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La Serie A multietnica non è amica della Nazionale

Questione di parole e questione di sostanza. Le due cose dovrebbero andare d’accordo e specchiarsi, invece… Andiamo al sodo. La Serie A è il campionato di calcio italiano, ma, in realtà, di italiano c’è soprattutto il suolo dove si disputa, all’interno dei confini di un Paese che si chiama Italia. Se invece si guarda ai suoi protagonisti, è un campionato multietnico, cosmopolita, globalizzato. Si dice: c’è la legge Bosman (che consente ai calciatori di trasferirsi nelle squadre dell’Unione europea eliminando il tetto al numero di stranieri, che invece resiste per gli extracomunitari). E, fino al primo gennaio 2024 quand’è stato abolito dall’attuale governo, c’era il decreto Crescita (che consentiva uno sgravio fiscale del 50% sullo stipendio di giocatori provenienti dall’estero). Per la somma di questi fattori, la vera dicitura della Serie A dovrebbe essere «Campionato che si disputa in Italia». Non è pedanteria. Se il campionato è multietnico e cosmopolita può favorire la Nazionale? I tre mondiali consecutivi saltati sono anche la crisi del modello cosmopolita e globalista. Che è diverso dal modello di sport delle seconde e terze generazioni che, per esempio, vediamo con gioia vincente nell’atletica. Nel calcio, globalismo e nazionalismo confliggono. Ce l’abbiamo davanti agli occhi, ma chissà perché non se ne parla. È banale e talmente lampante da divenire implicito. Però è il grande argomento rimosso nelle riflessioni di questi giorni, calcisticamente disgraziati (non negli sport «dilettantistici»). Tecnici e analisti di settore parlano dei vivai, dell’eccesso di tattica nelle scuole calcio, dei giovani ostaggi dei procuratori, degli stadi obsoleti. Tutto vero, verissimo. E tutte correzioni sacrosante da apportare rapidamente al sistema.
Entrando nel merito, per favorire la crescita dei calciatori italiani e, di conseguenza, la Nazionale, qualcuno indica nella «riforma Zola» l’esempio da seguire. Da vicepresidente della Lega Pro (la Serie C), Gianfranco Zola, mitico numero 10 del Parma, del Napoli, del Chelsea e del Cagliari, ha ideato un meccanismo di premio economico ai club (fino al 400%) per ogni giocatore italiano schierato, proveniente dal settore giovanile. Già applicata nel campionato in corso, la riforma ha prodotto un incremento del 48% dell’impiego di calciatori cresciuti nelle società. Dalla stagione 2028/29 ci si prefigge di inserire in ogni squadra un minimo di otto giovani formati nel vivaio dei vari club. L’obiettivo è creare le premesse di un rilancio del nostro calcio. Tuttavia, le buone intenzioni possono non bastare perché il rischio che la quantità prevalga sulla qualità è molto elevato. Se non c’è un sistematico lavoro di ricerca, tutela e promozione dei talenti, premi e incentivi ai club non sono sufficienti a garantirne il successo. Perché, conoscendoli, i patron, pur di accaparrarsi le agevolazioni economiche, sono pronti a promuovere in squadra anche chi non lo merita. E così saremmo allo stesso punto di prima.

Urge un intervento più profondo e radicale, di sistema, come si dice, per salvaguardare il nostro sport nazionale. C’è bisogno di una precisa volontà politica per riformarlo, partendo dalle vere storture che lo affliggono. È un buon segnale, in questo senso, che si siano esposti il presidente del Senato Ignazio La Russa proponendo un minimo di quattro italiani per squadra, forse pochi, e il vicepremier Matteo Salvini, almeno cinque. Argomento semplice. E argomento «di destra», si obietta. Come di destra è considerato l’orgoglio dell’inno e del tricolore. Non sta bene? Allora smettiamo anche di chiamarla Nazionale e ribattezziamola Azzurra o, più asetticamente, Rappresentativa della Serie A (è una provocazione, non vorremmo che qualche anima woke la prendesse sul serio).

L’altra sera a Cinque minuti anche Bruno Vespa sembrava fremere per la difficoltà ad ammettere che le nostre squadre sono imbottite di stranieri. Ma la faccenda è profonda e radicata. Dei venti club della Serie A, undici hanno proprietà residenti all’estero (Atalanta, Bologna, Como, Fiorentina, Genoa, Inter, Milan, Parma, Pisa, Roma e Verona), in Serie B sono sette. Prendiamo velocemente in esame le squadre ai primi posti del nostro campionato. Nella formazione titolare, l’Inter schiera tre o quattro giocatori italiani, il Milan uno o due (a volte zero), il Napoli due o tre, il Como uno o zero, la Juventus tre, la Roma due o tre, l’Atalanta idem. Morale: nelle prime sette squadre della Serie A, giocano abitualmente 13 o 14 italiani. All’estero, i club più vincenti come Barcellona, Real Madrid e Bayern Monaco si basano su ceppi autoctoni con innesti complementari di stranieri. L’altro modello di calcio multietnico, quello inglese, non ha certo fatto la fortuna della Nazionale, poco vincente. E anche tra i club d’Oltremanica più globalizzati, nelle competizioni continentali si iniziano ad avvertire i primi segnali di declino. Eppure, è lì che vanno a giocare i nostri talenti migliori. Erano tre fra i titolari dell’ultima Nazionale, Donnarumma, Calafiori e Tonali, oltre a Retegui, migrato in Arabia. E su questo, anche i club, in correità con la Lega, hanno le loro responsabilità. Il profitto, innanzitutto, come dimostrano la Supercoppa a Riad, il campionato a 20 squadre, il calendario troppo fitto e l’impossibilità di concedere uno stage alla Nazionale. Ma questa è un’altra storia.

 

La Verità, 3 aprile 2026

Salvini, Delmastro e la fiaba dei giovani costituzionalisti

Cinque motivi della sconfitta più una favoletta di neoromanticismo politico.

A due giorni dal flop del Fronte del Sì al referendum, ora che il polverone post-spoglio si sta diradando, si iniziano a intravedere alcune ragioni della clamorosa sconfitta. Sconfitta lacerante perché densa di conseguenze: per il governo in carica con le attese dimissioni al ministero della Giustizia e per l’agenda dell’ultimo anno di legislatura; per la possibilità di migliorare anche in futuro la giustizia in Italia, relegandoci al livello dei Paesi retti da autocrazie o vere e proprie dittature dove le carriere dei magistrati sono unificate; per la possibilità, infine, di immaginare altre riforme che comportino modifiche alla Costituzione.

Ecco gli errori della campagna referendaria.

La latitanza di Matteo Salvini Durante tutta le settimane precedenti al voto il leader della Lega nonché vicepremier ha mantenuto un comportamento che, a essere benevoli, si può definire enigmatico. Volendo essere realisti bisognerebbe parlare di atteggiamento incomprensibile. Inspiegabile. In questi anni Salvini (da ex ministro degli Interni del governo Conte) è stato bersaglio della magistratura politicizzata. Sottoposto al processo per sequestro di persona e rifiuto di atti d’ufficio per lo sbarco negato di 147 persone soccorse dalla Ong Open arms, un processo durato tre anni, dal vicepremier ci si aspettava un protagonismo personale e un coinvolgimento del suo partito ben diversi. Invece ha assunto una posizione molto defilata. Il giorno dell’esito della consultazione era a Budapest per una riunione con altri leader sovranisti.

Tardive dimissioni di Delmastro (e di Giusi Bartolozzi) Difendere sempre la squadra va bene perché la compattezza del gruppo è apprezzabile. Ma se c’è un’eccezione è quando si rischia di mettere a repentaglio un traguardo inseguito da decenni com’era il completamento della riforma dell’ordinamento giudiziario per il giusto processo. Un obiettivo che avrebbe caratterizzato l’intera legislatura. È mancata la tempestiva richiesta della premier: Andrea Delmastro, sottosegretario alla Giustizia, avrebbe dovuto essere sciolto dalle sue responsabilità per potersi difendere liberamente, senza rischiare di incrinare la trasparenza della squadra di governo (già peraltro intaccata dalla permanenza nel proprio ruolo di Daniela Santanchè).

Eccesso di tecnicismo Alla strategia di politicizzare il confronto studiata da Dario Franceschini si è scelto di replicare concentrandosi nel merito della riforma, sicuri delle ragioni del cambiamento. Purtroppo, si è esagerato in tecnicismi sui due Csm e i relativi sorteggi, mentre sarebbe stato più efficace sottolineare maggiormente la creazione dell’Alta corte disciplinare sulla base del principio che «Chi sbaglia paga». I magistrati, come tutte le categorie professionali. Gli esponenti del No hanno suonato solo due note per tutta la campagna: l’assoggettamento della magistratura al potere politico e l’intoccabilità della Costituzione. Due falsità, ma efficaci e vincenti.

La comunicazione disordinata Ognuno si è mosso per conto proprio. I leader di partito, la premier, i ministri. Solo nelle ultime due settimane, a sorpasso del No ormai compiuto, si sono mobilitati Giorgia Meloni, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano, Arianna Meloni e Giorgio Mulè di Forza Italia. Troppo tardi. Ancor più dopo che le gaffe del ministro della Giustizia Carlo Nordio e della sua capo di gabinetto Giusi Bartolozzi avevano creato grave imbarazzo a tutto lo schieramento, pareggiando gli sfondoni dei testimonial del No (immaginate quanto avrebbero pesato le intemperanze e le citazioni fasulle di Nicola Gratteri senza le infauste uscite del Guardasigilli e della sua assistente).

Niente chiusura unitaria della campagna Altro grave errore: non aver previsto un momento finale comune delle componenti del Sì. Tutti i leader della maggioranza insieme sul palco con i testimonial del Comitato SiSepara avrebbero avuto un loro impatto. Niente. È stata la conseguenza della mancanza di strategia di comunicazione unitaria. Forse ci si sentiva sicuri della vittoria. Errore di superficialità e presunzione.

Il tema dell’inviolabilità della Carta vantato da molti testimonial del No introduce quello del nuovo innamoramento di analisti e commentatori. I giovani per la Costituzione. I patrioti per la Costituzione. La più bella del mondo, intoccabile. La Generazione Z, la Generazione Gaza. Detto senza giri di parole, che ne sanno i giovani dell’inalterabilità della Costituzione? Dal 1948 a oggi è stata modificata una ventina di volte, le ultime nel 2001, per la riforma del Titolo V (redistribuzione delle competenze tra Stato e regioni), e nel 2020, per la riduzione del numero dei parlamentari. E, senza referendum, quando sono stati inseriti in Costituzione il pareggio di bilancio e la difesa dell’ambiente. Quanto ai giovani che catalizzano la narrazione post referendaria, più che di patriottismo sembra corretto parlare di «feticismo costituzionale». Quello che ha ammaliato i tantissimi che ancora non sono entrati in un’aula di tribunale o non hanno visto come ne sono uscite le vittime della sciatteria di tante indagini, da Enzo Tortora (vedere la serie Portobello di Marco Bellocchio su Hbo Max) a Beniamino Zuncheddu (32 anni di galera da innocente) fino a Stefano Esposito (Massacro giudiziario di Ermes Antonucci per Liberilibri). Tanto per citare, non a caso, i primi nomi che vengono alla mente…

 

L’aggressione della Gruber fa il gioco di Salvini

La domanda sorge spontanea: che cosa ha spinto l’altra sera Matteo Salvini a infilarsi nella tana del leone? Se in tutti i palinsesti della nostra televisione c’è un programma ostile al leader della Lega, vicepremier del governo Meloni, nonché ministro dei Trasporti e delle infrastrutture, questo è Otto e mezzo (La7, giovedì, ore 20.45, 1,7 milioni di telespettatori, share dell’8,1%). La sera precedente il generale Roberto Vannacci, fresco di addio al Carroccio, aveva goduto di un trattamento rispettoso a Realpolitik di Tommaso Labate su Rete 4. Perciò vien da chiedersi perché non scegliere un salottino meno arroventato dell’arsenale gestito da Dietlinde Gruber. Invece no, eccolo sottoporsi alla tortura di Lilli e il luogotenente, Massimo Giannini. All’ordine del giorno, già corposo, si aggiungeva anche la laboriosa approvazione del decreto Sicurezza e, dunque, c’era tanto su cui confrontarsi. Oddio, confrontarsi: più corretto è dire che c’era parecchia carne al fuoco. Perché per Salvini, l’ospitata è stata una vera discesa agli inferi. Gruber incalzava sormontando sistematicamente le risposte, Giannini malcelava il rossore del disappunto venato di livore.

Sul caso Vannacci, la spina nel fianco, è stato ingenuo: non ha pensato di dimettersi? Era questo il tenore delle poche domande della conduttrice. Le costanti interruzioni erano, infatti, principalmente espressioni assertive. Il decreto Sicurezza approvato con le correzioni del Quirinale aveva salvato la Costituzione, altrimenti saremmo finiti in uno Stato di polizia. Gli scontri di Torino non saranno mica paragonabili agli Anni di piombo e alle Brigate rosse paventate dal ministro Nordio. E poi, l’aumento dei reati e della microcriminalità, la mancata gestione dell’immigrazione irregolare, i ritardi della rete ferroviaria, i rilievi della Corte dei conti al Ponte sullo stretto… Ogni argomento un tizzone ardente. Salvini abbozzava, provando a replicare. Sulla puntualità dei treni mostrava cifre e percentuali, «si vede che fanno sempre ritardo con i passeggeri di sinistra»… Ma la sua presenza in studio, trascendendo ogni forma di controllo degli intervistatori, offriva plastica dimostrazione di che cosa sia il giornalismo militante. Niente di sorprendente, per la verità, il vicepremier non si aspettava certo un’accoglienza morbida. Perciò, eccola la risposta alla domanda di partenza: usare l’ostilità incontinente degli interlocutori per smuovere la solidarietà del pubblico più incerto e meno schierato. Chissà se ne è valsa la pena.

 

La Verità, 7 febbraio 2026

Tutti i no al Ponte sono buoni motivi per farlo

Per una volta che c’è in agenda un ponte, la sinistra costruisce il muro. Ponte di calcestruzzo. Muro di ideologia. I muratori sono all’opera in tutte le formazioni del vasto arcipelago democratico. Un mondo che si definisce a ogni piè sospinto progressista, ma stavolta, di fronte al Ponte sullo stretto (il più lungo al mondo a campata unica, 3,3 chilometri), programmato dal governo Meloni e dal ministro alle Infrastrutture Matteo Salvini, riscopre la sua anima reazionaria. La sinistra in tutte le sue sfumature è un coro di no, dall’Avs di Angelo Bonelli ai gesuiti tendenza papa Francesco di Antonio Spadaro, sottosegretario vaticano del dicastero per la Cultura e l’educazione. Una polifonia di rifiuti e negazioni cantata a più voci. Strano: il vasto mondo progressista, diviso su quasi tutto, si ritrova coeso e compatto quando si tratta di sbarrare il mare al Ponte di Salvini. Questo Ponte non s’ha da fare, punto e basta.
Sabato a Messina hanno marciato per urlare la propria contrarietà al progetto 80 sigle, circa duemila persone, dai «No Ponte» ai «No Tav», dal Partito comunista marxista leninista di Catania alle organizzazioni Pro Pal con bandiera issata sugli slogan contro il vicepremier leghista. Sono ragazzi, verrebbe da dire. Alcuni dei quali giunti a rimpolpare le fila dei manifestanti da quella Val di Susa per anni messa a soqquadro con scontri e feriti che hanno portato a diversi interventi delle forze dell’ordine. Stavolta, degni di nota sono i toni degli slogan («Il Ponte sullo Stretto è un atto delinquenziale»; «Noi i cantieri li sabotiamo»): così isterici da trasformarsi in un efficace propellente motivazionale dei fautori dell’opera. Come ha sintetizzato una cara amica originaria di Messina: «La Schlein è contraria? Allora bisogna farlo».
A incuriosire maggiormente sono le prese di posizione di leader politici e intellettuali di grido. Il primatista di arrampicata sugli specchi è il dichiaratore seriale di Avs, Angelo Bonelli. «Il Ponte non unisce, ma divide», è riuscito a dire per contestare l’utilità dell’opera. Per i rappresentanti dell’opposizione a priori la realtà è un optional e dunque si può sostenere che «il Ponte divide i bisogni reali dei cittadini dagli interessi delle lobby, la tutela dell’ambiente e la sicurezza dei cittadini dalla corsa al consenso elettorale». E si può anche buttare la palla in corner con la collaudata tecnica del benaltrismo: «Agli italiani serve altro e non il Ponte». Più ambiziosa la riflessione proposta dall’ex direttore di Civiltà cattolica Spadaro – già pizzicato dalla Verità – che ha annunciato su Facebook il suo prossimo libro per il Touring club italiano: «I progetti di ponte sullo Stretto incarnano l’impulso a risanare artificiosamente lo strappo con una protesi impoetica che riduce l’alterità, annullando il senso dello Stretto, cancellandone il simbolo». Pensiero al limite della contraddizione che risulta, se non a spese della realtà tout court, almeno a quelle della comprensibilità.
Se negli anni Sessanta l’opposizione alla realizzazione dell’Autostrada del Sole – che avrebbe favorito i ricchi e distrutto l’ambiente mentre i cittadini avevano bisogno d’altro (vedi Bonelli) – aggregava alcune forze di destra, ambientalisti in erba e la sinistra parlamentare impegnata nella battaglia contro l’automobile, oggi le varie anime «progressiste» si barricano in perfetta solitudine contro un’opera che può accelerare il processo verso la modernità.
Nel giorno dell’approvazione definitiva del progetto da parte del Cipess (Comitato interministeriale per la programmazione economica e lo sviluppo sostenibile) l’agenzia di comunicazione Arcadia ha registrato l’instant sentiment positivo al 67,7% (su una base di 47.000 interazioni). Eppure, come per Bonelli, «il Ponte che non unisce» è l’architrave del ragionamento proposto anche da Ilvo Diamanti su Repubblica a corredo di un sondaggio realizzato da Demos & Piper per il quotidiano il 14 e 15 maggio scorso, tre mesi fa, e proposto solamente ora (senza evidenziare il tenore delle domande). La sintesi finale è che «lo vuole un italiano su tre» (il 28% del campione di 1009 persone). Diamanti si mostra sorpreso che la presunta divisione a proposito del Ponte non si cristallizzi sulla base di un criterio geografico – più favorevoli al Centro Sud (35%) e al Sud e nelle Isole (31%) – ma segua invece l’orientamento politico. Fra gli elettori leghisti il consenso sale al 67%, mentre si assesta al 63 tra quelli di Forza Italia, Fratelli d’Italia e Italia viva. Scende al 51% tra gli elettori di Azione e precipita al 32 nel Pd e in Alleanza verdi sinistra. In chiusura del suo intervento, l’editorialista nota che «il Ponte sullo stretto rende più “larga” la distanza politica… L’aspetto che colpisce riguarda il protagonista di questo progetto. Matteo Salvini»: autore di un’evoluzione partita dalla Lega nord e assemblatore delle diverse anime, da quella veneta a quella di Bossi e Maroni, nell’unica Lega nazionale. Che, però, conclude Diamanti, «fatica a superare… il Ponte sullo stretto».
Insomma, diciamola tutta al di là delle inutili cautele e delle fragili ipocrisie: il Ponte divide solo perché è il suo promotore a essere considerato divisivo. E rilassiamoci, basta arrampicate sugli specchi.

La Verità, 12 agosto 2025

«TeleMeloni? Come TeleRenzi o TeleConte»

Pochi numeri per il curriculum della vittima di questa settimana. Età: 56 anni. Mogli: una, dal 2006. Anni di assunzione alla Rai: 21. Cause per demansionamento vinte contro la Rai: 4. Share di Ore 14, il programma che conduce su Rai 2: 8,5%. Paparazzate subite da magazine e riviste: 0.
Milo Infante, come si sta a TeleMeloni?
«Ah ah ah… Esattamente come a TeleConte, a TeleRenzi e prima a TeleProdi. Ma poi: cos’è TeleMeloni?».
La Rai dove non si muove foglia che il premier non voglia, o no?
«Se devo rispondere da telespettatore, dico di no. Invece, da conduttore di Ore 14 lo dico due volte».
Però.
«Nella cosiddetta TeleMeloni, come prima a TeleConte, nessuno mi ha mai detto cosa posso dire o non dire».
Negli spostamenti e nelle promozioni sarà cambiato qualcosa…
«Da TeleConte a TeleMeloni sono passato da vicedirettore a vicedirettore ad personam, perdendo deleghe e  potere».
Essendo in quota Lega ci si aspetta il contrario.
«Detto che non è vero, ogni tanto qualcuno lo scrive. Ma a me sfuggono tuttora gli eventuali vantaggi. Se TeleMeloni esistesse dovrebbe spingere i suoi centurioni, ma io promozioni non ne ho avute e miglioramenti economici nemmeno. L’azienda mi ha chiesto un impegno e io lo porto avanti. Con questa leggenda si è indotti a credere che in Rai si faccia carriera in base all’appartenenza politica presunta. Garantisco che nel mio caso non è così».
TeleMeloni dovrebbe lasciare il segno con qualche programma o progetto magari non condivisibile, ma degno di nota. Invece…
«Io non dispero. Quello da poco nominato con Giampaolo Rossi, Antonio Marano, Roberto Natale e Simona Agnes è un Cda di persone che conoscono bene il prodotto. Penso abbia le potenzialità per favorire un salto di qualità. La Rai è sempre presa di mira. Ricordo un titolo di Repubblica al podcast di Massimo Giannini quando è andato via Amadeus: “Amadeus saluta TeleMeloni. E la destra mantiene la promessa: fuori i migliori, restano solo i servi”. Non ho mai visto un atteggiamento così violento nei confronti della prima azienda culturale italiana».
Come sta andando la stagione di Ore 14?
«Abbiamo consolidato l’8,5% di share, un punto e mezzo in più rispetto all’anno scorso, con una media di 931.000 spettatori al giorno. Un risultato straordinario per Rai 2».
Perché un programma di cronaca nera dopo pranzo fa questi ascolti?
«Perché racconta quello che accade in Italia senza pregiudizi o falsificazioni. Non spettacolarizziamo la notizia, non enfatizziamo il negativo e scappiamo dal morboso. Siamo un programma di cronaca, non abbiamo balletti, non ospitiamo vip, modelle e influencer, per dedicarci al racconto del reale».
La tua squadra – la criminologa Vittoria Bruzzone, Piero Colaprico, Candida Morvillo – com’è accolta dalla critica?
«Bene perché i nostri esperti parlano di cose che conoscono in base al loro vissuto e alle loro competenze. Non chiamiamo ospiti a gettone che esprimono opinioni».
Niente vita mondana, sei un conduttore tv atipico?
«Rifuggo qualsiasi personalismo e cerco di trasmettere la mia passione facendo trasparire ciò che penso. Non ho problemi a mostrare i miei sentimenti. Finito di lavorare sto con mia moglie e mio figlio».
Eviti salotti e non ammicchi al gossip patinato.
«Sì. Rispetto i colleghi che lo fanno, ma non è nel mio stile. È una scelta di vita, anche se forse non aiuta il mestiere. La riservatezza è una filosofia professionale. L’albero che cade fa più rumore della foresta che cresce».
Come va con i vertici aziendali? Hai detto che il tuo programma era il più inosservato dalla Rai.
«Fino all’anno scorso lo era, mai un comunicato, una citazione. Da quest’anno con Giampaolo Rossi amministratore delegato e grazie a Paolo Corsini, capo degli Approfondimenti, per la prima volta ci sentiamo sostenuti. La nostra forza è essere sulla notizia in tempo reale come i tg. E questo anche grazie alla considerazione dei colleghi perché, fin dal primo giorno, le nostre richieste alla Pianificazione mezzi e produzione vengono soddisfatte».
In passato non è stato così, visto che hai fatto causa alla Rai per demansionamento.
«Di cause ne ho fatte e vinte quattro. La Rai è una grande realtà dove, a volte, le cose sbagliate sono opera di piccoli uomini che poi scompaiono, cancellati dall’azienda. Non ho mai trovato la benché minima ostilità dalla Rai durante quelle vertenze, anzi. Il giorno in cui ho ripreso a condurre i colleghi mi hanno detto “ben tornato al tuo posto”».
Si parla di alcune prime serate: quando andranno in onda e come saranno?
«Io e Corsini concordiamo sul fatto che non si possono fare programmi spot, ma serve un progetto forte, continuativo nel tempo, in sinergia con la striscia quotidiana. Lo dico da tempo, ma lo vedo realizzato da altri editori».
Non sulla cronaca nera, però.
«Meno male, così possiamo farlo noi. Però Paolo Del Debbio è bravo a partire dalla cronaca per arrivare alla politica. Da vent’anni propongo una prima serata, adesso c’è Quarto grado, e Chi l’ha visto?, che è un grande format, parte dagli scomparsi e si allarga ad altri casi».
Perché questa espansione della cronaca nera?
«Perché interessa alla gente. E poi c’è qualcuno che pensa di sfruttarla per fare ascolti, ma non va distante».
Però è innegabile che faccia audience.
«Il pubblico premia chi sa trattare certi casi, ma non ci s’improvvisa. Non c’è automatismo fra cronaca nera e grandi ascolti».
Femminicidi, persone scomparse, apparizioni religiose, baby gang, stupri: che Italia è quella di Ore 14?
«È una parte di Paese senza cuore. Per fortuna una realtà limitata, gli italiani non sono così».
Rispetto a qualche anno fa vedi un peggioramento?
«Soprattutto tra i più giovani. Anche ai miei tempi eravamo spregiudicati, ma non così crudeli. Vedo fatti spaventosi. Per esempio, il compiacimento di chi assiste alla mortificazione di una vittima come a uno spettacolo. Parlando dei casi più noti, cosa possiamo dire di Alessandro Impagnatiello che accoltella la compagna con un bambino di 7 mesi in pancia, se non che il male nella sua accezione più diabolica è tra noi?».
Da Paderno Dugnano in poi molti minorenni commettono delitti senza movente o per futili motivi.
«Esiste un disagio psichico nelle scuole e nelle comunità di ragazzi problematici che sfugge a ogni controllo. Gli adolescenti che compiono atti violenti vengono trattati come poveri bambini da proteggere. Questo crea un senso di impunità. Quando una minaccia di morte a un proprio simile per un banale litigio di strada o certe risse non producono conseguenze o sanzioni, trasmettiamo ancora un’abitudine all’impunità. Di fronte a certi atti violenti, carabinieri e poliziotti si sentono dire: tanto non ci potete fare niente perché siamo minorenni».
Come sono cambiate le bande giovanili rispetto a quando te ne occupavi a inizio carriera?
«Oggi i ragazzi insultano le forze dell’ordine nei post, nei social, nelle loro canzoni perché sono convinti di poter fare qualsiasi cosa e purtroppo la legge glielo consente».
Anche dal tuo osservatorio hai conferma di una relazione diretta tra omicidi, risse, violenze sessuali e immigrazione irregolare come documentato dal ministero dell’Interno?
«Non c’è dubbio. Innanzitutto, c’è un numero spaventoso di ragazzi extracomunitari non accompagnati. Premesso che fatichiamo a darla ai nostri figli, a più di 20.000 minori extracomunitari non riusciamo a dare alcuna educazione. Sono ragazzi che vivono senza genitori, affidati alle comunità, dove basta la presenza di una mela marcia per trasmettere le peggiori abitudini. Accanto a questi ragazzi ci sono i clandestini che vivono fuori dalla legalità. Che cosa può fare chi è senza una casa e un lavoro se non commettere reati? È un problema oggettivo, che non si può negare».
Tornando a parlare di Rai, qualche giorno fa Antonio Marano, presidente pro tempore, ha ipotizzato una direttiva che impedisca ai dirigenti di condurre programmi. Se fosse approvata, oltre a te dovrebbero lasciare il video Sigfrido Ranucci, Monica Maggioni, Francesco Giorgino e Alberto Matano.
«Marano si è dimenticato di Matano (ride). Battute a parte, io, Ranucci e Matano siamo dirigenti ad personam, senza poteri se non sui contenuti dei nostri programmi. Non possiamo comprare neanche una biro. Ci sta che un direttore non possa condurre se non espressamente autorizzato».
Se dovessi scegliere tra la vicedirezione e la conduzione
di Ore 14 per cosa opteresti?
«Sceglierei tutta la vita Ore 14. Un vicedirettore ad personam è un generale senza esercito. Non credo che quella di Marano sia una mossa contro Ranucci, muoiano Sigfrido e tutti gli altri vice ad personam. Report è un valore per l’azienda. Credo che Marano abbia sollevato la questione in riferimento a una norma già esistente».
Vita dura a TeleMeloni anche se si è considerati in quota Lega?
«Questa quota è davvero ridicola. L’ultima volta che ho parlato di Rai con Matteo Salvini era il 2003. Uscivo da corso Sempione e lui, consigliere comunale, manifestava contro il canone con un gruppo di militanti».
Già allora.
«È una battaglia storica della Lega».
E tu che cosa ne pensi?
«Che il canone deve esserci e deve essere di stimolo per fare un prodotto sempre migliore. Sarebbe bello produrre tutto gratis, ma a quel punto le risorse dovrebbero essere attinte altrove. Se pescassimo di più dalla pubblicità creeremmo seri problemi agli altri editori. Ricordiamoci che la Rai assolve a funzioni che non possono competere alle tv commerciali, come l’informazione regionale e dalle sedi estere. Detto questo, se mi consenti, voglio farti io una domanda».
Prego.
«Se uno è in quota a un partito resta senza lavoro e fa causa alla Rai? La verità è che sono sempre stato lontano dalla politica».
Però hai sposato Miss Padania…
«E lo farei ancora. Se la mia appartenenza dipende dal fatto che ho sposato una ragazza che a 18 anni ha vinto un concorso di bellezza, vabbé. Allora, se Sara avesse vinto anche Miss Italia invece di arrivare solo in finale, avrei la targa di Forza Italia?».
O di Fratelli d’Italia.
«Quello no; all’epoca non c’era».

 

La Verità, 21 dicembre 2024

Pier Silvio delude gli anti Berlusconi: niente politica

È un Pier Silvio Berlusconi tuttocampista quello che incontra i giornalisti nella conferenza stampa di fine anno. Un Pier Silvio box to box, come si dice in gergo calcistico. Anzi, propenso alle incursioni nelle diverse aree di competenza. La politica innanzitutto, compresi i rapporti con il governo di Giorgia Meloni che negli ultimi mesi hanno registrato qualche increspatura. Poi la Rai, Sanremo, l’Europa, Giambruno e annessi, le alterne fortune di Striscia la notizia. Eccetera eccetera. Spesso è così perché a queste serate partecipano giornalisti televisivi, politici, economici, sportivi e di costume. Stavolta l’amministratore delegato di Mfe-Mediaset sembra più generoso e generalista del solito, complice un 2024 «eccezionale», con il titolo cresciuto del 25,4% e i ricavi del 7,7%. «Dal Covid abbiamo cambiato passo: MediaForEurope è il primo broadcaster europeo», sottolinea Berlusconi jr. Lo confermano i dati sugli utili: rispetto a quelli cumulati tra il 2016 e il 2019, quelli del quadriennio 2020-2024 «sono più che raddoppiati e superano il miliardo di euro». Ottimi anche i riscontri sull’audience, alla pari con la Rai nell’intera giornata (36,8% di share contro il 36,7) e molto superiori nel target commerciale: Mediaset al 39,5% e Rai al 31,3.

Si comincia. «Non ho nessuna intenzione di entrare in politica. Né ora né mai», scandisce il ceo di Mediaset, smentendo previsioni e scenari di siti e giornali interessati a vederlo in campo, forse perché orfani del grande nemico o ancor più perché desiderosi di scardinare gli equilibri della maggioranza. Invece no, mappa obsoleta. Perché pare proprio che Pier Silvio voglia mandare messaggi rassicuranti, come si evince dai motivi del «non entro in politica. In primo luogo perché amo Mediaset, l’azienda e tutti quelli che ci lavorano. Il mio posto è qui e credo che il mio lavoro non sia finito. Il secondo motivo è che non ritengo serio improvvisarmi in un mestiere che non è il mio senza fare gavetta». Infine, il terzo motivo, «il più importante», dice l’ad Mediaset. «C’è già un governo stabile e che sta facendo bene. Pensate a cosa sta succedendo in altri grandi Paesi europei come Francia e Germania. Da noi c’è stabilità».

Un piccolo dissenso persiste sull’abbassamento del canone a 70 euro, ma è circoscritto all’iniziativa della Lega. «Salvini mi sta molto simpatico», premette, «ma non capisco perché faccia questa battaglia. Se togli delle entrate da una parte poi le devi prendere da un’altra e io trovo giusto che la fiscalità generale vada a finanziare la sanità e la scuola, per dire. Credo che la politica dovrebbe avere un occhio di riguardo per la Rai e per l’audiovisivo in generale. L’idea di abbassare il canone mi pare strampalata. Siamo il Paese dove si investe di meno in questo settore: indebolirlo ancora aprirebbe le porte alle multinazionali». Anche dalla possibile concorrenza sul Festival di Sanremo Berlusconi jr si tira fuori, per il momento: «Non ho capito esattamente che cosa sta succedendo, è tutto un po’ fumoso… La Rai è il motore del Festival e da italiano mi auguro che rimanga lì. Se un giorno sarà sul mercato valuteremo come tv commerciale».
Oltre la politica e le relazioni con la concorrenza, risponde a tutte le domande, comprese quelle su Andrea Giambruno, la cui vicenda, a ben vedere, non è così lontana dalla politica. «Prima o poi tornerà in onda anche se oggi non ci sono progetti che lo riguardano. La responsabilità di un programma (Diario del giorno su Rete 4 ndr) è più importante che andare in video». Di recente gli è stato negato il nullaosta per la partecipazione a Belve. «Non c’è stato un divieto, Andrea è un giornalista Mediaset. Quando arrivano delle richieste da parte della Rai o di altre televisioni si valutano. Se c’è qualcuno che è disposto a intervistarlo è giusto che vada a raccontare le cose prima da noi… Il nostro è un atteggiamento protettivo nei suoi confronti, e non solo», allude. Nel capitolo «correzioni al palinsesto» ecco che la più significativa riguarda Striscia la notizia. «È innegabile che stia vivendo un momento faticoso, dopo 37 anni di storia è normale che succeda. Parlo spesso con Antonio Ricci e sono fiducioso che trovi la strada per tornare a crescere. Per il futuro non escludo un’alternanza di prodotto», ipotizza per la prima volta il capo di Mediaset, «ma oggi conto molto su Antonio». E proprio Ricci rassicura: «Striscia sta pian piano risalendo, al 99,9% è la trasmissione più vista della serata di Canale 5».

Altra revisione necessaria, ma certamente con meno implicazioni, è quella per La Talpa: «Il prodotto non è venuto perfetto, non aveva i polmoni adatti per Canale 5, mentre il suo aspetto crossmediale ha funzionato bene. Non escludo di riproporre un progetto del genere». La stessa speranza, però confortata da ottimi ascolti e dalla riuscita del format, riguarda This is me, condotto da Silvia Toffanin. Conferme arrivano per Barbara Palombelli e Federica Panicucci. Diletta Leotta è una possibilità anche se per ora non ci sono progetti disegnati su di lei, mentre Myrta Merlino lascerà Pomeriggio 5 per un altro progetto. Auguri a tutti.

 

La Verità, 13 dicembre 2024

«Il faro della satira 2023? Vedo bene Sangiuliano»

L’oroscopo della satira. Dopo un 2022 di cambiamenti radicali, proviamo a tratteggiare il 2023 della politica con Federico Palmaroli, sulfureo vignettista con l’account Le frasi di Osho (600.000 seguaci su Twitter),  collaboratore del Tempo e Porta a Porta e autore di «Come dice coso» (Rizzoli).

Con la destra al governo sta tornando prepotentemente la satira?

Sulla destra si è sempre fatto satira anche quando era all’opposizione. Adesso è prevedibile che ci si concentri sul governo, a meno che qualcun altro non attiri di più l’attenzione…

Copertina e titolo del suo nuovo libro dicono che Giorgia Meloni offre parecchi spunti.

Il governo è ancora giovane, ma è inevitabile che prima o poi ne offra. L’approvazione della manovra ha imposto tappe forzate. Come avvenne per il governo gialloverde, anche di questo impareremo a conoscere i vari componenti e i loro lati più bizzarri.

La premier è satireggiabile?

Con lei lavoro più sulle situazioni che sull’intercalare. Osho parla già in romanesco, metterlo in bocca a lei non aggiunge molto.

Che voto darebbe agli altri esponenti del governo, c’è qualcuno che spicca?

A Matteo Salvini un voto alto: agendo di pancia, incorre in infortuni utili a chi fa satira.

C’è un caso che l’ha ispirato?

Dopo il disastro di Ischia annunciò un numero elevato di morti quando ce n’era solo uno. Solo nei giorni successivi si è confermata quella triste e maldestra preveggenza.

Era una reazione di pancia o una ricerca di visibilità?

Era un’esternazione poco ponderata. Per motivi politici e di temperamento Salvini cerca di essere protagonista. Era una dichiarazione da ministro dell’Interno, quale lui aspirava a essere.

Silvio Berlusconi compensa con i videomessaggi sui social l’impossibilità a presenziare?

Non ho apprezzato la scelta di candidarsi ancora, mi pare soffra il protagonismo della Meloni. La satira su Berlusconi rischia di essere stucchevole, come quella sulla statura di Renato Brunetta o su Luigi Di Maio bibitaro. Su alcuni personaggi serve una renovatio salvifica.

A Ignazio La Russa che voto darebbe?

Gli do 7 perché se ne sbatte delle critiche che gli fanno. Non rinnega il suo passato e in un mondo di incoerenti, questo è inusuale. Però se fossi stato in lui avrei evitato il post per l’anniversario della nascita del Msi, perché è divisivo. E lui ora è Presidente del Senato…

E a Sergio Mattarella?

Un bell’otto. Le Quirinarie hanno segnato il ritorno alla politica dopo mesi di Covid e vaccini. Invece è stata solo una parentesi perché è arrivata la guerra in Ucraina. Mattarella sfogliava la margherita, resto, vado, resto…

Concorda con il suo collega, il vignettista Makkox, che dice che l’ignoranza è il concime della destra?

Credo sia bipartisan, soprattutto tra le forze populiste. Nei social è ben distribuita, ma in zona 5 stelle si raggiungono vette invidiabili.

La sinistra offre i dossier più voluminosi come il caso Soumahoro e il Qatargate?

Una vera pacchia, per usare un termine di moda, impossibile non trovare spunti comici. Ne forniranno ancora, con strascichi che valicano il dibattito tradizionale. Anche perché c’è chi continua a difendere Soumahoro.

Come per Mimmo Lucano, fenomeno creato da Roberto Saviano, anche per Soumahoro la svista è nel meccanismo mediatico.

Quando l’ho visto davanti alla Camera con le calosce infangate subito qualcosa non mi tornava. Per carità, lui non è indagato. Dopo un po’ è spuntata la moglie con la borsa Vuitton.

Potevano scegliere una… griffe comune?

O il lusso o il miserabile. Troppo in antitesi i due comportamenti per non pensare a qualcosa di strano.

Che 2023 sarà per la satira?

Un governo politico è sempre materia viva. Per ora è coeso, i contrasti nella maggioranza sono un invito a nozze. Anche esserci tolti dalle palle il Covid, le cabine di regia e il Cts è un bell’aiuto. Sono speranzoso.

Guardiamo il calendario, il 20 gennaio è fissata la prima udienza per l’inchiesta sui bilanci della Juventus: cosa le ispira?

Ho legato l’inchiesta sulla Juve al caso Soumahoro…

Andrea Agnelli e Pavel Nedved pensano di aprire una coop a Latina?

No, sostengono che la loro contabilità la gestisce la suocera di Soumahoro. Quando si sgretola un potere politico o sportivo come in questo caso, ci si tuffa a pesce.

Il 12 e 13 febbraio si vota nel Lazio e in Lombardia: ha già studiato i candidati?

Nel Lazio sono un po’ anonimi. Se chiediamo a un passante che faccia hanno Alessio D’Amato e Francesco Rocca penso che quasi nessuno sappia descriverli. Una figura storica del Pd avrebbe aiutato.

Con i candidati lombardi va meglio?

Letizia Moratti è già nota, Pierfrancesco Majorino un po’ meno, ma ci si può lavorare. Nel Lazio il Pd dà sempre soddisfazioni come si è visto con le dimissioni del capo di gabinetto di Gualtieri.

18 febbraio: che immagine le suscitano le primarie del Pd?

La comparsa di Elly Schlein, candidata senza essere iscritta, che ha costretto il partito a cambiare lo statuto è un buon inizio. Anche quando non governa il Pd è un partito di potere che non sta mai zitto: una fonte inesauribile.

Chi la diverte di più dei candidati?

Stefano Bonaccini, per la mimica e le pose che assume quando parla. Il suo viso si presta molto.

La stella di Giuseppe Conte continuerà a brillare o si spegnerà come quelle di Di Maio, Di Battista, Virginia Raggi e Davide Casaleggio?

Rivolgendosi a un target di persone che s’informano poco e sventolando la lotta ai privilegi continuerà a brillare. La promessa di ripristinare il reddito di cittadinanza una volta tornato al potere è un investimento elettorale. Conte non ha un programma suo, brilla di luce riflessa. Ora è a capo del partito dei poveri, ma potrebbe pure stare con i ricchi senza problemi. Come quando all’Onu difese il concetto di sovranismo e qualche mese dopo, alla guida del governo con il Pd, iniziò ad avversarlo. Segue il vento, come sulla guerra in Ucraina e l’opposizione all’invio delle armi.

Mario Draghi resterà a fare il nonno o troverà un nuovo lavoro?

Draghi lo vedo sempre come il jolly in attesa sullo sfondo, pronto per vari ruoli. Non credo sparirà. L’ho proposto mentre si congeda da Mattarella, che però lo invita a restare nei paraggi, non si sa mai…

Renzi e Calenda divorzieranno come Francesco Totti e Ilary Blasi?

Può darsi… E anche Renzi mi sembra che qualche rolex da parte dovrebbe avercelo…

Un’altra profezia facile facile: tra romanzi, saggi, gialli, pamphlet, documentari e film Walter Veltroni batterà la media di uno al mese?

Credo abbia dato molto, ma le nuove piattaforme aiutano a migliorare le prestazioni. Ha ancora margini di crescita, come si dice di certi calciatori.

Il 27 giugno è prevista la seconda udienza per la querela di Giorgia Meloni a Roberto Saviano.

Un po’ di tregua, vi prego. Fortuna che manca ancora un po’ perché sentirlo frignare tutti i giorni era diventato insopportabile. Uno che dà della «bastarda» a una persona si merita una querela. Non capisco come si possa difendere lui e non Chef Rubio che si è beccato una querela da Liliana Segre molto meno motivata.

Perché con la premier c’è una disparità di forze in campo?

Anche Liliana Segre sta nel palazzo, è senatrice a vita. Con Chef Rubio ho avuto scontri epocali, ma non capisco questa differenza di trattamento.

Il filone dei televirologi tramonterà definitivamente?

Sì, per evoluzione della specie. Sono tutti entrati nel Pd, spero che in tv gli cambino il sottopancia.

Dopo le virostar e i geopolitologi la nuova categoria da talk show saranno i meteorologi catastrofisti?

Ci sono già da un po’, ma non fanno presa quanto i virologi. I talk erano già noiosi prima, con loro si è aggiunta parecchia confusione…

Gualtieri riuscirà decinghializzare Roma?

La nuova finanziaria ci lascia andare a caccia sul Lungotevere. I cinghiali non sono un problema solo romano, ma lasciare la monnezza fuori dai cassonetti non aiuta.

Beppe Sala trasformerà il centro di Milano in una gimcana per piste ciclabili?

Temo di sì per i milanesi. A Roma non glielo permetterebbero, al massimo potrebbe fare una pista cinghiabile.

Faccia un augurio a qualche personaggio pubblico.

Spero che Di Maio torni in prima linea: con lui avrei ispirazione garantita.

Chi sarà la una nuova stella del 2023?

Salvini è una stella imperitura, ma a me piace tanto anche Sangiuliano.

 

Panorama, 11 gennaio 2022

Il talento di Fiorello riporta alla goliardia del liceo

La cosa difficile sarà tenere il livello della puntata d’esordio. Qui, ogni mattina all’alba tocca ricominciare da zero e appellarsi al talento di Rosario Tindaro Fiorello. Che è enorme. L’idea di fondo è riproporre la goliardia di certe classi affiatate, capaci di cazzeggiare su tutto: non i fatti della scuola, ma le notizie del giorno. E, al di là di qualche puntata più o meno smagliante, Fiorello tornerà a essere il compagno che fa divertire…

Già nei primi minuti di Viva Rai2 ci sono tre o quattro gag che la Rai di solito ci mette 15 giorni. Dopo la finta assenza, troviamo Fiore a letto con Amadeus che, fra il detto e il suggerito, getta un paio di sassolini nell’attualità: «Sì, parlavi delle primarie del Pd e piangevi… E poi volevi pagare una caramella con la carta di credito. Io ti avevo detto che non si poteva fare… E tu piangevi. Ciuri! Non ho chiuso occhio tutta la notte». La sigla è by Lorenzo Jovanotti: «Viva Rai 2, c’è Fiore con il buonumore». Poi, dentro il Glass box, ecco la presentazione della classe, Fabrizio Biggio e Mauro Casciari, poi Carolyn Smith («Complimenti per Ballando con le stelle! Sai cosa mi piace? L’atmosfera fra voi… un’atmosfera, amichevole. Sembra di stare a casa dei Soumahoro, con la moglie, la suocera…»), il pensionato Ruggiero Del Vecchio, «lo spoiler delle vostre vite». Apre l’agenda vera di Giorgia Meloni – «non posso dire come l’ho avuta» – e legge gli appunti. «Rimuovere Coletta e Fuortes» è un piccolo capolavoro, prestandosi a svariate interpretazioni.

Chiama Matteo Renzi. «No, in questo momento si parla solo della Meloni. Tu stai con Calenda, ok. Qual è la battuta che devo dire? Che siete i Jalisse della politica. Ma non fanno niente da 26 anni. Come voi…».

Fuori dal Glass, Lillo fa la caricatura degli ambientalisti puri e duri, ma non sanno l’inglese e scrivono Save the Heart con l’acca nel posto sbagliato. Rispunta Amadeus per annunciare Francesca Fagnani, co-conduttrice per una sera, in quota mainstream, com’è, del resto tutto il cast del Festival. Ma può non esserlo?

A mo’ di presa in giro dei fanatici dei social e dei critici improvvisati, scorrono in basso sullo schermo i finti messaggi: «Comunque a me Fiorello piaceva di più quando faceva Stasera pago io». E via con la lista dei successi del passato, per concludere con «a me piaceva di più quando non faceva niente». La chiusura è una riflessione ad alta voce dello stesso Fiore: «Avrei voglia di dire arrivederci tra una settimana». Già, sarà dura tenere il livello…

 

La Verità, 6 dicembre 2022

 

«Meloni se la caverà se sarà coraggiosissima»

Ricapitoliamo: Maria Giovanna Maglie, lei non doveva candidarsi alle elezioni del 25 settembre?

«Non è mai stato vero; un po’ come quando i giornali scrivono che Giorgia Meloni e Matteo Salvini litigano. Se n’era parlato negli ambienti della Lega, ma io non ho mai dato segnali…».

Sembrava avesse offerte anche da Fdi, invece?

«Sono buona amica sia di Matteo Salvini che di Giorgia Meloni e mi è capitato di parlare a qualche comizio del centrodestra. Dove ho detto liberamente ciò che penso e cioè che, dopo vent’anni di non voto, mi è era tornata la voglia di occuparmi di politica».

Poi ha votato Lega?

«Da quando ho ripreso a farlo, ho votato per la Lega di Matteo Salvini».

Meglio precisarlo: non quella dei governatori e di Bossi 2 il ritorno?

«Ho grande rispetto della storia e della capacità rivoluzionaria avuta da Bossi a suo tempo. Perciò, mi auguro che nessuno si provi a strumentalizzarlo. Quanto ai governatori, ammesso che ci sia un partito dei governatori, hanno sbagliato due volte. La prima, appiattendosi sul governo Draghi, la seconda, cadendo nel proibizionismo vaccinale».

È vero che è molto ascoltata dalla presidente di Fdi?

«Conosco Giorgia Meloni da molti anni e l’ho sempre sostenuta, apprezzando che sia riuscita a diventare da donna il capo di un partito maschile, gareggiando e affermandosi sugli uomini perché è rigorosa, secchiona e cocciuta. Se a essere il più rigoroso, secchione e cocciuto fosse un uomo dovrebbe essere premiato lui. Detto questo, mantengo un rapporto di stima e amicizia con Salvini, di cui aspetto la riscossa».

Dopo il 25 settembre avrebbe dovuto fare un passo indietro?

«Non vedo perché. Un certo insuccesso è da attribuire al prevalere di altri nella Lega più che a Salvini. Se qualcosa gli va imputato è che sta troppo a sentire gli altri. Lui l’ha sempre pensata allo stesso modo, anche se ha fatto quello che non gli piaceva».

Per esempio?

«Ricordo un giorno dell’autunno 2021, Draghi in carica da sei mesi, quando io a un convegno già lo criticavo apertamente. Allora Salvini disse che invidiava il mio coraggio e che si mordeva la lingua 20 volte al giorno».

In campagna elettorale è stato un po’ ondivago?

«Anche se c’è qualcuno che dà cattive notizie ai giornali, la Lega è un partito che marcia unito e il segretario non fa di testa sua. Per disciplina e militanza ricorda il vecchio Pci. Salvini ritiene di dovere qualcosa alla leadership della Lega ed è più disciplinato di quanto non si creda. È un uomo di passione civile e generosità, virtù dimenticate soprattutto a sinistra. Questo in una fase di mediocrità della classe politica che affligge tutto il mondo».

Giudizio pesante.

«Ma realistico, la grande politica di un tempo non c’è più. Abbiamo apprezzato Angela Merkel, ma prima c’era Helmut Kohl, o Boris Johnson, ma prima c’era Margaret Thatcher, Emmanuel Macron, ma c’erano Francois Mitterand e Charles De Gaulle. Ora individuo in Salvini e Meloni la scintilla della passione che mi consente d’intravedere la luce in fondo al mio astensionismo storico».

Il fatto che non si stia impuntando sul ministero dell’Interno è un buon segnale?

«In un momento di forte drammaticità sociale, il ministero dell’Interno lo lascerei a un tecnico. Idem quello delle Infrastrutture. Altrimenti qualsiasi mozzicone di ponte cadrà, saranno tutti a chiedersi dov’era a cena il ministro. Credo sia più salutare impegnarsi in un settore legato alla propria passione. Questo ti fa essere autorevole. Se ti occupi di agricoltura, per esempio, puoi chiedere conto all’Unione europea di quella sciocchezza che si chiama Nutriscore. Interni e Infrastrutture li eviterei come la peste. Piuttosto, prenderei il ministero della Cultura, che è un buco nero».

Sono cose che dice quando è ospite nei talk show e su Dagospia, anche se ultimamente la si legge meno…

«Dagospia ha cambiato linea, ora è schierato, secondo me, prima non lo era. Pensi che mi ha fatto scrivere per più di un anno a favore di Donald Trump. Ora non lo farebbe più, di recente mi ha accusato di essermi trasformata in un agit prop di Salvini. Io potrei rispondere che Dago sembra The Quirinal Voice e che il suo livore verso Salvini è immotivato. Ma non importa, la verità è che ognuno ha fatto le sue scelte».

A lungo corrispondente Rai dagli Stati uniti, Maria Giovanna Maglie è un volto noto ai telespettatori di La7 e Rete 4. Nel conformismo della narrazione in auge nei nostri giornali e nelle nostre tv, le sue opinioni risultano inevitabilmente spiazzanti. Qualche giorno fa ha pubblicato un saggio sul caso Orlandi, intitolato Addio Emanuela (Piemme).

Com’è riuscita a indagare nel mistero più impenetrabile degli ultimi 40 anni?

«Stavo cominciando a lavorare a un libro-intervista con Salvini, ma la caduta del governo e le elezioni hanno cambiato i piani».

E com’è arrivata alla Orlandi?

«Il caso di Emanuela Orlandi accompagna la nostra generazione dagli inizi perché, quando scomparve, muovevamo i primi passi da giornalisti. Nel 1983, occupandomi dei desaparecidos argentini, capii l’impossibilità di elaborare il lutto se non si può vedere il corpo del defunto. Un diritto che è stato negato alla famiglia Orlandi, ma anche a tutti noi».

Perché è interessante illuminare i lati oscuri di questo caso?

«Attraverso di esso si capisce cos’era la chiesa di Karol Wojtyla e le forze che vi si opponevano. Si capisce il ruolo dell’Italia nello scacchiere del terrorismo internazionale. Gli anni Ottanta hanno portato alla caduta del Muro di Berlino. In Italia si usciva dallo scandalo della P2 e ci si avvicinava a quello di Tangentopoli».

Qualcuno ha tentato d’invitarla a non approfondire troppo?

«Sì, però sono andata avanti tranquillamente. Ho potuto verificare da parte del Papa attuale una grande volontà di chiudere serenamente questo capitolo, per quanto gli è possibile. Quella che si è risentita è un’altra parte della curia. Il fatto che i responsabili della morte e della sparizione del corpo di Emanuela sono tutti morti potrebbe essere l’occasione per scrivere la parola definitiva sul caso. Il Parlamento italiano non dovrebbe esimersi dal farlo. Nel libro indico una soluzione pubblicando un documento, si potrebbe partire da lì».

Il documento che prova che il corpo di Emanuela è stato cremato.

«Che era già agli atti, ma che nessuno ha preso seriamente in considerazione».

La sua tesi è che il rapimento sia da collegare ai rapporti tra lo Ior di Marcinkus e la banda della Magliana?

«La mia tesi è che Emanuela Orlandi sia l’oggetto di un ricatto al quale la Chiesa non ha ceduto».

Era una questione di soldi?

«I rapitori rivolevano indietro dei soldi dal Vaticano. Emanuela è stata la vittima sacrificale: se mi chiede se si poteva evitare, rispondo di sì».

Tornando alla politica, ritiene che Meloni sia in grado di affrontare emergenza energetica, caro bollette, emergenza sanitaria, guerra…

«Con una certa arroganza, Draghi lascia al suo successore un fardello pesante fingendo che ciò che è accaduto negli ultimi tempi derivi dalla guerra. In realtà, è ereditato da anni di retorica ecologista. È un’eredità di decine di migliaia di aziende che chiudono. Un governo tecnico che si accorge che non siamo autosufficienti sul piano energetico avrebbe dovuto attrezzarsi per arrivare a esserlo. Altro che transizione ecologica. L’autorevolezza di Draghi presso l’Ue non ha ottenuto nulla se non maggiori ossequi nel cerimoniale, ma concretamente ha continuato a subire».

E Meloni cosa dovrà fare?

«Il vero punto da affrontare è la sovranità italiana. Se verrà limitata bisognerà combattere, anche a costo di modificare la Costituzione che ci condanna a essere un Paese molto simile alla Grecia».

Dopo una prima fase d’interferenze media e cancellerie straniere stanno adottando una linea meno pregiudizievole?

«I media stranieri copiano i media mainstream e le parole d’ordine radical chic italiane. Se prima scrivi che incombe il pericolo fascista e poi che Meloni deve rassicurare le cancellerie l’hai già fiaccata. Meloni non deve rassicurare nessuno. Se Joe Biden e l’industria americana vogliono vendere il gas al prezzo più alto si fanno andare bene anche lei. In questa situazione catastrofica c’è la piccola fortuna che la Ue si cannibalizza».

La Germania che scuda con 200 miliardi gli aumenti del gas toglie argomenti alla retorica europeista?

«Certo. La Germania ha fatto in modo brutale quello che ha sempre fatto, ma stavolta tutti hanno capito. Prima di lei, l’avevano fatto la Spagna, la Francia, l’Olanda e i paesi frugali. C’è chi si straccia le vesti per il disfacimento dell’unità europea e grida al ritorno dei nazionalismi. Io auspico che ciò avvenga».

Le sembra che Sergio Mattarella stia scegliendo un comportamento più defilato rispetto alla formazione di altri governi o è presto per dirlo?

«È ancora presto. Mattarella è momentaneamente spiazzato dall’esito del voto come tutti gli uomini del Pd. Credo che, quando sarà il momento, lo troveremo puntuto e notarile nell’esercitare il suo potere per spogliare di diversità e spessore il prossimo esecutivo. Il quale se la caverà solo essendo coraggiosissimo».

Altrimenti dovrà subire e annacquare?

«E le piazze lo identificheranno come il nuovo nemico. Come, con buona pace dei sondaggisti, è successo a Draghi. Se il nuovo governo non avrà il coraggio di denunciare la passività dell’Europa, i ritardi del Pnrr rispetto alle emergenze reali, di fare debito e tagliare le tasse non andrà da nessuna parte. Dovrà essere un governo che ascolta, altrimenti rancore e astensionismo dilagheranno».

La polemica sui ritardi negli step di attuazione del Pnrr ha sgombrato il campo sul draghismo di Giorgia Meloni?

«È stato inventato dai giornali per indebolirla. La narrazione è questa: Meloni ha vinto, ma per farcela deve ignorare Salvini e Berlusconi e appoggiarsi a Draghi. Così, quando fallirà si farà presto a richiamarlo in servizio».

Con un’esperienza limitata al ministero della Gioventù in un governo Berlusconi, è comprensibile che per Meloni si cerchino tanti tutor, da Draghi a Mattarella alle cancellerie europee?

«Siccome è femminuccia, piccolina e carina ha bisogno di qualche maschietto intorno… Chi lo facesse per un uomo, si prenderebbe un sonoro pernacchio, al maschile. In passato abbiamo avuto politici unti dal Signore come Enrico Letta e Matteo Renzi e abbiamo visto com’è andata. Se Giuseppe Conte è stato premier per due mandati, penso che Meloni, che mastica politica da quando è ragazzina, saprà cavarsela egregiamente».

 

La Verità, 8 ottobre 2022

«Letta ha favorito Meloni, l’astensione aiuta lo stallo»

Pietrangelo Buttafuoco, ha voglia di fare la pagella della campagna elettorale?

«Volentieri».

Cominciamo definendola.

«Secondo me è stata una campagna da fiato sospeso. Perché da un lato c’è stata una forte tensione perché sotto sotto può cambiare tutto, al punto da smentire Il Gattopardo. Dall’altro c’è stata la paura che potesse accadere qualcosa».

Qualcosa di pericoloso?

«La nostra è pur sempre una storia di misteri irrisolti. Da Enrico Mattei ad Aldo Moro fino al libro nero degli anni Settanta. È stato un tempo sospeso e ora non vediamo l’ora che arrivi domani sera».

Certi poteri consolidati non si rassegnano alla possibilità di un cambiamento?

«Il vero bipolarismo in Italia è tra lo status quo e la maggioranza silenziosa che non ha mai avuto rappresentanza politica. È il famoso 65% degli italiani, individuato a suo tempo da Pinuccio Tatarella, che non è di sinistra, ma non ha mai trovato espressione compiuta».

E che stavolta più che in passato ingrasserà il partito degli astensionisti?

«La campagna elettorale è stata costruita sulla paura: se votate in un certo modo finirà tutto male. Lo diciamo noi migliori, ma lo dicono anche l’Europa e il mondo perché quelli lì sono brutti, sporchi e cattivi».

È stata la narrazione di fondo.

«Nascondendo l’ingombrante dettaglio che se ci troviamo in questa situazione è perché al timone ci sono stati loro».

Qual è l’episodio o lo slogan che le è rimasto più impresso?

«Makkox, il vignettista di Propaganda live, ha detto che “l’ignoranza è il concime della destra”. È una frase dal sen fuggita che svela il vero sentimento degli ottimati di fronte agli italiani alle vongole».

Il noto complesso di superiorità?

«Ora più marcato perché lo zoccolo duro della Ztl e dei garantiti ha costruito una muraglia per proteggersi dai deplorevoli. In Italia arriviamo in ritardo di qualche anno rispetto alla famosa invettiva di Hillary Clinton».

Chi è stato il più efficace?

«Senza dubbio Giuseppe Conte perché dal grande svantaggio da cui partiva è riuscito a toccare tre corde sensibili: la povertà, la ghiotta occasione e la pace. Con il reddito di cittadinanza ha evidenziato il dato oggettivo che la povertà esiste. La ghiotta occasione è quella dei bonus, con i quali i 5 stelle sono identificati. Infine, la contraddizione della guerra: è difficile spiegare agli italiani che si danno 700 milioni agli Ucraini e solo 5 ai Marchigiani».

Si conferma che il M5s è efficace sul piano dei principi, ma rimane poco affidabile quando c’è da governare?

«Però stavolta hanno il vantaggio che il reddito di cittadinanza l’hanno dato e i bonus anche. La guerra è arrivata dopo e si propongono come elemento di disturbo. Il ritorno dei 5 stelle sorprende perché sono riusciti anche a neutralizzare la scissione pilotata di Luigi Di Maio».

Chi il meno brillante?

«Proprio il povero Di Maio. L’unica nota squillante è stato ritrovarsi in volo tra le braccia dei pizzaioli di Napoli come Patrick Swayze in Dirty dancing. A pensarci bene però la campagna più efficace è un’altra».

Quale?

«Quella di Fratelli d’Italia affidata a Enrico Letta».

Ha fatto autogol?

«Ha fatto una campagna per far vincere Fdi».

Di proposito, per non confrontarsi con il momento drammatico?

«No. È una beffa del destino».

Cioè?

«Nelle tecniche di combattimento orientale come il karate non è la tua forza che ti fa vincere, ma la potenza dell’avversario sfruttata a tuo vantaggio».

È la mossa vincente di Giorgia Meloni?

«Sì. Letta ha offerto l’immagine della sinistra più insopportabile agli occhi degli italiani. Ha presente la parodia che fa Maurizio Crozza della Cirinnà?».

È l’eterogenesi dei fini?

«Siamo sul filo del paradosso. Noi pensiamo che il mito del cane della Cirinnà sia una gag, invece mostra l’abitudine a garantire i privilegiati. Nel Pd i diritti coincidono con i privilegi e si dimenticano le garanzie sociali che derivano dalle emergenze incombenti. Oggi, se sei senza casa, ti rivolgi ai leghisti, a Fdi o ai 5 stelle. Se invece hai bisogno della colonnina per ricaricare il monopattino vai dalla Cirinnà».

Tornando alla campagna di Letta?

«Gli do 10 come spin doctor di Fdi».

E come segretario del Pd?

«Respinto».

Infatti si parla già di successione indicando Elly Schlein.

«Devono sincerarsi che non possieda un canuzzo dotato di cuccia e relativo contante».

Letta ha polarizzato lo scontro, o noi o loro, con i manifesti rossoneri.

«È un lapsus speculare a quello di Makkox. Anche i preti che frequentano non sono mai vicini al prossimo. Il nuovo riferimento è il cardinal Matteo Zuppi che scrive una lettera alla Costituzione. Ma prenditi il vangelo…».

Letta ha coinvolto Berlino e Bruxelles.

«Per fargli dire che se arrivano le destre non avremo più la tutela dell’Unione europea, che è il vero reddito di cittadinanza».

Carlo Calenda e Matteo Renzi?

«Mi ricordano l’esperimento dell’Italia dei carini, della principessa Alessandra Borghese e Luca Cordero di Montezemolo».

Sfonderanno?

«Non credo. Tutti i benestanti che conosco votano Calenda. Fa fine e non impegna. Voti i soviet, ma lo mascheri con una patina di moda. Alle ministre di Forza Italia non è parso vero di liberarsi della cattiva immagine per presentarsi in società. In tv ho visto Massimo Mallegni, un senatore di Forza Italia, più ostile verso il centrodestra dell’esponente del Pd. Col suo entusiasmo ha svelato il disegno: farsi eleggere qui per poi andare di là. Calenda e Renzi sono i Bel Ami, offrono la possibilità a chi è stato sotto l’ombrello berlusconiano di darsi una rinfrescata nel mondo nuovo. Ma questo vale solo per la nomenklatura, perché l’elettorato col cavolo che li segue».

Draghi li ha mollati ma sperano sempre nello stallo e nel ricorso al commissario?

«Sembra quando da bambini si litigava e si diceva: adesso torno con mio fratello più grande. Draghi non ha mai detto: “Non in mio nome”. In Italia ci si lascia sempre la porta aperta. Dimentichiamo che è italiano e gesuita. E la disciplina seguita dai gesuiti è solo una: la dissimulazione».

Il no pronunciato nell’ultima conferenza stampa non l’ha convinto?

«Un no convincente sarebbe stato: “Prego gli autori della campagna elettorale in mio nome di astenersi”».

Che voto dà a Silvio Berlusconi su TikTok?

«Dieci a prescindere. Non solo su TikTok, anche nella guerra alle mosche. Mentre merita un 5, anzi, un 2 nelle interviste scritte. Ma non si offenderà perché è noto che non è lui a rispondere».

È l’ago europeista e liberale del centrodestra?

«È molto più di questo, è il grande romanzo italiano della letteratura universale».

Però un milione di alberi, la flat tax, la pensione a mille euro per tutti…

«Sono i suoi giochi pirotecnici, sempre efficaci, perché scavano nell’immaginario degli italiani. Meno tasse per tutti diventa subito meno Totti per Ilary».

O più giga per tutti. È un po’ grottesco?

«Berlusconi resta nell’immaginario al pari di Garibaldi, di Totò, di Padre Pio. I ragazzini lo conoscono e riconoscono mentre gli altri del pantheon della politica spariranno. Difficilmente ricorderemo Giuseppe Saragat, Sandro Pertini o Oscar Luigi Scalfaro. In lui si compendia la tradizione italiana, da Carlo Goldoni a Gioachino Rossini. È il nostro Balzac».

Questo è il suo prossimo romanzo?

«Magari, immagino un musical».

È parso anche a lei che Matteo Salvini abbia rincorso?

«È un movimentista, è fuori luogo immaginarlo in grisaglia, non sa e non vuole annodarsi la cravatta».

Il dietrofront su Putin?

«Di necessità si fa virtù. Ciò che noi italianucci potremmo dire oggi riguardo alla storia è poca cosa».

Meloni ha catalizzato la campagna come l’orso del tiro al bersaglio? Prima il pericolo fascista, poi la colpa di essere una donna non femminista…

«È stata come Dioniso preda delle Menadi. Solo che la sanguinaria eucarestia cui si sottopone Dioniso si svela sempre nell’esatto contrario: le Menadi se ne vanno e Dioniso resta».

Voto alle star dello showbiz, da Elodie a Paolo Virzì…

«10. Sempre per conto di Fratelli d’Italia».

Voto a Laura Pausini che non ha cantato Bella ciao.

«La novella Arturo Toscanini che si rifiutò di eseguire Giovinezza».

Il nuovo bersaglio è Pino Insegno?

«Purtroppo i democratici non sanno evitare d’insultare chi la pensa in modo diverso da loro».

Voto ai grandi giornali?

«Sempre 10 per conto di Fdi. Certi titoli della Stampa… La campagna di Repubblica contro Giorgia Meloni, altro non è che un monumento a cavallo. Ma nemmeno il Corriere della Sera scherza. I moderati sono i cosiddetti terzisti, speculari al Terzo polo, come gli indipendenti di sinistra lo erano ai tempi del Pci. È il famoso amico del giaguaro».

Voto al filone editoriale elettorale su Mussolini?

«Nel centenario della marcia gli antifascistissimi Aldo Cazzullo, Antonio Scurati e Sergio Rizzo scalano le classifiche dei libri grazie al Duce e pare di vederli in scena 100 anni fa. Arrivano a Roma per dire al re: Maestà, vi portiamo l’Italia delle classifiche dei libri. È solo marketing».

Vincerà il partito degli astenuti?

«Ne sono terrorizzato. È il vero bastone armato dello status quo».

Chi non vota favorisce il mantenimento della situazione attuale?

«L’elettore di centrodestra è il più distratto. Se deve andare a un battesimo ci va, non fa tutte e due le cose perché confida che ci pensino gli altri».

Voto a Michele Santoro che ha denunciato la non rappresentanza della maggioranza contraria all’invio delle armi in Ucraina?

«Nessuno ha ampia rappresentanza politica. Io, per esempio, mi ritrovo in quella maggioranza che non ha mai avuto voce, non ha giornali, non ha tribuna. Quella degli esuli in patria, per dirla con Marco Tarchi. Quand’è così, si va dove si vede il cambiamento. Altrimenti togliamo le elezioni e continuiamo con il meccanismo in voga dal 2008. Quello che s’identifica nei tecnici alla Carlo Cottarelli, presunti super partes, che invece sono sempre della famiglia dem. Si cambia nome, ma la mobilia resta la stessa. La fureria d’Italia si appoggia ai soliti caporali. Quando li vedo mi chiedo se starebbero bene in orbace e camicia nera, con il fazzoletto garibaldino, con la grisaglia democristiana e mi rispondo che sì, starebbero bene con tutto perché sono il partito unico del potere».

Voto a Draghi, premiato in America da Henry Kissinger.

«Senza che risulti offesa, in quella scena ho visto più Alberto Sordi, eterno Americano a Roma, che un nuovo Cristoforo Colombo».

 

 

La Verità, 24 settembre 2022