Nel metafisico Soul il destino suona il jazz

Un cartoon metafisico. Si può definire così l’attesissimo Soul (anima), dal 25 dicembre su Disney+. Il film prodotto dalla Pixar avrebbe dovuto sbarcare nei cinema americani nel giugno scorso e nei nostri a Natale. Invece, causa Covid, eccolo ora disponibile solo per gli abbonati della piattaforma streaming. Con i precedenti Monster & Co, Up e Inside Out, il geniale autore e regista Pete Docter ci ha abituato a storie allegre dai risvolti filosofici. Stavolta il protagonista è un afro-americano, il tenero Joe Gardner, professore di musica con aspirazioni da jazzista, in attesa delle occasioni della vita. Ne arrivano ben due nello stesso giorno, si sa com’è il destino: l’assunzione definitiva presso la scuola dove già lavoricchia e la possibilità di essere scritturato come pianista nel quartetto di Dorothea Parker. Inutile dire che la pragmatica madre, padrona di una lavanderia, propenda per il rassicurante contratto scolastico, mentre lui smania per il molto più bohémien jazz club. Senonché, mentre corre a sciogliere il dilemma, canticchiando «la musica è il mio pensiero fisso» dalla mattina alla sera, il tenero Joe precipita in un tombino che lo catapulta nell’Aldilà. Si sa com’è il destino. E si sa quanto lo si rifiuti quando si frappone alla grande opportunità che attendiamo da sempre. Così, lassù, nella specie di ultramondo nel quale ora si trova, il tenero Joe cammina in direzione contraria a quella di tutte le anime dirette al giudizio finale: non posso, non voglio, non devo morire, proprio ora che mi vogliono nel mitico quartetto di Dorothea Parker (che pur citando il mitico Charlie, somiglia a quello di John Coltrane). Il suo nuovo chiodo fisso è tornare sulla terra, anche mettendosi in combutta con l’anima più ribelle dell’Aldilà. Per farlo, però, bisogna associarsi a un corpo terreno. Purtroppo, le cose non filano lisce e mentre l’anima ribelle prende le sembianze del tenero Joe, lui assume quelle di un gatto paffuto. Si sa com’è il destino, la seconda chance bisogna conquistarsela e nessuno si salva da solo…

Affiancato dallo sceneggiatore di colore Kemp Powers, forse in ossequio alle nuove norme dell’Academy per gli Oscar, il bianco Pete Docter ambienta nella New York dei sobborghi popolari una storia a due velocità: quella ordinaria del prof vessato dalla madre, e quella metafisica, più asettica, dove si rincorrono le anime disegnate come le cellule dell’acqua Lete. Per ritmo, colori, fantasia e intensità narrativa la parte terrena è di gran lunga la più emozionante delle due. Si attende un seguito sulla carriera di Joe Gardner.

La Verità, 3 gennaio 2020

Tra tanti, spicca l’augurio subliminale di Mina

Si è realizzato uno strano effetto di sovrapposizione, quasi uno scambio di ruoli, la sera del 31 dicembre guardando in sequenza su Rai 1 prima il Messaggio di Fine anno del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, poi l’anteprima dell’Anno che verrà con Amadeus, infine il lungo spot della campagna istituzionale di Tim con la voce di Mina. Sarà stato il non cenone al quale un po’ tutti eravamo intenti causa restrizioni da zona rossa, sarà stato l’anno che ci lasciavamo alle spalle, è evidente che il messaggio più gradito sia arrivato dal musical allestito in tre minuti e mezzo dal marchio della compagnia telefonica. Probabilmente per obblighi istituzionali, per stile della casa, per impacci conseguenti alla crisi ventilata, minacciata, possibile o incombente, il discorso del Capo dello Stato non è andato oltre un’accorata esortazione a comportarci bene. Il prologo del tradizionale varietà della notte di Capodanno ha invece confermato l’impostazione da caravanserraglio della rete: tutti dentro un calderone che mixa Gianni Morandi e Piero Pelù, Rita Pavone, Gigi D’Alessio e J-Ax, con qualche ballerina di contorno. In sintesi, «l’Italia dei capelli tinti», è stato autorevolmente scritto.

Schiacciato tra il messaggio presidenziale e il veglione in studio, alla fine il contenuto più augurale è arrivato dallo spot «Questa è Tim». Non tanto per l’abusato arcobaleno che soverchiava il titolo, quanto per il ballo di massa finale. Leggero, colorato, spensierato, sinonimo di libertà da riconquistare. È l’auspicio per il 2021 che, in modo subliminale, è rimbalzato da quei quattro minuti di musica, parole e danze. Così la campagna per i 100 anni d’innovazione, è diventata, per collocazione e contesto, il vero messaggio positivo ai telespettatori.

Lo spot si presenta con l’immagine di Torino, capitale della ricerca tecnologica da dove parte «una storia italiana», «la storia di un’idea e di chi trovò la strada per farne una realtà. Così da cent’anni un’infinita via fa volare milioni di ciao, di come stai. Se pure noi siamo lontani, ci fa sentire più vicini». Le parole sono l’adattamento del testo di This is me, dal musical The Greatest Showman. Le coreografie che Luca Tommassini ha tratto da altri grandi musical e da Pane, amore e… o Flashdance, le immagini montate con linguaggio contemporaneo dalla regia di Luca Josi, direttore della comunicazione strategica di Tim, e le note della voce di Mina, ci trasmettono quella leggerezza e quell’autostima di cui oggi più che mai abbiamo bisogno.

 

La Verità, 2 gennaio 2021

Bocci si tuffa a capofitto nella grande bellezza

Più che un Viaggio nella grande bellezza è stata una corsa a perdifiato, un tuffo a capofitto, una fuga a precipizio quella nella quale ci ha accompagnato Cesare Bocci nel primo di sei episodi di questo itinerario nello splendore dell’arte italiana (Canale 5, martedì, ore 21,40, share del 7,9%, 1,7 milioni di telespettatori). Comunque, una gran lezione di storia dell’arte della quale, insieme all’intero catalogo divulgativo di Piero e Alberto Angela, potrebbero han fatto poco tesoro, nel senso stretto del termine, i vari ministri dei Beni e delle attività culturali che si sono succeduti negli anni. Quando si gustano le tante meraviglie di cui il nostro Paese è ricco, viene immediato chiedersi, appunto, come tale patrimonio stenti a tramutarsi in ricchezza reale tout court.

Dopo il prologo sul Vaticano, trasmesso nel 2019 sempre con Bocci in veste di divulgatore o di «turista di lusso» come lui stesso di definisce, il primo episodio riguardava la Nativity – l’inglese si deve forse alle ambizioni verso mercati stranieri – di Nostro Signore (i successivi riguarderanno Venezia, Leonardo Da Vinci, Roma, Torino e Assisi-Orvieto). Abbiamo vissuto «un Natale diverso ma il senso del Natale è sempre lo stesso», ha messo in chiaro il conduttore Cicerone nell’incipit che ha dato la misura delle cose prima di iniziare il Viaggio su e giù per le meraviglie italiane con i testi di Anna Pagliano e Umberto Broccoli e la cura del capo progetto Giuseppe Feyles, già direttore di Rete 4. Al centro della narrazione c’è ovviamente Maria, protagonista assoluta nel Duomo di Siena e della Maestà di Duccio da Boninsegna. Con ritmo molto incalzante – certamente nell’intento di contagiare di tanta bellezza lo spettatore – il racconto procede accompagnato da musiche e cori non sempre in sottofondo. Le citazioni di brani dai vangeli apocrifi, gli intermezzi cinematografici e le preziose consulenze artistiche arricchiscono un percorso che tocca Santa Maria in Trastevere e i mosaici di Pietro Cavallini, la sontuosa basilica di Santa Maria Maggiore in Roma, la Catacomba di Priscilla e un’infinità di altri siti della cristianità. Una menzione speciale trova l’arte popolare, «parole che andrebbero scritte con due maiuscole», sottolinea Broccoli, dal Sacro Monte di Varallo alle edicole votive in Roma. Si chiude con la Cappella di Sansevero a Napoli dove si trova la magnifica scultura del Cristo velato di Giuseppe Sanmartino e ci si sofferma anche sui simboli massonici presenti nella chiesa. Un’aggiunta piuttosto pleonastica, considerato il tema della puntata.

 

La Verità, 31 dicembre 2020

Il presepio di Eduardo sfida l’incomunicabilità

L’ultima volta che venne proposto in televisione Natale in casa Cupiello era il 1977, il terrorismo insanguinava le nostre strade e nel ruolo dei protagonisti della commedia c’erano Pupella Maggio ed Eduardo De Filippo. Quarantatré anni dopo nei panni di Don Luca e Concetta Cupiello ci sono Sergio Castellitto e Marina Confalone, l’adattamento è cinematografico e non solo l’Italia, ma l’intero pianeta è afflitto dall’epidemia di Covid. Come a dire che, in fondo, in momenti di crisi profonde, ci si rifugia nel calore d’o presepe. L’occasione della produzione Picomedia in collaborazione con Rai Fiction è ricordare i 120 anni dalla nascita del grande Eduardo e i 90 della prima messa in scena del suo capolavoro al Teatro Kursaal di Napoli. Restando fedele al testo originale, ma ambientandolo nel 1950, tra dopoguerra e ricostruzione, in una Napoli imbiancata dalla neve copiosa, il regista Edoardo De Angelis vi compare in un cameo nei panni di un pastore di un presepio vivente come per firmare il suo personale omaggio al maestro (Rai 1, martedì, ore 21,40, share del 23,9%, 5,6 milioni di telespettatori).

La storia è nota. Alla vigilia di Natale la famiglia Cupiello si prepara ai festeggiamenti, agitata dalle frustrazioni dei suoi componenti. La figlia primogenita Ninuccia (Pina Turco) non sopporta più l’anziano e facoltoso marito perché innamorata di Vittorio (Alessio Lapice). Il figlio minore Tommasino (Adriano Pantaleo) si rifiuta categoricamente di crescere e di apprezzare gli sforzi creativi del padre. Al cui insistente interrogativo – «Te piace ’o presepe?» – risponde alzando il mento: «Nun me piace, no!». «E allora te ne devi andare! Devi trovarti un lavoro! Vattene, perché questa è una casa di presepi!», sentenzia il visionario capofamiglia. Nella coloratissima casa Cupiello, il regista (Indivisibili, Il vizio della speranza) ambienta il ménage prenatalizio dei familiari, chiusi ognuno nel proprio mondo: la passione per l’amante di Ninuccia, la testarda indolenza di Tommasino, il pragmatismo distaccato di Concetta. Solo il vecchio Lucariello, un Castellitto al meglio della forma, tenta tra lamenti e rimproveri di mettere insieme i pezzi della famiglia, adorata quanto ’o presepe, che diviene metafora di tormenti vissuti in povertà ma con il cuore.

Se De Angelis riesce a costruire «un mondo più vero della realtà», al buon risultato finale concorrono anche i contributi delle scenografie di Carmine Guarino, dei costumi di Massimo Cantini, della fotografia di Ferran Paredes Rubio e delle musiche di Enzo Avitabile.

 

La Verità, 24 dicembre 2020

 

La Scala, la Murgia e l’arte mandata in frantumi

Ce l’avevano messa tutta la garrula Milly Carlucci e il sornione Bruno Vespa a convincerci che valeva la pena investire le tre ore dell’imbrunire di Sant’Ambrogio assistendo all’irripetibile edizione della Prima della Scala ai tempi del Covid in assenza di pubblico, con l’orchestra diretta da Riccardo Chailly e sparpagliata in platea, il coro distribuito nei palchi, le scene ambientate nel foyer, nel portico, nelle sale attigue e in tutto l’austero edificio progettato da Giuseppe Piermarini. L’occasione era solenne sebbene mancassero le signore ingioiellate, le contestazioni, il gossip sui chi c’era e chi no, il presidente della Repubblica e la Milano bene. A riveder le stelle rappresentava ugualmente, ancor più tra vincoli e rinunce, uno sforzo di composizione tra cultura alta e bassa, il meglio dell’opera soprattutto della tradizione italiana, Verdi, Puccini, Rossini, Donizetti, senza tralasciare Bizet, Wagner e il celeberrimo Lago dei cigni di Tchaikovsky, intervallati da citazioni di Ingmar Bergman ed Eugenio Montale affidate a Massimo Popolizio e Laura Marinoni o decorati dall’iconografia dell’artista contemporaneo Jack Vettriano e il suo Tango sotto la pioggia. Tutto questo sfarzo amministrato dalla regia innovativa di Davide Livermore che avrebbe usato in un’unica scenografia spazi e anfratti del teatro. Arie popolari, aveva insistito Carlucci, nelle quali il pubblico televisivo, anche quello meno avvezzo, si sarebbe finalmente ritrovato. Brani nobilitati, fra gli altri, dal tenore Vittorio Grigolo e dal soprano Marina Rebeka, e dalle partecipazioni prestigiose di Placido Domingo e di Roberto Bolle. Insomma, il meglio del meglio, imperdibile, avevano garantito i due super testimonial della Rai radiotelevisione italiana. Un grande tentativo di trasformare il momento di dolore in rinascita attraverso la bellezza, secondo le parole di Livermore. E, dunque, proviamoci…

Poi però – che dire? – è comparsa Michela Murgia di nero vestita. La quale, senza citare nessuno se non sé stessa, ha riscritto l’intero repertorio lirico mondiale come una storia di riscatto delle «classi marginali» servi, poveri e donne. Così, «Tosca anticipa il Meeto» e «La Traviata mette alla berlina l’ipocrisia borghese che alle donne ancora oggi perdona tutto, tranne la libertà…». E avanti alla rinfusa, in un basso revisionismo da «Se non ora quando». «Questo fa l’arte», ha concluso la scrittrice, «manda in frantumi il vecchio mondo». Già. Poi, però, arriva l’ideologia delle Michela Murgia a mandare in frantumi lei. Si fosse in platea alla Scala, a questo punto ci si alzerebbe per dirigersi al guardaroba. Accomodati invece nel salotto di casa, con un sospiro poco lirico, si porta la mano al telecomando. Non per scagliarlo contro lo schermo, mandandolo a sua volta in frantumi. Ma per cambiare canale.

 

La Verità, 9 dicembre 2020

Un idolo planetario è protetto dalla vita privata?

Non se ne può più dello tsunami di retorica che ci ha travolto da quando è morto Diego Armando Maradona, ritenuto dalla maggioranza degli addetti ai lavori il più grande calciatore di sempre. Non se ne può più dell’alluvione di iperboli, pianti, esaltazioni, devozioni, inginocchiamenti a favor di telecamera, tipo quello del campione del mondo Bruno Conti ai Quartieri spagnoli di domenica. Di quanto letto sui giornali ha già scritto con la sagacia che conosciamo Mario Giordano, ma ciò a cui si continua ad assistere nei vari talk show non solo calcistici è, se possibile, persino peggio. Non parliamo poi di ciò che avviene sui campi di gioco. Al minuto di silenzio prima delle partite e il lutto al braccio indossato da tutti, giocatori e allenatori, è stata aggiunta la stucchevole interruzione del gioco con applauso, al decimo minuto del primo tempo di ogni match. Sia chiaro, Maradona è stato un fuoriclasse assoluto, probabilmente, come detto, il più grande sul terreno di gioco. Ma, ahinoi, assai meno grande fuori dal campo. Messo insieme, questo show planetario si chiama idolatria e sa un po’ di disperazione: c’entrerà la tragedia della pandemia?

Ho perciò sperato che qualche distinguo ce lo regalasse Marco Tardelli, ruvido campione del mondo nel 1982 (siamo figli del suo urlo di rabbia felice dopo il gol alla Germania), coraggiosamente intervistato dalla compagna Myrta Merlino, napoletana, all’Aria della domenica su La7. Le premesse sembravano buone: «Si può giudicare Diego in tanti modi. Si può giudicare Maradona e poi Diego Armando Maradona perché credo che Maradona sia stato un capolavoro del calcio». Ma poi anche Tardelli è planato su Maradona antisistema, figlio della rivoluzione, figlio del popolo che cercava riscatto come Napoli, e l’hanno trovato insieme… Alla fine, Merlino ha mostrato l’intervista concessa al regista Emir Kusturica («Che giocatore sarei stato se non avessi sniffato cocaina»), rimproverando bonariamente Tardelli, solitamente ligio alle regole, di essere tollerante con il Pibe de oro: «Non sono tollerante, non entro nella sua vita privata. Della sua vita privata fa quello che vuole. Mi ha dato delle emozioni in campo, non per quello che ha fatto nella vita privata». E meno male. Ma quando si è idoli globali, com’è stato Maradona, la distinzione tra vita pubblica e privata sparisce. Ammiriamo le opere del pittore Caravaggio, condanniamo le sue azioni criminali. Sono sicuro che, a proposito di vita privata, lo sappia bene anche Tardelli, in quel momento intervistato dalla sua donna.

 

La Verità, 1 dicembre 2020

La docuserie delle Iene sulla lotta anti-Covid

C’è Alessandro, un ragazzo che ha scritto alle Iene perché non sapeva come fare a mandare un messaggio a suo padre di 77 anni, sedato in terapia intensiva. C’è Mario, un paziente anziano e paraplegico, da due settimane tra i sub intensivi. C’è Angela, un’ex farmacista già dializzata, prima ricoverata tra gli infettivi, poi entrata in terapia intensiva e ora finalmente riportata nella sezione infettivi. «Siamo tornati all’ospedale di Padova per raccontarvi come stiamo affrontando la seconda ondata», dice Alessandro Politi infilandosi camice, mascherina e visiera prima di imboccare il corridoio del Monoblocco, avamposto di 150 posti letto. È la quarta settimana che, come in una docuserie, Le Iene raccontano «La prima linea della lotta al coronavirus» a contatto con medici, infermieri e malati, con servizi arricchiti da brevi tutorial sulle parti più tecniche (Italia 1, martedì ore 21,20, share dell’8,7%, 1,6 milioni di spettatori). Si capisce cos’è la nutrizione parenterale per i pazienti che non possono mangiare. Si imparano i diversi modi di somministrare l’ossigeno in base alla gravità della malattia. Dottori e infermieri spiegano senza retorica le loro azioni. Politi e Marco Fubini aggiornano sullo stato di salute dei «nostri amici». Dopo aver parlato con Alessandro, il primario della terapia intensiva si presta a mostrare al padre il suo videomessaggio: non potrà vederlo, ma sentirlo sì… La distanza dagli affetti è la sofferenza maggiore. Lo dice anche Mario, sorridente sotto la barba lunga perché i suoi indicatori stanno migliorando. Passa la giornata «pensando». A cosa? «Alla famiglia, alle mie cose. Ventiquattro ore sempre in questa posizione, mi muovo solo per evitare le piaghe. La mente non si ferma mai. È durissima». Mostra la foto delle nipotine e dei compagni delle bocce, anche loro in carrozzella. Arriva il giorno del ritorno a casa: «Per me è come rinascere la terza volta». Camilla, la figlia di Angela, è incinta e, dopo un periodo già difficile – trapianto di rene, rigetto, depressione, nuova dialisi – è arrivato il Covid. Ma nell’attesa della nipotina ora la «quasi nonna» sta ritrovando il sorriso: «Voglio sperare positivo, si fa la stessa fatica che a pensare negativo. Quindi…». Politi torna da Alessandro con un filmato che mostra lo stato del papà: «Fa male vederlo così, ma l’ho rivisto e questo mi fa sperare, perché davanti alle difficoltà è un leone».

Volti, rughe, letti, speranze… Si capisce cento volte di più che cos’è il coronavirus da un servizio così che in dieci dibattiti tra virologi.

 

La Verità, 19 novembre 2020

Quante cose succedono sulla scacchiera di Beth

Scriveva Thomas Henry Huxley che «la scacchiera è il mondo e gli scacchi sono i fenomeni dell’universo». E, in effetti, quante cose succedono sulle tavole bianconere di Beth Harmon, la magnetica protagonista di La regina degli scacchi, la miniserie di Netflix interpretata da Anya Taylor-Joy, ideata e diretta da Scott Frank con la supervisione del campione Gary Kasparov e tratta dall’omonimo romanzo di Walter Tevis (The Queen’s Gambit), già autore dello Spaccone, insomma uno che con le storie di giochi di qualità ci sa fare. Dunque, dentro e attorno a questa scacchiera succede di tutto, ma principalmente avviene l’emancipazione da un’infanzia disgraziata – separazione dei genitori, incidente della madre, ingresso nell’orfanotrofio – di questa bambina dai capelli rossi che, dopo il divorzio anche dei genitori adottivi, crescerà ammaliante e inevitabilmente ribelle.

La scacchiera, dunque. È nel seminterrato del custode del rigido istituto – siamo nel Kentucky dei primi anni Sessanta – che Beth impara a conoscerne gli infiniti segreti, rivelando subito la sua formidabile predisposizione. «Quelle come te non hanno vita facile», preconizza il burbero ma paterno custode. «Sei due facce della stessa medaglia; da una parte il talento, dall’altra il prezzo da pagare. Non si può dire quale sarà il tuo di prezzo, avrai il tuo momento di gloria, ma questo non durerà, tu hai così tanta rabbia dentro, devi fare attenzione».

Calda, coloratissima, ritmata, piena di ottima musica e perfettamente confezionata nel vintage di abiti, rossetti, drink e arredi, c’è chi ha visto nella Regina degli scacchi «una Wonder woman senza superpoteri» che, superando il lastrico delle mortificazioni e delle dipendenze da tranquillanti e alcool, si impone in un mondo ossessivo nel quale le primedonne sono sempre gli uomini. Oppure c’è chi ha sottolineato «la rivalsa rispetto a come ha visto i mariti del tempo trattare le mogli». Tutto vero, certamente. Al punto che, a volte, la parabola del riscatto sconfina nella favola (l’adunata degli avversari da lei umiliati pronti ad assisterla). Ma forse l’originalità della storia è rintracciabile in ciò che succede nella tavola quadrettata, dove la protagonista riversa la sua rabbia forgiata di prodigioso talento. Così che la scacchiera, senza essere territorio per adepti, diventa esercizio di strategia, storia fantasy, thriller e, nelle partite lampo, spartito rap. O, più spesso, psichedelico, grazie all’additivo di quelle irrinunciabili capsule verdi, il famoso «prezzo da pagare». Perché, purtroppo, anche stavolta, non c’è genio senza la molto comprensibile sregolatezza.

 

La Verità, 14 novembre 2020

Sarà la pandemia… Mijena e Chicco hanno un core

Sarà la pandemia. O sarà la sintonia. O, infine, sarà l’età che avanza. O magari tutte e tre le cose insieme. Fatto sta che ieri sera, nella consueta rubrica Dataroom del lunedì che ripropone nel TgLa7 la ricerca realizzata per il Corriere della sera, Milena Gabanelli ha lasciato trapelare qualche tratto personale più del solito. Si parlava della situazione degli anziani – dei vecchi, dicendola schietta – e di come vengono assistiti e accuditi nelle strutture pubbliche e private, nelle Rsa del sistema sanitario, negli istituti profit e non profit e nelle case famiglia. Dati, numeri, profitti e perdite della situazione. Alla fine dell’intervento registrato, Gabanelli ha detto che «la terza età è stata scaricata dal pubblico e il Covid ne ha mostrato l’orrore. Ora il ministro ha istituito una commissione di saggi che si confronteranno sulle idee, poi diventerà una relazione e alla fine magari un libro», ha concluso con chiaro riferimento all’inopportuna pubblicazione licenziata e subito ritirata qualche giorno fa dal ministro Roberto Speranza (Perché guariremo, Feltrinelli).

Nel breve dialogo che è seguito tra Gabanelli ed Enrico Mentana, oltre la denuncia documentata del trattamento degli anziani «come spazzatura», è trapelato, piuttosto inedito, il lato umano dei due giornalisti, rappresentanti di un modo di fare informazione solitamente freddo, distaccato, terzo.

La prima faccenda sconcertante è che non esiste una vera mappatura della situazione degli anziani in Italia. «Non ce l’ha il ministero, non ce l’hanno le regioni, non ce l’hanno i comuni. La situazione è fuori controllo», si è accorata Gabanelli. «La cosa migliore che ci possa capitare è diventare anziani…», ha osservato. «L’alternativa è peggio», ha fulmineamente chiosato Mentana, senza la solita ironia. «Esattamente», ha convenuto l’ex conduttrice di Report. Il ministro si è accorto del problema e ha creato questa commissione piena di menti illuminate guidata da monsignor Vincenzo Paglia per il quale Gabanelli nutre «enorme rispetto». Ma il tutto suona un po’ come «affidate l’anima a Dio. Lo dico da credente», ha confidato. «Mi aspetterei un tavolo tecnico…». Invece.

Sarà la pandemia che «intenerisce il core». Sarà la sintonia su un certo modo di fare informazione. Sarà l’età, che per entrambi si approssima alla soglia della terza (per inciso, è anche la mia). Sta di fatto che, forse, per la prima volta, o almeno in modo abbastanza insolito, abbiamo constatato che anche Milena Gabanelli ed Enrico Mentana hanno un core.

La sofisticatezza di Guadagnino sa d’ideologia

Spiace, ma tocca dissentire. Dagli osanna diffusi, dai cori entusiastici, dagli ooohh di meraviglia. I media si sono sperticati: «Una serie mozzafiato» (Vanity Fair), «Un affresco vivente e finemente dettagliato» (The New York Times), «Sbalorditiva, a dir poco bellissima» (Rolling Stone), tanto per citare qui e là. Purtroppo no, non condivido tanta esaltazione. We are who we are – Siamo ciò che siamo di Luca Guadagnino l’ho trovata irritante e indisponente. Non solo per ciò che racconta. Soprattutto per l’operazione ideologica che contiene. Per il modo di fare cinema e televisione. Scientificamente intellettuale, astratto, programmaticamente altero. Un modo che, intervistato da Marco Giusti per Dagospia, il regista di Chiamami col tuo nome ha spiegato citando Bernardo Bertolucci: «Luca ed io lavoriamo sul cinema pensando non alla realtà, ma al cinema per arrivare alla realtà». Tutto chiaro, no? Lo spunto dell’opera non è la vita, ma la nostra idea, la nostra pensata per il cinema. Che, attraverso esercizi di stile più o meno riusciti, porta a narrare qualcosa che ci sta a cuore.

Una coppia di lesbiche con figlio al seguito precipitata dentro una base militare: non è una bella pensata? Non è un’idea pittoresca? Che dà la sveglia a un ambiente retrogrado come quello dell’esercito, sebbene americano. Credevate che i battaglioni dei marines fossero uno degli ultimi posti dove il bianco e nero sono ancora tali senza troppe sfumature e distinguo? Vi sbagliate. Ecco una bella centrifuga di opposti che fa saltare il banco delle convenzioni e dimostra che il mondo gender è avanti e i militari sono indietro. Che la fluidità e la scelta di genere sono il futuro e la famiglia tradizionale opprime le libertà ancor più delle gerarchie dell’esercito. È la trovata di Guadagnino per We are who we are, otto episodi in onda su Sky Atlantic (coprodotti da Sky e Hbo con The Apartment di Wildside, entrambe del gruppo Fremantle, e Small Forward) tra gli applausi generali della critica mainstream.

Unghie smaltate, capelli ossigenati, abbigliamento queer e auricolari perennemente innestati nelle orecchie, il protagonista Frazer (Jack Dylan Grazer) si aggira irrequieto tra gli edifici dell’enclave militare citando poeti sparsi. Siamo nel 2016, durante la campagna per le presidenziali americane, e la di lui madre (precedente matrimonio, inseminazione artificiale o maternità surrogata?), interpretata da Chloë Sevigny, è il nuovo capo della base, accolto con evidente disappunto dall’ufficiale nero e trumpiano (Kid Kuli), uso a tirare di boxe con la figlia Caitlin (Jordan Kristine Seamon), coetanea di Frazer.

La pensata è astrusa e artificiale, ma la trama è costruita ad arte. Con simili genitori, infatti, non è difficile immaginare che Frazer e Caitlin abbiano qualche problema di identità e finiscano per familiarizzare, scambiandosi vestiti, confidenze sulla loro irresolutezza, condividendo il rasoio per tagliare la prima peluria sopra le labbra. È questa indeterminatezza sessuale con le sue sfumature miste tra mascolinità e femminilità il centro della storia. Una volubilità per la quale, tanto per rendere la complicazione della vicenda, si è coniato l’ossimoro «normalità trasgressiva».

Nell’intervista citata Guadagnino ricorre spesso all’aggettivo sofisticato e precisa che la sua «arte è far sembrare improvvisata una serie ultra-scritta». Stia tranquillo, nessuno l’aveva sospettato. E non solo perché, tra gli sceneggiatori, oltre a Francesca Manieri c’è il premio Strega Paolo Giordano. Ma perché tutto, dall’idea di partenza fino all’ultima ripresa, è evidentemente studiato. In una scena del terzo episodio, la madre-comandante flirta con il suo attendente sul quale ha poco prima riflettuto a voce alta: «È il mio tipo, ma non il mio genere». Stupito, Fraser osserva poco distante insieme a Caitlin, tagliata a metà dall’inquadratura. Chi è davvero colpito dalla stranezza della madre è lui. We are who we are è questo esercizio di ambiguità e doppiezza, reso anche dai movimenti della cinepresa, senza mai un centro riconoscibile. Provvisorie e oblique le riprese, sfalsate le voci rispetto ai volti. Spesso qualcuno parla, pensa a voce alta senza comparire. L’effetto è un senso d’instabilità, volubilità, fuggevolezza. Oltre che nell’abbigliamento e nel minimalismo da bidet, la fluidità è resa dall’assenza di un fulcro visivo. L’occhio del regista rallenta sugli indumenti raggrumati a bordo piscina, sulle bottiglie di birra e di whisky vuote e sui posaceneri pieni dopo lo sballo post matrimonio improvviso e improvvisato tra il milite in partenza per la missione e la bella del posto. Quella parte di Laguna popolare che rimane sullo sfondo della storia. E dove, volendo fare un bagno di realtà, la sofisticatezza di Guadagnino probabilmente risulterebbe in tutta la sua artificiosità. Chissà che cosa direbbero gli avventori di un’osteria di Chioggia o i pescatori del porto di una coppia di lesbiche con figlio in una base militare americana.

 

La Verità, 20 ottobre 2020