Se il sonoro dello stadio narra più del «racconto»

Era tutta da vedere la partita dell’altra sera su Rai 1. Un derby tra Juventus e Torino quarto di finale di Coppa Italia, con inevitabile coda polemica (ed esonero di Sinisa Mihajlovic) per le decisioni arbitrali non salVARguardate dal Var. Era tutta da vedere ma soprattutto da ascoltare. «La partita va in onda senza telecronaca a causa dello sciopero dei giornalisti di Raisport», avvertiva gentilmente in sovrimpressione la regia. Lo sciopero era stato indetto dall’Usigrai e dal Cdr dei giornalisti sportivi (in silenzio anche la diretta dello slalom di Coppa del mondo di sci) per protestare per la scarsa competitività con cui l’azienda ha partecipato alla gara per l’assegnazione dei diritti dei Mondiali di calcio che si disputeranno in Russia tra sei mesi e che saranno visibili sui canali Mediaset. La domanda è la seguente: l’eliminazione degli Azzurri giustifica anche l’assenza del servizio pubblico? O trattasi ugualmente di evento d’interesse nazionale per il quale è tollerabile un esborso di 80 milioni (la cifra di 78 milioni offerti dalla tv commerciale non è stata smentita, la Rai si sarebbe fermata a 65)? Probabilmente, i risparmi di denaro pubblico andrebbero cercati in ben altri interstizi dei palinsesti della Tv di Stato.

Ma torniamo alla partita da ascoltare. Che lo sciopero della voce sia strumento di protesta adeguato resta un fatto da dimostrare. Anzi, l’autogol è in agguato, come dimostra lo share del 23% (6 milioni di spettatori), superiore a quello del match del giorno prima tra Napoli e Atalanta (21.1%, 5,5 milioni) completo di commento. Certo, la Juventus ha una tifoseria più numerosa e forse con le voci dei giornalisti l’audience avrebbe potuto essere ancora maggiore. Tuttavia, per quello che contano i commenti sui social, non pare si sia avvertita la mancanza delle locuzioni di Gianni Cerqueti o di Alberto Rimedio. Tutt’altro. Per una volta anche dal divano di casa ci si è immersi nel clima dello stadio, potendo ascoltare le formazioni dallo speaker, i cori dei tifosi, le urla di giocatori e allenatori (soprattutto quelle del povero Mihajlovic), le proteste per le decisioni arbitrali. Per una volta la disintermediazione si è fatta apprezzare anche nello sport, consentendo il contatto diretto con la materia prima: l’evento agonistico. L’intermediazione funziona quando è competente, autorevole, originale. E non sempre, non solo tra i giornalisti sportivi Rai, lo è.

Ballando con… Bolle, la danza diventa evento

D’improvviso, la Rai in una delle sue espressioni migliori da qualche anno a questa parte. C’è la riprova che intrattenimento non significa solo varietà ed evasione, quella prevedibile alternanza di comici e cantanti a cui ci ha tristemente abituati gran parte della programmazione in voga. Roberto Bolle danza con me (Rai 1, lunedì, ore 21.15, share del 21.5%) è stato uno spettacolo vero, capace di coniugare espressione artistica, gusto per il bello, talento, leggerezza, racconto. Chissà che cosa l’avrà partorito: una congiunzione astrale favorevole, la lontananza da pressioni e interferenze dei palazzi romani in queste settimane di vacanza della politica, la scarsa competenza dei dirigenti Rai in materia di danza. O, in positivo, la direzione artistica e la scrittura dello stesso Bolle, la collaborazione del coreografo Michael Cotten, uomo dei grandi eventi televisivi americani, la realizzazione della Ballandi Entertainment. Una serata evento che ha inaugurato nel modo migliore il nuovo anno e ha per una volta dimostrato la capacità del servizio pubblico d’intrattenere con piglio innovativo, dosando racconto biografico, competenza artistica, collaborazioni di alto profilo (Sting, Tiziano Ferro). Uno show con Bolle certamente grande protagonista nel ruolo di «étoile dei due mondi», in grado di alternare danza moderna e balletto classico: su tutti la performance di Luce e ombra, passo a due con Melissa Hamilton, dal balletto «Caravaggio» firmato da Mauro Bigonzetti. Ma anche uno show corale, che ha visto Marco d’Amore liberarsi della cupa maschera del Ciro Di Marzio di Gomorra per indossare i panni del narratore moderno di armonie e leggerezze con una disinvoltura che sorprende solo chi non l’ha visto recitare in American Buffalo (al Franco Parenti di Milano Bolle era in prima fila). Una coralità completata dalla partecipazione di Virginia Raffaele, formidabile il suo numero di danza moderna, Pif, Miriam Leone e Geppi Cucciari, tutti appartenenti alla scuderia di Beppe Caschetto. Sarebbe tuttavia bizzarro prendersela con lui. Più che una colpa forse è un merito avere tra i propri artisti alcuni dei migliori trenta quarantenni in circolazione. Piuttosto, compete alla Rai saperli dosare senza inflazionarli.

La Verità, 3 dicembre 2018

Non è Sanremo, ma X Factor in chiaro su Tv8

Il televoto di Tv8. Sembra un gioco di parole ed è l’arcano neanche tanto nascosto del risultato a sorpresa di X Factor 11: Lorenzo Licitra vincitore al posto dei super pronosticati Maneskin capeggiati da Damiano David. Un verdetto inaspettato, un laser che ha squarciato le certezze del Forum di Assago, spiazzando Alessandro Cattelan che doveva proclamarlo, Mara Maionchi, Manuel Agnelli, gli stessi artisti in attesa. Tutto pendeva dalla parte della sfrontatezza dei ragazzi di Monteverde, quartiere del Gianicolo dall’elevato profilo artistico. La fresca conquista del disco d’oro con l’inedito Chosen, mitragliato da tutte le radio. Le previsioni delle agenzie di scommesse. Il tifo del pubblico femminile più modaiolo, sedotto dalla fluidità del frontman che aveva acceso fenomeni d’isteria anche un filo over. La preferenza delle testate glamour, degli ambienti rock, del mondo fashion. Una vittoria annunciata. La gran voce tenorile e il sorriso aperto di Licitra non potevano bastare. Invece, il talent fa i cantanti, guida i percorsi, ma non i gusti dei telespettatori. Tanto più se, dopo aver lavorato al coperto, per la finale ti affacci sulle reti in chiaro. La smentita è in agguato. Il pubblico generalista è più pop, più tradizionale e allergico agli eccessi. Era accaduto, per lo stesso motivo, anche nel 2015 con Giosada che, a sorpresa, aveva superato i favoriti Urban Strangers. Stavolta si sottolinea che nella prova del medley Licitra è stato superiore all’avversario. In realtà il vantaggio dei Maneskin non poteva essere annullato da una sola esibizione. È il televoto a fare la differenza. «Come Sanremo. Il rock non può vincere», ha cinguettato Gino Castaldo su Twitter. Per anni, proprio al Festival di Sanremo i concorrenti di Amici di Maria De Filippi e dei talent hanno imperversato perché le community dei loro fan erano più attive al momento del televoto. A X Factor accade il contrario: al momento di scegliere il vincitore il pubblico di Tv8 e Cielo smentisce o almeno corregge il percorso sul canale criptato. Una smentita clamorosa, un colpo di coda anche sul dualismo tra scelte pop e mondo underground, tra la Maionchi e Agnelli.

Sky Italia e FremantleMedia si godono i numeri da primato: 2,7 milioni di telespettatori, l’11.2% di share sommando Sky Uno, Tv8 e Cielo, in crescita del 22% rispetto alla finale del 2016. Si gode la qualità dello spettacolo e la macchina oliatissima che fa perno sull’inventiva del direttore artistico Luca Tommassini, sulla disinvoltura di Alessandro Cattelan e su un brand forte che si avvantaggia pure delle polemiche sul verdetto.

La Verità, 16 dicembre 2017

Talent giudici. Profonda riflessione in corso

Qualche nota sull’undicesima edizione di X Factor che si conclude con la finale di stasera e che, per varie ragioni, si è rivelata la più faticosa da quando, nel 2011, il talent show è passato a Sky Italia. Stiamo sempre parlando del miglior show musicale in circolazione, ma qualche crepa comincia ad aprirsi sulla superficie levigata del plexiglass. Direttore artistico (il ripetutamente ringraziato Luca Tommassini) regia, autori, scenografi e coreografi fanno sempre alla grande il loro sporco lavoro e, salvo qualche rimediabilissimo incidente, la macchina continua a girare oliata e l’innovazione estetica e tecnologica rimane apprezzabile. La conduzione di Alessandro Cattelan è una garanzia al punto che, considerata la padronanza, se un rischio può esserci è quello del pilota automatico innestato su una velocità di crociera meno elettrizzante di altre annate. Tuttavia, avercene. Anche i concorrenti si mantengono di ottimo livello. Quest’anno, ridimensionata la presenza del rap che ormai era come la rucola negli anni Novanta, la varietà dei generi è stata ancora più ampia. In finale sono arrivati il tenore pop di prospettiva, la voce soul che sparge particelle di sofferenza, la band punk sfacciatamente provocatoria, il cantautore di personalità: tutti con un «percorso» e un «carattere» ben definiti. Per inciso, bookmakers e fan soprattutto femminili tifano spudoratamente per i Maneskin. Dove tutto l’ingranaggio si è inceppato è dietro il bancone dei giudici tra i quali la chimica è stata pari a zero. Una ruota quadrata. Fin dal primo live è emersa la conflittualità tra Manuel Agnelli e Mara Maionchi e tra Levante e Fedez. Liti e contestazioni ribadite sulle assegnazioni e sulla gestione dei singoli cantanti hanno evidenziato una diversa concezione del talent. Mara e Levante erano contestate per il frequente ricorso a cover, mentre Manuel e Fedez insistevano a frequentare l’underground. Insomma, da una parte poca ricerca, dall’altra troppa ricercatezza. La ruota si fermava a ogni spigolo. Quello più grosso è stato il caso Rita Bellanza, talento di grandi ambizioni più per il vissuto che per l’estensione vocale. A rendere ancora più gelido il clima dalle parti della giuria è arrivato lo scontro tra Manuel e Fedez sull’ennesimo salvataggio di Rita ai danni di Gabriele Esposito. Si è andati avanti senza più interagire per non rischiare di farsi troppo male. La riflessione dovrà essere profonda. Basterà cambiare i giudici, tutti o quasi, per rivitalizzare il format?

 

La Verità, 9 dicembre 2017

Gomorra, i magistrati e… guardare prima di parlare

Almeno guardatela, prima di calare giudizi. Gomorra – La serie è stata bocciata per l’ennesima volta da un pool di magistrati in prima linea nella lotta contro la criminalità organizzata, ma pure in pole position nelle ambizioni di critica cinetelevisiva. Il procuratore aggiunto della Direzione distrettuale antimafia Giuseppe Borrelli ha detto: «La fiction televisiva non coglie alcun aspetto della camorra di oggi. Oggi la camorra ha superato lo stato di contiguità con professionisti, impresa e parte della politica. I clan esprimono una propria classe dirigente». Federico Cafiero de Raho, capo della Procura nazionale antimafia, ha detto: «Credo che evidenziare i rapporti umani come se la camorra fosse un’associazione come tante altre non corrisponda a quello che realmente è, la camorra è fatta soprattutto di violenza». Il primo ha ammesso di aver visto solo due episodi della terza stagione, il secondo di non averla mai vista. Eppure, come scolari si offrono volontari per l’interrogazione senza aver fatto i compiti. Giudicare è mestiere da magistrati. Anche in trasferta, in tema di politica, educazione, fiction tv? In fondo, tutto è riconducibile al conflitto tra arte e legge, tra creatività e istituzioni. Ma desolazione, solitudine e isolamento dei presunti eroi di Gomorra non hanno nulla d’invidiabile o di perversamente emulabile.

Spoiler ad uso di chi non l’ha vista. Nel penultimo episodio si ha la perfetta rappresentazione del fatto che «i clan esprimono una propria classe dirigente» con la messa in scena del voto di scambio nell’elezione del presidente della Regione. Nell’ultimo, invece, che «la camorra è fatta soprattutto di violenza». L’iniziazione del camorrista carrierista avviene attraverso l’assassinio di un uomo riluttante ad accettare un lavoro dal clan per mantenere il figlio disabile: si è permesso di alzare la voce una volta constatato che la paga non corrisponde all’accordo e va eliminato. Si vede il padre accompagnare il figlio alla terapia in piscina, esortarlo a rivestirsi da solo, spingere la carrozzina sulla strada deserta. Dove il sicario lo fredda con un colpo alla nuca. Nella scena successiva il ragazzo è con la madre all’obitorio.

Almeno guardatela, prima.

Estetica del terrore e madri surrogate

In un futuro distopico, che in realtà potrebbe essere il presente (si citano l’Isis e Uber), una comunità di estremisti religiosi ha instaurato una teocrazia al posto degli Stati Uniti d’America. Nella società di Gilead, sorvegliata da uomini armati, vigono regole inflessibili, la cui violazione è punita con l’impiccagione o la lapidazione. Per castigare l’espansione del peccato e dell’inquinamento un Dio vendicativo punisce il mondo con la sterilità, contro la quale gli adepti combattono rapendo donne fertili, cosiddette ancelle, e riducendole a schiave da riproduzione seriale. Le donne di Gilead sono suddivise in mogli, figlie, non-donne e, appunto, ancelle. Non possono lavorare, leggere, uscire da sole di casa. Tutte appartengono agli uomini, il cui strato superiore è composto dai comandanti. Il pubblico segue la storia di The Handmaid’s Tale (disponibile su Timvision) attraverso gli occhi e i turbamenti di June (Elisabeth Moss), ribattezzata Difred (Di-Fred, proprietà del comandante Fred, interpretato da Joseph Fiennes) che, come le altre ancelle è continuamente sorvegliata, veste di rosso (il colore della fertilità), può uscire solo in coppia per fare la spesa per conto della moglie del padrone. June coltiva i ricordi della vita precedente con un compagno e una figlia, visibili in frequenti flashback, e pensa a come riconquistare la libertà. Una volta al mese si celebra la cosiddetta «cerimonia», il tentativo di fecondazione da parte del comandante, rito meccanico durante il quale la moglie si corica alle spalle dell’ancella tenendola per i polsi, mentre il marito copula con lei.

La serie in dieci puntate ideata da Bruce Miller è tratta dal romanzo di Margaret Atwood che, all’epoca dell’uscita nel 1985 (in Italia intitolato Il racconto dell’ancella), divenne bandiera di alcuni movimenti femministi. Regia e scrittura sono curate nei minimi dettagli. E lo sono ancor più l’armonia cromatica e il formalismo asettico e geometrico, giocati a contrasto con la violenza psicologica e la durezza delle torture perpetrate a Gilead in uno scenario cupamente orwelliano. Lo show ha vinto gli Emmy Awards ed è sato rinnovato per una seconda stagione. Degne di nota le dichiarazioni della scrittrice e dell’attrice protagonista. «La storia», ha detto Atwood, «non racconta alcun crimine che non sia già stato commesso da qualche parte nel mondo e in qualche periodo della storia». «Non è una storia femminista ma una storia umana», ha detto Moss. «Non ho voluto interpretare Difred da femminista, è una donna, è umana».

La Verità, 22 novembre 2017

 

Rai al palo, La7 in riva al fiume, Iene con Travaglio

Ci sono serate in cui è impossibile limitarsi a recensire una singola trasmissione. L’idea è quella: dopo mesi di polemiche, Massimo Giletti debutta su La7 con Non è l’Arena contro Che tempo che fa di Fabio Fazio e la Rai, mamma e matrigna. Ci sono sere in cui è complicato scegliere, perché c’è sì, l’esordio conflittuale dell’ultimo esodato Rai, ma c’è anche Luigi Di Maio, fresco disertore del duello con Matteo Renzi, ospite di Fazio. E ci sono Le Iene ridens tra i due litiganti, con una puntata atomica: lo scherzo a Marco Travaglio e le rivelazioni di dieci attrici sulle molestie del regista Fausto Brizzi.

Giletti martella sul suo esordio a La7 da settimane. Ospitate ovunque, anche chez Maria De Filippi, tutti alleati contro il figlio viziato di Viale Mazzini. Domenica La7 ha schierato tutti i big per promuovere il nuovo affiliato, da Giovanni Minoli, il primo a credere in lui fin dai tempi di Mixer, che l’ha ospitato nel suo Faccia a Faccia (anticipato al pomeriggio), a Enrico Mentana pronto a condurre il tg (di domenica solo in occasione di elezioni), per intervistarlo a ridosso del via. Significativo lo scambio di battute: Giletti: «Sono qui per provare ad accendere La7 in tutto il Paese»; Mentana: «Ci proviamo anche con il tuo aiuto». Che Giletti sia sopra le righe è confermato dal monologo: «Quando uno entra in una tempesta spera solo di attraversarla e fare in fretta…». La porta sbattuta dell’ufficio di Orfeo, il film della carriera, il mestiere di «giornalista», scandito e sillabato. La Rai è riuscita a trasformare Giletti in un martire della censura. E «quel volpone di Cairo» (Fiorello nel video d’augurio) non ha perso l’occasione. Bisognerà vedere il rendimento di Non è l’Arena a lungo andare in prima serata. Su Rai 1 Fazio dialoga con Di Maio di legge elettorale, premier avversari, alleanze più o meno impossibili. Niente d’imperdibile o di diverso dal solito copione. Lo zapping si ferma su Italia 1 dove Davide Parenti, complice Alessandro Travaglio, ha ordito uno scherzo diabolico ai danni del padre Marco: «Papà, vado al Grande fratello vip». Grande televisione, vertice di goliardia. Una chicca tra le altre: «Ti danno solo 3000 euro? Ma neanche alla colf! Una cosa offensiva col cognome che porti». Ci sono serate in cui bisogna parlare di tre editori televisivi. Mediaset sarà anche «la feccia d’Italia» (Travaglio), ma con lucida ironia riesce a trasformare il suo reality più trash in un’arma intellettuale contro il suo più acerrimo nemico. La7 sta in riva al fiume a raccogliere e capitalizzare il successo dei fuoriusciti della Rai. La quale, invece, è sempre lì: ferma e immutabile.

La Verità, 14 novembre 2017

Talent dei giudici. Perché litigano così tanto

Acque sempre più agitate dietro il bancone di X Factor 11. La terza puntata live ha reso ancor più evidenti le frizioni tra i giudici. Manuel Agnelli e Mara Maionchi non se le mandano a dire, Fedez e Levante polemizzano a ogni valutazione. Non si era mai vista una giuria così litigiosa. Ma non si tratta solo di differenze generazionali o di temperamenti poco compatibili. C’è dell’altro. Una settimana fa sembrava una sorta di alleanza tra Agnelli e Fedez. Ora è più chiaro che ci sono in ballo due modi d’intendere il talent show, la gara e forse anche la musica stessa. Non a caso i dissensi reciproci riguardano soprattutto l’assegnazione dei brani più che le qualità interpretative dei singoli concorrenti. Fedez e Agnelli contestano la scelta di cover e di canzoni troppo note; dal canto loro Mara Maionchi e Levante appaiono insofferenti all’intellettualismo dei coach uomini e alle loro assegnazioni compiaciute e autoreferenziali. Insomma, poca ricerca da una parte, troppa ricercatezza dall’altra.

Il tema della serata era «La musica del terzo millennio», ma le contestazioni si accendono già alla prima esibizione di Camille Cabaltera, squadra di Levante. Per Manuel e Fedez Royal di Lord è un brano troppo pop. Per Sere nere di Tiziano Ferro affidata a Lorenzo Licitra da Mara Maionchi, Fedez parla di «assegnazione suicida». «Ma che c… dici!», s’inalbera Mara. Alessandro Cattelan deve impegnarsi per far avanzare la gara. Poco convincente per tutti risultano scelta del brano e performance di Samuel Storm (Super rich kids di Frank Ocean) della squadra di Fedez. Lui e Agnelli attaccano le scelte di Rita Bellanza (Lost on you di Laura Pergolizzi) e Davide Nigiotti (Il mio nemico di Daniele Silvestri) che, per la verità, non convince nemmeno Levante. Tanti elogi e pochissime critiche per le band di Agnelli, ma alla fine, in base al televoto, sono proprio due gruppi della sua squadra ad andare al ballottaggio, segno che qualcosa non gira. Dopo il tilt vengono eliminati Sem&Stenn.

L’emozionante esperienza visiva di Dago in the Sky

S’intitolava «Homo robot» la prima puntata di Dago in the Sky, il programma di Roberto D’Agostino e Anna Cerofolini che per il terzo anno riflette su tendenze e avanguardie innescate dalla rivoluzione tecnologica (Sky Arte, martedì, ore 21.15). Più ancora delle stagioni precedenti quella appena iniziata è un’esperienza visiva, un viaggio estetico, un percorso visionario. Lo schermo non è più sezionato geometricamente in rettangoli e quadrati, ma le immagini sono fluide, evolvono, si sdoppiano, riflettono, accoppiano. Attraverso l’uso digitale della tv si va alla ricerca di un «Rinascimento hi-tech» capace di archiviare il «Medioevo analogico del secolo scorso». Su un angolo dello schermo, spunta e si rifrange il volto parlante di D’Agostino che segna i passaggi della riflessione o quello degli ospiti convocati per approfondirne alcuni segmenti specifici.

Oggi il sentimento più diffuso non è il timore del futuro, ma di ciò che avverrà domani mattina. Che ne sarà del lavoro con l’avvento dei robot? L’intelligenza artificiale cambierà anche il sesso? E influirà anche sull’identità degli esseri umani? Già oggi i computer ci battono a scacchi, fanno la pizza, guidano le auto. Ma «preparatevi», avverte D’Agostino, nella prossima società cibernetica «le macchine saranno più intelligenti degli esseri umani». La tecnologia è l’ideologia del ventunesimo secolo, solo che non ha come obiettivo il governo degli Stati, ma la creazione di un paradiso a misura dei robot più che degli esseri umani. Questo potrà passare per il governo dei cervelli, la sorveglianza delle menti, l’incanalamento delle pulsioni. Secondo Maurizio Molinari, la prima rivoluzione riguarderà il lavoro, l’automazione creerà disoccupazione e il tempo libero da residuale diventerà principale. Ma al momento nessuno sa come prenderla. Il punto di svolta sarà quando i robot avranno capacità creativa e inventiva. Per la master inventor Floriana Ferrara è un errore difendersi dalla tecnologia che è, invece, una grande opportunità. Grandi scrittori e registi del passato avevano immaginato che l’intelligenza artificiale avrebbe potuto influire sull’identità dell’essere. Quella che trent’anni fa era fantascienza ora è realtà. Ce n’è abbastanza per dividersi tra apocalittici e integrati. Scherzando, Albert Einstein osservava: «Il futuro non mi piace perché arriva troppo presto».

Nelle prossime puntate Dago in the Sky si occuperà di occulto, tendenze artistiche, celebrità digitali, vite stupefacenti, potere dei farmaci…

La Verità, 9 novembre 2017

Talent dei giudici. Agnelli e Fedez sono alleati?

Secondo live di X Factor 11, un po’ di ruggine rimasta dietro il bancone dei giudici. Una certa freddezza tra Manuel Agnelli e Mara Maionchi e tra tra Levante e Fedez dopo le litigate di settimana scorsa. Manuel e Mara si rinfacciano reciprocamente la noia dei rispettivi concorrenti.

Parte Enrico Nigiotti con Quelli che benpensano di Frankie Hi Nrg e Fedez e Manuel lo impallinano: il rap non è roba tua; e poi quel pezzo di chitarra «è una banale pentatonica». Figurarsi se Maionchi si faceva scappare «la pentatonica che ci ha fottuto». Tocca a Sem & Stenn con un brano di Marilyn Manson e tutti li elogiano. Solo Mara eccepisce, ma poco: non hanno il maledettismo dell’originale. Quando arriva Camille Cabaltera con Chandelier di Sia, concorrente di Levante, altra mitragliata di Manuel e Fedez: è un canzone abusata, la più cantata in tutti gli XF del mondo. A Lorenzo Licitra, al quale Mara ha assegnato Miserere, facendogli interpretare sia le parti di Zucchero che quelle di Pavarotti, non va meglio. Per Fedez è «la versione solista del Volo», per Manuel «il cliché del lirico che fa il pop». Sarà mica che tra i due giurati maschi c’è un’alleanza sotterranea. Oppure è idem sentire, allergico alle cover e ai brani pop? Vedremo.

Agnelli è meno sentenzioso di una settimana fa. Si lascia andare a qualche sorriso. Mara si controlla e contiene le parolacce. Levante abusa dell’aggettivo «credibile» per elogiare i concorrenti. Poco apprezzato il look di Alessandro Cattelan. Correzioni autoriali in corso: non si registrano frecciate verso Mario Adinolfi né altre digressioni politicamente corrette. Si promuove la campagna «Un mare da salvare».

Sky Uno raggiunge il 5.6% (1,3 milioni di spettatori) e conquista la quinta piazza tra le reti nazionali.