L’Assedio della Bignardi nasce e muore nei social

Primo ospite il sindaco di Milano Beppe Sala, con L’Assedio, programma diverso nel titolo ma clone dei precedenti Le invasioni barbariche e L’era glaciale, mercoledì sera è tornata in tv Daria Bignardi. Lo ha fatto dai canali di Discovery (Nove, Real Time e altri) con un ascolto in simulcast di 598.000 telespettatori (2.8% di share totale, 1.4% su Nove). Dunque, Beppe Sala: per un suo seguace sui social, «il politico italiano più cool». «A lei piace essere cool?», chiede Bignardi. Risposta: «Sinceramente? Ma sì, va…». «Questo è il vero clima dell’Assedio», esulta la conduttrice.

Il vero clima dell’Assedio è il medesimo dei programmi clonati: salottino manierato dei migliori, bon ton ad uso delle élite della gente che piace, punteggiato dalla risatina compiaciuta o dalle sopracciglia aggrottate della padrona di casa. Con un paio di accentuazioni dovute all’ultimo aggiornamento del politicamente corretto, come la citazione più ossessiva del numero di follower che l’ospite può vantare. Post e cinguettii vari sono infatti la fonte regina delle domande oltre che al sindaco di Milano, anche a Luciana Littizzetto, al rapper Massimo Pericolo eccetera. Non solo, i social sono anche il luogo della critica finale perché due osservatori, una scrittrice e un giornalista, inviano un commentino all’intervista via WhatsApp. Così il cerchio si chiude: l’intervista nasce dai social e va a morire nei social. Che bello. Per il resto, l’uso di giornalisti e scrittori molto cool è un must del vero clima dell’Assedio. Per dire: alla presentazione romana del libro di Giulia De Lellis, influencer da milioni di follower, non si poteva che mandare un altro scrittore (Stefano Sgambati), perché non chiamarlo storyteller?

Il secondo ospite della puntata è Giorgia Linardi, portavoce di Sea watch, presentata come «una delle donne più attaccate d’Italia». In questo caso, citati i tweet degli haters più truci, entra in campo il secondo aggiornamento del politicamente corretto: l’accoglienza senza se e senza ma. Con lo scoop finale: la presenza in studio di Anna Duong, rifugiata politica scappata su un boat people nel 1979 dal Vietnam comunista e salvata, insieme ad altre migliaia di persone, dalle navi della Marina militare partite appositamente dall’Italia. Qui però si abbandona il mood cool del format mainstream e si va dritti sull’ideologia, anch’essa mainstream, stabilendo la sovrapposizione tra rifugiati politici di 40 anni fa e disperati di oggi. Sovrapposizione indebita perché solo in parte i migranti attuali fuggono da un Paese in guerra come la Libia. Ma questo è il vero clima dell’Assedio. Di chi e a chi?

 

La Verità, 18 ottobre 2019

Ma la vittoria dialettica di Renzi non basta

Innegabile: sul piano dialettico ha vinto Matteo Renzi. Ma anche se in un duello televisivo la dialettica è molto, in verità non è tutto. Ci sono altre componenti, altri messaggi che passano dal video al pubblico. La concretezza, per esempio, la tecnica di chi si lascia aggredire senza perdere la calma. Era noto che l’ex premier e fondatore di Italia viva disponesse di un vocabolario più esteso e di una malizia argomentativa superiore. Se n’è avuta ulteriore conferma nel Porta a porta dell’altra sera, ma c’è un ma… (Rai 1, martedì ore 22,50, share del 25.4%, 3,8 milioni di telespettatori).

Nello studio approntato per l’occasione con un grande desk a mezzaluna e il fermo immagine del vidiwall sui duellanti spadaccini, i due Matteo sfoggiano look quasi identici: giacca bluette e camicia bianca, unica differenza la tinta della cravatta e la spilla della Lega sul bavero di Salvini, come a sottolinearne l’appartenenza. È un indizio minimalissimo, ma c’è. La scherma si sviluppa su un copione prevedibile: secondo i sondaggi Italia viva è al 4-5% dei consensi, inevitabile che il Matteo di palazzo e giochi all’attacco. Il Matteo populista agisce di rimessa, tenta di parare i colpi sul Papeete, sulle assenze ai vertici internazionali e in Parlamento, sulle intemperanze e i cambi di schieramento giovanili, e tenta il contropiede con il linguaggio della concretezza e dei numeri. Renzi cita la riduzione dello spread, l’aumento dell’Iva scongiurato e il governo realizzato pensando al bene dell’Italia nonostante l’alleanza innaturale con il M5s. «Però ci ho sofferto molto», prova a persuadere. «È un genio incompreso», contrattacca Salvini, «ha fatto miracoli, portato la pace nel mondo e la ricrescita dei capelli, ma gli elettori non lo capiscono». Lui invece si specchia sul consenso dell’elettorato cui ammicca anche quella spilla sul bavero: «Io ho il 33% degli italiani, lei il 4», taglia corto Salvini. E quando Renzi gli rinfaccia di essere in politica dal 1993, «ei, Vespa, non aveva ancora fatto Porta a porta», il leader leghista replica, sornione: «Mi votano».

In sintesi, il Matteo di palazzo è più aggressivo e ideologico, il Matteo populista più fattuale e naif, ma anche un po’ monotematico. Attaccato a tutto campo si rifugia sull’immigrazione, suo cavallo di battaglia. E proprio su questo terreno si coglie la differenza tra i due. Renzi annuncia con forza il principio di accoglienza e il rifiuto a lasciar morire i migranti in mare, Salvini replica con i numeri delle morti ridotte grazie alla politica dei porti chiusi. Ideologia e dialettica da una parte, concretezza e semplicità dall’altra.

 

La Verità, 17 ottobre 2019

A Rubio gioverebbe dare un’occhiata a Unomattina

Dare un’occhiata a questo programma farebbe bene anche a Gabriele Rubini, in arte Chef Rubio. Oddio, arte… il nostro è più noto per le frescacce che spara sui social che per il suo passato da modesto rugbista e il suo presente da presuntissimo chef (che fino a prova contraria vuol dire capo). Dunque, la visione di Con le nostre forze, rubrica settimanale contenuta in Unomattina, sarebbe utile a Rubio per capire quanto poliziotti, carabinieri, agenti della finanza e militari in generale siano preparati, competenti e consapevoli delle loro responsabilità (Rai1, martedì, ore 9,10, share attorno al 20%). Gli elicotteri della Marina militare che sorvegliano i territori sopra l’Etna, per esempio, sembrano un controsenso che, in realtà, non sono, perché appartengono a unità di supporto della Protezione civile nei casi di calamità, eruzioni vulcaniche e soccorso a escursionisti in difficoltà. Che cosa fanno, invece, le imbarcazioni della Guardia di finanza della stazione navale di Civitavecchia? Effettuano controlli nel Tirreno su chi esercita attività in modo illegale, «per tutelare i cittadini e gli imprenditori che lavorano onestamente». E che cosa sono i Rac? Reparti dei carabinieri per la tutela agroalimentare che operano per la prevenzione e la repressione dei reati. Concretamente, vanno nei ristoranti e nelle trattorie a controllare la qualità dei cibi, la conservazione e la correttezza del loro percorso contabile.

In poco più di 6 minuti Roberto Poletti illustra le attività di questi nuclei operativi, accostandosi ai piloti in volo, salendo su lance o partecipando a sopralluoghi a terra, con domande immediate. Che cosa fate? A che cosa servite? Quando ha avuto paura? Una rubrica di servizio, innanzitutto. Ma che offre anche uno spaccato del fattore umano dei membri delle forze armate e militari. Spesso sono ragazzi inferiori ai trent’anni che, prima di effettuare un volo «da solista» su un caccia dell’Aeronautica militare, studiano e provano per otto o nove anni, addestrandosi con i simulatori di volo. «Magari ce ne fosse uno per la vita. Mi sarebbe piaciuto avere un simulatore da genitore, da compagno o da amico», rivela Urbano Floreani, comandante del 4º stormo di Grosseto. «Nella vita si impara dagli errori a non ripeterli. Quando siamo su questi velivoli questo tendiamo a evitarlo, perché siamo coscienti del lavoro che facciamo e perché gli errori possono essere irreparabili». Ditelo a Rubio, prima che gli scappi qualche altro post inopportuno.

La Verità, 9 ottobre 2019

1994 e le storie degl’iscritti alla fiera delle vanità

Siamo dunque giunti all’ultima stagione della trilogia di Sky sul passaggio dalla prima alla seconda Repubblica. E, come in ogni trilogia che si rispetti, il capitolo finale è compimento e apoteosi. Dopo quello della rivoluzione e quello del terrore, il 1994 è l’anno della restaurazione (regia di Giuseppe Gagliardi e Claudio Noce, produzione Wildside di Fremantle, venerdì, ore 21,15, Sky Atlantic, Sky Cinema Uno e On demand). Nella terza stagione anche l’equilibrio narrativo si definisce, come se, aiutati dagli accadimenti reali più forti, sceneggiatori e registi avessero trovato la spinta giusta per consolidare i profili degli outsider, veri protagonisti della serie, con vicende ancora più drammatiche.

Dunque, ci sono la discesa in campo, il duello tv tra Silvio Berlusconi (Paolo Pierobon) e Achille Occhetto, il discorso dell’«Italia è il Paese che amo», il trionfo elettorale e lo sbarco a Roma di molte avvenenti onorevoli, la nomina di Irene Pivetti, presidente della Camera. C’è, soprattutto, lo scontro con Mani pulite con il decreto Biondi e il rifiuto di Antonio Di Pietro (Antonio Gerardi) della poltrona di ministro dell’Interno. Poi il ruolo della Lega di Umberto Bossi, alleato infido, il vertice sulla criminalità di Napoli e l’invito a comparire al premier, con un cameo di Luca Zingaretti nei panni di Paolo Mieli, e la caduta del governo. In mezzo ecco snodarsi le storie di Leonardo Notte (Stefano Accorsi), l’uomo ombra del Cavaliere, Veronica Castello (Miriam Leone) che diventa miss Parlamento, e Pietro Bosco (Guido Caprino), il leghista rozzo e doppiogiochista. E sono proprio queste storie a dare ancor più sapore alla storia ufficiale, nota fin nei dettagli, compreso quello della spilla «incanta burini» sul bavero dell’abito di Berlusconi durante il duello tv (Enrico Deaglio scrisse accigliate pagine in Besame mucho). Le parabole di Notte, Castello e Bosco, con i loro punti di vista laterali, sono il backstage dell’ufficialità e della storia con la maiuscola. A ognuno di loro è intestato un episodio. Notte è l’uomo del lavoro sporco, frequentatore di corridoi, camere e camerini, latore di ambigui messaggi e ultimatum. Castello è la soubrette disposta a tutto per conquistare il suo posto al sole dove potrebbe scottarsi. Bosco è l’ingenuo animato da buone intenzioni che si dibatte in un gioco più grande di lui. In fondo, questo è il destino comune di tutti e tre i personaggi della finzione: iscritti alla fiera delle vanità e intrecciati a quelli che finiranno sui libri di storia, qui narrata come un thriller.

 

La Verità, 6 ottobre 2019

Veronesi, Haber… Eravamo quattro amici a Cinecittà

Il cinema va in tv. Meglio, il backstage del cinema. Il dietrolequinte, scritto in una parola, perché, con Maledetti amici miei, diventa un genere, un’affabulazione, un disvelamento (Rai2, giovedì, ore 21,30, share del 4.37%). Niente di epocale, beninteso. Aneddoti, raccontini, piccoli retroscena, qualcuno più divertente di altri. La compagnia è ben assortita: Giovanni Veronesi, regista e burattinaio del gruppo, Sergio Rubini, l’Al Pacino italiano anche se, ahinoi, più corretto, Rocco Papaleo, attore e musicante autoironico assai, Alessandro Haber, capro espiatorio e vittima designata. Ospiti fissi, Max Tortora e Margherita Buy, mentre Paolo Conte regala a tutte le puntate una sigla diversa tratta dal suo repertorio. L’alchimia è notevole, ognuno dei quattro ha una tempra e una tempera, perché si conoscono e si frequentano da decenni e il segreto è proprio questo: mettono in scena loro stessi, singolarmente e insieme, interagendo, come si dice. Prendendosi per i fondelli, stuzzicandosi, alzandosi la palla per la gag vincente.

In uno studio sui tetti di un’ipotetica periferia postindustriale i tre attori e il regista improvvisano episodi che animano la vita quotidiana dei set, attraversati da manie, fobie, paturnie personali. La premessa che fa da cornice all’operazione che è una grande citazione di Amici miei (e di Quelli della notte) con burle e goliardate annesse, passa dalle parole di Rubini: «Noi siamo l’avamposto della tv generalista, siamo gli ultimi televisivi, quelli che la tv non l’hanno mai fatta». Ma ora, con loro, Cinecittà arriva in tv. Attraverso questa scena tutta autoriferita: autobiografica, autoironica, autoreferenziale. Con un filo di malinconia-nostalgia di sessantenni alla ricerca del tempo perduto, narratori di litigi, di interpretazioni rocambolesche e di autisti stralunati. Una psicopatologia del cinema italiano svelata in prima persona. Nella quale la Buy, «maestra d’ansia» («mettere ansia ai figli fin da piccoli va bene perché così non vanno da nessuna parte e restano con voi»), potrebbe vincere l’oscar come protagonista femminile, e Carlo Verdone, con le sue turbe ipocondriache, quello da protagonista maschile. Non a caso si scopre che il loro romanticissimo bacio in Maledetto il giorno che ti ho incontrato è, in realtà, frutto di una prova di forza dello stesso Verdone al culmine di 37 esasperanti ciak. Godibile, spassoso, burlesco, ma perfetto per la seconda serata. Anche perché così si potrebbe eliminare il gioco del turpiloquio libero una volta scaduta l’ora della fascia protetta: una banalità.

 

La Verità, 5 ottobre 2019

L’omaggio delle Iene a Nadia è una festa della vita

Si fa presto a dire «spettacolarizzazione della morte». A cavillare sulla calligrafia del… come chiamarlo, omaggio, ricordo, abbraccio virtuale proposto l’altra sera dalle Iene alla loro prima uscita stagionale, dopo la morte di Nadia Toffa avvenuta il 13 agosto scorso. Si possono avanzare alcuni rilievi formali a questo commovente ricordo messo in scena dalle cento iene di Italia 1 (ore 21.35, share del 14.9%, 2,5 milioni di telespettatori). Togliamocele subito da davanti queste perplessità secondarie. Il discorso affidato ad Alessia Marcuzzi, per esempio, conduttrice con Nicola Savino di questa edizione dello show, forse non la più autorevole o carismatica della squadra. Per quanto discutibile, lasciare che a introdurre il filmato di Nadia fosse una dei due conduttori, è stata una scelta ancorata a un criterio oggettivo. Poi la retorica della «guerriera», parola abusata in questi mesi per raccontare l’impari battaglia. Parola selettiva, di fronte alla malattia. E quelli che sono privi di questa forza, di questo spirito indomito? Nell’abbraccio alla sofferenza devono rientrare anche quelli che guerrieri non sono e non riescono a esserlo per mille motivi. Domandina: chi ha braccia così larghe? Infine, le assenze per motivi di lavoro di Ilary Blasi e Teo Mammucari tra le cento iene presenti, le più anziane e passeggere, le meno memorabili e riconoscibili, a causa del tempo che ci cambia tutti.

Però, fatta la tara delle questioni formali, dobbiamo andare alla sostanza e apprezzare il coraggio e la capacità di rischio messa in campo da Davide Parenti e il suo branco. La vicenda dolorosa di Nadia ha commosso l’Italia da quando volle rivelare la prima volta di avere «il cancro, come lo chiamava lei», e un numero crescente di persone ha potuto apprezzare la forza d’animo con la quale questa ragazza ha condiviso il suo dramma. Sempre con il sorriso e uno sguardo positivo, senza nascondersi la realtà e il dolore profondo. Per un attimo l’abbiamo rivista sprigionare tutta la sua vitalità negli ingressi in studio, prima della malattia. Poi l’abbiamo rivista segnata dalle terapie, ma non negli occhi e nel sorriso. «Non è importante quanto vivi, ma come vivi», ha sottolineato nel video girato per condividere gli ultimi tempi. È la sua eredità. Grazie a lei e alle Iene, l’altra sera è andata in scena una inusitata e sorprendente festa alla vita. In un tempo in cui la morte è il più grande dei tabù, e nel quale, non a caso, si continua a discutere di suicidio assistito e di eutanasia, una serata così fa bene al cuore.

La Verità, 3 ottobre 2019

SkyTg24 si rinnova per sfidare La7 e Rai3

Grafica rinnovata, maggiore scansione degli orari, conduttori definiti, profilo internazionale, cura degli approfondimenti: sono i cambiamenti della nuova edizione di SkyTg24, il canale all news di Sky Italia diretto da Giuseppe De Bellis. La grafica nuova si evidenzia soprattutto nei titoli, quando lo schermo è bicolore, metà rosso e metà bianco, con titolazione telegrafica che attraversa le due pagine del video. Il Buongiorno del mattino dura dalle 6 alle 9, non più fino alle 10, ed è affidato a Moreno Marinozzi, lievemente ansiogeno, perno dei collegamenti e delle rubriche. A fargli da sponda ci sono Raffaella Cesaroni per le notizie di giornata, Jacopo Albarello per la rassegna stampa, ora da una postazione con desk, Mariangela Pira, molto trasparente dei suoi sentiment sugli andamenti delle borse. Una buona notizia è che il collegamento da piazza Monte Citorio, con il suo eccesso di politichese, non è più obbligatorio in tutte le edizioni. Sempre stando alla prima impressione sembra di poter dire che cambia anche il modo di porgere le notizie, ora più attento a spiegarle e approfondirle che ad anticiparle a ogni costo. L’intento è allargare l’orizzonte agli scenari internazionali, Europa e America innanzitutto. In complesso, si vedono meno giornalisti inviati sul campo a riassumere le notizie e più immagini commentate dallo studio. Ci vorrà tempo per capire se è la scelta giusta. Una conferma viene anche dal fatto che già alle nove parte Start, due ore di talk show affidate a Roberto Inciocchi, il più autorevole tra i conduttori della redazione, mentre alle 15 c’è Timeline, con Stefania Pinna.

Scelte chiare, dunque: SkyTg24 prova a competere con i contenitori del mattino e del pomeriggio di Rai3 e La7 tentando di fidelizzare il pubblico attraverso l’identificazione di formule e fasce orarie con alcuni anchorman o anchorwoman definiti. Ovviamente qualche giorno di rodaggio servirà a lubrificare i meccanismi. Particolarmente rilevanti le anticipazioni dell’intervista esclusiva concessa da Giuseppe Conte a Giovanna Pancheri a New York (trasmessa integralmente nell’edizione delle 13) sull’accordo siglato a Malta e le repliche immediate di Matteo Salvini, ospite negli studi di Santa Giulia, dove il leader leghista ha potuto confidare anche la propria delusione umana per le accuse patite inaspettatamente in Senato e le piroette degli ex alleati di governo.

Sarà difficile mantenere il livello delle esclusive con il premier e il suo principale oppositore, ma intanto l’esordio della nuova versione del canale è stato eccellente.

 

La Verità, 25 settembre 2019

De Benedetti riscrive il copione di Otto e mezzo

Da giorni il promo di Otto e mezzo invitava sugli schermi di La7 «per capire se l’Italia è pronta a ripartire o è destinata ad affondare». Lilli Gruber vi appariva rinfrancata dalla sconfitta estiva di Matteo Salvini, ossessione conclamata della conduttrice. Soprattutto, ora c’è un nuovo governo, un’alleanza di sinistra e più organica all’Europa. Purtroppo, il primo episodio (La7, ore 20.35, share dell’8.1%), ospite Carlo De Benedetti, ha colto in contropiede la titolare del talk show più in del bigoncio: «Io non avrei votato la fiducia a questo governo», ha sentenziato l’Ingegnere. «Dal momento che la maggioranza di governo non c’era più, avrei preferito che si andasse a elezioni anticipate. La democrazia soffre quando le si fa lo sgambetto». Argomenti chiari, rispetto delle istituzioni, senso delle priorità nel funzionamento della convivenza civile. «Nel programma che ha illustrato Conte manca solo l’invito a voler bene alla mamma perché c’è assolutamente tutto. I padri di questo governo sono Renzi e Grillo, non mi pare un grande albero genealogico».

La padrona di casa accusava il colpo e deglutiva. Con la sua striscia quotidiana, nella scorsa stagione Gruber è stata la capofila dell’opposizione al governo gialloblù, in particolare dell’azione del vicepremier leghista. Ogni sera si consumava un processo contro Salvini, in sua assenza. Al debutto della nuova annata la conduttrice si è presentata con sopracciglia ancor più taglienti per sottolineare il profilo da giustiziera inflessibile. Ma subito ha dovuto ammorbidirsi di fronte a un interlocutore che aveva le idee più chiare: «Conte è un manager della politica. Per lui sedersi con il Pd o con la Lega è la stessa cosa. Ha firmato i decreti sicurezza, la Diciotti…». Gruber concionava di stabilità per l’Italia e di Paolo Gentiloni commissario europeo, senza che De Benedetti si facesse confondere. «In questo agosto è successo di tutto, ricchi premi e cotillon. Il premio del trasformismo a Conte. Della falsità a Renzi, che ha detto che voleva fare un nuovo governo per l’Iva e non perché non era pronto il suo nuovo partito, Salvini che ha confuso il Viminale con il Quirinale. Premio assoluto per l’incompetenza a Luigi Di Maio, nuovo ministro degli Esteri, che ha fatto sì che la Francia richiamasse il suo ambasciatore».

La posizione dell’influente editore del Gruppo Gedi («Leggo La Repubblica con grande entusiasmo tutte le mattine… Verdelli ha restituito un’anima al giornale») ha smosso le acque dello stagno politico e mediatico nostrano. La stagione tv è iniziata col botto e una parte del copione è da riscrivere. Anche a Otto e mezzo?

 

La Verità, 11 settembre 2019

Sorrentino gioca con i due Papi antagonisti

Sarà in programmazione a inizio 2020 The new Pope, la seconda stagione della serie originale Sky Hbo Canal+ diretta da Paolo Sorrentino, ma il trailer ufficiale appena rilasciato  fa già intuire alcune cose.

 

 

Come dice il titolo, e come si è letto su qualche privilegiato giornale, ci sarà un nuovo Papa, diverso da quello young della prima stagione, il Lenny Belardo interpretato da Jude Law, che ora è un po’ meno young perché sopravvive in stato di coma. Motivo per cui il segretario di Stato (Silvio Orlando) decide che serve appunto un Papa nuovo, che prenderà il nome di Giovanni Paolo III (John Malkovic). La faccenda però non è semplice perché, come ha scherzato il regista premio Oscar, «siccome ci sembrava troppo costoso tenere Jude a dormire per tutta la serie, abbiamo ritenuto giusto farlo svegliare»…

Dunque, nel lungo trailer Pio XIII affiora dalle acque e si avvicina a una spiaggia mentre Giovanni Paolo III cammina nella penombra delle stanze vaticane. Le immagini al ralenti si alternano speculari e già qui s’intuisce il divertimento del creatore della storia. Nella luce accecante del bagnasciuga, coperto solo da uno slip candido, Jude Law incede come a una sfilata di moda davanti a una platea di donne in bikini che, rapite fino allo svenimento di una di loro ornata di velo angelico, sospendono giochi e aperitivi per il passaggio del flessuoso quarantenne. Negli scuri corridoi dei palazzi pontifici, avvolto negli abiti tradizionali, John Malkovic avanza in testa alla delegazione dei porporati, chiamando l’attenti delle guardie svizzere. Le note di All Along the Watchover di Bob Dylan e la confezione patinata tipica dell’estetica sorrentiniana accentuano il glamour della situazione. Raccontare i misteri vaticani con il linguaggio della pubblicità, del rock e della storia dell’arte non è il più comodo degli esercizi. Resta da vagliare la verticalità della narrazione, tanto più che i principali protagonisti si professano non credenti, il che può favorire uno sguardo più schietto, ma forse anche più piatto. Per ora il gioco degli opposti, condito d’imprevedibili spiazzamenti che alimentano il rompicapo, appare perfetto: piacione e ammiccante ma conservatore il pontefice di Law, pensoso e carismatico ma incline al compromesso quello di Malkovic. Piuttosto, la vera furbata è la compresenza dei due papi, utile a innescare la curiosità di vedere quanto la fiction ricalchi e vampirizzi la realtà vera.

The new Pope è prodotta da Wildside di Lorenzo Mieli e Mario Gianani, parte di Fremantle che la distribuisce. Tra le new entry nel cast, Massimo Ghini, Sharon Stone e, mancava, Marilyn Manson.

 

La Verità, 30 agosto 2019

Realiti, l’Italia dei mostri spopola su Instagram

Problema superato, televisivamente parlando. Nella prima puntata Realiti – Siamo tutti protagonisti era due programmi in uno. Il putiferio scatenato dal servizio sui neomelodici siciliani che cantano in napoletano era nato da questa ambiguità. Il programma condotto da Enrico Lucci era satira di costume o inchiesta tosta? Gestire il doppio linguaggio in diretta non è facile per nessuno. Ospite in studio, «un pischello» aveva pronunciato frasi orribili a proposito di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Al che il conduttore, abbigliato in total red, lo aveva esortato a studiare la storia della Sicilia per capire che «la mafia è merda» (testuale). Nel servizio, un altro neomelodico si rivolgeva con parole di elogio contenute nel suo cd allo zio, boss mafioso all’ergastolo in regime 41 bis. L’intento di Realiti è mostrare le nuove forme di successo e di eccesso consentite dai social media, Instagram in particolare, regno del mainstream più effimero. In studio, Lucci amministra la parodia del vuoto: cinque «concorrenti inconsapevoli» (non più sette) partecipano a una gara di popolarità decisa da una giuria composta dai «saggi», la solita Asia Argento, lo scrittore carico di background Aurelio Picca e il rapper pensoso Luchè, e da una giuria popolare. Tra i concorrenti si mischiano personaggi folcloristici come la sorella del fantomatico Mark Caltagirone, e altri reali come Matteo Salvini, chiamato familiarmente Matteo, visti sempre da una prospettiva trash. La caricatura di un intero filone televisivo raggiunge il vertice nell’intervista al confessionale, satira di rubriche e conduttori facilmente riconoscibili. Dove stava il problema? Nei servizi d’inchiesta drammatici che intervallavano il clima cialtrone dello studio. Nella prima puntata, oltre ai neomelodici finiti nel mirino della magistratura, ce n’era uno sul racket della mafia nigeriana ai supermercati che evidenziava numerosi reati sui quali le toghe non han battuto ciglio. Dopo la parte «riparatoria» con il procuratore antimafia Alfonso Sabella che ha parlato della vigliaccheria degli esponenti mafiosi, nella seconda puntata, registrata e trasmessa in seconda serata, le inchieste hanno ceduto il passo a servizi più leggeri e coerenti con il resto del programma (Rai2, mercoledì, ore 23,10, share del 3.7%). Esemplari quello sulla «vita da influencer» di Asia Valente, e quello sui «gioielli del latte», confezionati con il latte materno post-gravidanza solidificato in piedini, ampolline, farfalline. Problema superato: l’Italia dei mostri che comincia in tv, passa dai social e ritorna in tv, è servita.

 

La Verità, 14 giugno 2019