Prima del via godiamoci certe scintille degli spot

Nell’attesa che finalmente inizi la nuova stagione (a proposito, Quelli che il calcio parte alla terza giornata di campionato – non si potevano fare delle puntate serali per le prime due? – Fabio Fazio il 24 settembre e Domenica in addirittura in ottobre: noi l’abbonamento lo paghiamo tutto l’anno), nell’attesa, dicevo, che, oltre a un po’ di sport vario, inizi davvero la stagione, il meglio si trova negli spot pubblicitari, in certi casi vere scintille di genialità, quello del Buondì compreso. A dirla tutta, sulla campagna che ha scatenato polemiche e predicozzi, oltre gli eccessi moralistici, non so chi è peggio tra due genitori mortiferi e una bimbetta smorfiosa che chiede una merendina «che possa coniugare la mia voglia di leggerezza e golosità». Parla come mangi, sarebbe stata la risposta giusta, e fine della storia. Ma dopo aver standardizzato l’alimentazione di matusa e mocciosi, ormai il politicamente corretto e i dogmi del nutrizionismo che alluvionano tutti i palinsesti hanno hanno invaso anche il linguaggio infantile. Dove invece, sempre in materia di generazioni, non ho difficoltà a scegliere da che parte stare è nel fulminante spot di Vigorsol Easy (non nuovissimo, ma testé riproposto): tutta la vita con l’adolescente ribelle che, dopo aver lanciato dalla finestra il tappetino da yoga, esce dalla camera vestita da punk come padre e madre, fasciati di pelle e borchie (genitori così esistono e si diffondono). Una volta all’aperto si disfa della maschera spruzzandosi con la pompa per innaffiare e, sorda alle proteste dei «vecchi», sale sulla bici del ragazzo, in rotta verso la libertà. Niente divise: nell’era all tattoo, trasgressione e anticonformismo sono acqua e sapone. La generazione dei maturi riguadagna invece credibilità nello spot Tim d’inizio stagione, dove Stanlio e Ollio ballano sulle note di All night, il brano del dj Parov Stellar cantato da Mina, che alla fine chiosa: «È bello ripartire con un sorriso». Un altro gioiello che prosegue la story della bellezza («è bello amare il calcio»; «è bello avere Mina»), inaugurata quasi un anno fa dalla campagna del marchio di telefonia. In tema di sigle e jingle fortunati, è partito con ampio anticipo il corteggiamento della Rai per abituare il pubblico del primo canale all’idea di trovarsi Fazio in casa ogni maledetta domenica. Il promo antologico con la sfilata dei big è efficace quasi quanto è contagiosa Twistin’ night away di Sam Cook. Resta da vedere se il conduttore saprà essere all’altezza dello smalto della sigla. Oltre che di quello del tintinnante cachet.

La Verità, 5 settembre 2017

Il «tutto» di Concita è solo un birignao elitario

L’ambizione che sconfina nella presunzione fa capolino già nel titolo: Da Venezia è tutto (Rai 3, tutti i giorni, ore 20.15, share attorno al 4%). Certo, c’è il doppio senso della formula di congedo degli inviati… ma se per caso qualcuno volesse dire la sua sulla Mostra del cinema di Venezia con un altro programma, un’altra rubrica, una semplice opinione? «That’s all» era il timbro finale alle riunioni di redazione di Miranda Priestly (Meryl Streep nella reincarnazione di Anna Wintour), mitica direttrice della prestigiosa Runway in Il diavolo veste Prada, e la coincidenza svela la pretesa definitiva della conduttrice Concita De Gregorio. Che non sia tutto della mostra veneziana ciò che ci propone, ma solo il suo personalissimo punto di vista, lo si capisce in fretta. L’entusiasmo per Human Flow, per dire, ambiziosa opera sui migranti del dissidente cinese Ai Weiwei, non è per nulla condiviso dalla critica più influente. Però De Gregorio-Priestly-Wintour lo presenta come «un film mondo» che ambisce a generare conversioni al bene e all’amore per i poveri e i disperati. Prima l’etica dell’estetica, insomma. Ma, prima ancora, i tic e il birignao dell’ambiente propalati senza lesinare. Contare, per credere, il diluvio di «è un attore straordinario», oppure di «è un film che ho molto amato». In fondo, parliamo tra noi che capiamo di cinema, e se il telespettatore vuole proprio capirci qualcosa anche lui, si acculturi. Qui discutiamo dei destini di Roma, degli immigrati e dell’umanità. L’élite culturale trionfa. Una certa degnazione nell’accogliere e congedare attori e critici, graziati dall’ospitata, lo conferma. Ripetere i titoli dei film in questione è uno spreco di tempo perché tutti capiscono tutto dai cognomi dei registi: «Oggi hai visto Schrader e anche Del Toro…». Fortuna che Fabio Ferzetti, critico di lungo corso, s’incarica di spiegare chi sono e quali film hanno diretto a beneficio del pubblico che non è solo quello delle terrazze romane. Purtroppo nei servizi girati dalla conduttrice e autrice il soccorso divulgativo è assente e i tic rimangono in tutta la loro supponenza: «Hai finito Opzetek, stai facendo Genovese… e poi farai Cucchi…», ammicca ad Alessandro Borghi incontrato sul litorale ostiense sul futuro ruolo di «madrino (pronunciato alzando gli occhi al cielo, ndr) o padrino della Mostra». Via De Gregorio il boldrinismo è sbarcato anche al Lido. Se Da Venezia è tutto si prefigge di allontanare il grande pubblico dal cinema l’obiettivo è raggiunto.

La Verità, 3 settembre 2017

Enrico Papi e l’evoluzione del game show

È iniziato lunedì scorso il nuovo quiz di Tv8 condotto da Enrico Papi nell’orario di accesso alla prima serata. S’intitola Guess my age – Indovina l’età ed è l’adattamento di Magnolia di un format di Vivendi Entertainment già in onda in Francia, Germania, Austria e Ungheria. Il gioco è particolarmente semplice: i concorrenti che agiscono in coppia (moglie e marito, padre e figlio, due colleghi) devono difendere un patrimonio di partenza di 100.000 euro che si assottiglia progressivamente per gli errori nell’attribuzione dell’età corretta a sette persone sconosciute (lunedì-venerdì, ore 20.30, share del 2.5%). Più lo scarto tra l’età reale e quella percepita è ampio e più la dotazione si sgretola. I concorrenti sono aiutati da sei indizi: una canzone, un vip, un fatto di cronaca o un avvenimento del mondo dello spettacolo coevi del personaggio ignoto; un ricordo dello stesso e, infine, la possibilità di vederlo a distanza ravvicinata. Nella prova finale i concorrenti hanno a disposizione quattro risposte e altrettanti indizi per centrare l’età di un personaggio più enigmatico: ad ogni errore il montepremi si dimezza fino ad azzerarsi. Le abilità dei concorrenti consistono nelle capacità fisiognomiche, nella gestione degli indizi e in un minimo di calcolo mentale. Il pregio del nuovo game è proprio nella semplicità del percorso nel quale, a differenza dei Soliti ignoti di cui è un derivato, anche la suspense ha un tono scanzonato. In cerca di rilancio dopo l’uscita da Mediaset, Papi si mostra a proprio agio in questo format che consolida l’evoluzione del genere: oltre il semplice azzardo (Affari tuoi) e oltre l’enigmistica (Reazione a catena), ora al centro c’è l’identità della persona, indagata con l’aiuto della cultura dell’immagine (I soliti ignoti e, appunto, Indovina l’età).

 

La Verità, 30 agosto 2017

La Rai scommette sulla pallavolo, anzi no

Non si può dire che la Rai non provi a inventarsi qualcosa in questo declino d’estate, antipasto della nuova stagione. L’idea di trasmettere l’EuroVolley su Rai 1 era appunto un’idea (lunedì Italia – Repubblica Ceca, ore 20.30, share del 12.81 %). Nonostante l’esclusione (per motivi di sponsor) dello zar Ivan Zaytsev che ci portò all’argento alle Olimpiadi di Rio de Janeiro, l’Italia è una squadra ambiziosa e, se il suo cammino proseguisse, potrebbe farsi amare e seguire non solo sui social, considerato che il volley è la seconda disciplina sportiva per numero d’iscritti, dopo il calcio. Senza diritti tv della Serie A e delle coppe europee, senza quelli per la diffusione della Formula 1, della Moto Gp e del tennis, e con un solo match di basket programmabile la domenica, alla tv pubblica non resta che tenersi stretta la pallavolo. Premiarla con la promozione su Rai 1 è rischio che oscilla tra l’ultima spiaggia e il tentativo di creare l’evento. Ecco perché, una volta azzardato, bisognava crederci fino in fondo. Invece, nello studio di Rai Sport, dove Simona Rolandi si sforza di rallegrare l’incupito Lorenzo Bernardi, aleggia un’aria da emittente ministeriale che spegne qualsiasi velleità di l’evento sportivo. Le cose migliorano in telecronaca grazie a Maurizio Colantoni e Andrea «Lucky» Lucchetta che prova a seminare un po’ d’euforia con il suo linguaggio immaginifico («La Germania di Andrea Giani è un 4×4 a trazione integrale») e aggettivi che viaggiano in trio («I nostri sono tornati belli, vincenti e sorridenti»; «il muro dev’essere fermo, duro, dolomitico»). Ci si accontenta della minestrina: Rai Sport sembra disabituata a pensare in grande. Allargare il parterre di commentatori con uno tra Julio Velasco, Giampaolo Montali, Francesca Piccinini? Immaginare una lavagna per illustrare qualche schema? Tirare dentro le reazioni sui social? Prevedere dei profili di giocatori e allenatore?

La Verità, 30 agosto 2017

 

Dopo il numero 0 di «M» arriverà il numero 1?

Prendiamolo come un numero zero. Come una puntata pilota. M, il nuovo format di Michele Santoro è un esperimento in tutti i sensi (Rai 2, giovedì, ore 21.15, share del 4,78%). Intanto, il momento della messa in onda per testare l’efficacia della nuova formula. Poi, la divisione in due serate della monografia dedicata ad Adolf Hitler, il primo «mostro» della serie, con l’interrogativo, un tantino forzato, se un fenomeno come quello del Führer può tornare. Santoro entra in uno studio teatrale molto solenne, diviso in due ampie gradinate attraversate da una passerella rossa. Di fronte a lui sta seduto Andrea Tidona che interpreta il protagonista della serata. Mentre ai lati siedono, ben distanziati tra loro, gli «esperti»: lo scrittore Giuseppe Genna, la storica Simona Colarizi e il direttore del Tg La7 Enrico Mentana, coinvolto in quanto possessore di una ricca biblioteca riguardante Hitler e il nazismo. Sulla gradinata opposta trovano posto invece ospiti giovani e in maggioranza di origine straniera, sollecitati dalla coetanea Sara Rosati. Il risultato è uno studio con citazioni classiche, da architettura primo Novecento. Le due parti, esperti e giovani, devono animare il dibattito intergenerazionale e interetnico, con la regia del conduttore che si sdoppia e triplica in tutti i ruoli: intervistatore del redivivo Adolf e dei comprimari dell’epoca, mediatore del dialogo tra le gradinate (reciprocamente sorde), garante del percorso narrativo e della scaletta che comprende il lancio delle minifiction (con accento romanesco) incentrate sull’ambiguo ed esemplare rapporto tra il dittatore e la nipote Geri Raubal (Verdiana Costanzo), l’esito del sondaggio sul possibile ritorno di Hitler e il resoconto delle reazioni alle opinioni spericolate di Youssef, un ragazzo di origine marocchina con cittadinanza italiana, che sostiene che una dittatura sincera sia meglio di una democrazia ipocrita. Prevedibilmente, i frequentatori di Twitter lo subissano di critiche (non tutte riferibili), come fa pure un Mentana particolarmente coinvolto nella querelle.

Se l’idea di fondo è la contaminazione alta dei linguaggi del teatro, del cinema e della televisione in un registro un filo pretenzioso forse più adatto a un canale tematico, è inevitabile che Santoro finisca per recitare tutte le parti in commedia: autore, sceneggiatore, narratore, regista, conduttore.

Insomma, il numero zero di M, realizzato dalla Zerostudio’s di Santoro stesso, appare ancora molto perfettibile. Ma i numeri zero si fanno apposta per capire se ha senso proseguire nella numerazione. Tanto più che dall’autunno Santoro sarà stabilmente su Rai 3. Alla prossima puntata.

Sky Tg24 striglia Google sui video jihadisti

«Basterebbe che le società più grandi e più ricche del pianeta schiacciassero un tasto». Si conclude così la seconda puntata dell’inchiesta condotta da Sky Tg24 contro la pigrizia dei giganti del Web nei confronti dei video di propaganda dell’Isis visibili in rete. La denuncia è stata inaugurata da un editoriale del direttore Sarah Varetto che ha introdotto un lungo e documentato servizio nel quale si mostrava con quale facilità si possono visualizzare su Youtube filmati di esecuzioni di innocenti, di minacce e di campi di addestramento al terrorismo di minori, che si concludono con l’invito a cliccare like. «Una delle ribalte più note e controllabili del pianeta offre ampia visibilità alla propaganda dell’Isis», ha denunciato il direttore del canale all news di Sky. «Google, la seconda società più grande del mondo (proprietaria di Youtube), non è in grado di controllare e rimuovere con efficacia questi video dal contenuto realmente raccapricciante».

I filmati rimangono visibili mesi e anni, raggiungendo centinaia di migliaia di visualizzazioni. Mentre si proclama pronta ai controlli e alla rimozione dei contenuti inneggianti alla violenza e al terrorismo, nei fatti Youtube prevede che il vaglio per l’eventuale cancellazione debba essere sollecitato dagli utenti. Così, questi materiali restano online per anni. Nel caso della violazione della legge sul copyright musicale, invece, Google ha attivato un sistema di autocontrollo che rende la rimozione istantanea e definitiva. Anche per i contenuti pedopornografici, argomento sul quale la sensibilizzazione sociale è giustamente molto elevata, la rimozione risulta rapida ed efficace. Sui video jihadisti la reazione delle piattaforme del Web è molto più lenta e approssimativa. Spesso accade che, dopo il sollecito e la rimozione, lo stesso video ricompaia su altre pagine e su altri provider, continuando a sommare visualizzazioni. Nelle scorse settimane, una polemica per l’inserimento di pubblicità abbinate a questi filmati ha costretto Google a modificare la policy per la gestione dei banner pubblicitari. Ma se le pubblicità sono state rimosse, i video sono rimasti online. Nella seconda parte dell’inchiesta la responsabile della comunicazione di Google Italia si è difesa sostenendo che, prima di rimuovere i filmati, è necessario vagliare il contesto in cui vengono divulgati, verificando se si tratti di video «caricati a fini informativi o a fini educativi». In realtà, tenore e contesto di questi materiali appaiono assolutamente inequivocabili. La circospezione di Google risulta davvero eccessiva, mentre la campagna di Sky Tg24 è da sottoscrivere senza distinguo.

La Verità, 20 giugno 2017

A volte «Non uccidere» è questione di sfumature

Una serie fuoriserie. Fuori dalla serialità consueta dalle parti della Rai. La seconda stagione di Non uccidere, prodotto insolito e per palati sofisticati, assomma alcune novità. La prima riguarda la modalità di visione. Dopo l’esordio su Rai 3, da quest’anno la serie è passata su Rai 2, ma previa anteprima su Raiplay, per favorire la fruizione in streaming dei millennials e agganciare un pubblico abituato alla visione sequenziale di più episodi. È la prima volta che accade ed è stata una sperimentazione avviata da Antonio Campo Dall’Orto. La seconda novità è nella trama, nei contenuti e nel modo di trattarli. Sideralmente lontana dalla fiction tradizionale fatta di figure edificanti e storie esemplari, Non uccidere ha nell’ispettore della Squadra omicidi Valeria Ferro, la sua protagonista. In una Torino livida e nebbiosa, fotografata in tutte le sfumature di grigio, con le occhiaie segnate, la coda di cavallo, i giubbotti lisi, Miriam Leone impersona un’investigatrice tormentata da un turbamento profondo che costituisce la trama orizzontale la storia. Suo padre è stato ammazzato e anche se la madre ha scontato 17 anni di carcere con l’accusa di omicidio, Valeria non è convinta della sua colpevolezza. Anche le indagini quotidiane del comando composto da Giorgio Lombardi (Thomas Trabacchi), capo di Valeria nonché suo ex partner, e da Andrea Russo (Matteo Martari), il nuovo compagno, non hanno nulla di spettacolare e si concentrano su delitti familiari, originati da gelosie, invidie, conti con il passato da saldare. Gli stessi che restano aperti nell’animo di Valeria. Alla quale, peraltro, tocca ritrovare le prove dell’assassinio della madre. La discesa nella depressione è inevitabile. Come lo è il conflitto con il capo, autore di un errore nelle indagini che ha riguardato il caso.

Prodotta dalla Fremantlemedia di Lorenzo Mieli e ideata da Claudio Corbucci, Non uccidere ha nelle atmosfere da noir la sua principale originalità. Non ci sono le onde che s’infrangono sulle scogliere di Broadchurch o il nastro d’asfalto del ponte che collega Svezia e Danimarca di The Bridge e, infine, il personaggio di Miriam Leone non ha il volto magnetico della Saga Noren (Sofia Helin), ma la desolazione degli ambienti, il nichilismo e la solitudine esistenziale dei protagonisti ricordano da vicino quelli della migliore serialità nordica. Grazie alle intuizioni di Valeria Ferro, più che sul Dna e sulle armi del delitto, s’indaga sulla psiche degli indiziati. Che non è, poi, così lontana da quella degli investigatori, anche loro alle prese con debolezze e ferite non rimarginate. A volte la differenza tra essere dalla parte giusta o sbagliata è solo una questione di sfumature.

La Verità, 16 giugno 2017

E se David Lynch si prendesse gioco di noi?

Promessa mantenuta. «Salve agente Cooper. Ti rivedrò ancora… fra venticinque anni»: parola di Laura Palmer. Si riparte da lì per la terza stagione di Twin Peaks, la serie prodotta e diretta da David Lynch e scritta con il fedele sceneggiatore Mark Frost, attesa un quarto di secolo, da ieri su Sky Atlantic e on demand. Il telefilm padre di tutta la serialità moderna, la serie culto che ha cambiato la narrazione orizzontale e verticale: una lunga lista di meriti. «Chi ha ucciso Laura Palmer?» era l’interrogativo che attanagliava «il popolo di Twin Peaks», al contempo i fan della serie e gli abitanti della cittadina circondata dai boschi ai confini con il Canada. Era il 1990 e le note di Angelo Badalamenti introducevano un tema sonoro che sarebbe divenuto sinonimo di mistero e atmosfere dark. Col passare degli episodi, però, si scoprì che l’indagine sull’assassinio della misteriosa adolescente era solo un pretesto per scatenare la fantasia visionaria del regista. Un mosaico impazzito.

Nella terza stagione si riparte da lì. Da titoli di testa in verde fluo, a segnalare una versione ancora più allucinata. E dalll’inquietante red room, il mondo parallelo soprannominato Loggia nera dove ritroviamo un Dale Cooper (Kyle MacLachlan) più stagionato e azzimato che intesse strani dialoghi con vari personaggi, uno dei quali insiste in quella che sembra una presa in giro del telespettatore: ma questo è il futuro o il passato? Man mano che la visione procede, gli interrogativi aumentano e con scarsa possibilità di risposta. Per esempio: di Dale Cooper ce n’è anche uno in versione boss criminale, jeans e chiodo nero, che semina morti nel sottobosco malavitoso. «È un mondo di camionisti», sentenzia una specie di maîtresse da bordello, mentre l’anziana Margareth con bombola a ossigeno e un grosso ceppo tra le braccia telefona al vice sceriffo Hawk per dirgli che il suo ceppo, appunto, ha un importante messaggio per lui. Nella red room, in cima a un albero spoglio, quello che sembra un cuore umano conciona a ruota libera sul tema del «doppio». Nei titoli di coda del primo episodio che abbinano i nomi degli interpreti a quelli dei personaggi, a fianco di Carel Struycken compaiono sette punti interrogativi. Fate voi.

Dale Cooper nella red room

Dale Cooper nella red room

Di trama non si può assolutamente parlare. L’unica certezza è l’estetica lynchiana, con la sua metrica pittorica che procede per quadri successivi, interpreti che agiscono uno alla volta dentro scene laconiche e desolate, alle quali il regista alterna panoramiche notturne di New York, tetri sotterranei (nei quali spunta Struycken), stamberghe tarantiniane, rimbalzando dal South Dakota, dove si consuma un omicidio con relativa mini trama noir, a Las Vegas a Twin Peaks. Tutto enigmatico e indecifrabile.

Lynch ha detto che Twin Peaks viveva nel suo subconscio. Mi sa che il mio è parecchio diverso da quello del grande cineasta…

La Verità, 27 maggio 2017

Raffaele, facciamo che io non ero la Boschi

Più satira di costume che politica, dunque. L’indiscrezione avanzata da Pietrangelo Buttafuoco sul Foglio ha trovato conferma. Tra i bersagli delle parodie di Virginia Raffaele non c’è stata Maria Elena Boschi. Almeno, alla prima puntata di Facciamo che io ero, one women show dell’imitatrice più eclettica del bigoncio (Rai 2, giovedì, ore 21.20, share del 14,5%). Più avanti, chissà. Dopo Sabrina Ferilli, Fiorella Mannoia, Donatella Versace, sulla rampa delle caricature si attendono Melania Trump, Carla Fracci, Belén Rodriguez e Ornella Vanoni. Ma è difficile che vedremo il sottosegretario alla Presidenza del consiglio, peraltro nell’occhio della bufera per le vicende che riguardano il caldeggiato salvataggio di Banca Etruria.

Virginia Raffaele nell'imitazione di Maria Elena Boschi

Virginia Raffaele nell’imitazione di Maria Elena Boschi

Tra le cose migliori del programma c’è sicuramente il titolo, spiegato dalla stessa Raffaele: un gioco che, come tanti, faceva da bambina, una prova di fantasia e immaginazione condensato nell’uso del tempo passato, non del presente, che ne evidenzia il tratto ingenuo e burlesco. Il titolo è l’innesco dello show nel quale Raffaele per la prima volta si mette in gioco da protagonista, partendo proprio dalla sua biografia. Per farlo ha scelto una narrazione (pardon!) intimista e sentimentale, ambientata nel mondo del circo dal quale proviene, resa pure dalla storia di famiglia illustrata con un album interattivo. Un approccio sincero e volutamente ingenuo, ma che rischia di essere anche la debolezza della sceneggiatura. Perché a volte si ha l’impressione che gli ospiti e il co-conduttore Fabio De Luigi siano intermezzi, quasi dei riempitivi tra una parodia e l’altra. Francesco Gabbani, Gabriel Garko e Lino Guanciale fanno da spalla a lei nelle sue varie versioni. Non a caso, forse, oltre la nuova parodia di una Bianca Berlinguer egocentrica e incazzosa, i momenti più efficaci della serata sono stati lo sketch del finto casting con Lillo e Greg, il ballo con Roberto Bolle e il monologo sulle tante paure che ci affliggono quotidianamente, momenti in cui Raffaele ha fatto sé stessa. Notevole anche la parodia di Saveria Foschi Volante (Valeria Bruni Tedeschi?), l’attrice colta che deve leggere un pezzo ispirato, ma non ce la fa per l’emozione.

Ha scelto il costume, ma forse Raffaele dà il meglio proprio nella satira con retrogusto politico. E forse è come dice Buttafuoco: dopo il precedente della «Boschi shabadabadà» a Ballarò di qualche anno fa, la mancata imitazione dell’altra sera è un test della potenza del sottosegretario di palazzo Chigi. O forse, anche, un segno di debolezza della direzione di Rai 2. Per infilarsi in una bagarre come questa ci vuole un direttore di rete diverso da Ilaria Dallatana, appassionata di trash tv.

La Verità, 20 maggio 2017

1993, Tangentopoli tra cinema americano e blob

Le monetine del Raphael e il cappio in Parlamento, Non è la Rai e Gigi Marzullo, la corsa di bianco vestiti nel parco di Arcore, le orge negli hotel della politica, i fiumi di coca, i nipotini di Stalin, Di Pietro e i suoi uomini, lo scrittore antiberlusconiano, le riunioni per valutare la discesa in campo, la starlette fragile e arrivista, le feste in terrazza dove si decidono le carriere, il Bagaglino, Marco Formentini e Gianfranco Miglio, la maxitangente Enimont, il filone della malasanità e il mago Rol che sta a Torino, persino un Massimo D’Alema capo della Fgci: c’è tutto questo e molto altro nel superpilota di 1993. E rituffandoci in quell’epoca, così recente e ancora più cronaca che storia, ci vien da dire, quasi stupendoci: sì, siamo passati di là. Nella nuova stagione della serie diretta da Giuseppe Gagliardi, le storie iniziate in 1992 accelerano e si estremizzano, prendendo una piega più drammatica. Il pubblicitario manovriero (Stefano Accorsi) ora spinge per l’avventura politica di Berlusconi, il poliziotto del Pool malato di Aids (Domenico Diele) persegue la sua vendetta concentrandosi sulla corruzione nella sanità, il leghista rozzo e ingenuo (Guido Caprino) cede all’edonismo romano, la showgirl disposta a tutto (Miriam Leone) brama un’ospitata da Costanzo, l’ex ragazza della borghesia milanese (Tea Falco) è costretta prendere in mano l’azienda di famiglia. Ci sono le storie e c’è la storia, appunto, o la cronaca che sta per diventarlo: dopo l’anno della Rivoluzione ecco quello del Terrore (cui seguirà 1994, la Restaurazione), in cui tutto diventa più cupo perché «ogni rivoluzione ha un prezzo» e il 1993 è l’anno dei suicidi, della gogna dei leader, di un mondo che implode. Ed è l’anno dei prodromi dell’avvento dell’uomo nuovo.

C’è un corposo malloppo saggistico e cinematografico cui la produzione avrebbe potuto rifarsi per restituirci la temperie dell’epopea berlusconiana, ma il pregio maggiore di questa serie sembra proprio l’aver tentato un percorso originale, provando a raccontare l’uomo e l’imprenditore senza indossare gli occhiali dell’ideologia. Così, ecco il Berlusconi barzellettiere, quello che telefona in diretta ad Aldo Biscardi perché «basta subire», e quello amaro che riflette sulla sconfitta del Milan contro l’Olympique Marsiglia: «Vincere non è così bello quanto è brutto perdere». Forse c’è fin troppa carne sulla griglia che Gagliardi arrostisce quasi come in un blob che rimbalza da una storia all’altra. Ma è il suo stile americano, dritto per dritto e senza pause, con il ritmo dei fumetti e dei film d’azione. Sì, abbiamo vissuto tutto questo, ma forse non l’abbiamo ancora pienamente metabolizzato. Ora possiamo cominciare a farlo anche grazie alla correttezza della sceneggiatura di Alessandro Fabbri, Ludovica Rampoldi, Stefano Sardo e la supervisione di Nicola Lusuardi1993 è una serie prodotta dalla Wildside di Lorenzo Mieli e Mario Gianani e va in onda su Sky Atlantic Hd e Sky Cinema Uno Hd.