Domenico Iannacone lascia l’ultima parola alla realtà

Domenico Iannacone è uno che parla poco. Parla poco nei reportage. E parla poco anche in pubblico, non fa annunci e conferenze stampa. Parla poco perché ascolta molto e fa parlare gli altri. E perché osserva molto e fa parlare i fatti e le situazioni. In cinque anni da quando conduce il I dieci comandamenti non lo abbiamo mai sentito lamentarsi per qualche ragione, mai alimentare polemiche. I dieci comandamenti è un programma di documentari e reportage nell’Italia più periferica che va in onda su Rai 3 quasi sempre in seconda serata, ma può accadere che qualche volta, come lunedì scorso, venga anticipato alle 21.10. Ogni puntata ha un titolo, un tema di approfondimento, quello dell’altra sera era Ti voglio amare e narrava l’amore dei siciliani per la loro terra, Palermo soprattutto, città provata dagli attentati di mafia, dall’abbandono, dalla disoccupazione. «Ti voglio amare» è un verso di una canzone di un cantante dilettante che per vivere fa il muratore e dice di questo atto d’amore incondizionato, per una terra che è «senza speranza», come afferma un altro degli intervistati che quasi certamente non ricorda la sentenza di Leonardo Sciascia («Palermo è una città irredimibile»). Iannacone non ha tesi precostituite, teoremi da dimostrare. Va e parla con le persone, soprattutto fa parlare loro. Madre e figlio disoccupati, per esempio, trincerati dentro due stanze cadenti, tornati a Palermo dopo vent’anni in Lombardia e scivolati nella miseria. Fa parlare la principessa Valguarnera Gangi che ha speso vent’anni della sua vita per ripristinare il palazzo di famiglia, una delle poche abitazioni dinastiche ancora conservate e aperte in Europa. Ma che ora, esaurite le risorse economiche ed estenuata dall’indifferenza dei politici italiani, non quelli stranieri, dichiara, tra le lacrime, di aver deciso di vendere la storica dimora. Oppure Iannacone segue Tony Gentile, il fotografo che immortalò Falcone e Borsellino sorridenti, che è andato a rivedere il rottame dell’auto su cui viaggiava Falcone a Capaci, dal quale Giuseppe Costanza, suo autista, uscì miracolosamente vivo perché alla guida c’era proprio il magistrato che si era distratto e aveva rallentato, arrivando un attimo dopo all’appuntamento con la bomba. Costanza non viene mai invitato dalle autorità alle commemorazioni della strage. Oppure parla con i ragazzini del quartiere di Borgo Vecchio: case fatiscenti a due passi dal centro città, dove un giovane rapper prova a farli uscire dall’isolamento. Nel sito del programma vengono chiamate «inchieste morali». E andrebbero mostrate prima dei consigli dei ministri o dei consigli comunali. Iannacone ascolta e lascia l’ultima parola agli intervistati, affidando il commento alla musica e alle immagini. Parlano i fatti.

La Verità, 21 dicembre 2016

Un malinconico Santoro battuto dall’allievo Formigli

Sconfitto dal suo allievo. Malinconicamente. Battuto da Corrado Formigli, suo storico inviato fino al 2011, ora titolare di Piazza pulita su La7. Quello di Michele Santoro, l’ex conduttore più controverso della tv italiana, sta diventando un triste declino, e la faccenda dispiace. Tanto più in un momento in cui, come ha notato Carlo Freccero, consigliere d’amministrazione in Viale Mazzini, la Rai è a corto di anchorman e di proposte d’informazione autorevoli (chiuso con qualche strascico polemico Politics – Tutto è politica di Gianluca Semprini, da inizio febbraio Bianca Berlinguer prenderà il suo posto nella prima serata del martedì con Cartabianca). Ora, però, mette conto di riflettere un attimo sulla strana programmazione di questo Italia, appuntamento bimestrale con Michelone figliol prodigo. Il programma di Santoro su Rai 2 ha raggiunto il 4.16 per cento di share con 992.000 telespettatori, superato da Piazza pulita che, su una rete outsider, ha conquistato il 5.45 per cento e 1.032.000 persone. La questione delle due reti è tutt’altro che ininfluente perché, sebbene il talk di Formigli sia durato un’ora in più, ha dovuto metabolizzare un numero doppio e più robusto di break pubblicitari, com’è noto particolare non di poco conto agli effetti dell’audience. La vicenda è ancor più significativa in rapporto alla situazione dell’informazione nel servizio pubblico e alla strategia di programmazione dei palinsesti.

Corrado Formigli, conduttore di «Piazza pulita» e autore di «Il falso nemico» (Foto Corbis)

Corrado Formigli, conduttore di «Piazza pulita» e autore di «Il falso nemico» (Foto Corbis)

Dopo una prima uscita, nell’ottobre scorso, l’altra sera davanti al dirigibile di Italia si parlava di degrado delle periferie, stavolta Tor Bella Monaca fuori Roma, dopo Scampia a Napoli. Ospite in studio c’era Roberto Saviano («Rischia ormai di diventare la caricatura di se stesso», parola di Aldo Grasso), appena uscito da House party di Maria De Filippi. Certamente la persona giusta, per parlare di piccola criminalità, spaccio, racket e abbandono scolastico. Ambientati nei bassi partenopei, questi sono i temi sia di La paranza dei bambini, ultimo romanzo savianesco, che di Robinù, il documentario santoriano già uscito nelle sale cinematografiche, ma in attesa di collocazione nei palinsesti Rai. Competenze provate, dunque. E sinergie altrettanto solide. Il problema, caso mai, è un altro. Il degrado delle periferie è senza dubbio un’emergenza del Paese e perciò materia sempreverde. Ma proprio giovedì, con le indagini per gli appalti chiacchierati sfociate nell’arresto di Raffaele Marra, braccio destro di Virgina Raggi, è cominciata a salire la tensione attorno alla giunta romana. Essendo un bimestrale centrato su un lungo reportage, Santoro è stato costretto alle acrobazie per restare agganciato all’attualità. Come ha fatto nell’editoriale d’apertura dedicato al governo Gentiloni e all’albero di Natale della sindaca romana. E come ha fatto rispondendo alle critiche provenienti dai social network, girate in diretta da Giulia Innocenzi (ora che Santoro è diventato renziano, usa la microcriminalità delle periferie per attaccare la Raggi; la situazione dello spaccio e del racket viene da lontano, non può essere incolpata solo e principalmente l’ultimo sindaco). Attualità un po’ «fredda» anche con Vauro Senesi nel ruolo del responsabile casting per il presepio della politica. Nel quale la Boschi vorrebbe tornare a fare la madonnina, ma vengono respinti Gesù Renzino, Gesù Salvino, Gesù Berluschino e Gesù Grillino, imponendo la necessità di un Gesù su misura: «Pronto Nichi, dov’è che affittano uteri?» (miglior battuta della serata).

Su La7 a Piazza pulita, avendo ospite Alessandro Di Battista (bis dopo il Faccia a faccia di Giovanni Minoli di domenica scorsa), aiutato da Antonio Padellaro, Formigli ha potuto prendere di petto proprio le vicende della giunta capitolina, oltre al post referendum e al caso Mediaset-Vivendi. Da segnalare anche una lunga intervista a Marine Le Pen sui temi dell’immigrazione nel giorno in cui se ne parlava a Bruxelles tra i massimi responsabili dei Paesi europei. Insomma, stringente attualità.

Michele Santoro in una foto del 2011 con la sua ex squadra composta da Corrado Formigli, Sandro Ruotolo e Stefano Bianchi

Michele Santoro in una foto del 2011 con Corrado Formigli, Sandro Ruotolo e Stefano Bianchi

C’è da meravigliarsi se Formigli ha prevalso su Santoro alla prova degli ascolti? La notizia comunque c’è tutta perché maestro e allievo non si erano mai scontrati direttamente. Quando Michelone aveva lasciato la Rai dopo la transazione con Lorenza Lei, avviando l’esperienza di Servizio pubblico sulla multipiattaforma con il finanziamento diffuso di 10 euro, Formigli aveva accettato la proposta della prima serata su La7. Ovviamente, Michele non era stato contento. Un anno dopo, luglio 2012, con l’approdo nella rete ancora di proprietà Telecom, Piazza pulita e Servizio pubblico avevano convissuto alternandosi per qualche mese al giovedì, fino allo spostamento di Formigli al lunedì. L’altra sera lo scontro diretto: un bimestrale da una parte e un settimanale dall’altra.

Confronto impari, basta pensare all’informazione scritta. Tra un talk show settimanale con ampi servizi e un bimestrale d’inchiesta c’è la stessa differenza che intercorre tra un quotidiano d’informazione e un mensile di approfondimenti in edicola: l’attualità è sempre corsara e spiazza anche il più agile dei periodici. Se non si vuole pagare pegno all’Auditel bisogna mettere da parte l’ossequio al pedigree dei suoi (malinconici) autori. La collocazione corretta di Italia è la seconda serata.

 

La Verità, 17 dicembre 2016

Mina-Celentano, le immagini rock sono in bianco e nero

In fondo, non c’è molto da stupirsi. Lo si era capito fin dalla presentazione dei palinsesti che qualcosa non tornava nell’annuncio di un programma targato Mina e Celentano. Certo è che con Dedicato a MinaCelentano (scritto così, mantenendo l’ambiguità della serata tributo) la Rai ci ha giocato fin dall’inizio. Bluffando più che millantando. E dunque, la meraviglia riguarda solo il ridimensionamento dello sbandierato progetto, un’ora appena di tv nel cosiddetto access primetime, al posto di Affari tuoi o, se si vuole, di Techetechetè, dal quale, pure, ha mutuato ampi stralci del magico archivio della casa (Rai 1, lunedì, ore 20.35, share del 19,07 per cento). Un lungo omaggio ai grandi assenti, lei desaparecida da quel dì e lui vincolato a un contratto di esclusiva con Mediaset. E che però fa capolino nella clip in cui, in una Galleria Vittorio Emanuele deserta, Roberto Bolle balla Prisencolinesinanciusol con un gruppo di ragazzi. Omaggio firmato, per carità. Da Mika, che canta Ancora, ancora, ancora; da Carlo Verdone, regista e interprete del video per Se mi ami davvero; da Ferzan Özpetek, che dirige la storia filmata di È l’amore; da Paolo Conte, che ricorda come creò Azzurro per Adriano. Omaggio confezionato con la classe dell’artigianato artistico italiano e con le citazioni giuste. Come quella, affidata al fumetto, del celebre spogliarello di Sophia Loren davanti a un Mastroianni ululante in Ieri, oggi e domani.

La copertina di «Le migliori», l'ultimo disco di Mina e Celentano

La copertina di «Le migliori», l’ultimo disco di Mina e Celentano

Le canzoni e le passeggiate delle quattro donne, inquadrate di spalle, della copertina di Le migliori, il disco promosso, si alternano alle immagini di repertorio dei due monumenti nel loro momento migliore, cioè prima che lo diventassero. E, paradossalmente, son proprio quelle immagini in bianco e nero le più rock di una serata che, in sé, sfiora l’inelegante operazione pubblicitaria. Oltre a Mika anche la coppia Fedez e J-Ax stenta a reggere il livello della celebrazione, e sarà un fatto di autorevolezza che paga pegno all’anagrafe. Loro due, invece, restano mostri sacri, vecchie volpi che giocano con la loro stessa immagine: nascosta, disegnata, tratteggiata, fotografata, evocata, rifratta, intravista. Solo udita. In un omaggio che è come un piatto senza proteine, senza carne, un programma vegetariano, vegano. Cosicchè i celebranti celebrati possono prendersi gioco anche della Rai, come nell’anteprima. Lui: «Sarebbe bello avere una trasmissione televisiva», Lei: «Non ce la vogliono dare né a me né a te, purtroppo», «Una trasmissione pirata», «Noi telefoniamo sempre, loro ci dicono di no», «Sì, è vero, dicono: non potete». Se doveva essere un antipasto di qualcosa che si vedrà nel 2017 c’è d’augurarsi che il bluff sia finito e che il pasto sia a base di proteine vere, non liofilizzate.

La Verità, 14 dicembre 2016

«La meglio gioventù» (senza agiografia) di papa Francesco

Affacciato sulla terrazza di un palazzo che guarda la cupola di San Pietro, l’arcivescovo di Buenos Aires Jorge Mario Bergoglio ripensa a tutta la sua vita. È appena arrivato in Vaticano, idi di marzo del 2013, per un Conclave che, dopo la clamorosa rinuncia di Benedetto XVI, si annuncia tra i più delicati della storia contemporanea. In questo più che verosimile momento di pausa s’incardina il lungo flashback del racconto di Francesco, il Papa della gente, la miniserie prodotta dalla Taodue di Pietro Valsecchi, diretta da Daniele Luchetti e interpretata, nel ruolo principale, da Rodrigo De La Serna (Canale 5, mercoledì e giovedì, ore 21.30, share del 18,45 nel primo episodio). È una biografia che attraversa oltre mezzo secolo e che ci permette di capire qualcosa di più di chi è l’uomo che oggi guida la Chiesa cattolica. Vediamo il Papa attuale quand’era giovane. Peronista come quasi tutti i ragazzi argentini nel 1960, studente di chimica con fidanzata, figlio di genitori italiani emigrati, fino all’insorgere della vocazione religiosa che si presenta attraverso l’impeto missionario e il desiderio di recarsi in Giappone, che i superiori dei Gesuiti correggono suggerendogli di dedicarsi all’insegnamento. Nell’Argentina della dittatura di Jorge Rafael Videla, Bergoglio diventa prima Padre Provinciale dei Gesuiti e successivamente arcivescovo della capitale. Lo vediamo riformare la gestione dell’Università del Salvador, affidandone l’amministrazione a professionisti laici. E lo vediamo impartire il battesimo a un bimbo figlio di una relazione non regolarizzata nel matrimonio. S’intuisce così dove nasce la fede di Bergoglio, intesa non come una serie di «dogane spirituali» da superare, ma come fattore inclusivo e preoccupato di far conoscere Gesù Cristo a tutti. Lo vediamo difendere dall’oppressione e dalle violenze dei militari quei confratelli e seminaristi che, a differenza sua, abbracciarono esplicitamente la teologia della liberazione. Una resistenza che lo segnerà di dolore e sofferenze per la scomparsa di molti suoi compagni. Lo vediamo, infine, affacciarsi in piazza San Pietro con quel saluto che inaugurò una nuova stagione quanto proficua per la Chiesa lo dirà la storia. Gli story editor, lo stesso Luchetti e Martin Salinas, hanno attinto all’autobiografia e ai racconti diretti dello stesso pontefice. E probabilmente, al di là della semplicità di una narrazione rivolta al grande pubblico e di una certa, comprensibile, insistenza sullo scontro politico dell’epoca, non poteva esserci scelta migliore per restituirci il temperamento, la formazione e la maturazione pastorale contrassegnata dalla misericordia dell’attuale Capo della Chiesa cattolica.

La Verità, 9 dicembre 2016

 

 

 

 

 

 

 

La7 vola e Santoro commette due errori in un colpo

Sarà il vento del No, sarà l’aria di crisi che aleggia nel Paese dalla Roma istituzionale alle periferie meridionali disprezzate da Chicco Testa, fatto sta che La7 è improvvisamente tornata ai momenti di gloria del 2011 quando mieteva ascolti e record sulla scia della crescita grillina e della campagna per le amministrative. L’altra sera DiMartedì di Giovanni Floris ha sfiorato il 10 per cento di share e i 2 milioni di telespettatori (per l’esattezza 9,64 e 1.958.000), primato assoluto da quando esiste. Il dato risulta ancor più significativo se confrontato a quello del concorrente di Rai 3, quel Politics condotto da Gianluca Semprini rimasto inchiodato al suo malinconico livello (2,61 per cento). Cioè: la congiuntura politica non favorisce tutti indiscriminatamente, ma chi sa fare tv. L’altra sera c’era la solita fulminante copertina di Maurizio Crozza (nei panni di Renzi: «Avete fatto un unico errore, mi avete lasciato vivo: adesso sarò il vostro incubo… Nascosto dietro un MacBookPro sbucherò all’improvviso e mi riprenderò gli 80 euro») e ospiti come Pierluigi Bersani, Mario Monti, Domenico Delrio, Maurizio Belpietro. Poco prima Otto e mezzo di Lilli Gruber aveva raggiunto il 7.81 per cento di share (ospiti Beppe Severgnini, Marcello Sorgi e Andrea Scanzi) e ancor prima il tg di Enrico Mentana il 6.57. Ma al di là di numeri e programmi specifici è tutto il palinsesto della rete di Urbano Cairo a scoppiare di salute. A cominciare dalle morning news di Coffee break e L’Aria che tira, per proseguire al pomeriggio con Tagadà di Tiziana Panella (che in questi giorni ha ospitato Carlo Freccero, Ferruccio De Bortoli, Vittorio Sgarbi, Gianfranco Pasquino, Pierluigi Battista). Lunedì sera, per esempio, Lilli Gruber con Massimo Cacciari, Antonio Padellaro e Matteo Richetti aveva ottenuto il 9.23 per cento e Piazza pulita di Corrado Formigli, con le interviste a Jean Paul Fitoussi e Davide Serra, si era assestata al 7.38, facendo risultare La7 quarta rete in primetime. Il fatto è che, considerata la lentezza di riflessi della Rai, e grazie alla presenza di Mentana, ormai commentatori, opinionisti e analisti sembrano averla eletta come tribuna preferita. È la rete all talk il posto dove esprimersi e argomentare sapendo di trovare visibilità e interlocutori qualificati. Spiace che Michele Santoro non abbia colto la tendenza. E, anzi, vittima dell’involuzione che lo sta attanagliando, intervistato a La Zanzara abbia parlato di «Cnn all’amatriciana». I dati di questi giorni lo smentiscono. E alla svista si aggiunge la gaffe. Un tempo qualcosa fatto «all’amatriciana» era sinonimo, negativo, di una cosa ruspante e casereccia. Ma dopo il terremoto Amatrice è meglio tirarla in ballo diversamente.

La Verità, 8 dicembre 2016

Il «Gazebo» che svela il backstage della politica

Telecamerine e Twitter, satira e riprese rubate, raid notturni e vignette: siamo a Gazebo social news, striscia quotidiana di Diego Bianchi, alias Zoro, l’antinarratore della politica di Rai 3. È un’allegra compagnia de sinistra quella che manda in onda tutti i giorni questo racconto atipico delle cose della politica (dal martedì al venerdì, ore 20.10, share del 5,35 per cento nella puntata speciale post referendum). Un antiprogramma, verrebbe da definirlo. Attorno a Zoro che, t-shirt barba e romanesco spinto, è l’incarnazione dell’anticonduttore, si esibisce il fumettista Marco Dambrosio, alias Makkox: persino struggente l’altra sera la parabola di Renzi che rivede la sua storia immerso nella realtà virtuale di un Oculus, ma a un certo punto, causa moscerino, perde la connessione e rimane solo. Poi c’è Missouri, vecchio tassista promosso direttore del «Tg bello» per motivi di satira, che scarrozza Zoro nella notte romana dello spoglio referendario. Infine, Marco Damilano (L’Espresso) e Francesca Schianchi (La Stampa), antiospiti da talk show, che illustrano l’evoluzione della giornata fornendo parole chiave e link utili per comprenderla. E Zoro che fa? Annoda il racconto usando uno schermo tv sul quale manda i reportage, le incursioni, i filmati. Uno schermo che diventa finestra aperta sui palazzi della politica alla quale tutti, coautori, pubblico in studio e pubblico a casa, si affacciano per capirci qualcosa. Tra un filmato e l’altro, Zoro si ferma e dice due parole di spiega, sottolinea, se è il caso digita rewind e rimostra un particolare significativo (l’altra sera, per esempio, la stretta di mano in piazza Montecitorio tra Giorgia Meloni dei Fratelli d’Italia e Alfredo D’Attorre di Sinistra italiana). Poi ci sono i tweet che, contestualizzati, risultano assai più sapidi. Un altro dei punti di forza è l’agilità della strumentazione che permette rapidità negli spostamenti. Con una telecamerina digitale Zoro e soci vanno da un palazzo all’altro regalando riprese inedite, oblique, sporche. Passano dalla Maratona di Mentana al discorso della sconfitta di Renzi a Palazzo Chigi, dove si soffermano sul volto e le mani della moglie Agnese Landini, dal Comitato del No della minoranza Pd, dove acciuffano Massimo D’Alema, a piazza Montecitorio, dove spuntano leghisti che issano cartelli con «Salvini premier». Cose che nessun tg e nessun talk show mostra. Lo fa un antiprogramma «barbone» (hanno la barba Zoro, Missouri, Damilano e Makkox) e certamente di nicchia, che ha come mission il backstage della politica, di cui fa parte anche Twitter. Mentre i programmi tradizionali si dilungano in analisi e scenari, Gazebo va dietro le quinte per documentare e mostrare dettagli, certamente con un orientamento predefinito e con qualche eccesso voyeuristico. Che, tuttavia, possono aiutare a capire più di tante, interminabili, discussioni.

La Verità, 7 dicembre 2016

Quel gran doppiogiochista di Antonio Ricci

È sempre la solita faccenda del doppio registro, del doppio piano di lettura. Ma stavolta è dichiarato in partenza, fin dal tormentone che accompagna il programma: «Ci vuole cul-cul cultura!» (Italia 1, tutti i giorni, ore 20.20, share del 2,74 per cento). Al gioco del doppio linguaggio Antonio Ricci ci ha abituato da sempre: basta ricordarsi la storica polemica sulle veline che non sono donne oggetto, ma una denuncia dell’uso del corpo come strumento di successo. Intanto, per esemplificare, le si mostra in tutta la loro carica seduttiva. A Cultura moderna, rispolverato dieci anni dopo, ovviamente i concorrenti sono ignoranti come capre e soprattutto sono protagonisti di prove da sagra paesana, dilettanti al confronto dei quali Italia’s Got Talent è l’Actors Studio. Ovviamente Teo Mammucari li chiama «talentuosi», ironizzando sulla giostra dei talent show. Quanto al gioco, che in sé non ha nulla di appassionante, consiste nell’esibizione di cinque concorrenti che, in base al punteggio assegnato da un fantomatico esperto, conquistano il diritto a conoscere uno o più indizi per scoprire un personaggio misterioso.

Antonio Ricci, creatore ed autore di «Striscia la notizia» e «Cultura moderna»

Antonio Ricci, creatore ed autore di «Striscia la notizia» e «Cultura moderna»

Il pubblico in studio e a casa ci arriva quasi subito, ma i protagonisti del gioco misteriosamente no. Tra barzellette da oratorio, improbabili imitatori dei Blues Brothers, di Raffaella Carrà o dei versi degli animali si arriva alla prova finale che mette in palio 100.000 euro. Sempre ovviamente, può capitare di vincerli del tutto fortuitamente a uno dei concorrenti perdenti della prima selezione – «ci vuole cul-cul cultura!» – perfezionando la gigantesca presa in giro del carrozzone televisivo e del sistema dei quiz (il riferimento ad Affari tuoi è puramente voluto). Anche il famoso doppio piano di lettura è perfettamente realizzato perché, ancora ovviamente, una parte del pubblico s’infervora per scoprire la soluzione mentre la parte più snob sale in cattedra svelando l’intrigo del programma. Più che in Selfie – Le cose cambiano, qui è proprio il cinismo il sale della serata e, ovviamente, non può esserci faccia migliore di quella di Mammucari per reggere il filo scoperto della malizia. Così, tra un balletto della «marzullina» – altro ammiccamento – Laura Forgia (ex Eredità) e una gag di Carlo Kaneba, si arriva alla fine del game show con il quale, è stato scritto, su Italia 1 Ricci fa concorrenza al se stesso di Canale 5. Sarà davvero così? Oppure, con un quiz il luciferino autore di Striscia la notizia vuol togliere pubblico (poco in verità) ad Affari tuoi di Rai 1? Insomma, Ricci ci fa o ci è? Entrambi. Ovviamente…

Milena Gabanelli e l’arte di lasciare al momento giusto

È stata una sorpresa il saluto finale di Milena Gabanelli al termine dell’ultima puntata di Report (Rai 3, lunedì, ore 21.30, share del 7,56 per cento). Sorpresa non tanto per il congedo dopo vent’anni di conduzione dello storico programma, di cui si aveva già notizia. Quanto per il modo in cui è avvenuto. La giornalista ha presentato al pubblico uno a uno i colleghi che compongono la squadra e firmano le inchieste. «A Sigfrido Ranucci passerò il testimone. Siete in buone mani, siamo in 13 e come vuole la tradizione degli Apostoli, Report tornerà a Pasqua. Ma stavolta toccherà a lui portare la croce. Per quel che mi riguarda resterò nei paraggi, ma di certo sono stati 20 anni indimenticabili». Poi, intonando I’ve been loving you too long di Otis Redding, si è girata ad abbracciare i collaboratori e, come si usa, ha strappato la scaletta lasciandosi andare alla commozione. Anche l’algida Gabanelli ha un cuore. La conduttrice inflessibile, autrice di un giornalismo senza cedimenti, bombardata da querele regolarmente vinte, mai chiacchierata per questioni che non fossero di stretta natura professionale, mai compiaciuta della sua popolarità, certamente uno dei migliori esempi di cosa significhi fare servizio pubblico, ha mostrato il suo lato tenero. Si può tranquillamente azzardare che la commozione non deriva da egocentrismi o da dipendenza da video come tanti altri casi insegnano, ma dall’allentarsi del rapporto con i telespettatori. Per rispetto dei quali l’ultima puntata della stagione aggiornava lo stato delle inchieste con l’hashtag #comèandataafinire. La proposta avanzata dal programma di gestione statale diretta dell’accoglienza ai migranti senza far ricorso a opache cooperative, lo stato di manutenzione dei viadotti dell’Anas dopo il crollo di quello in provincia di Lecco, gli investimenti in diamanti proposti dalle banche, la gestione del marchio Ferrari e l’improvviso divorzio da Luca Cordero di Montezemolo, i ripetitori abusivi sulla Torre Massimiliana a Verona, i gettoni d’oro dei premi dei concorsi Rai coniati dalla Zecca dello Stato. Al termine su schermo nero con il logo di Rai 3 è comparsa la scritta: «Grazie Milena Gabanelli». Anche su Twitter è stato un diluvio di omaggi e ringraziamenti. È stato notato che i giornalisti di Report sono esterni ai quali la Rai rinnova annualmente il contratto: sarà paradossalmente per questo che fanno giornalismo d’inchiesta da servizio pubblico? Personalmente sospetto di sì. L’alto grado d’indipendenza ha consentito un’informazione che, negli anni, è andata a scomodare senza indulgenze politici e massimi dirigenti di enti e aziende di primissima grandezza, Rai compresa.

La Verità, 30 novembre 2016

Cose memorabili e dimenticabili del Papa di Sorrentino

Che casino su The Young Pope. Che bagarre. Si esibiscono critici televisivi e cinematografici, firme di cultura, opinionisti cattolici. Ognuno dalla propria cattedra, pronto a pontificare sul pontefice di Paolo Sorrentino. L’unica cattedra che ancora non si è pronunciata è quella dell’Osservatore romano, la più attesa. Senza volermi aggiungere alla schiera, ecco una breve lista di cose memorabili e no della serie di cui tutti continuano a parlare e che è ancora disponibile on demand e in replica.

Il regista premio Oscar, Paolo Sorrentino: creatore, autore e direttore della serie

Il regista premio Oscar, Paolo Sorrentino: creatore, autore e direttore della serie

La visionarietà/1. Il realismo magico di Sorrentino, di derivazione felliniana, assale fin dalla prima scena – il bimbo che esce Papa dalla montagna di feti – lo spettatore. L’insistenza sulla narrazione onirica che sovrappone i piani ha il compito di accalappiarlo. L’estetica laccata a tinte forti (fotografia di Luca Bigazzi), con un Vaticano abbacinante dove non c’è una nuvola e non piove mai, al massimo nevica, fa da contrasto con l’orizzonte fosco della Chiesa, la cupezza degli intrighi, l’oscurantismo delle posizioni dell’inquilino principale.

La fotografia di Luca Bigazzi ritrae un Vaticano abbacinante ed estetizzante

La fotografia di Luca Bigazzi ritrae un Vaticano abbacinante ed estetizzante

Il paradosso del mistero. Nella società dell’immagine, in cui la Chiesa sta facendo tutto per andare verso l’umanità, il regista si chiede se una scelta di nascondimento e non visibilità possa accrescerne mistero e autorevolezza. Dopo papa Bergoglio potrebbe arrivare un Papa conservatore e reazionario.

La libertà espressiva. Sorrentino ha giocato tutto il peso del suo blasone in un film di dieci ore nel quale la produzione gli ha permesso tutto (anche con conseguenze negative che vedremo) in un gioco di citazioni e rimandi: un canguro libero nei giardini vaticani (il fantasma dell’abbandono? chissà), un Papa che calza infradito e gioca a biliardo, un Segretario di Stato che distribuisce la sua biografia con la copertina di Open di André Agassi e gira nei Sacri palazzi indossando la divisa del Napoli.

Il Segretario di Stato, cardinal Voiello, interpretato da Silvio Orlando

Il Segretario di Stato, cardinal Voiello, interpretato da Silvio Orlando

Il cast. Con queste premesse gli attori hanno dato il meglio. Silvio Orlando ai vertici, Jude Law, Diane Keaton, James Cromwell, Javier Camara: parti di una rappresentazione definita che privilegia la collocazione nel mosaico del regista sullo scavo psicologico dei singoli personaggi.

La sigla. Nei titoli di testa, sulle note di All Along the Watchover di Bob Dylan, il Papa giovane sfila davanti a una serie di rappresentazioni pittoriche della storia del cristianesimo, dall’Adorazione dei pastori di Gerard van Honthorst alla Conversione di San Paolo di Caravaggio fino alla statua di Giovanni Paolo II abbattuta dal metereoite di Maurizio Cattelan. Altero e ironico, luminoso e cupo, Pio XIII si volge allo spettatore facendogli paraculescamente l’occhiolino.

Al termine della bellissima sigla Pio XIII fa l'occhiolino al telespettatore

Al termine della bellissima sigla Pio XIII fa l’occhiolino al telespettatore

La visionarietà/2. Il rovescio della medaglia della carica immaginifica di Sorrentino è nella (inevitabile) scarsa verosimiglianza. Ci sarà un motivo se The Young Pope è piaciutissimo ai non credenti e meno ai cattolici. Si può cavarsela sostenendo che questi ultimi si sono scandalizzati per il Papa glam e trasgressivo, paroline che regalano sempre certi brividi di piacere. Ma si potrebbe considerare che se si entra ambiziosamente nei segreti della massima istituzione ecclesiastica, magari il cuore del cristianesimo andrebbe rispettato. Sottolineo: rispettato, non necessariamente condiviso. Con tutti i suoi peccati, la Chiesa è pur sempre una realtà che ha a che fare con l’altro mondo. Bellissima la visionarietà, ma dovrebbe accompagnarsi a un sufficiente grado di aderenza all’oggetto trattato. Che, in un’opera ambiziosa come The Young Pope, lo dico con rammarico, sembra invece difettare.

La quotidianità del Papa tabagista. Potevamo stupirvi con effetti speciali e lo abbiamo fatto. Pio XIII beve Coca cola zero al gusto di ciliegia, gioca a biliardo con la cicca in bocca, sfiora la tetta di una ragazza, cambia i pannolini al neonato di lei, trascorre il tempo tra massaggi e passeggiate. Mai che legga un testo sacro o stia allo scrittoio a preparare un’omelia. Un dettaglio rivelatore di troppe licenze narrative è il gesto che introduce al rito del fumo. Grazie a una mossa da prestigiatore, la sigaretta nascosta nel palmo della mano si palesa improvvisa tra le labbra: roba da consumato tabagista on the road più che da Papa cresciuto in orfanotrofio e, si presume, in seminario.

Papa Belardo è un tabagista incallito. Un vizio un po' ostentato

Papa Belardo ostenta il vizio di tabagista incallito

Cercasi cristianesimo. La fede che emerge dall’opera è un misto di protestantesimo, miracolismo, spiritualità new age, con qualche traccia di cristianesimo veterotestamentario, come dimostra la posizione di Pio XIII sull’aborto (cita l’Esodo di «vita per vita, occhio per occhio…»). Facile argomentare su Dio, difficile fare i conti con Gesù Cristo. Con un certo esibizionismo il Papa s’inginocchia a braccia spalancate per pregare in un autogrill o in apnea sul fondo di una piscina, in una posa da calciatore dopo il gol o da supereroe in trans più che da Capo della Chiesa che vive drammaticamente il suo mandato.

In apnea, sul fondo della piscina: una delle tante strane preghiere di Pio XIII

In apnea, sul fondo della piscina: una delle tante strane preghiere di Pio XIII

Chiesa negativa. Detto della fede in un Dio generico di un Papa a metà tra la rockstar e il santone, il Vaticano non può che somigliare a un qualsiasi centro di potere (si sprecano i confronti con House of Cards). Ma se l’idea di cristianesimo è vaga, anche la Chiesa non può che essere una realtà vuota. Non a caso non v’è traccia delle virtù cardinali. Oltre alla fede, nella Chiesa di Pio XIII non c’è posto né per la missione né per la carità (fa eccezione il bistrattato Voiello). Perché, in fondo, stiamo parlando d’altro.

La Verità, 24 novembre 2016

 

A «Selfie» spunta il trash che fa anche tenerezza

Scale delle meraviglie dalle quali scende il cigno. Vidiwall che svelano i sogni dei candidati al ritocchino o ritoccone. Robottini a specchio che svelano il miracolo della trasformazione (anche se è difficile credere che i protagonisti vedano, commossi, il risultato per la prima volta in studio). È Selfie – Le cose cambiano, il nuovo reality di make over con il quale Simona Ventura torna a condurre un programma in prima serata su una rete generalista di Mediaset (Canale 5, lunedì, ore 21.30, share del 20,23 per cento). La strategia è chiara: accontentare il pubblico che ha regalato ottimi ascolti al Grande Fratello Vip convocando persone dello showbiz, sportivi, volti più o meno noti, incasellandoli tra i Mentori, coloro che possono incaricarsi del «percorso» o rigettare la richiesta, e i Giurati di qualità, che la Ventura ribattezza sagacemente il bar di Star Wars. Di suo, oltre che un look rinfrescato per l’occasione, Supersimo ci mette la solita grinta e le formulette di rito: «Le cose cambiano, eccome se cambiano. Ma non cambiate canale»; «Se vuoi dire addio al passato e vedere la nuova tu, scendi dalla scala delle meraviglie»; «Quelli che noi aiutiamo se lo meritano». Quasi vent’anni dopo, siamo dalle parti de Il brutto anatroccolo e Bisturi – Nessuno è perfetto, ma tutto quanto – scale, vidiwall, robottino, formulette e chirurghi estetici – va a comporre l’armamentario pop, con punte di trash, della rinascita, un sogno e uno scatto di vita da regalare a persone semplici da accompagnare con sguardo tenero, anche se non programmaticamente buonista. Ci pensa Katia Ricciarelli, in coppia con lo zar del volley Ivan Zaytsev (le altre sono composte da Stefano De Martino e Mariano Di Vaio, Alessandra Celentano e Simone Rugiati) a fare da signor no alle richieste più inconsistenti. C’è il marito che russa e provoca notti insonni alla consorte, ci sono le neomamme col seno cadente post allattamento, la promessa sposa con i denti storti, l’uomo sulla soglia di povertà che vuole regalare una notte da principessa alla moglie, la donna affetta da patologia ossessivo compulsiva dell’ordine e non manca lo strampalato quarantenne che vuole «assomigliare di più a Massimo Ghini». Davanti a certe bizzarrie affiora il comprensibile cinismo dei Mentori e dei Giurati tra i quali si annida qualche vecchia volpe defilippica come Tina Cipollari, protagonista della gag con Gemma, altra maschera di Uomini e donne, studiata appositamente per succhiarne una flebo di audience. L’angolo del cinismo ha poi il suo momento catartico, con il pulmino «per vedere cosa la gente pensa di noi», nel quale un’improvvisata giuria commenta il red carpet de’ noantri. La regia è di Roberto Cenci e la parola più pronunciata della serata è «percorso».

La Verità, 23 novembre 2016