The paper, una sitcom prigioniera del cazzeggio

C’è un dettaglio curioso nella promozione e nella trama di The paper, la nuova sitcom di punta di Sky, dieci episodi già disponibili on demand sulla piattaforma che raccontano le bizzarre vicende di un giornale di provincia americano, il Toledo Truth Teller, ed è la stranezza di chiamare caporedattore quello che è a tutti gli effetti un direttore. È un dettaglio rivelatore dell’autoreferenzialità della serie spin off di The office. Se infatti il titolo professionale rispettasse il ruolo, un direttore con mano libera sulla redazione e il resto, «l’ultimo vero monarca» sulla terra, tutto sarebbe più prevedibile e scontato. Invece, l’arrivo del «nuovo caporedattore» è perfetto per innescare il conflitto con chi l’ha preceduto, la mitica Esmeralda Grant di Sabrina Impacciatore, più preoccupata di trovare lo smalto giusto che le notizie. C’è da stupirsi se il suo malizioso ostruzionismo rende ancora più accidentata la quotidianità già fiaccata dalla concorrenza del Web e dei social media? Del resto, il giornale è solo una delle tante costole dell’azienda che commercializza vari derivati dalla cellulosa, compresi quelli di uso più prosaico. La sigla di partenza dice già tutto: la carta di giornale serve per avvolgere le focacce, per coprire la testa dei muratori e assorbire l’olio dei fritti. Però, adesso in redazione si cambia e al posto delle agenzie si attingerà alla fantasia e alla creatività dei cronisti, nessuno dei quali ha mai scritto un pezzo neanche per il giornalino del liceo. Pazienza se si chiacchiera amabilmente mentre il grattacielo di fronte sta andando a fuoco. Chissà come, prima dell’avvento del nuovo «visionario» capo (Domhnall Gleeson), il Toledo Truth Teller arrivava alle edicole della cittadina dell’Ohio. Però non bisogna formalizzarsi perché la plausibilità della storia è l’ultimo dei problemi di una sit che vorrebbe far ridere. Nell’improbabile redazione, ignara dell’uso delle fonti e delle regole basilari dell’informazione, attecchiscono i flirt più ovvi e il cazzeggio più inconcludente. Il fatto è che, nonostante la presenza tra gli autori di Ricky Gervais e Stephen Merchant, la ricercata demenzialità della trama si rivela un accrocco squinternato di gag e situazioni dal modesto potenziale comico. Nemmeno la parodia della giornalista svampita e traffichina di Sabrina Impacciatore basta a farla evadere dalla bolla di autoreferenzialità e narcisismo di cui è prigioniera. Poche le aspettative che ci riesca anche nella seconda stagione tanta è la presunzione da primi della classe.

 

La Verità, 1 febbraio 2026

«Striscia» che non striscia è più varietà che denuncia

Mica facile trasformare una striscia quotidiana in un appuntamento settimanale. Striscia la notizia in prima serata su Canale 5 è (dev’essere) un’altra cosa rispetto alla rubrica sincopata dell’access prime time. Antonio Ricci dice che «l’esperimento è riuscito» e ha ragione perché le insidie nascoste in quello che sembra solo un cambio di orario non sono da sottovalutare. Meno ritmo, meno pressione, anche meno aggressività. Si sceglie una metrica diversa, più colloquiale (giovedì, ore 21,53, 2,8 milioni di spettatori, share del 18,3%). Per l’occasione, la coppia regina Ezio Greggio e il pro Pal Enzo Iacchetti indossa lo smoking e la denuncia lascia campo libero agli stacchetti della band di Demo Morselli e alle irruzioni delle sei veline. Soprattutto servono le partecipazioni «da prima serata». Maria De Filippi sta al gioco nei panni della vendicatrice recapitando, con l’inflessibile Tina Cipollari e Giovannino, le cacche a chi parcheggia negli stalli riservati alle persone con disabilità. Chiamato in scena in vari ruoli, Alessandro Del Piero conferma la disinvoltura davanti alla telecamera già colta da Sky che ne ha fatto il suo testimonial principale. Altro ospite da primissima serata è Fiorello, destinatario del Tapiro d’oro dell’amico Valerio Staffelli con l’originale motivazione di non essere tirato in ballo in nessuno scandalo, e chissà se è davvero motivo di vanto la conferma di Fabrizio Corona. Comunque sia, si spreme a fini di audience la disponibilità dello showman siciliano («Siamo in prima serata su Canale 5») e del sodale Fabrizio Biggio, raddoppiando i collegamenti per la tapirata.
Tempi dilatati, si diceva, e con i superospiti prende il sopravvento il varietà. La satira si limita a un paio di bonarie caricature di Sergio Mattarella, da perfezionare come pure la rubrica «Striscia criminale». E anche i servizi di denuncia sono più morbidi. Luca Abete stana alcuni neomelodici, con i loro discutibili testi, alle feste di compleanno di bambini. Con la candid camera alla Nanni Loy si spia il senso civico dei passanti del centro di Milano, provocato da un giovanotto che maltratta la (finta) madre. Il servizio più originale è quello da Madrid di Francesco Mazza dove squadre d’intervento private di «desokupas» sfrattano, per conto dei proprietari, gli occupanti abusivi di case, supplendo a un compito che, con buona pace di Ilaria Salis, dovrebbe essere delle forze dell’ordine.
I dosaggi tra intrattenimento, denuncia e satira cambiano; mica facile trovare il mix giusto.

 

La Verità, 24 gennaio 2026

Porta a Porta database della storia recente

Ufficiale, (auto)celebrativo, istituzionale: non poteva che essere così lo Speciale Porta a Porta – Trent’anni della nostra vita, in prima serata su Rai 1 (, mercoledì, ore 21,45, 950.000 telespettatori, 7,1% di share). Per l’occasione c’è anche la band, ma il talk show di Bruno Vespa, autorevolmente ribattezzato «terza camera del Parlamento», emana quell’aura di istituzionalità che gli conferiscono le doti di navigatore di lungo corso del suo conduttore: «Buonasera, sono entrato in questo Centro di produzione della Rai a Roma all’inizio del 1969, dopo aver vinto il concorso nazionale per radiocronisti e telecronisti. Qui ho diretto per quasi tre anni il Tg1 e da qui, il 22 gennaio 1996 con Porta a Porta cerchiamo di raccontare l’Italia e il mondo». È l’ambizione del giornalista e anchorman che, con un timbro persistente di moderazione, ha mantenuto inossidabile il suo profilo di autorevolezza ed equilibrio. Alcuni grandi momenti di svolta della vita politica del Paese sono avvenuti nello studio con le poltroncine bianche di Porta a Porta, una su tutte la stipula del contratto con gli italiani di Silvio Berlusconi. «Nove presidenti del Consiglio su 10 sono stati ospiti del programma», sottolinea con orgoglio il conduttore. Gli auguri per la ricorrenza arrivano da ogni parte, «anche noi non potevamo mancare al programma che ha messo a nudo la politica italiana, l’Onlyfans del giornalismo», compensa Fiorello la formalità inevitabile di queste occasioni commemorative. L’incursione dello showman è una scarica di adrenalina prodotta dall’intelligenza artificiale: Bruno Vespa s’impenna sulla vespa e sulle note di Vespa special dei Lunapop. Fiorello introduce l’ingresso di conduttori e cantanti, da Mara Venier a Valeria Marini, da Al Bano a Carlo Conti, da Iva Zanicchi a Milly Carlucci per il momento amarcord del servizio pubblico e della cultura «nazionalpopolare». Ma la vera sfilata inizia con i leader di tutti i principali partiti, dopo i ringraziamenti, gli omaggi e gli auguri, su tutti quelli, non formali, di papa Leone XIV. Al fianco di Vespa, Enrico Mentana aiuta il rimbalzo dagli spezzoni di archivio all’attualità problematica interna e internazionale in una specie di ritorno al futuro della politica e del giornalismo. Vespa vanta le grandi interviste, i viaggi nei luoghi dei conflitti, da Ground zero a Kyev, e i plastici legati alla cronaca più tragica, da Cogne ad Avetrana a Garlasco. L’ambizione è essere il database della storia e della memoria recente del Paese. Auguri anche da noi.

 

La Verità, 23 gennaio 2026

«La preside» di frontiera nuovo eroe della fiction

Che la scuola sia diventata la nuova frontiera della formazione dei nostri giovani ce lo dicono, spesso tragicamente, le cronache quotidiane. Anche la fiction, persino quella delle reti generaliste, solitamente più lenta di riflessi rispetto alla serialità delle piattaforme internazionali, se n’è accorta. Al posto di poliziotti e investigatori, professori, insegnanti e presidi sono i nuovi eroi delle serie tv, premiate dagli ascolti. Dopo che, a dicembre su Rai 1, si è conclusa in modo discutibile la terza stagione di Un professore, sono contemporaneamente in onda due storie di presidi, la prima su Canale 5, frutto della fantasia degli sceneggiatori ma, basata sul revenge porn, non così distante dall’attualità, la seconda, su Rai 1, ispirata alla vicenda di Eugenia Carfora, dirigente scolastica dell’istituto alberghiero di Caivano, in Campania. Prodotta per Rai Fiction da Bibi film e Zocotoco, ideata da Luca Zingaretti, La preside è diretta da Luca Miniero.
A interpretarla con discreta efficacia c’è Luisa Ranieri, bionda come la vera ex professoressa di educazione fisica (Rai 1, ore 21,51, sempre più tardi, 4,5 milioni di spettatori, 27,4% di share). Mentre tutti si scansano, temeraria, Eugenia accetta tra gli applausi dei colleghi la destinazione all’istituto Anna Maria Ortese del Parco verde, regno del clan di Giuliana ’a Vesuviana (Daniela Ioia). L’edificio è ridotto quasi una discarica, ma non abbastanza per impedire l’attività di una folcloristica tintoria. La percentuale di frequenza scolastica vicina allo zero compete con l’assenteismo del corpo insegnante. Accompagnata dalla batteria della colonna sonora che ne sottolinea decisionismo e autoironia, la preside si rimbocca le maniche, ripulisce letteralmente la scuola, tampina i professori lavativi, va a fare l’appello degli studenti nei palazzoni fatiscenti dell’edilizia popolare, stanandoli dalle loro insane abitudini. Insomma, fa della riqualificazione dell’istituto e del recupero dei ragazzi una sorta di missione, al punto da trascurare inevitabilmente il suo ruolo di moglie e madre. Altrettanto inevitabile è che la sua opera entri in rotta di collisione con gli affari dei boss locali. La via del riscatto è stretta come quella che percorre tutti i giorni da casa a scuola sotto gli occhi minacciosi dei camorristi. La scuola è un avamposto sulla frontiera della criminalità, ma ha bisogno di eroi che resistono nella trincea della formazione delle giovani generazioni. Tanto più che oggi, dell’antica alleanza tra genitori e insegnanti non c’è più traccia.

 

La Verità, 21 gennaio 2026

La nascita della camorra narrata come un western

Nei bar ci sono i flipper, in tv Discoring, i ragazzi cavalcano il Ciao e la camorra contrabbanda le bionde, intese come sigarette. Siamo a Secondigliano, eterna provincia che vuol farsi impero e il Bar America è il saloon dove il giovane Angelo ’A Sirena (Francesco Pellegrino) gestisce la banda e, a fatica, la rabbia di essere ancora alle dipendenze del potente Don Antonio Villa (Ciro Capano). Su di lui mette gli occhi Corrado Arena (Biagio Forestieri), boss della cosca rivale e già s’intuisce come andrà a finire la faccenda. In questa Napoli sgarrupata avviene l’iniziazione di Pietro Savastano (Luca Lubrano), sedicenne che non ha mai conosciuto il padre ed è stato abbandonato dalla madre prostituta e, dunque, in cerca di affiliazione e affermazione per sé e il piccolo branco di fedelissimi, più spensierati di lui. Anche perché nel sogno di Imma (Tullia Venezia), ragazza della borghesia che studia al Conservatorio e brama di entrare nell’orchestra universitaria di New York, sembra non esserci posto per lui.
Sono i primi due episodi (sei in totale) di Gomorra – Le origini, il prequel di Sky, Cattleya e Beta film, diretto da Marco D’Amore, il Ciro Di Marzio della serie principale, e le giustificazioni psicologiche e sociologiche della futura ferocia di Pietro Savastano, interpretato da Fortunato Cerlino, sono già parecchie. S’intuisce che le accuse alla serie tratta dal libro di Roberto Saviano di aver fatto scuola a troppi ragazzini senz’arte né parte hanno fatto breccia e, dunque, si tenta di responsabilizzare la società e l’infanzia infelice delle scelte malavitose e criminali del singolo soggetto. «Martin Scorsese non è stato criticato per Gangs of New York», dice D’Amore rigettando le accuse e una parte di ragione ce l’ha. Ma forse, con tutto il rispetto per il cineasta che lo firma, Gangs of New York non è diventato un brand globale come Gomorra. E nemmeno ha prodotto un analogo meccanismo di identificazione. Quando D’Amore afferma che «una narrazione non è un telegiornale o un articolo di giornale» sottovaluta proprio la potenza evocativa della fiction e la carica emulativa dei suoi protagonisti. Anche questo prequel che narra l’adolescenza della camorra come fosse un western, ne trasmette il fascino che emana dal carisma e dall’ombrosità misteriosa dei personaggi (su tutti, Angelo ’A Sirena), dal loro abbigliamento e dalle musiche, in un concentrato di citazioni e riferimenti cinematografici che vanno da Sergio Leone a Romanzo criminale fino al neorealismo italiano. Proprio così: una fiction è molto più pericolosa di un telegiornale.

 

La Verità, 11 gennaio 2026

Un video ricatta Ferilli: è fiction ma pare cronaca

Una storia, niente di più. Una storia di attualità, plausibile, normale, verrebbe da dire, nella sua perversione. Una storia della porta accanto, simile a quelle che ascoltiamo spesso nelle cronache dei telegiornali. Una vicenda di revenge porn, la diffusione sul web di video intimi, per vendetta o umiliazione. È la trama di A testa alta – Il coraggio di una donna, la miniserie in sei episodi (tre serate) di Canale 5, protagonista Sabrina Ferilli nei panni di Virginia Terzi, una preside di liceo stimata dai colleghi e premiata dalle autorità per la sua professionalità (mercoledì, ore 21,45, oltre 4 milioni di telespettatori, share 25,2%). Virginia è anche moglie di Luigi (Fabrizio Ferracane), affermato avvocato, e madre di Rocco (Francesco Petit), il figlio sedicenne che frequenta lo stesso liceo. Al momento della proclamazione come preside dell’anno, il sindaco (Augusto Fornari) annuncia l’approvazione del progetto di attività interdisciplinari «A testa alta», voluto dalla dirigente scolastica contro le dipendenze digitali. Ma l’idillio è subito infranto. Sui cellulari di professori e studenti diventa virale il video rubato delle effusioni intime della preside con quello che si scoprirà essere l’insegnate di educazione fisica dell’istituto (Raniero Monaco Di Lapio). Con la collaborazione della tv locale, lo scandalo scuote l’intera comunità del borgo in riva al lago. Lo tsunami dissesta anche la famiglia di Virginia, il marito respinge le accuse di trascurare la moglie, il figlio stenta a reggere il sarcasmo di Alex (Andrea Pittorino), il figlio bullo del sindaco. Ogni mattina è un incubo percorrere il corridoio d’ingresso della scuola davanti agli sguardi inquisitori e agli sfottò. A Virginia non resta che rifugiarsi a casa di Cecilia (Gioia Spaziani), la sorella ispettrice di polizia, pronta a sostenerla e aiutarla nella ricerca dell’autore del video. Ma mentre emergono altri motivi di scontro in famiglia, le indagini non progrediscono. Così l’ex preside modello si trova di fronte alla scelta: resistere o farsi da parte, dandola vinta al ricattatore? Una professionista chiacchierata può svolgere un ruolo educativo in una scuola pubblica? Quanto la fragilità privata ne intacca l’autorevolezza di dirigente scolastica e incrina la credibilità dello stesso liceo?
La storia avanza tra dubbi morali (o moralistici) e indizi thriller a caccia del nemico. Diretta da Giacomo Martelli e prodotta da Banijay Studios Italy, A testa alta – Il coraggio di una donna è un racconto semplice, senza ambizioni autoriali, che incuriosisce perché parla di noi.

 

La Verità, 9 gennaio 2026

Un romanzo di formazione dell’Italia con alcuni cliché

Quando che si diventa vecchi la paura più grande è quella di non essere conosciuti; conosciuti per ciò che si è stati veramente», dice con marcata cantilena veneto-friulana Nadia (Linda Caridi), custode e voce narrante della storia di Prima di noi, ambiziosa saga famigliare che attraversa il Novecento italiano, dalla disfatta di Caporetto al 1978. È davvero quella «la paura più grande» di una persona non più giovane o è un sentimento un tantino egoriferito? Di sicuro è l’incipit dei dieci episodi della serie trasmessa da Rai 1, tratta dal romanzo omonimo di Giorgio Fontana, diretta da Daniele Luchetti e Valia Santella, anche sceneggiatrice insieme a Giulia Calenda, prodotta da Wildside (gruppo Fremantle) e Rai Fiction e realizzata con il sostegno di Veneto Film Commission e di Friuli Film Commission (domenica, ore 21,45, 2,6 milioni di telespettatori, 15,5% di share).
Siamo nella montagna friulana e in una casa retta solo da donne, nonna mamma e figlia-nipote, perché gli uomini sono tutti a combattere, irrompe Maurizio (Andrea Arcangeli), un disertore in fuga dalle tragedie della guerra e dai fantasmi che si porta dentro. Con l’inverno che si avvicina, due braccia maschili sono utili e così il riparo di una notte si trasforma in un soggiorno più lungo. Interrotto solo quando, a guerra finita, Nadia rivela a Maurizio di essere incinta. I motivi di diffidenza delle donne anziane sono, dunque, fondati. Ma Nadia non è tipo da arrendersi e, sebbene non sia mai uscita dal borgo natio, con la pancia che cresce sale su un carretto e si avventura, sola per giorni, alla ricerca del compagno fuggiasco. Che, miracolosamente, trova e riporta a casa. Trasferiti in Veneto, mentre i figlioletti dei Sartori aumentano come i tormenti che il padre affoga nell’alcol, tocca ancora a Nadia risolvere la situazione trovando lavoro. Intanto, il fascismo avanza minaccioso.
In quello che ambisce a essere il romanzo di formazione dell’Italia un po’ alla maniera del discorso di fine anno di Sergio Mattarella, arriveranno la Seconda guerra mondiale, la ricostruzione, il boom economico, la ribellione giovanile e gli Anni di piombo, fino ai prodromi della globalizzazione. «La famiglia è la chiave di lettura per raccontare il nostro Paese», ha affermato Luchetti presentando il suo lavoro. Giusto. Anche se «l’anima costruttiva» rappresentata dalle donne e quella distruttiva incarnata dagli uomini sa un po’ di cliché. Come pure il disertore vigliacco giunto nel paesino di montagna, già visto in Vermiglio di Maura Delpero. Speriamo che negli episodi successivi non ci siano altri debiti mutuati da C’è ancora domani o La meglio gioventù.

 

La Verità, 6 gennaio 2025

Crans-Montana, Rai lenta Rete 4 fa il boom di ascolti

Il giorno dopo si tenta di correre ai ripari, di tamponare la falla, ma ormai l’errore è compiuto. Errore grave. Lacuna enorme. La sera del primo gennaio, 18 ore dopo la strage di Crans-Montana, la Rai non è riuscita a dedicare uno speciale alle notizie che provengono dalla cittadina del cantone Vallese della Svizzera. Il bilancio, ancora provvisorio, è di 47 morti e 115 feriti. È la strage di Capodanno. La strage dei ragazzi. Nelle fiamme che all’1,30 di notte sono divampate all’interno del Constellation, il locale dove si sono riversati per festeggiare l’arrivo del nuovo anno, bruciano molti adolescenti, alcuni dei quali italiani. Altri riescono miracolosamente a sfuggire all’incendio scatenato dal flashover, il rogo causato dal veloce propagarsi del fuoco in un ambiente chiuso. Ci sono decine di famiglie italiane angosciate per le sorti dei loro ragazzi in vacanza nella località internazionale più ambita della Svizzera. Famiglie che iniziano il nuovo anno in preda a una tragica trepidazione. Sanno che quel locale è meta dei loro figli e le notizie permangono incerte e frammentarie. Mancano conferme perché i corpi bruciati dalle fiamme sono irriconoscibili. Secondo la Farnesina sono ancora sei gli italiani dispersi. Eppure, dopo i collegamenti degli inviati nei diversi telegiornali e un paio di edizioni straordinarie pomeridiane, la Rai non trova il modo di dedicare una rete alla cronaca della tragedia.
Il giorno di Capodanno i riflessi sono lenti, le redazioni ridotte ai minimi termini. E il palinsesto serale della Rai rimane drammaticamente invariato: su Rai 1, dopo Affari tuoi, va in onda il cartone Biancaneve e i sette nani, su Rai 2 il telefilm Delitti in Paradiso, su Rai 3 il filmone Killers of the flower moon. Nulla che non potesse essere posticipato. Ma, vittima di pigrizia e di lentezze decisionali, il servizio pubblico sembra vivere in una dimensione parallela, colpito da un lieve distacco dalla realtà. Lieve, ma fatale. Per avere notizie sull’evoluzione dei soccorsi, sul trasferimento di alcuni giovani ustionati all’ospedale di Niguarda di Milano o in quelli di Berna e Zurigo, sull’inizio delle indagini o per ascoltare la voce delle autorità svizzere che parlano di «tragedia immane», del ministro degli Esteri Antonio Tajani e per conoscere il numero dell’Unità di crisi della Farnesina, bisogna sintonizzarsi su Rete 4 dove, con diversa prontezza di riflessi, la redazione di Quarto grado guidata da Gianluigi Nuzzi, va in onda con uno speciale di Quarto grado per informare. Sono oltre 1,2 milioni i telespettatori che seguono la diretta di Nuzzi su Rete 4 (quasi il 9% di share). Mentre i quotidiani stravolgono la fogliazione delle loro edizioni, cancellando articoli e servizi precotti regolarmente previsti nei giorni festivi come Capodanno per dare spazio alla strage dei ragazzi, il servizio pubblico non tocca la programmazione serale. Solo il giorno dopo cambia i palinsesti, amplia le finestre e i collegamenti all’interno dei contenitori come Uno Mattina News, Uno Mattina e Storie italiane. Si aggiunge l’edizione straordinaria del Tg1 alle 16,55, si allargano quelle del Tg2, dalle 10 alle 11 e dalle 17,50 alle 18,30. Si allunga il Tg3 delle 12 con uno speciale Fuori tg.
Reazione lenta e tardiva. Forse, da quando è in vigore la riforma che ha eliminato i direttori di rete, stratificando le responsabilità per generi, la catena di comando per cambiare la programmazione è diventata troppo lunga. Eppure i direttori del primetime esistono. Perché non hanno deciso di dedicare una rete alle notizie da Crans-Montana? Che valutazioni hanno fatto? Con chi si sono confrontati? Chi ha preso la decisione finale di non intervenire sul palinsesto di prima serata? Domande che attendono una risposta. Forse è il caso che i dirigenti della Rai radiotelevisione italiana ricordino che i telespettatori pagano un canone di abbonamento e hanno diritto di avere un servizio diverso e più puntuale di quello offerto dalle televisioni finanziate dalla pubblicità.

 

La Verità, 3 gennaio 2025

Su Raiplay e Infinity Santoro è un desaparecido

Qualche sera fa Michele Santoro era ancora ospite a Lo stato delle cose (Rai 3, ore 21,30, 1,2 milioni di telespettatori, 8,1% di share). L’abituale partecipazione dell’ex conduttore di Servizio pubblico al programma di Massimo Giletti serve ad aggregare dall’inizio una fetta di pubblico e ad alzare gli ascolti. Il guru come apripista dei talk show è una formula inaugurata già qualche anno fa da Giovanni Floris quando cominciava abitualmente il suo talk con una lunga intervista a Eugenio Scalfari. Ora il fondatore di Repubblica è naturalmente avvicendato da altri «grandi vecchi» come Pierluigi Bersani o Corrado Augias. Il guru di Corrado Formigli è Michele Serra, quello di Bianca Berlinguer, Mauro Corona, sollecitato sui vari fatti di attualità non solo politica. A parte l’abbinata di Rete 4, le altre sono costruite sull’alzata della palla da parte del conduttore affinché l’ospite la schiacci contro il governo. L’ospitata di Santoro a Lo stato delle cose ha un tratto diverso. Mentre il conduttore si limita a qualche contrappunto, è lui a portare la provocazione, a offrire spunti di riflessione e analisi, spesso in base a informazioni inedite o trascurate dai media ufficiali. Attorno al nocciolo duro della ricerca della pace in Ucraina e in Medio Oriente, l’inventore di Samarcanda traccia scenari a volte imprevedibili, come quando l’altra sera ha osservato che, paradossalmente, «oggi è la destra più della sinistra a volere la pace». Oppure quando ha smascherato i giochetti un tantino ambigui dei volenterosi nell’ambito della trattativa con Volodymyr Zelensky e gli emissari della Casa Bianca. O, infine, quando ha ricordato che Sergio Mattarella era vicepresidente del Consiglio quando il governo D’Alema bombardò la Serbia. In sostanza, si può dire che, con tutta la sua attitudine a riempire lo schermo, il Michele Santoro ospite (a volte anche di Floris) palesa un tratto umano più spiccato del Michele Santoro conduttore che ricordiamo piuttosto ideologico e militante. Per averne conferma basterebbe un viaggio su Raiplay, alla ricerca degli storici programmi di Rai 2, da Servizio pubblico ad Annozero, da Tempo reale al Raggio verde. Oppure su Mediaset infinity, per rivedere la puntata di Moby dick su Italia 1 trasmessa da Sarajevo proprio durante il conflitto del Kosovo. Ma, sorpresa, salvo qualche recente spezzone di inchieste realizzate dai suoi collaboratori e il primissimo Samarcanda, nelle teche delle nostre reti generaliste si stentano a trovare tracce della sua controversa televisione.

 

La Verità, 18 dicembre 2025

L’eroina che rifiuta l’apocalisse dolce dei buoni

Il virus della bontà si è impadronito del pianeta e solo una donna gli resiste. Riuscirà «la persona più infelice della terra a salvare il mondo dalla felicità»? È l’interrogativo di Pluribus, la serie ideata e sceneggiata da Vince Gilligan (Breaking Bad e Better Call Saul), forse l’autore più geniale del villaggio. La più vista di sempre su Apple tv, è stata rinnovata per una seconda stagione. Già questi sono buoni motivi per vederla con un occhio di riguardo, ma naturalmente la vera ragione per farlo sono trama e contenuto. L’ultimo dei nove episodi che la compongono sarà rilasciato il 26 dicembre e solo allora scopriremo se in questa storia «andrà tutto bene», come si sente ripetere in ogni film. Non è affatto detto che sia così perché, dietro l’obiettivo di rovesciare le formule della fantascienza, si nasconde l’ambizione di una riflessione sul rapporto tra benessere collettivo e libertà individuale, tra felicità globale e identità personale. Il tutto proposto con grande cura formale, ottime musiche e qualche lungaggine autoriale. Possibili, lontani, riferimenti: Lost, per i prologhi spiazzanti e i flashback, Truman Show, per la solitudine e l’apparenza stranianti, Black Mirror, per la cornice distopica. Ma la mano dell’ideatore è inconfondibile.
Ci troviamo ad Albuquerque, la città del New Mexico già teatro dei precedenti plot di Gilligan, ma stavolta la vicenda è tutt’altra. Siamo in un futuro progredito e un certo rigore si è già radicato nella quotidianità. Per esempio, l’avviamento delle auto di ultima generazione è collegato alla prova di sobrietà del palloncino: se si è stati al pub, l’auto non parte. Individuato da un gruppo di astronomi, un virus Rna proveniente dallo spazio, trasmesso in laboratorio da un topo e contagiato tramite baci e alimenti, rende gli esseri umani felici, gentili e samaritani con il prossimo. Le persone agiscono come un’unica mente collettiva, ma non a causa di un’invasione aliena, tipo L’invasione degli ultracorpi, bensì per il fatto che «noi siamo noi», garantisce un politico che parla dalla Casa Bianca, anche se non è il presidente. «Gli scienziati hanno creato in laboratorio una specie di virus, più precisamente una colla mentale capace di tenerci legati tutti insieme». In questo mondo, non esiste il dolore, non si registrano reati, le prigioni sono vuote, le strade non sono mai congestionate, regna la pace. Tutto è perfetto e patinato, perché la contraddizione non esiste. Debellata, dietro una maschera suadente. La colla mentale dispone alla benevolenza e alla correttezza le persone. Che però non possono scegliere, ma agire solo in base a un «imperativo genetico». Soltanto 12 persone in tutto il pianeta sono immuni al contagio. Ma mentre 11 sembrano disposte a recepirlo, l’unica che si ribella è Carol Sturka (Reha Seehorn), una scrittrice di romanzi per casalinghe sentimentali. Cinica, diffidente, omosex e discretamente testarda, malgrado vicini, conoscenti e certi soccorritori ribadiscano le loro buone intenzioni – «vogliamo solo renderti felice» – lei non vuole assimilarsi ed essere rieducata dal virus dei buoni. I quali, ogni volta che lei respinge bruscamente le loro attenzioni, restano paralizzati in strane convulsioni, alimentando i suoi sensi di colpa. Il prezzo della libertà è una solitudine sterminata, addolcita dal fatto che, componendo un numero di telefono, può vedere esaudito ogni desiderio: cibi speciali, cene su terrazze panoramiche, giornate alle terme, Rolls Royce fiammanti. Quando si imbatte in qualche complicazione è immediatamente soccorsa da Zosia (Karolina Wydra), volto seducente della mente collettiva, o da un drone, tempestivo nel recapitarle a domicilio la più bizzarra delle richieste. A Carol è anche consentito di interagire con gli altri umani esenti dal contagio. Che però non condividono il suo progetto di ribellione alla felicità coatta: tocca a noi riparare il mondo. «Perché? La situazione sembra ideale, non ci sono guerre, viviamo tranquilli», ribatte un viveur che sfrutta ogni lusso e privilegio concesso dalla mente collettiva.
L’idea di questa serie risale a circa otto o nove anni fa, ha raccontato Gilligan in un’intervista. «In quel periodo io e Peter Gould (il suo principale collaboratore ndr) avevamo iniziato a lavorare a Better Call Saul e ci divertivamo parecchio. Durante le pause pranzo avevo l’abitudine di vagare nei dintorni dell’ufficio immaginando un personaggio maschile con cui tutti erano gentili. Tutti lo amavano e non importa quanto lui potesse essere scortese, tutti continuavano a trattarlo bene». Poi, nella ricerca del perché di questa inspiegabile gentilezza, la storia si è arricchita e al posto di un protagonista maschile si è imposta la figura della scrittrice interpretata da Reha Seehorn, già nel cast di Better Call Saul. Su di lei, a lungo sola in scena, si regge lo sviluppo del racconto. A un certo punto, provata dalla solitudine, ma senza voler smettere d’indagare anche perché incoraggiata dalle prime inquietanti scoperte, Carol cambia strategia, smorzando la sua ostilità…
Il titolo della serie deriva da «E pluribus unum», cioè «da molti, uno», antico motto degli Stati Uniti, proposto il 4 luglio 1776 per simboleggiare l’unione delle prime 13 colonie in una sola nazione. Gilligan ha trasferito la suggestione di quel motto a una dimensione esistenziale e filosofica, inscenando una sorta di apocalisse dolce per riflettere sulla problematica convivenza tra singolo e collettività. Per questo, in origine, Plur1bus era scritto con l’1 al posto della «i».

 

La Verità, 17 dicembre 2025