Giannini con Floris: questione di (non) stile

Massimo Giannini parteciperà in qualità di opinionista fisso a quattro puntate di diMartedì di Giovanni Floris su La7. Nella prima si vedrà un faccia a faccia tra i due conduttori, nella seconda chissà. Continua a leggere

Il geniale tutorial di Frassica per noi nativi analogici

Lo dichiaro subito: ho una spiccata simpatia per Nino Frassica. Per il suo funambolismo linguistico – i colti lo chiamano “lessico surreale” – e il suo pindarismo dialettico. La sua arte di saltare di palo in frasca senza mai perdere contatto con Continua a leggere

Vi starete chiedendo perché Cracco c’inonda di spot

Uno si alza la mattina e, mentre si prepara la colazione, accende distrattamente la tv per aggiornarsi un po’ imbattendosi nella pubblicità. “Vi starete chiedendo che cosa ci fa Cracco in un bagno” di una nota casa Continua a leggere

Qualcuno dica a Insinna dove andare a parare

Quadratura complicata. Scommessa ardita. Combinazione forzata. Mettere insieme calcio e varietà, pallone e intrattenimento. Raiuno e RaiSport, timonate dai nuovi direttori Andrea Fabiano e Gabriele Romagnoli, ci provano con Il Grande Match e Flavio Insinna. Se funzionasse farebbero bingo. Gli Europei durano un mese tondo e perché non sperare siano notti magiche. Se, per l’occasione, la Fiat lancia la Panda Azzurra e i giornali, Foglio compreso, si sperticano in speciali e monografie su Francia 2016, vuol dire che in tanti ci credono e il giro di soldi c’è. Cosa c’è di più popolare della Nazionale (Conte a parte)? E di più nazionalpopolare di Insinna? La ricetta è quella del minestrone. All in: partita, lezioncina tattica, amarcord, tifoserie delle squadre che hanno giocato, quiz, orchestrina con il medley delle canzoni del ’68, quando vincemmo, persino l’angolo cucina con Cesare Bocci e Arrigo Sacchi che non sopporta l’aglio. Continua a leggere

Con Marseille Netflix cerca un pubblico più pop

Nonostante critiche e stroncature la produzione ha appena rinnovato Marseille per la seconda stagione. L’annuncio è arrivato qualche giorno fa via Twitter. Continua a leggere

Il Presidente, divulgazione di qualità che merita un altro orario

“Se c’è qualcuno, là fuori, che ancora dubita che l’America sia un posto dove tutto è possibile, e ancora mette in dubbio il potere della nostra democrazia, questa notte ha avuto le risposte che cercava”. Comincia con il celebre discorso della notte del 4 novembre 2008 la puntata de Il Presidente trasmessa da Retequattro. Lì, nella spianata di Chicago, la città dove Barack Obama si è formato e affermato, prima come avvocato poi come community organizer infine come leader politico, s’è riunita una folla enorme nella quale s’intravede una Oprah Winfrey rapita dal carisma dell’oratore. In quelle poche parole, pronunciate con pacatezza e le giuste pause, c’è tutta la forza tranquilla del leader e la consapevolezza della svolta storica che la democrazia non solo americana sta vivendo. Ora che il secondo mandato del primo presidente americano di colore sta declinando e è entrata nel vivo la corsa per l’elezione del suo successore, la rete diretta da Sebastiano Lombardi ha dedicato il terzo biopic (i primi due a Vladimir Putin e alla Regina Elisabetta) a Obama. La ricca e approfondita documentazione si basa sul documentario Becoming Barack – Evolution of A Leader, che ne ripercorre la vita dagli anni ’80 ai ’90. I brani sono intervallati dagli interventi di Alessandro Banfi che, grazie alla padronanza dell’argomento, si rivolge al pubblico della rete “più anziana” di Mediaset senza scontentare chi vuole approfondire i dettagli del sistema elettorale Usa.

Il presidente Barack Obama intervistato da Steve Kroft per 60 Minutes

Il presidente Barack Obama intervistato da Steve Kroft per 60 Minutes

Il documentario e anche la successiva intervista concessa da Obama a Steve Kroft di 60 Minutes, il programma della Cbs, sono ricchi di testimonianze e approfondimenti sugli otto anni alla Casa Bianca del presidente nero. Si capiscono le ragioni della scelta di non risolvere con le armi la crisi asiatica, dell’accordo nucleare con l’Iran, le motivazioni del Nobel per la pace, la decisione di uccidere Bin Laden, l’errore della cattura di Gheddafi senza avere un progetto successivo, il merito di aver ripristinato la relazione con Cuba, la prima visita di un presidente americano a Hiroshima. Banfi usa frasi brevi sottolineate dalla mimica delle mani, è immediato senza essere banale, un po’ alla Minoli, ma senza concitazione. Così Il Presidente è un programma di divulgazione, equilibrato e approfondito nello stesso tempo, una formula che, con un po’ di coraggio, potrebbe conquistare una frequenza più assidua e un orario meno da nottambuli.

 

Qual è il segreto di una buona pasta? Fiorello

In fondo Fiorello è come la pasta. Qual è il segreto per fare una buona pasta ? Ci puoi mettere tutti gli ingredienti più ricercati, se li hai. Altrimenti fa lo stesso. Fiorello potrebbe inventarsi uno show leggendo il vocabolario o l’elenco del telefono. Edicola Fiore è l’uovo di Colombo. L’idea era lì, talmente elementare che nessuno ci ha pensato. A cominciare dalla Rai per finire a Mediaset. Andava sul web da mesi, anni. Ha appena vinto il premio È giornalismo!, non la prima e l’unica volta che viene assegnato a un non giornalista professionista (con scorno dell’Ordine e dei sacerdoti dell’ortodossia). E dunque bastava provarci. Ci ha pensato Sky, la scia è partita, il fenomeno virale sui social, sui media, nelle conversazioni tra amici.

Lorenzo Jovanotti nella sigla di Edicola Fiore

Lorenzo Jovanotti nella sigla di Edicola Fiore

Fiorello ha arruolato Stefano Meloccaro, Jovanotti per la sigla, Fedez come corsivista in collegamento web, i Negramaro come guest star della prima puntata: “Noi siamo come le serie di Sky, nove episodi ma alla fine non si sa chi muore”. No, “siamo l’Unomattina di Sky e tu sei Franco Di Mare”. L’anteprima con Agonia cita le serie doc. Ci sarebbero anche le notizie da dare – 1,4 milioni di persone che devono restituire gli 80 euro, la spazzatura che sommerge le vie di Roma per lo sciopero dei netturbini – ma Fiore sommerge tutto con il “buonumore”, parola chiave, additivo imprescindibile della cura. Agonia, John Wayne, il Depresso, il Dottore, i Gemelli di Guidonia, stanno al gioco. All’autopresaingiro. E alla presa in giro della tv e del circo mediatico, la parodia di Gomorra, dei programmi scomodi che non fanno sconti a nessuno, di Sky che ti bombarda con la promozione e ti sommerge di repliche a tutte le ore e su tutte le reti. Il segreto di una buona pasta è Fiorello. In Italia la buona pasta piace a tutti. Tranne ai celiaci e ai vegani…

Fiorello con Stefano Meloccaro

Fiorello con Stefano Meloccaro

Post Scriptum Ieri sera, in vista del voto di domenica (mentre in Rai si frigna perché si parla troppo di referendum e poco delle amministrative) SkyTg24 ha rispolverato Il Confronto con i sindaci (stasera, davanti a Gianluca Semprini, per la prima volta si troveranno tutti i candidati di Roma). Su SkyUno, invece, ci sarà Gomorra e domani due nuovi episodi di Dov’è Mario: Sky punta a diventare il diario di giornata del ceto colto medio-alto.

Dov’è Mario, serie post sulla schizofrenia italiana

L’incipit è fulminante. Probabilmente a causa di un colpo di sonno, mentre era alla guida della sua auto, di ritorno da un convegno su Bobbio, il grande intellettuale Mario Bambea è rimasto vittima di un incidente stradale. Piovono libri dopo il cappottamento dell’auto e già questo è una gigantesca presa per i fondelli dell’intellò radical chic (chirurgico il controcanto in sottofondo: erano tutti libri invenduti a dimostrazione che Bambea era un bluff). L’allarmismo, la concitazione e l’apprensione con cui i notiziari informano (nockumentary) del coma dello stimato seppur controverso studioso scrittore polemista è un gioiello di satira dell’ossequio e della deferenza che domina i media quando si tratta di parlare dell’intellettuale di sinistra, archetipo di questi anni, un filo in declino. Perché, insieme alla figura del protagonista, attraverso il suo doppio, Bizio Cappoccetti, Dov’è Mario, la nuova serie di e con Corrado Guzzanti trasmessa da Sky Atlantic, è anche una satira di tutto il contesto (“contestualizziamo”): salotti, giornalisti (Santoro, Travaglio, Floris in camei di loro stessi), editori, affinità snobistiche varie, in sintesi, dei talk show e del loro circondario da Ambra Jovinelli. Il tutto rappresentato con una precisione linguistica millimetrica: Mario Bambea era anche “premio Strega per La temperatura del bianco da cui Valter Veltroni trasse un film” (Mentana dando l’annuncio dell’incidente); “un uomo, come lo definì Napolitano, di esasperante coerenza” (la giornalista di SkyTg24).

Enrico Mentana dà l'annuncio dell'incidente a Mario Bambea

Enrico Mentana dà l’annuncio dell’incidente a Mario Bambea

Senonché l’incidente innesca il meccanismo schizoide, facendo esplodere il sonnambulismo di cui il venerato maestro era già affetto. Anziché bevendo la pozione del Dr. Jekyll, Bambea si trasforma in Bizio nel cuore della notte, quando abbandona la camera e s’intrufola nel teatrino sotto casa, per dar sfogo alla vena comica, trucida e scorrettissima (“mai investire un rumeno in bicicletta, potrebbe essere la vostra”) che tracima incontenibile, smentendo tutto il manierismo di erre arrotate e vestaglie di raso. Al fianco di Guzzanti giganteggia Dragomira (Evelina Meghnagi) la badante poetessa rumena – “fuggita dal regime di Ceausescu”  – demenzial-stralunata quanto basta per essere già cult. Indovinata anche la critica della sinistra settaria, manichea, complottarda e autoreferenziale che si rintana a Radiotre, da dove avversare la televisione corrotta e corruttrice, il Grande Fratello e Masterchef che, sussurra il conduttore frustrato, “è un format della massoneria”…

Corrado Guzzanti alias Bizio Cappoccetti

Corrado Guzzanti alias Bizio Cappoccetti

Ovviamente, finora, risulta vincente l’alter ego trash di Bambea, quel Bizio che, demolendo qualsiasi sovrastruttura, sprigiona tormentoni in romanesco e conquista l’impresario del teatrino di serie c. Si vedrà come va a finire nei prossimi, pochi, tre episodi che Sky ha programmato sulla rete della serialità con infinite repliche e dopo una massiccia campagna di lancio. Nella sua schizofrenia, Mario incarna l’Italia dell’ultimo ventennio, che convive ma non comunica, separata da tic, snobismi, complessi di superiorità da una parte, contro qualunquismi, menfreghismi e becerismi a iosa dall’altra. Ci sarà da divertirsi. Intanto, Dov’è Mario, prodotta da Wildside di Lorenzo Mieli e Mario Gianani, scritta dallo stesso Guzzanti con Mattia Torre e diretta da Edoardo Gabbriellini, ci fa intendere che forse quella separazione così estrema, quella differenza di costume, culturale e, qualcuno azzarderebbe, antropologica, che ha reso tanto complessa la convivenza dei decenni a cavallo di fine millennio si è stemperata. Oggi al governo c’è un politico che non rappresenta né l’una né l’altra parte. Ma di entrambe ha fatto emergere intolleranze e anacronismi. In questo senso la serie di Guzzanti è un geniale show postumo. Tre anni fa ci si sarebbe accapigliati molto più di quanto potrà avvenire oggi. E Santoro e Travaglio difficilmente avrebbero accettato di fare da autoironiche comparse, nella venerazione dell’intellò in crisi.

I 5 motivi per cui Matrimonio a prima vista fa malinconia

C’è una lunga premessa per motivare, anzi, giustificare, il nuovo factual di Sky Uno, Matrimonio a prima vista – Italia, derivato da Married at First Sight a sua volta tratto da una serie danese. È una lunga rincorsa per tentare di dare credibilità all’operazione, mettere le mani avanti e prevenire le critiche, o per entrambi i motivi. In Italia, recita la voce fuori campo, vivono più di 8 milioni di single, i siti di appuntamenti sono in costante aumento e ogni giorno crescono le applicazioni dedicate alla ricerca dell’amore, eppure le persone fanno sempre più fatica a trovare il partner giusto. “Un matrimonio combinato dalla scienza può essere la strada giusta per trovare l’amore della vita?”, butta lì sempre la stessa voce. La risposta è affidata a un team di tre esperti composto da Mario Abis, sociologo di lungo corso (fondatore e presidente di Makno), Gerry Grassi, psicologo e psicoterapeuta con barba e giacca da ypster, Nada Loffredi, sessuologa molto compresa del ruolo.

Il team di scienziati del programma: lo psicologo Gerry Grassi, la sessuologa Nada Loffredi e il sociologo Mario Abis

Il team di esperti: lo psicologo Gerry Grassi, la sessuologa Nada Loffredi e il sociologo Mario Abis

Nel primo episodio si assiste alla convocazione dei potenziali concorrenti, all’oscuro del vero contenuto del format, buona parte dei quali abbandona appena gli esperti lo rivelano: sposarsi conoscendo il proprio partner direttamente davanti al funzionario che celebra il matrimonio civile (sempre lo stesso nelle tre situazioni diverse). Scusate: ma finora non s’era detto che prima di sposarsi, bisogna sperimentare la convivenza? Una volta “uniti in matrimonio” i neo-sposi vivranno da coniugi per cinque settimane e a quel punto si capirà se andranno avanti o ricorreranno al divorzio, procedura abbreviata. L’obiettivo degli esperti è formare tre coppie da far convolare scelte tra i superstiti, “41 donne e 56 uomini, per un totale di 2296 possibili match”, che vengono sottoposti a test di varia natura per conoscere temperamenti, abitudini, gusti e tutto il resto. Frullati i quali, in un programma che combina voci come universalismo, tradizione, conformismo, edonismo, successo, si abbina il partner più compatibile. Sebbene il team di scienziati faccia di tutto per rendere plausibile il meccanismo alla fine domina un senso di finto e di malinconia. Ecco perché.

La coppia composta da Alessandra e Andrea

La coppia composta da Alessandra e Andrea

  1. Le parole sono svuotate del loro significato e qui matrimonio corrisponde a una sorta di gioco, di pretesto, di divertissement. La formula magica, un tantino ipocrita, ripetuta fino alla nausea è esperimento sociale. I soggetti dell’esperimento sono gli scienziati, gli oggetti sono i candidati sposi. Ovvero, delle cavie. Poi uno dice che i giovani sono bamboccioni, non riescono a costruirsi un futuro eccetera.  Tranquilli, ci pensa la tv, manuale d’istruzioni per vivere.
  2. Le cavie non sono protagoniste e possono solo subire le azioni dei manovratori, ovvero la televisione e la scienza, veri attori del matrimonio. Non a caso, durante la preparazione, i candidati continuano a ripetere “è una cosa assurda”, “è una follia”, “non è umanità”. Il matrimonio contratto dai concorrenti è equiparato a una prova, un cimento del reality. Così questi poveri ragazzi si scambiano l’anello nuziale e si dicono “speriamo di innamorarci”.
  3. Il meccanismo appare brutale. Ai promessi sposi viene annunciato che la prossima settimana sarà celebrato il loro matrimonio al buio. Fino al giorno stabilito, oltre a provare l’abito e informare la famiglia completamente ignara, hanno tutto il tempo per arrovellarsi in notti insonni chiedendosi chi e come sarà il partner. Unico sedativo della paura di aver commesso un colossale errore, la scappatoia del divorzio.
  4. Verosimilmente, i partecipanti al game, di questo si tratta, percepiscono un robusto gettone. E verosimilmente ci guadagneranno anche in popolarità, visibilità e quant’altro.
  5. Chiudo citando la risposta di una ragazza che ha abbandonato dopo aver conosciuto lo scopo della chiamata: “Voglio scegliere io con chi sposarmi”.

 

Blindspot, i tatuaggi enigmistici non fanno una serie

Lei ha occhi verdi, capelli di seta nera, pelle diafana, labbra come una piccola onda rossa e un corpo sinuoso. Ma se l’aggredisce una banda di cinesi urlanti o un marine tutto muscoli è capace di stenderli rimediando appena un graffio al labbro. Chi è questa figliola piena di sorprese? Proprio questo è il punto. L’abbiamo vista spuntare nuda, ricoperta solo di tatuaggi, da una borsa ritrovata a Times Square, cuore di Manhattan, nella prima scena di Blindspot, la nuova serie in onda su Italia Uno e in contemporanea su Italia 2, La5 e TopCrime (per controprogrammare Gomorra 2). Ma nemmeno lei conosce il proprio nome, quello di sua madre o chi sia il presidente degli Stati Uniti in carica. Un essere resettato.

Jamie Alexander, un passato da wrestler, nel ruolo di Jane Doe

Jamie Alexander, un passato da wrestler, nel ruolo di Jane Doe

Insomma, la formula è: il mistero è fitto e l’Fbi brancola nel buio. “Chi sono io?”, chiede la ragazza, ribattezzata Jane Doe, all’agente incaricato del caso, occhi verdi pure lui. “Non lo sappiamo ancora”, è la risposta. Le impronte digitali non hanno corrispondenza, il dna nemmeno, il database fa cilecca. Ce ne sarebbe abbastanza per innescare una trama sulla questione dell’identità nella società ipertecnologica e supersorvegliata del terzo millennio. Ma l’action thriller investigation incombe con le sue leggi. L’unica pista percorribile è la decodifica dei tatuaggi, oltre duecento, tra i quali compare anche il nome del detective. Vuoi vedere che tra i due c’è un legame insospettabile? Nell’armadio della psiche, l’agente ha ancora lo scheletro di una compagna improvvisamente scomparsa quando, bambini, giocavano insieme…

Il cast completo di Blindspot

Il cast completo di Blindspot

Prodotta da Nbc, ideata da Martin Gero e Greg Berlanti (Arrow, Supergirl), Blindspot ha avuto 15 milioni di spettatori medi, il plauso della stampa specializzata e il Critics Choice Award come “miglior nuova serie” della stagione. Interpretata da Jamie Alexander nel ruolo di Jane Doe, Sullivan Stapleton (il detective) e Marianne Jean-Baptiste (responsabile del dipartimento investigativo), Blindspot è un mix con poche aggiunte di serie già viste, da Person of Interest a Blacklist fino a CSI. Ci sono i tatuaggi enigmistici, i database, i cinesi che vogliono far esplodere la Statua della Libertà, i reduci dall’Irak mal gestiti dall’esercito, i file segretati dal Pentagono, i servizi segreti e pure i droni. Per dire da che parte stiamo basta un breve dialogo tra la ragazza misteriosa e un’agente, a proposito del reduce psicopatico che sta seminando il panico per le vie di New York: “Gibson, in fondo era un brav’uomo”; “Ha ucciso dieci persone stamattina, non è stato un brav’uomo”; “Una brava persona non fa mai cose orribili?”; “Gli esseri orribili fanno cose orribili e le brave persone li fermano”. Ora siamo più tranquilli, buonanotte.