veleno-cavevisioni.it

«Il processo dei Diavoli della bassa va riaperto»

Un poliglotta che fa l’autore di podcast?

«Ma se tornassi indietro, probabilmente prenderei un’altra strada. Penso di aver sbagliato mestiere».

Quale sarebbe quello giusto?

«L’insegnante o lo studioso di lingue, in qualche università. È questa la mia vera passione. Certo, mi piace il lavoro che faccio. Scrivere podcast mi dà molta soddisfazione. Però…».

Nato a Lipsia 42 anni fa da madre iraniana e padre italiano, Pablo Trincia, giornalista, ex iena, collaboratore di programmi come Servizio pubblico e Chi l’ha visto?, autore di reportage da premio giornalistico, soprattutto autore di Veleno, l’audio inchiesta sui cosiddetti «Diavoli della bassa modenese», parla una dozzina di lingue. Oltre al tedesco, l’inglese, il francese, lo spagnolo e il russo, anche il persiano, lo swahili, l’hindi, il wolof… «Sono un professore di lingue mancato che si è messo a fare l’autore».

In adrenalina ci ha guadagnato.

«L’adrenalina non è tutto. Ha presente Zohan? Il personaggio protagonista del film è una superspia del Mossad che sogna di fare il parrucchiere. Fatte le proporzioni, sono io».

Dov’è nato l’amore per le lingue?

«In casa. Mia madre è un’iraniana cresciuta in Russia, mio padre un italiano vissuto in Germania, dove sono nato. Ho sempre respirato un clima internazionale e poi c’è anche il mio senso per le lingue».

È un poliglotta.

«Un cittadino del mondo. Per me niente è più gratificante che trovarsi in una città dell’Africa o dell’Asia e mettersi a parlare con la gente del posto. Cambiare intonazione e gesticolare come i locali. Questa è la mia identità».

Precisamente?

«Mi sento indoeuropeo. Mezzo indiano e mezzo persiano, come il popolo che 5.000 anni prima di Cristo, partendo dal Mar Caspio è emigrato verso l’Europa e l’Asia».

In attesa che qualcuno le affidi una cattedra, ripartiamo da Veleno, la docuserie di Fremantle che Prime video ha tratto dal suo podcast, che mostra gli interventi della Asl che dal 1997 tolse 16 bambini ai loro genitori. Cos’è accaduto dopo la recente confessione di Davide, il bambino zero del caso ora trentenne, che ha ammesso di essersi inventato abusi pedofili e omicidi su pressione degli psicologi?

«Stanno emergendo altre persone disposte a parlare. Stiamo facendo tutte le verifiche delle loro testimonianze. Per adesso arrivano conferme molto interessanti».

Sono altri ragazzi, allora bambini, che riconsiderano le loro versioni dell’epoca?

«No, sono persone che li conoscono e hanno avuto a che fare molto da vicino con loro».

Nessuno dei ragazzi protagonisti?

«No, sono persone che hanno dato conferme molto importanti e coetanei di quei bambini che sono stati seguiti dai servizi sociali. O che lavoravano con i servizi sociali».

Parliamo di Mirandola e Reggio Emilia.

«Esatto. Sono testimonianze che stiamo verificando in queste ore».

L’iter giudiziario ha registrato novità conseguenti alle rivelazioni di Davide?

«Finora no. È tutto fermo a quando la Corte d’appello di Ancona ha giudicato inammissibile la richiesta di revisione del processo presentata da Federico Scotta. Probabilmente lui farà un nuovo tentativo con la Cassazione».

Il sistema giudiziario si sta dimostrando impermeabile?

«Ottenere revisioni è molto difficile. Quella che a una persona comune sembra un’autostrada nelle aule giudiziarie diventa una gimcana. Ci sono cavilli, vizi di forma, prescrizioni. Dopo due metri sei già morto. La Corte d’appello di Ancona non ha voluto nemmeno considerare le determinazioni della Procura di Mantova che, dovendo seguire l’affido di Davide alla nuova famiglia, ha raccolto i suoi racconti, ravvisando le pressioni della psicologa e della madre adottiva».

Federico Scotta vive sempre in camper?

«Sì, mentre ci si trincera dietro ai cavilli».

E di Lorena Covezzi cosa si sa?

«La sua vicenda è rimasta ferma a quando fu assolta in Cassazione nel dicembre 2014. Le sono stati riconosciuti 25.000 euro di risarcimento per l’eccessiva durata del processo. Ma i quattro figli che le furono tolti non hanno mai più voluto rivederla e incontrarla».

Ora dove vive?

«In Francia, dove ha avuto l’ultimo figlio e si è rifatta una vita».

Per i bambini che sono stati tolti alle famiglie d’origine e che si sono costruiti una nuova identità sulla base di quei racconti quanto è difficile mettere tutto in discussione e ricominciare da capo come ha fatto Davide?

«È molto difficile. In alcuni casi quei racconti sono stratificati nella testa di quei ragazzi. Poi le famiglie affidatarie lavorano contro le famiglie naturali. C’è una forte avversione contro i genitori d’origine».

Gli inquirenti hanno riconsiderato il ruolo del Centro Hansel e Gretel diretto dallo psicoterapeuta Claudio Foti?

«Secondo me no, perché all’epoca non fu presa in esame la loro azione. La Procura di Modena ha riaperto il fascicolo dopo il podcast, ma si è nuovamente fermato tutto per la prescrizione. A livello giudiziario non è mai stato detto nulla su Hansel e Gretel. Riaprire il processo significherebbe mettere in discussione tutto».

Gli elementi ci sarebbero?

«Una persona si è fatta ingiustamente 11 anni di carcere e gli sono stati tolti tre figli. Ora i due bambini dell’epoca, Marta e Davide, lo scagionano. Valeria Donati, la psicologa che conduceva le sedute, anche se ribadisce che non era sola, ammette che potrebbe essersi sbagliata. Ma la procura ha preso per buone le sue testimonianze, senza registrazioni, senza video».

Davide parlava di uccisioni di altri bambini, ma nessun cadavere è stato trovato.

«Eppure hanno accolto quel racconto».

Non è clamoroso che non si riapra il processo?

«Quando l’associazione delle famiglie presentò la richiesta, il procuratore capo di Modena Lucia Musti disse che non è giusto “andare di nuovo a rimestare una situazione che comunque genera dolore in primo luogo per coloro che hanno lavorato a questi gravissimi reati”».

E il dolore generato sui genitori?

«Forse arriverà in secondo o in terzo luogo».

Gli inquirenti che si occupano della vicenda Bibbiano hanno acquisito il materiale della vostra indagine?

«So che lo hanno utilizzato perché contiene approfondimenti sul Centro Hansel e Gretel. Mi hanno fatto sapere che per loro era importante. Non mi sono occupato di Bibbiano, ma Veleno ha avuto il merito di portare l’attenzione su una vicenda poco conosciuta e su un metodo psicoterapeutico ignorato».

Come valuta le resistenze del sistema giudiziario?

«Sono resistenze che accomunano tutti gli ambienti, compreso quello dei media. Non ho mai visto un giornale chiedere scusa dopo aver fatto un errore e rovinato la vita di qualcuno. In pubblico non si ammette mai di essersi sbagliati. In America il New York Times e il Rolling Stone, per citare le prime testate che mi vengono in mente, hanno pubblicato evidenti ammissioni di errori. La psicologa protagonista delle sedute ha continuato a ripetere: non ero sola, c’erano altri professionisti, ho utilizzato le informazioni che mi venivano date».

Come valuta l’operato del Centro Hansel e Gretel che ha un ruolo in altri casi simili, compreso quello dell’asilo di Rignano Flaminio?

«Mi sembra risponda a un metodo e a una mentalità complottista, secondo i quali il mondo è popolato di sette sataniche e di pedofili. Per carità, la pedofilia esiste, eccome. Ma va provata. Se si chiede di verificare le accuse dei bambini, da parte degli operatori di Hansel e Gretel scatta l’accusa, molto offensiva, di negazionismo della pedofilia. Dire che è inopportuno interrogare i bambini in modo insinuante è impossibile».

Secondo lei c’è possibilità che questi operatori rivedano le loro tesi?

«Bisognerebbe chiederlo a loro. Mi sembra che si tratti di tesi molto estreme, calcificate nelle loro teste».

La docuserie ha stupito per la scrupolosità dell’inchiesta, per le attenzioni nel riavvicinare i ragazzi e per lo spazio concesso alla difesa degli operatori sociali.

«Le interviste alla Donati e a qualche altro operatore non le ho fatte io. Personalmente, avrei posto domande più ficcanti per accertare responsabilità più pesanti».

Per esempio?

«Avrei cercato di capire da lei perché la sua onlus privata ha preso 2,2 milioni di euro per fare la terapia a bambini che lavorando nella struttura sanitaria pubblica aveva per prima definito vittime di abuso. Allo stesso modo avrei provato a capire come giustifica il fatto che una bambina dalla quale aveva raccolto i racconti di abusi sia poi divenuta sua figlia adottiva. Mi sembra che il conflitto d’interessi sia palese. Essere equilibrati non significa evitare le domande scomode. Se una versione stride con le mie evidenze continuo a scavare a costo che il mio interlocutore interrompa la conversazione, come mi è successo con due persone».

Secondo lei oggi c’è troppa ideologia attorno ad alcuni casi di cronaca come quelli di Seid Visin e Orlando Merenda che si tentano di strumentalizzare ai fini delle campagne dei diritti?

«Non posso dirlo perché non li ho seguiti da vicino. L’ideologizzazione è un problema vecchio come il mondo. Il caso Bibbiano non interessava a nessuno prima che la politica accendesse i riflettori. Quando Matteo Salvini ha iniziato a parlarne su quel palco è iniziata la gara tra chi avrebbe sparato di più sulla sinistra che, per altro, ha parecchie responsabilità ne merito. Per il resto sono abituato a parlare solo quando so tutto e il contrario di tutto, prima no. L’unica strada sono i documenti e le testimonianze, per provare a essere più scientifico possibile in un mestiere che non è scientifico».

Adesso a che cosa sta lavorando?

«Ho lasciato il mondo della tv. Da novembre sono direttore creativo di Chora media, una società che produce storie in podcast. Veleno ha fatto comprendere il potenziale di questo strumento».

Può anticiparci qualche titolo?

«Ancora no, è tutto sotto embargo. Stiamo lavorando a più storie contemporaneamente».

Tra queste c’è anche Bibbiano?

«No, anche se siamo curiosi di vedere come proseguirà quell’indagine. Quella sui Diavoli della bassa invece è un’inchiesta che non mollerò mai».

La cronaca in podcast è la nuova frontiera del giornalismo doc?

«Negli Usa c’è dagli anni Ottanta. Da noi la cronaca è trattata principalmente in tv, in modo schematico e non in forma seriale. Il podcast è la base di partenza per altri media, introduce la serialità del documentario e permette di ascoltare e divorare le storie. E le grandi piattaforme l’hanno capito».

 

La Verità, 3 luglio 2021