovery+), sempre su Rai 2 è arrivata La Caserma, format prodotto da Blu Yazmine in cui 21 ragazzi tra i 18 e i 23 anni vengono introdotti alla vita militare (mercoledì, ore 21,30, share del 7,6%, 1,7 milioni di telespettatori). Si potrebbe osservare che questi docu-reality improntati alle regole e alla disciplina servono a vellicare soprattutto un certo sadismo degli spettatori più avanti con gli anni e a soddisfare il moralismo degli adulti affezionati al ritornello dei «miei tempi», facendo leva su un larvato conflitto generazionale. Tuttavia, è evidente che si tratta di un tipo di televisione che coglie una tendenza a recuperare quei luoghi collettivi che avevano per ragione sociale un’intenzione formativa. La scuola severa, la naja o il seminario erano, «ai tempi», istituzioni che venivano in appoggio alla famiglia, nucleo educativo di base. Nella società liquida, dove la stessa famiglia è in continua, e generalmente peggiorativa, evoluzione, anche quelle sono scomparse o ridotte a realtà di ultra nicchia. Qualcuno ne comincia a sentire la mancanza, tanto più in considerazione del fatto che il futuro della generazione Z sarà verosimilmente più complesso di quanto lo è stato per i loro genitori, a maggior ragione se, come si vede, crescono immersi nelle comodità.

Nella Caserma, tra i monti di Levico, la cura cui vengono sottoposti i partecipanti comincia con la privazione dei cellulari, il taglio dei capelli e l’eliminazione dei piercing, e prosegue con i primi rudimenti della vita militare: alzabandiera, addestramenti, spirito di squadra, autogestione di spazi individuali e comuni. Tutto alimentato dalla competizione tra i concorrenti e gli scaglioni di reclute, «arruolati» in tempi diversi. Per continuare a riavvicinare il pubblico giovane alla rete, nel format a metà tra corso di sopravvivenza ed esperimento sociale, il casting e il montaggio sono decisivi. Così, in ossequio alle mode e al marketing, tra i concorrenti troviamo i gemelli star di TikTok, il rapper ribelle, la ragazza lesbica, lo studente pakistano con q.i. sopra la media, l’influencer, l’insegnante di yoga e il reduce dal Collegio: non proprio ragazzi qualsiasi. Quanto agli istruttori, dietro la mimetica e l’aria burbera si celano padri o fratelli maggiori forse un tantino più compassionevoli di quanto ci si aspetterebbe. A conferma che, più che a un docu-reality, siamo di fronte a un game adventure che ambisce a coinvolgere un pubblico inter-generazionale.

 

La Verità, 5 febbraio 2021

De Giovanni fa bingo su Rai 1 orfana di Montalbano

Il Montalbano napoletano ha le visioni. Il Montalbano partenopeo vede spiritelli ammonitori. Il Montalbano vesuviano è anche lui un estimatore delle belle donne. Solo che è più tormentato del commissario di Vigata (Porto Empedocle). Scopriremo strada facendo le ragioni di questi turbamenti e i motivi che lo inducono a limitarsi a spiare dalla finestra di fronte i ricami della timida ma intrigante dirimpettaia. Intanto scorrono le indagini de Il senso del dolore, primo episodio del Commissario Ricciardi, serie prodotta da Rai Fiction e Clemart srl e tratta dai romanzi omonimi di Maurizio de Giovanni, piazzata nella prima serata di Rai 1 per accontentare l’affezionato pubblico del giallo mediterraneo, orfano della formidabile creatura di Andrea Camilleri.

Ci vorranno parecchio tempo e numerose prove vinte per poter dire che Ricciardi is the new Montalbano, ma che il tentativo sia questo è fatto dichiarato ed esplicito (lunedì, ore 21,35, share del 24,1%, 5,9 milioni di telespettatori). Troppe le somiglianze nella lentezza delle investigazioni, nella composizione del cast, nei rapporti con il mellifluo vicequestore, con l’arguto medico legale e il prete melomane.

Nella vitale e coloratissima Napoli degli anni Trenta, Luigi Alfredo Ricciardi (Lino Guanciale), impermeabile d’ordinanza e ricciolo che sdrammatizza il temperamento introverso, è chiamato a indagare sull’omicidio della star della lirica amico del Duce, avvenuto durante la rappresentazione di Pagliacci al Regio Teatro san Carlo. Come da copione, l’arrogante tenore è inviso ai colleghi per i soprusi e la spudorata condotta di adultero incallito. Al punto che la bella e misteriosa moglie (Serena Iansiti) è la prima presunta colpevole. Ma con l’aiuto del fedele brigadiere (Antonio Milo) e le soffiate di un femminiello (Adriano Falivene), il corso delle indagini devia verso un dramma della gelosia più pop e ruffiano («Credo alla fame e all’amore», ripete Ricciardi, i motivi per cui «continuo a veder morire»).

Curato nelle scenografie e nei costumi, con le visioni dei fantasmi delle vittime di cui coglie l’ultimo pensiero, grazie alla regia ironica e volutamente eccessiva di Alessandro D’Alatri, Il commissario Ricciardi fonde elementi mistery nel copione del poliziesco a tinte mélo. Dopo il rodaggio dei Bastardi di Pizzofalcone su Rai 2, de Giovanni fa l’en plein sulla prima rete, dov’è attualmente in onda anche con Mina Settembre, quasi che la Rai sia a corto di alternative. Del resto, l’autore napoletano è prolifico almeno quanto Camilleri: auguriamoci non sia altrettanto militante.

 

La Verità, 27 gennaio 2021

The Undoing e la falsità, arma di difesa dei ricchi

Si poteva fare meglio, certo. Si può sempre, dato che la perfezione terrena non esiste. Però avercene di miniserie così. Un thriller psicologico che evolve in legal drama, catapultandoci nell’Upper East di Manhattan, case, alberghi, ristoranti, salotti con pianoforti e gallerie d’arte che già da sole fanno, come si dice, storytelling (aiuto!). E poi ci sono le telefonate in terrazza con vista sull’East River e i cappottini fluttuanti di Nicole Kidman, la psicoterapeuta Grace, sposata con Hugh Grant, l’oncologo pediatrico Jonhatan Fraser, genitori di Henry, adolescente iscritto all’esclusivo collegio dove si organizzano aste di beneficenza con le quali le mogli dell’alta borghesia appagano il loro desiderio filantropico. Perché poi è qui, nell’ipocrisia, il focus narrativo di The Undoing (Sky Atlantic e on demand), sei episodi tratti da Una famiglia felice di Jean Hanff Korelitz con la regia di Susanne Bier. Una miniserie Hbo che prosegue la riflessione sulla menzogna iniziata dal produttore David E. Kelley in Big Little Lies. Anche lì c’era Nicole Kidman e anche lì ci trovavamo nell’alta borghesia, solo insediata nelle ville sul mare di Monterey in California. E anche qui c’è da scoprire il colpevole dell’omicidio di Elena Alves, l’artista impersonata da Matilda De Angelis (Veloce come il vento e la sottovalutata Tutto può succedere), cui è stato fracassato il cranio a martellate, indiziatissimo Grant, suo ambiguo amante. Che farà la moglie, starà al fianco del marito infedele, ma non assassino? E la sua professione di strizzacervelli l’aiuterà ad avere la giusta distanza nel vedere più a fondo? Tutto ruota attorno alle «verità non dette» (il sottotitolo) che si scoprono strada facendo, mentre gli interrogativi si accavallano tra stereotipi un po’ prevedibili: i mariti fedifraghi, a cominciare dal padre di Grace (il sempre magnetico Donald Sutherland), i bambini vittime terminali delle menzogne, i neri più retti dei bianchi, la complicità femminile che sovverte l’inerzia. Sì, certo, si poteva fare meglio. Nella recitazione, in qualche dialogo, nella promozione («la serie che ha sconvolto l’Europa»). Però, la storia c’è e con autocritica sociale incorporata. «Gli investigatori non la credono sincera», dice a Grace la tosta avvocatessa interpretata da Noma Dumezweni. «Perché?». «Perché è quello che i ricchi e gli altolocati fanno se sono minacciati. Tengono nascoste scomode verità. Per proteggere sé stessi, la loro famiglia, il loro ruolo nella società, la loro immagine pubblica. E credono di poterla fare franca soltanto perché sono facoltosi». Fischiano le orecchie a qualcuno?

 

La Verità, 19 gennaio 2021

La musica gira bene, peccato le soste retoriche

La parte migliore è proprio ciò che gira intorno. La musica, appunto. E la splendida scenografia di case colorate (dove sarà?) del Teatro 1 di Cinecittà world. E poi alcuni duetti e alcune partecipazioni scanzonate pur trattandosi di canzoni. Ma anche di qualche gag leggera dispensata con tonalità affettuose nel clima generalmente amichevole. Il peggio sta invece nei monologhi accorati, nelle omelie da pensiero uniforme, nella sottolineatura dell’importanza dei testi delle canzoni, a volte un tantino grondanti: «E poi e poi e poi sarà/ che quando sento di voler salvare il mondo/ poi succede che/ è lui che salva me» (Padroni di niente). Peccato, Fiorella Mannoia. Proprio ora che si era esposta in occasione della bigotta polemica contro Grease, giudicato omofobo e misogino: «Questo politicamente corretto sta diventando insopportabile», aveva twittato, condividendo le critiche del sindaco di Bergamo Giorgio Gori, ex direttore di Canale 5. Peccato, dunque, che La musica che gira intorno sia stata farcita di troppa retorica, sui drammi della pandemia rivisitati da Ambra Angiolini o sull’amore tra due donne interrotto dalla guerra («La lettera di Valerie» da V per vendetta) recitato con occhi lacrimanti da Sabrina Impacciatore (Rai 1, venerdì, ore 21,30, share del 17%, 4 milioni di telespettatori). In apertura non era mancato anche il ricordo della Shoah di Edoardo Leo, con la citazione del colonnello inglese Mervin Willett Gonin che ha raccontato il sorprendente arrivo dei rossetti nel campo di concentramento di Bergen Belsen: era l’introduzione a Credo negli esseri umani di Marco Mengoni. E avrebbe potuto bastare come momento di riflessione.

Il meglio è arrivato invece dalla musica. A cominciare proprio da Canzone di Lucio Dalla, interpretata da Antonello Venditti e Francesco De Gregori, come incipit della serata, partita in crescendo. Con la Mannoia, versatile padrona di casa nell’affiancarsi ai tanti ospiti, soprattutto maschili. Sulle ali della nostalgia il duetto con Claudio Baglioni (Il mondo, Io che non vivo…); aperto dalla leggerezza di Panariello quello con Andrea Bocelli, concluso dall’Hallelujah di Leonard Cohen; intenso nella gara di voci quello con Giorgia, pronta all’autoironia sull’abbigliamento da lockdown; serioso quello con Luciano Ligabue; giocoso quello con Gigi D’Alessio e Achille Lauro in Tu vuo’ fa’ l’americano e Eri piccola. Introdotti dalla gag di Alessandro Siani: «La musica gira intorno perché non trova parcheggio?». Già, sarebbe un peccato se, gira che ti rigira, finisse per trovarlo in zona sinistra da salotto.

 

La Verità, 17 gennaio 2021

Perché lo show di Beppe Fiorello è eccezionale

Coraggioso, Beppe Fiorello, a mettersi in gioco per due ore e mezza raccontando la storia della sua famiglia, di papà Nicola, di mamma Sarina, dei fratelli, del cugino spaccone, di Joe Conforte, concittadino di Augusta emigrato nel Nevada, dove aprì la prima casa chiusa legale. Coraggioso ed eclettico, riempie la scena variando tra memoria, dialoghi, retroscena, digressioni, canzoni. Nel lungo monologo calibrato sulla storia parallela e spesso intrecciata fra il padre e Domenico Modugno che compone Penso che un sogno così ci sono poche concessioni al mainstream (Rai 1, lunedì, ore 21,35, share del 12,3%, 2,8 milioni di telespettatori). È una storia tutta al maschile, per esempio, senza essere maschilista. È una storia patriarcale, senza essere mai irrispettosa dell’universo femminile, anzi. Semmai, com’è inevitabile, affiora qualche cedimento al sentimentalismo e all’autoreferenzialità. Un certo compiacimento meridionale, l’interminabile viaggio in auto per andare a trovare la nonna sulle note della Lontananza… Ma era nel contratto, trattandosi di un esterno di famiglia siciliana su repertorio di Modugno («siculo» d’adozione). «Stasera siamo qui: io, mio padre e tu», dice Beppe rivolto alla gigantografia. Dal dopoguerra, passando per il boom economico, si arriva alla fiction in cui interpreta l’artista di Polignano a Mare, cinquant’anni d’Italia visti con gli occhi del picciriddu che non parla mai, ma osserva la somiglianza di papà Nicola e dell’idolo Mimmo. E che ben presto – un po’ come Rosario in Volevo fare il ballerino – inizia a coltivare il «sogno inconfessabile» di diventare attore, cantante. Intanto, le biografie degli adulti continuano a sovrapporsi tra canzoni e aneddoti, successi e serenate. Quando Modugno vince Sanremo nel 1958 con Nel blu dipinto di blu, e le sue braccia spalancate diventano ovunque sinonimo di solarità e ottimismo, Nicola e Sarina si fidanzano e ce n’è abbastanza per vedere i segni del destino che seguiteranno a contrappuntare le vite dei Fiorello. A fine show compare, discreto, anche Rosario per duettare su Tu si’ ’na cosa grande, una delle perle del canzoniere che comprende Amara terra mia, Vecchio frac, Meraviglioso, Piove (Ciao ciao bambina)…

Coraggioso, Beppe Fiorello. Ma anche fortunato e attento a riconoscere nel padre e in un grande artista le tracce sulle quali provare a realizzare il sogno della giovinezza. Ora che è considerato una figura da ridimensionare, uno show come atto di gratitudine verso il padre è letteralmente un evento eccezionale.

 

La Verità, 13 gennaio 2021

Nel metafisico Soul il destino suona il jazz

Un cartoon metafisico. Si può definire così l’attesissimo Soul (anima), dal 25 dicembre su Disney+. Il film prodotto dalla Pixar avrebbe dovuto sbarcare nei cinema americani nel giugno scorso e nei nostri a Natale. Invece, causa Covid, eccolo ora disponibile solo per gli abbonati della piattaforma streaming. Con i precedenti Monster & Co, Up e Inside Out, il geniale autore e regista Pete Docter ci ha abituato a storie allegre dai risvolti filosofici. Stavolta il protagonista è un afro-americano, il tenero Joe Gardner, professore di musica con aspirazioni da jazzista, in attesa delle occasioni della vita. Ne arrivano ben due nello stesso giorno, si sa com’è il destino: l’assunzione definitiva presso la scuola dove già lavoricchia e la possibilità di essere scritturato come pianista nel quartetto di Dorothea Parker. Inutile dire che la pragmatica madre, padrona di una lavanderia, propenda per il rassicurante contratto scolastico, mentre lui smania per il molto più bohémien jazz club. Senonché, mentre corre a sciogliere il dilemma, canticchiando «la musica è il mio pensiero fisso» dalla mattina alla sera, il tenero Joe precipita in un tombino che lo catapulta nell’Aldilà. Si sa com’è il destino. E si sa quanto lo si rifiuti quando si frappone alla grande opportunità che attendiamo da sempre. Così, lassù, nella specie di ultramondo nel quale ora si trova, il tenero Joe cammina in direzione contraria a quella di tutte le anime dirette al giudizio finale: non posso, non voglio, non devo morire, proprio ora che mi vogliono nel mitico quartetto di Dorothea Parker (che pur citando il mitico Charlie, somiglia a quello di John Coltrane). Il suo nuovo chiodo fisso è tornare sulla terra, anche mettendosi in combutta con l’anima più ribelle dell’Aldilà. Per farlo, però, bisogna associarsi a un corpo terreno. Purtroppo, le cose non filano lisce e mentre l’anima ribelle prende le sembianze del tenero Joe, lui assume quelle di un gatto paffuto. Si sa com’è il destino, la seconda chance bisogna conquistarsela e nessuno si salva da solo…

Affiancato dallo sceneggiatore di colore Kemp Powers, forse in ossequio alle nuove norme dell’Academy per gli Oscar, il bianco Pete Docter ambienta nella New York dei sobborghi popolari una storia a due velocità: quella ordinaria del prof vessato dalla madre, e quella metafisica, più asettica, dove si rincorrono le anime disegnate come le cellule dell’acqua Lete. Per ritmo, colori, fantasia e intensità narrativa la parte terrena è di gran lunga la più emozionante delle due. Si attende un seguito sulla carriera di Joe Gardner.

La Verità, 3 gennaio 2020

Tra tanti, spicca l’augurio subliminale di Mina

Si è realizzato uno strano effetto di sovrapposizione, quasi uno scambio di ruoli, la sera del 31 dicembre guardando in sequenza su Rai 1 prima il Messaggio di Fine anno del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, poi l’anteprima dell’Anno che verrà con Amadeus, infine il lungo spot della campagna istituzionale di Tim con la voce di Mina. Sarà stato il non cenone al quale un po’ tutti eravamo intenti causa restrizioni da zona rossa, sarà stato l’anno che ci lasciavamo alle spalle, è evidente che il messaggio più gradito sia arrivato dal musical allestito in tre minuti e mezzo dal marchio della compagnia telefonica. Probabilmente per obblighi istituzionali, per stile della casa, per impacci conseguenti alla crisi ventilata, minacciata, possibile o incombente, il discorso del Capo dello Stato non è andato oltre un’accorata esortazione a comportarci bene. Il prologo del tradizionale varietà della notte di Capodanno ha invece confermato l’impostazione da caravanserraglio della rete: tutti dentro un calderone che mixa Gianni Morandi e Piero Pelù, Rita Pavone, Gigi D’Alessio e J-Ax, con qualche ballerina di contorno. In sintesi, «l’Italia dei capelli tinti», è stato autorevolmente scritto.

Schiacciato tra il messaggio presidenziale e il veglione in studio, alla fine il contenuto più augurale è arrivato dallo spot «Questa è Tim». Non tanto per l’abusato arcobaleno che soverchiava il titolo, quanto per il ballo di massa finale. Leggero, colorato, spensierato, sinonimo di libertà da riconquistare. È l’auspicio per il 2021 che, in modo subliminale, è rimbalzato da quei quattro minuti di musica, parole e danze. Così la campagna per i 100 anni d’innovazione, è diventata, per collocazione e contesto, il vero messaggio positivo ai telespettatori.

Lo spot si presenta con l’immagine di Torino, capitale della ricerca tecnologica da dove parte «una storia italiana», «la storia di un’idea e di chi trovò la strada per farne una realtà. Così da cent’anni un’infinita via fa volare milioni di ciao, di come stai. Se pure noi siamo lontani, ci fa sentire più vicini». Le parole sono l’adattamento del testo di This is me, dal musical The Greatest Showman. Le coreografie che Luca Tommassini ha tratto da altri grandi musical e da Pane, amore e… o Flashdance, le immagini montate con linguaggio contemporaneo dalla regia di Luca Josi, direttore della comunicazione strategica di Tim, e le note della voce di Mina, ci trasmettono quella leggerezza e quell’autostima di cui oggi più che mai abbiamo bisogno.

 

La Verità, 2 gennaio 2021

Bocci si tuffa a capofitto nella grande bellezza

Più che un Viaggio nella grande bellezza è stata una corsa a perdifiato, un tuffo a capofitto, una fuga a precipizio quella nella quale ci ha accompagnato Cesare Bocci nel primo di sei episodi di questo itinerario nello splendore dell’arte italiana (Canale 5, martedì, ore 21,40, share del 7,9%, 1,7 milioni di telespettatori). Comunque, una gran lezione di storia dell’arte della quale, insieme all’intero catalogo divulgativo di Piero e Alberto Angela, potrebbero han fatto poco tesoro, nel senso stretto del termine, i vari ministri dei Beni e delle attività culturali che si sono succeduti negli anni. Quando si gustano le tante meraviglie di cui il nostro Paese è ricco, viene immediato chiedersi, appunto, come tale patrimonio stenti a tramutarsi in ricchezza reale tout court.

Dopo il prologo sul Vaticano, trasmesso nel 2019 sempre con Bocci in veste di divulgatore o di «turista di lusso» come lui stesso di definisce, il primo episodio riguardava la Nativity – l’inglese si deve forse alle ambizioni verso mercati stranieri – di Nostro Signore (i successivi riguarderanno Venezia, Leonardo Da Vinci, Roma, Torino e Assisi-Orvieto). Abbiamo vissuto «un Natale diverso ma il senso del Natale è sempre lo stesso», ha messo in chiaro il conduttore Cicerone nell’incipit che ha dato la misura delle cose prima di iniziare il Viaggio su e giù per le meraviglie italiane con i testi di Anna Pagliano e Umberto Broccoli e la cura del capo progetto Giuseppe Feyles, già direttore di Rete 4. Al centro della narrazione c’è ovviamente Maria, protagonista assoluta nel Duomo di Siena e della Maestà di Duccio da Boninsegna. Con ritmo molto incalzante – certamente nell’intento di contagiare di tanta bellezza lo spettatore – il racconto procede accompagnato da musiche e cori non sempre in sottofondo. Le citazioni di brani dai vangeli apocrifi, gli intermezzi cinematografici e le preziose consulenze artistiche arricchiscono un percorso che tocca Santa Maria in Trastevere e i mosaici di Pietro Cavallini, la sontuosa basilica di Santa Maria Maggiore in Roma, la Catacomba di Priscilla e un’infinità di altri siti della cristianità. Una menzione speciale trova l’arte popolare, «parole che andrebbero scritte con due maiuscole», sottolinea Broccoli, dal Sacro Monte di Varallo alle edicole votive in Roma. Si chiude con la Cappella di Sansevero a Napoli dove si trova la magnifica scultura del Cristo velato di Giuseppe Sanmartino e ci si sofferma anche sui simboli massonici presenti nella chiesa. Un’aggiunta piuttosto pleonastica, considerato il tema della puntata.

 

La Verità, 31 dicembre 2020

Il presepio di Eduardo sfida l’incomunicabilità

L’ultima volta che venne proposto in televisione Natale in casa Cupiello era il 1977, il terrorismo insanguinava le nostre strade e nel ruolo dei protagonisti della commedia c’erano Pupella Maggio ed Eduardo De Filippo. Quarantatré anni dopo nei panni di Don Luca e Concetta Cupiello ci sono Sergio Castellitto e Marina Confalone, l’adattamento è cinematografico e non solo l’Italia, ma l’intero pianeta è afflitto dall’epidemia di Covid. Come a dire che, in fondo, in momenti di crisi profonde, ci si rifugia nel calore d’o presepe. L’occasione della produzione Picomedia in collaborazione con Rai Fiction è ricordare i 120 anni dalla nascita del grande Eduardo e i 90 della prima messa in scena del suo capolavoro al Teatro Kursaal di Napoli. Restando fedele al testo originale, ma ambientandolo nel 1950, tra dopoguerra e ricostruzione, in una Napoli imbiancata dalla neve copiosa, il regista Edoardo De Angelis vi compare in un cameo nei panni di un pastore di un presepio vivente come per firmare il suo personale omaggio al maestro (Rai 1, martedì, ore 21,40, share del 23,9%, 5,6 milioni di telespettatori).

La storia è nota. Alla vigilia di Natale la famiglia Cupiello si prepara ai festeggiamenti, agitata dalle frustrazioni dei suoi componenti. La figlia primogenita Ninuccia (Pina Turco) non sopporta più l’anziano e facoltoso marito perché innamorata di Vittorio (Alessio Lapice). Il figlio minore Tommasino (Adriano Pantaleo) si rifiuta categoricamente di crescere e di apprezzare gli sforzi creativi del padre. Al cui insistente interrogativo – «Te piace ’o presepe?» – risponde alzando il mento: «Nun me piace, no!». «E allora te ne devi andare! Devi trovarti un lavoro! Vattene, perché questa è una casa di presepi!», sentenzia il visionario capofamiglia. Nella coloratissima casa Cupiello, il regista (Indivisibili, Il vizio della speranza) ambienta il ménage prenatalizio dei familiari, chiusi ognuno nel proprio mondo: la passione per l’amante di Ninuccia, la testarda indolenza di Tommasino, il pragmatismo distaccato di Concetta. Solo il vecchio Lucariello, un Castellitto al meglio della forma, tenta tra lamenti e rimproveri di mettere insieme i pezzi della famiglia, adorata quanto ’o presepe, che diviene metafora di tormenti vissuti in povertà ma con il cuore.

Se De Angelis riesce a costruire «un mondo più vero della realtà», al buon risultato finale concorrono anche i contributi delle scenografie di Carmine Guarino, dei costumi di Massimo Cantini, della fotografia di Ferran Paredes Rubio e delle musiche di Enzo Avitabile.

 

La Verità, 24 dicembre 2020