Minoli fa il colpo con il jolly di Salvini

Il colpo l’ha fatto Giovanni Minoli nel suo Faccia a Faccia su La7 che, ormai, è un contenitore, un rotocalco settimanale. Per dire, il sommario di oggi: il caso Cambridge Analytica (con un’intervista via skype a un’italiana che ci lavora e crea gli algoritmi), la fine di Sarkozy, le clamorose (apparenti?) dimissioni di monsignor Dario Viganò, capo della comunicazione vaticana (con un’intervista al vaticanista Gian Franco Svidercoschi), tutto trattato con il solito piglio incalzante. E poi la chiusa, arguta e ardita, di O lì o là di Pietrangelo Buttafuoco, sui turbamenti di Berlusconi. Dicevo del colpo, il faccia a faccia è stato con Giancarlo Giorgetti, vicesegretario della Lega, «il Richelieu di Salvini», anche se lui ha abbozzato. Insomma, l’uomo  forte della Lega, l’uomo del momento, anche se «leghista anomalo», con laurea in Bocconi. L’altro giorno Maurizio Crippa del Foglio ha twittato: «#Giorgetti è l’unico politico intelligente dei prossimi anni. #sapevatelo». Magari non l’unico (ci auguriamo), però…

Da Minoli ha fatto ottima impressione. Sebbene non bazzichi molto i talk, davanti alla telecamera è parso a casa. Occhio tagliente, espressione sorniona, risposte più brevi delle domande. Potrà diventare premier? «C’è chi ama fare gol e gioca centravanti, io ho sempre fatto il portiere. Preferisco stare dove sono più utile». Allora ministro del Tesoro… «Tesori non ne vedo. Semmai del debito, ma non ci tengo». E come si ripiana il debito? «Creando lavoro, ricchezza. Con uno choc fiscale. Se un povero ha diecimila euro di debito, muore. Se li ha lei, Minoli, non è un problema grave». Mi dica tre politici del Novecento che metterebbe nel suo gotha personale: «Don Luigi Sturzo, Bettino Craxi e Umberto Bossi. Non c’entrano fra loro, ma per me hanno un senso». E via così, da vedere.

Sentiremo parlare di Giorgetti. Intanto, il colpo l’ha fatto Minoli…

Narcisismo giornalistico e silenzio dei terroristi

C’è un certo feticismo giornalistico nelle tante rievocazioni per il quarantennale del sequestro Moro cui abbiamo assistito in questi giorni in televisione. Mercoledì sera i palinsesti ne traboccavano. La7 ha proposto il secondo episodio di Atlantide con Andrea Purgatori che ha interpellato Valerio Morucci e Prospero Gallinari. Rainews24 ha trasmesso uno speciale di Ezio Mauro che intervistava Giovanni Moro, figlio del presidente Dc sequestrato il 16 marzo 1978, e Adriana Faranda, la «postina» del commando brigatista. Il Nove ha mandato in onda la prima puntata di Belve con Francesca Fagnani che ha interrogato, anche lei, la Faranda.

Adriana Faranda durante l'intervista a Francesca Fagnani sul canale Nove

Adriana Faranda durante l’intervista a Francesca Fagnani sul canale Nove

C’è un vago sottotesto in queste commemorazioni, figlio del narcisismo che avvelena la nostra professione, per cui il giornalismo degli anni di piombo, quello sì era vero, epico, tosto giornalismo. E, in fondo, scremata la retorica, può persino essere vero: ma a ogni generazione le proprie trincee…

Al narcisismo dei giornalisti, tuttavia, è imparagonabile quello dei terroristi, nefasti protagonisti di quella stagione. Su tutti Barbara Balzerani, ex brigatista né pentita né dissociata, primattrice della strage di Via Fani e della prigionia conclusa con l’assassinio dello statista, libera dal 2011, che qualche settimana fa, con irritante egocentrismo, ha arricciato il nasino su Facebook, annoiata: oddio sta per arrivare il quarantennale, «chi mi ospita oltre confine?». Le ha sanamente replicato Maria Fida Moro: «Che palle il quarantennale lo dico io, non i brigatisti. E non Barbara Balzerani. Loro dovrebbero solo starsene zitti. Se il suo desiderio di andare in una prestigiosa spa all’estero si dovesse realizzare», ha proseguito la figlia di Aldo Moro, «lei porterebbe con sé la sua coscienza…». Risposta definitiva, che suggerisce la terapia del silenzio.

Tutt’altro atteggiamento quello di Adriana Faranda, apparsa una donna sconfitta, nell’intervista alla Fagnani, che non le ha risparmiato le domande più acuminate. Barbara Balzerani dice di non ritenersi un’assassina perché quella era una guerra. E lei si giudica un’assassina? «È dura questa domanda. Dal punto di vista umano sì, so di aver contribuito all’uccisione di persone. Però è anche vero quello che dice la Balzerani: noi in quel momento ci sentivamo in guerra, al di là che questa cosa fosse reale o meno. E la guerra è spietata, la guerra è cinica, la guerra uccide». E ancora: come si sentiva quando leggeva le lettere private di Moro, quelle indirizzate ai suoi familiari? «Male», ammette Faranda, tra sospiri e morsi alle labbra. La pietà ha mai avuto spazio nei vostri discorsi? «No, qualche volta usciva fuori, ma spazio non poteva averne». Lei era presente alla telefonata in cui Valerio Morucci, contrario come lei all’uccisione di Moro, annunciaste alla famiglia che era stato ammazzato: come visse quel momento? «Annunciare la morte di qualcuno ai suoi cari è un momento terrificante, soprattutto quando non la si condivide». Fu quello il momento più terrificante dei 55 giorni del sequestro? «Non c’è un momento più terrificante, lo furono tutti». Chi pensa di aver deluso di più per le sue scelte? «Credo di aver deluso tutti. Ho fatto terra bruciata attorno, a 360 gradi». È ancora possibile per lei parlare di felicità? «Forse di serenità, una serenità compatibile, nei limiti del possibile». Ecco, la profonda autocritica, l’ammissione di colpa, il riconoscimento della sconfitta, sono le uniche espressioni che si possono ascoltare da queste persone.

Persone pure loro.

 

La7 è come un’edicola. E vince le telelezioni

Martedì sera Giovanni Floris ha stabilito il record assoluto del programma per numero di telespettatori (2,17 milioni, con il 9.1% di share). Per quasi un’ora, tra le 22 e le 23, La7 è stata la seconda rete più vista, dietro solo a Rai 1 che trasmetteva la replica di un episodio del Commissario Montalbano. Il programma concorrente, #CartaBianca di Rai 3, si è fermato al 5,6% di share con circa la metà dei telespettatori. L’exploit di DiMartedì conferma e consolida l’ottimo stato di salute della rete di proprietà di Urbano Cairo in questi giorni di svolta politica e istituzionale. Prima di Floris Otto e mezzo di Lilli Gruber era arrivato all’8.2%; addirittura al 9.6% nella serata di lunedì. Appartengono alla favolistica, invece, le prestazioni del maratoneta Enrico Mentana (13.2% nella notte tra il 4 e 5 marzo), tanto che si può sorridere con il tweet di @Dio: «L’autostima degli uomini italiani crolla davanti a Mentana, che dimostra ancora una volta di poter durare tutta la notte».

Enrico Mentana, direttore del Tg La7, dura tutta la notte

Enrico Mentana, direttore del Tg La7, dura tutta la notte

Al di là della battuta, proprio la MaratonaMentana suggerisce il primo dei due motivi principali del successo di La7, ovvero la presenza. Mentana c’è sempre, non molla uno spicchio di palinsesto. E così gli altri. La presenza fidelizza e rende familiari conduttori e osservatori. Ci sono le elezioni e su La7 sai per certo che c’è qualcuno che ne parla con cognizione di causa. Se poi accade, come domenica sera, che gli exit poll e le prime proiezioni arrivano in anticipo rispetto anche alla Rai, alla quantità si aggiunge la qualità. E qui siamo al secondo motivo che rende vincente la rete. La7 è come un’edicola dove sai di trovare il giornale che cerchi: l’edicola dell’informazione e della politica. Ogni programma è come una testata, ognuna con il suo direttore, i suoi commentatori e le sue grandi firme, perfino la sua foliazione. Floris ha arruolato Eugenio Scalfari in versione santone smemorato, come lui stesso ha ammesso (ora invaghitosi di Luigi Di Maio), mentre Nando Pagnoncelli e l’ex ministro Elsa Fornero rappresentano la quota scientifica, alla quale si aggiungono gli opinionisti fissi Massimo Giannini, Marco Travaglio, Maurizio Belpietro, Alessandro Sallusti. Lo stesso si può dire per Otto e mezzo: la qualità del dibattito con le analisi di Massimo Cacciari e Paolo Mieli in versione guru è difficilmente riproducibile altrove. Peraltro, il programma di Gruber ha anche il pregio della brevità di una newsletter. Tutt’altra metrica quella di Mentana, anche lui con i suoi partner e aficionados (Marco Damilano, Franco Bechis, Marcello Sorgi, da consolidare Makkox), ma senza venerati maestri.

 

La Verità, 8 marzo 2018

 

L’anti talk show di Pif con i candidati premier

Scegliere per chi votare alle prossime elezioni è un po’ come scegliere il piatto sul menù al ristorante. L’assunto di partenza di Pif in Il candidato va alle elezioni è già in partenza il manifesto programmatico del suo nuovo programma su Tv8, la cifra della televisione che Pierfrancesco Diliberto ha sempre proposto con il marchio storico de Il Testimone (martedì, ore 21.15, share dell’1.3%). Il tono scanzonato, l’ironia, la curiosità che, senza prendersi sul serio, riesce a guidare con sagacia il telespettatore nella conoscenza degli interlocutori incontrati in modo informale, nelle trasferte in furgone, in treno, prima del comizio in piazza o al bar. Tante volte si sceglie il piatto sbagliato e si finisce per rovinarsi la cena. Bisognerebbe poter assaggiare tutti i piatti prima di fare la comanda. Per le elezioni Pif ha deciso d’incontrare tutti i candidati premier disposti a farsi assaggiare dalla sua telecamerina. Lo scopo è conoscere le persone, far capire chi sono coloro che si propongono come nostri governanti, senza impantanarsi nelle discussioni capziose e inconcludenti che traboccano da tutti i talk show. Si parte con Luigi Di Maio, candidato trentaduenne di M5s, perennemente in giacca e cravatta al quale Pif cerca di estorcere qualche trasgressione: canne, scuola marinata, multe per violazione del codice stradale. Niente da fare: «È la persona più difficile che abbia mai intervistato. Di solito, dopo un po’, la gente si rompe i c…i e viene fuori al naturale». «Ma io al naturale sono così». Il problema è proprio questo. Pif pensava che Di Maio fosse ingenuo, in realtà è abbastanza scafato. Morale: per uno che si candida premier non è del tutto negativo. Con Giorgia Meloni, leader di Fratelli d’Italia, si va sul privato. Il compagno è di quattro anni più giovane e di sinistra: le discussioni su liberalizzazione delle droghe, gay e unioni civili sono animate… «Non si è posta il problema? Io me lo sarei posto», riflette Pif. «Perché voi di sinistra siete più settari», lo punge Meloni. Che si irrita quando viene provocata sul rapporto tra Fdi e Casa Pound. Con il candidato di Liberi e uguali Piero Grasso, palermitano, Pif gioca in casa. L’appuntamento è nella sede della città siciliana, a poca distanza da dove fu ucciso Piersanti Mattarella, fratello del presidente della Repubblica. Il trentacinquenne Grasso era il magistrato incaricato delle indagini. Quella volta la mafia aveva ucciso in pieno inverno e con lui Pif rinfodera gli artigli.

La Verità, 22 febbraio 2018

Un «Principe libero» più adatto per il cinema

Operazione riuscita. Va detto, non era facile. Restituire la complessità e la vitalità di Fabrizio De André, probabilmente il più geniale dei cantautori italiani, non era impresa semplice. De André, uno cui stanno strette tutte le definizioni, compresa quella di cantautore, è stato un artista, uno spirito libero che ha vissuto pienamente il suo tempo e la sua condizione. Non era facile rendere tutto questo in tre ore di televisione, ma bisogna dire che, per una volta, con Fabrizio De André – Principe libero Rai fiction e Bibi film di Angelo Barbagallo ci sono riuscite (Rai 1, martedì e mercoledì, ore 21.30, share del 24.3% nel primo episodio). Sceneggiatura (Francesca Serafini e Giordano Meacci) e regia (Luca Facchini) si sono tenute lontane da ambizioni riassuntive e antologiche per privilegiare la storia, la formazione dell’uomo e dell’artista, interpretato da un bravissimo e molto somigliante, anche se in bello, Luca Marinelli, attraverso l’intenso rapporto con il padre (Ennio Fantastichini), le notti nei bordelli del porto di Genova, l’amicizia con Luigi Tenco (Matteo Martari), i primi spettacoli per gli amici nelle bettole e nei teatri. Poi l’incontro con la prima moglie Enrica Rignon, i primi versi scritti senza convinzione, incoraggiato dall’amico Paolo Villaggio (Gianluca Gobbi): «Tu sei un genio»; «Perché ci sia un genio bisogna che ce ne sia un altro che lo riconosce…»; il primo disco, l’interpretazione di Mina della Canzone di Marinella, tratta da una storia di cronaca raccontata dall’amico cronista; l’amore per Dori Ghezzi, la riluttanza ai concerti, il successo, il rapimento dell’Anonima sequestri dalla tenuta dell’Agnata in Sardegna, che apre la narrazione con un lungo flashback. Infine, l’anarchia ponderata e non ideologica («Anarchia è darsi delle regole prima che te le diano gli altri») che attraversa tutto il racconto, restituendo al protagonista il carisma gentile che rifluiva nei testi delle canzoni, sempre imprevedibili e anticipatori, scelti con accurata ricerca filologica e resi dalla voce di Faber.

Operazione riuscita, dunque. Anche se, forse, proprio la difficoltà del personaggio di stare dentro etichette e definizioni statiche, lascia la sensazione che la fruizione cinematografica sia più consona a un prodotto come Principe libero.

La Verità, 15 febbraio 2018

Di seriali ci sono solo i figli extra matrimonio

Ora che su Romanzo famigliare sono sfilati i titoli di coda si possono tirare le somme di una delle serie che ambivano a rinnovare la fiction Rai. Il bilancio è perlomeno controverso. Anche nella società bene, alta borghesia ebraica imprenditorial finanziaria, con tanto di elicottero in giardino, autista e domestici in servizio permanente, esistono le famiglie disfunzionali. Prima di arrendersi alla malattia degenerativa e finire congelato nella cella frigorifera che l’esperta colf non ricorda di aver trovato aperta e sventatamente chiuso allorché tutti ci si interroga su dove sia scomparso, il capostipite (Giancarlo Giannini) aveva già allestito un rosario di invidie e inimicizie tra mogli, amanti, figli e figliastri, alcuni dei quali di origine Est europea. L’unica figlia nata all’interno del matrimonio (Vittoria Puccini) resta precocemente incinta e, maltrattata dall’invadente genitore, fugge con il compagno (Guido Caprino), ufficiale di Marina a Roma. Anche la figlia e nipote (Fotinì Peluso) si trova gravida a sedici anni, ma ci pensa la zelante ostetrica (Anna Galiena), a sua volta madre extra matrimonio in età avanzata di una ragazza down, a guidarla nel mistero di mestruazioni che vanno e vengono, e nella raffica di ecografie, una ogni mezz’ora di trama. Emblematiche un paio di scene degli episodi finali. Ora che il parto si avvicina sarebbe bene che anche il padre della creatura nella pancia della sedicenne si palesasse, e mentre la dottoressa sta scrivendo il nome di quello naturale, si spalanca la porta della sala d’attesa sull’altro amichetto della puerpera: basta accartocciare il modulo con il nome giusto (o sbagliato?) e compilarne un altro per cambiare la paternità del nascituro. Mezz’ora dopo, al nuovo malore, la solita ostetrica accorre con la figlia down, spiegando che quest’ultima è frutto di una relazione con un uomo sposato, che «gli adulti non esistono» e che siccome lei si è «sentita» di tenerla ugualmente nonostante ne conoscesse l’handicap, ritiene che ognuno debba «sentirsi» libero di scegliere. Insomma, meglio premunirsi, perché il romanzo sarà famigliare con la «g», ma tutti i figli vengono concepiti fuori da rapporti coniugali. Per il resto, oltre che sul terreno affettivo, la famiglia inanella una serie di tradimenti e ricatti senza requie e senza uno straccio di giudizio, anche in materia di beni mobili e immobili. Ci penserà il figliastro ucraino, fino a quel momento ritenuto il più bastardo della congrega, a salvare villona e burattini rivelandosi un genio della finanza dal cuore buono.

Se questa è la nuova fiction di Rai 1, quasi quasi conviene tenersi quella vecchia. Romanzo famigliare è una produzione Wildside, con la regia e la sceneggiatura di Francesca Archibugi. La share della puntata finale è stata del 19.8%.

 

La Verità, 31 gennaio 2017

Gruber, Gabanelli e lo strano effetto che fa

Faceva uno strano effetto lunedì sera Otto e mezzo su La7. Padrona di casa era come sempre Lilli Gruber, ospite unica Milena Gabanelli in occasione dell’esordio di Dataroom, la videostriscia che, quando sarà a regime, sarà visibile quattro giorni la settimana sul sito del Corriere della Sera e sui social network, Facebook in testa (lunedì, ore 20.30, share del 6.1%). Lo strano effetto è dovuto al fatto che le due giornaliste sono entrambi ex Rai; anzi, rappresentano un bel pezzo di storia di giornalismo del servizio pubblico, e ora continuano a lavorare con discreto successo su testate concorrenti. Gabanelli, approdata a Rcs, sarà spesso ospite di La7 di Urbano Cairo, diventata il porto franco dove i transfughi di mamma Rai (Myrta Merlino, Giovanni Minoli, Corrado Formigli, Giovanni Floris, Massimo Giletti, Diego Bianchi e il suo clan, e lo stesso direttore, Andrea Salerno) iniziano una second life. Insomma, due colleghe più o meno coetanee, schiene dritte, una con tutte le rughe vissute, ma con un paio di occhialini molto trendy, l’altra un po’ più disegnata e attenta all’effetto che fa. Entrambi molto credenti nel mestiere, convinte del ruolo dell’informazione nella crescita della società civile, protagoniste di un giornalismo asciutto e senza concessioni né al gossip né alla militanza faziosa. Gruber ha interrogato Gabanelli sui motivi del divorzio dalla Rai, su scopi e contenuti del nuovo impegno professionale con Rcs (le famose sinergie), sui rapporti con la politica e quali inviti a candidarsi abbia rintuzzato, sulla mediocrità della nostra attuale classe dirigente, sul criterio che la orienterà alle prossime elezioni («già comprendere la nuova legge elettorale potrebbe fornire un buon suggerimento per il voto»). Al termine, a ’mo di assaggio, il primo pezzo di Dataroom sugli acquisti di prodotti contraffatti online, qualcosa con cui abbiamo spesso a che fare senza sapere bene come funzioni e quali ricadute abbia sull’economia mondiale. Il pregio del Data journalism è proprio questo: rendere intelligibili argomenti opachi attraverso i numeri e la sintesi. Questa è la second life di Gabanelli: «Accettare la sfida di stare nei nuovi media, là dove si forma la futura classe dirigente». Faceva uno strano effetto pensare che la Rai non è stata capace di far suo questo progetto, tanto più nel momento in cui si fa un gran parlare di rivoluzione digitale e nuovi linguaggi. Non sarà che, mentre si prefigge grandi mete, questa Rai somiglia al Pd renziano, più incline a escludere che a includere?

La Verità, 24 gennaio 2018

A 90Special c’è Fiorello, mancano gli autori

L’idea era buona, ma l’esecuzione è stata scadente. Lo si sente dire spesso nelle telecronache delle partite di calcio, per un tiro sbagliato, un assist maldestro, un’intuizione geniale mal realizzata. La formulazione va applicata pari pari a 90Special, il nuovo programma condotto da Nicola Savino, figliol prodigo a Mediaset dopo la vacanza in Rai (Italia 1, mercoledì ore 21.25, share dell’11.8%). Dunque, rivisitare l’ultimo decennio del millennio, così ricco di mode e di creatività musicale e artistica era una bella pensata. Purtroppo, però, quando si fa televisione, bisogna applicarsi. Ci vogliono studio e scrittura, approfondimenti e contestualizzazione: i gadget e qualche facciona non fanno da soli un programma, e di sicuro non bastano a mettere a fuoco il famigerato «immaginario collettivo» dell’epoca. A meno che non si voglia spacciare un bazar confusionario per qualcosa di studiato. Ma anche per questo serve il lavoro degli autori, che qui sembra difettare parecchio. Impietoso il paragone con un analogo tentativo di rievocazione di un decennio storico, gli anni Settanta di Anima mia con Claudio Baglioni e Fabio Fazio, realizzato nella Rai 2 di Carlo Freccero.

Ad aiutare Savino erano stati convocati nientemeno che Fiorello e Jovanotti, «i ragazzi di via Massena» (sede di radio Deejay) e, almeno stando alla prima ora d’improvvisazione, la scelta aveva i suoi perché. Con due fuoriclasse della diretta, la giocata fluiva semplice e anche i passaggi più arrischiati arrivavano a destinazione. La circolazione della palla è diventata problematica (eufemismo) appena i due big hanno abbandonato la scena. Uscito Fiorello, per dire, senza una motivazione comprensibile è entrato Cristiano Malgioglio agghindato da Angelina Jolie in Maleficent (film del 2014). C’entrano un po’ di più, ma non tanto, Benji e Fede che canticchiano 50 special dei Lùnapop (1999). Il collegamento con Jovanotti a Lugano non torna e Savino si sbraccia, lanciando filmati e coinvolgendo il povero Michele Cucuzza, relegato all’inutile postazione social, e le incolpevoli Ela Weber e Katia Follesa. Il tutto senza una parvenza di copione che vada oltre a un generico sentimento di confusa nostalgia. Dopo mezzanotte, immancabile Rocco Siffredi. Auguri per le prossime puntate.

La Verità, 18 gennaio 2018

Immaturi, quando nel casting c’è già la storia

La trasformazione di Immaturi in serie tv per Canale 5 era molto attesa e, dal primo degli otto episodi, la sensazione è che le buone premesse siano state soddisfatte (venerdì, ore 21.30, share del 19.3%). Il film scritto e diretto da Paolo Genovese nel 2011 incassò oltre 15 milioni di euro, risultando il terzo più visto dell’anno (dietro Che bella giornata con Checco Zalone e Qualunquemente con Antonio Albanese): pare giusto ricordarlo mentre si prende atto dell’annata sottotono del cinema italiano. Qui Genovese è supervisore artistico, autore del soggetto e della sceneggiatura, la produzione è sempre di Lotus production, mentre la regia è affidata a Rolando Ravello. Lo spunto della storia e la storia stessa sono confermati: un commissario dell’esame di maturità non era in possesso dei requisiti per esserlo, l’esame è nullo e, se si vuol esser «maturi», va ripetuto. Il felice gioco tra condizione scolastica e oggettiva, e quella esistenziale e soggettiva dei protagonisti, si ripete perché, nonostante il replay dell’esame, il gruppetto di studenti «ritardati» persiste a rinviare l’ingresso nell’età adulta. Ancor più che nel film, dove si presentavano da privatisti, qui li vediamo frequentare il liceo dando vita allo stimolante confronto generazionale con i diciottenni, inevitabilmente più maturi di loro. Il dj Piero (Luca Bizzarri) continua a fingersi sposato e padre per rintuzzare le richieste di matrimonio delle amanti, l’agente immobiliare Lorenzo (Ricky Memphis) si ostina a vivere da quarantenne in casa dei genitori, la cuoca sessuodipendente Francesca (Nicole Grimaudo) frena i tentativi del suo assistente di trovarle un compagno stabile, l’arredatrice Luisa (Irene Ferri) vive sola con la figlia e rimpiange l’innamoramento inespresso per Lorenzo. La defezione del neuropsichiatra Giorgio (Raoul Bova) e il cambio degli interpreti di Francesca e Luisa non indeboliscono il cast. Che invece si giova degli innesti di Claudia (Ilaria Spada), avvenente professoressa di storia e filosofia dalla doppia vita, e di Serena (Sabrina Impacciatore), sclerata signora della Roma bene. Genovese conferma la capacità di dosare commedia e riflessione, scegliendo protagonisti che abbracciano tutte le categorie sociali e antropologiche (c’è anche lo studente fattosi prete) per favorire lo sviluppo narrativo. Curare la definizione dei personaggi è il modo migliore per avviare bene la storia e le storie. Occhio solo all’effetto Cesaroni.

La Verità, 14 gennaio 2018

Baglioni, il ’68 e un pezzo di musica rimasta fuori

Se Sanremo è, o dovrebbe essere, il Festival della canzone italiana, allora ha ragione da vendere Maria De Filippi. Nel giorno della presentazione ufficiale del cast della 68ª edizione, la conduttrice di Amici e C’è posta per te, nonché dell’edizione numero 67 della kermesse al fianco di Carlo Conti, ha acceso una miccia che è filata sotto il palco del Casinò rivierasco: «Io penso che in generale Sanremo sbagli sempre quando non prende ragazzi dei talent, come Amici o X Factor, perché sono una realtà», ha detto la De Filippi intervistata dal settimanale Chi, «a meno che quelli che si sono presentati non fossero all’altezza».

Maria De Filippi, con Carlo Conti ha condotto l'edizione 2017 del Festival di Sanremo

Maria De Filippi, con Carlo Conti ha condotto l’edizione 2017 del Festival di Sanremo

Parole dirette, che meritano considerazione. Negli ultimi anni Sanremo ha sempre avuto concorrenti usciti dai talent show. Nel 2009, 2010, 2012 e 2013 qualcuno di loro l’ha anche vinto il Festival (in ordine cronologico: Marco Carta, Valerio Scanu, Emma Marrone, Marco Mengoni). Poi ci sono state le partecipazioni dei Dear Jack, Chiara Galiazzo, Lorenzo Fragola, l’anno scorso di Elodie e Michele Bravi; nel 2016 Francesca Michielin si è classificata seconda. Insomma, una presenza consistente e apprezzata sia dal pubblico televisivo che dalla critica. Quest’anno zero: una scelta, probabilmente, al netto della qualità scadente dei candidati che si sono presentati. Oppure, considerando il fatto che dei tre conduttori (Claudio Baglioni, Pierfrancesco Favino e Michelle Hunziker) nessuno è un volto Rai, si è temuto che altri innesti provenienti da programmi Mediaset e Sky diluissero ulteriormente il marchio di fabbrica della manifestazione. Chissà.

Tuttavia, la contemporaneità tra l’anticipazione di Chi e la presentazione della kermesse di Baglioni che, per lanciare il «Festival dell’immaginazione», ha rispolverato persino il Sessantotto, ha creato un corto circuito negativo. Se si vuole parlare di Festival democratico, ecumenico, buono e buonista, tanto da aver eliminato le eliminazioni, converrebbe cominciare a farlo almeno rappresentativo. Cioè, capace di mettere in vetrina tutte le realtà della musica. Escludere i cantanti dei talent vuol dire tagliar fuori un pezzo non trascurabile della scena musicale e creativa, rischiando di trasmettere un’idea lontana dallo spirito del tempo della canzone italiana. Peccato che ai vari Pippo Baudo, Fabio Fazio e Carlo Conti, così prodighi negli spot di consigli al direttore artistico su scalette e camerini, sia sfuggito quello più importante sul cast musicale.

La Verità, 10 gennaio 2017