SkyTg24 si rinnova per sfidare La7 e Rai3

Grafica rinnovata, maggiore scansione degli orari, conduttori definiti, profilo internazionale, cura degli approfondimenti: sono i cambiamenti della nuova edizione di SkyTg24, il canale all news di Sky Italia diretto da Giuseppe De Bellis. La grafica nuova si evidenzia soprattutto nei titoli, quando lo schermo è bicolore, metà rosso e metà bianco, con titolazione telegrafica che attraversa le due pagine del video. Il Buongiorno del mattino dura dalle 6 alle 9, non più fino alle 10, ed è affidato a Moreno Marinozzi, lievemente ansiogeno, perno dei collegamenti e delle rubriche. A fargli da sponda ci sono Raffaella Cesaroni per le notizie di giornata, Jacopo Albarello per la rassegna stampa, ora da una postazione con desk, Mariangela Pira, molto trasparente dei suoi sentiment sugli andamenti delle borse. Una buona notizia è che il collegamento da piazza Monte Citorio, con il suo eccesso di politichese, non è più obbligatorio in tutte le edizioni. Sempre stando alla prima impressione sembra di poter dire che cambia anche il modo di porgere le notizie, ora più attento a spiegarle e approfondirle che ad anticiparle a ogni costo. L’intento è allargare l’orizzonte agli scenari internazionali, Europa e America innanzitutto. In complesso, si vedono meno giornalisti inviati sul campo a riassumere le notizie e più immagini commentate dallo studio. Ci vorrà tempo per capire se è la scelta giusta. Una conferma viene anche dal fatto che già alle nove parte Start, due ore di talk show affidate a Roberto Inciocchi, il più autorevole tra i conduttori della redazione, mentre alle 15 c’è Timeline, con Stefania Pinna.

Scelte chiare, dunque: SkyTg24 prova a competere con i contenitori del mattino e del pomeriggio di Rai3 e La7 tentando di fidelizzare il pubblico attraverso l’identificazione di formule e fasce orarie con alcuni anchorman o anchorwoman definiti. Ovviamente qualche giorno di rodaggio servirà a lubrificare i meccanismi. Particolarmente rilevanti le anticipazioni dell’intervista esclusiva concessa da Giuseppe Conte a Giovanna Pancheri a New York (trasmessa integralmente nell’edizione delle 13) sull’accordo siglato a Malta e le repliche immediate di Matteo Salvini, ospite negli studi di Santa Giulia, dove il leader leghista ha potuto confidare anche la propria delusione umana per le accuse patite inaspettatamente in Senato e le piroette degli ex alleati di governo.

Sarà difficile mantenere il livello delle esclusive con il premier e il suo principale oppositore, ma intanto l’esordio della nuova versione del canale è stato eccellente.

 

La Verità, 25 settembre 2019

De Benedetti riscrive il copione di Otto e mezzo

Da giorni il promo di Otto e mezzo invitava sugli schermi di La7 «per capire se l’Italia è pronta a ripartire o è destinata ad affondare». Lilli Gruber vi appariva rinfrancata dalla sconfitta estiva di Matteo Salvini, ossessione conclamata della conduttrice. Soprattutto, ora c’è un nuovo governo, un’alleanza di sinistra e più organica all’Europa. Purtroppo, il primo episodio (La7, ore 20.35, share dell’8.1%), ospite Carlo De Benedetti, ha colto in contropiede la titolare del talk show più in del bigoncio: «Io non avrei votato la fiducia a questo governo», ha sentenziato l’Ingegnere. «Dal momento che la maggioranza di governo non c’era più, avrei preferito che si andasse a elezioni anticipate. La democrazia soffre quando le si fa lo sgambetto». Argomenti chiari, rispetto delle istituzioni, senso delle priorità nel funzionamento della convivenza civile. «Nel programma che ha illustrato Conte manca solo l’invito a voler bene alla mamma perché c’è assolutamente tutto. I padri di questo governo sono Renzi e Grillo, non mi pare un grande albero genealogico».

La padrona di casa accusava il colpo e deglutiva. Con la sua striscia quotidiana, nella scorsa stagione Gruber è stata la capofila dell’opposizione al governo gialloblù, in particolare dell’azione del vicepremier leghista. Ogni sera si consumava un processo contro Salvini, in sua assenza. Al debutto della nuova annata la conduttrice si è presentata con sopracciglia ancor più taglienti per sottolineare il profilo da giustiziera inflessibile. Ma subito ha dovuto ammorbidirsi di fronte a un interlocutore che aveva le idee più chiare: «Conte è un manager della politica. Per lui sedersi con il Pd o con la Lega è la stessa cosa. Ha firmato i decreti sicurezza, la Diciotti…». Gruber concionava di stabilità per l’Italia e di Paolo Gentiloni commissario europeo, senza che De Benedetti si facesse confondere. «In questo agosto è successo di tutto, ricchi premi e cotillon. Il premio del trasformismo a Conte. Della falsità a Renzi, che ha detto che voleva fare un nuovo governo per l’Iva e non perché non era pronto il suo nuovo partito, Salvini che ha confuso il Viminale con il Quirinale. Premio assoluto per l’incompetenza a Luigi Di Maio, nuovo ministro degli Esteri, che ha fatto sì che la Francia richiamasse il suo ambasciatore».

La posizione dell’influente editore del Gruppo Gedi («Leggo La Repubblica con grande entusiasmo tutte le mattine… Verdelli ha restituito un’anima al giornale») ha smosso le acque dello stagno politico e mediatico nostrano. La stagione tv è iniziata col botto e una parte del copione è da riscrivere. Anche a Otto e mezzo?

 

La Verità, 11 settembre 2019

Sorrentino gioca con i due Papi antagonisti

Sarà in programmazione a inizio 2020 The new Pope, la seconda stagione della serie originale Sky Hbo Canal+ diretta da Paolo Sorrentino, ma il trailer ufficiale appena rilasciato  fa già intuire alcune cose.

 

 

Come dice il titolo, e come si è letto su qualche privilegiato giornale, ci sarà un nuovo Papa, diverso da quello young della prima stagione, il Lenny Belardo interpretato da Jude Law, che ora è un po’ meno young perché sopravvive in stato di coma. Motivo per cui il segretario di Stato (Silvio Orlando) decide che serve appunto un Papa nuovo, che prenderà il nome di Giovanni Paolo III (John Malkovic). La faccenda però non è semplice perché, come ha scherzato il regista premio Oscar, «siccome ci sembrava troppo costoso tenere Jude a dormire per tutta la serie, abbiamo ritenuto giusto farlo svegliare»…

Dunque, nel lungo trailer Pio XIII affiora dalle acque e si avvicina a una spiaggia mentre Giovanni Paolo III cammina nella penombra delle stanze vaticane. Le immagini al ralenti si alternano speculari e già qui s’intuisce il divertimento del creatore della storia. Nella luce accecante del bagnasciuga, coperto solo da uno slip candido, Jude Law incede come a una sfilata di moda davanti a una platea di donne in bikini che, rapite fino allo svenimento di una di loro ornata di velo angelico, sospendono giochi e aperitivi per il passaggio del flessuoso quarantenne. Negli scuri corridoi dei palazzi pontifici, avvolto negli abiti tradizionali, John Malkovic avanza in testa alla delegazione dei porporati, chiamando l’attenti delle guardie svizzere. Le note di All Along the Watchover di Bob Dylan e la confezione patinata tipica dell’estetica sorrentiniana accentuano il glamour della situazione. Raccontare i misteri vaticani con il linguaggio della pubblicità, del rock e della storia dell’arte non è il più comodo degli esercizi. Resta da vagliare la verticalità della narrazione, tanto più che i principali protagonisti si professano non credenti, il che può favorire uno sguardo più schietto, ma forse anche più piatto. Per ora il gioco degli opposti, condito d’imprevedibili spiazzamenti che alimentano il rompicapo, appare perfetto: piacione e ammiccante ma conservatore il pontefice di Law, pensoso e carismatico ma incline al compromesso quello di Malkovic. Piuttosto, la vera furbata è la compresenza dei due papi, utile a innescare la curiosità di vedere quanto la fiction ricalchi e vampirizzi la realtà vera.

The new Pope è prodotta da Wildside di Lorenzo Mieli e Mario Gianani, parte di Fremantle che la distribuisce. Tra le new entry nel cast, Massimo Ghini, Sharon Stone e, mancava, Marilyn Manson.

 

La Verità, 30 agosto 2019

Realiti, l’Italia dei mostri spopola su Instagram

Problema superato, televisivamente parlando. Nella prima puntata Realiti – Siamo tutti protagonisti era due programmi in uno. Il putiferio scatenato dal servizio sui neomelodici siciliani che cantano in napoletano era nato da questa ambiguità. Il programma condotto da Enrico Lucci era satira di costume o inchiesta tosta? Gestire il doppio linguaggio in diretta non è facile per nessuno. Ospite in studio, «un pischello» aveva pronunciato frasi orribili a proposito di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Al che il conduttore, abbigliato in total red, lo aveva esortato a studiare la storia della Sicilia per capire che «la mafia è merda» (testuale). Nel servizio, un altro neomelodico si rivolgeva con parole di elogio contenute nel suo cd allo zio, boss mafioso all’ergastolo in regime 41 bis. L’intento di Realiti è mostrare le nuove forme di successo e di eccesso consentite dai social media, Instagram in particolare, regno del mainstream più effimero. In studio, Lucci amministra la parodia del vuoto: cinque «concorrenti inconsapevoli» (non più sette) partecipano a una gara di popolarità decisa da una giuria composta dai «saggi», la solita Asia Argento, lo scrittore carico di background Aurelio Picca e il rapper pensoso Luchè, e da una giuria popolare. Tra i concorrenti si mischiano personaggi folcloristici come la sorella del fantomatico Mark Caltagirone, e altri reali come Matteo Salvini, chiamato familiarmente Matteo, visti sempre da una prospettiva trash. La caricatura di un intero filone televisivo raggiunge il vertice nell’intervista al confessionale, satira di rubriche e conduttori facilmente riconoscibili. Dove stava il problema? Nei servizi d’inchiesta drammatici che intervallavano il clima cialtrone dello studio. Nella prima puntata, oltre ai neomelodici finiti nel mirino della magistratura, ce n’era uno sul racket della mafia nigeriana ai supermercati che evidenziava numerosi reati sui quali le toghe non han battuto ciglio. Dopo la parte «riparatoria» con il procuratore antimafia Alfonso Sabella che ha parlato della vigliaccheria degli esponenti mafiosi, nella seconda puntata, registrata e trasmessa in seconda serata, le inchieste hanno ceduto il passo a servizi più leggeri e coerenti con il resto del programma (Rai2, mercoledì, ore 23,10, share del 3.7%). Esemplari quello sulla «vita da influencer» di Asia Valente, e quello sui «gioielli del latte», confezionati con il latte materno post-gravidanza solidificato in piedini, ampolline, farfalline. Problema superato: l’Italia dei mostri che comincia in tv, passa dai social e ritorna in tv, è servita.

 

La Verità, 14 giugno 2019

Chernobyl stana la falsità dell’ideologia sovietica

«Qual è il prezzo delle menzogne?». Il primo episodio di Chernobyl è racchiuso tra la domanda pronunciata dalla voce fuori campo di Valerij Legasov e la morte di un uccellino che precipita a terra, avvelenato dalle radiazioni. Lo scienziato mandato dal Cremlino per fare luce sull’incidente alla centrale nucleare del 26 aprile 1986 a 120 chilometri da Kiev non regge più il peso delle colpe e dell’omertà. Sono trascorsi due anni dal più grande disastro nucleare della storia e, dopo aver registrato le sue memorie su sei audiocassette, Legasov (Jared Harris) s’impicca. Tra le due morti che aprono e chiudono la prima puntata si dispiega tutta la drammaticità di Chernobyl, la miniserie in 5 episodi prodotta da Sky e Hbo, ideata e sceneggiata da Craig Mazin e diretta da Johan Renck (Sky Atlantic, lunedì, ore 21.15). Nella quale il vero protagonista è proprio la menzogna, ovvero il tentativo d’insabbiamento dell’accaduto operato dagli uomini della nomenklatura sovietica.

La temperatura del reattore numero 4 si è alzata fino a provocare l’esplosione del nocciolo, ma i responsabili della centrale non lo vogliono ammettere. La reputazione dell’Urss va tutelata prima e sopra ogni cosa. L’incidente è solo una disattenzione del personale di turno e sarà rapidamente ridimensionato. Chi sosterrà il contrario sarà ridotto al silenzio. Non serve evacuare la città né adottare procedure di particolare emergenza, l’immagine del socialismo è prioritaria, sottolinea il burocrate anziano citando l’effigie di Lenin appesa alla parete. Invece, tra i corridoi di lamiera, i sotterranei invasi dalle acque infette, le fiamme radioattive si consuma la catastrofe. Il volto intriso di timori e fragilità della moglie del pompiere richiamato in servizio trasmette tutto il senso d’impotenza e d’ineluttabilità della tragedia incombente. E mentre i vicini di casa provano a esorcizzarla, alcune particelle della nube tossica svolazzano minacciose nell’aria blu della notte.

Contestata dai media ufficiali russi, a metà tra linguaggio documentaristico e racconto di finzione, Chernobyl ha ottenuto il più elevato indice di gradimento per una serie tv sull’autorevole sito Imdb e si candida a essere uno dei migliori show dell’anno. Nelle facce spaventate delle maestranze, costrette dai superiori a mansioni a rischio di contaminazione e inadeguate all’apocalisse in atto, si evidenzia in modo lampante la contraddizione fatale tra ideologia e tragica realtà.

La Verità, 13 giugno 2019

Gruber, Fazio, Monti: il livore ha fatto autogol?

Gli antagonisti. Gli ossessionati. Gli avversari. Quelli che si sono più esposti contro Matteo Salvini. È un intero mondo a uscire sconfitto dalle elezioni di domenica. Oltre a partiti e schieramenti, persone precise. Ma anche un sistema di pensiero. Una mentalità. L’élite culturale.

Roberto Saviano, il capofila dell’opposizione. Opposizione culturale e antropologica. Opposizione insultante, anche. Al punto che, prima o poi, arriverà a sentenza nelle aule giudiziarie. Intanto, quella elettorale è arrivata dalle urne. La Lega primo partito a Riace e Lampedusa, roccaforti del savianismo sventolato dai testimonial doc Domenico Lucano e Pietro Bartolo, è una lapide sull’accoglienza indiscriminata. Ideologo in disarmo.

Fabio Fazio. Braccio armato, esecutore, assistente dell’ideologo, non a caso un habitué degli studi di via Mecenate. La lista degli ospiti parla da sola: volontari delle Ong, militanti dell’accoglienza h24, Mimmo Lucano, Gino Strada, Nicola Zingaretti, senza dimenticare il ruolo di Carlo Cottarelli. La trattativa per la riduzione dello stipendio e il trasloco a Rai 2 era iniziata prima del voto, ma è trapelata a spoglio elettorale terminato. Con emblematico tempismo. Dottor Watson di Saviano.

Lilli Gruber, condensato di stizza nel chiodo da giustiziera. Ha trasformato la sua postazione serale nella riserva dell’ossessione antisalviniana. Indicato il bersaglio, ci pensavano i cortesi ospiti a eseguire garbatamente la sentenza. Ogni puntata un’esecuzione, in assenza della vittima. Un incontro di wrestling con il fantasma. Che, quando si è palesato, ha reso epifanica la faziosità della signora. Centrifuga di livore.

Mario Monti. L’ex premier ed ex commissario europeo è stato richiamato in servizio dopo la pensione come certi poliziotti quando c’è da fare il lavoro sporco che i novellini non riescono a svolgere. Ha rimesso la divisa di Bruxelles ed è tornato in campo a menare fendenti sui sovranisti, ignoranti di economia e mercati. Magari carezzando la riedizione del governo tecnico. Ospite fisso di Corrado Formigli e saltuario di Gruber e Giovanni Floris, che ha una liason con Elsa Fornero. Sacerdote dei rigoristi, guru dell’austerity protetto dall’Agcom. Vanesio datato.

Salone del libro. Tempio del narcisismo e dell’autoreferenzialità. Sinergia di fondamentalisti, scrittori e politici volenterosi, da Christian Raimo a Nicola Lagioia a Chiara Appendino. Siamo informati e colti, impegnati e letterati. Chi non è con noi resta fuori. In nome della democrazia, ovviamente. L’inclusione vale solo per le minoranze acquiescenti. L’esclusione della casa editrice Altaforte vicina a Casapuond resterà una macchia nella storia del tempio. Intolleranti chi?

Gad Lerner. Estensore di liste di proscrizione. Denunciatore seriale di presunte censure. Cacciatore di fantasmi fascisti. Mediatore delle «classi subalterne». È andato chez Fazio a lamentare la poca libertà nella televisione italiana causa oppressione del governo gialloblu. In compenso, lunedì prossimo su Rai 3 comincia L’Approdo, il suo nuovo programma ispirato a una storica, ma non faziosa, trasmissione degli anni Sessanta. Rintronato.

Federico Fubini, portavoce degli apparati della Commissione europea. Per lui il ministro dell’Economia Giovanni Tria è sempre sull’orlo delle dimissioni perché ogni dichiarazione di Salvini viola un parametro o infrange un patto. Che è molto più di un dogma. Quanto alla notizia dei 700 bambini greci morti a causa dell’austerity imposta dalla Troika, quella si può ignorare anche se si fa parte del Gruppo di alto livello nominato dalla Ue per la lotta contro le fake news. Furbino.

Concita De Gregorio, volto di Repubblica in ascesa nella scala degli opinionisti da talk. Avvolta in una nuvola di degnazione, dispensa le sue conoscenze alla massa. Ma sempre mantenendo una certa distanza. Nel pieno del polverone per il caso Altaforte al Salone del libro ha proposto la creazione di un codice etico per vagliare il pedigree delle case editrici. Sempre in nome della correttezza democratica. Ridateci Daria Bignardi.

Fabrizio Salini, amministratore delegato Rai a due velocità. Prontissimo a intervenire al primo lamento di Fazio per la sostituzione di due puntate di Che fuori tempo che fa, il tavolo con Max Pezzali e il Mago Forest, con altrettanti speciali di Bruno Vespa, ha alzato la voce contro la direttrice di Rai 1 Teresa De Santis. Assai meno vigile sull’assenza di programmi nei giorni immediatamente precedenti il voto, ha lasciato campo libero a Enrico Mentana. Urge tagliando.

Agcom, Autorità garante per le comunicazioni presieduta da Angelo Marcello Cardani, già capo di gabinetto di Monti. Prima ha diffidato il Tg2 per un servizio critico nei confronti dell’ex premier bocconiano sulle sue previsioni nefaste in caso di vittoria dei sovranisti. Poi ha pensato bene di redigere un regolamento che persegua chi critica donne, migranti, gay e transessuali: minoranze più che intoccabili. Tribunale del politicamente corretto.

La Verità, 29 maggio 2019

Clooney smaschera l’inghippo del comma 22

Non sarà una pietra miliare della serialità mondiale, questa Catch 22, miniserie originale Sky tratta dall’omonimo romanzo antimilitarista di Joseph Heller del 1961, pubblicato in Italia con il titolo Comma 22, ora ristampato da Bompiani. Non lo sarà se la si misura con i canoni abituali del drama, della comedy, del war games eccetera. In realtà, prodotta, diretta e interpretata da George Clooney e Grant Heslov, Catch 22 è un prodotto innovativo perché vince la scommessa del registro tragico e grottesco, non il più congeniale quando c’è da riflettere sulla drammaticità della guerra, in particolare sull’assurdità delle leggi che governavano il sistema militare americano durante il secondo conflitto mondiale (sei episodi su Sky Atlantic e Sky Cinema Uno, coprodotti con Paramount Television, Anonymous Content e Smokehouse Pictures).

Camerate, riunioni belliche, parate, missioni di volo: la trama narra la vita all’interno di una base militare dell’Air Force Usa nel sud Italia e le truppe nemiche sono solo evocate. Mentre il colonnello Cathcart (Kyle Chandler) aumenta progressivamente le missioni da eseguire prima del ritorno in patria, solo il bombardiere Yossarian (Christopher Abbott) ammette la paura e prova a farsi esonerare dichiarandosi pazzo. Pur con tutta la buona volontà, nemmeno il medico del reparto (Heslov) riesce ad aiutarlo, perché secondo il comma 22, chi è pazzo può chiedere di essere esentato, ma nel momento stesso in cui lo chiede dimostra di essere raziocinante perché solo un pazzo vorrebbe partecipare a quelle missioni. «Un bell’inghippo questo comma 22», si rassegna Yossarian. «Il migliore in assoluto», chiosa il medico intellettuale. Così, all’alternanza tra missioni mortali per i compagni e parate che mimetizzano la goffaggine dei comandanti, Yossarian oppone l’alternanza tra le morbidezze della moglie dello sciroccato tenente Scheisskopf (Clooney) e quelle dell’infermeria dove imboscarsi con ricoveri fasulli.

Girata nei toni seppia delle divise, accompagnata dal brioso jazz dell’epoca, sostenuta da un cast nel quale spiccano Hugh Laurie, bizzarro maggiore addetto alla logistica, e Giancarlo Giannini, opportunista padrone di un bordello, e ben a fuoco anche nei personaggi di contorno, Catch 22 indovina la chimica tra scabrosità dell’argomento e il tono leggero e sofisticato con cui lo tratta. Nessuna rivoluzione linguistica, né invenzioni registiche degne di nota, solo un prodotto ben confezionato e sempre in perfetto equilibrio. Non è poco.

 

La Verità, 23 maggio 2019

Le pietre di Roma come La lettera rubata di Poe

Uscire dall’ovvio, vincere la scontatezza. Muove da questo assunto Le pietre parlano, il documentario in due puntate che Alessandro Sortino con Claudia Benassi propongono su Tv200 (27 aprile e 4 maggio, ore 21.15, produzione Fremantle).  «Ogni anno migliaia di persone vengono qui in piazza San Pietro ad ascoltare il Papa». Pausa. «Ma perché il Papa della Chiesa cattolica universale è qui a Roma?». Sotto l’altare della basilica di San Pietro ci sono le ossa che per la scienza appartengono a un uomo tra i 60 e i 70 anni, «per i cristiani sono i resti di un pescatore palestinese di nome Simone a cui Gesù diede un nome nuovo: Cefa, Pietro».

Comincia da qui il «tour nel cristianesimo del primo secolo a Roma» dell’ex iena e ex Nemo Sortino, e a vederlo così, scandire, davanti al colonnato del Bernini, i passaggi di questo viaggio all’origine della nostra storia, si ha la prova di come questo, un percorso con un punto di partenza e uno d’arrivo, più del talk show e della chiacchiera con ospiti, sia il suo ambiente naturale. Sortino e Benassi, dunque, ci accompagnano attraverso le testimonianze monumentali dei Fori imperiali, la residenza dell’imperatore Augusto, le sinagoghe ebraiche, le basiliche sorte sopra le case dei primissimi cristiani e le catacombe, facendo parlare affreschi, mosaici e pavimenti sulla scorta di brevi, ma concretissime citazioni dagli Atti degli apostoli e dalla Lettera ai Romani di San Paolo, che scriveva a un centinaio di persone convertite ancor prima che nella capitale arrivassero gli apostoli. Le testimonianze cancellano i condizionali e tramandano la certezza che Paolo di Tarso abbia calcato proprio il basolato in località Tre Taverne sull’Appia antica, durante il viaggio verso Roma. Anche quello del telespettatore è un viaggio nel tempo che procede di domanda in domanda, a cui rispondono storici, archeologi e biblisti interrogati dai conduttori, mossi dalla curiosità più che dall’intenzione di affabulare, dispensando conoscenze. Le quali però arrivano, preziose, come nel caso dell’osservazione di monsignor Romano Penna, studioso delle prime comunità: «Anche a Roma è l’originalità del messaggio di un Dio che si fa uomo per la salvezza di tutti a contagiare le persone. C’erano il battesimo e l’eucarestia, nient’altro. Perché il cristianesimo non è nato come una religione, ma come una fede». Piccole perle, grandi tesori: basta interrogare le pietre che abbiamo sempre davanti per scoprirli. Quelle pietre che, invece, come La lettera rubata di Edgar Allan Poe, non vediamo mai perché, essendo fin troppo in vista, ci abbiamo fatto l’abitudine.

La Verità, 30 aprile 2019

Con la Ventura The Voice è un gioco scanzonato

La sesta edizione di The Voice of Italy (Rai 2, ore 21,20, share dell’11.15%) è segnata da un doppio ritorno in Rai. Quello, ribadito e sottolineato, di Simona Ventura dopo anni di nomadismo televisivo, da Sky a Mediaset, passando per Agon Channel; e quello, meno enfatizzato, di Morgan, dopo la famosa intervista sul consumo di stupefacenti che ne provocò l’allontanamento. Insieme, peraltro, Morgan e Simona erano stati al tavolo di X Factor, prima «sul 2», dov’era nato, poi su Sky dov’era traslocato e felicemente rinnovato. Corsi e ricorsi, dunque. Gli altri coach di Tvoi, come si dice con acronimo da social media, sono invece al loro debutto. Gué Pequeno in quota rap, Gigi D’Alessio anima neomelodica, ed Elettra Lamborghini, ereditiera da reality: una giuria piuttosto eterogenea e divergente quanto a esperienze, successi e preferenze musicali. Non sarà facile trovare l’intesa in diretta al momento delle decisioni. Per ora il montaggio è in grado di fare miracoli ma, inoltrandosi nello show e nella conflittualità della gara, sarà fondamentale che tra i quattro giurati e con la conduttrice si crei la giusta alchimia.

Dopo una sola puntata è evidente la differenza di autorevolezza e disinvoltura tra i due veterani e i debuttanti, quasi si assistesse a due show diversi. Le vecchie volpi Ventura e Morgan hanno esperienza e carisma utili a rivitalizzare un format forse un tantino elementare rispetto alla sofisticazione a cui ci ha abituato X Factor. Supersimo gioca con sé stessa e il ritorno a casa. Marco Castoldi, forse per sfatare la fama di artista ingovernabile conquistata in altri analoghi contesti, appare più propenso del solito a valorizzare il buono di ogni concorrente con suggestioni pertinenti e mai banali. A Gué Pequeno e Gigi D’Alessio, ancora guardinghi e inclini a giocare di rimessa, bisogna dare il tempo di entrare nella parte. Più disinvolta, nella sua prorompenza trash, è parsa Elettra Lamborghini: la corsa verso una concorrente controllando preventivamente pericolose epifanie erotiche è già cult. Proprio la rottura del vetro invisibile tra il palco e i giudici, con frequenti coinvolgimenti dei coach nelle esibizioni dei candidati (Morgan ha duettato al basso con una di loro), mostra la volontà di insistere sul carattere giocoso dello show. Ma come questo abbia a che fare con l’ambizione d’individuare un nuovo talento musicale da consegnare al mercato italiano, traguardo finora mancato dalle precedenti edizioni di The Voice, è tutto da dimostrare.

La Verità, 25 aprile 2019

La Champions League da tifosa di Ilaria D’Amico

Una gaffe al giorno toglie Ilaria D’Amico di torno? Se lo augurano i tifosi del Napoli che da tempo contestano la conduttrice più glamour di Sky Sport, compagna di Gianluigi Buffon. Decideranno i vertici della tv satellitare, ma è difficile immaginare una rimozione a furor di popolo. L’ultimo episodio che ha rinfocolato le polemiche è avvenuto mercoledì sera, nel prepartita di Ajax-Juventus quando, in collegamento con Gianluca Di Marzio da Amsterdam, riferendosi ai tifosi olandesi, la conduttrice ha parlato di una vigilia «con un approccio quasi partenopeo, con “triccheballacche” e fuochi d’artificio per disturbare il sonno degli avversari». Le proteste hanno inondato i siti sportivi e i social network. Si trattasse di una querelle relativa alla sola rivalità tra Juventus e Napoli, basterebbero le scuse e un atteggiamento più sorvegliato della conduttrice. In realtà, il dubbio è che certe scivolate, se così vogliamo considerarle, derivino dalla montante partigianeria della conduttrice. Sempre mercoledì, per esempio, dopo la partita con l’Ajax, ella si è complimentata con Massimiliano Allegri per un fallo subito da Douglas Costa, non enfatizzato: «Li state tirando su troppo onesti! Troppo onesti! State diventando europei…», ha vellicato. Dal canto suo, il tecnico ha rincarato: «Si deve crescere anche in questo, tutti puliti non si gioca a calcio…».

Evidentemente, nella filosofia juventina, il calcio dev’essere qualcosa di sporco, come la politica. Sia di qua che di là, tifoserie e schieramenti dettano legge a nervi scoperti e un aggettivo sbagliato o una frase colorita scatenano tempeste mediatiche. Da qualche tempo la D’Amico ha gettato la maschera. Mutatis mutandi, un po’ come Lilli Gruber non perde occasione per bastonare il governo in carica. Purtroppo, l’ultima stagione della bella Ilaria è lastricata di svarioni e tendenziosità. Martedì, per esempio, commentando il gol di Heung-min Son, ha chiosato: «Con tutto il rispetto per Son che, ricordiamolo, non viene da un Paese democratico…», confondendo la Corea del Sud, patria del calciatore, con quella del Nord. Andando indietro, fino ad Atletico Madrid-Juventus, si trova un’altra perla: «La cosa brutta per il ritorno è che a loro non frega niente di giocare male…». Quella volta ci aveva pensato Fabio Capello correggerla in diretta: «Ma noo, non è vero… Non sono d’accordo con quello che dici». Anche con Andrea Pirlo c’era stato un siparietto: «Che ne pensi tu che hai giocato la finale con la Juve?». E lui: «Veramente le ho giocate anche col Milan e le ho vinte». La faziosità fa perdere anche la memoria…

La Verità, 12 aprile 2019