Chernobyl stana la falsità dell’ideologia sovietica

«Qual è il prezzo delle menzogne?». Il primo episodio di Chernobyl è racchiuso tra la domanda pronunciata dalla voce fuori campo di Valerij Legasov e la morte di un uccellino che precipita a terra, avvelenato dalle radiazioni. Lo scienziato mandato dal Cremlino per fare luce sull’incidente alla centrale nucleare del 26 aprile 1986 a 120 chilometri da Kiev non regge più il peso delle colpe e dell’omertà. Sono trascorsi due anni dal più grande disastro nucleare della storia e, dopo aver registrato le sue memorie su sei audiocassette, Legasov (Jared Harris) s’impicca. Tra le due morti che aprono e chiudono la prima puntata si dispiega tutta la drammaticità di Chernobyl, la miniserie in 5 episodi prodotta da Sky e Hbo, ideata e sceneggiata da Craig Mazin e diretta da Johan Renck (Sky Atlantic, lunedì, ore 21.15). Nella quale il vero protagonista è proprio la menzogna, ovvero il tentativo d’insabbiamento dell’accaduto operato dagli uomini della nomenklatura sovietica.

La temperatura del reattore numero 4 si è alzata fino a provocare l’esplosione del nocciolo, ma i responsabili della centrale non lo vogliono ammettere. La reputazione dell’Urss va tutelata prima e sopra ogni cosa. L’incidente è solo una disattenzione del personale di turno e sarà rapidamente ridimensionato. Chi sosterrà il contrario sarà ridotto al silenzio. Non serve evacuare la città né adottare procedure di particolare emergenza, l’immagine del socialismo è prioritaria, sottolinea il burocrate anziano citando l’effigie di Lenin appesa alla parete. Invece, tra i corridoi di lamiera, i sotterranei invasi dalle acque infette, le fiamme radioattive si consuma la catastrofe. Il volto intriso di timori e fragilità della moglie del pompiere richiamato in servizio trasmette tutto il senso d’impotenza e d’ineluttabilità della tragedia incombente. E mentre i vicini di casa provano a esorcizzarla, alcune particelle della nube tossica svolazzano minacciose nell’aria blu della notte.

Contestata dai media ufficiali russi, a metà tra linguaggio documentaristico e racconto di finzione, Chernobyl ha ottenuto il più elevato indice di gradimento per una serie tv sull’autorevole sito Imdb e si candida a essere uno dei migliori show dell’anno. Nelle facce spaventate delle maestranze, costrette dai superiori a mansioni a rischio di contaminazione e inadeguate all’apocalisse in atto, si evidenzia in modo lampante la contraddizione fatale tra ideologia e tragica realtà.

La Verità, 13 giugno 2019

Gruber, Fazio, Monti: il livore ha fatto autogol?

Gli antagonisti. Gli ossessionati. Gli avversari. Quelli che si sono più esposti contro Matteo Salvini. È un intero mondo a uscire sconfitto dalle elezioni di domenica. Oltre a partiti e schieramenti, persone precise. Ma anche un sistema di pensiero. Una mentalità. L’élite culturale.

Roberto Saviano, il capofila dell’opposizione. Opposizione culturale e antropologica. Opposizione insultante, anche. Al punto che, prima o poi, arriverà a sentenza nelle aule giudiziarie. Intanto, quella elettorale è arrivata dalle urne. La Lega primo partito a Riace e Lampedusa, roccaforti del savianismo sventolato dai testimonial doc Domenico Lucano e Pietro Bartolo, è una lapide sull’accoglienza indiscriminata. Ideologo in disarmo.

Fabio Fazio. Braccio armato, esecutore, assistente dell’ideologo, non a caso un habitué degli studi di via Mecenate. La lista degli ospiti parla da sola: volontari delle Ong, militanti dell’accoglienza h24, Mimmo Lucano, Gino Strada, Nicola Zingaretti, senza dimenticare il ruolo di Carlo Cottarelli. La trattativa per la riduzione dello stipendio e il trasloco a Rai 2 era iniziata prima del voto, ma è trapelata a spoglio elettorale terminato. Con emblematico tempismo. Dottor Watson di Saviano.

Lilli Gruber, condensato di stizza nel chiodo da giustiziera. Ha trasformato la sua postazione serale nella riserva dell’ossessione antisalviniana. Indicato il bersaglio, ci pensavano i cortesi ospiti a eseguire garbatamente la sentenza. Ogni puntata un’esecuzione, in assenza della vittima. Un incontro di wrestling con il fantasma. Che, quando si è palesato, ha reso epifanica la faziosità della signora. Centrifuga di livore.

Mario Monti. L’ex premier ed ex commissario europeo è stato richiamato in servizio dopo la pensione come certi poliziotti quando c’è da fare il lavoro sporco che i novellini non riescono a svolgere. Ha rimesso la divisa di Bruxelles ed è tornato in campo a menare fendenti sui sovranisti, ignoranti di economia e mercati. Magari carezzando la riedizione del governo tecnico. Ospite fisso di Corrado Formigli e saltuario di Gruber e Giovanni Floris, che ha una liason con Elsa Fornero. Sacerdote dei rigoristi, guru dell’austerity protetto dall’Agcom. Vanesio datato.

Salone del libro. Tempio del narcisismo e dell’autoreferenzialità. Sinergia di fondamentalisti, scrittori e politici volenterosi, da Christian Raimo a Nicola Lagioia a Chiara Appendino. Siamo informati e colti, impegnati e letterati. Chi non è con noi resta fuori. In nome della democrazia, ovviamente. L’inclusione vale solo per le minoranze acquiescenti. L’esclusione della casa editrice Altaforte vicina a Casapuond resterà una macchia nella storia del tempio. Intolleranti chi?

Gad Lerner. Estensore di liste di proscrizione. Denunciatore seriale di presunte censure. Cacciatore di fantasmi fascisti. Mediatore delle «classi subalterne». È andato chez Fazio a lamentare la poca libertà nella televisione italiana causa oppressione del governo gialloblu. In compenso, lunedì prossimo su Rai 3 comincia L’Approdo, il suo nuovo programma ispirato a una storica, ma non faziosa, trasmissione degli anni Sessanta. Rintronato.

Federico Fubini, portavoce degli apparati della Commissione europea. Per lui il ministro dell’Economia Giovanni Tria è sempre sull’orlo delle dimissioni perché ogni dichiarazione di Salvini viola un parametro o infrange un patto. Che è molto più di un dogma. Quanto alla notizia dei 700 bambini greci morti a causa dell’austerity imposta dalla Troika, quella si può ignorare anche se si fa parte del Gruppo di alto livello nominato dalla Ue per la lotta contro le fake news. Furbino.

Concita De Gregorio, volto di Repubblica in ascesa nella scala degli opinionisti da talk. Avvolta in una nuvola di degnazione, dispensa le sue conoscenze alla massa. Ma sempre mantenendo una certa distanza. Nel pieno del polverone per il caso Altaforte al Salone del libro ha proposto la creazione di un codice etico per vagliare il pedigree delle case editrici. Sempre in nome della correttezza democratica. Ridateci Daria Bignardi.

Fabrizio Salini, amministratore delegato Rai a due velocità. Prontissimo a intervenire al primo lamento di Fazio per la sostituzione di due puntate di Che fuori tempo che fa, il tavolo con Max Pezzali e il Mago Forest, con altrettanti speciali di Bruno Vespa, ha alzato la voce contro la direttrice di Rai 1 Teresa De Santis. Assai meno vigile sull’assenza di programmi nei giorni immediatamente precedenti il voto, ha lasciato campo libero a Enrico Mentana. Urge tagliando.

Agcom, Autorità garante per le comunicazioni presieduta da Angelo Marcello Cardani, già capo di gabinetto di Monti. Prima ha diffidato il Tg2 per un servizio critico nei confronti dell’ex premier bocconiano sulle sue previsioni nefaste in caso di vittoria dei sovranisti. Poi ha pensato bene di redigere un regolamento che persegua chi critica donne, migranti, gay e transessuali: minoranze più che intoccabili. Tribunale del politicamente corretto.

La Verità, 29 maggio 2019

Clooney smaschera l’inghippo del comma 22

Non sarà una pietra miliare della serialità mondiale, questa Catch 22, miniserie originale Sky tratta dall’omonimo romanzo antimilitarista di Joseph Heller del 1961, pubblicato in Italia con il titolo Comma 22, ora ristampato da Bompiani. Non lo sarà se la si misura con i canoni abituali del drama, della comedy, del war games eccetera. In realtà, prodotta, diretta e interpretata da George Clooney e Grant Heslov, Catch 22 è un prodotto innovativo perché vince la scommessa del registro tragico e grottesco, non il più congeniale quando c’è da riflettere sulla drammaticità della guerra, in particolare sull’assurdità delle leggi che governavano il sistema militare americano durante il secondo conflitto mondiale (sei episodi su Sky Atlantic e Sky Cinema Uno, coprodotti con Paramount Television, Anonymous Content e Smokehouse Pictures).

Camerate, riunioni belliche, parate, missioni di volo: la trama narra la vita all’interno di una base militare dell’Air Force Usa nel sud Italia e le truppe nemiche sono solo evocate. Mentre il colonnello Cathcart (Kyle Chandler) aumenta progressivamente le missioni da eseguire prima del ritorno in patria, solo il bombardiere Yossarian (Christopher Abbott) ammette la paura e prova a farsi esonerare dichiarandosi pazzo. Pur con tutta la buona volontà, nemmeno il medico del reparto (Heslov) riesce ad aiutarlo, perché secondo il comma 22, chi è pazzo può chiedere di essere esentato, ma nel momento stesso in cui lo chiede dimostra di essere raziocinante perché solo un pazzo vorrebbe partecipare a quelle missioni. «Un bell’inghippo questo comma 22», si rassegna Yossarian. «Il migliore in assoluto», chiosa il medico intellettuale. Così, all’alternanza tra missioni mortali per i compagni e parate che mimetizzano la goffaggine dei comandanti, Yossarian oppone l’alternanza tra le morbidezze della moglie dello sciroccato tenente Scheisskopf (Clooney) e quelle dell’infermeria dove imboscarsi con ricoveri fasulli.

Girata nei toni seppia delle divise, accompagnata dal brioso jazz dell’epoca, sostenuta da un cast nel quale spiccano Hugh Laurie, bizzarro maggiore addetto alla logistica, e Giancarlo Giannini, opportunista padrone di un bordello, e ben a fuoco anche nei personaggi di contorno, Catch 22 indovina la chimica tra scabrosità dell’argomento e il tono leggero e sofisticato con cui lo tratta. Nessuna rivoluzione linguistica, né invenzioni registiche degne di nota, solo un prodotto ben confezionato e sempre in perfetto equilibrio. Non è poco.

 

La Verità, 23 maggio 2019

Le pietre di Roma come La lettera rubata di Poe

Uscire dall’ovvio, vincere la scontatezza. Muove da questo assunto Le pietre parlano, il documentario in due puntate che Alessandro Sortino con Claudia Benassi propongono su Tv200 (27 aprile e 4 maggio, ore 21.15, produzione Fremantle).  «Ogni anno migliaia di persone vengono qui in piazza San Pietro ad ascoltare il Papa». Pausa. «Ma perché il Papa della Chiesa cattolica universale è qui a Roma?». Sotto l’altare della basilica di San Pietro ci sono le ossa che per la scienza appartengono a un uomo tra i 60 e i 70 anni, «per i cristiani sono i resti di un pescatore palestinese di nome Simone a cui Gesù diede un nome nuovo: Cefa, Pietro».

Comincia da qui il «tour nel cristianesimo del primo secolo a Roma» dell’ex iena e ex Nemo Sortino, e a vederlo così, scandire, davanti al colonnato del Bernini, i passaggi di questo viaggio all’origine della nostra storia, si ha la prova di come questo, un percorso con un punto di partenza e uno d’arrivo, più del talk show e della chiacchiera con ospiti, sia il suo ambiente naturale. Sortino e Benassi, dunque, ci accompagnano attraverso le testimonianze monumentali dei Fori imperiali, la residenza dell’imperatore Augusto, le sinagoghe ebraiche, le basiliche sorte sopra le case dei primissimi cristiani e le catacombe, facendo parlare affreschi, mosaici e pavimenti sulla scorta di brevi, ma concretissime citazioni dagli Atti degli apostoli e dalla Lettera ai Romani di San Paolo, che scriveva a un centinaio di persone convertite ancor prima che nella capitale arrivassero gli apostoli. Le testimonianze cancellano i condizionali e tramandano la certezza che Paolo di Tarso abbia calcato proprio il basolato in località Tre Taverne sull’Appia antica, durante il viaggio verso Roma. Anche quello del telespettatore è un viaggio nel tempo che procede di domanda in domanda, a cui rispondono storici, archeologi e biblisti interrogati dai conduttori, mossi dalla curiosità più che dall’intenzione di affabulare, dispensando conoscenze. Le quali però arrivano, preziose, come nel caso dell’osservazione di monsignor Romano Penna, studioso delle prime comunità: «Anche a Roma è l’originalità del messaggio di un Dio che si fa uomo per la salvezza di tutti a contagiare le persone. C’erano il battesimo e l’eucarestia, nient’altro. Perché il cristianesimo non è nato come una religione, ma come una fede». Piccole perle, grandi tesori: basta interrogare le pietre che abbiamo sempre davanti per scoprirli. Quelle pietre che, invece, come La lettera rubata di Edgar Allan Poe, non vediamo mai perché, essendo fin troppo in vista, ci abbiamo fatto l’abitudine.

La Verità, 30 aprile 2019

Con la Ventura The Voice è un gioco scanzonato

La sesta edizione di The Voice of Italy (Rai 2, ore 21,20, share dell’11.15%) è segnata da un doppio ritorno in Rai. Quello, ribadito e sottolineato, di Simona Ventura dopo anni di nomadismo televisivo, da Sky a Mediaset, passando per Agon Channel; e quello, meno enfatizzato, di Morgan, dopo la famosa intervista sul consumo di stupefacenti che ne provocò l’allontanamento. Insieme, peraltro, Morgan e Simona erano stati al tavolo di X Factor, prima «sul 2», dov’era nato, poi su Sky dov’era traslocato e felicemente rinnovato. Corsi e ricorsi, dunque. Gli altri coach di Tvoi, come si dice con acronimo da social media, sono invece al loro debutto. Gué Pequeno in quota rap, Gigi D’Alessio anima neomelodica, ed Elettra Lamborghini, ereditiera da reality: una giuria piuttosto eterogenea e divergente quanto a esperienze, successi e preferenze musicali. Non sarà facile trovare l’intesa in diretta al momento delle decisioni. Per ora il montaggio è in grado di fare miracoli ma, inoltrandosi nello show e nella conflittualità della gara, sarà fondamentale che tra i quattro giurati e con la conduttrice si crei la giusta alchimia.

Dopo una sola puntata è evidente la differenza di autorevolezza e disinvoltura tra i due veterani e i debuttanti, quasi si assistesse a due show diversi. Le vecchie volpi Ventura e Morgan hanno esperienza e carisma utili a rivitalizzare un format forse un tantino elementare rispetto alla sofisticazione a cui ci ha abituato X Factor. Supersimo gioca con sé stessa e il ritorno a casa. Marco Castoldi, forse per sfatare la fama di artista ingovernabile conquistata in altri analoghi contesti, appare più propenso del solito a valorizzare il buono di ogni concorrente con suggestioni pertinenti e mai banali. A Gué Pequeno e Gigi D’Alessio, ancora guardinghi e inclini a giocare di rimessa, bisogna dare il tempo di entrare nella parte. Più disinvolta, nella sua prorompenza trash, è parsa Elettra Lamborghini: la corsa verso una concorrente controllando preventivamente pericolose epifanie erotiche è già cult. Proprio la rottura del vetro invisibile tra il palco e i giudici, con frequenti coinvolgimenti dei coach nelle esibizioni dei candidati (Morgan ha duettato al basso con una di loro), mostra la volontà di insistere sul carattere giocoso dello show. Ma come questo abbia a che fare con l’ambizione d’individuare un nuovo talento musicale da consegnare al mercato italiano, traguardo finora mancato dalle precedenti edizioni di The Voice, è tutto da dimostrare.

La Verità, 25 aprile 2019

La Champions League da tifosa di Ilaria D’Amico

Una gaffe al giorno toglie Ilaria D’Amico di torno? Se lo augurano i tifosi del Napoli che da tempo contestano la conduttrice più glamour di Sky Sport, compagna di Gianluigi Buffon. Decideranno i vertici della tv satellitare, ma è difficile immaginare una rimozione a furor di popolo. L’ultimo episodio che ha rinfocolato le polemiche è avvenuto mercoledì sera, nel prepartita di Ajax-Juventus quando, in collegamento con Gianluca Di Marzio da Amsterdam, riferendosi ai tifosi olandesi, la conduttrice ha parlato di una vigilia «con un approccio quasi partenopeo, con “triccheballacche” e fuochi d’artificio per disturbare il sonno degli avversari». Le proteste hanno inondato i siti sportivi e i social network. Si trattasse di una querelle relativa alla sola rivalità tra Juventus e Napoli, basterebbero le scuse e un atteggiamento più sorvegliato della conduttrice. In realtà, il dubbio è che certe scivolate, se così vogliamo considerarle, derivino dalla montante partigianeria della conduttrice. Sempre mercoledì, per esempio, dopo la partita con l’Ajax, ella si è complimentata con Massimiliano Allegri per un fallo subito da Douglas Costa, non enfatizzato: «Li state tirando su troppo onesti! Troppo onesti! State diventando europei…», ha vellicato. Dal canto suo, il tecnico ha rincarato: «Si deve crescere anche in questo, tutti puliti non si gioca a calcio…».

Evidentemente, nella filosofia juventina, il calcio dev’essere qualcosa di sporco, come la politica. Sia di qua che di là, tifoserie e schieramenti dettano legge a nervi scoperti e un aggettivo sbagliato o una frase colorita scatenano tempeste mediatiche. Da qualche tempo la D’Amico ha gettato la maschera. Mutatis mutandi, un po’ come Lilli Gruber non perde occasione per bastonare il governo in carica. Purtroppo, l’ultima stagione della bella Ilaria è lastricata di svarioni e tendenziosità. Martedì, per esempio, commentando il gol di Heung-min Son, ha chiosato: «Con tutto il rispetto per Son che, ricordiamolo, non viene da un Paese democratico…», confondendo la Corea del Sud, patria del calciatore, con quella del Nord. Andando indietro, fino ad Atletico Madrid-Juventus, si trova un’altra perla: «La cosa brutta per il ritorno è che a loro non frega niente di giocare male…». Quella volta ci aveva pensato Fabio Capello correggerla in diretta: «Ma noo, non è vero… Non sono d’accordo con quello che dici». Anche con Andrea Pirlo c’era stato un siparietto: «Che ne pensi tu che hai giocato la finale con la Juve?». E lui: «Veramente le ho giocate anche col Milan e le ho vinte». La faziosità fa perdere anche la memoria…

La Verità, 12 aprile 2019

Il racconto a due velocità di Fiorello e Carrà

Più che un’intervista è un racconto in prima persona a due voci. Quando il protagonista è Rosario Fiorello la partita è vinta in partenza. Non c’è neanche bisogno di giocare e fare le domande. Basta schiacciare play e lo show è servito. A raccontare comincia tu è il nuovo programma di Raffaella Carrà, ispirato al format spagnolo Mi casa es la tuya e realizzato da Ballandi Arts, prossimi ospiti Sophia Loren, Paolo Sorrentino, Riccardo Muti, Leonardo Bonucci e Maria De Filippi (Rai 3, giovedì ore 21,15, share del 9.39%). Di volta in volta si sceglie il posto dove incontrarsi, nella prima puntata la location è un modernissimo barcone sul Tevere, riprese interne ed esterne, scorci del fiume, foto di Fiorello bambino, ragazzo, al Karaoke. Montaggio, testi e regia sono firmati da Giovanni Benincasa e Sergio Japino. Incalzano gli aneddoti della biografia remota, la prima recita con le ombre cinesi, i lavoretti al mercato ortofrutticolo, la partita allo stadio con papà e finalmente il primo villaggio con carriera fulminea: da cameriere a barista a dj a showmen. La Carrà ascolta, ride, si accosta e, dal racconto di Fiorello, si passa a quello a due voci, con spezzoni di repertorio che li accomunano e il trasferimento in auto «al teatro che ci ha visti protagonisti». Con una come Raffa è prevedibile che a raccontare continui lei. Tanto più se il format è una sorta di biopic allo specchio, ping pong di situazioni e ricordi. Il segreto è l’alchimia tra il protagonista e la spalla. Al Delle Vittorie ecco le foto delle due carriere: Fiorello con Liza Minnelli, Celin Dion, Sylvester Stallone, Dustin Hoffman, e Raffaella con Mina, Alberto Sordi, Corrado. Dal backstage di show che tutti abbiamo visto fioccano i retroscena: il dietro le quinte del successo è lo scrigno del tesoro. C’è il ricordo di Claudio Cecchetto, lo scopritore, di Maurizio Costanzo, l’uomo del rilancio nel momento difficile, e di Bibi Ballandi, vero padre artistico che spalancò a Fiorello le porte dell’one man show dopo averlo visto improvvisare all’Arena di Verona, finale del Festivalbar, per coprire un guasto tecnico. Raffaella si contiene per non sovrapporsi, ma inevitabilmente è una corsa a due velocità. Chi può stare al passo di uno che per rispondere alla figlia già adolescente della moglie dice: «Lo so, tu hai il tuo papà naturale, io sono il tuo papà frizzante»?

A notte fonda Fiorello ringrazia via Twitter Raffaella e Rai 3: «Mi avete fatto venire voglia di tornare in tv». Al pubblico è tornata quella di rivederlo, che non se n’era mai andata.

La Verità, 6 aprile 2019

Gomorra, Saviano e quell’ambiguità dei boss

Sì, un pizzico del magnetismo di Ciro Di Marzio manca, nella quarta stagione di Gomorra. Manca il suo carisma, nel bene e nel male epicentro della saga, sopravvissuto immortale alle fini traumatiche, ma più metabolizzabili, di don Pietro Savastano, Donna Imma e Salvatore Conte. Difficile farne a meno perché la trama un filo si svuota, pur rimanendo un gran bel prodotto, forte e teso quanto basta, forse di più negli episodi 5 e 6, proprio quelli con la regia di Marco D’Amore che, senza perdere di vista il gangster movie, ha trasferito dietro la cinepresa i suoi riferimenti teatrali (Shakespeare, la tragedia greca, il tradimento di Giuda). Gli altri episodi sono diretti, i primi quattro da Francesca Comencini, anche supervisore artistico, altri due a testa da Enrico Rosati e Ciro Visco, e gli ultimi due da Claudio Cupellini (venerdì, ore 21.15, Sky Atlantic e Sky Cinema Uno, produzione Cattleya).

La seconda novità di questa stagione è lo scenario geoeconomico in cui agiscono i clan criminali. Se, nella precedente, le cosche avevano conquistato il centro storico, ora Napoli diventa soprattutto la base per traffici con ramificazioni internazionali. Senza il suo compare, Gennaro Savastano (Salvatore Esposito) si spinge fino alla City londinese per consolidare il progetto di un grande aeroporto in Campania. A presidiare Secondigliano rimane Patrizia (Cristiana Dell’Anna) che, superato l’apprendistato, ora è un boss emergente che deve affrontare parecchie difficoltà con il suo braccio destro, le famiglie alleate di Sangue blu e dei Capaccio, e il nuovo clan dei Levante, il cui potere si estende dal racket della coca a quello dei rifiuti della Terra dei fuochi. Senza disdegnare gli elementi psicologici e privati – la storia d’amore di Patrizia con Mickey Levante e l’equilibrio di Genny con la moglie Azzurra – soprattutto nei primi, più lenti, episodi, la riflessione si concentra sul potere e i metodi per esercitarlo. Genny e Patrizia comandano con mano ferma, ma dolce: lui vuole festeggiare il compleanno del figlioletto invitando i compagni d’asilo e l’intero quartiere, lei vuole recuperare il rapporto con il fratello, umile cameriere. Sono boss giusti, la cui spietatezza affiora, inevitabile, solo con chi li ostacola. Una lezione nella quale sembra intravedersi l’ispirazione di Roberto Saviano. Sono anche boss capaci di un’ambiguità ad altissima definizione: «In tanti anni che lavoro, una cosa così non l’avevo mai sentita», dice Alberto (Andrea Renzi) rivolto a Gennaro riguardo ai suoi metodi. E Gennaro risponde: «È pecché nui simm ’o cambiamento, Albe’». Proprio così. E ogni riferimento è puramente casuale.

 

La Verità, 30 marzo 2019

Esplorazioni incendiarie di Dago in the Sky

La quarta stagione di Dago in the Sky registra una significativa evoluzione di contenuti, materie e formule. Non più, o meglio, non solo le praterie di possibilità offerte dalla rivoluzione digitale nella pubblicità, nella fotografia, nel culto dell’immagine e del corpo secondo i nuovi alfabeti del narcisismo individualistico che avevano tracciato il viaggio delle precedenti edizioni. Mettendo ora a tema il futuro, la rivoluzione digitale dispiega tutta la sua potenzialità di tappeto volante, di arma letale nelle mani di Roberto D’Agostino, il creatore del formidabile Dagospia, che qui, quasi Virgilio contemporaneo, ci conduce in nuovi gironi, zone d’ombra, territori eccentrici, arcipelaghi della psiche (Sky Arte, giovedì ore 21.15, produzione originale della rete in coproduzione con Intesa Sanpaolo). Gli episodi di quaranta minuti sono piccole lezioni di un corso di esplorazione con guide eminenti (tra loro Jaime D’Alessandro, Francesco Bonami, monsignor Filippo Di Giacomo, Gian Arturo Ferrari), che si snoda in una miniera magmatica, un vulcano ribollente d’immagini, suggestioni, connessioni, materie, corpi, fluidi, forme sinuose e formule complesse più visionarie che parlate, che masticano e metabolizzano la storia dell’arte e della letteratura, le scienze sociali, l’alfabeto digitale usato come media e messaggio allo stesso tempo e arricchito da un’affinata ricerca musicale. Nel primato dell’estetica non c’è differenza tra cultura pop e vezzosità elitarie e la novecentesca trasmissione verticale del sapere è incenerita al punto che il selfie può andare a braccetto con la Gioconda e il videogame con l’arte contemporanea. La televisione evolve da posto che mette in fila gli argomenti per una fruizione pedissequa, analogica appunto, a mondo essa stessa: calderone fiammeggiante, scomposto, rifrangente e cangiante in molteplici piani interpretativi. Evolve e si definisce anche il ruolo di D’Agostino, ideatore, conduttore e autore (con Anna Cerofolini), frequentatore dell’estremo, sdoganatore di scandali, omologatore di trasgressioni. Tutto visibile e riscontrabile nei primi tre episodi dedicati ai videogiochi – nuova forma d’arte secondo la lezione di Steven Johnson (Tutto quello che fa male ti fa bene) – al potere del Demonio – «un inguaribile ottimista se pensa di poter peggiorare l’uomo» (Karl Kraus) – all’arte contemporanea, ormai falsamente rivoluzionaria perché finita nel vicolo cieco della comunicazione e del marketing, scenario peraltro ampiamente previsto «dalla Chiesa, dall’alto del suo paio di millenni di potere».

 

La Verità, 23 marzo 2019

 

Tutti i motivi per non guardare i reality show

Abiezione. Forse basta una sola parola per descrivere la deriva che hanno preso certi reality show. Una deriva di cui non era difficile immaginare l’inevitabilità. Quando decidi che i canali Mediaset debbano averne sempre uno in palinsesto l’escalation è nell’ordine delle cose. Bisogna sempre alzare l’asticella. All’in giù, però. Un gradino alla volta. Di reale c’è soprattutto l’abiezione. Il campionario della pornografia dei sentimenti viene continuamente aggiornato. Approssimativamente: gli eccessi trash del Grande Fratello 15 condotto da Barbara D’Urso che causano la fuga degli sponsor, il machiavellico canna gate della scorsa Isola dei Famosi capitanata da Alessia Marcuzzi, il molto discutibile ingresso di Lory Del Santo che scelse il Gieffe vip per elaborare il lutto per la morte del figlio e la successiva incursione di Fabrizio Corona (do you know?) per rimestare nel privato della coppia Totti-Blasi prima e dopo il matrimonio. Infine quello che hanno sotto gli occhi i telespettatori dell’attuale edizione dell’Isola, la numero 14, sempre condotta dalla Marcuzzi, con nuovo capolavoro di Corona, rivelazione di corna in diretta, licenziamento degli autori e nuovo ritiro degli sponsor. Non si sa cosa sia peggio: supporre di esser finiti dentro una situazione sfuggita all’apprendista stregone di turno o, al contrario, di assistere a una montatura lucidamente allestita da qualche architetto dell’estremo. Crescono i dibattiti, le dichiarazioni, le articolesse: tutto il circo dell’infotainment si pronuncia e si schiera con questi o con quelli. Riccardo Fogli o Fabrizio Corona? Aldo Grasso o Alba Parietti? Chissenefrega. Da tempo ho deciso che il tempo è prezioso. Credo esista una gerarchia, un ordine, nell’usarlo. È così poco e, soprattutto, non siamo noi a stabilire quanto ne abbiamo a disposizione. La logica del vedere «fin dove arrivano» non mi seduce.

Lo spettacolo dei cosiddetti morti di fama sembra una riedizione moderna non troppo lontana dei circenses di epoca romana: i combattimenti dei gladiatori, le lotte con gli animali… Una forma di anestesia collettiva, di evasione da qualcosa. Allora era dalle politiche dell’imperatore, oggi chissà, probabilmente da sé stessi, dall’io. È per questo che, assistendovi, si intristisce. Siamo drogati di notizie, stimoli, sollecitazioni, tecnologie: per bucare questa mole di nozioni e informazioni bisogna tirare di più la corda. C’è sempre qualcosa di nuovo che si può inventare. Questi spettacoli continueranno a non avermi: non li ho visti e non mi piacciono. Il fatto che gli ascolti scemino mi mette di buon umore.

La Verità, 11 marzo 2019