Il Papa, don Marco e il cristianesimo di oggi

Un Papa ospite fisso di una trasmissione televisiva non s’era ancora visto. È accaduto mercoledì sera su Tv2000, nella prima di otto puntate di Padre nostro, il nuovo programma ideato e condotto da don Marco Pozza, il cappellano del carcere di Padova. L’unico precedente (oltre la famosa telefonata di Giovanni Paolo II a Porta a Porta di Bruno Vespa) di un Papa che va in tv fu la partecipazione di Benedetto XVI ad A sua immagine di Lorena Bianchetti. Qui però, è un’altra storia perché Francesco ha concesso una lunga intervista rispondendo alle domande di don Marco sulla preghiera del Padre nostro che verrà frammentata in tutte le puntate. Il sacerdote e Bergoglio sono seduti uno di fronte all’altro in una saletta dell’Aula Paolo VI in Vaticano, il Papa in abito bianco, don Marco in giacca e sneakers ai piedi. «Chi è un Dio che si fa chiamare Padre e si fa dare del tu?», gli chiede il sacerdote, dando a sua volta del tu al Pontefice. Oppure che cosa vuol dire che «Dio sta nei cieli se poi è lui che si mette in cerca di noi?». Il Papa risponde attingendo all’esperienza personale, alla vita di bambino, non alla dottrina né alla teologia. Cita la volta in cui suo papà lo accompagnò a togliere le tonsille, per anestesia un gelato e, al ritorno, lo vide pagare l’autista del taxi. Quando gli ritornò la voce gli chiese perché avesse pagato l’uomo della macchina: «Da bambino credevo che tutte le macchine della città fossero sue… Invece no, Dio è il Dio della gloria, ma è anche uno che cammina con te, che ti offre il gelato quando è necessario». Anche il Papa accetta pone e si pone domande. In altri passaggi dell’intervista anticipati dall’emittente della Conferenza episcopale italiana non risparmia critiche al mondo musulmano e si chiede se «oggi il nome di Dio è santificato nelle ragazze rapite di Boko Haram?» o nei cristiani che lottano fra loro per il potere. Domande e riflessioni che interrogano i credenti e la società contemporanea scristianizzata. Alla fine, Padre nostro è un’ora di catechismo sulla paternità e non solo. Un’ora di cristianesimo elementare e profondo che, grazie alla curiosità di don Marco Pozza, si confronta con lo spirito del tempo. Commovente l’intervista di don Marco a suo padre, che si chiama Francesco pure lui: «Questa è una delle conversazioni più lunghe che abbiamo mai fatto». E quella alla figlia di un carcerato, condannato all’ergastolo, che lei ha conosciuto e visto solo in galera.

La Verità, 27 ottobre 2017

The Deuce, verismo sulle origini del porno

Un viaggio all’origine del degrado. Un ritorno dove tutto è cominciato. La discesa agli inferi in presa diretta. Dire «New York, 1971» è fotografare un’epoca. Dire The Deuce, il soprannome della 42esima strada che porta a Times Square, significa zumare sui marciapiedi delle prostitute, dei papponi neri, delle dosi di coca, dei mafiosi italo-americani, dei bar delle scommesse, dei poliziotti corrotti, dell’Hiv che inizia a serpeggiare. Cose già viste, ma raccontate con dialoghi impeccabili, profili psicologici ad alta definizione e un realismo che non cede un millimetro né al glamour né al moralismo pruriginoso, di solito nemici in agguato di questo genere di storie. The Deuce – La via del porno, serie targata Hbo, creata da David Simon con George Pelecanos, già autori di The Wire, (il primo di otto episodi l’altro ieri su Sky Atlantic) sembra riuscire là dove hanno fallito Martin Scorsese e Mick Jagger con Vinyl: raccontare gli anni Settanta di New York. Lì, al centro c’era la nascita del rock, qui quella dell’industria pornografica.

A far scommettere sul successo di The Deuce c’è innanzitutto un cast eccellente, guidato da James Franco, anche produttore esecutivo e regista di due episodi, e Maggy Gyllenhaal. Franco interpreta due gemelli, uno che si sdoppia tra due bar nel tentativo (vano) di restare pulito e mantenere la moglie che si consola nei locali dei biliardi, l’altro che vive di scommesse e di fughe dai creditori, mafiosi, dei debiti inevasi. La prostituta di Gyllenhaal, che rifiuta la protezione del pappone e batte per mantenere il figlioletto senza cedere a sentimentalismi, è, se possibile, scritta e definita ancora meglio. A completare i pregi della serie ci sono i dialoghi scolpiti nello slang malavitoso, una sceneggiatura solida e un’estetica che ricorda il meglio della produzione dei Settanta-Ottanta, da Le strade di San Francisco a Hill Street notte e giorno. Alla fine, però, il personaggio in più è proprio la 42esima, quella strada teatro di vite disperate, di balordi che raschiano il barile, di randagi pieni di difetti, di motel al neon e lustrascarpe, resa con storie parallele (la più scontata è quella della studentessa spregiudicata) che s’intrecciano, alla ricerca di un po’ di consolazione. Lì, in quella strada e tra quei disperati, la prostituzione e la coca imperano. E quando arriva l’industria del porno sembra solo la scorciatoia per svoltare.

La Verità, 26 ottobre 2017

Talent dei giudici. Agnelli se la tira, Fedez confuso

L’undicesima stagione di X Factor è entrata nel vivo su Sky con la prima puntata live e lo scontro tra i giudizi si profila più vivace del solito. Può essere divertente monitorarli.

 

Manuel Agnelli Si era appena esibito Davide Nigiotti, il primo cantante della Maionchi, e lui ha annunciato: «Voglio dire una cosa a Mara…». «Non dirla, chi se ne fotte!», lo ha rimbalzato lei. Al di là dello specifico, la canzone di Brel e il look del Nigiotti, da un po’ Agnelli se la tira da guru, vuol spiegare a tutti come gira il fumo. Diciamo che è entrato troppo nella parte, appena finito di parlare si abbandona sulla sedia con l’aria di pensare: ho sistemato anche questa… Sussiegoso

Mara Maionchi Il match di carismi con Manuel per dettare la linea è palese. Dall’alto della sua navigazione mica facile abbozzare. «È più facile far ballare i culi sopra i tavoli che cantare un amore finito. Di casino sopra i tavoli ne ho visto a strafottere». E poi: «Qui sono tutti cresciuti con i Blinki i Linki i Blanki, io sono cresciuta con Garibaldi». Con Licitra, Radice e Nigiotti sembra avere la squadra più solida. Difficile tenerla a bada, anche nel linguaggio. Sanamente scorretta

Levante Anche lei non le manda a dire, come quando ha criticato le scelte di Fedez. E alla prima smorfia lo ha nuovamente cazziato: «Devi accettare le critiche dei tuoi colleghi». Dicono i cinguettatori dei social che ci sia sotto la gelosia della Ferragni e che lui abbia dovuto cancellare da Instagram una foto in cui scherzava con Levante. La quale non si scompone più di tanto e si protende anche sul bancone verso le sue concorrenti, cristalli che vuo, trasformare in diamanti. Determinata

Fedez È quello uscito peggio da questa parte di gara. Ai bootcamp aveva scelto Lorenzo Bonamano nonostante la prova impacciata, dando ascolto alla sua pancia. Era la sua scommessa, che al primo live è naufragata. Colpa del regolamento? Forse anche di alcune decisioni sbagliate e sorprendenti, considerata la sua esperienza di giudice e coach. Nemmeno l’esibizione con J-Ax è parsa impeccabile. Momento delicato

Anche Rai 1 vuole farci morire camorrologi

Moriremo tutti camorrologi. Oppure mafiologi. Insomma, esperti di criminalità organizzata in tutte le sue sfaccettature. Su Canale 5 è in onda Squadra mobile. Operazione Mafia Capitale, su Netflix è visibile Suburra, mentre lunedì sera è iniziata su Rai 1 Sotto copertura. La cattura di Zagaria, seconda stagione dopo la prima, in due episodi, dedicata all’arresto del boss dei Casalesi Antonio Iovine. Stavolta, per prendere il capoclan latitante da vent’anni, interpretato da un Alessandro Preziosi che fa la faccia feroce, di episodi ce ne vorranno ben otto concentrati in quattro serate (Rai 1, lunedì, ore 21.25, share del 20.22%). I due boss camorristi furono incarcerati a poco più di un anno di distanza tra novembre 2010 e dicembre 2011 al termine delle operazioni guidate dal capo della Squadra mobile di Napoli Vittorio Pisani e dunque ha una sua plausibilità la realizzazione di due serie con lo stesso titolo. Poco dopo l’arresto di Iovine, grazie alle soffiate dei collaboratori di giustizia, prende corpo la pista che porterà alla cattura di Michele Zagaria. Nella fiction, già nel primo episodio gli investigatori lo localizzano nel bunker di Casapesenna, suo paese natale. Ma la strada è ancora lunga perché, sulla base delle dichiarazioni di un pentito, il capo della polizia viene accusato di collusioni con le cosche. Accuse che innescheranno un procedimento giudiziario che si concluderà con la piena assoluzione nel giugno 2015, ma che hanno suggerito alla produzione un’identità di fantasia al personaggio di Claudio Gioè.

I clan camorristici non sono esattamente l’habitat di Lux Vide, incline a stemperare il noir criminale con le vite private dei poliziotti. Uno di loro vuole riconquistare la moglie, un altro ha in animo di lasciare la polizia per dedicarsi di più alla famiglia, il più giovane dei tre è fidanzato con la figlia del capo. Pure i camorristi hanno un cuore e il braccio destro di Zagaria cede al fascino di sua nipote. Ancor meno credibile appare l’intervento in cui Arturo deve piazzare «sotto copertura» una cimice per intercettare il boss nel bunker ma, nel momento di massima tensione, gli squilla il cellulare. Ingenuità a parte, Rai Fiction e Lux Vide sembrano averci preso gusto. Forse nell’intento di saturare il pubblico prima di Gomorra 3. Moriremo camorrologi.

La Verità, 18 ottobre 2017

Bertolino antifuga cervelli Fazio e Crozza sbagliano

Fondazione Tim sull’innovazione È sbarcato ieri su La7 MeravigliosaMente, programma sull’innovazione di Enrico Bertolino e realizzato da Zerostudio’s per Fondazione Tim. A metà tra l’educational e la divulgazione scientifica, il comico visita in altrettante puntate cinque università dell’eccellenza italiana (Pisa, Genova, Padova, Milano, Torino). La prima notizia è che esistono nonostante le classifiche internazionali. La seconda è la comunicazione smart con cui Bertolino incontra ricercatori di robotica che progettano pancreas per diabetici gestibili con wi-fi, o ingegneri che studiano il trasporto con levitazione magnetica che ridurrà di 2/3 i viaggi sulle linee Tav. Il tutto in agenda «tra due anni».

Errori di programmazione/1 Il primo è Che fuori tempo che fa, il talk show di Fabio Fazio nella seconda serata del lunedì su Rai 1. Con l’eccezione della copertina di Maurizio Crozza, la tavolata con gli ospiti sembra una sorta di «avanzi» del Tavolo con Nino Frassica della domenica. In passato c’è chi ha proposto qualcosa di dignitoso con il marchio Avanzi, ma stavolta c’è da confrontarsi con lo schiacciasassi Grande Fratello Vip. E non basta il traino della Nazionale, tanto più se dopo la fine del match c’è mezz’ora di bar sport, per far superare la sensazione di già visto.

Errori di programmazione/2 L’altro svarione riguarda Fratelli di Crozza in onda su Nove al venerdì (3.5%) come nelle annate su La7, dove quest’anno c’è Propaganda Live di Zoro che gli rosicchia il pubblico militante. Più male gli fa su Tv8 la prima tv in chiaro di X Factor che lo supera regolarmente (4.5% circa). Se non si vogliono cambiare abitudini tocca rassegnarsi.

Correzione per Skroll Dopo un mese di preserale nell’illusione che facesse da traino a Mentana, Andrea Salerno ha deciso di spostare la striscia di Marco D’Ambrosio alias Makkox prima di un altro tg, quello della notte. Gli ascolti delle 19.30 erano scesi sotto l’1%, mentre la replica dopo mezzanotte resisteva attorno al 2% (e il doppio di telespettatori). I frequentatori dei social sono nottambuli.

I capolavori di Taodue L’altro giorno a proposito di Squadra mobile. Operazione Mafia Capitale di Canale 5 Aldo Grasso ha scritto che «vengono in mente tante cose». A cominciare dal «cinema dell’impegno civile (i film dei fratelli Taviani, di Germi, di Petri, di Pontecorvo, di Rosi, di Scola…) così centrale negli anni ’70 del Novecento. Le non poche serie della Taodue da Distretto di polizia a R.I.S., da Squadra antimafia a Le mani dentro la città, solo per citare alcuni titoli, affondano le loro radici culturali proprio in quella stagione in cui il nostro cinema provava a raccontare misteri e storture del nostro Paese».

La Verità, 15 ottobre 2017

Il vip è come il maiale e la Gialappa’s lo sa

In fondo, il vip è come il maiale… Ci sono interi pianeti tv cresciuti sulla costruzione delle very important person. E altri satelliti edificati sulla loro demolizione, o almeno, la loro messa alla berlina, vera o presunta (da Scherzi a parte a Emigratis a Temptations Island). Il sospetto che sia tutto un inciucio, distruzione compresa, è ben più che un sospetto. Ci sono alcune cose da dire intorno alla faccenda. Intanto che l’assegnazione della patente vip è quanto di più labile e arbitrario. Ma questo è più che assodato dopo che, come ha notato Guia Soncini nella sua «modesta proposta» su Il, magazine del Sole 24 ore, i social, mutatis mutandis, hanno regalato quella di maître à penser a gente che qualche anno fa «al massimo avrebbe asserito di essere in grado di tirare il rigore di Baggio». Questa lunga premessa è per dire la difficoltà a investire ore per seguire il Grande Fratello Vip con annessi tatticismi per nomination ed eliminazioni. Ci si può rifare con il corso accelerato di MaidireGfvip della Gialappa’s (Italia 1, mercoledì ore 23.45, share del 7.93%, terza rete assoluta dietro Rai 1 e Rai 3). Se anche il decadimento è spettacolo o meglio, lo sono la sua rappresentazione e la sua messa in scena, il programma della Gialappa’s è un cult. Anzi, una galleria stracult. Con i loro fulminei interventi e le loro vocine insinuanti Marco Santin, Carlo Taranto e Giorgio Gherarducci maramaldeggiano sugli esemplari già al di là del bene e del male, infierendo a rottamazione avvenuta. In vetta c’è Simona Izzo (appena eliminata) che, entrando nella casa, si ripromette di dimagrire e s’ingozza di biscotti, cereali e frutta secca. Poi accusa i compagni di sventura di essere «acefali e non sistemici», ma non le riesce d’inserire le cialde e accendere la macchina per farsi un caffè. Stracult sono i tutorial di Cristiano Malgioglio che insegna a stirare le mutande a tal Luca Onestini col quale flirta apertamente salvo «tradirlo» con Lorenzo Flaherty per provocarne la gelosia. Il momento topico però è l’Odissea di Carmen Di Pietro, il «video on demand» richiesto dai telespettatori. Che non è, come si potrebbe pensare, l’esperienza delll’ex moglie di Sandro Paternostro nella casa del Gieffe, ma la sua versione del poema omerico. Troppo facile per la Gialappa’s.

La Verità, 13 ottobre 2017

Suburra, una Gomorra meno dirompente

Se quei sampietrini potessero parlare… Hanno visto cose che noi uomini del Terzo millennio nemmeno immaginiamo: «La suburra, un posto che non cambia da 2000 anni», dice il Samurai già nelle prime scene. Una delle trovate migliori di Suburra – La serie, dieci episodi su Netflix, è la grafica della sigla. La cinepresa zuma sul lastrico romano e i sampietrini di acciaio lucido si sporgono come squame rettili fino a comporre il titolo, trasmettendo un senso inquietante di violenza strisciante e contundente. La seconda trovata è l’architettura narrativa degli episodi. Che si avviano con un climax, una scena inaspettata sapientemente interrotta, per poi ricominciare da «il giorno prima», con un flashback che riporta all’anteprima, mostrandone l’epilogo, un’altra sospensione cattura curiosità.

L’esordio di Netflix con una produzione made in Italy corrisponde alle molte attese del pubblico di riferimento. Per la realizzazione del prequel del film del 2015, firmato da Stefano Sollima e tratto dal libro di Giancarlo De Cataldo e Carlo Bonini, il colosso della streaming tv è ricorso alla Cattleya di Riccardo Tozzi (produttrice di Gomorra, qui in collaborazione con Rai Fiction), a buona parte del cast del film di Sollima, e alla regia dei primi episodi di Michele Placido, già direttore di Romanzo criminale al cinema (sempre da De Cataldo).

Sui terreni del litorale di Ostia di proprietà del Vaticano e del clan Adami, si concentrano le mire delle cosche mafiose che vogliono trasformarlo in un porto per il traffico di cocaina. La testa di ponte dell’operazione è il Samurai (Francesco Acquaroli), burattinaio della politica capitolina con addentellati in Vaticano, che muove le pedine per fare il gran salto nella criminalità internazionale. Corrompe il politico outsider Amedeo Cinaglia (Filippo Nigro), vuole allearsi con Sara Monaschi (un’ottima Claudia Gerini), revisore dei conti in Vaticano. Il piano si scontra con le ambizioni di tre criminali emergenti: l’allucinato Aureliano Adami (Alessandro Borghi), lo zingaro Spadino (un credibile Giacomo Ferrara), e Gabriele, figlio di un poliziotto (Eduardo Valdarnini). Tra doppi giochi e vendette incrociate, la storia intreccia «patrizi e plebei, politici e criminali, mignotte e preti». In sintesi, «Roma», chiosa il Samurai: la Roma corrotta, cupa e dissoluta, protagonista di Mafia capitale, in parte già vista con la banda della Magliana di Romanzo criminale. L’intrigo ha tutti gli ingredienti giusti per farsi seguire anche da un pubblico largo. Ma forse, avendo una scrittura più elementare di Gomorra, non ne possiede la stessa forza evocativa.

 

La Verità, 12 ottobre 2017

La lezione di resilienza e ironia di Bebe Vio

Quando la vita va in televisione, alla fine, combina sempre qualcosa di buono. La vita e le storie valgono la visione e l’ascolto, soprattutto se raccontate con spontaneità. Il nuovo programma di Bebe Vio, La vita è una figata! (Rai 1, domenica, ore 17.45, share del 10.63%), ha il pregio dell’immediatezza e della semplicità. Almeno, così risulta al telespettatore. La giovane fiorettista, oro alle ultime Paralimpiadi, incontra nella sua coloratissima casa studio laboratorio una serie di persone protagoniste di vicende particolari, «gente un po’ speciale» ma non troppo. Domenica si sono viste Paola Turci, che ha svelato il rapporto con il suo corpo e lo specchio, soprattutto con le cicatrici che le segnano il volto dopo l’incidente che l’ha lasciata miracolosamente in vita; Andrea Caschetto, un ragazzo siciliano che soffre di amnesie in seguito a un’operazione al cervello; Mayla Riccitelli, una bambina di 10 anni che pratica la danza anche se priva della parte inferiore di una gamba; Gianluca Maffeis, un millenial che sta facendo il giro del mondo senza prendere l’aereo. Il denominatore comune di questi incontri sono la spontaneità e l’energia trasmesse dalla padrona di casa, prontamente ricambiata dai suoi ospiti. Ognuno dei quali alla fine è chiamato a dire perché per lui «la vita è una figata» nonostante le disavventure e le circostanze in cui sono incorsi e che condizionano la loro vita. In sostanza, senza presunzione ma con la freschezza di Bebe, La vita è una figata!, convinzione trasmessa alla figlia dal padre Ruggero, è una lezione di resilienza, di capacità di ribaltare le situazioni avverse trasformandole in un pretesto positivo. Il tutto senza buonismi, come visto nel dialogo con Pif, intervistato con telecamerina: «Sai che mi sento più a mio agio se sto dall’altra parte?». «Ah sì? Ma questa è casa mia e le domande le faccio io». «È un piacere venire a casa tua…». «Come ti chiami?». «Piefrancesco, detto Pif… ma una che si chiama Bebe non può fare troppo la spiritosa…». Spontaneità e immediatezza, doti primarie della conduttrice. Ma anche merito degli autori di Stand by me di Simona Ercolani che produce il programma e che, grazie al montaggio, riescono a rendere lineare qualcosa che non lo è.

La Verità, 10 ottobre 2017

Con Costanzo e Maso dentro l’incubo del male

A pensarci bene il mestiere di giornalisti è infilarsi in situazioni scabrose, imboccare strade pericolose. Non è sempre così, certo. A volte si fanno cose più leggere, di evasione, che servono. Ma il succo della professione è quando si riesce a portare a casa un colpo, a scrivere un pezzo significativo dal punto di vista umano, uscendo bene da una strettoia, da una curva sul ciglio del burrone, consegnando al pubblico una grande pagina di giornale o di televisione. Sull’Intervista di Maurizio Costanzo a Pietro Maso, assassino dei genitori condannato a 30 anni di reclusione, uscito dopo 22 per buona condotta, attualmente ospite di una comunità di recupero per tossicodipendenti, è stato scritto che si trattava di sciacallaggio televisivo con l’obiettivo di innalzare gli ascolti (Canale 5, ore 24 del 5 settembre). Forse non si sarebbe detto di un’intervista su un quotidiano che era utile a vendere qualche copia in più. E nemmeno, par di ricordare, si è sentito dire che il libro intervista Il male ero io scritto con Raffaella Regoli nel 2013, era un’operazione cinica per rimpolpare le casse della Mondadori.

Tuttavia, persiste una certa titubanza nell’accostarsi a un colloquio tanto delicato. Costanzo e Maso sono nel salottino inscatolato dalle pareti sulle quali scorrono i filmati che citano la meningite da neonato, mostrano le fotografie dei genitori uccisi, i dialoghi con i tre complici, le spacconerie al bar, il carcere duro, il matrimonio con Stefania naufragato a causa degli stupefacenti. Storia e commenti sono attinti dal libro. Costanzo risponde alle polemiche con una frase semplice: «Cerco di capire l’uomo com’è fatto». Capire Maso è impresa ardita. Oggi ha 46 anni, è abbronzato, indossa scarpe bicolore e ripete di essere per la prima volta «senza maschera e senza corazza». Parla a fatica. Non si commuove nemmeno vedendo le foto di sua madre che gli chiede: «Ma tu ci vuoi bene?». Ammette il narcisismo che gli ha impedito di comprendere ciò che stava facendo. Gli scende una lacrima vedendo l’ex moglie e interrompe il filmato. Costanzo chiede: «Cos’è l’amore per lei?». Il silenzio si dilata. «Questo è il punto», balbetta. Si dice pentito, confida di pensare ogni giorno ai suoi. «Prega?». «Molto».

La Verità, 7 ottobre 2017

 

Per la cronaca, su Canale 5 L’intervista di Maurizio Costanzo ha ottenuto l’11.48% di share (978.000 persone sintonizzate), mentre su Rai 1 la seconda parte di Porta a porta di Bruno Vespa dedicata al rapporto tra gli italiani e il sesso ha conquistato il 12.32% con un milione abbondante di telespettatori.

Le mito-biografie dei boss di Saviano

Insomma, la realtà è sempre più forte della narrazione. E anche della rappresentazione. Sono andati in onda l’altra sera i primi due episodi di Kings of crime, sottotitolo Roberto Saviano racconta le vite dei boss (share dell’1.54% su Nove, del 3.34 su tutti i canali Discovery in simulcast). Nella prima parte lo scrittore ha tenuto una lezione a un gruppo di studenti su Paolo Di Lauro, capoclan che ha ispirato il Pietro Savastano di Gomorra – La serie. Nella seconda ha intervistato in una località segreta e a volto oscurato il collaboratore di giustizia Maurizio Prestieri, a lungo suo braccio destro. Aspettiamo di vedere il terzo episodio su El Chapo perché, di primo acchito, la tentazione di dire che Saviano tende a camorrizzare il pianeta, suffragata anche dalla citazione di Curzio Malaparte posta a esergo («Che cosa vi aspettate di trovare a Londra, a Parigi, a Vienna? Vi troverete Napoli. È il destino dell’Europa di diventare Napoli») è forte.

Dunque, Saviano in giacca e cravatta ci racconta il boss Di Lauro. È materia che possiede alla grande essendo il contenuto del suo bestseller, del film che ne fu tratto e della serie di Sky, esportata in tutto il mondo. Ora ce la ripropone in forma biografica e qui, forse, si cela il pericolo. Il racconto è sostenuto da immagini d’archivio, ritagli di giornali, testimonianze. Chi ha visto la serie vi ritrova la strage del bar Fulmine, l’urina fatta bere dal boss al luogotenente come atto di sottomissione, la ragazza del pusher torturata e bruciata, l’inafferrabilità del capoclan. Solo che, mentre nella rappresentazione della fiction il male è autoevidente, nella narrazione delle gesta del boss, della sua imprendibilità, del rispetto di cui gode e del suo potere invisibile, il rischio della mitizzazione è in agguato. Paradossalmente, per sottolineare la pericolosità del sistema e dei suoi capi, Saviano ne accentua inevitabilmente il potere di fascinazione, senza che le immagini di crudeltà e spietatezza ne rendano la feroce perversione. Più asciutta e diretta risulta la testimonianza dell’intervista con Maurizio Prestieri, il suo tormento, il riconoscimento dei danni procurati, il non dirsi pentito, perché il pentimento è un fatto spirituale. Qui il rischio di mitizzazione non c’è perché c’è l’ammissione di una vita vissuta dentro un incubo: «Io sono stato a New York, ho girato il mondo. Come un malato terminale. Perché un camorrista sa la vita è breve, che alla fine ci sarà il conto, più o meno salato. O la morte o il carcere. Però la morte… Quando vivi questa vita la morte appartiene sempre agli altri, mai a te». Anche Saviano si ritrae e ascolta.

 

La Verità, 6 ottobre 2017