Un «Principe libero» più adatto per il cinema

Operazione riuscita. Va detto, non era facile. Restituire la complessità e la vitalità di Fabrizio De André, probabilmente il più geniale dei cantautori italiani, non era impresa semplice. De André, uno cui stanno strette tutte le definizioni, compresa quella di cantautore, è stato un artista, uno spirito libero che ha vissuto pienamente il suo tempo e la sua condizione. Non era facile rendere tutto questo in tre ore di televisione, ma bisogna dire che, per una volta, con Fabrizio De André – Principe libero Rai fiction e Bibi film di Angelo Barbagallo ci sono riuscite (Rai 1, martedì e mercoledì, ore 21.30, share del 24.3% nel primo episodio). Sceneggiatura (Francesca Serafini e Giordano Meacci) e regia (Luca Facchini) si sono tenute lontane da ambizioni riassuntive e antologiche per privilegiare la storia, la formazione dell’uomo e dell’artista, interpretato da un bravissimo e molto somigliante, anche se in bello, Luca Marinelli, attraverso l’intenso rapporto con il padre (Ennio Fantastichini), le notti nei bordelli del porto di Genova, l’amicizia con Luigi Tenco (Matteo Martari), i primi spettacoli per gli amici nelle bettole e nei teatri. Poi l’incontro con la prima moglie Enrica Rignon, i primi versi scritti senza convinzione, incoraggiato dall’amico Paolo Villaggio (Gianluca Gobbi): «Tu sei un genio»; «Perché ci sia un genio bisogna che ce ne sia un altro che lo riconosce…»; il primo disco, l’interpretazione di Mina della Canzone di Marinella, tratta da una storia di cronaca raccontata dall’amico cronista; l’amore per Dori Ghezzi, la riluttanza ai concerti, il successo, il rapimento dell’Anonima sequestri dalla tenuta dell’Agnata in Sardegna, che apre la narrazione con un lungo flashback. Infine, l’anarchia ponderata e non ideologica («Anarchia è darsi delle regole prima che te le diano gli altri») che attraversa tutto il racconto, restituendo al protagonista il carisma gentile che rifluiva nei testi delle canzoni, sempre imprevedibili e anticipatori, scelti con accurata ricerca filologica e resi dalla voce di Faber.

Operazione riuscita, dunque. Anche se, forse, proprio la difficoltà del personaggio di stare dentro etichette e definizioni statiche, lascia la sensazione che la fruizione cinematografica sia più consona a un prodotto come Principe libero.

La Verità, 15 febbraio 2018

Di seriali ci sono solo i figli extra matrimonio

Ora che su Romanzo famigliare sono sfilati i titoli di coda si possono tirare le somme di una delle serie che ambivano a rinnovare la fiction Rai. Il bilancio è perlomeno controverso. Anche nella società bene, alta borghesia ebraica imprenditorial finanziaria, con tanto di elicottero in giardino, autista e domestici in servizio permanente, esistono le famiglie disfunzionali. Prima di arrendersi alla malattia degenerativa e finire congelato nella cella frigorifera che l’esperta colf non ricorda di aver trovato aperta e sventatamente chiuso allorché tutti ci si interroga su dove sia scomparso, il capostipite (Giancarlo Giannini) aveva già allestito un rosario di invidie e inimicizie tra mogli, amanti, figli e figliastri, alcuni dei quali di origine Est europea. L’unica figlia nata all’interno del matrimonio (Vittoria Puccini) resta precocemente incinta e, maltrattata dall’invadente genitore, fugge con il compagno (Guido Caprino), ufficiale di Marina a Roma. Anche la figlia e nipote (Fotinì Peluso) si trova gravida a sedici anni, ma ci pensa la zelante ostetrica (Anna Galiena), a sua volta madre extra matrimonio in età avanzata di una ragazza down, a guidarla nel mistero di mestruazioni che vanno e vengono, e nella raffica di ecografie, una ogni mezz’ora di trama. Emblematiche un paio di scene degli episodi finali. Ora che il parto si avvicina sarebbe bene che anche il padre della creatura nella pancia della sedicenne si palesasse, e mentre la dottoressa sta scrivendo il nome di quello naturale, si spalanca la porta della sala d’attesa sull’altro amichetto della puerpera: basta accartocciare il modulo con il nome giusto (o sbagliato?) e compilarne un altro per cambiare la paternità del nascituro. Mezz’ora dopo, al nuovo malore, la solita ostetrica accorre con la figlia down, spiegando che quest’ultima è frutto di una relazione con un uomo sposato, che «gli adulti non esistono» e che siccome lei si è «sentita» di tenerla ugualmente nonostante ne conoscesse l’handicap, ritiene che ognuno debba «sentirsi» libero di scegliere. Insomma, meglio premunirsi, perché il romanzo sarà famigliare con la «g», ma tutti i figli vengono concepiti fuori da rapporti coniugali. Per il resto, oltre che sul terreno affettivo, la famiglia inanella una serie di tradimenti e ricatti senza requie e senza uno straccio di giudizio, anche in materia di beni mobili e immobili. Ci penserà il figliastro ucraino, fino a quel momento ritenuto il più bastardo della congrega, a salvare villona e burattini rivelandosi un genio della finanza dal cuore buono.

Se questa è la nuova fiction di Rai 1, quasi quasi conviene tenersi quella vecchia. Romanzo famigliare è una produzione Wildside, con la regia e la sceneggiatura di Francesca Archibugi. La share della puntata finale è stata del 19.8%.

 

La Verità, 31 gennaio 2017

Gruber, Gabanelli e lo strano effetto che fa

Faceva uno strano effetto lunedì sera Otto e mezzo su La7. Padrona di casa era come sempre Lilli Gruber, ospite unica Milena Gabanelli in occasione dell’esordio di Dataroom, la videostriscia che, quando sarà a regime, sarà visibile quattro giorni la settimana sul sito del Corriere della Sera e sui social network, Facebook in testa (lunedì, ore 20.30, share del 6.1%). Lo strano effetto è dovuto al fatto che le due giornaliste sono entrambi ex Rai; anzi, rappresentano un bel pezzo di storia di giornalismo del servizio pubblico, e ora continuano a lavorare con discreto successo su testate concorrenti. Gabanelli, approdata a Rcs, sarà spesso ospite di La7 di Urbano Cairo, diventata il porto franco dove i transfughi di mamma Rai (Myrta Merlino, Giovanni Minoli, Corrado Formigli, Giovanni Floris, Massimo Giletti, Diego Bianchi e il suo clan, e lo stesso direttore, Andrea Salerno) iniziano una second life. Insomma, due colleghe più o meno coetanee, schiene dritte, una con tutte le rughe vissute, ma con un paio di occhialini molto trendy, l’altra un po’ più disegnata e attenta all’effetto che fa. Entrambi molto credenti nel mestiere, convinte del ruolo dell’informazione nella crescita della società civile, protagoniste di un giornalismo asciutto e senza concessioni né al gossip né alla militanza faziosa. Gruber ha interrogato Gabanelli sui motivi del divorzio dalla Rai, su scopi e contenuti del nuovo impegno professionale con Rcs (le famose sinergie), sui rapporti con la politica e quali inviti a candidarsi abbia rintuzzato, sulla mediocrità della nostra attuale classe dirigente, sul criterio che la orienterà alle prossime elezioni («già comprendere la nuova legge elettorale potrebbe fornire un buon suggerimento per il voto»). Al termine, a ’mo di assaggio, il primo pezzo di Dataroom sugli acquisti di prodotti contraffatti online, qualcosa con cui abbiamo spesso a che fare senza sapere bene come funzioni e quali ricadute abbia sull’economia mondiale. Il pregio del Data journalism è proprio questo: rendere intelligibili argomenti opachi attraverso i numeri e la sintesi. Questa è la second life di Gabanelli: «Accettare la sfida di stare nei nuovi media, là dove si forma la futura classe dirigente». Faceva uno strano effetto pensare che la Rai non è stata capace di far suo questo progetto, tanto più nel momento in cui si fa un gran parlare di rivoluzione digitale e nuovi linguaggi. Non sarà che, mentre si prefigge grandi mete, questa Rai somiglia al Pd renziano, più incline a escludere che a includere?

La Verità, 24 gennaio 2018

A 90Special c’è Fiorello, mancano gli autori

L’idea era buona, ma l’esecuzione è stata scadente. Lo si sente dire spesso nelle telecronache delle partite di calcio, per un tiro sbagliato, un assist maldestro, un’intuizione geniale mal realizzata. La formulazione va applicata pari pari a 90Special, il nuovo programma condotto da Nicola Savino, figliol prodigo a Mediaset dopo la vacanza in Rai (Italia 1, mercoledì ore 21.25, share dell’11.8%). Dunque, rivisitare l’ultimo decennio del millennio, così ricco di mode e di creatività musicale e artistica era una bella pensata. Purtroppo, però, quando si fa televisione, bisogna applicarsi. Ci vogliono studio e scrittura, approfondimenti e contestualizzazione: i gadget e qualche facciona non fanno da soli un programma, e di sicuro non bastano a mettere a fuoco il famigerato «immaginario collettivo» dell’epoca. A meno che non si voglia spacciare un bazar confusionario per qualcosa di studiato. Ma anche per questo serve il lavoro degli autori, che qui sembra difettare parecchio. Impietoso il paragone con un analogo tentativo di rievocazione di un decennio storico, gli anni Settanta di Anima mia con Claudio Baglioni e Fabio Fazio, realizzato nella Rai 2 di Carlo Freccero.

Ad aiutare Savino erano stati convocati nientemeno che Fiorello e Jovanotti, «i ragazzi di via Massena» (sede di radio Deejay) e, almeno stando alla prima ora d’improvvisazione, la scelta aveva i suoi perché. Con due fuoriclasse della diretta, la giocata fluiva semplice e anche i passaggi più arrischiati arrivavano a destinazione. La circolazione della palla è diventata problematica (eufemismo) appena i due big hanno abbandonato la scena. Uscito Fiorello, per dire, senza una motivazione comprensibile è entrato Cristiano Malgioglio agghindato da Angelina Jolie in Maleficent (film del 2014). C’entrano un po’ di più, ma non tanto, Benji e Fede che canticchiano 50 special dei Lùnapop (1999). Il collegamento con Jovanotti a Lugano non torna e Savino si sbraccia, lanciando filmati e coinvolgendo il povero Michele Cucuzza, relegato all’inutile postazione social, e le incolpevoli Ela Weber e Katia Follesa. Il tutto senza una parvenza di copione che vada oltre a un generico sentimento di confusa nostalgia. Dopo mezzanotte, immancabile Rocco Siffredi. Auguri per le prossime puntate.

La Verità, 18 gennaio 2018

Immaturi, quando nel casting c’è già la storia

La trasformazione di Immaturi in serie tv per Canale 5 era molto attesa e, dal primo degli otto episodi, la sensazione è che le buone premesse siano state soddisfatte (venerdì, ore 21.30, share del 19.3%). Il film scritto e diretto da Paolo Genovese nel 2011 incassò oltre 15 milioni di euro, risultando il terzo più visto dell’anno (dietro Che bella giornata con Checco Zalone e Qualunquemente con Antonio Albanese): pare giusto ricordarlo mentre si prende atto dell’annata sottotono del cinema italiano. Qui Genovese è supervisore artistico, autore del soggetto e della sceneggiatura, la produzione è sempre di Lotus production, mentre la regia è affidata a Rolando Ravello. Lo spunto della storia e la storia stessa sono confermati: un commissario dell’esame di maturità non era in possesso dei requisiti per esserlo, l’esame è nullo e, se si vuol esser «maturi», va ripetuto. Il felice gioco tra condizione scolastica e oggettiva, e quella esistenziale e soggettiva dei protagonisti, si ripete perché, nonostante il replay dell’esame, il gruppetto di studenti «ritardati» persiste a rinviare l’ingresso nell’età adulta. Ancor più che nel film, dove si presentavano da privatisti, qui li vediamo frequentare il liceo dando vita allo stimolante confronto generazionale con i diciottenni, inevitabilmente più maturi di loro. Il dj Piero (Luca Bizzarri) continua a fingersi sposato e padre per rintuzzare le richieste di matrimonio delle amanti, l’agente immobiliare Lorenzo (Ricky Memphis) si ostina a vivere da quarantenne in casa dei genitori, la cuoca sessuodipendente Francesca (Nicole Grimaudo) frena i tentativi del suo assistente di trovarle un compagno stabile, l’arredatrice Luisa (Irene Ferri) vive sola con la figlia e rimpiange l’innamoramento inespresso per Lorenzo. La defezione del neuropsichiatra Giorgio (Raoul Bova) e il cambio degli interpreti di Francesca e Luisa non indeboliscono il cast. Che invece si giova degli innesti di Claudia (Ilaria Spada), avvenente professoressa di storia e filosofia dalla doppia vita, e di Serena (Sabrina Impacciatore), sclerata signora della Roma bene. Genovese conferma la capacità di dosare commedia e riflessione, scegliendo protagonisti che abbracciano tutte le categorie sociali e antropologiche (c’è anche lo studente fattosi prete) per favorire lo sviluppo narrativo. Curare la definizione dei personaggi è il modo migliore per avviare bene la storia e le storie. Occhio solo all’effetto Cesaroni.

La Verità, 14 gennaio 2018

Baglioni, il ’68 e un pezzo di musica rimasta fuori

Se Sanremo è, o dovrebbe essere, il Festival della canzone italiana, allora ha ragione da vendere Maria De Filippi. Nel giorno della presentazione ufficiale del cast della 68ª edizione, la conduttrice di Amici e C’è posta per te, nonché dell’edizione numero 67 della kermesse al fianco di Carlo Conti, ha acceso una miccia che è filata sotto il palco del Casinò rivierasco: «Io penso che in generale Sanremo sbagli sempre quando non prende ragazzi dei talent, come Amici o X Factor, perché sono una realtà», ha detto la De Filippi intervistata dal settimanale Chi, «a meno che quelli che si sono presentati non fossero all’altezza».

Maria De Filippi, con Carlo Conti ha condotto l'edizione 2017 del Festival di Sanremo

Maria De Filippi, con Carlo Conti ha condotto l’edizione 2017 del Festival di Sanremo

Parole dirette, che meritano considerazione. Negli ultimi anni Sanremo ha sempre avuto concorrenti usciti dai talent show. Nel 2009, 2010, 2012 e 2013 qualcuno di loro l’ha anche vinto il Festival (in ordine cronologico: Marco Carta, Valerio Scanu, Emma Marrone, Marco Mengoni). Poi ci sono state le partecipazioni dei Dear Jack, Chiara Galiazzo, Lorenzo Fragola, l’anno scorso di Elodie e Michele Bravi; nel 2016 Francesca Michielin si è classificata seconda. Insomma, una presenza consistente e apprezzata sia dal pubblico televisivo che dalla critica. Quest’anno zero: una scelta, probabilmente, al netto della qualità scadente dei candidati che si sono presentati. Oppure, considerando il fatto che dei tre conduttori (Claudio Baglioni, Pierfrancesco Favino e Michelle Hunziker) nessuno è un volto Rai, si è temuto che altri innesti provenienti da programmi Mediaset e Sky diluissero ulteriormente il marchio di fabbrica della manifestazione. Chissà.

Tuttavia, la contemporaneità tra l’anticipazione di Chi e la presentazione della kermesse di Baglioni che, per lanciare il «Festival dell’immaginazione», ha rispolverato persino il Sessantotto, ha creato un corto circuito negativo. Se si vuole parlare di Festival democratico, ecumenico, buono e buonista, tanto da aver eliminato le eliminazioni, converrebbe cominciare a farlo almeno rappresentativo. Cioè, capace di mettere in vetrina tutte le realtà della musica. Escludere i cantanti dei talent vuol dire tagliar fuori un pezzo non trascurabile della scena musicale e creativa, rischiando di trasmettere un’idea lontana dallo spirito del tempo della canzone italiana. Peccato che ai vari Pippo Baudo, Fabio Fazio e Carlo Conti, così prodighi negli spot di consigli al direttore artistico su scalette e camerini, sia sfuggito quello più importante sul cast musicale.

La Verità, 10 gennaio 2017 

 

Se il sonoro dello stadio narra più del «racconto»

Era tutta da vedere la partita dell’altra sera su Rai 1. Un derby tra Juventus e Torino quarto di finale di Coppa Italia, con inevitabile coda polemica (ed esonero di Sinisa Mihajlovic) per le decisioni arbitrali non salVARguardate dal Var. Era tutta da vedere ma soprattutto da ascoltare. «La partita va in onda senza telecronaca a causa dello sciopero dei giornalisti di Raisport», avvertiva gentilmente in sovrimpressione la regia. Lo sciopero era stato indetto dall’Usigrai e dal Cdr dei giornalisti sportivi (in silenzio anche la diretta dello slalom di Coppa del mondo di sci) per protestare per la scarsa competitività con cui l’azienda ha partecipato alla gara per l’assegnazione dei diritti dei Mondiali di calcio che si disputeranno in Russia tra sei mesi e che saranno visibili sui canali Mediaset. La domanda è la seguente: l’eliminazione degli Azzurri giustifica anche l’assenza del servizio pubblico? O trattasi ugualmente di evento d’interesse nazionale per il quale è tollerabile un esborso di 80 milioni (la cifra di 78 milioni offerti dalla tv commerciale non è stata smentita, la Rai si sarebbe fermata a 65)? Probabilmente, i risparmi di denaro pubblico andrebbero cercati in ben altri interstizi dei palinsesti della Tv di Stato.

Ma torniamo alla partita da ascoltare. Che lo sciopero della voce sia strumento di protesta adeguato resta un fatto da dimostrare. Anzi, l’autogol è in agguato, come dimostra lo share del 23% (6 milioni di spettatori), superiore a quello del match del giorno prima tra Napoli e Atalanta (21.1%, 5,5 milioni) completo di commento. Certo, la Juventus ha una tifoseria più numerosa e forse con le voci dei giornalisti l’audience avrebbe potuto essere ancora maggiore. Tuttavia, per quello che contano i commenti sui social, non pare si sia avvertita la mancanza delle locuzioni di Gianni Cerqueti o di Alberto Rimedio. Tutt’altro. Per una volta anche dal divano di casa ci si è immersi nel clima dello stadio, potendo ascoltare le formazioni dallo speaker, i cori dei tifosi, le urla di giocatori e allenatori (soprattutto quelle del povero Mihajlovic), le proteste per le decisioni arbitrali. Per una volta la disintermediazione si è fatta apprezzare anche nello sport, consentendo il contatto diretto con la materia prima: l’evento agonistico. L’intermediazione funziona quando è competente, autorevole, originale. E non sempre, non solo tra i giornalisti sportivi Rai, lo è.

Ballando con… Bolle, la danza diventa evento

D’improvviso, la Rai in una delle sue espressioni migliori da qualche anno a questa parte. C’è la riprova che intrattenimento non significa solo varietà ed evasione, quella prevedibile alternanza di comici e cantanti a cui ci ha tristemente abituati gran parte della programmazione in voga. Roberto Bolle danza con me (Rai 1, lunedì, ore 21.15, share del 21.5%) è stato uno spettacolo vero, capace di coniugare espressione artistica, gusto per il bello, talento, leggerezza, racconto. Chissà che cosa l’avrà partorito: una congiunzione astrale favorevole, la lontananza da pressioni e interferenze dei palazzi romani in queste settimane di vacanza della politica, la scarsa competenza dei dirigenti Rai in materia di danza. O, in positivo, la direzione artistica e la scrittura dello stesso Bolle, la collaborazione del coreografo Michael Cotten, uomo dei grandi eventi televisivi americani, la realizzazione della Ballandi Entertainment. Una serata evento che ha inaugurato nel modo migliore il nuovo anno e ha per una volta dimostrato la capacità del servizio pubblico d’intrattenere con piglio innovativo, dosando racconto biografico, competenza artistica, collaborazioni di alto profilo (Sting, Tiziano Ferro). Uno show con Bolle certamente grande protagonista nel ruolo di «étoile dei due mondi», in grado di alternare danza moderna e balletto classico: su tutti la performance di Luce e ombra, passo a due con Melissa Hamilton, dal balletto «Caravaggio» firmato da Mauro Bigonzetti. Ma anche uno show corale, che ha visto Marco d’Amore liberarsi della cupa maschera del Ciro Di Marzio di Gomorra per indossare i panni del narratore moderno di armonie e leggerezze con una disinvoltura che sorprende solo chi non l’ha visto recitare in American Buffalo (al Franco Parenti di Milano Bolle era in prima fila). Una coralità completata dalla partecipazione di Virginia Raffaele, formidabile il suo numero di danza moderna, Pif, Miriam Leone e Geppi Cucciari, tutti appartenenti alla scuderia di Beppe Caschetto. Sarebbe tuttavia bizzarro prendersela con lui. Più che una colpa forse è un merito avere tra i propri artisti alcuni dei migliori trenta quarantenni in circolazione. Piuttosto, compete alla Rai saperli dosare senza inflazionarli.

La Verità, 3 dicembre 2018

Non è Sanremo, ma X Factor in chiaro su Tv8

Il televoto di Tv8. Sembra un gioco di parole ed è l’arcano neanche tanto nascosto del risultato a sorpresa di X Factor 11: Lorenzo Licitra vincitore al posto dei super pronosticati Maneskin capeggiati da Damiano David. Un verdetto inaspettato, un laser che ha squarciato le certezze del Forum di Assago, spiazzando Alessandro Cattelan che doveva proclamarlo, Mara Maionchi, Manuel Agnelli, gli stessi artisti in attesa. Tutto pendeva dalla parte della sfrontatezza dei ragazzi di Monteverde, quartiere del Gianicolo dall’elevato profilo artistico. La fresca conquista del disco d’oro con l’inedito Chosen, mitragliato da tutte le radio. Le previsioni delle agenzie di scommesse. Il tifo del pubblico femminile più modaiolo, sedotto dalla fluidità del frontman che aveva acceso fenomeni d’isteria anche un filo over. La preferenza delle testate glamour, degli ambienti rock, del mondo fashion. Una vittoria annunciata. La gran voce tenorile e il sorriso aperto di Licitra non potevano bastare. Invece, il talent fa i cantanti, guida i percorsi, ma non i gusti dei telespettatori. Tanto più se, dopo aver lavorato al coperto, per la finale ti affacci sulle reti in chiaro. La smentita è in agguato. Il pubblico generalista è più pop, più tradizionale e allergico agli eccessi. Era accaduto, per lo stesso motivo, anche nel 2015 con Giosada che, a sorpresa, aveva superato i favoriti Urban Strangers. Stavolta si sottolinea che nella prova del medley Licitra è stato superiore all’avversario. In realtà il vantaggio dei Maneskin non poteva essere annullato da una sola esibizione. È il televoto a fare la differenza. «Come Sanremo. Il rock non può vincere», ha cinguettato Gino Castaldo su Twitter. Per anni, proprio al Festival di Sanremo i concorrenti di Amici di Maria De Filippi e dei talent hanno imperversato perché le community dei loro fan erano più attive al momento del televoto. A X Factor accade il contrario: al momento di scegliere il vincitore il pubblico di Tv8 e Cielo smentisce o almeno corregge il percorso sul canale criptato. Una smentita clamorosa, un colpo di coda anche sul dualismo tra scelte pop e mondo underground, tra la Maionchi e Agnelli.

Sky Italia e FremantleMedia si godono i numeri da primato: 2,7 milioni di telespettatori, l’11.2% di share sommando Sky Uno, Tv8 e Cielo, in crescita del 22% rispetto alla finale del 2016. Si gode la qualità dello spettacolo e la macchina oliatissima che fa perno sull’inventiva del direttore artistico Luca Tommassini, sulla disinvoltura di Alessandro Cattelan e su un brand forte che si avvantaggia pure delle polemiche sul verdetto.

La Verità, 16 dicembre 2017

Talent giudici. Profonda riflessione in corso

Qualche nota sull’undicesima edizione di X Factor che si conclude con la finale di stasera e che, per varie ragioni, si è rivelata la più faticosa da quando, nel 2011, il talent show è passato a Sky Italia. Stiamo sempre parlando del miglior show musicale in circolazione, ma qualche crepa comincia ad aprirsi sulla superficie levigata del plexiglass. Direttore artistico (il ripetutamente ringraziato Luca Tommassini) regia, autori, scenografi e coreografi fanno sempre alla grande il loro sporco lavoro e, salvo qualche rimediabilissimo incidente, la macchina continua a girare oliata e l’innovazione estetica e tecnologica rimane apprezzabile. La conduzione di Alessandro Cattelan è una garanzia al punto che, considerata la padronanza, se un rischio può esserci è quello del pilota automatico innestato su una velocità di crociera meno elettrizzante di altre annate. Tuttavia, avercene. Anche i concorrenti si mantengono di ottimo livello. Quest’anno, ridimensionata la presenza del rap che ormai era come la rucola negli anni Novanta, la varietà dei generi è stata ancora più ampia. In finale sono arrivati il tenore pop di prospettiva, la voce soul che sparge particelle di sofferenza, la band punk sfacciatamente provocatoria, il cantautore di personalità: tutti con un «percorso» e un «carattere» ben definiti. Per inciso, bookmakers e fan soprattutto femminili tifano spudoratamente per i Maneskin. Dove tutto l’ingranaggio si è inceppato è dietro il bancone dei giudici tra i quali la chimica è stata pari a zero. Una ruota quadrata. Fin dal primo live è emersa la conflittualità tra Manuel Agnelli e Mara Maionchi e tra Levante e Fedez. Liti e contestazioni ribadite sulle assegnazioni e sulla gestione dei singoli cantanti hanno evidenziato una diversa concezione del talent. Mara e Levante erano contestate per il frequente ricorso a cover, mentre Manuel e Fedez insistevano a frequentare l’underground. Insomma, da una parte poca ricerca, dall’altra troppa ricercatezza. La ruota si fermava a ogni spigolo. Quello più grosso è stato il caso Rita Bellanza, talento di grandi ambizioni più per il vissuto che per l’estensione vocale. A rendere ancora più gelido il clima dalle parti della giuria è arrivato lo scontro tra Manuel e Fedez sull’ennesimo salvataggio di Rita ai danni di Gabriele Esposito. Si è andati avanti senza più interagire per non rischiare di farsi troppo male. La riflessione dovrà essere profonda. Basterà cambiare i giudici, tutti o quasi, per rivitalizzare il format?

 

La Verità, 9 dicembre 2017