Scotti batte subito De Martino, sarà gara lunga

C’è partita, c’è match, direbbero i commentatori sportivi. Al di là dei comunicati e dei complicati calcoli di share e ascolto medio, tra La Ruota della fortuna e la versione rinnovata di Affari tuoi la gara è all’ultimo telespettatore. Innanzitutto, i dati: nella sovrapposizione tra i due game show (dalle 20,49 alle 21,25 di lunedì) l’ha spuntata di un soffio il programma di Rai 1: 4.210.000 spettatori e il 22,35% di share per Stefano De Martino, 4.120.000 ascoltatori e il 21,87% per Gerry Scotti. Nel conteggio complessivo dei due programmi, invece, ha vinto di poco l’access di Canale 5: 4.514.000 persone e il 24,17% di share contro 4.222.000 telespettatori e il 22,6% del gioco in onda sull’ammiraglia Rai. La notizia c’è tutta: l’anno scorso Affari tuoi distaccava la concorrenza anche di 15 punti di share. Ora i rivali si sorpassano e controsorpassano. È una sfida senza esclusione di colpi se è vero che, rispetto alle medie di un anno fa, Affari tuoi ha perso quasi 10 punti di share, mentre La Ruota della fortuna ne ha ceduti 5 in rapporto alla settimana scorsa. Certamente, è presto, anzi, prestissimo per trarre conclusioni. La stagione è appena iniziata. Ma la sensazione è che il tormentone sull’access primetime ci accompagnerà a lungo. Intanto, perché il suo andamento può influire sugli ascolti della prima serata. E poi perché può accelerare o rallentare il ritorno in onda di Striscia la notizia, la cui ripresa è prevista per il mese di novembre.

Se, nel frattempo, si vuole azzardare una riflessione, certamente parziale, è il caso di dire che il primo risultato sembra dar ragione alla strategia attuata da Mediaset: lavorare tutta l’estate con un quiz in diretta, rodando il format – un gioco con una minima ambizione enigmistica tra i più longevi della televisione mondiale – e creando fidelizzazione del pubblico ai tormentoni di Gerry Scotti e alla presenza di Samira Lui. De Martino era atteso al varco dopo un paio di mesi di assenza. Una parte di pubblico si è accontentato di Techetechetè, un’altra parte si è dispersa, coagulandosi su Canale 5. Al ritorno, preparato da molti spot promozionali, il format è stato rinfrescato, con uno studio loft e la presenza evocata dall’ufficio del misterioso «Dottore». Il cui potere, però, sembra lievemente ridimensionato dal fatto che ignora il contenuto del pacco nero. Lo scopo è accrescere ulteriormente la suspence del gioco. Basterà a rendere più attrattivo l’one man show con De Martino rispetto al gioco di squadra di Scotti, Samira e della band di Canale 5?

 

La Verità, 4 settembre 2025

Watson, un giocattolino woke troppo patinato

È sbarcato l’altra sera su Canale 5 e Mediaset Infinity Watson, ennesima e liberissima derivazione dai racconti di Arthur Conan Doyle (ore 21,35, share del 12,2%, 1,4 milioni di telespettatori). Qui, nella prima stagione della serie prodotta dalla Cbs, Sherlock Holmes è appena morto (ma tornerà nella seconda, già realizzata), ucciso dall’irriducibile nemico, il professor James Moriarty. Qualche mese dopo esser riemerso dalle acque di Reichenbach in Svizzera, dove si è consumata la lotta finale, ritroviamo il fido assistente John Watson a Pittsburgh, vincolato dall’eredità del suo ex capo a mandare avanti la «Holmes clinic», un dipartimento di cura per persone affette da malattie rare. L’impegno al fianco del grande detective, però, ha comportato il distacco dalla bella moglie che, ahilui, ora ritrova nel ruolo di direttrice sanitaria della clinica. Per risolvere i casi che gli si presentano, il genetista Watson (Morris Chestnut) si contorna di un team di ricercatori disadattati, composta da due infettivologi e fratelli gemelli (interpretati da Peter Mark Kendall), da un’immunologa (Ritchie Coster) e da una neurologa (Eve Harlow) che, in teoria, dovrebbe occuparsi anche del trauma che ha colpito lo stesso Watson dopo la scomparsa del partner. Il quale, con la complicità dell’ambiguo compagno Shinwell Johnson (Ritchie Coster), si affida invece a una più rassicurante terapia farmacologica.
In un’ambientazione calda, con uffici foderati di boiserie più adatte a una prestigiosa università che a un asettico ospedale, si snodano dialoghi a metà tra la didascalia sanitaria e la gara all’ultima parola. Tutte cose già viste e sentite in Dr. House. È l’inevitabile e mortificante paragone dei medical drama che sconfinano nella detection. Watson invita ripetutamente i suoi collaboratori a essere «sia medici che detective». E anche se ora lavora in Pennsylvania, nei momenti cruciali ricorre curiosamente all’aiuto di qualche vecchio amico di Scotland Yard. È la minore delle stranezze della serie ideata dal gruppo di autori guidati da Craig Sweeny, lo stesso che, sempre dalle opere di Conan Doyle aveva tratto Elementary, dove Watson era impersonato dall’asiatica Lucy Liu. Perciò, di fronte a questo nuovo, patinato, giocattolino woke, con un Watson di colore e due spalle da nuotatore, e l’ex moglie (Rochelle Aytes) sbilanciata in una relazione omosex, la sorpresa è in modica quantità. Devono essersene resi conto anche a Canale 5 se hanno scelto di piazzare i 13 episodi in quattro serate di agosto.

 

La Verità, 21 agosto 2025

Anche gli spot di Sinner sono da numero uno

Certi spot pubblicitari sono piccoli gioielli. Capolavori di comunicazione che si rivedono senza stancarsi. Perché il protagonista è una persona gradevole. Perché il messaggio è chiaro e leggero. Perché contengono un filo di autoironia che non guasta. E, infine, perché ci dicono qualcosa di chi li interpreta. Prendiamo la campagna promozionale per la rete wifi di un’importante piattaforma digitale: Alessandro Del Piero sembra un attore consumato. «Passa, passa…», incoraggia l’amico che balza sul pallone in cortile. Sdlang. La finestra va in frantumi. «Passa a Sky che è meglio». Stesso effetto comico per un altro episodio della serie: «Ragazzi, domani ci sono. Partitona». Suona il campanello e Alessandro apre la porta in tenuta da calcio per il match con la playstation: «Ma come vi siete vestiti?». «Ma come ti sei vestito tu?».

Gli annunci più divertenti del momento sono quelli che hanno protagonista Jannik Sinner. Una quantità spropositata che rimbalza spesso tra le sue azioni in diretta nei tornei e che possono provocare un moto di rigetto. Infatti, qualche moralista in servizio permanente ha storto il naso. In realtà, sono uno più bello dell’altro. Soprattutto perché dicono qualcosa del mondo del campione, del quale siamo curiosi. Fino a qualche settimana fa ce n’era uno che reclamizzava i servizi di un grande istituto bancario. Sulle note di Requiem for a trumpet, un bambino si accingeva a iniziare la partita di doppio con molta titubanza perché non c’era traccia del suo compagno fin quando Jannik spuntava alle sue spalle. Rinfrancato, inalberava la racchetta più grande di lui: «È bello avere quello che ti serve quando ti serve». Oppure, promuovendo il marchio di una pasta, Jannik spiega: «Il tennis è uno sport semplice, basta buttare la pallina dall’altra parte; la differenza la fa il come». Concetti all’insegna dell’understatement. Ma il messaggio che svela il tratto tipico del numero 1 è quello di un importante marca di caffè. Siamo nel backstage dello spot stesso e la pignoleria del protagonista esaspera lo staff. Si prova e riprova, «Espresso, espresso perfetto…». Jannik scioglie le spalle, improvvisando un training. «Espresso a modo mio». La regista annuisce, soddisfatta. «Buona!», annuncia un cameraman. Lui scuote la testa. «Possiamo rifarla?». La regista, nella quale ci rivediamo, allarga le braccia, estenuata. Intanto, Jannik ruota la tazzina di 15 gradi perché il marchio sia ben visibile. I dettagli fanno la differenza. Chiamatelo perfezionismo maniacale. Quello che guida il nostro campione negli allenamenti con il team e che lo ha portato in cima al mondo. Certo, Jannik, rifacciamola.

 

La Verità, 13 luglio 2025

La7 e Mediaset «credono» alla fake di TeleMeloni

Poi dice che uno si butta sullo sport e le serie tv. Che altro ci sarà da guardare in televisione, ora che è stato sollevato il lenzuolo dalla programmazione della prossima stagione di Rai, La7 e Mediaset. Et voilà, novità tendenti allo zero. Fantasia latitante. Salvo rare e apprezzabili eccezioni, perché davvero proprio non si poteva fare diversamente, formule e format sono stati in gran parte confermati. La televisione che verrà sarà deprimente come quella che se n’è appena andata. Il telespettatore che si nasconde in noi è sconfortato. Dovrebbe guardare talk show vocianti con esponenti politici di terza fila mischiati a tuttologi ed esperti che surfano dall’emergenza sanitaria a quella bellica fino a quella climatica? Dovrebbe sintonizzarsi su programmi di approfondimento che in realtà sono ciclostilati di propaganda antigovernativa a prescindere? Oppure varietà ridanciani e cheap con il solito giro di ospiti, anch’essi, a loro volta conduttori o ex conduttori di programmi della medesima scuderia di agenti, quando non della medesima rete tv, in tournée promozionale? O forse il telespettatore medio dovrebbe essere soddisfatto dei morbosi contenitori di cronaca nera che riempiono i pomeriggi delle reti ammiraglie? O magari delle rubriche di gossip e infotainment sugli amorazzi transeunti dei divetti dello showbiz. O dei reality epidermici utili a promuovere mezze figure o a riciclare personaggetti in caduta libera, eppure inflazionatissimi e sovraespostissimi nei primetime delle tv commerciali? ChiareFerragne, DiletteLeotte, AndreiPennacchi, Elodie e Mahmood, StefaniMassini, StefaniFresi, RobertiBurioni, PiniInsegni, GiulieDeLellis, Luchi&Paoli, MassimiGiannini, GeppeCucciare, PaoliConticini, SareManfuso, OscarFarinetti… ci vorrebbe un altro Rino Gaetano in grado di aggiornare con un nuovo capitolo il catalogo della sua strepitosa Nuntereggae più. In assenza, si mette mano al telecomando e si cerca la via di fuga. Appunto, sport e serie tv. In acronimo: S&St. Stop, con rare eccezioni. Gli altri acronimi, Ts&R (Talk show e Reality), oppure VI&G (Varietà, Infotainment e Gossip), hanno ampiamente stancato.
Insomma, personalissima abitudine, la tv generalista non si guarda più, salvo eccezioni.
Ma andiamo con ordine.

Altro che TeleMeloni

Il 27 giugno scorso, un venerdì nel quale i giornaloni rifrangevano i lustrini dei Bezos convolati a nozze sul Canal grande, la Rai ha presentato la sua collezione autunno-inverno 2025/2026. Ci si aspettava l’epocale annuncio di un programma affidato alla reietta Barbara D’Urso. Era la notizia tanto attesa. Invece, nisba. Delusione serpeggiante fra gli addetti al pissi pissi. Barbaria (copy Dagospia) avrà forse qualche ospitata. O magari gareggerà a Ballando con le stelle. Per il resto, spulciando le cronache, si scopre Whoopi Goldberg guest star della soap Un posto al sole, Kevin Spacey bentornato protagonista di una sit com su Raiplay e l’immancabile serata evento pedagogica di Roberto Benigni che, magari con Sergio Mattarella in prima fila, ci racconterà San Pietro. Detto che l’innesto più o meno estemporaneo di tre attori non fa linea editoriale, va aggiunto che, oltre alle conferme di prammatica (Carlo Conti, Antonella Clerici, Milly Carlucci, Stefano De Martino, Marco Liorni e Francesca Fagnani), si registrano soprattutto alcune defezioni. Non che si perda chissacché con la fine di Citofonare Rai2 della coppia Paola Perego Simona Ventura – quest’ultima passa a Mediaset per condurre Il Grande fratello dei Nip. O con lo spegnimento di Epcc dell’eterno giovane Alessandro Cattelan, anche lui in rotta verso Cologno Monzese. Di buono c’è che Viale Mazzini non ha le porte girevoli e ai segnali di pentimento di Amadeus e Flavio Insinna, transfughi un anno fa da TeleMeloni, ha opposto un netto «la Rai non è un albergo». Purtroppo, e paradossalmente, segnali di vero telemelonismo non se ne sono visti. Almeno ci si sarebbe potuti dividere; si sarebbe litigato, discusso, polemizzato. Niente. Un grigiore avvilente. Con la discussa eccezione di Affari tuoi («un game al limite del gioco d’azzardo», secondo Pier Silvio Berlusconi) ci si chiede se nella Rai di questi anni si sia imposto un titolo, un volto, un format che abbia lasciato un segno degno di nota nelle abitudini dei telespettatori? Deserto. Unica possibile àncora di salvezza, Rosario Fiorello e la sua squadra.

Propaganda d’opposizione

L’inesistenza di qualcosa che possa davvero chiamarsi TeleMeloni risulta doppiamente divertente perché gli altri editori si sono strutturati per contrastare quella che si è rivelata una colossale fake news. Secondo tradizione, La7 ha presentato la nuova stagione all’Hotel Four Season di Milano. Anche qui, tante conferme e minuscole novità. Il presidente Urbano Cairo ha sottolineato il carattere indipendente della rete e rivendicato la plausibilità di una quota di canone per il servizio pubblico al quale assolve. Richiesta che è apparsa un filo sopra le righe. Se fino a qualche anno fa, quando il tg di Enrico Mentana e le sue maratone influenzavano effettivamente il palinsesto tale provocazione poteva risultare ragionevole, oggi che con i vari Otto e mezzo, La torre di Babele, DiMartedì, Piazzapulita e Propaganda Live, la linea editoriale è spiccatamente militante, questa richiesta suona velleitaria. Chissà se le paturnie trapelate ai vertici del tg siano dovute all’avvolgente contesto propagandistico del canale. Per dire, Federico Rampini, l’unico conduttore che non ha issato l’antimelonismo sul frontespizio delle sue inchieste, si sposterà su Canale 5. A La7, infatti, per non lasciare spazio a dubbi, oltre alle conferme di tutta la linea – salvo il quiz preserale In Famiglia di Flavio Insinna, cancellato – le novità del prossimo anno saranno l’innesto di Roberto Saviano con sei ritratti di personaggi della criminalità, le Lezioni di mafie di Nicola Gratteri e una serata speciale sulla storia della P2 affidata all’attore Fabrizio Gifuni, ispirato dall’ex pm di Mani pulite Gherardo Colombo. Un pizzico di telemagistratura non guasta mai.

Ravvedimenti e alternative

Anche le reti Mediaset hanno scartato verso sinistra per compensare la presunta correzione a destra di Viale Mazzini. È un processo iniziato un paio di anni fa, con gli innesti di Bianca Berlinguer e di Myrta Merlino. La quale, sostituita da Gianluigi Nuzzi a Pomeriggio 5, si prenderà un anno sabbatico in attesa di nuove idee. Si sa come vanno queste cose: salvo i conduttori pifferai che si portano il pubblico da casa, raramente una tessera s’incastra felicemente nel nuovo mosaico. E comunque, «il retequattrismo non esiste», ha assicurato Mauro Crippa, responsabile dell’informazione della casa. Forse no, perché da Nicola Porro, al quale verrà affidato anche il preserale Dieci minuti dopo il Tg4, alla striscia di Paolo Del Debbio alle inchieste sul campo di Mario Giordano ci sono parecchie sfumature di differenza. In ogni caso, partendo dalla chiusura di certi inguardabili reality («i programmi più brutti che abbia mai visto», Berlusconi jr. dixit) e arrivando al Risiko del già citato Rampini su Canale 5, al programma di retroscena politici di Tommaso Labate fino al ritorno in video di Toni Capuozzo con dei ritratti dei grandi del Novecento, si nota un certo, salutare ravvedimento. Insomma, qualche eccezione in attesa di conferma forse s’intravede.
Nel frattempo, ci si può consolare con il torneo di Wimbledon su Sky, il finale di stagione della strepitosa MobLand su Paramount+ prodotta da Guy Ritchie e la terza pluririnviata stagione di Teheran su Apple Tv+. Qui si va sul sicuro.

La Verità, 11 luglio 2025

Sinner dirada le nubi e ritrova il tennis migliore

Flavio Cobolli non ce l’ha fatta. Al termine di un match giocato per lunghi tratti alla pari ha dovuto inchinarsi alla maggior esperienza e abitudine a queste altitudini agonistiche del 38enne Novak Djokovic. Nelle più rosee previsioni, con la vittoria sia di Flavio che di Jannik Sinner avremmo avuto una semifinale tutta azzurra sul verde di Wimbledon, un inedito assoluto, con la certezza di un finalista italiano. Invece no. Sinner ha regolato in tre set il baldanzoso, ma ancora acerbo Ben Shelton (7-6, 6-4, 6-4 il punteggio), mettendo in mostra un tennis autorevole, solido e produttivo in una partita in cui ha evidenziato una superiorità netta e il risultato finale non è mai stato in discussione. Invece, Cobolli è uscito sconfitto, ma a testa alta, dal confronto con il diabolico Nole, vecchia volpe dell’All England club, dove ha alzato già sette volte la coppa del re. Ora Novak e Jannik si sfideranno per l’accesso alla finale (per l’ex numero 1 serbo è la quattordicesima semifinale a Wimbledon) presumibilmente contro Carlos Alcaraz che dovrebbe avere compito facile contro Taylor Fritz.
Era una delle giornate più dense e cariche di aspettative della storia recente del tennis italiano che, pure, in questi ultimi anni ci sta regalando emozioni e soddisfazioni in serie. Una giornata resa ancora più unica dall’annuncio del ritiro di Fabio Fognini, talento superlativo del nostro tennis.
Il numero 1 mondiale, un ragazzo e un campione nel quale possiamo con un certo orgoglio riconoscerci, era chiamato a diradare le nubi addensate all’orizzonte dopo la sconfitta con Alcaraz nell’apocalittica finale di Parigi, la precoce eliminazione al torneo di Halle, il salvataggio rocambolesco causa infortunio di Grigor Dimitrov che due giorni fa qui a Wimbledon lo stava dominando nel gioco, il dubbio di aver sbagliato il momento per licenziare il preparatore atletico Marco Panichi e il fisioterapista Ulises Badio. Tutti fantasmi convenuti sul campo 1 (curiosamente non il centrale), alleati del temibile mancino Ben Shelton che aveva regolato in quattro set un encomiabilissimo Lorenzo Sonego. Al contrario, Cobolli fronteggiava senza pressioni di sorta il suo idolo storico di 15 anni più vecchio di lui, ma presentatosi in grande spolvero. Flavio aveva fin qui disputato un ottimo torneo, potendo esibire gli scalpi dell’emergente Jakub Mensik e dell’esperto e ostico Marin Cilic.
Dopo le poco probanti vittorie nei primi tre turni con avversari modesti e la deludente esibizione contro Dimitrov, anche a causa dell’infortunio al gomito che fin dal primo gioco ne ha condizionato il rendimento («10 km in meno sia nel servizio che con il dritto») per Jannik, Shelton è un avversario impegnativo. Dotato di un servizio potente, di un ottimo dritto e atleticamente esuberante. Un bel banco di prova, anche se i precedenti sono 5 a 1 in favore di Sinner. L’inizio è una partita a scacchi. Jannik non appare condizionato dall’infortunio al gomito. Tiene la battuta con relativa facilità e mette in mostra un gioco ordinato e redditizio, basato sul ritmo e la profondità dei colpi. Qualche sbavatura invece per l’istintivo Shelton, finché si arriva al tiebreak: sotto 0 a 2, il campione altoatesino infila sette punti consecutivi e incassa il primo set nel quale ha limitato a zero gli errori gratuiti. Nel primo gioco del secondo set però deve subito annullare due palle break che, se trasformate, avrebbero sicuramente galvanizzato l’avversario. Shelton si tiene in corsa grazie agli ace, ma il tennis di Sinner è solidissimo. Rispetto ai match precedenti l’italiano sembra un altro giocatore: lucido, concentrato, pragmatico. Un brivido percorre il team quando, dopo aver steccato un dritto in risposta, si tocca il gomito e nel suo turno di servizio commette più errori che nel resto del match giocato finora. Ma è un attimo. Jannik si ricompone e ritrova i suoi colpi, insistendo sul rovescio dell’avversario che gli porta diversi punti. Il break al decimo gioco vale la conquista del secondo set. La partita sembra mettersi in discesa. Il campione altoatesino concede meno all’avversario e sa giocare meglio i punti decisivi. Si va avanti e il finale sembra scritto. Il gatto sa come incastrare il topo. Che infatti non ha scampo. Al decimo gioco, la prima palla break è anche un match point. Ne serviranno altri due per aggiudicarsi l’incontro, approdare alla semifinale, unico giocatore italiano ad arrivarci per due volte sul verde di Wimbledon.
Cobolli parte bene, pur dovendo salvare palle break quasi in ogni turno di servizio, finché deve cedere nell’ottavo game e Djoko va a servire per il set. Ma la reazione di Flavio è da campione e sorprende l’ex numero 1, ottenendo il controbreak immediato. Davanti al suo mito, il tennista romano gioca senza timori reverenziali e conquista il tiebreak con due ace consecutivi. Il secondo set è quasi senza storia. Dopo aver strappato il servizio all’avversario, Nole fila via fino al 6-2. C’è più battaglia nei due set successivi, che Djokovic si aggiudica per 7-5 e 6-4. A Cobolli non sono mancate le occasioni per ribaltare il pronostico in favore di un giocatore infinito di 38 anni e con sette vite a disposizione. A domarlo ci proverà Sinner domani.

 

La Verità, 10 luglio 2025

Faletti, l’eclettico non schierato (e sottovalutato)

Un grande sottovalutato. Forse non un dimenticato, ma di certo uno al quale non sono stati riconosciuti i meriti che gli spettavano. È Giorgio Faletti, morto 11 anni fa, il 4 luglio 2014. Comico, cabarettista, autore e cantautore, scrittore, attore. «Aveva il talento di avere tanti talenti», parola di Antonio Ricci che lo consacrò nel mitico Drive In regalando visibilità alle sue maschere, la guardia giurata Vito Catozzo la più popolare. Un grande sottovalutato. Quando uscì, a sorpresa, Io uccido (Baldini & Castoldi), il suo primo romanzo salutato da Antonio D’Orrico su Sette del Corriere della Sera come l’opera del più grande scrittore italiano, 5 milioni di copie vendute nel nostro Paese, si cominciò a dire che non era farina sua, ma di Jeffrey Deaver. Altre malignità circolarono anche sui romanzi successivi, sempre, per altro, di grande successo.

Un discreto tentativo di colmare il debito verso di lui è Signor Faletti prodotto da Verve Media Company in collaborazione con Rai Documentari (Rai 3, giovedì, ore 21,20, share del 5,6%, 840.000 telespettatori e ora visibile su RaiPlay). Un omaggio al suo eclettismo, alla versatilità artistica, alla curiosità a 360 gradi manifestata da quegli «occhi sempre spalancati su tutto», come ha ricordato Gigliola Cinquetti, una delle interpreti per le quali ha composto i testi. Nato ad Asti, laureato in giurisprudenza, con una marcia in più fin dalle elementari perché sapeva bene l’italiano, oltre che dalla moglie Roberta Bellesini, le mille vite e la larghezza della creatività sono testimoniate dal ventaglio infinito di amici e colleghi che hanno lavorato con lui (da Nino Frassica in un raro momento di serietà al compianto Massimo Cotto). Non tutti ricorderanno le collaborazioni con Milva e Angelo Branduardi, mentre il grande pubblico della tv non dimentica lo spiazzamento provocato da Signor tenente, seconda al Festival di Sanremo del 1994. E quello del cinema ha ancora negli occhi il professor Martinelli, soprannominato «La Carogna», in Notte prima degli esami di Fausto Brizzi.

Fuori dai set e dagli studi tv, Faletti era una persona sensibile, che faticava a tenere a distanza le cattiverie di cui a volte era oggetto, forse perché artista non schierato e per questo, a un certo punto, messo da parte. Fu allora che si reinventò scrittore. Storie come la sua, oggi non se ne sentono. Con una dose infinitesima del suo talento, ma con quote di militanza ben esibita nei programmi giusti, monologhisti e cabarettisti conquistano direzioni artistiche di teatri e di scuole per comici. Grazie, signor Faletti.

 

La Verità, 5 luglio 2025

Quell’agente segreta a Teheran fa capire molto

Tratta temi e situazioni ultra sensibili Teheran, la serie prodotta dal canale pubblico israeliano Kan e diffusa da Apple Tv+ che narra le vicende di una hacker informatica del Mossad (Niv Sultan) che s’infiltra nella capitale iraniana per manomettere il reattore nucleare del regime di Ali Khamenei. Non per niente, a causa del massacro perpetrato da Hamas il 7 ottobre 2023 e dei fatti conseguenti, il rilascio della terza stagione, già girata e previsto per l’aprile 2024, è stato posticipato. Una nuova data era stata fissata nel dicembre scorso, ma l’aggravarsi delle tensioni sfociate nella crisi bellica di questi giorni ha consigliato un ulteriore rinvio. Paradossalmente, questi slittamenti sono un riconoscimento della tempestività di autori e produttori dello show, ancor più del pur lusinghiero Emmy award come miglior serie drammatica conquistato dalla prima stagione nel 2021. La finzione è così puntuale e intrecciata alla realtà più nevralgica che, come in questo caso, è costretta a fermarsi per non condizionarla o complicarla.
Nata in Iran anche se cresciuta in Israele, l’avvenente agente del Mossad parla bene la lingua e conosce usi e costumi della terra degli ayatollah. A Teheran i cittadini israeliani sono nemici, ma le sue origini, camuffate dalla nuova identità assunta per la missione, le consentono qualche margine di manovra. Tuttavia, quando incontra una serie di ostacoli, è costretta a ricorrere a soluzioni improvvisate che la espongono a continui pericoli. Il capo delle Guardie speciali della rivoluzione islamica (Shaun Toub) è sulle sue tracce e non è tipo da farsi scrupoli. Quanto a lei, non riesce a fidarsi del suo contatto in loco. E anche la sponda con la centrale operativa dell’intelligence israeliana comincia a essere meno affidabile. Un ulteriore ostacolo è rappresentato dalle frange oltranziste musulmane che l’hanno individuata. Non resta che inventarsi un nuovo percorso di sopravvivenza, anche a costo di qualche cedimento morale, magari infilandosi nei rave dei militanti anti regime…

Perfettamente padroni dell’alternanza tra i meccanismi della suspense e le bonacce sentimentali, ideatore (Moshe Zonder) e regista (Daniel Syrkin) di Teheran riescono a creare in ogni episodio momenti di tensione degni della miglior tradizione spionistica cinematografica. Inoltre, sia la scarsa conoscenza delle abitudini di quell’angolo di Medioriente, con il suo fascino sinistro e le sue musiche avvolgenti, sia la percezione della vicinanza con l’inquietante scenario attuale, aggiungono attrattiva a tutto il racconto.

 

La Verità, 28 giugno 2025

Rampini racconta il vero Trump oltre gli stereotipi

Ci sono la narrazione, la divulgazione e l’informazione. Da giornalista e scrittore, Federico Rampini, editorialista del Corriere della Sera, poteva scegliere fra le tre opzioni per raccontare L’America di Trump in due puntate su La7: la prima, martedì in prima serata, ha raggiunto 750.000 telespettatori e il 4,7% di share. Ha scelto la formula delle «Inchieste in movimento» per distinguerle dalle precedenti «Inchieste da fermo». Il conduttore abbandona lo studio televisivo e si sposta sul territorio, evidenziando su Google maps le tappe dell’indagine, da Manhattan, dove risiede da 16 anni, al Bronx, da Little Italy a Wall Street, dalla Trump Tower, simbolo dell’elezione del 2016, ad Harlem fino alla metropolitana obsoleta e infestata dalla ruggine. Ma, è noto, New York non è l’America, anzi, intrattiene con il Paese un rapporto di diffidenza se non di conflittualità (nella seconda puntata si andrà nella Silicon Valley). È una città cosmopolita, animata dagli emigrati provenienti da ogni parte del mondo, la città della globalizzazione, delle élite e dell’establishment. È anche una «città santuario», dove esiste un luogo come il Roosevelt hotel che accoglie immigrati irregolari che percepiscono il reddito di cittadinanza. Situazione contestata dai ceti popolari e dagli immigrati regolari, strati sociali rifiutati dalle élite della Grande mela, come rifiutato è anche lui, Donald Trump, il 47° presidente. Inevitabile che scattassero riconoscimento e complicità: chissà se resisteranno e per quanto. A fine giugno, intanto, il Roosevelt hotel chiuderà.
Rampini parla di contenuti che conosce, ma si fa aiutare da testimoni come la scrittrice Fran Lebowitz, l’ex sindaco Bill de Blasio, l’economista Jeffrey Sachs, padre Enzo Del Brocco che ha studiato insieme a papa Prevost. Forse si poteva scavare di più, ma il suo pregio principale è che non narra secondo l’antitrumpismo di moda e non divulga argomenti imparati per l’occasione. Confronta i fatti con la storia, smontando le troppe apocalissi imminenti. E oltrepassando i pregiudizi che dipingono Trump come autore di atti «senza precedenti». Come il ricorso alla Guardia nazionale per sedare i disordini in California contro le politiche anti immigrazione clandestina. Anche i suoi predecessori se ne servirono; nel 1963 il democratico John Fitzgerald Kennedy contro il governatore dell’Alabama, per esempio. Anche Barak Obama a Joe Biden hanno contrastato duramente gli irregolari, senza che i media se ne scandalizzassero. Trump non lo fa di nascosto, ma lo rivendica.
E Rampini ce lo dice senza giri di parole.

 

La Verità, 19 giugno 2025

Ritchie e Hardy ci portano nella Londra di MobLand

Il racket che ramifica nei bassi di Londra è gestito da due potenti famiglie che tramano nell’ombra senza mai eccedere. Gli Harrigan, aristocratici di campagna, controllano il traffico d’armi, e gli Stevenson, padroni del mercato degli stupefacenti, manovrano nei pub della dissoluzione. La fragile spartizione malavitosa va a rotoli quando i primi sbarcano nel business del Fentanyl, invadendo l’area di competenza dei rivali, ma soprattutto quando, dopo una notte brava, uno dei due rampolli di famiglia sparisce. Tocca a Harry Da Souza, un credibilissimo Tom Hardy, risolutore degli Harrigan, provare a salvare capra e cavoli e, magari, anche il suo vacillante matrimonio.

È la trama di MobLand, serie anglo americana in nove episodi di Paramount+, creata da Ronan Bennett, scritta con Jez Butterworth e prodotta e diretta (nelle prime puntate, una ogni venerdì) da Guy Ritchie. Il quale, dopo The Gentlemen, è ormai riconoscibile per l’estetica con la quale riesce a rendere le dinamiche criminali più complicate. Qui, anche grazie all’ottima sceneggiatura, mischiando felicemente le atmosfere eleganti di Downton Abbey con le cupezze di Gomorra. Aristocratici e manovalanza, capimafia e perdenti. Il ceto medio non esiste, con la sola eccezione di Harry, non a caso sempre a rischio sopravvivenza. Il tutto proposto al netto di moralismi e senza spruzzi di wokismo (che invece ammorbano le produzioni di altre piattaforme), ma con buona padronanza degli intrecci, del ritmo narrativo e dei dialoghi, sempre affilati. Prova dell’ulteriore salto di qualità di Ritchie e del suo team viene anche dal cast di attori via via più prestigiosi che riescono ad attrarre.

Al centro dell’intrigo, come detto, si trova il risolvi problemi di Hardy, con le sue rughe e la sua camminata sbrigativa. Ricadono su di lui le magagne provocate dai figli viziati delle due dinastie e le conseguenze delle ambizioni sconsiderate del turpe capoclan Conrad Harrigan, un Pierce Brosnan agli esordi da cattivo, teleguidato dalla cinica Maeve, una Helen Mirren in ottima forma. Credibili anche i personaggi secondari, dall’antagonista Richie (Geoff Bell) alla moglie di Harry (Joanne Froggatt). Man mano che le situazioni si complicano e la tensione lievita, il risolutore guadagna in fascino facendo sparire cadaveri, cancellando video di sorveglianza compromettenti, costringendo a confessioni che scagionano i suoi, rintuzzando attentati, schivando seduzioni pericolose e disertando sedute di coppia dalla psicanalista senza mai scomporsi troppo. Perché, in fondo, è solo il suo mestiere.

 

La Verità, 14 giugno 2025

Nel grill di Calciomercato non si temono scottature

Ha sbagliato di poco Adriano Galliani quando, qualche giorno fa, ha pronosticato cambi in panchina per le prime quattro o cinque squadre di Serie A. Antonio Conte è rimasto a Napoli e Igor Tudor potrebbe resistere a Torino, sponda bianconera. Per il resto, più che un valzer, quella dei tecnici sembra una polka, ballo più veloce e rutilante. Perché dall’Inter all’Atalanta, dalla Fiorentina alla Lazio fino al Torino, per non parlare del Milan, l’unica società che ha già risolto, a suo modo, il problema, il domino degli allenatori è un rompicapo complicato e molto stimolante per gli analisti del calciomercato. Non bastasse, conseguentemente ma anche a prescindere, parecchie rose sono di giocatori sono da ricostruire o almeno da rivisitare in profondità. Sarà per tutto questo che nello studio itinerante e ben sponsorizzato di Calciomercato L’originale, la rubrica di seconda serata di Sky Sport in questi giorni in onda dalla Costa Smeralda, spira un’aria euforica di gag e giochini a volte incomprensibili. La contaminazione, come dicono quelli che la sanno lunga, fra notizie e leggerezza, fra lazzi e indiscrezioni, gag e analisi tecniche è sempre stata la cifra della squadra capeggiata da Alessandro Bonan e composta da Gianluca Di Marzio e Valerio Spinella alias Fayna, coadiuvati di volta in volta da più ospiti fissi, ex calciatori, giornalisti, allenatori, procuratori. Per i patiti del calcio estivo e del fantacalcio inteso nel senso del calcio futuribile più che del popolare gioco, il programma è un appuntamento fisso, forte anche della sua capacità di non prendersi troppo sul serio e di sfondare gli stretti confini degli addetti ai lavori. Magari abbozzando interviste sul filo del gossip, come quella accennata a Walter Zenga non è chiaro se per fare il verso ad altri programmi molto di moda o perché ci si crede davvero. Quest’anno, dunque, si profila una stagione particolarmente ricca perché ci sono da seguire le ricostruzioni delle due milanesi e il tentativo di recupero della Juventus, depressa dal rifiuto di due tecnici di prestigio come Conte e Gasperini, cosa che di certo non rallegra gli ambienti di Sky Sport e il suo direttore Federico Ferri. Detto ciò, l’ebbrezza di un’estate con tanta carne al fuoco alimenta il barbecue di Calciomercato L’originale anche se, a onor del vero, oggi i toni giocosi non sembrano i più adatti a un movimento calcistico che, sempre più dominato dalle leggi della finanza, alle quali risponde per esempio l’imminente Mondiale per club, appare sbilanciato verso una preoccupante implosione.

 

La Verità, 5 giugno 2027