Il family show di Al Bano è una boccata d’ossigeno

Ossigeno puro. Come quello che si respira in certi pomeriggi di montagna. Sono pochi in Italia in grado di reggere un family show, di trasformare in varietà la propria storia senza eccedere in egocentrismi. Al Bano Carrisi sì, può farlo. Lo si è visto l’altra sera su Canale 5, rete reduce dal deludente Adrian di Celentano, anche questo una biografia musicale, quanto diversa. Il confronto se lo aggiudica 55 passi nel sole, show in due serate (la seconda il 30 gennaio) per celebrare la carriera dell’artista di Cellino San Marco. Prima che negli ascolti (18.3% di share, 3,4 milioni di spettatori), la sentenza è nei contenuti e nella misura. Un gala elegante nella forma e popolare nella sostanza, schietto come il suo protagonista. «Io sono le mie canzoni», dice Al Bano entrando in scena, «sono storie che nascono dal cuore. Questa è la mia vita». Come dire: uno che ci mette la faccia, dritto per dritto. Dopo gli infarti e i malori ha di nuovo voglia di cantare e di calcare le scene, come dimostra il tour mondiale insieme a Romina Power, tappe in Cina, America, Medio Oriente, Europa. La voce e lo spirito sono sempre gli stessi.

Lo studio è disegnato su la strada dei 55 passi, uno per ogni anno di carriera. Il family show è in Cristèl Carrisi, la figlia maggiore esordiente alla conduzione che tiene la serata dosando l’ego del padre. È in Romina jr, coinvolta nei promo e negli stacchi. È in Al Bano e Romina seduti a un tavolo che sono il format nel format. Proprio nella «family» è il segreto. Nel mettersi in scena per ciò che si è, con la propria travagliata storia. Tutti insieme sul palco ad accompagnare Felicità remixata con J-Ax. Lo show parentale diventa amicale e vive di tanti momenti diversi. Il momento Sanremo, con Pippo Baudo a ripercorrere i festival, dal primo di entrambi, anno 1968, quando spunta l’Al Bano blues di La strada, autori Gene Pitney e Mogol. Il momento nazionalpop dei Ricchi e Poveri, Toto Cutugno e Pupo. Ancora il blues, con Alex Britti alla chitarra. Il momento emigranti con Lino Banfi, dalla Puglia a Milano e, a seguire, il momento genitori-figli, sottolineato dalla poesia di Khalil Gibran e le foto «di quando eravamo tutti insieme», anche con Ylenia. Bussa ancora sconfina nel rock, prima dell’omaggio al Celentano di Soli e Azzurro. Infine, la dedica di Giuliano Sangiorgi e Fabrizio Moro che, emozionatissimo, dimentica il testo di Portami via. Uno show spontaneo e misurato, senza pulpiti e intellettualismi, apprezzabile anche da chi non è un fan della prima ora. Avercene.

La Verità, 25 gennaio 2019

Adrian di Celentano? Più Jack Folla che Black Mirror

Le polemiche continueranno, garantito. È sempre stato così. Se parla perché parla, se tace perché tace. Basta scorrere Twitter, la nuova macchina del fango di cinguettii-schizzi. La tv è monocorde, però se arriva un prodotto diverso, e diversissimo dal linguaggio di Canale 5 che lo trasmette, non va bene lo stesso. La verità è che Adrian è stroncabilissimo. Ingenuo, imperfetto e, al netto dell’estetica e delle musiche, un po’ datato. Anche gli ascolti non sono stati strabilianti: share del 21.9% nella prima parte, quasi 6 milioni di spettatori, e del 19.1 nella seconda. Per di più, è arrivato al culmine di un’attesa decennale che predispone alla reprimenda.

Ma ricominciamo da capo, provando a separare la tara dal prodotto. Adrian è un biopic di Celentano in forma graphic novel realizzato da grandi firme (Nicola Piovani, Milo Manara, Vincenzo Cerami, finché è stato in vita). Il resto è contorno; compreso il live dal Teatro Camploy di Verona, produttore Gianmarco Mazzi, con il suo cameo di tre minuti, giusto per dire che la battuta su di lui rompi co…i va cambiata e per bere un bicchiere d’acqua, chiosato dal fulminante «bevimi» di una groupie in platea. Al casting di Nino Frassica e Francesco Scali per entrare nell’Arca della bellezza, con annessa presa in giro della televisione, segue il monologo sul pubblico pecorone di Natalino Balasso. Celentano mostra di tenere solo al cartoon apocalittico. Un orologiaio che vive in Via Gluck, in realtà un angolo dei Navigli con darsena e cupola che resiste tra grattacieli e soprelevate, si erge supereroe contro il regime dominante. Siamo nel 2068 e la bottega nido d’amore con una Gilda (Claudia Mori) particolarmente focosa, è il posto dell’autenticità frequentato da vecchie smemorate e ragazzi in cerca della formula dell’amore (che ovviamente si trova nei testi di Adrian). È l’eterna lotta della bellezza contro il potere, dell’artigianato contro il pensiero unico, della tradizione contro la globalizzazione gestita dai politici, i servizi segreti e l’informazione asservita… L’infelicità diffusa è cominciata quando l’uomo è passato da dire «io sono» a dire «io ho». Ci vuole un nuovo Sessantotto…

Per dare ordine alla serata si usa un’impaginazione didascalica, divisa in anteprima, aspettando Adrian, Adrian e backstage finale. Ma tra il fumetto e la parte live i nessi sono ipotetici. La vacuità di oggi condurrà alla distopia di domani? Prefazione e postfazione dal vivo son buttate lì. Mentre il cartoon, più Jack Folla che Black Mirror, è levigatissimo. E mostra i suoi troppi anni di gestazione.

 

La Verità, 22 gennaio 2018

 

 

Il terzo True Detective? Un gran bel noir sociale

Migliore della seconda, ma ancora lontana dalla qualità della prima, la terza stagione di True Detective, trasmessa in versione sottotitolata da Sky Atlantic in contemporanea con Hbo che la produce, colma un’attesa di quattro anni ma solo in parte il divario artistico dall’edizione con Matthew McConaughey e Woody Harrelson (qui produttori esecutivi con Nic Pizzolatto, ideatore e sceneggiatore della serie).

«Credevo che da queste parti ci fosse un prima e un dopo il Vietnam, invece ho scoperto che c’è un prima e un dopo il caso Purcell», confessa ai suoi superiori il detective di colore Wayne Hays (Mahershala Ali) che il 7 novembre 1980, «giorno della morte di Steve McQueen», aveva iniziato a indagare con il suo partner (Stephen Dorff) sulla scomparsa di due fratellini.

Siamo nell’altopiano dell’Ozark, America rurale di officine, store e pick up, sfiorata dalla marginalità, con veterani della guerra che girano in go-kart colmi di resti di spazzatura da rivendere e gruppetti di giovani disadattati che frequentano la Tana del Diavolo, luogo di riti satanici. Anche la professoressa di lettere del liceo (Carmen Ejogo) può far poco per migliorare le condizioni dei ragazzi. Tra lei e Hays scatta però la solidarietà dei neri nella comunità bianca, diffidente soprattutto quando l’investigatore pone le domande indispensabili per le indagini. Dieci anni dopo il caso viene riaperto a causa di nuovi elementi e, ora che Hays e la professoressa sono marito e moglie, i superiori interrogano il detective nel tentativo di chiudere definitivamente il caso che ha segnato la comunità. Anche questo interrogatorio però è narrato in retrospettiva perché, in realtà, ci troviamo nel 2015 quando, intervistato da una giornalista televisiva, l’ormai settantenne Hays tenta di riannodare i fili della memoria combattendo con i primi accenni di demenza senile.

La storia si svolge, dunque, su tre piani: la presa diretta delle indagini, la parte più avvincente e riuscita, soprattutto nell’ambientazione socio-culturale, la prima ricostruzione con l’interrogatorio del detective, e la terza, con l’esercizio di memoria e il saldo esistenziale di Hays anziano. Grazie all’invecchiamento del carismatico protagonista e all’ottima scrittura, i rimbalzi temporali, facilmente intelligibili, si snodano in un thriller che tocca senza manierismi patinati i temi del razzismo, dell’integrazione e della ricerca psicologica. Svolgendoli in un racconto lento e ricco di pathos che tuttavia non ha, e forse non può avere, il carattere innovativo della prima, inarrivabile, stagione.

 

La Verità, 16 gennaio 2019

Una Compagnia del cigno senza centro narrativo

Da L’amica geniale a La Compagnia del Cigno il salto è notevole. In basso, purtroppo. Siamo su Rai 1 e dietro c’è sempre Rai Fiction, ma le uguaglianze finiscono qui. La serie diretta da Saverio Costanzo era tratta da un bestseller, quella scritta e diretta da Ivan Cotroneo è nata per la tv. Però, chissà, forse la differenza principale, causa di tutte, è proprio quella che intercorre tra Costanzo e Cotroneo. Se si ha l’ambizione di introdurre nella fiction di Rai 1 linguaggi e formule nuove come il musical e il fantasy catartico, tanto più bisogna essere impeccabili nella narrazione elementare. Là dove, invece, La Compagnia del Cigno evidenzia qualche debolezza, la principale delle quali è la modica quantità di coinvolgimento del telespettatore (lunedì, ore 21.30, share del 24.03% nei primi due di dodici episodi).

Nel conservatorio Giuseppe Verdi di Milano l’esageratamente severo maestro Luca Marioni (Alessio Boni) sta tentando di creare un’orchestra con gli allievi più promettenti. Al gruppo in cerca di affiatamento si aggiunge strada facendo Matteo (Leonardo Mazzarotto), violinista di talento proveniente dalla terremotata Amatrice. Ospite dello zio gay (Alessandro Roja) cui l’hanno affidato il padre e la madre separati (Stefano Dionisi e Giovanna Mezzogiorno), il nuovo arrivato viene aiutato a integrarsi nell’orchestra dalla «compagnia del cigno» (in omaggio a Verdi, il Cigno di Busseto), composta da sei ragazzi scelti dal tenebroso maestro. Intanto s’intrecciano le storie sentimentali di giovani e adulti.

Finalmente ambientata al nord dopo tante storie romane e napoletane, La Compagnia del Cigno ha anche il pregio di indagare il rapporto tra il talento e la necessità di una disciplina che comporta sacrifici per corrispondere alle ambizioni. L’idea di affidare a piccole dosi di musical il racconto degli stati d’animo è congeniale alla narrazione fluida di moda. Tuttavia, a causa del lungo prologo necessario a tratteggiare i profili dei coprotagonisti, finora priva di un centro affettivo, la storia stenta a decollare. Alla coralità dei ragazzi si contrappone il maestro soprannominato «il bastardo», nel tentativo di farne l’antagonista sblocca trama. Con questa serie Cotroneo, navigato autore di programmi (Parla con me, Stasera casa Mika) e di fiction, nonché regista al cinema, esordisce dietro la cinepresa anche in tv, frequentando i temi prediletti come i rapporti omosessuali più o meno metabolizzati (È arrivata la felicità, Una grande famiglia, Io e lei) e l’integrazione del diverso. Temi politicamente corretti, cari alla Rai renziana.

 

La Verità, 9 gennaio 2019

Il compleanno di Celentano, un evento

La rivoluzione di Rai 2 muove i primi passi. Sabato sera è andato in onda C’è Celentano, un lungo speciale in occasione dell’ottantunesimo compleanno del Molleggiato concluso con un affettuoso: «Auguri Adriano! Rai 2 ti vuole bene». Risultato? Boom di ascolti: quasi 3 milioni di telespettatori (14.38% di share) e seconda rete più vista dietro Rai 1. Sembra una magia, ma sono numeri sorprendenti fino a un certo punto. Quando c’è un grande autore a capo di una rete tv la differenza si vede. Carlo Freccero è un autore politico nel senso più completo del termine, un uomo che padroneggia la natura profonda, verrebbe da dire quasi ontologica, della televisione generalista, cuore pulsante della vita collettiva. Solo lei lo può essere, più delle piattaforme streaming, delle tv satellitari e delle multinazionali che cavalcano la rivoluzione digitale: tutte, a loro volta figlie della globalizzazione (che ha pure i suoi pregi, non va dimenticato).

C’era il compleanno di Celentano e c’è il tanto atteso Adrian, cartone sulla rampa di lancio di Canale 5: quale occasione migliore per riaffermare che il Molleggiato è patrimonio della tv pubblica, che lì è nato e lì ha giocato le sue carte migliori. Celentano è una creatura nata in Rai e, da arcitaliano, è anche uno dei maggiori protagonisti dell’immaginario storico del Paese.

Solamente saccheggiando le Teche Rai, gli autori Paolo Luciani, Cristina Torelli, Roberto Torelli e Cristiana Turchetti hanno realizzato oltre due ore e mezza di un omaggio travolgente e tenero ad un tempo, contrappuntato di saluti e ricordi d’autore di personalità di grande prestigio artistico: da Giancarlo Giannini a Renzo Arbore, da Carlo Verdone a Dario Argento, da Achille Bonito Oliva a Rita Pavone solo per citarne alcuni fra i tantissimi. È stato un gigantesco blob, un flusso d’immagini traboccante del talento visionario, selvaggio, dirompente ed eversivo del festeggiato, partito sulle note di Prisencolinensinanciusol, «il primo rap della storia», e proseguito con Ventiquattromila baci al Festival di Sanremo, quando il Molleggiato sembrava ancora un Jerry Lewis prestato al rock. Mentre era, in realtà, uno che aveva capito che anche cantare «fuori tempo e essere squadrato», nel senso di fuori quadro, poteva divertire il pubblico. Una meravigliosa antologia di grandi momenti di televisione, musica e cinema da Fantastico 8 a Francamente me ne infischio, da Yuppi Du a Rockpolitick, da Un mondo in mi settima a Una carezza in un pugno, divisi in tre grandi capitoli (La celentanità, Adriano e l’amore, Adriano e il mondo). Momenti che sono la nostra storia. Pagine che parlano di noi.

La Verità, 7 gennaio 2019

Black Mirror interattivo sul tempo e il libero arbitrio

Un bivio dopo l’altro. Un’alternativa secca dietro l’altra, fra due opzioni. Prendi la pasticca o la rifiuti? Vai dalla psicologa o segui l’amico carismatico? Rovesci il tè sulla tastiera o distruggi il computer con la memoria esaurita? È Black Mirror: Bandersnatch, primo film interattivo prodotto e distribuito da Netflix, evento unico diretto da David Slade, della durata di un’ora e mezza che può raddoppiare a seconda delle scelte fatte dal telespettatore. Mentre scorrono le immagini, alla base dello schermo compaiono le due opzioni da cliccare sul telecomando delle tv di ultima generazione o sul mouse per decidere l’azione del protagonista. Niente di epocale, nessuna lotta tra bene e male, tra giusto o sbagliato. In prevalenza, sono scelte di gusto o alternative tra qualcosa di più prudente e qualcos’altro di più avventuroso o trasgressivo. Però non bisogna tirarsela da burattinai della storia perché può succedere di scartare una strada e di ritrovarsi a imboccarla ugualmente dopo una curva della trama.

Nel luglio dell’orwelliano 1984, Stefan (Fionn Whitehead), giovane e impacciato programmatore informatico londinese con trauma infantile alle spalle, propone alla Tuckersoft, azienda di videogiochi, di crearne uno da Bandersnatch, il romanzo multitrama di un pazzo visionario, più noto per aver tagliato la testa alla moglie. Quisquilie; quello che deve decidere è se lavorare a fianco del miglior programmatore di videogame in circolazione, lasciandosene inevitabilmente condizionare, o se rintanarsi in camera, geloso della propria indipendenza. Click e si avanza fino al prossimo bivio: entrare nella «follia creativa» o finire dentro il buco della «guerra contro la tua testa»? Se scegli la via più sterile può capitare di dover riannodare i fili della trama. Come deve fare Stefan con il suo passato, segnato dalla morte della madre. Tra flashback e incubi complottardi, tra esperienze psichedeliche e mondo virtuale, tra realtà e finzione, i piani della storia si sovrappongono e rincorrono di continuo. Ma proprio l’interattività non fa perdere il filo allo spettatore. Perché, se «il passato è immutabile e non lo si può cambiare», il futuro è tutto da costruire attraverso le nostre scelte, proprio come in un videogame. O forse no? E le cose sono un tantino più complicate… Anche perché, magari, «qualcuno ci controlla dal futuro», e chissà chi è… Perché, alla fine, questo Bandersnatch è soprattutto un gioco. Anzi, un video gioco. Attraverso il quale riflettere sul tempo, il libero arbitrio, lo strapotere dei media e i complotti che, forse, governano il mondo.

La Verità, 29 dicembre 2018

Butterfly, identità sessuale come opzione infantile

Un dramma con lo smalto per le unghie, il rossetto e la calzamaglia. Max è un ragazzino undicenne che vuole diventare Maxine. E lo vuole a costo di mettere a repentaglio l’amore fra mamma e papà – si chiamano ancora così – e l’unità della famiglia alla quale appartiene anche la trascuratissima sorella Lilly. È la storia di Butterfly, miniserie inglese in tre episodi sulla transizione di genere, ideata da Tony Marchant e diretta da Anthony Byrne (Peaky Blinders), trasmessa da Fox Life tra gli hurrà della colorita tifoseria gender.

Dunque, Max (Callum Booth-Ford) ha 11 anni e il primo giorno di scuola media si fa la pipì addosso perché non riesce a entrare nella toilette femminile mentre in quella maschile si sente a disagio. Già a otto anni, però, indossava abiti rosa e prediligeva le bambole al pallone, tanto che una volta, esasperato, il padre (Emmett J. Scanlan) aveva lasciato partire un ceffone, scandalizzando la madre (Anna Friel), più propensa ad assecondare le inclinazioni del ragazzino. Il contrasto sfocia nella separazione dei genitori mentre, con l’incoraggiamento della sorella maggiore («Per me tu sei mia sorella»), la tendenza di Max si accentua. Quando il padre torna a vivere in casa la situazione rimane complicata. A scuola i bulli non perdono occasione per mortificare Max e le differenze tra i genitori sui metodi educativi aumentano. Ma siccome la decisione di Max di operarsi prima possibile è prioritaria, non resta che iniziare la terapia che ritarda la pubertà. Gli scontri familiari richiamano l’intervento del tribunale dei minori, ma la fermezza di Max-Maxine, più degna di un venticinquenne che di un preadolescente, finisce per spuntarla su qualsiasi ripensamento.

La volontà di cambiare genere è il punto di partenza, incontrovertibile come un dogma. Un assioma basato su un’inclinazione emotiva. Se Max minaccia di evirarsi, il genere – non l’identità sessuale che è un fatto di natura – è un’opzione, qualcosa che si può cambiare in base a come ci si sente. Nessuno s’interroga realmente sui motivi del disagio del bambino, salvo un fugace accenno della madre all’auspicio che il nascituro fosse femmina.

Con Butterfly l’asticella dell’ideologia gender si alza. Non riguarda più solo certe nicchie del mondo adulto, ma coinvolge e contagia l’infanzia.

 

Politico batte divulgatore e Firenze diventa Firenzi

Lo sapevate che Firenze è una delle città d’arte più belle d’Italia, d’Europa e forse del mondo? Che in 750 metri sono racchiusi Palazzo Pitti, Palazzo Vecchio uniti dal Corridoio del Vasari, il Giardino di Boboli, il Museo degli Uffizi e Piazza della Signoria? E che tutti questi siti traboccano di opere d’arte, testimonianze del Rinascimento, una delle stagioni più feconde della storia dell’umanità? Un po’ lo sapevamo, diciamo la verità. Stavolta però ce lo dice Matteo Renzi nel primo dei quattro episodi di Firenze secondo me, il documentario prodotto dalla Arcobaleno tre di Lucio Presta e andato in onda ieri sera sul Nove del gruppo Discovery.

Con tanta ricchezza d’immagini e forme, il programma si fa da solo. È, dunque, apprezzabile il coraggio del senatore semplice di Scandicci alle prese con le trame precongressuali nel Pd ben più nefaste di quelle della corte dei Medici, è apprezzabile, si diceva, il coraggio del conduttore nel tentare di restituire con aggettivi e iperboli la grazia della Venere del Botticelli o il mistero della Battaglia di Anghiari di Leonardo Da Vinci. Renzi ce la mette tutta; soprattutto mette le mani avanti, ci si augura perché consapevole della sproporzione: «Io non sono un esperto, io non sono un critico letterario, io non sono uno storico dell’arte…». Però, siccome la bellezza è l’antidoto «all’ignoranza e alla volgarità, seguitemi», invita l’ex premier. Che subito dopo si trova davanti a un bivio chissà quanto metaforico delle sue scelte personali: la politica o la carriera televisiva, il solito Pd o il nuovo partito personale. Qui il bivio è fra il Giardino di Boboli come esempio dell’espansione dei Medici o come meta dello studente Matteo quando bigiava. Lo straniamento del telespettatore è inevitabile perché in quel «secondo me», oltre alle fughe scolastiche nel giardino più bello del pianeta, esorbita anche il politico sul divulgatore. È un dato di fatto, una questione di credibilità, prima ancora che di parole e di modi. Mentre conciona del Salone dei Cinquecento «culla della democrazia», il pensiero dello spettatore schizza sulla rinuncia di Marco Minniti alla corsa da segretario causa mancato appoggio del buon Matteo. Certo, potrebbe essere tutta una Calunnia come racconterebbe il Botticelli nell’opera che raffigura il sovrano indotto in errore dal sospetto e dall’ignoranza, mentre la verità viene «messa da parte». Che potrebbe pure essere «il quadro delle fake news», perché La Calunnia riguarda «anche il mondo politico di oggi», garantisce l’ex premier neo conduttore tv. Ma qualche domanda alla fine sorge spontanea: perché l’avrà fatto? E quale sarà la verità messa da parte? Inventarsi un nuovo futuro o pagare il mutuo della nuova casa?

La Verità, 16 dicembre 2018

Il calderone della Gialappa salvato dal Mago Forest

Dopo ripetuti rinvii, giovedì sera è arrivato Mai dire talk, il nuovo programma della Gialappa’s Band. Se l’idea di partenza sembra ottima e in perfetto «stile Gialappa», in questa prima uscita la realizzazione è parsa approssimativa e bisognosa di aggiustamenti (Italia 1, ore 21.30, share del 5.2%). I conduttori in studio sono il Mago Forest, Greta Mauro in trasferta da Matrix, e Stefania Scordio prestata da Tgcom24. Troppo a lungo alle loro spalle sedevano ben otto opinionisti con il compito di commentare le performance degli altri ospiti o di rispondere alle provocazioni del trio comico che cercava di coinvolgerli. Uno spreco chiamare Paolo Guzzanti, Jake La Furia, Paola Di Benedetto, Marina La Rosa, Barbara De Rossi se poi rimangono al margine del discorso. Ma ci sono da reggere tre ore e mezza di show e allora vai con gli ospiti, da Paola Barale a Valerio Scanu, da Roberto Giacobbo, new entry a Mediaset, a Ciccio Gamer, youtuber con milioni di followers. E vai anche con le imitazioni di Giorgia Meloni, Giuseppe Conte e Asia Argento, quest’ultima la più riuscita ad opera di Francesca Manzini. Poi ci sono gli inserti comici di Sensualità a corte di Marcello Cesena, il Jerry Polemica di Maccio Capatonda, la presa in giro delle web serie. Infine, non mancano le incursioni di Alfredo Colina, uno stagista fuori corso, della «brieffatrice» Brenda Lodigiani e di vari altri stand up comedian.

Insomma, un po’ un calderone, un helzapoppin rocambolesco, forse figlio dell’esorbitante squadra di 14 autori, nel quale comunque, alcune idee sono azzeccate. Come quella dei due scrittori che devono convincere Giulia De Lellis, 3,3 milioni di follower su Instagram senza aver mai letto un libro a farlo (Guzzanti: «Io ne ho letti tanti, ma vedendo lei mi chiedo perché»). I temerari deputati all’impresa erano il poeta Gio Evan e Giovanni Storti, il quale ha raccontato il suo libro sulla corsa che però parla anche di filosofia, di storia e di avventure… «Già il pensiero mi annoia», è stato il fulminante contrappunto di De Lellis (ovviamente, sulla rubrica si è scatenato il diluvio moralista dei social). Fulminanti anche, come sempre, alcune gag del Mago Forest, apparso il più in palla della situazione, l’unico a reggere il ritmo abrasivo della Gialappa, le cui interpunzioni stentavano a farsi largo in mezzo a troppe voci.

In passato, i Gialappi hanno lanciato una folta schiera di comici, ma perché la magia si ripeta occorre mettere un po’ d’ordine nel nuovo laboratorio.

La Verità, 1 dicembre 2018

Il rione, la voce narrante e il mistero di Lila e Lenù

Parafrasando Alfred Hitchcock, certe serie tv sono la letteratura senza le parti noiose. La conferma della prima impressione avuta su grande schermo («Il cinema di Saverio Costanzo migliora L’amica geniale») è arrivata dalla seconda visione su Rai 1 dei primi episodi della serie tratta dalla tetralogia di Elena Ferrante (edizioni e/o). La congiunzione astrale favorevole alla collaborazione tra le migliori eccellenze dell’industria dell’audiovisivo non solo italiana ha prodotto un gioiello di alto artigianato. C’è un best seller riconosciuto a livello internazionale con una storia semplice ma densa e profonda. C’è Fandango che ne acquista i diritti per la trasposizione e accetta la partecipazione al progetto di Wildside che coinvolge Hbo, una garanzia. Insieme affidano la regia a Costanzo (su suggerimento della stessa Ferrante). C’è la produzione di Rai Fiction e Timvision. Si scelgono gli sceneggiatori: Laura Paolucci e Francesco Piccolo che si aggiungono a Costanzo e Ferrante. Paolo Sorrentino è produttore esecutivo. Non sempre i tasselli del puzzle s’incastrano bene quando ci sono in gioco tante teste e tanti interessi. Stavolta sì e l’esito è superlativo. Gli ascolti record (29.3% di share per 7.092.000 telespettatori, senza contare quelli di Timvision), da Commissario Montalbano per capirci, dimostrano che il pubblico l’ha già riconosciuto.

La storia di Lila e Lenù (Ludovica Nasti ed Elisa Del Genio, esordienti ma già bravissime) inizia sui banchi della scuola elementare davanti alla formidabile maestra Oliviero (Dora Romano), pronta a riconoscerne i talenti e a spronarle alla curiosità e allo studio. L’amicizia tra le due bambine – una intrepida scugnizza dalla carnagione olivastra, l’altra eterea e timida ma tenace – si cementa attraverso prove di coraggio e condivisione di segreti. Ma il segreto più denso è nella magnetica Lila che inventa sempre nuove sfide, convincendo Lenù a valicare sempre i limiti: per andare al mare, scendere in una cantina buia, affrontare il malvagio del quartiere a viso aperto. La voce narrante di Alba Rohrwacher, flusso di memoria di Lenù adulta, introduce nell’intimità della storia e nella genialità dell’amica: «Prendeva i fatti e li rendeva con naturalezza carichi di tensione; rinforzava la realtà mentre la riduceva a parole, le iniettava energia», scrive Ferrante. L’altro protagonista è il rione che ricorda certi villaggi western: teatro di soprusi, misoginia e povertà da cui emanciparsi. Un rione grembo, un quartiere incubatrice. Palestra dove ci si forgia per andare oltre.

La Verità, 29 novembre 2018