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L’all in su Conte di Travaglio&Co. su La7 e La9

Molti più accordi che disaccordi. Anzi, di disaccordi veri non c’è traccia. Del resto, siamo tra noi, siamo in famiglia, non c’è motivo di litigare e nemmeno di dissentire. Era molto rilassata l’atmosfera l’altra sera sul Nove, il canale dove il Fatto quotidiano, la testata televisivamente più sovrarappresentata, ha piantato le tende con i suoi presidi informativi, a cominciare da Accordi & disaccordi (venerdì, ore 22,55, share del 3%, 571.000 telespettatori). In fondo la Nove è solo La7 più due e, con la striscia di Sono le venti di Peter Gomez all’ora dei tg e la serata del venerdì aperta da Fratelli di Crozza, la linea filogovernativa che le firme del Fatto assicurano con la loro assiduità alla rete di Urbano Cairo, fa svelta a rimbalzare di un paio di tasti sul telecomando. Prodotto per Discovery da Loft, il canale tv del Fatto, Accordi & disaccordi, con la & commerciale, lo conducono Luca Sommi e Andrea Scanzi che solitamente intervistano un ospite politico. Alla fine della serata, però, escusso come un oracolo, la guest star è sempre Marco Travaglio. L’altra sera, con un Gad Lerner fresco di trasloco nel quotidiano più filogovernativo del bigoncio, la sensazione di familiarità avvolgeva come un profumo d’intesa. L’atmosfera informalissima come le mise dei giornalisti, era incrinata solo da Sommi, l’unico in studio e in giacca e cravatta, che tentava di salvare le apparenze porgendo domande, pur sempre con una robustissima spalmata di garbo: Gad, tu che hai avuto una grande carriera di giornalista e hai fatto la storia della televisione, come mai sei andato a Pontida a gettare benzina sul fuoco? Non l’avesse detto. Forse sei vagamente poco informato, ha risposto, piccato, Gad. Che, si sa, è più abituato a farle che a subirle le domande e, forse, i disaccordi non li ama nemmeno in epoca di distanziamento sociale. Per recuperare, Scanzi gli ha subito chiesto di spiegare perché, lasciando Repubblica, si è accasato proprio a casa loro. Ma il giorno stesso delle dimissioni, Marco lo ha chiamato e dunque… Dopo la puntuale citazione di Gomez per completare la sfilata delle firme, a suggello si è collegato in sahariana verde dallo studio di casa un Travaglio sguarnito del cipiglio da talk con contraddittorio che inalbera quand’è ospite a giorni alterni di La7, chez Lilli Gruber o Giovanni Floris. Negli altri giorni, infatti, tocca allo stesso Scanzi e ad Antonio Padellaro, quest’ultimo habitué pure di Piazza pulita. Non prendiamoli sottogamba, quella dei colleghi del Fatto è una strategia seria. Sia mai che il sostegno al governo Conte patisca dei vuoti d’aria.

 

La Verità, 7 giugno 2020

A Otto e mezzo i punti di domanda sono per gioco

C’era il punto interrogativo nel titolo – Conte, il miglior comandante possibile? – ma poi appena qualcuno ha fatto balenare dei dubbi, apriti cielo. Gli ospiti erano Marco Travaglio, direttore del Fatto quotidiano, il più filogovernativo del villaggio, Patrizia Laurenti, direttore dell’unità operativa complessa dell’ospedale Gemelli di Roma, Gianrico Carofiglio, scrittore, e Alessandro De Angelis, vicedirettore dell’Huffington post. Il programma era Otto e mezzo, condotto da Lilli Gruber, e la puntata seguiva di poco l’ultima conferenza stampa nella quale il premier Giuseppe Conte ha in parte smentito che le norme restrittive dureranno fino al 31 luglio (La7, martedì, ore 20,40, share del 8,05%, 2,5 milioni di telespettatori). In realtà, la conferenza stampa era una novità da quando è esplosa l’epidemia, di sicuro la prima dopo le critiche per le comunicazioni istituzionali notturne tramite Facebook. Un cambio di rotta? Macché, ha assicurato il direttore del Fatto quotidiano. Le decisioni sono complesse perché bisogna mettere tutti d’accordo, sindacati, ministri e persino quei trogloditi dei governatori del nord. E poi non è stata concessa alcuna esclusiva a piattaforme private, tutti potevano collegarsi al sito del governo. Quindi, va tutto a gonfie vele, madama la marchesa. Il vicedirettore dell’Huffington post si permetteva di eccepire, osservando che si possono rappresentare critiche senza dover passare per sciacalli. Proprio a Otto e mezzo del 27 gennaio il premier aveva annunciato che il governo era «prontissimo» ad affrontare l’emergenza, salvo prendere i primi provvedimenti 25 giorni dopo e annunciare confusamente il lockdown solo l’8 marzo. Per consolidare il ragionamento, De Angelis ha proposto un parallelo con le accuse di sciacallaggio rivolte ad Anno zero con Michele Santoro e lo stesso Travaglio, per una puntata critica con il governo Berlusconi sul terremoto dell’Aquila. Smaniante, la conduttrice ha tagliato corto – «non voglio parlare di Berlusconi» – chiamando in causa Carofiglio. Il quale, già segnato dai recenti infortuni comunicativi, si è tenuto su una linea morbida, abbozzando appena – senza entrare nel merito, «ma se volete ci entro…» – un’esigenza di puntualità della comunicazione del premier, per evitare che una certa fiducia possa esserne inficiata. Ma anche questo accenno è bastato a esporlo agli sguardi di riprovazione della conduttrice e al sarcasmo di Travaglio, intollerante alla lesa maestà di Giuseppi. Domanda: il punto interrogativo del titolo della puntata era reale o messo lì per gioco?

 

La Verità, 26 marzo 2020

«E se la Gruber fosse la Papessa straniera del Pd?»

Provocazione, sberleffo, contropiede culturale. Pietrangelo Buttafuoco ha appena pubblicato Salvini e/o Mussolini (PaperFirst), sapido libello in forma di dizionario sulla scorta di Jefferson e/o Mussolini di Ezra Pound, anno 1936.

Prendere in parola i sapienti scandalizzati dagli eccessi salviniani è un divertissment?

Diciamo che provo a disinnescare i riflessi condizionati che gravano sia su Salvini che su Mussolini. Chi odia il leader leghista dice che è come il Duce, chi lo ama pure. Nel corto circuito si scorge tutta la pigrizia italiana.

Perché scavando si scopre che le presunte similitudini sono fasulle?

Esattamente. Come il «chi si ferma è perduto» pronunciato da Salvini e attribuito a Mussolini, che in realtà è di Dante Alighieri. O il «tanti nemici, tanto onore» che correttamente è «molti nemici, molto onore», e fu coniato dal condottiero tedesco Georg von Frundsberg davanti ai militi veneziani in una battaglia del 1513.

Senta, Buttafuoco, ma non era Bettino Craxi l’erede di Mussolini?

Disegnandolo con gli stivaloni, Giorgio Forattini faceva eco al sentimento del Craxi dei giorni migliori. Il quale, a sua volta, viveva una forma di attrazione affettuosa per la Buonanima. Tanto che si recò a Giulino di Mezzegra, sul Lago di Como, per far mettere una lapide nel posto dove fu ucciso. Il sentimento che dominava in lui era l’essere patriota, amante dell’Italia tutta, in tutte le sue epoche.

Anche a Bruno Vespa, che nel suo ultimo libro è ripartito dal Ventennio, tutti gli interpellati hanno smontato il parallelismo, salvo Dario Franceschini.

Solo lui ha evocato l’insopportabile fantasma dell’arco costituzionale che si trascina il sabba dell’intolleranza. Guarda caso, il nemico di quel dogma fu proprio Bettino Craxi.

L’antifascismo in assenza di fascismo è un boomerang della sinistra di piazza e di salotto?

Lo è perché il popolo ha sempre un fiuto laterale rispetto ai proclami e ai copioni glamour. Un po’ come quando la Chiesa cerca di distrarre i fedeli dai santi, ma le processioni e la devozione popolare riportano in auge il bisogno di celebrare il sacro.

Senza il fascismo, paragonare Salvini a Mussolini è fargli un regalo?

È un tentativo di esorcismo che può provocare la moltiplicazione di quelli che dicono «magari!».

Facendo scattare l’allarme per il ritorno dell’uomo forte?

Il fascismo non fu fascista per come lo intendiamo noi. In questo dizionario molti luoghi comuni cadono, a cominciare da quello sull’immigrazione.

Spieghi.

Faccetta nera è il tentativo di far diventare italiani gli africani. Tra le potenze coloniali eravamo l’unica che faceva dei territori d’oltremare delle province, con i prefetti e le moschee.

Salvini e Mussolini gemelli diversi e non solo per peso specifico?

Molto diversi. Il Capitano incarna il politico di destra e condivide il momento favorevole con Giorgia Meloni, a dimostrazione di una ricca offerta post ideologica. Mentre l’esperienza di Mussolini resta una pagina nell’album del socialismo. Eretico quanto si vuole, ma sempre socialista.

Nei primi anni della sua azione.

E anche alla fine, con la Rsi.

Per la classe politica attuale il confronto con il Novecento non può che essere impietoso.

Oggi il contesto è a-ideologico e perfino anti-ideologico. Il secolo scorso imponeva uno sforzo intellettuale molto superiore. Oggi domina la superficialità, che è transeunte ed evapora subito non avendo fondamento.

Per rimanere nel populismo, Beppe Grillo sta durando più di Guglielmo Giannini, l’uomo qualunque.

Perché, grazie a Carlo Freccero e Antonio Ricci, ha avuto la possibilità di irrobustirsi con il dadaismo.

La traversata dello Stretto di Messina aveva echi dannunziani: poi?

Sono spariti perché ha dovuto sgattaiolare nella buca della rispettabilità borghese. Mettendosi con il Pd si è consegnato mani e piedi al sistema.

Addio cambiamento.

Invece di proseguire l’impresa nella libera città di Fiume si è buttato tra le braccia del Cagoia, il triestino che disse «mi no penso ghe per paura», divenuto simbolo di viltà. L’unico che può essere uno strepitoso Guido Keller è Alessandro Di Battista.

Verrà il suo momento?

Quanto meno come Keller avrà la possibilità di alzarsi in volo e gettare un pitale su tutti gli anticasta che si stanno facendo salvare la poltrona proprio dalla casta.

Per il Cagoia Giuseppe Conte, che in un pomeriggio passa da un governo di centrodestra a quello più a sinistra dell’Occidente, ci sono precedenti?

Iscriverlo nel capitolo del trasformismo sarebbe persino nobilitante. Invece è proprio perfetto per la caricatura del «paglietta», il giurista sciuè sciuè, ampolloso dicitore.

Senza contenuto.

Buono per tutti gli usi. Prima si diceva che era il vice dei suoi vice, adesso è sicuramente vice del suo portavoce, Rocco Casalino. Con l’emergenza coronavirus, dal Conte 2 siamo passati al Casalino 1.

Restando tra spregiudicati volteggi, chi è l’antenato di Matteo Renzi?

Amintore Fanfani, «il Rieccolo».

Medesima provenienza.

E caratteraccio. Purtroppo per Renzi, invece che da Ettore Bernabei è affiancato da Marco Carrai.

Giorgia Meloni alleata di Salvini somiglia al Gianfranco Fini coccolato dai giornaloni in chiave anti Berlusconi?

Ci provano, ma non ci riusciranno perché lo spessore della Meloni è molto superiore a quello di Fini. Non è una comprimaria, ma una protagonista.

Come dice il sociologo Luca Ricolfi.

La Meloni ha l’imbarazzo dei destini. Può fare il sindaco di Roma, ritagliarsi una stagione da premiership o andare in Europa. O, infine, può far saltare il risiko dei poteri forti. In questa veste mi ricorda la Sposa interpretata da Uma Thurman in Kill Bill che, armata di katana, consuma la sua vendetta.

 E il fatto che sia donna…

È un vantaggio. Nel libro l’ho paragonata all’Italo Balbo della trasvolata atlantica che, pur con tutto il politically correct, ha ancora la strada intitolata a Chicago. Anche lei non deve temere la contraerea italiana.

Salvini la tollererà.

A destra è una ricchezza che siano in due o tre, hanno diversi potenziali premier.

Tipo?

Se serve un garante c’è Roberto Maroni; se serve chi ha esperienza ci sono Maurizio Gasparri e Roberto Calderoli; se serve qualcuno pronto alla battaglia frontale i nomi abbondano.

Invece la sinistra?

Ha l’establishment, i tecnici e le dinastie, ma non ha la politica. Infatti si fa sempre sedurre dal Papa straniero: Bergoglio, Roberto Saviano, Greta Thunberg, le Sardine, Carola Rackete…

Nicola Zingaretti?

È un socialdemocratico alla Mario Tanassi. Quanto al suo operato di amministratore è peggio di quello di Virginia Raggi. Ma nessuno lo dice.

Il gemello diverso di Massimo D’Alema è Enrico Berlinguer?

Il confronto giusto è con Palmiro Togliatti che, a sua volta, era il D’Alema dei suoi tempi.

Molto elogiativo.

Per i comunisti ho un debole perché non sono di sinistra.

Nel senso della sinistra da salotto di oggi?

Esatto. Il mio più caro amico è stato Stefano Di Michele, collega al Foglio, un contadino abruzzese che non si mischiava con i birignao. E destino vuole che lavori con un fior di comunista come Peppino Caldarola.

Luigi Di Maio?

Pinuccio Tatarella ne avrebbe fatto uno statista. Ne aveva le potenzialità, purtroppo è finito nella trappola di Grillo.

Che lo sta consumando.

Non potrò mai credere che sia contento di governare con il Pd.

Le Sardine le confrontiamo con i girotondi?

Eppure, oplà, sono loro la prosecuzione del qualunquismo sotto l’ala protettiva del conformismo. L’approdo nel mainstream lo dimostra.

Sinistra di piazza e di reality?

Non solo. Quando mai un antagonista è esposto nella vetrina del potere. Manca che siano ricevuti dal Papa e avranno percorso tutte le tappe del politicamente corretto.

Andranno prima da Antonio Spadaro che li ha già adottati.

Spadaro è un Andreotti capovolto, non devoto a Dio come il vecchio Giulio. Se potessi farne un romanzo, me lo vedo baciare Totò Riina piuttosto che Salvini.

Il cui avversario alle future elezioni sarà Giuseppe Sala?

Mi sembra un po’ troppo fighetto, tendenza Bignardi.

Nel suo talk show si è palesato potenziale leader.

Lui il Papa straniero? Mmmh… facile governare Milano, voglio vederlo a Scampia.

Ci sono precedenti da Palazzo Marino a Palazzo Chigi?

Governare l’Italia partendo da Milano ci sono riusciti solo Mussolini, Craxi e Berlusconi. Non credo che la compagnia gli piaccia.

Però siamo tornati all’inizio.

Già, ma il Papa straniero potrebbe essere una Papessa.

Lilli Gruber?

Se ne avesse voglia. Il sangue altoatesino potrebbe aiutarla.

Con lei la sinistra di salotto avrebbe vinto.

Sì. Solo che la Merkel all’italiana, anziché avere le radici nella gloriosa Germania est, ha l’asso nella manica di Urbano Cairo…

 

Panorama, 11 marzo 2020

Elly, Mattia e Greta a caccia del riflettore giusto

E tre. Dopo Greta e Mattia, ecco Elly. C’è una nuova icona dell’establishment di sinistra. Un nuovo astro. Un altro leader destinato a stregare la parte sana dell’opinione pubblica. La società civile, le piazze dei migliori e l’ecologismo mainstream ne sfornano uno ogni tre-sei mesi, secondo il bisogno. Elly Schlein arriva dopo Greta Thunberg e Mattia Santori ed è l’anello di congiunzione tra le sardine e il Pd, oltre che la più votata alle recenti consultazioni emiliano romagnole. Non ha fatto quasi in tempo a essere eletta con 22.000 preferenze per aver chiesto conto a Matteo Salvini dell’assenza della Lega ai tavoli europei sull’immigrazione, che è già vicepresidente regionale e in tutti i talk show radiotelevisivi. La sera del 28 gennaio, due giorni dopo il successo di Stefano Bonaccini, Lilli Gruber le ha tempestivamente regalato la ribalta di Otto e mezzo. Da lì non si è più fermata, rimbalzando, come un Santori qualunque, dall’Aria che tira a Omnibus e dovunque si parli di politica, in particolare su La7 che è sempre più l’organo ufficiale dell’ortodossia giallorossa. Del resto, la televisione, anzi, la visibilità, è la vera terra promessa dei nuovi puledri della sinistra di piazza e di palazzo (la medesima). Greta, Mattia ed Elly sono attratti dai riflettori dei media come dirigenti Rai dalla platea del teatro Ariston. E a loro volta sono un boccone prelibato dei conduttori all’ansiosa ricerca di testimonial e contenuti antisalviniani. L’attrazione è reciproca.

L’altra sera la capolista di «Emilia Romagna coraggiosa» ha sconfinato su Nove, ospite dell’Assedio di Daria Bignardi che l’ha accolta più garrula che mai. 34 anni (il doppio di Greta), nata a Lugano e trasferita a Bologna dove si è laureata con il massimo dei voti in giurisprudenza («Sono insicura e curiosa più che secchiona»), bisex («Ho amato molti uomini e molte donne, adesso sto con una ragazza e sono felice, finché mi sopporta», ha rivelato tra gli applausi del pubblico assediato), una militanza più a sinistra che a destra del Pd, la dolce Elly non gradisce la definizione di «miss preferenze» e infarcisce la parlata di «innovazione», «complessità», «transizione», «sessismo», accompagnando il suo argomentare con una mimica manuale piuttosto assertiva. Qualche sera fa, guarda caso chez Gruber, tra una lamentela e l’altra per il maschilismo dell’ultimo Sanremo, Massimo Giannini ha detto che vorrebbe vedere Elly Schlein più protagonista nei media. Non ha fatto in tempo a finire la frase che il giorno dopo la vice di Bonaccini era già ospite del suo Circo Massimo, il programma che Giannini conduce su Radio Capital, l’emittente da lui diretta (non male come testata per un giornalista di sinistra). Anche lì Schlein ha ribadito il suo mantra – «Coniugare la lotta alle disuguaglianze con la transizione ecologica» – nel linguaggio prediletto dalle élite Ztl, sempre intercalato da un virile richiamo al «coraggio». Qualche giorno fa, Marianna Madia, altra ex enfant prodige della sinistra chic, l’aveva candidata alla presidenza del Pd, sarà contento Paolo Gentiloni.

Presidenza piddina a parte, prepariamoci a vederla e rivederla in tutte le posture possibili e immaginabili. Come insegnano le altre creature dell’establishment, la politica narcisistica dei millennials, partorita e incubata nei social media e nella cultura dei selfie, confina e sconfina ripetutamente nella società dello spettacolo come in un gioco di specchi che si autoalimenta continuamente. Ospite di Fabio Fazio che l’aveva invitato appena due mesi prima, Santori aveva appena finito di dire «abbiamo cercato di scomparire, ma non ci siamo riusciti», che è stato subito convocato da Myrta Merlino all’Aria che tira. Il titolo che ne esaltava la radiosa presenza era «Parla Mattia Santori». Quando mai ha taciuto?

Sembra una forma di teledipendenza. La politica coincide con la comunicazione, a prescindere dal fatto che si abbia qualcosa da comunicare. Il giorno prima, non si era capito a quale titolo, il capo sardina aveva incontrato il ministro per il Sud Giuseppe Provenzano, suggerendo di creare un Erasmus tra Nord e Sud. È così: la gente non arriva a fine mese, perde il lavoro e non mette al mondo figli perché teme di non farcela a mantenerli, ma le sardine propongono l’Erasmus verticale. Santa pazienza. Del resto, non è neanche tutta colpa loro. Finché il mondo adulto li accredita come nuovi oracoli del cambiamento e di un armonico futuro è difficile tenerli con i piedi per terra. Mettici poi l’attrazione dei riflettori e il disastro è completo.

È di questi giorni la notizia che la Thunberg, la ragazza che Time ha eletto personaggio dell’anno 2019 e che è già stata ricandidata al Nobel per il 2020, dedicherà la parte rimanente del suo anno sabbatico alla realizzazione di una serie tv. La simpatica Greta interpreterà sé stessa in una via di mezzo tra un documentario e un reality, nel quale la si vedrà mentre prepara discorsi da pronunciare nei consessi internazionali, incontra leader mondiali, verifica dati climatici. Lo ha annunciato il produttore esecutivo della Bbc, Rob Liddell, esultante per il «privilegio straordinario» di approfondire l’emergenza climatica potendo «avere una visione interna di come sia un’icona globale e una delle facce più famose del pianeta».

Bingo. Il passo successivo è l’approdo nel cinema, ma diamole tempo. Non si è «un’icona globale» per niente. La narrazione ha le sue leggi e le sue esigenze. E l’attrazione tra i nuovi astri del pensiero unico e i media mainstream è reciproca e totale. Speriamo solo che, vista la dipendenza, non sia un’attrazione fatale.

 

La Verità, 14 febbraio 2020

 

 

 

 

 

 

De Benedetti riscrive il copione di Otto e mezzo

Da giorni il promo di Otto e mezzo invitava sugli schermi di La7 «per capire se l’Italia è pronta a ripartire o è destinata ad affondare». Lilli Gruber vi appariva rinfrancata dalla sconfitta estiva di Matteo Salvini, ossessione conclamata della conduttrice. Soprattutto, ora c’è un nuovo governo, un’alleanza di sinistra e più organica all’Europa. Purtroppo, il primo episodio (La7, ore 20.35, share dell’8.1%), ospite Carlo De Benedetti, ha colto in contropiede la titolare del talk show più in del bigoncio: «Io non avrei votato la fiducia a questo governo», ha sentenziato l’Ingegnere. «Dal momento che la maggioranza di governo non c’era più, avrei preferito che si andasse a elezioni anticipate. La democrazia soffre quando le si fa lo sgambetto». Argomenti chiari, rispetto delle istituzioni, senso delle priorità nel funzionamento della convivenza civile. «Nel programma che ha illustrato Conte manca solo l’invito a voler bene alla mamma perché c’è assolutamente tutto. I padri di questo governo sono Renzi e Grillo, non mi pare un grande albero genealogico».

La padrona di casa accusava il colpo e deglutiva. Con la sua striscia quotidiana, nella scorsa stagione Gruber è stata la capofila dell’opposizione al governo gialloblù, in particolare dell’azione del vicepremier leghista. Ogni sera si consumava un processo contro Salvini, in sua assenza. Al debutto della nuova annata la conduttrice si è presentata con sopracciglia ancor più taglienti per sottolineare il profilo da giustiziera inflessibile. Ma subito ha dovuto ammorbidirsi di fronte a un interlocutore che aveva le idee più chiare: «Conte è un manager della politica. Per lui sedersi con il Pd o con la Lega è la stessa cosa. Ha firmato i decreti sicurezza, la Diciotti…». Gruber concionava di stabilità per l’Italia e di Paolo Gentiloni commissario europeo, senza che De Benedetti si facesse confondere. «In questo agosto è successo di tutto, ricchi premi e cotillon. Il premio del trasformismo a Conte. Della falsità a Renzi, che ha detto che voleva fare un nuovo governo per l’Iva e non perché non era pronto il suo nuovo partito, Salvini che ha confuso il Viminale con il Quirinale. Premio assoluto per l’incompetenza a Luigi Di Maio, nuovo ministro degli Esteri, che ha fatto sì che la Francia richiamasse il suo ambasciatore».

La posizione dell’influente editore del Gruppo Gedi («Leggo La Repubblica con grande entusiasmo tutte le mattine… Verdelli ha restituito un’anima al giornale») ha smosso le acque dello stagno politico e mediatico nostrano. La stagione tv è iniziata col botto e una parte del copione è da riscrivere. Anche a Otto e mezzo?

 

La Verità, 11 settembre 2019

Gruber, Fazio, Monti: il livore ha fatto autogol?

Gli antagonisti. Gli ossessionati. Gli avversari. Quelli che si sono più esposti contro Matteo Salvini. È un intero mondo a uscire sconfitto dalle elezioni di domenica. Oltre a partiti e schieramenti, persone precise. Ma anche un sistema di pensiero. Una mentalità. L’élite culturale.

Roberto Saviano, il capofila dell’opposizione. Opposizione culturale e antropologica. Opposizione insultante, anche. Al punto che, prima o poi, arriverà a sentenza nelle aule giudiziarie. Intanto, quella elettorale è arrivata dalle urne. La Lega primo partito a Riace e Lampedusa, roccaforti del savianismo sventolato dai testimonial doc Domenico Lucano e Pietro Bartolo, è una lapide sull’accoglienza indiscriminata. Ideologo in disarmo.

Fabio Fazio. Braccio armato, esecutore, assistente dell’ideologo, non a caso un habitué degli studi di via Mecenate. La lista degli ospiti parla da sola: volontari delle Ong, militanti dell’accoglienza h24, Mimmo Lucano, Gino Strada, Nicola Zingaretti, senza dimenticare il ruolo di Carlo Cottarelli. La trattativa per la riduzione dello stipendio e il trasloco a Rai 2 era iniziata prima del voto, ma è trapelata a spoglio elettorale terminato. Con emblematico tempismo. Dottor Watson di Saviano.

Lilli Gruber, condensato di stizza nel chiodo da giustiziera. Ha trasformato la sua postazione serale nella riserva dell’ossessione antisalviniana. Indicato il bersaglio, ci pensavano i cortesi ospiti a eseguire garbatamente la sentenza. Ogni puntata un’esecuzione, in assenza della vittima. Un incontro di wrestling con il fantasma. Che, quando si è palesato, ha reso epifanica la faziosità della signora. Centrifuga di livore.

Mario Monti. L’ex premier ed ex commissario europeo è stato richiamato in servizio dopo la pensione come certi poliziotti quando c’è da fare il lavoro sporco che i novellini non riescono a svolgere. Ha rimesso la divisa di Bruxelles ed è tornato in campo a menare fendenti sui sovranisti, ignoranti di economia e mercati. Magari carezzando la riedizione del governo tecnico. Ospite fisso di Corrado Formigli e saltuario di Gruber e Giovanni Floris, che ha una liason con Elsa Fornero. Sacerdote dei rigoristi, guru dell’austerity protetto dall’Agcom. Vanesio datato.

Salone del libro. Tempio del narcisismo e dell’autoreferenzialità. Sinergia di fondamentalisti, scrittori e politici volenterosi, da Christian Raimo a Nicola Lagioia a Chiara Appendino. Siamo informati e colti, impegnati e letterati. Chi non è con noi resta fuori. In nome della democrazia, ovviamente. L’inclusione vale solo per le minoranze acquiescenti. L’esclusione della casa editrice Altaforte vicina a Casapuond resterà una macchia nella storia del tempio. Intolleranti chi?

Gad Lerner. Estensore di liste di proscrizione. Denunciatore seriale di presunte censure. Cacciatore di fantasmi fascisti. Mediatore delle «classi subalterne». È andato chez Fazio a lamentare la poca libertà nella televisione italiana causa oppressione del governo gialloblu. In compenso, lunedì prossimo su Rai 3 comincia L’Approdo, il suo nuovo programma ispirato a una storica, ma non faziosa, trasmissione degli anni Sessanta. Rintronato.

Federico Fubini, portavoce degli apparati della Commissione europea. Per lui il ministro dell’Economia Giovanni Tria è sempre sull’orlo delle dimissioni perché ogni dichiarazione di Salvini viola un parametro o infrange un patto. Che è molto più di un dogma. Quanto alla notizia dei 700 bambini greci morti a causa dell’austerity imposta dalla Troika, quella si può ignorare anche se si fa parte del Gruppo di alto livello nominato dalla Ue per la lotta contro le fake news. Furbino.

Concita De Gregorio, volto di Repubblica in ascesa nella scala degli opinionisti da talk. Avvolta in una nuvola di degnazione, dispensa le sue conoscenze alla massa. Ma sempre mantenendo una certa distanza. Nel pieno del polverone per il caso Altaforte al Salone del libro ha proposto la creazione di un codice etico per vagliare il pedigree delle case editrici. Sempre in nome della correttezza democratica. Ridateci Daria Bignardi.

Fabrizio Salini, amministratore delegato Rai a due velocità. Prontissimo a intervenire al primo lamento di Fazio per la sostituzione di due puntate di Che fuori tempo che fa, il tavolo con Max Pezzali e il Mago Forest, con altrettanti speciali di Bruno Vespa, ha alzato la voce contro la direttrice di Rai 1 Teresa De Santis. Assai meno vigile sull’assenza di programmi nei giorni immediatamente precedenti il voto, ha lasciato campo libero a Enrico Mentana. Urge tagliando.

Agcom, Autorità garante per le comunicazioni presieduta da Angelo Marcello Cardani, già capo di gabinetto di Monti. Prima ha diffidato il Tg2 per un servizio critico nei confronti dell’ex premier bocconiano sulle sue previsioni nefaste in caso di vittoria dei sovranisti. Poi ha pensato bene di redigere un regolamento che persegua chi critica donne, migranti, gay e transessuali: minoranze più che intoccabili. Tribunale del politicamente corretto.

La Verità, 29 maggio 2019

Fazio, Gruber e le altre sfumature anti gialloblù

Certo, ci mettono del loro e parecchio. Matteo Salvini e Luigi Di Maio, Danilo Toninelli e Rocco Casalino. Ingenuità, inesperienza, smania di apparire, dichiarare, concionare. E poi litigi: non voglio passare per fesso; e io per bugiardo… Sarà giovane età: So’ ragazzi, verrebbe da dire, se la situazione non fosse seria. Però se proviamo a prendere in esame l’ultima settimana di talk show e approfondimenti vari, dobbiamo riconoscere che la televisione è tutta schierata contro il governo gialloblù. Amplificatore delle agenzie di rating e alleata dei commissari europei più brontoloni. Una tv monocolore d’opposizione, un monoscopio antigovernativo, con una sfumatura diversa per ogni canale.

Il caso più clamoroso ed esplicito è quello di Che tempo che fa, Rai 1. Dopo la polemica sul ruolo di Carlo Cottarelli che tutte le domeniche fa le pulci alla manovra e invita gli italiani a fare sacrifici a 6.500 euro a ospitata, Fabio Fazio ha pensato bene d’invitare il sindaco di Riace Domenico Lucano, indagato per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, ma eroe conclamato del suo socio Roberto Saviano (se ne parlerà in uno dei prossimi Cda Rai). Opposizione frontale.

Su La7 tutte le sere va in onda Otto e mezzo, una newsletter quotidiana nella quale si dice e ridice che i due vicepremier sono inetti, incapaci, maldestri e quanto mai potranno andare ancora avanti, mentre l’Europa, brava e buona, ci rimbrotta bonariamente indicandoci la strada giusta. Dopo aver riciclato Mario Monti come oracolo di Bruxelles (ricordate il mantra: «Ce lo chiede l’Europa»?), ora il nuovo astro è Gianrico Carofiglio, ex magistrato e romanziere con una breve parentesi sui banchi del Pd, convinto assertore dell’alleanza fra M5s e partito democratico. Quanto a Massimo Cacciari, presenza abituale chez Lilli Gruber, la sua apocalisse si dispiega sul governo legastellato come prima aveva fatto con quelli a guida Matteo Renzi, Enrico Letta, Mario Monti, Silvio Berlusconi, Romano Prodi, Amintore Fanfani… Opposizione militante. Restando nella rete diretta da Andrea Salerno, questa settimana per colpire Di Maio e Salvini Piazza pulita e Propaganda live hanno schierato gli stranieri. Nel giorno della lettera di avvertimento sulla manovra della Commissione europea, Corrado Formigli ha sfoderato un’intervista esclusiva al simpatico Pierre Moscovici, mentre, il giorno dopo, Diego Bianchi, in arte Zoro, ha esibito in studio Michael Moore, il regista americano di Fahrenheit 11/9: «Noi in America con Trump abbiamo copiato Berlusconi, ma ora voi, con Salvini e Di Maio, state cercando di battere Trump». Qualche giorno prima, invece, Giovanni Floris aveva consegnato la puntata di DiMartedì a Renzi, convocato non si è capito bene se come senatore semplice di Scandicci, divulgatore televisivo, conferenziere o angelo della morte della sinistra. Inutile dire che stando alla sua versione, in confronto ai vicepremier attuali, Attila è una crocerossina. Il filo rosso di tutti questi «approfondimenti» lo garantisce l’onnipresente direttore dell’Espresso Marco Damilano. Opposizione scapigliata.

Pigiando sul telecomando, anche su Rete 4 non tira vento favorevole all’esecutivo Conte. Stasera Italia mescola di più gli ospiti, dando voce anche agli esponenti della maggioranza e tentando di mantenere uno spirito pluralista (l’ex ministro Pier Carlo Padoan, il presidente Pd Matteo Orfini, il neopentastellato Gianluigi Paragone). Ma alla fine lo scetticismo salottiero di Barbara Palombelli vince su tutto e tutti. Non va meglio nel racconto del Paese reale proposto dalle inchieste di Gerardo Greco in Viva l’Italia. Opposizione pettinata.

Come oasi d’informazione non troppo orientata finora aveva funzionato il notiziario di SkyTg24, abbastanza asettico e professionale e perciò utile a registrare i semplici fatti della giornata. Purtroppo, da quando è comparso l’ircocervo gialloblù, anche la rete all news di Sky ha smarrito imparzialità. Lo si vede dai toni allarmati, dall’insistenza sulle notizie negative – dall’acqua potabile di Matera ai roghi nell’hinterland milanese – dalla scelta dei titoli e delle analisi nella rassegna stampa. L’apice si raggiunge nell’angolo finanziario affidato a Mariangela Pira, capocordata dell’ascesa dello spread. Opposizione gufa.

Esasperati dalla monocromia si cerca riparo sul Nove, il canale dove a sua volta è riparato Maurizio Crozza. Ma anche qui i suoi Fratelli sono tutti tonti e rispondono ai nomi di Luigi Di Maio, Danilo Toninelli, Giovanni Tria. Almeno quella del comico genovese è satira dichiarata e spazia fino a coinvolgere Renzi, Vittorio Feltri, Fedez e Chiara Ferragni. Opposizione globale.

P.s. Nel frattempo le nomine della Rai sono nuovamente slittate. Se confermate, le indiscrezioni secondo le quali si vogliono valorizzare le risorse interne dell’azienda sarebbero un piccolo segnale di cambiamento.

Lilli e il nuovo mondo. Da demolire a tutti i costi

«Vi ricordo che domani sarà in edicola il nuovo Sette con un’intervista a Maria Elena Boschi, quindi non perdetevelo». Ha chiuso così, Lilli Gruber, la puntata dell’altra sera di Otto e mezzo su La7. Oltre all’intervista all’ex ministro per le Riforme costituzionali, il magazine del Corriere della Sera diretto da Beppe Severgnini, abitualmente in studio, contiene l’abituale rubrica nella quale la stessa Gruber, sempre abitualmente, randella i populisti («Tutti i populisti mentono. Sono pericolosi e opportunisti», «La collettivizzazione del dolore conduce al peggior populismo», per citare le ultime puntate).

La nuova stagione di Otto e mezzo si è inaugurata appunto nel segno dell’abitudine e della continuità. Solito studio, solito Punto di Paolo Pagliaro, solita corte degli oracoli. Del resto, squadra che vince non si cambia. Tuttavia, c’è un però: la concorrenza di Barbara Palombelli su Rete 4 che, sebbene non la spunti in termini di share, rappresenta un’alternativa che le contende ospiti e temi. Così, intanto, nel calcolo degli ascolti Otto e mezzo ha deciso di scorporare l’anteprima dal programma. La novità principale però è il tenore della conduzione. Fin dalla puntata d’esordio, con l’intervista esclusiva a Alessandro Di Battista, la Gruber ha scelto una linea spiccatamente antigovernativa. I tasti suonati sono la subalternità del M5s alla Lega, le differenti posizioni in varie materie, l’impossibilità di realizzare le riforme economiche promesse, lo sforamento della legge di stabilità che produrrà un’apocalisse, e poi quanto mai potrà durare un governo così, l’avvento del razzismo in Italia, la crescita dei piccoli Mussolini, l’alleanza della Lega con l’estrema destra europea… Qualche giorno fa Marco Travaglio le ha risposto che di subalternità non si può parlare perché, anche se Salvini va sui giornali, alla fine i provvedimenti concreti portano la firma dei ministri grillini: il decreto dignità, la vertenza Ilva, la legge anticorruzione… In una puntata successiva anche Paolo Mieli ha detto che questo è un governo del M5s perché Giuseppe Conte è stato voluto da Luigi Di Maio, che peraltro si è tenuto le deleghe di spesa più importanti. Niente da fare, anche se gli oracoli la smentiscono, lei procede inscalfibile. E al sottosegretario alla Presidenza del consiglio Giancarlo Giorgetti ha chiesto a raffica: «Lei si sente di destra? Le piace stare insieme a Casa Pound? Le piacciono gli ungheresi di Orbàn? In Italia c’è un allarme razzismo?».

Il ruolo di paladina della narrazione antigovernativa bisogna sudarselo…

La Verità, 21 settembre 2018

Perché Palombelli vince il primo round con Gruber

Durerà tutta la stagione il duello tra le regine del talk show. E ci sarà dunque modo di aggiornarsi strada facendo. Per ora va registrato il successo alla prima uscita di Barbara Palombelli su Lilli Gruber: 5.2% di share (1,2 milioni di telespettatori) per Stasera Italia e 4.9% (1,1 milioni) per Otto e mezzo. Sui numeri dell’audience alchimie e programmazione dei canali concorrenti influiscono in modo diverso. Per esempio: il match della Nazionale con il Portogallo avrà portato via più telespettatori al programma di La7 o a quello di Rete 4 che ha un pubblico in prevalenza femminile? E l’assenza di break pubblicitari (se si eccettua quello di 30 secondi alle 21) quanto avrà favorito il talk della rete Mediaset? Ecco perché non vale la pena enfatizzare il risultato del primo duello. Le due sacerdotesse dell’access prime time continueranno a fronteggiarsi, diverse e speculari per stile giornalistico, antropologia ed estetica. Lilli: altoatesina e spigolosa, in uno studio asettico; Barbara: romana, senza più il microfono gelato, in un contesto un po’ incipriato. Lilli più seguita al nord, da un pubblico maturo e acculturato, di solito in maggioranza maschile (quello identificato con la doppia A dalle società di rilevamento); Barbara apprezzata in modo uniforme, ma con picchi nel centro Italia, da un pubblico più femminile e con livello d’istruzione basico.

Per ciò che si è visto nel primo round la differenza evidente è stata di vivacità e dinamismo. Rispetto alla lunga intervista con Alessandro Di Battista di Gruber, il talk di Palombelli è parso più dentro le notizie della giornata, affrontate con linguaggio semplice e diretto, non solo per la presenza di Pierluigi Bersani, Alessandro Sallusti e Ferruccio De Bortoli. La conduttrice di Otto e mezzo ha interrogato l’esponente grillino in Guatemala con l’idea di fargli prendere le distanze dal governo o almeno da Luigi Di Maio, alleato di Salvini che causa i controlli dell’Onu per razzismo e rispetto al quale il M5s è subalterno. Un’intervista molto politica, che persegue la strategia della divisione tra i partner di governo.

Più vivace il salotto di Rete 4, partito sull’ispezione dell’Onu e proseguito con il dibattito sulla chiusura domenicale dei negozi, temi introdotti da servizi ad hoc, come quello sul traffico di migranti a due passi dalla Stazione Termini di Roma. Nella seconda parte, con Vittorio Sgarbi e Roberto D’Agostino si sono affrontati temi più leggeri, cominciando dallo storico schiaffo in diretta del 1991, per finire con le pagelle ai politici. Stasera Italia è parso un talk show di approfondimento completo.

Il nuovo governo sposta gli equilibri di La7

In passato ho ripetutamente elogiato i programmi di La7 per tempistica e equilibrio. Il tg, la MaratonaMentana, Otto e mezzo e DiMartedì: tutti insieme, senza dimenticare Piazza Pulita, hanno svolto una funzione supplente rispetto alla latitanza dell’informazione Rai. L’ultimo esempio è di lunedì: davanti all’emergenza prodotta dallo strappo del governo sull’immigrazione, Enrico Mentana ha proposto uno Speciale TgLa7 che ha raccolto 1,4 milioni di telespettatori (6.1% di share, quarta rete della serata).

Qualcosa però è successo perché martedì è affiorata una palese diversità tra tg e programmi nei confronti del governo gialloblù. Se Mentana ha confermato di esser disposto a misurarne sul campo l’impegno, fino a esprimersi in modo critico verso il presidente francese, Otto e mezzo e DiMartedì hanno palesato uno spiccato grado di avversione, mentre su Twitter l’hashtag #boicottala7 prendeva a lievitare.

Pur avendo messo a segno il colpo di giornata (11.1% di share), una puntigliosa Lilli Gruber ha asfissiato il ministro dell’Interno con un pressing che ha svariato dal suo doppio incarico al caso Aquarius, dal rapporto con il M5s e Silvio Berlusconi fino alle nomine Rai. La chicca però è stata l’anticipo all’inizio dell’intervista del Punto di Paolo Pagliaro che, senza citare la fonte, ha snocciolato dati sull’immigrazione da cui l’Italia risulterebbe agli ultimi posti europei per grado di accoglienza. Alla fine della puntata, forse consapevole di qualche eccesso, Gruber ha sottolineato il ruolo necessario di critica dei giornalisti verso il potere. Il peggio però si è visto nel talk show di Giovanni Floris (10.6%) con un parterre sbilanciato, composto da Domenico Del Rio, Yanis Varoufakis, Concita De Gregorio, Massimo Giannini, Marco Damilano e Ilaria D’Amico che da Forte dei Marmi discettava di periferie e accoglienza, con il solo Mario Giordano, autore di un libro-inchiesta sulle Ong, a esprimere posizioni differenti. Il tutto mentre in coro si denigrava la povertà culturale degli elettori leghisti e grillini, si paventavano la lottizzazione della Rai e il grave pericolo per la libertà d’informazione. A completare l’effetto straniamento da sconnessione dal reale sono arrivati un Diego Della Valle «atterrato mezz’ora fa dagli Stati Uniti», parole sue, e il monologo di Roberto Saviano.

La sensazione che, di fronte al nuovo governo, la linea del direttore di rete Andrea Salerno, da cui dipendono programmi e talk show, diverga da quella di Enrico Mentana, è più di una sensazione.

La Verità, 14 giugno 2018