L’aggressione della Gruber fa il gioco di Salvini
La domanda sorge spontanea: che cosa ha spinto l’altra sera Matteo Salvini a infilarsi nella tana del leone? Se in tutti i palinsesti della nostra televisione c’è un programma ostile al leader della Lega, vicepremier del governo Meloni, nonché ministro dei Trasporti e delle infrastrutture, questo è Otto e mezzo (La7, giovedì, ore 20.45, 1,7 milioni di telespettatori, share dell’8,1%). La sera precedente il generale Roberto Vannacci, fresco di addio al Carroccio, aveva goduto di un trattamento rispettoso a Realpolitik di Tommaso Labate su Rete 4. Perciò vien da chiedersi perché non scegliere un salottino meno arroventato dell’arsenale gestito da Dietlinde Gruber. Invece no, eccolo sottoporsi alla tortura di Lilli e il luogotenente, Massimo Giannini. All’ordine del giorno, già corposo, si aggiungeva anche la laboriosa approvazione del decreto Sicurezza e, dunque, c’era tanto su cui confrontarsi. Oddio, confrontarsi: più corretto è dire che c’era parecchia carne al fuoco. Perché per Salvini, l’ospitata è stata una vera discesa agli inferi. Gruber incalzava sormontando sistematicamente le risposte, Giannini malcelava il rossore del disappunto venato di livore.
Sul caso Vannacci, la spina nel fianco, è stato ingenuo: non ha pensato di dimettersi? Era questo il tenore delle poche domande della conduttrice. Le costanti interruzioni erano, infatti, principalmente espressioni assertive. Il decreto Sicurezza approvato con le correzioni del Quirinale aveva salvato la Costituzione, altrimenti saremmo finiti in uno Stato di polizia. Gli scontri di Torino non saranno mica paragonabili agli Anni di piombo e alle Brigate rosse paventate dal ministro Nordio. E poi, l’aumento dei reati e della microcriminalità, la mancata gestione dell’immigrazione irregolare, i ritardi della rete ferroviaria, i rilievi della Corte dei conti al Ponte sullo stretto… Ogni argomento un tizzone ardente. Salvini abbozzava, provando a replicare. Sulla puntualità dei treni mostrava cifre e percentuali, «si vede che fanno sempre ritardo con i passeggeri di sinistra»… Ma la sua presenza in studio, trascendendo ogni forma di controllo degli intervistatori, offriva plastica dimostrazione di che cosa sia il giornalismo militante. Niente di sorprendente, per la verità, il vicepremier non si aspettava certo un’accoglienza morbida. Perciò, eccola la risposta alla domanda di partenza: usare l’ostilità incontinente degli interlocutori per smuovere la solidarietà del pubblico più incerto e meno schierato. Chissà se ne è valsa la pena.
La Verità, 7 febbraio 2026








