Il racconto a due velocità di Fiorello e Carrà

Più che un’intervista è un racconto in prima persona a due voci. Quando il protagonista è Rosario Fiorello la partita è vinta in partenza. Non c’è neanche bisogno di giocare e fare le domande. Basta schiacciare play e lo show è servito. A raccontare comincia tu è il nuovo programma di Raffaella Carrà, ispirato al format spagnolo Mi casa es la tuya e realizzato da Ballandi Arts, prossimi ospiti Sophia Loren, Paolo Sorrentino, Riccardo Muti, Leonardo Bonucci e Maria De Filippi (Rai 3, giovedì ore 21,15, share del 9.39%). Di volta in volta si sceglie il posto dove incontrarsi, nella prima puntata la location è un modernissimo barcone sul Tevere, riprese interne ed esterne, scorci del fiume, foto di Fiorello bambino, ragazzo, al Karaoke. Montaggio, testi e regia sono firmati da Giovanni Benincasa e Sergio Japino. Incalzano gli aneddoti della biografia remota, la prima recita con le ombre cinesi, i lavoretti al mercato ortofrutticolo, la partita allo stadio con papà e finalmente il primo villaggio con carriera fulminea: da cameriere a barista a dj a showmen. La Carrà ascolta, ride, si accosta e, dal racconto di Fiorello, si passa a quello a due voci, con spezzoni di repertorio che li accomunano e il trasferimento in auto «al teatro che ci ha visti protagonisti». Con una come Raffa è prevedibile che a raccontare continui lei. Tanto più se il format è una sorta di biopic allo specchio, ping pong di situazioni e ricordi. Il segreto è l’alchimia tra il protagonista e la spalla. Al Delle Vittorie ecco le foto delle due carriere: Fiorello con Liza Minnelli, Celin Dion, Sylvester Stallone, Dustin Hoffman, e Raffaella con Mina, Alberto Sordi, Corrado. Dal backstage di show che tutti abbiamo visto fioccano i retroscena: il dietro le quinte del successo è lo scrigno del tesoro. C’è il ricordo di Claudio Cecchetto, lo scopritore, di Maurizio Costanzo, l’uomo del rilancio nel momento difficile, e di Bibi Ballandi, vero padre artistico che spalancò a Fiorello le porte dell’one man show dopo averlo visto improvvisare all’Arena di Verona, finale del Festivalbar, per coprire un guasto tecnico. Raffaella si contiene per non sovrapporsi, ma inevitabilmente è una corsa a due velocità. Chi può stare al passo di uno che per rispondere alla figlia già adolescente della moglie dice: «Lo so, tu hai il tuo papà naturale, io sono il tuo papà frizzante»?

A notte fonda Fiorello ringrazia via Twitter Raffaella e Rai 3: «Mi avete fatto venire voglia di tornare in tv». Al pubblico è tornata quella di rivederlo, che non se n’era mai andata.

La Verità, 6 aprile 2019

Gomorra, Saviano e quell’ambiguità dei boss

Sì, un pizzico del magnetismo di Ciro Di Marzio manca, nella quarta stagione di Gomorra. Manca il suo carisma, nel bene e nel male epicentro della saga, sopravvissuto immortale alle fini traumatiche, ma più metabolizzabili, di don Pietro Savastano, Donna Imma e Salvatore Conte. Difficile farne a meno perché la trama un filo si svuota, pur rimanendo un gran bel prodotto, forte e teso quanto basta, forse di più negli episodi 5 e 6, proprio quelli con la regia di Marco D’Amore che, senza perdere di vista il gangster movie, ha trasferito dietro la cinepresa i suoi riferimenti teatrali (Shakespeare, la tragedia greca, il tradimento di Giuda). Gli altri episodi sono diretti, i primi quattro da Francesca Comencini, anche supervisore artistico, altri due a testa da Enrico Rosati e Ciro Visco, e gli ultimi due da Claudio Cupellini (venerdì, ore 21.15, Sky Atlantic e Sky Cinema Uno, produzione Cattleya).

La seconda novità di questa stagione è lo scenario geoeconomico in cui agiscono i clan criminali. Se, nella precedente, le cosche avevano conquistato il centro storico, ora Napoli diventa soprattutto la base per traffici con ramificazioni internazionali. Senza il suo compare, Gennaro Savastano (Salvatore Esposito) si spinge fino alla City londinese per consolidare il progetto di un grande aeroporto in Campania. A presidiare Secondigliano rimane Patrizia (Cristiana Dell’Anna) che, superato l’apprendistato, ora è un boss emergente che deve affrontare parecchie difficoltà con il suo braccio destro, le famiglie alleate di Sangue blu e dei Capaccio, e il nuovo clan dei Levante, il cui potere si estende dal racket della coca a quello dei rifiuti della Terra dei fuochi. Senza disdegnare gli elementi psicologici e privati – la storia d’amore di Patrizia con Mickey Levante e l’equilibrio di Genny con la moglie Azzurra – soprattutto nei primi, più lenti, episodi, la riflessione si concentra sul potere e i metodi per esercitarlo. Genny e Patrizia comandano con mano ferma, ma dolce: lui vuole festeggiare il compleanno del figlioletto invitando i compagni d’asilo e l’intero quartiere, lei vuole recuperare il rapporto con il fratello, umile cameriere. Sono boss giusti, la cui spietatezza affiora, inevitabile, solo con chi li ostacola. Una lezione nella quale sembra intravedersi l’ispirazione di Roberto Saviano. Sono anche boss capaci di un’ambiguità ad altissima definizione: «In tanti anni che lavoro, una cosa così non l’avevo mai sentita», dice Alberto (Andrea Renzi) rivolto a Gennaro riguardo ai suoi metodi. E Gennaro risponde: «È pecché nui simm ’o cambiamento, Albe’». Proprio così. E ogni riferimento è puramente casuale.

 

La Verità, 30 marzo 2019

Esplorazioni incendiarie di Dago in the Sky

La quarta stagione di Dago in the Sky registra una significativa evoluzione di contenuti, materie e formule. Non più, o meglio, non solo le praterie di possibilità offerte dalla rivoluzione digitale nella pubblicità, nella fotografia, nel culto dell’immagine e del corpo secondo i nuovi alfabeti del narcisismo individualistico che avevano tracciato il viaggio delle precedenti edizioni. Mettendo ora a tema il futuro, la rivoluzione digitale dispiega tutta la sua potenzialità di tappeto volante, di arma letale nelle mani di Roberto D’Agostino, il creatore del formidabile Dagospia, che qui, quasi Virgilio contemporaneo, ci conduce in nuovi gironi, zone d’ombra, territori eccentrici, arcipelaghi della psiche (Sky Arte, giovedì ore 21.15, produzione originale della rete in coproduzione con Intesa Sanpaolo). Gli episodi di quaranta minuti sono piccole lezioni di un corso di esplorazione con guide eminenti (tra loro Jaime D’Alessandro, Francesco Bonami, monsignor Filippo Di Giacomo, Gian Arturo Ferrari), che si snoda in una miniera magmatica, un vulcano ribollente d’immagini, suggestioni, connessioni, materie, corpi, fluidi, forme sinuose e formule complesse più visionarie che parlate, che masticano e metabolizzano la storia dell’arte e della letteratura, le scienze sociali, l’alfabeto digitale usato come media e messaggio allo stesso tempo e arricchito da un’affinata ricerca musicale. Nel primato dell’estetica non c’è differenza tra cultura pop e vezzosità elitarie e la novecentesca trasmissione verticale del sapere è incenerita al punto che il selfie può andare a braccetto con la Gioconda e il videogame con l’arte contemporanea. La televisione evolve da posto che mette in fila gli argomenti per una fruizione pedissequa, analogica appunto, a mondo essa stessa: calderone fiammeggiante, scomposto, rifrangente e cangiante in molteplici piani interpretativi. Evolve e si definisce anche il ruolo di D’Agostino, ideatore, conduttore e autore (con Anna Cerofolini), frequentatore dell’estremo, sdoganatore di scandali, omologatore di trasgressioni. Tutto visibile e riscontrabile nei primi tre episodi dedicati ai videogiochi – nuova forma d’arte secondo la lezione di Steven Johnson (Tutto quello che fa male ti fa bene) – al potere del Demonio – «un inguaribile ottimista se pensa di poter peggiorare l’uomo» (Karl Kraus) – all’arte contemporanea, ormai falsamente rivoluzionaria perché finita nel vicolo cieco della comunicazione e del marketing, scenario peraltro ampiamente previsto «dalla Chiesa, dall’alto del suo paio di millenni di potere».

 

La Verità, 23 marzo 2019

 

Tutti i motivi per non guardare i reality show

Abiezione. Forse basta una sola parola per descrivere la deriva che hanno preso certi reality show. Una deriva di cui non era difficile immaginare l’inevitabilità. Quando decidi che i canali Mediaset debbano averne sempre uno in palinsesto l’escalation è nell’ordine delle cose. Bisogna sempre alzare l’asticella. All’in giù, però. Un gradino alla volta. Di reale c’è soprattutto l’abiezione. Il campionario della pornografia dei sentimenti viene continuamente aggiornato. Approssimativamente: gli eccessi trash del Grande Fratello 15 condotto da Barbara D’Urso che causano la fuga degli sponsor, il machiavellico canna gate della scorsa Isola dei Famosi capitanata da Alessia Marcuzzi, il molto discutibile ingresso di Lory Del Santo che scelse il Gieffe vip per elaborare il lutto per la morte del figlio e la successiva incursione di Fabrizio Corona (do you know?) per rimestare nel privato della coppia Totti-Blasi prima e dopo il matrimonio. Infine quello che hanno sotto gli occhi i telespettatori dell’attuale edizione dell’Isola, la numero 14, sempre condotta dalla Marcuzzi, con nuovo capolavoro di Corona, rivelazione di corna in diretta, licenziamento degli autori e nuovo ritiro degli sponsor. Non si sa cosa sia peggio: supporre di esser finiti dentro una situazione sfuggita all’apprendista stregone di turno o, al contrario, di assistere a una montatura lucidamente allestita da qualche architetto dell’estremo. Crescono i dibattiti, le dichiarazioni, le articolesse: tutto il circo dell’infotainment si pronuncia e si schiera con questi o con quelli. Riccardo Fogli o Fabrizio Corona? Aldo Grasso o Alba Parietti? Chissenefrega. Da tempo ho deciso che il tempo è prezioso. Credo esista una gerarchia, un ordine, nell’usarlo. È così poco e, soprattutto, non siamo noi a stabilire quanto ne abbiamo a disposizione. La logica del vedere «fin dove arrivano» non mi seduce.

Lo spettacolo dei cosiddetti morti di fama sembra una riedizione moderna non troppo lontana dei circenses di epoca romana: i combattimenti dei gladiatori, le lotte con gli animali… Una forma di anestesia collettiva, di evasione da qualcosa. Allora era dalle politiche dell’imperatore, oggi chissà, probabilmente da sé stessi, dall’io. È per questo che, assistendovi, si intristisce. Siamo drogati di notizie, stimoli, sollecitazioni, tecnologie: per bucare questa mole di nozioni e informazioni bisogna tirare di più la corda. C’è sempre qualcosa di nuovo che si può inventare. Questi spettacoli continueranno a non avermi: non li ho visti e non mi piacciono. Il fatto che gli ascolti scemino mi mette di buon umore.

La Verità, 11 marzo 2019

Dopo Eco aspettiamo un Medioevo più vero

«Giunto al termine della mia vita di peccatore, mentre declino canuto insieme al mondo, mi accingo a lasciare su questa pergamena testimonianza degli eventi mirabili e tremendi cui mi accadde di assistere in gioventù, sul finire dell’anno 1327». Si apre sul filo della memoria il racconto de Il nome della rosa, protagonisti il frate francescano Guglielmo da Baskerville (John Turturro) chiamato a indagare nell’abbazia benedettina immersa nelle Alpi, e il novizio Adso da Melk (Damian Hardung), testimone e voce narrante degli intrighi che riempiranno gli otto episodi, divisi in quattro serate per Rai 1 (lunedì, ore 21,30, share del 27.38%, 6,5 milioni di telespettatori). L’epoca della vicenda è quanto di più complicato: il papato ha sede ad Avignone, il conflitto tra potere spirituale della Chiesa e Impero causa continue guerre, l’Inquisizione incombe e gli ordini religiosi sono agitati da contrasti e rivalità. Quando nell’abbazia vengono trovati morti prima frate Adelmo e poi Venanzio, Guglielmo deve anticipare con la sua indagine l’arrivo della delegazione papale guidata da Bernardo Gui (Rupert Everett), capo dell’Inquisizione. L’investigazione nella biblioteca e nei chiostri tra le omertà e gli ostruzionismi dei frati eleva Guglielmo da Baskerville su un piedistallo intellettuale: «Esiste un solo modo per combattere ignoranza e odio: usare la conoscenza per aiutare la razza umana», declama. Peccato che poco prima si era avventurato in un improbabile «cercare le connessioni essenziali dei piccoli affari del mondo». Licenze attribuibili a un eccesso di attualizzazione dell’opera, per il resto ragguardevole per ambientazione, fotografia e cast.

Come già visto in L’amica geniale, con la trasposizione del romanzone di Umberto Eco, la Rai ritrova capacità di pensare in grande. Prima che dalla qualità della confezione, il segnale arriva dalle collaborazioni che presiedono alla produzione, già venduta in tutto il mondo (Bbc compresa): con Rai Fiction, 11 Marzo Film, Palomar e Tele Munchen Group. La regia di Giacomo Battiato e la sceneggiatura di Andrea Porporati, ideatore, Nigel Williams e Turturro oltre che dello stesso Battiato ci regalano l’innegabile piacere del grande e misterioso romanzo storico. Ma, senza nulla togliere alla qualità dell’operazione, dispiace che, in mancanza di narrazioni alternative, si perpetri e si consolidi l’identificazione tra Medioevo e oscurantismo. Quando una serie sui Costruttori di cattedrali o, per esempio, sull’opera di San Benedetto che quel tipo di abbazie e biblioteche creò?

La Verità, 6 marzo 2019

 

 

Il doppio FF e la strategia della provocazione

Ci mancava anche Emmanuel Macron. No, non ce lo potevamo risparmiare. Dopo Enrico Letta, ospite il 27 gennaio scorso di Che tempo che fa e, a quanto sembra, mediatore tra l’Eliseo e Fabio Fazio, dopo Roberto Saviano il 10, Matteo Renzi il 17, di nuovo Saviano e Andrea Camilleri, nell’insolito ruolo di opinionista antigovernativo, il 24 (per tacere dei vari Riccardo Gatti della Ong Open Arms e Pietro Bartolo, medico di Lampedusa, sempre intervallati dalle lezioni di economia di Carlo Cottarelli), dopo tutti questi ospiti, solo per stare all’ultimo mese, il capo dello Stato francese, fumo nelle pupille dei nostri governanti oltre che di buona parte degli italiani, rappresenta a pieno titolo il vertice della strategia della provocazione di FF. Una strategia pianificata e perseguita lucidamente. Che consiste in questo: spingersi fino al limite estremo dell’opposizione esplicita, frontale, senza se e senza ma. Il supermegacontratto a 2,2 milioni di euro l’anno (più altri 10,6 per la Officina Srl, la società che produce il programma, sua al 50%) blinda il conduttore di Rai 1. Dopo il piccolo segnale di cedimento di qualche settimana fa («sto pensando di espatriare»), nell’ultima puntata FF ha garantito che per altri due anni non si muoverà dalla prima serata della rete ammiraglia. Spontaneamente, s’intende. Il risultato della strategia è binario: o paladino dell’opposizione al governo pentaleghista o martire dello stesso governo: censore, illiberale, antidemocratico. Una strategia da lucido scacchista. L’intervista a Macron, densa ma paludata trattandosi di un dialogo con un capo di Stato, è stata obiettivamente un colpo giornalistico realizzato all’insaputa della direzione di Rai 1. Siccome sarà difficile salire ancora di livello, presumibilmente dobbiamo prepararci ad altri Gino Strada, Michela Murgia, Domenico Lucano, Nicola Zingaretti…

Del resto si sa, come testimoniano il nome e cognome del conduttore più pagato della Rai, Fabio Fazio sono due. Basta cambiare la consonante al centro, dalla morbida b alla tagliente zeta, e il dottor Jekyll vira in Mr Hide. Cioè, come abbiamo avuto modo di constatare negli ultimi tempi, l’anima arboriana e goliardica che intrattiene sul filo dell’ironia e del nonsense con ospiti come Nino Frassica, Orietta Berti e Gigi Marzullo, ha lasciato campo libero all’anima savianesca, stizzosetta e militante che infarcisce le serate di intellò schierati, in rotta di collisione con la maggioranza uscita dalle elezioni di un anno fa.

Ai piani alti di Viale Mazzini abbozzano, per ora.

 

La Verità, 4 marzo 2019

Lucci va in bianco con il soprarighismo di Funari

Pian piano sta delineandosi un nuovo format: blob e teche più inserti attuali, l’evoluzione strutturata e postuma di C’è più il nome della star di turno. Una versione adulta di Techetechetè di Rai 1. L’altra sera ne abbiamo visto la versione più avanzata in Lucci incontra Funari, sorta di celebration in cui Enrico Lucci omaggiava, ricordava e risvegliava dall’oblio Gianfranco Funari con l’aiuto di una serie di ospiti (lunedì, ore 21,25, share del 2.47%). Il risultato, per quanto mi riguarda, è un certo spaesamento, una certa perplessità. Mi piaceva così tanto il Lucci che tendeva agguati ai politici, sorprendeva Gianfranco Fini o Fausto Bertinotti, incontrava Luciano Gaucci, aspettava al varco gli invitati alle cene di Matteo Renzi, si fiondava alle convention dei Giovani imprenditori o raccontava le nuove beauty farm per cani, che vederlo di bianco vestito mi ha lasciato un po’ così. È vero, l’incontro con l’anima di Funari era situato in Paradiso, ma questo equivale a privarlo dell’artiglio degli sguardi, della smorfia scettica, dello sfottò romanesco. Nelle interviste Lucci cita sempre l’inventore di Aboccaperta, il trash talk che ha fatto la storia della televisione («dal 2 al 33% di share su Rai 2», si vantava). È una delle sue fonti ispirative, dei suoi riferimenti, il papà inventore (con Sandro Curzi) della gggente. Però no, non mi ha convinto fino in fondo la celebration, sebbene contenesse due perle. La prima, la fulminante e credibilissima parodia di Corrado Guzzanti del Funari nell’aldilà. La seconda, l’intervista testamento che gli fece Lucci, che evidenzia la differenza tra il Lucci vero e quello di riporto.

Rivisitato, tra gli altri, da Francesco Rutelli, Antonio Di Pietro, Roberto D’Agostino, Emilio Fede, Salvatore Ciraolo, e l’ultima moglie Morena Zapparoli, ora si può azzardare che, con la parlata, la mimica, il gusto della provocazione trash e la tendenza all’antipolitica, Funari anticipò il telepoulismo. In realtà, più che essere un telepopulista, lo faceva, ci faceva, come dimostrò il pretenzioso Apocalypse show-Vietato Funari mega show con velleità intellettuali. Dietro il gergo c’era la certezza di saperla più lunga di tutti, e di spiegarla a tutti. Dietro la mortadella c’erano i gemelli d’oro al polso. Più che gli eccessi sottolineati da Maurizio Costanzo, dominava il soprarighismo senza cedimenti.

Perplessità, dunque. Il format della memoria e della nostalgia, per ricostruire un archivio collettivo di sentimenti com’è nelle intenzioni del direttore-autore Carlo Freccero è una buona idea e può funzionare. Ma, forse, meglio con altri protagonisti e interpreti.

 

La Verità, 27 febbraio 2019

Camilleri militante danneggia Montalbano

A un certo punto l’altra sera sono finito su Che tempo che fa proprio quando Fabio Fazio chiedeva a Andrea Camilleri, in collegamento: «Che cosa la preoccupa oggi?». Risposta: «Non solo l’Italia… Mi preoccupa il mondo. Forse qualche studioso potrebbe dirci perché il mondo sta ruotando a rovescio. Io ho questa impressione, che stiamo tornando indietro. Ancora qualche anno e si rischia di tornare all’età della pietra». Fazio annuiva: «C’è qualcosa che la consola, invece?». «L’uomo. Io ho una fiducia sconfinata nell’uomo… e nella donna, s’intende. Nell’umanità… Io credo che l’umanità riuscirà a uscire bene da qualsiasi situazione. Questa fiducia mi dà fiducia e speranza». Insomma, una rivelazione clamorosa, forse un filo contraddittoria. L’umanità in cui nutre fiducia Camilleri non dev’essere quella che sta spingendo il mondo verso l’età della pietra, ma un’altra. Per capirne di più ho premuto il tasto «rewind» (Rai 1, domenica ore 20,35, share del 14.74%). Dopo il saluto a Gabriella Nobile, presidente dell’associazione Mamme per la pelle, era entrato in scena Roberto Saviano, con una delle sue esortazioni pro migranti che mixavano fatti di cronaca, elogi del sindaco inquisito Domenico Lucano, attacchi al governo, citazioni evangeliche «da non credente». Introdotto Francesco Scianna, protagonista del film di ieri La stagione della caccia, tratto da un romanzo storico di Camilleri, è partito il collegamento con lo scrittore e la promozione è virata in serata militante al miele. Fazio: «Buonasera Camilleri… lei riesce a essere l’unico elemento unificante del nostro Paese (pausa) e la colonna portante della televisione». Allorché, persino Camilleri era stato costretto a indietreggiare: «Lei mi atterrisce, non mi lasci in questa solitudine. Ci sono migliaia di persone come me…». Dopo un paio di aneddoti Fazio gli aveva chiesto di replicare alle critiche all’episodio in cui Montalbano recuperava i migranti. L’altro capo del filo è stato scritto nel 2016: «Allora era possibile accogliere migliaia di migranti… Avevamo più cuore di oggi. Vigata rappresenta Porto Empedocle… che era un porto aperto». Le critiche a L’altro capo del filo erano di stretta natura narrativa. In primo luogo, il Montalbano accogliente aveva nessi posticci con il Montalbano investigatore. In altri termini, la parte politica non c’entrava con la storia e il giallo. Secondariamente, l’irruzione della drammatica attualità toglieva a Vigata la sua inimitabile caratteristica di luogo sospeso nel tempo. Nessun’altra critica. Non sarà che l’umanità che suscita tanta fiducia in Camilleri sia soprattutto quella che lo adora come Fazio?

 

La Verità, 26 febbraio 2019

 

Con Non mentire la fiction di Mediaset cambia passo

È un significativo cambio di passo quello che fa registrare Non mentire, nuova serie in sei episodi e tre serate di Canale 5, remake della britannica Liar – L’amore bugiardo, ben diretta da Gianluca Maria Tavarelli e prodotta da Indigo Film. Non più le squadre antimafia e i tredicesimi apostoli della Taodue, né le soap finto torbide con Gabriel Garko, ma la storia di una violenza, presunta o reale, su una donna, trattata con linguaggio contemporaneo. È vero, siamo al tempo del Me too e l’idea potrebbe sembrare una concessione al mainstream da happy hour. Ma per quanto visto finora sembra che il racconto, i tempi, la tensione, la recitazione e l’ambientazione, una Torino luminosa e affascinante, riescano a evitarle la trappola del luogomunismo (domenica, ore 21,35, share del 15.48%). I protagonisti sono Laura Nardini (Greta Scarano), una professoressa di liceo appena separata dallo storico fidanzato (Matteo Martari), e Andrea Molinari (Alessandro Preziosi), un chirurgo affermato, vedovo e benestante, molto ambito dalle donne. È la sorella di lei (Fiorenza Pieri) nonché infermiera di sala operatoria al fianco di Molinari a farli incontrare. Dopo una cena con vista sul Po i due finiscono a casa di lei nell’attesa di un taxi che non arriva e, tra un calice e una confidenza, inevitabilmente a letto. La mattina dopo lui manda un sms gentile per la «bellissima serata», lei si sveglia confusa, sicura di esser stata stuprata. A complicare la situazione, il figlio di Molinari è uno studente della presunta vittima. Per entrambi, gli sguardi di colleghi e conoscenti si fanno sempre più insinuanti, soprattutto dopo che, non creduta dagli investigatori, Laura posta su Facebook la storia della violenza con tanto di nome del colpevole.

L’astuzia della narrazione imperniata su precisi rimbalzi dalla versione di lui a quella di lei, intercalate dai fatti realmente accaduti, fa ondeggiare il telespettatore da una parte all’altra. Se c’è un minimo appunto da fare è, forse, l’eccessiva circolarità dell’intreccio, in qualche caso a svantaggio della sua credibilità. Oltre al figlio di lui allievo di lei, l’ex fidanzato di Laura, un poliziotto che s’intromette nelle indagini, ha una relazione parallela con la sorella che si prodiga per aiutarla. Del resto, il titolo è Non mentire e tutto fa pensare che, inoltrandosi, di menzogne e doppiezze se ne scopriranno parecchie. Finora la bilancia pende dalla parte del bel chirurgo, ma al di là di questo ciò che più conta è capire se il racconto manterrà l’equilibrio della tensione o confluirà passivamente nel largo fiume del Me too.

 

La Verità, 19 febbraio 2019

Montalbano batte Sanremo ma non convince

Gli ascolti sono sempre da record: 11,1 milioni di telespettatori battono in termini assoluti anche le serate del Festival di Sanremo appena concluso. Andrea Camilleri è sempre un mostro sacro e Il Commissario Montalbano un architrave della televisione degli ultimi vent’anni, tanto è longeva la serie con Luca Zingaretti (Rai 1, lunedì, ore 21.35, il primo di due episodi inediti). Ma forse, ahinoi, qualche crepa si comincia a intravedere. E forse, se non proprio toccare, gli intoccabili si possono almeno cominciare a sfiorare.

Anche a Vigata arrivano dunque i migranti e Montalbano è chiamato a collaborare ai soccorsi e all’accoglienza. Si vedono un flautista tunisino scappato dal Maggio fiorentino, una ragazza violentata sul barcone da due scafisti, un migrante morto in mare, portato dalla risacca davanti alla casa di Salvo. C’è, infine, una nave della Guardia costiera attraccata a un porto di cui finora non si aveva contezza. Ma non è questa l’unica sorpresa della Vigata di L’altro capo del filo, l’episodio tratto dal romanzo scritto nel 2016, quando non si profilavano né il governo gialloblù né i porti chiusi. L’altra stranezza è che nel paesino senza semafori né auto e dove il commissario si sposta sempre con una Fiat Tipo, c’è anche una maison sartoriale con boiserie e scaffali pieni di stoffe pregiate che dà lavoro a 5/6 persone, tra cui un giovane impiegato che s’innamora inspiegabilmente della sarta ben più vecchia di lui. La quale, ancor più inspiegabilmente, viene brutalmente assassinata. Addio abito su misura con il quale Montalbano avrebbe dovuto presenziare a un 25º di matrimonio in Friuli con la compagna Livia (Sonia Bergamasco). Nella regione del Nordest, tuttavia, andrà ugualmente perché colà si sciolgono i nodi delle indagini.

Già al momento della messa in onda, sui social si è scatenata la bagarre per la comparsa dei migranti nel giallo tv più amato dagli italiani. Tuttavia, dopo l’estenuante querelle festivaliera, Matteo Salvini ha subito provveduto a raffreddare il tentativo di bis twittando un inequivocabile «Io adoro Montalbano». Continuando a parlare di fiction – nave della Guardia costiera e grande sartoria a parte – vanno però rilevate altre incongruenze. In particolare, l’assenza di nesso tra la parte umanitaria e le indagini, anch’esse con qualche incertezza (la dinamica dell’omicidio del marito della sarta). Ma soprattutto, ciò che più dispiace, con l’irruzione dell’attualità la perdita dell’a-storicità di Vigata, quella sua dimensione di luogo sospeso nel tempo, e perciò rassicurante. Nonostante crimini e delitti.

 

La Verità, 13 febbraio 2019