Quell’agente segreta a Teheran fa capire molto

Tratta temi e situazioni ultra sensibili Teheran, la serie prodotta dal canale pubblico israeliano Kan e diffusa da Apple Tv+ che narra le vicende di una hacker informatica del Mossad (Niv Sultan) che s’infiltra nella capitale iraniana per manomettere il reattore nucleare del regime di Ali Khamenei. Non per niente, a causa del massacro perpetrato da Hamas il 7 ottobre 2023 e dei fatti conseguenti, il rilascio della terza stagione, già girata e previsto per l’aprile 2024, è stato posticipato. Una nuova data era stata fissata nel dicembre scorso, ma l’aggravarsi delle tensioni sfociate nella crisi bellica di questi giorni ha consigliato un ulteriore rinvio. Paradossalmente, questi slittamenti sono un riconoscimento della tempestività di autori e produttori dello show, ancor più del pur lusinghiero Emmy award come miglior serie drammatica conquistato dalla prima stagione nel 2021. La finzione è così puntuale e intrecciata alla realtà più nevralgica che, come in questo caso, è costretta a fermarsi per non condizionarla o complicarla.
Nata in Iran anche se cresciuta in Israele, l’avvenente agente del Mossad parla bene la lingua e conosce usi e costumi della terra degli ayatollah. A Teheran i cittadini israeliani sono nemici, ma le sue origini, camuffate dalla nuova identità assunta per la missione, le consentono qualche margine di manovra. Tuttavia, quando incontra una serie di ostacoli, è costretta a ricorrere a soluzioni improvvisate che la espongono a continui pericoli. Il capo delle Guardie speciali della rivoluzione islamica (Shaun Toub) è sulle sue tracce e non è tipo da farsi scrupoli. Quanto a lei, non riesce a fidarsi del suo contatto in loco. E anche la sponda con la centrale operativa dell’intelligence israeliana comincia a essere meno affidabile. Un ulteriore ostacolo è rappresentato dalle frange oltranziste musulmane che l’hanno individuata. Non resta che inventarsi un nuovo percorso di sopravvivenza, anche a costo di qualche cedimento morale, magari infilandosi nei rave dei militanti anti regime…

Perfettamente padroni dell’alternanza tra i meccanismi della suspense e le bonacce sentimentali, ideatore (Moshe Zonder) e regista (Daniel Syrkin) di Teheran riescono a creare in ogni episodio momenti di tensione degni della miglior tradizione spionistica cinematografica. Inoltre, sia la scarsa conoscenza delle abitudini di quell’angolo di Medioriente, con il suo fascino sinistro e le sue musiche avvolgenti, sia la percezione della vicinanza con l’inquietante scenario attuale, aggiungono attrattiva a tutto il racconto.

 

La Verità, 28 giugno 2025

Rampini racconta il vero Trump oltre gli stereotipi

Ci sono la narrazione, la divulgazione e l’informazione. Da giornalista e scrittore, Federico Rampini, editorialista del Corriere della Sera, poteva scegliere fra le tre opzioni per raccontare L’America di Trump in due puntate su La7: la prima, martedì in prima serata, ha raggiunto 750.000 telespettatori e il 4,7% di share. Ha scelto la formula delle «Inchieste in movimento» per distinguerle dalle precedenti «Inchieste da fermo». Il conduttore abbandona lo studio televisivo e si sposta sul territorio, evidenziando su Google maps le tappe dell’indagine, da Manhattan, dove risiede da 16 anni, al Bronx, da Little Italy a Wall Street, dalla Trump Tower, simbolo dell’elezione del 2016, ad Harlem fino alla metropolitana obsoleta e infestata dalla ruggine. Ma, è noto, New York non è l’America, anzi, intrattiene con il Paese un rapporto di diffidenza se non di conflittualità (nella seconda puntata si andrà nella Silicon Valley). È una città cosmopolita, animata dagli emigrati provenienti da ogni parte del mondo, la città della globalizzazione, delle élite e dell’establishment. È anche una «città santuario», dove esiste un luogo come il Roosevelt hotel che accoglie immigrati irregolari che percepiscono il reddito di cittadinanza. Situazione contestata dai ceti popolari e dagli immigrati regolari, strati sociali rifiutati dalle élite della Grande mela, come rifiutato è anche lui, Donald Trump, il 47° presidente. Inevitabile che scattassero riconoscimento e complicità: chissà se resisteranno e per quanto. A fine giugno, intanto, il Roosevelt hotel chiuderà.
Rampini parla di contenuti che conosce, ma si fa aiutare da testimoni come la scrittrice Fran Lebowitz, l’ex sindaco Bill de Blasio, l’economista Jeffrey Sachs, padre Enzo Del Brocco che ha studiato insieme a papa Prevost. Forse si poteva scavare di più, ma il suo pregio principale è che non narra secondo l’antitrumpismo di moda e non divulga argomenti imparati per l’occasione. Confronta i fatti con la storia, smontando le troppe apocalissi imminenti. E oltrepassando i pregiudizi che dipingono Trump come autore di atti «senza precedenti». Come il ricorso alla Guardia nazionale per sedare i disordini in California contro le politiche anti immigrazione clandestina. Anche i suoi predecessori se ne servirono; nel 1963 il democratico John Fitzgerald Kennedy contro il governatore dell’Alabama, per esempio. Anche Barak Obama a Joe Biden hanno contrastato duramente gli irregolari, senza che i media se ne scandalizzassero. Trump non lo fa di nascosto, ma lo rivendica.
E Rampini ce lo dice senza giri di parole.

 

La Verità, 19 giugno 2025

Ritchie e Hardy ci portano nella Londra di MobLand

Il racket che ramifica nei bassi di Londra è gestito da due potenti famiglie che tramano nell’ombra senza mai eccedere. Gli Harrigan, aristocratici di campagna, controllano il traffico d’armi, e gli Stevenson, padroni del mercato degli stupefacenti, manovrano nei pub della dissoluzione. La fragile spartizione malavitosa va a rotoli quando i primi sbarcano nel business del Fentanyl, invadendo l’area di competenza dei rivali, ma soprattutto quando, dopo una notte brava, uno dei due rampolli di famiglia sparisce. Tocca a Harry Da Souza, un credibilissimo Tom Hardy, risolutore degli Harrigan, provare a salvare capra e cavoli e, magari, anche il suo vacillante matrimonio.

È la trama di MobLand, serie anglo americana in nove episodi di Paramount+, creata da Ronan Bennett, scritta con Jez Butterworth e prodotta e diretta (nelle prime puntate, una ogni venerdì) da Guy Ritchie. Il quale, dopo The Gentlemen, è ormai riconoscibile per l’estetica con la quale riesce a rendere le dinamiche criminali più complicate. Qui, anche grazie all’ottima sceneggiatura, mischiando felicemente le atmosfere eleganti di Downton Abbey con le cupezze di Gomorra. Aristocratici e manovalanza, capimafia e perdenti. Il ceto medio non esiste, con la sola eccezione di Harry, non a caso sempre a rischio sopravvivenza. Il tutto proposto al netto di moralismi e senza spruzzi di wokismo (che invece ammorbano le produzioni di altre piattaforme), ma con buona padronanza degli intrecci, del ritmo narrativo e dei dialoghi, sempre affilati. Prova dell’ulteriore salto di qualità di Ritchie e del suo team viene anche dal cast di attori via via più prestigiosi che riescono ad attrarre.

Al centro dell’intrigo, come detto, si trova il risolvi problemi di Hardy, con le sue rughe e la sua camminata sbrigativa. Ricadono su di lui le magagne provocate dai figli viziati delle due dinastie e le conseguenze delle ambizioni sconsiderate del turpe capoclan Conrad Harrigan, un Pierce Brosnan agli esordi da cattivo, teleguidato dalla cinica Maeve, una Helen Mirren in ottima forma. Credibili anche i personaggi secondari, dall’antagonista Richie (Geoff Bell) alla moglie di Harry (Joanne Froggatt). Man mano che le situazioni si complicano e la tensione lievita, il risolutore guadagna in fascino facendo sparire cadaveri, cancellando video di sorveglianza compromettenti, costringendo a confessioni che scagionano i suoi, rintuzzando attentati, schivando seduzioni pericolose e disertando sedute di coppia dalla psicanalista senza mai scomporsi troppo. Perché, in fondo, è solo il suo mestiere.

 

La Verità, 14 giugno 2025

Nel grill di Calciomercato non si temono scottature

Ha sbagliato di poco Adriano Galliani quando, qualche giorno fa, ha pronosticato cambi in panchina per le prime quattro o cinque squadre di Serie A. Antonio Conte è rimasto a Napoli e Igor Tudor potrebbe resistere a Torino, sponda bianconera. Per il resto, più che un valzer, quella dei tecnici sembra una polka, ballo più veloce e rutilante. Perché dall’Inter all’Atalanta, dalla Fiorentina alla Lazio fino al Torino, per non parlare del Milan, l’unica società che ha già risolto, a suo modo, il problema, il domino degli allenatori è un rompicapo complicato e molto stimolante per gli analisti del calciomercato. Non bastasse, conseguentemente ma anche a prescindere, parecchie rose sono di giocatori sono da ricostruire o almeno da rivisitare in profondità. Sarà per tutto questo che nello studio itinerante e ben sponsorizzato di Calciomercato L’originale, la rubrica di seconda serata di Sky Sport in questi giorni in onda dalla Costa Smeralda, spira un’aria euforica di gag e giochini a volte incomprensibili. La contaminazione, come dicono quelli che la sanno lunga, fra notizie e leggerezza, fra lazzi e indiscrezioni, gag e analisi tecniche è sempre stata la cifra della squadra capeggiata da Alessandro Bonan e composta da Gianluca Di Marzio e Valerio Spinella alias Fayna, coadiuvati di volta in volta da più ospiti fissi, ex calciatori, giornalisti, allenatori, procuratori. Per i patiti del calcio estivo e del fantacalcio inteso nel senso del calcio futuribile più che del popolare gioco, il programma è un appuntamento fisso, forte anche della sua capacità di non prendersi troppo sul serio e di sfondare gli stretti confini degli addetti ai lavori. Magari abbozzando interviste sul filo del gossip, come quella accennata a Walter Zenga non è chiaro se per fare il verso ad altri programmi molto di moda o perché ci si crede davvero. Quest’anno, dunque, si profila una stagione particolarmente ricca perché ci sono da seguire le ricostruzioni delle due milanesi e il tentativo di recupero della Juventus, depressa dal rifiuto di due tecnici di prestigio come Conte e Gasperini, cosa che di certo non rallegra gli ambienti di Sky Sport e il suo direttore Federico Ferri. Detto ciò, l’ebbrezza di un’estate con tanta carne al fuoco alimenta il barbecue di Calciomercato L’originale anche se, a onor del vero, oggi i toni giocosi non sembrano i più adatti a un movimento calcistico che, sempre più dominato dalle leggi della finanza, alle quali risponde per esempio l’imminente Mondiale per club, appare sbilanciato verso una preoccupante implosione.

 

La Verità, 5 giugno 2027

Le distopie di Black Mirror sono dietro l’angolo

Distopie ravvicinate. Situazioni di un futuro pessimo, inquietante, in realtà non così fantascientifico e  ipotetico, ma verosimile, plausibile. Sono gli scenari preconizzati dalla settima stagione di Black Mirror, sei episodi antologici disponibili su Netflix, ognuno a sé stante, creati da Charlie Brooker. Le prime produzioni, dal 2011 in poi, erano particolarmente geniali e disturbanti, insignite di premi ed elogiate della critica. Le ultime sono divenute via via più ordinarie. Com’è la settima stagione? Sempre un ottimo prodotto, «che vuole tornare alle origini», secondo l’ideatore: provocatorio, alimentatore di riflessioni e dibattiti, ma un tantino più pop.

In un’azienda dolciaria, la creatrice di leccornie al cioccolato subisce la vendetta ad alta sofisticazione informatica di un’ex compagna bullizzata al liceo che ora diventa la sua Bestia nera. A Hollywood, uno studio cinematografico in crisi inserisce star del presente nei vecchi film in bianco e nero come Hotel Riviere, solo che, una volta implementati, gli attori si ribellano al copione. In Come un giocattolo, un critico di videogame s’impossessa del programma di un gioco trasformandosi nell’allevatore di legioni di Tamagotchi che prenderanno tragicamente il potere. Guidato da un avatar nei ricordi alimentati dalle fotografie dell’epoca, Paul Giamatti compone per la compagnia Eulogy il memoriale immersivo della sua ex fidanzata defunta. Il sesto episodio, Uss Callister: Infinity, è il sequel della parodia di Star Trek iniziata nella quarta stagione della serie.
Di tutte, la storia più efficace è la prima, Gente comune. In una cittadina britannica marito e moglie che si adorano stanno provando ad avere un figlio. Ma a lei, insegnante, diagnosticano un tumore al cervello che la renderà un vegetale. A meno che non s’iscriva al programma di Rivermind, una nuova app che farà il back up in un server della parte malata, sostituendola con materia artificiale in cambio di un modico abbonamento. Purtroppo, sono indispensabili gli aggiornamenti e i servizi che prima erano basici ora si pagano. Come si paga l’eliminazione delle inserzioni pubblicitarie che scattano autonomamente nell’espressione del nuovo cervello. La spirale di incubi che avviluppa la coppia è altamente drammatica.

Black Mirror ribadisce che la tecnologia ci domina, ci schiavizza e ci pervade al punto che, a forza di sperimentazioni e avanguardie, rimaniamo vittime degli stessi meccanismi che mettiamo in atto o a cui ricorriamo. Ma in fondo, non è quello che, in un certo senso, è accaduto e continua ad accadere con la creazione di continue ed esagerate emergenze e con le loro presunte contromisure?

 

La Verità, 19 aprile 2025

C’era una volta il talk, ora Floris inventa il mono show

C’era una volta il contraddittorio. Ricordate? Una parvenza di pluralismo, uno straccio di dibattito. Insieme a una serie di ospiti schierati da una parte, la solita, dominante nei talk show, si piazzava una vittima sacrificale, un esponente di opinione opposta su cui si scaricava una gragnola di colpi per far emergere la parte giusta della storia. Adesso basta, tecnica obsoleta. Il primo a mettere fine a questa inutile ipocrisia è Giovanni Floris a DiMartedì (La7, ore 21,30, share del 9,7%, 1,6 milioni di telespettatori). Per quello che conta, anche Corrado Augias lo fa nella Torre di Babele, smentendo il titolo del programma dove di lingua se ne parla una e una soltanto. Ora Floris ha completato l’escalation. Siamo o non siamo in missione per conto dell’opposizione? Anzi, siamo o non siamo noi stessi la vera opposizione? Anzi un’altra volta (l’uomo è sfaccettato): siamo o non siamo l’house organ delle opposizioni? Il loro amplificatore? E allora via: tutti dentro.
Si parte con Luca e Paolo, autori di claudicanti filastrocche che indovinano la metrica solo con gli insulti agli avversari, da Trump a Giorgia Meloni. Si prosegue con Pierluigi Bersani, il nonno nobile delle sinistre resistenti, che accusa tutte le destre di essere ideologiche perché «rifiutano di fare i conti con i vaccini, con il problema climatico e la storia del Novecento, nazismo fascismo franchismo» (manca un ismo a caso, a proposito di ideologie e dittature?). In loop Floris mostra a tutti gli ospiti le dichiarazioni pro Trump di Salvini, La Russa e Meloni. Ovviamente, il viaggio del premier alla Casa Bianca è uno sforzo inutile e sarà un fallimento. Per aumentare il dosaggio, a Bersani si affianca Ezio Mauro, prima del faccia a faccia con Elly Schlein che, dopo una parentesi con Antonio Di Bella e Alessandro Di Battista, precede quello con Maurizio Landini. Scenario complessivo? L’Italia si avvia a essere una dittatura governata da neofascisti e capitalisti della finanza. Non può mancare una lunga pagina con Sergio Rizzo e Francesco Cancellato, direttore di Fanpage, per dipingere la Lega come partito filorusso infiltrato da elementi nazisti. Ma ecco che finalmente torna Bersani con Antonio Padellaro e, quando ci si avvicina alla mezzanotte, spunta il buon Carlo Calenda. La drammaturgia si dipana dalla dura occhiata del conduttore ai cartelli che certificano i disastri governativi fino alle raffiche di applausi del pubblico in studio: siamo tra noi.
C’era una volta il talk show che, per essere tale, contemplava il contraddittorio. Senza, è diventato mono show. Monologo delle opposizioni. Però, com’è noto, in Italia democrazia e libertà d’informazione non sono mai state così a rischio.

 

La Verità, 17 aprile 2025

Spot-incubo: ruoli ribaltati e cani invece di figli

L’altra sera, alla fine del primo tempo della partita della Nazionale contro la Germania, sono andati in onda due spot particolarmente significativi. Uno dopo l’altro, sembravano una miniserie chic. Il primo riguardava una marca di attrezzi da giardino a batteria. Protagonisti marito e moglie sulla quarantina. Il prato della villa di casa è in condizioni disastrose e tra poco arrivano gli ospiti per il pranzo sotto la pergola. Mentre lui si mette le mani nei capelli, lei si rimbocca le maniche e accende in successione tosaerba, decespugliatore ed elettrosega. Nel tempo in cui lui apparecchia, stende per bene la tovaglia e posiziona con meticolosità piatti e tovaglioli, lei trasforma la giungla in un Eden bucolico. Sguardo soddisfatto: visto come si fa? Insomma, con questi portentosi attrezzi anche una donna può disinfestare il giardino. La dedizione del marito alla preparazione della tavola completa il ribaltamento dei ruoli.

Il secondo spot promuoveva un’auto a sette posti di un’importante marca tedesca. È una splendida giornata di sole per una gita al mare, raduniamo tutta la famiglia e partiamo. Le tre sezioni dei sedili vengono allestite con cuscini e peluche per accogliere gli ospiti dell’auto e finalmente cinque cani di razza di varie dimensioni, un Dalmata, un Bracco eccetera, corrono a prendere posto. Ora, con l’abbaiare festoso dei quadrupedi, la spaziosissima auto sfreccia sulla strada soleggiata e deserta che conduce alla spiaggia. E che, finalmente, marito e moglie – magari i protagonisti dello spot precedente – possono godersi in compagnia dei loro famigliari: cinque cani e zero figli.
Potremmo intitolare la miniserie pubblicitaria Vita quotidiana della coppia moderna. Quella che cancella i cosiddetti stereotipi della donna che apparecchia e dell’uomo che fa i lavori pesanti, e che esalta la famiglia numerosa, animalista e a natalità zero. Insomma, una sorta di distopia soft, in realtà non così lontana dai nostri, conformisti giorni. Se si aggiunge che, in quel momento, la Germania ci stava impartendo una lezione di calcio con le nostre armi abituali, la percezione dell’incubo era completa. Fortuna che i tre gol azzurri del secondo tempo mi hanno svegliato. Non completamente, però.

Post scriptum Ancora sugli «ascolti boom» del Sogno di Benigni: i 4,9 milioni di spettatori e il 28,1% di share, conquistati senza interruzioni pubblicitarie e con quel battage, sono un’audience in realtà normalissima. Una buona fiction, Il conte di Montecristo, per esempio, sempre su Rai 1, nelle sue quattro serate ha superato il 28% di media e i 5,5 milioni di spettatori.

 

La Verità, 25 marzo 2025

Benigni, giullare del Colle, sogna una Ue che non c’è

Una colossale operazione ideologica mimetizzata dietro un’abile dialettica. Dietro una cortina fumogena, una nebbia di retorica. È questo l’evento televisivo cui abbiamo assistito due sere fa in prima serata su Rai 1, «in diretta anche su Rai Radio 2 e Raiplay, questo è un colpo di Stato, abbiamo preso il potere, siamo dappertutto, anche sul forno a microonde», ha scherzato Roberto Benigni prima di riverire, come fa puntualmente, «il presidente della Repubblica Mattarella, perché so che ci sta guardando. Buonasera presidente e grazie». Un evento o un comizio; trasmesso persino in Eurovisione. Accade solo per il Festival di Sanremo, e subito si è capito perché, essendo che si parlava di Europa. Se ne distillava il panegirico, un miele di iperboli: «L’Europa è la più grande istituzione democratica da 5.000 anni a questa parte realizzata dall’uomo sul pianeta terra». Mancavano i fuochi d’artificio. Centoquaranta minuti senza interruzioni pubblicitarie, altra eccezione assoluta, per un ascolto di 4,9 milioni di telespettatori (e il 28% di share). Davvero non granché se si considera anche il colpo di fortuna che l’esibizione, tambureggiata per settimane, è arrivata nello stesso giorno della bagarre alla Camera sul Manifesto di Ventotene.
Un comizio antimeloniano, quello del premio Oscar, alla faccia di TeleMeloni. Del resto, il suo manager è Lucio Presta, agente di star della tv, del cinema e di Matteo Renzi, tra i più aspri oppositori personali del premier. Ed è anche l’artefice della doppia ospitata al Festival di Sanremo di due anni fa, quando Benigni declamò la Costituzione italiana davanti a Sergio Mattarella, per l’occasione presente all’Ariston. Infine, l’altro collaboratore dell’esibizione è Michele Ballerin, saggista europeista e federalista, titolare di un blog in materia sul Fatto quotidiano.
Abbiamo assistito a un comizio politico che è entrato nel merito dell’architettura dell’Unione europea, contestando il diritto di veto e l’obbligo dell’unanimità dei 27 Paesi membri che siedono nel Consiglio di Bruxelles. Persino Cipro, si è scandalizzato l’artista, può impedire, com’è accaduto, l’approvazione di qualche provvedimento. E per fortuna, caro Benigni: il diritto di veto è l’ultimo baluardo che impedisce all’Ue di trasformarsi in una democrazia illiberale. Senza l’obbligo dell’unanimità, considerato che il Parlamento di Strasburgo è un istituto consultivo, chissà Ursula von der Leyen o l’ex commissario Frans Timmermans, quello che ha finanziato con denaro dell’unione le formazioni dell’ecologismo estremo, cos’altro ci avrebbero imposto. Eppure, «io sono un europeista estremista», ci ha rassicurato l’artista militante dopo l’esaltazione del Manifesto di Ventotene, nuovo vangelo democratico che propugna l’abolizione della proprietà privata e inneggia alla rivoluzione socialista. Orfana del comunismo, la sinistra si è gettata anima e corpo nella nuova religione. Archiviato con qualche pendenza amministrativa il Serra pride (copyright Giorgio Gandola) e mentre se ne profila un discutibile bis griffato dal primo cittadino di Bologna Matteo Lepore, ecco la professione dello showman più intoccabile del Belpaese.
Benigni ha decantato le imprese di un terzetto di intellettuali (Altiero Spinelli, Ernesto Rossi, Eugenio Colorni) che, al confino nel 1941, ha coniato la propria utopia, debitrice dell’impianto federalista della Costituzione americana. Ha enfatizzato la figura di Jean Monnet, ispiratore di ciò che diverrà la Ceca (Comunità europea carbone e acciaio), ampliata qualche anno dopo nella Cee (Comunità economica europea) dai Paesi fondatori (Francia, Germania ovest, Belgio, Italia, Paesi bassi e Lussemburgo). Ha tessuto le lodi del Trattato di Schengen, dell’euro e dell’Erasmus per gli studenti, tratteggiando un Eden di cui i primi a non avvedersi sono i cittadini, ha dovuto ammettere. Riprendendo, però, immediatamente a pennellare «l’unica utopia ragionevole», patria di democrazia, pace e benessere. Tutto, non dimenticando di schizzare le destre e i nazionalismi.
Purtroppo, Il sogno di Benigni è un europeismo taroccato da gravi omissioni. Un Eden ideato da intellettuali e basato su trattati scritti a tavolino dalle élite. La realtà è invece un’Europa che censura le proprie radici greco-cristiane, rimarcate per anni da Benedetto XVI. Inascoltato. Non si tratta di una pignoleria filologica o filosofica, ma di una questione strutturale, ontologica verrebbe da dire. Un albero a cui si tagliano le radici sarà fragile, esposto al minimo refolo e resterà estraneo al terreno su cui stenta a crescere. È l’istantanea dell’Ue di oggi. La distanza tra i cittadini e i poteri di Bruxelles non è casualità, ma frutto inevitabile di una costruzione con fondamenta incerte. L’Europa dei popoli e comunitaria affonda le sue radici in una storia più ricca e profonda. È l’Europa delle grandi università (italiane, tedesche, francesi, britanniche, irlandesi), dei grandi ospedali nati dalla carità, delle cattedrali e degli ordini religiosi, degli scambi commerciali e delle banche nate in Toscana, do you remember Benigni? Di tutto questo non c’è stato cenno nella sua noiosa lezione (l’unica gag riuscita, ma avulsa, è stata sulla presunta liason tra Elon Musk e Giorgia Meloni: «Mi sbagliavo, non c’è niente, me l’ha detto lei: “lo giuro sulla mia Tesla”»).
Come non c’è stato cenno alle gravi distorsioni di una costruzione che, per disciplinare le masse e perpetrarsi, come un albero sradicato necessita di puntelli, ricorre a continue forzature e correzioni a colpi di emergenza (prima quella sanitaria, poi quella climatica, ora quella bellica). E magari, se occorre, esclude qualche candidato sgradito o fa rivotare quei Paesi dove il risultato elettorale si mostra distonico al volere dell’establishment.
Dispiace caro Benigni, l’occasione è smarrita. Il nostro sogno è un altro.

 

La Verità, 21 marzo 2025

Il viaggio di Adolescence nell’inferno dei ragazzi

Ci si prepara ad andare al lavoro e a scuola quando, mitra spianato, la polizia fa irruzione nella casa dei Miller. Siamo in una tranquilla cittadina britannica, ma quel ragazzino dev’essere arrestato. La madre urla, ancora in vestaglia. Il padre non capisce cosa sta accadendo, la sorella si rannicchia in bagno. Jamie Miller è accusato di aver ucciso Katie, una compagna di scuola, la sera prima nel parco con sette coltellate. Mentre i poliziotti gli leggono i suoi diritti, si fa la pipì addosso. Sembra un ragazzo qualsiasi di una famiglia qualsiasi. È mai possibile che un adolescente di 13 anni sia colpevole di un crimine tanto efferato? Siamo di fronte a uno scambio di persona? A un tragico errore giudiziario? Il dispiegamento di forze è esagerato. L’adolescente viene portato alla centrale di polizia: fotografato, spogliato, perquisito, rinchiuso in cella. Padre e madre sono attoniti. Sono i primi dieci minuti di Adolescence, la miniserie che, da pochi giorni visibile su Netflix, ha scalzato Il Gattopardo dal primo posto delle più viste. Da quel momento, la storia afferra il telespettatore e non lo molla più per i quattro episodi che la compongono, in un crescendo claustrofobico angosciante.
Creata da Stephen Graham (magistrale anche nel ruolo del padre) e Jack Thorne, e diretta da Philip Barantini, è un thriller psicologico girato in piano sequenza, con un’unica macchina da presa che ci porta dentro l’orrore di mondi apparentemente normali, invece totalmente estranei agli adulti. A cominciare dalla tranquilla ma inesplorata cameretta del ragazzino: «Che male può fare chiuso lì dentro?», si giustifica il padre di Jamie quando lo assale il senso di colpa per averlo trascurato. Inesplorato è anche lo strapotere dei social che, con la loro spietatezza, alimentano frustrazione, odio e rabbia: «L’80% delle donne va con il 20% degli uomini. Gli altri sfigati non li guardano neanche», svela Jamie (lo straordinario esordiente Owen Cooper) per spiegare il bullismo di cui lui e i suoi amici sono vittime e l’istinto di rivalsa che prende il mondo degli «incel», i celibi involontari, rifiutati sessualmente dalle donne.
Sebbene, in un certo senso, salvi la famiglia, Adolescence non dà risposte comode. Ma apre domande drammatiche che mettono di fronte a responsabilità radicali perché fotografa l’inferno quotidiano, riscontrabile in tante notizie di cronaca (basta ricordare Qui non è Hollywood sul delitto di Avetrana). Un inferno fatto di adolescenti in balia del vuoto. E di adulti – professori, psicologi e genitori – ignari e impotenti.

 

La Verità, 20 marzo 2025

Quanti conduttori dei talk smentiti dai loro ospiti

Tira un’aria strana, da qualche tempo, nei salottini trendy della tv de noantri. Un’aria mista d’incertezza e insicurezza, una latenza di precarietà. La si avverte quando ci si sintonizza sui talk show, il genere nel quale l’operazione propaganda è più esplicita (Corrado Formigli due sere fa: «Lo dico subito, io alla manifestazione promossa dal mio amico Michele Serra ci vado» – e adesso siamo più tranquilli). È una sensazione che promana dalle conversazioni di Otto e mezzo e di DiMartedì, programmi di punta di La7. Ma anche da certi talk di Rete4 dove si osservano zelanti corse al riallineamento (tendenza Marina).

Che cos’è successo?

La prima scossa si è registrata nel giugno scorso quando, con lo spostamento a destra dell’asse europeo, i grandi timonieri dell’Ue hanno preso una tranvata alle urne. Indifferenti all’avvertimento, Ursula von der Leyen, Emmanuel Macron e Olaf Scholz hanno fatto spallucce. E, con loro, si è messa a fischiettare anche gran parte degli anchorman di casa nostra. Cinque mesi dopo, con i riporti arancione di Donald Trump, è arrivato il terremoto vero e proprio.

Ora, mentre tutto cambia, per i rappresentanti del Teleconduttore unico, il kolossal resta invariato. Come se   Giovanni Floris, Lilli Gruber e David Parenzo fossero fermi al livello precedente del videogioco, dove i sessi non sono ancora tornati a essere due e il green deal è in auge. Chissà, forse bramano l’avvento di qualche Supereroe che pigi il tasto back e li svegli dal brutto sogno. Al momento non se ne hanno avvisaglie ed è netta la sensazione di assistere a due sport diversi, davanti a gente come Federico Rampini, Lucio Caracciolo, Michele Santoro o Massimo Cacciari.

Qualche sera fa, Floris faceva il portavoce della Von der Leyen: c’è l’emergenza, il pericolo, Putin ci attacca. E Santoro gli ha smontato il copione un pezzo alla volta: «Con questa emergenza stiamo facendo una delle cose che alla fine della Seconda guerra mondiale avevamo escluso: dare il via libera alla Germania per diventare di nuovo da sola una grande potenza militare, moltiplicando i pericoli». Floris voleva fargli dire che la Meloni si sta adeguando al modello trumpiano. «Nel mondo», ha spaziato invece l’ex conduttore di Annozero, «la politica conta sempre meno e conta sempre di più l’economia, la finanza. I grandi oligopoli che circondano Trump. In Cina, in Russia, in India, conta ancora la politica che controlla i cambiamenti. In Occidente, la ricchezza non la produce il lavoro ma i soldi». Questo sarebbe il ruolo dell’Europa? «L’Europa dovrebbe diventare un soggetto politico che influenzi l’andamento del mondo. Ma non può farlo mettendo regole sul cacao e sul parmigiano e altre stronzate. Soprattutto non può farlo partendo dall’esercito», ha chiuso Santoro.

Sebbene sembrino due partite diverse, la telesceneggiatura non cambia. Trump, nuovo dittatore globale, potrà mai favorire la pace in Ucraina con i suoi modi così brutali e quella tintura impresentabile? Vuoi mettere l’eleganza di Ursula e di Macron (sì, è vero, sono un po’ guerrafondai – ma che charme)? Ed Elon Musk, simbolo della tecnodestra? Uno che agita la motosega come quel diavolo di Javier Milei (sì, è vero, ha risollevato l’Argentina segando l’inflazione e facendo schizzare il Pil – ma sono bazzecole, e poi quei basettoni…).

Forse in quanto titolare di una striscia quotidiana, la primatista di sconfessioni in diretta è Dietlinde Gruber. Clamorose quelle del lapidario Lucio Caracciolo. Alla conduttrice che scalpitava contro Musk e il possibile accordo sulle telecomunicazioni, il direttore di Limes replicava: «La prospettiva che la Ue abbia un sistema in alternativa a Starlink entro il 2035 è un bluff. E le trattative con Elon Musk sono cominciate prima dell’arrivo di Meloni». Altra delusione un paio di giorni fa, firmata sempre Caracciolo, sull’amata Europa: «Per tutta la nostra storia noi europei ci siamo sparati tra noi. Negli ultimi 80 anni non l’abbiamo fatto anche per merito degli americani. Non vorrei che se gli americani se ne vanno ricominciassimo», l’ha gelata il direttore di Limes.

Smentita totale del Gruber pensiero anche quella siglata da Massimo Cacciari all’indomani del voto in Germania. Con Trump le destre si rafforzano anche in Europa, osserva Lilli. «Ma secondo voi le destre europee si continuano a rafforzare per colpa di Trump? E non perché c’è una certa politica sociale europea e non perché c’è una sinistra europea del cavolo? Se ci fosse stato Biden l’Afd non avrebbe preso il 20%?». Gruber: «Però diciamo che Elon Musk…». Cacciari: «Ma lasci stare Musk, ci sono tendenze di fondo. È il rappresentante di una nuova élite finanziaria… che ha vinto e adesso governa. Non è la barzelletta del saluto fascista». Gruber: «È l’uomo più ricco del mondo e appartiene all’amministrazione Trump che sta licenziando centinaia di dipendenti pubblici». Cacciari: «Questa è la politica di destra che piace anche ai governi di destra. Ma quando non vince, la destra continua a crescere e se la tieni fuori continua a farlo. Come siamo bravi che li teniamo fuori dal governo. Bravi: abbiamo impedito ai fascisti di andare al potere…». Balbettio generale.

Ogni volta che Federico Rampini si collega dagli States il copione dev’essere riscritto. Ne sa qualcosa Corrado Formigli, smentito quando gli ha chiesto se in America fosse in atto «un golpe mascherato». La magistratura sta fermando parecchi provvedimenti, il federalismo è un anticorpo istituzionale, la stampa fa il suo dovere e il New York Times dalla prima all’ultima pagina contesta l’amministrazione Trump. «Piuttosto», ha concluso il giornalista, raggelando anche Massimo D’Alema presente in studio, «stupisce che non ci siano manifestazioni e proteste di piazza come ci furono contro il Trump 1, perché l’opposizione non si è ancora ripresa, non ha capito le ragioni della disfatta e non ha fatto autocritica».

Il più spiazzato di tutti è David Parenzo. «Mentre attendevo il mio turno», ha premesso Rampini, «ho sentito dire che Trump c’entra anche con l’operazione Monte dei Paschi di Siena – Mediobanca. Tra un po’ se i treni arrivano in ritardo in Italia sarà colpa di Trump». Parenzo allargava le braccia. «Sull’immigrazione, certo, sta facendo sul serio. Incatenare i detenuti ripugna al nostro senso europeo dei diritti umani, ma in America è pratica comune per i criminali di qualunque nazionalità, anche se sono cittadini statunitensi. Quelle che troppi di voi chiamano deportazioni, e sono rimpatri con il consenso dei paesi di provenienza, a milioni sono già stati fatti dalle amministrazioni Biden e Obama di nascosto».

Dopo il confronto fra Trump e Zelensky, altro smacco per il povero Parenzo. «Se uno si guarda tutti i 45 minuti e non solo gli ultimi tre del faccia a faccia», ha scandito Rampini, «vede uno Zelensky molto aggressivo – anche perché aveva appena incontrato esponenti democratici – che ha fatto di tutto per costringere Trump a dire che Putin è il colpevole, l’aggressore, un criminale. Se si vuol avviare una trattativa queste espressioni non le devi usare».

Che strana aria tira nella rete dell’Aria che tira.

 

 

 La Verità, 15 marzo 2025