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Al Lido il film sul Sun che smonta il «ranuccismo»

L’83ª Mostra internazionale d’arte cinematografica si è aperta con un film che è un pugno allo stomaco di Sigfrido Ranucci e del ranuccismo. Un film che smonta il giornalismo come missione etica, che si prefigge di indottrinare e migliorare le persone. S’intitola Ink (inchiostro), è diretto da Danny Boyle, regista britannico di Trainspotting e di The Millionaire, quest’ultimo premiato con l’Oscar. Un regista pop, provocatore e di grande impatto com’è questo suo film che quando arriverà nelle sale farà discutere e potrà avere un discreto successo. È tratto dall’opera teatrale di James Graham, che qui firma come sceneggiatore, e narra la vera storia del Sun, il tabloid acquistato da Rupert Murdoch che sul finire dei Sessanta rivoluzionò il giornalismo anglosassone diventando il quotidiano più venduto nel mondo anglofono. «Il 1969, l’anno in cui l’uomo ha messo piede sulla Luna per la prima volta», si legge nelle note del regista, «è anche l’anno in cui Rupert Murdoch e Larry Lamb hanno lanciato un quotidiano destinato a cambiare il mondo in modo ancora più radicale. Ben prima di Fox News, del clickbait e di Truth Social; decenni prima di Twitter, Facebook, Google e OnlyFans, questi due uomini hanno dato vita a un nuovo tabloid che, contro ogni previsione, è diventato il giornale più venduto al mondo». Boyle fa interpretare il «pecoraio australiano» da Guy Pearce, australiano a sua volta, in una gara di pragmatismo con «il suo agnellino» Larry Lamb, il direttore con la mascella squadrata impersonato da Jack O’Connell. È una guerra contro le regole dell’informazione paludata e i conformismi della city londinese dove dominano il Daily Mirror e il Telegraph, testate «che trasudano supponenza e autocompiacimento», convinte di dover inoculare la buona morale nei lettori. Ci si entusiasma, soprattutto all’inizio, per la rivalsa degli outsider, i perdenti che ora incalzano la concorrenza puntando sugli scandali, il gossip e lo sport.

Insieme a questo Ink, La ragazza con la Leica di Alina Marazzi (sezione Orizzonti) che racconta la vita di Gerda Taro, fotoreporter e compagna di Robert Capa, ha completato una giornata incentrata sull’informazione. Un tema molto caro anche a George Clooney che alla Mostra del 2005 presentò da regista e interprete Good night, and good luck e che ieri, nel corso della serata inaugurale, è stato premiato con il Leone d’oro alla carriera.

Particolarmente stimolanti, alcuni spunti del film di Boyle avranno fatto fischiare le orecchie agli «inviati di Report», ai fautori del giornalismo a tesi e ai «conduttori unici delle coscienze» che amministrano i talk show delle nostre tv. Per il regista britannico la disintermediazione, il ridimensionamento del giornalista-guru che monta, smonta e smista «la verità», inizia al Sun. Lo mostra la scena della riunione di redazione in cui Lamb interroga i suoi collaboratori: quali sono le vostre passioni reali, che cosa vi entusiasma davvero, a cosa pensate quando siete da soli? «Io guardo la televisione», rivela la reporter più sagace, interpretata da Claire Foy. Io lo sport, io vado in discoteca al pub e a ballare, a me interessano le donne e il sesso, a me il denaro, sono le altre risposte. Poi, certo, anche tra questi «reietti», scarti degli altri giornali, c’è chi dice di pensare «alla traduzione dal francese delle opere minori di Émile Zola». Ma a Lamb basta per sovvertire la gerarchia delle notizie: basta con il Guatemala e quello che succede a Washington… Il «giornalismo a specchio» sostituisce quello «fatto da una finestra», e il grafico delle vendite prende a salire vertiginosamente, prima accorciando il distacco dal Mirror, poi…

«Sì, il film parla di una storia di più di cinquant’anni fa, ma è una storia che c’entra con il presente e con il modo di informarci di oggi», ha osservato Boyle nell’incontro con i media. «Quell’epopea è entusiasmante perché Murdoch era straniero, non piaceva all’establishment britannico e si scontrava con forti pregiudizi. Anche noi siamo prigionieri di una certa narrazione sul suo conto. Ma quello in quegli anni l’abbiamo visto ribaltare le regole di un sistema monolitico e molto paternalista guidato dai giornali tradizionali». «Con il Sun è finito il giornalismo che si preoccupava di informare ed educare», ha sintetizzato lo sceneggiatore. Poi, certo, la strada imboccata si portava dietro altri pericoli. Ancora Boyle: «Siamo saliti su uno scivolo che ci ha portati in un luogo oscuro, un posto dove tutto può succedere, come ci mostra il personaggio di Jack O’Connell che a me ricorda Al Pacino del Padrino». Un uomo senza scrupoli, che supera lo stesso Murdoch nella gara di cinismo quando, per battere definitivamente il concorrente, prima rompe il tabù del nudo di donna in prima pagina, poi sceglie di cavalcare sul giornale il rapimento della moglie del vicepresidente del gruppo editoriale. Il sorpasso sulla concorrenza si realizza, ma il prezzo è molto alto. Troppo anche per Murdoch, uomo d’affari sì, ma anche editore che amava il giornalismo e seppe porsi dei limiti.

 

La Verità, 3 settembre 2026

Il servizio pubblico degli inviati dei tg di cui si tace

Certo, non sono «gli inviati di Report», una categoria a parte che gioca nella Champions del «giornalismo d’inchiesta», altra specifica elettiva. Sono solo inviati quotidiani, che entrano nelle nostre case tutti i giorni, di solito all’ora di cena. Sono i giornalisti del Tg1 (e anche degli altri tg) che non godono della visibilità dei loro colleghi, autori di appelli e ultimatum alla Rai, l’azienda per cui lavorano. Chi si ricorda delle loro firme e quali servizi realizzino? Il telegiornale lo si guarda sempre distrattamente, mentre si apparecchia o sparecchia la tavola, o con l’audio spento per non intralciare la conversazione. I giornalisti dei notiziari tirano la carretta day by day, tra un’alluvione, un femminicidio e un reato commesso da un irregolare. Cose quotidiane alle quali abbiamo fatto il callo. E l’anno fatto anche loro, gli autori dei servizi relativi. Invece no. Qualcosa forse è successo nella redazione del Tg1 perché nello stretto giro di un paio di giorni ha messo a segno una piccola sequenza di colpi. Scoop, si dice nel gergo della materia. C’è un giornale da fare, tutti i giorni più volte al giorno. E allora facciamolo al massimo, alla Vasco Rossi, senza porci limiti. Nulla è scontato se non ciò che si crede già di sapere e non si sottopone alla prova della curiosità. E allora ecco che Leonardo Zellino, uno che si è fatto tutto il mese di gennaio a Crans-Montana, s’imbarca su un aereo per il Camerun e va a scovare Gomes Tavares, per non accontentarsi dei video reticenti che il produttore esecutivo dell’attentato a Sigfrido Ranucci disposto dal mandante Valter Lavitola, inviava per calmare le acque qui in Italia. Oppure Giuseppe La Venia, firma dei servizi sul fatto del giorno, che intervista, senza svelarne il volto, l’uomo che ha tentato per primo di calmare Abderrahim Fakir, l’irregolare morto a Modena in circostanze da chiarire: da quel giorno il soccorritore vive nascosto perché subisce minacce e intimidazioni. O, infine, Stefano Fumagalli, inviato di esteri reduce da Ceuta, che vola fino al confine tra il Nepal e il Tibet per realizzare i reportage dalle zone colpite dall’ultima alluvione. Si potrebbero fare anche altri nomi, da Felicita Pistilli a Ignazio Ingrao a Roberta Ferrari… Colleghi senza auree particolari, senza piedistalli, senza trapezi e autocompiacimenti narcisistici, che fanno il loro lavoro: informano i telespettatori confezionando un notiziario credibile. Solo per fare servizio pubblico. Un servizio al pubblico.

 

La Verità, 31 agosto 2026

Giù dal trapezio, Sigfrido plana sulla rete dei giudici

Sveglia, Sigfrido. Wake up, usando un verbo di moda. Scuotiti. E prova, per un attimo, a uscire dal tuo personaggio; anzi, dai tuoi, al plurale. Prova a guardarti dalla giusta distanza, come si predica nelle migliori scuole di giornalismo (anche non d’inchiesta). Prova a farlo e a farti, di conseguenza, qualche semplice domanda. Come fanno a stare nella stessa frase «giornalismo d’inchiesta» e «azzeramento della credibilità»? Come fanno a essere compatibili un ruolo di primo piano, in senso lato e anche televisivo, nel servizio pubblico – mi piacerebbe sapere che concetto ne hai – e la fraternità con un faccendiere pluricondannato (emoticon perplesso con pollice e indice sul mento)? Perché, se osservi con distacco, è questo che è successo. Che ti è successo. Sinonimi di credibilità: autorevolezza, attendibilità, credito, fiducia, onore, prestigio. Dopo tutto quello che è capitato, tra il Cefalù in Monteverde, lo studio in via Teulada e Pomezia, è indubitabile che quote consistenti di credibilità siano andate smarrite. E allora, caro Sigfrido, wake up. Ora si capisce anche troppo bene il perché del tuo post post Report che parla di «mondo mostruoso governato da persone mostruose e vigliacche che non tollerano il giornalismo libero e i magistrati indipendenti». Tutto chiaro: il mondo senza la tua conduzione di Report, affidata a due colleghi che mortificano 30 anni di professionalità e di storia, è un posto mostruoso. E ancora più chiaro è il riferimento alla magistratura, con la quale tutto può succedere, visto l’endorsement tributatoti dall’Anm. Ma anche visto il successivo imbarazzato silenzio, una volta emersi i fatti della bomba d’amore, il sondaggio e tutto il resto. Tutto può succedere, anche che un magistrato faccia combaciare la corona da «principe del giornalismo d’inchiesta» con i tanti trapezi da cui ti sporgi nella mezza dozzina di ruoli interpretati nello show che stai portando in giro per l’Italia dei follower. Con l’aiuto del sempre solerte Usigrai, si troverà un magistrato che riuscirà a rendere accettabile il trapezio di habitué del bistrot di proprietà di Valter Lavitola che ha incaricato strane comparse di simulare un attentato per accrescere il tuo stato di vittima e la tua popolarità. Si troverà un magistrato in grado di rendere plausibile la tentazione a lungo coltivata – con il supporto di Valterino direttore marketing al quale passavi le mail riservate del capo degli Approfondimenti Rai – di candidarti a premier (un attrezzo non afferrato?) nello schieramento opposto a quello del governo attuale, abituale bersaglio dei tuoi Report? Un magistrato che saprà marginalizzare il trapezio delle acrobazie amatorie con stagiste e fonti varie, che passerà sopra la rivelazione, sempre a una fonte, che la Rai «è piena di mafiosi e massoni». E si scoverà un magistrato che, sempre a proposito di compatibilità con il servizio pubblico, si dimenticherà dell’autoparagone con uomini come Piersanti Mattarella Aldo Moro Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, uccisi dalla mafia e dai terroristi.

Su quale di questi vari trapezi ti saresti ripresentato nel Barnum della telepolitica? Lo sai meglio di tutti, la televisione è traditrice, palesa ciò che si vorrebbe rimuovere. Come l’eccesso di autostima e le cicatrici nascoste dal cerone che prima o poi si scioglie sotto i riflettori. Adesso t’imbarchi nella guerra di carte bollate e tribunali per farla pagare a Matrigna Rai. Sali sul trampolino del giornalismo libero, della libertà di stampa, del pluralismo dell’informazione: tu che sei stato oggetto «di una character assassination che non ha precedenti nella storia del nostro Paese e forse anche a livello mondiale». Hai detto così, no? Su, Sigfrido, fatti coraggio, se Ocasio-Cortez ha rinnegato il woke, anche tu puoi farcela… E consolarti con la vicedirezione al Tg3 con delega agli speciali, a Rainews per gli approfondimenti o la corrispondenza dal Cairo, che non è solo il posto dove torturarono Regeni. Solo la sbarra del giornalismo d’inchiesta del servizio pubblico sarà duro riagguantare. «Lunga vita a Report», ha detto Milena Gabanelli.

 

La Verità, 30 agosto 2026

Cacciari ci provoca sulle tracce di Karl Kraus

Può essere solo una tivù di testimonianza quella che al sabato sera diffonde una Lectio magistralis di Massimo Cacciari, in piedi davanti a un leggio, un megaschermo alle spalle, tra scaffali e scrivanie della biblioteca della Biennale di Venezia. È lì che la Videa di Sandro Parenzo ha ripreso qualche giorno prima e rimontato con la regia di Ranuccio Sodi l’evento promosso dal presidente dell’istituzione veneziana Pietrangelo Buttafuoco e trasmesso da Nove, il canale di Discovery+. Massimo Cacciari racconta “Gli ultimi giorni dell’umanità”, il capolavoro pacifista pubblicato da Karl Kraus nel 1922, mandato in onda alle 22 (non alle 21.30 come previsto) contro la serata speciale per Padre Pio su Rai 1 e le prime partite dei Mondiali, non poteva che essere tivù testimonianza, evento isolato, un unicum dedicato ad Angelo Guglielmi. Come una rarità è seguire Cacciari in una veste costruttiva, fuori dai panni, per altro spesso necessari, dell’irascibile bastian contrario. Perciò, non fanno testo gli ascolti minimi (182.000 spettatori, 1,35% di share) di questa ora e mezza di racconto impegnativo, con brani letti/recitati da Paola De Crescenzo e Massimo Venturiello, tratti da Friedrich Nietzsche, Fëdor Dostoevskij e papa Benedetto XV, variamente concordi, ognuno con la propria voce, nel prevedere, anticipare, allarmare per la catastrofe incombente: la Grande guerra.

L’Europa è il continente della civiltà, la patria del progresso, ma anche degli Stati assoluti, con i loro eserciti e apparati. In questa Europa avviene un «mutamento di stato» etico, estetico, morale che poi, con la Seconda guerra mondiale, conseguenza della Prima, trascinerà nella catastrofe il mondo intero. Con l’espandersi del capitalismo si allargano le diseguaglianze e crescono le ambizioni di potenza delle nazioni fino a cementare varie forme di statolatria. Nella sua Fiaccola, la rivista di riferimento della cultura mitteleuropea, il viennese Kraus raccoglie l’allarme di quelle voci sull’abisso e denuncia il conformismo dell’epoca. Ma è una lezione attualissima, piena di analogie e spunti per il presente. Basta dire che il bersaglio prioritario di Kraus è «il giornalismo ornato» che abbellisce la catastrofe, dà dignità alla guerra cieca ed edulcora l’apocalisse dopo la quale trionferà l’Anticristo. Un giornalismo responsabile dell’informazione corrotta in propaganda e retorica. Il secondo monito è la dimenticanza del collante giudaico-cristiano dell’edificio europeo, così da renderlo anonimo e manovrabile dalle varie ideologie.

Chi voglia raccogliere la provocazione ha di che riflettere.

 

La Verità, 16 giugno 2026

 

 

La Rai richiama Ranucci: «Io troppo generoso»

Caro Sigfrido, voglio richiamare la tua attenzione sulle dichiarazioni da te rese nel corso della trasmissione di un’emittente concorrente di cui sei stato ospite e in particolare sulle affermazioni concernenti il ministro della Giustizia Nordio». Comincia così la lettera di Paolo Corsini a Sigfrido Ranucci, conduttore di Report che martedì scorso, nello studio di È sempre cartabianca, ha detto che il Guardasigilli ha visitato il ranch di Giuseppe Cipriani, compagno di Nicole Minetti, in Uruguay. Si tratta di una «lettera dialettica» del direttore degli Approfondimenti da cui dipende il programma di Rai 3, seguita a un colloquio telefonico intercorso tra Ranucci e Corsini, e giudicato da quest’ultimo non risolutivo. Anche se la lettera non è un provvedimento disciplinare, perché non concordata con le Risorse umane dell’azienda, cui però, insieme all’ufficio Affari legali, è stata inviata per conoscenza, tuttavia, il conduttore di Report è rimproverato per la scarsa deontologia del suo comportamento.
È questa la risposta della Rai alla richiesta di provvedimenti avanzata da Fdi tramite la vicepresidente della Commissione di vigilanza Augusta Montaruli. All’indomani dell’incidente, il malumore del partito di maggioranza si è scaricato sui massimi dirigenti di Viale Mazzini che preferiscono non fare dichiarazioni. Giampaolo Rossi risponde che è in riunione. Lo stesso Corsini rimanda al testo della lettera a Ranucci. L’argomento in discussione nel talk show di Rete 4 era la controversa grazia concessa dal capo dello Stato Sergio Mattarella all’ex igienista dentale di Silvio Berlusconi, con il tentativo dell’opposizione di scaricare la responsabilità del provvedimento sul Guardasigilli chiedendone le dimissioni e, a cascata, quelle di Giorgia Meloni. «Una voce poco fa mi ha detto che Carlo Nordio in marzo era in Uruguay ospite del ranch di Giuseppe Cipriani dove ci stava anche la Minetti e dove si organizzano festini», si era lanciato improvvidamente a dire Ranucci. Solo che, di fronte alla smentita del ministro, intervenuto in diretta, il principe del giornalismo d’inchiesta aveva balbettato, senza saper precisare tempi e circostanze della visita. Insomma, prima le accuse e poi i controlli. Il giornalista aveva parlato di una pista ancora da verificare, invitando alla visione della prossima puntata di Report, ironia della sorte davanti a Mario Giordano, anche lui ospite e conduttore del concorrente Fuori dal coro, in onda su Rete 4 come È sempre cartabianca. Bingo, con una notizia che era niente più che un’illazione diffamante.
Questo comportamento rischia «di esporre te e l’Azienda», prosegue la lettera di richiamo di Corsini, «a possibili conseguenze, quanto meno sul piano reputazionale. Sono certo che converrai sul fatto che dare pubblicamente spazio a voci non ancora verificate possa finire per compromettere non solo la credibilità dei nostri programmi d’inchiesta, ma anche quella dell’intero servizio pubblico». Basterà questo rimprovero a placare l’ira del partito di maggioranza e, a quanto si vocifera, della stessa premier nei confronti sia della tv di Stato che di Mediaset, rea di aver consentito nel talk di Bianca Berlinguer l’attacco di Ranucci e Rula Jebreal al governo?
In Rai, dopo la lettera l’imbarazzo è stato sostituito dal disappunto. Il vicedirettore ad personam Ranucci è recidivo. Un habitué dell’ospitata deflagrante dietro il paravento della presentazione di un libro, «ne scrive uno ogni sei mesi» sibila qualcuno, o la promozione del programma. Quando poi è davanti alle telecamere esonda e si schiera senza remore, per esempio annunciando ai quattro venti il suo No al referendum sulla giustizia. Già nel giugno scorso, in un’altra lettera dopo le comparsate a Otto e mezzo e Piazzapulita, l’azienda era stata costretta a ricordargli le regole di queste uscite. Ora, nel caso in cui il ministro Nordio sporgesse denuncia, la Rai non assicurerà le tutele legali che, invece, ha sempre garantito a Report, compreso quando l’ex ministro Gennaro Sangiuliano aveva querelato per la diffusione della famosa telefonata con la moglie. «Non ho timori di affrontare in giudizio il ministro della Giustizia che è anche custode dell’Albo dei giornalisti», annuncia il conduttore. Che poi la butta sui massimi sistemi: «Ci sono cose che hanno un prezzo e altre che hanno un valore. E per me la libertà di informazione è un valore inalienabile dell’umanità». Rimanendo nell’alveo della banale concretezza, sebbene Ranucci sostenga di non guardare in faccia nessuno, in realtà, le sue inchieste sembrano perseguire il centrodestra con predilezione per Fratelli d’Italia, come dimostrano quelle sugli ex ministri Sangiuliano e Daniela Santanché. Così, la schiena dritta si curva nella militanza. «Pur riconoscendo sempre il valore del giornalismo e l’autonomia editoriale della tua trasmissione», conclude Corsini, «non posso esimermi dall’evidenziare la necessità che ogni informazione diffusa sia sempre adeguatamente verificata e supportata da solidi riscontri, proprio nel rispetto degli standard del servizio pubblico». Tutte cose che Ranucci certamente sapeva. Ma la sagoma di Nordio, già nell’occhio di Mattarella e delle opposizioni, dev’essergli sembrata una preda troppo ghiotta.
Non sei stato avventato parlando della presenza del ministro nel ranch di Cipriani senza prima aver verificato la notizia? «No, semmai sono stato troppo generoso», risponde alla Verità il conduttore. In Rai c’è chi dice che dovrebbe essere chiamato a giustificare il suo comportamento alla Commissione di vigilanza. Qualcun altro ritiene che stavolta dovrebbe intervenire direttamente il Consiglio disciplinare dell’Ordine dei giornalisti.

 

La Verità, 1 maggio 2026

 

L’aggressione della Gruber fa il gioco di Salvini

La domanda sorge spontanea: che cosa ha spinto l’altra sera Matteo Salvini a infilarsi nella tana del leone? Se in tutti i palinsesti della nostra televisione c’è un programma ostile al leader della Lega, vicepremier del governo Meloni, nonché ministro dei Trasporti e delle infrastrutture, questo è Otto e mezzo (La7, giovedì, ore 20.45, 1,7 milioni di telespettatori, share dell’8,1%). La sera precedente il generale Roberto Vannacci, fresco di addio al Carroccio, aveva goduto di un trattamento rispettoso a Realpolitik di Tommaso Labate su Rete 4. Perciò vien da chiedersi perché non scegliere un salottino meno arroventato dell’arsenale gestito da Dietlinde Gruber. Invece no, eccolo sottoporsi alla tortura di Lilli e il luogotenente, Massimo Giannini. All’ordine del giorno, già corposo, si aggiungeva anche la laboriosa approvazione del decreto Sicurezza e, dunque, c’era tanto su cui confrontarsi. Oddio, confrontarsi: più corretto è dire che c’era parecchia carne al fuoco. Perché per Salvini, l’ospitata è stata una vera discesa agli inferi. Gruber incalzava sormontando sistematicamente le risposte, Giannini malcelava il rossore del disappunto venato di livore.

Sul caso Vannacci, la spina nel fianco, è stato ingenuo: non ha pensato di dimettersi? Era questo il tenore delle poche domande della conduttrice. Le costanti interruzioni erano, infatti, principalmente espressioni assertive. Il decreto Sicurezza approvato con le correzioni del Quirinale aveva salvato la Costituzione, altrimenti saremmo finiti in uno Stato di polizia. Gli scontri di Torino non saranno mica paragonabili agli Anni di piombo e alle Brigate rosse paventate dal ministro Nordio. E poi, l’aumento dei reati e della microcriminalità, la mancata gestione dell’immigrazione irregolare, i ritardi della rete ferroviaria, i rilievi della Corte dei conti al Ponte sullo stretto… Ogni argomento un tizzone ardente. Salvini abbozzava, provando a replicare. Sulla puntualità dei treni mostrava cifre e percentuali, «si vede che fanno sempre ritardo con i passeggeri di sinistra»… Ma la sua presenza in studio, trascendendo ogni forma di controllo degli intervistatori, offriva plastica dimostrazione di che cosa sia il giornalismo militante. Niente di sorprendente, per la verità, il vicepremier non si aspettava certo un’accoglienza morbida. Perciò, eccola la risposta alla domanda di partenza: usare l’ostilità incontinente degli interlocutori per smuovere la solidarietà del pubblico più incerto e meno schierato. Chissà se ne è valsa la pena.

 

La Verità, 7 febbraio 2026

The paper, una sitcom prigioniera del cazzeggio

C’è un dettaglio curioso nella promozione e nella trama di The paper, la nuova sitcom di punta di Sky, dieci episodi già disponibili on demand sulla piattaforma che raccontano le bizzarre vicende di un giornale di provincia americano, il Toledo Truth Teller, ed è la stranezza di chiamare caporedattore quello che è a tutti gli effetti un direttore. È un dettaglio rivelatore dell’autoreferenzialità della serie spin off di The office. Se infatti il titolo professionale rispettasse il ruolo, un direttore con mano libera sulla redazione e il resto, «l’ultimo vero monarca» sulla terra, tutto sarebbe più prevedibile e scontato. Invece, l’arrivo del «nuovo caporedattore» è perfetto per innescare il conflitto con chi l’ha preceduto, la mitica Esmeralda Grant di Sabrina Impacciatore, più preoccupata di trovare lo smalto giusto che le notizie. C’è da stupirsi se il suo malizioso ostruzionismo rende ancora più accidentata la quotidianità già fiaccata dalla concorrenza del Web e dei social media? Del resto, il giornale è solo una delle tante costole dell’azienda che commercializza vari derivati dalla cellulosa, compresi quelli di uso più prosaico. La sigla di partenza dice già tutto: la carta di giornale serve per avvolgere le focacce, per coprire la testa dei muratori e assorbire l’olio dei fritti. Però, adesso in redazione si cambia e al posto delle agenzie si attingerà alla fantasia e alla creatività dei cronisti, nessuno dei quali ha mai scritto un pezzo neanche per il giornalino del liceo. Pazienza se si chiacchiera amabilmente mentre il grattacielo di fronte sta andando a fuoco. Chissà come, prima dell’avvento del nuovo «visionario» capo (Domhnall Gleeson), il Toledo Truth Teller arrivava alle edicole della cittadina dell’Ohio. Però non bisogna formalizzarsi perché la plausibilità della storia è l’ultimo dei problemi di una sit che vorrebbe far ridere. Nell’improbabile redazione, ignara dell’uso delle fonti e delle regole basilari dell’informazione, attecchiscono i flirt più ovvi e il cazzeggio più inconcludente. Il fatto è che, nonostante la presenza tra gli autori di Ricky Gervais e Stephen Merchant, la ricercata demenzialità della trama si rivela un accrocco squinternato di gag e situazioni dal modesto potenziale comico. Nemmeno la parodia della giornalista svampita e traffichina di Sabrina Impacciatore basta a farla evadere dalla bolla di autoreferenzialità e narcisismo di cui è prigioniera. Poche le aspettative che ci riesca anche nella seconda stagione tanta è la presunzione da primi della classe.

 

La Verità, 1 febbraio 2026

Porta a Porta database della storia recente

Ufficiale, (auto)celebrativo, istituzionale: non poteva che essere così lo Speciale Porta a Porta – Trent’anni della nostra vita, in prima serata su Rai 1 (, mercoledì, ore 21,45, 950.000 telespettatori, 7,1% di share). Per l’occasione c’è anche la band, ma il talk show di Bruno Vespa, autorevolmente ribattezzato «terza camera del Parlamento», emana quell’aura di istituzionalità che gli conferiscono le doti di navigatore di lungo corso del suo conduttore: «Buonasera, sono entrato in questo Centro di produzione della Rai a Roma all’inizio del 1969, dopo aver vinto il concorso nazionale per radiocronisti e telecronisti. Qui ho diretto per quasi tre anni il Tg1 e da qui, il 22 gennaio 1996 con Porta a Porta cerchiamo di raccontare l’Italia e il mondo». È l’ambizione del giornalista e anchorman che, con un timbro persistente di moderazione, ha mantenuto inossidabile il suo profilo di autorevolezza ed equilibrio. Alcuni grandi momenti di svolta della vita politica del Paese sono avvenuti nello studio con le poltroncine bianche di Porta a Porta, una su tutte la stipula del contratto con gli italiani di Silvio Berlusconi. «Nove presidenti del Consiglio su 10 sono stati ospiti del programma», sottolinea con orgoglio il conduttore. Gli auguri per la ricorrenza arrivano da ogni parte, «anche noi non potevamo mancare al programma che ha messo a nudo la politica italiana, l’Onlyfans del giornalismo», compensa Fiorello la formalità inevitabile di queste occasioni commemorative. L’incursione dello showman è una scarica di adrenalina prodotta dall’intelligenza artificiale: Bruno Vespa s’impenna sulla vespa e sulle note di Vespa special dei Lunapop. Fiorello introduce l’ingresso di conduttori e cantanti, da Mara Venier a Valeria Marini, da Al Bano a Carlo Conti, da Iva Zanicchi a Milly Carlucci per il momento amarcord del servizio pubblico e della cultura «nazionalpopolare». Ma la vera sfilata inizia con i leader di tutti i principali partiti, dopo i ringraziamenti, gli omaggi e gli auguri, su tutti quelli, non formali, di papa Leone XIV. Al fianco di Vespa, Enrico Mentana aiuta il rimbalzo dagli spezzoni di archivio all’attualità problematica interna e internazionale in una specie di ritorno al futuro della politica e del giornalismo. Vespa vanta le grandi interviste, i viaggi nei luoghi dei conflitti, da Ground zero a Kyev, e i plastici legati alla cronaca più tragica, da Cogne ad Avetrana a Garlasco. L’ambizione è essere il database della storia e della memoria recente del Paese. Auguri anche da noi.

 

La Verità, 23 gennaio 2026

«In questa Ue i tecnici vogliono fare le leggi»

La maggioranza dei profili personali dei social è fuffa. Roba superflua. Poi ce n’è qualcuno di utile perché segnala notizie e offre angolazioni originali dei fatti. L’account X di Leonardo Panetta, corrispondente da Bruxelles dei tg e dei programmi Mediaset, è un piccolo controcanto del pensiero mainstream che domina nei media. Solo per citare qualcuno degli ultimi post, giorni fa ha diffuso la notizia del rimpatrio in Qatar di 22 migranti irregolari dalla Svezia, poi ha mostrato la cattedrale di Strasburgo con le luci spente per favorire il risparmio energetico.

Da quanto tempo sei a Bruxelles?
«Otto anni, dal settembre 2016».

Mese e anno di nascita della Verità.
«Potremmo festeggiare insieme i dieci anni».

Come ci sei arrivato?
«Fu una scelta dell’editore, che decise di coprire in modo più sistematico l’Europa. La Commissione era presieduta da Jean-Claude Juncker, un politico del Ppe che aveva il pugno duro verso l’Italia, per esempio, contro il governo gialloverde».

Copri tutte le testate Mediaset?
«Faccio capo alla struttura di Tgcom24 diretta da Andrea Pucci. E sono a disposizione di tutte le testate, tranne il Tg5, e di tutti i programmi di approfondimento e di prima serata, sito compreso».

Quello da Bruxelles è un giornalismo un po’ distante dalla vita della gente comune?
«A volte i temi in discussione richiedono un’informazione tecnica. Lavorando per le tv generaliste ho sempre cercato di semplificare gli argomenti. Con Paolo Liguori direttore, tenevo una rubrica intitolata “Cavoletti da Bruxelles”».

Per dire che da Bruxelles arrivano problemi?
«Diciamo che certe norme hanno una gestazione problematica. Qui i decisori si chiamano policy maker e forse lavorano su troppi fogli excel».

Su schemi rigidi.
«Si pianifica su cinque anni, ma poi ci si scontra con quello che accade nel mondo. Nessuno due anni fa, quando c’erano i trattori dei produttori agricoli che bloccavano le città, immaginava che Ursula von der Leyen avrebbe avviato un ripensamento politico. Dicendola sinteticamente, qui si vive l’eterno scontro tra tecnica e politica».

Cioè?
«I funzionari che definiscono le direttive sopportano con fastidio l’intervento della politica sulle leggi. Però la Commissione è espressione della politica».

La rigidità è più dei tecnici, quindi?
«C’è un concorso di colpa. Per esempio, il contestato green deal è condiviso anche dai suoi detrattori perché nessuno vuole un mondo inquinato. Ma tutto dipende da come lo si attua. I tecnici hanno favorito un’impostazione più rigida per metterlo al riparo del cambio di legislatura, prima delle ultime elezioni. Ma oggi la situazione si sta complicando».

Un certo dirigismo viene dai tecnici?
«Per rispondere a delle critiche sul mio profilo X ho spiegato che in tante zone della Germania l’exploit di Afd dipende più dalle normative green per le caldaie che dalle politiche sui migranti».

Come nasce il tuo profilo X, piccolo presidio di controinformazione?
«Leggendo molta stampa straniera posso dare notizie che altrove non ci sono. Mi sembra più contro l’informazione non darle, certe notizie».

In un post hai rilanciato quella dei 22 migranti restituiti dalla Svezia al Qatar nei giorni in cui in Italia si bocciavano Egitto e Bangladesh come Paesi sicuri.
«Parlo spesso della Svezia perché ho constatato che è un caso limite».

Perché?
«Per 50 anni è stata un Paese di accoglienza dei rifugiati politici dal Cile, la Siria, l’Iraq, la Somalia. Sia con i governi di centrosinistra che di centrodestra. Alle porte di Stoccolma si sono creati veri e propri ghetti. Poi c’è il caso di Malmö. Se ne parla poco, ma in questi anni è esplosa una guerra tra bande legate alla criminalità organizzata composte dai figli dei rifugiati. Le seconde e terze generazioni non si sono integrate. Invece di campare con i sussidi tanto decantati del modello Nordeuropeo preferiscono vivere guadagnando dieci volte con la criminalità organizzata».

Così la Svezia ha cominciato a rimpatriare chi non rispetta le leggi?
«Il nuovo governo di centrodestra ha iniziato a rimpatriare chi aveva asilo politico, ma collezionava condanne. Dall’ottobre 2023 Svezia, Danimarca, Finlandia e Norvegia hanno cominciato a prevedere questo tipo di rimpatri. Un altro esempio: quando c’era la guerra in Siria sono stati accolti molti profughi, ma cessata la guerra li fanno tornare».

E la magistratura scandinava ricorre contro le leggi dei governi?
«Le associazioni e le Ong ricorrono, ma i governi procedono. La decisione sui 22 qatarioti è stata applicata. Qui a Bruxelles si osserva l’andamento dell’accordo tra Italia e Albania. Anche in Danimarca si attende il pronunciamento della Corte di giustizia europea al ricorso della Procura di Bologna».

Che difficilmente sarà rapido.
«Nei governi dei Paesi scandinavi c’è la volontà di risolvere le problematiche sociali e di criminalità. I Paesi del Nordeuropa, dove non ci sono stati né il terrorismo né l’espansione della criminalità organizzata, guardano all’Italia come modello di contrasto al crimine e la magistratura è interessata a conoscere gli strumenti che abbiamo adottato».

Un altro dei tuoi post ripreso dalla stampa è quello sulle luci della cattedrale di Strasburgo spente dopo le 23 per risparmio energetico.
«In Italia c’è una rappresentazione idilliaca del Nordeuropa. I Verdi sono stati al governo in molti Paesi, ma ora sono stati ridimensionati. Con l’ambientalismo si fanno battaglie epocali sulle aiuole, mentre a pochi metri esplode la criminalità. A Strasburgo la sindaca verde Jeanne Barghesian ha deciso di tagliare l’illuminazione della cattedrale. Me ne sono accorto andando a seguire le sedute del Parlamento europeo. La cattedrale cattolica svetta, è uno dei simboli della città, visitata anche la sera. Improvvisamente, non la vedevo più. Il risparmio per le casse del comune è di 5 euro al giorno».

La casa editrice Hachette vuole promuovere il libro di Jordan Bardella nelle stazioni, ma il sindacato dei ferrovieri minaccia ritorsioni. La pubblicità viene ritirata.
«La Hachette aveva fatto l’accordo con la società francese delle ferrovie, ma il sindacato può paralizzare il paese con gli scioperi. Così, si violano i criteri d’imparzialità perché altre biografie hanno avuto la loro promozione. Alla fine la limitazione ha avuto un effetto boomerang perché nelle tv francesi se n’è parlato parecchio».

Si diceva che la Germania avrebbe evitato la crisi dell’industria perché aveva investito nelle rinnovabili. Invece.
«Un paio d’anni fa ho visitato un grande laboratorio che sviluppava l’Intelligenza artificiale per le auto. Il primo paradosso era che era alimentato con il gas della Russia, il secondo che a 40 chilometri c’era una centrale nucleare francese, mentre la Germania le aveva chiuse perché prevedeva di diventare capofila delle rinnovabili. Salvo accorgersi che non riescono a rispondere alla richiesta energetica del sistema».

Era la locomotiva d’Europa.
«Questo governo socialista verde e liberale verrà ricordato per aver dovuto gestire la più grossa crisi energetica degli ultimi 20 anni. I tedeschi sono spaesati, non hanno capito che la crescita delle formazioni populiste come Afd è alimentata dalla crisi economica. Le elezioni del settembre 2025 saranno meno “noiose” perché potrebbero tenersi con gli operai in strada».

Quelli licenziati per le chiusure delle fabbriche Volkswagen che, però, non fanno ridiscutere lo stop ai motori tradizionali del 2035?
«Quell’obiettivo non viene ritoccato per perché la Germania deve ancora far dimenticare il dieselgate e perché sono stati fatti molti investimenti in quella direzione. A Bruxelles c’è lo stabilimento dell’Audi, gruppo Volkswagen, che produceva l’Audi 1. Due anni fa è stato convertito per la produzione della E-tron elettrica da 80-90.000 euro, e presentato come un progetto d’avanguardia perché decarbonizzato. Chiuderà a febbraio 2025 perché le auto non vendono e produrle costa troppo. L’ultima chicca simbolica è che la E-tron è l’auto blu delle istituzioni europee».

Un buon navigatore direbbe: «ricalcolo».
«E senza aspettare il 2035. Già l’anno prossimo le case automobilistiche dovranno pagare una multa per non aver venduto il numero di auto elettriche previste dall’agenda green. Situazione curiosa: in America le auto elettriche si vendono perché sono uno status symbol. È giusto cominciare così per poi estenderne l’uso gradualmente. Dire che dobbiamo usarla tutti è frutto di una miscela di socialismo e dirigismo. L’idea di chiudere le fabbriche e intervenire con i sussidi mi ricorda la politica dei sussidi distribuiti dopo la chiusura delle miniere e delle acciaierie in Vallonia, ora zona depressa. Invito a venire qui e nel Nord della Francia, non a caso serbatoio del Rn di Marine Le Pen».

Facciamo un salto in America. Hai scritto che, a un passo dal voto, la campagna elettorale si concentra sulla domanda: Trump è fascista o no?
«È un cambio di rotta innescato dalle parole di John Kelly, suo ex capo di gabinetto, secondo cui Trump aveva simpatie per i generali di Hitler. Se anche in America si parla di Trump fascista forse vuol dire che scarseggiano gli argomenti contro il tycoon».

Con i suoi soldi Elon Musk sta sovvertendo le elezioni americane?
«Gli imprenditori digitali hanno sempre finanziato la campagna democratica. L’endorsement di Musk a Trump ha stravolto una consuetudine, poi la lotteria ha alimentato il finanziamento. Ora anche Jeff Bezos ha impedito al Washington Post l’endorsement a Kamala Harris. Finché erano tutti dalla parte dei democratici non c’era scandalo. Two tier, dicono gli inglesi, due pesi…».

Riporti la notizia di un quotidiano italiano: la linea M5 della metropolitana di Milano ostaggio della baby gang: rubati telefonini, bracciali, tessere Atm. E scrivi: «Completiamo il titolo: baby gang composta da nordafricani, tra i 18 e 21 anni, senza fissa dimora e con altri precedenti penali».
«Mi sono occupato di cronaca nera, e ricordo la regola delle 5 W. Bisogna dire dove, come, quando, ma anche chi. Noto che nelle vicende che riguardano gli stranieri le loro origini non si mettono nel titolo ma solo in fondo al pezzo. Si danno tutti i dettagli della vittima, si stemperano quelli degli autori della violenza. Invece, voglio sapere da chi è composta la baby gang, se sono ragazzi della Milano bene o nordafricani senza fissa dimora. È una questione di correttezza professionale, di completezza dell’informazione, non di razzismo».

 

La Verità 2 novembre 2024

 

«Bezos e gli altri? Geniali, ma senz’anima»

Un produttore di vino con la fissa dei giornali. È Giancarlo Aneri da Legnago (Verona), 74 anni portati alla grande, inventore del premio «È giornalismo». Uno che fa dire a tanti che lo vedono per la prima volta: «O è matto, oppure…». Successe al portinaio della Ferrari a Maranello, quando si presentò senza appuntamento per incontrare il mitico Enzo. E a Tony Mantuano, ristoratore di Chicago, al quale fece giurare che Barack Obama avrebbe fatto il primo brindisi da vincitore con il suo Prosecco. Insomma, un genio del marketing. Scienza appresa e applicata da direttore delle relazioni esterne delle Cantine Ferrari di Trento, il marchio del più celebre spumante italiano. Poi lasciato per fondare la sua Aneri Srl.

Cosa racconterebbe ai nipoti per sintetizzare la storia dell’azienda che porta il suo nome?

«Racconterei la prima bottiglia bevuta con i miei tre maestri di vita: Indro Montanelli, Enzo Biagi e Giorgio Bocca. Quel brindisi ha portato fortuna».

Perché lo fece con loro?

«I momenti importanti si festeggiano con le persone che si stimano di più».

Che vino era?

«Prosecco. Eravamo a casa di Bocca, 1997. Montanelli si complimentò, ma da toscano disse che adesso aspettava un buon rosso. Due anni dopo avrebbe assaggiato il primo Amarone».

I suoi sono vini per presidenti, star e grandi marchi?

«Siccome il mondo non è solo dei ricchi, se l’Amarone è l’eccezione, il Prosecco è la normalità. Penso di rappresentare una delle poche cantine al mondo che in 25 anni ha fatto bere i suoi vini a tutti i Capi di stato».

Come ha fatto?

«Ero da vent’anni alla Ferrari spumanti quando mio figlio mi disse: “Papà, io non lavorerò mai con te, perché voglio costruire qualcosa di mio”. Da quel momento ho iniziato a pensare a un’azienda di famiglia».

I presidenti e le star?

«Mia moglie dice che sono un po’ montato. Invece, ho avuto fortuna, non ho fatto il fighetto, ma il piazzista».

Un aneddoto da piazzista.

«Dopo aver visitato il Senato, ospite di Ted Kennedy, al momento della foto gli ho messo in mano la bottiglia: “Insomma, scrivono già che bevo troppo”, brontolò. Ma io ero così contento che non mi accorsi di fare qualcosa d’inopportuno».

A Ted Kennedy e al Senato americano bisogna arrivarci.

«Da sempre, quando vado in una città, m’informo sui migliori alberghi e ristoranti. Ted Kennedy me l’ha presentato un grande ristoratore italiano di Washington. Sono stato ospite con mia moglie di Ronald Reagan, ho visitato la Casa Bianca con una sua assistente. Non mi sono mai fatto troppi problemi. Sa chi mi ha insegnato a essere sicuro di me stesso?».

Dica.

«Enzo Ferrari. La prima volta che sono andato in America ho chiesto consiglio a lui che non aveva mai preso un aereo: “Se hai un prodotto che consideri buono ma vedi che non ti ascoltano, alzati e va’ via”».

Alla Ferrari auto si arriva passando dalla Ferrari spumanti?

«Vedevo che quando il Cavallino rampante vinceva i Gran premi brindava con lo champagne… Ma perché, se è il simbolo dell’Italia? Un giorno mi presentai a Maranello con sei bottiglie… “Sono Giancarlo Aneri, vorrei parlare con il commendator Ferrari”. Il portinaio era basito: “Ha un appuntamento?”. “No, però vorrei incontrarlo”. “Guardi che l’ingegnere ha l’agenda piena per i prossimi sei mesi”. “Io vengo da Legnago, in provincia di Verona, e ho portato un piccolo presente che vorrei consegnargli personalmente”. Allora spunta Valerio Stradi, il segretario personale: “Se mi dà il pacchetto glielo consegno io”. “No, guardi, posso aspettare anche tutta la giornata, mi metto qui…”. Stradi si allontana e ritorna: “L’ingegnere può dedicarle un minuto”. Rimasi con lui un’ora e mezza».

Diceva che la Aneri è nata per dare un futuro a figli e nipoti.

«Il Pinot bianco porta il nome di mia moglie Leda, l’Amarone di mia figlia Stella, il Pinot nero è intitolato a mio figlio Alessandro. I quattro prosecchi alle mie nipotine e al nipotino, Lucrezia, Ludovica, Giorgia e Leone. C’è una storia dietro e un futuro roseo davanti».

Com’è riuscito a portare i suoi vini sulle tavole del G20?

«Il merito è di Silvio Berlusconi, il primo premier che ha usato l’Amarone Aneri come biglietto da visita del made in Italy. Il giorno della firma della Costituzione europea nel 2004 ne ha regalato una bottiglia a ogni capo di governo con il loro nome inciso. Invece, il Prosecco è arrivato sulla tavola di Barack Obama».

Come?

«Sei mesi prima delle elezioni, lessi sul New York Times che, in caso di vittoria, Obama avrebbe festeggiato con Michelle alla Spiaggia, il suo ristorante preferito di Chicago. Presi un aereo e andai a trovare il ristoratore Tony Mantuano per farmi promettere che il primo brindisi sarebbe stato con il mio Prosecco. Mantuano mi guardava interdetto: “Questo qui è più sicuro di Obama”. Conservo la mail arrivata nella notte che dice che Obama e sua moglie hanno brindato con il Prosecco Aneri».

Tutto merito della sua fissa per l’informazione?

«Il vino si apprezza prima di tutto con il profumo, ma ha un suo profumo anche l’inchiostro dei quotidiani. Ne compro sei al giorno: Corriere della Sera, Sole 24 ore, Il Giornale, Libero, La Verità e L’Arena».

Qualche giorno fa su una pagina del Sole 24 ore un tale G. A. chiedeva al filantropo Jeff Bezos di annullare il licenziamento di 10.000 dipendenti pensando prima all’uomo che al pianeta. Ne sa qualcosa?

«Sì perché l’inserzione è mia. Bezos aveva annunciato l’intenzione di donare metà del suo patrimonio per salvaguardare il pianeta, ma quello stesso giorno il New York Times informava che Amazon licenziava 10.000 dipendenti. Mi sono detto: perché prima di salvaguardare il pianeta non difende subito 10.000 persone rinviandone il licenziamento di un paio d’anni?».

È l’ultimo di una serie di messaggi affidati ai giornali?

«I cinesi usavano i tazebao, io uso una pagina di giornale per lanciare un messaggio o dire grazie».

Altri tazebao?

«Quando Mario Draghi lasciò la Bce feci pubblicare un ringraziamento sul Sole 24 ore per il buon lavoro svolto. Era firmata “È giornalismo, Aneri”. Il giorno dopo i membri della giuria mi chiamarono per ringraziarmi. Poi al momento dell’incarico a Draghi ho fatto pubblicare sul Corriere una pagina anonima con “Grazie presidente Mattarella. Grazie presidente Draghi”».

Qualche tazebao rimasto anonimo?

«Quando in piena pandemia la tv francese Canal+ mostrò un pizzaiolo italiano che, cantando tossiva sulla pizza, ho fatto pubblicare una pagina sulla Verità che recitava “Viva la pizza. Abbasso lo champagne”, firmata con le iniziali di nipotine e nipotino».

Per l’incarico a Giorgia Meloni, niente tazebao?

«Sono felicissimo che una donna in gamba come lei abbia in mano le sorti dell’Italia per i prossimi anni. La guardo con gli occhi di chi vuole farsi un’idea più precisa nei prossimi sei mesi».

Cosa pensa dei big dell’economia digitale come Bezos, Bill Gates e Mark Zuckerberg?

«Sono dotati di grande genialità e hanno creato un modo di vivere e di comunicare più veloce ed efficiente. Ma non vedo l’anima. Mi sembra che le donazioni servano a promuovere la loro immagine. La persona che mi convince meno è il banchiere filantropo George Soros. Ha fatto guerra per anni alla sterlina e alla lira, complicando la vita a milioni di famiglie inglesi e italiane. Non basta finanziare il restauro di un monumento per compensare tante speculazioni».

Com’è nato il premio «È Giornalismo»?

«Avevo l’ambizione di avvicinare Montanelli, Biagi e Bocca che si stimavano molto, ma si frequentavano poco. Oggi la giuria è composta da Giulio Anselmi, Paolo Mieli, Gianni Riotta, Gian Antonio Stella e Mario Calabresi. Ma il premio è stato fondato dai tre giganti del giornalismo e da un loro amico sincero. Ne parlo al presente perché per me sono ancora vivi».

Un aneddoto su Montanelli.

«Qualche volta andavamo in vacanza insieme. Un anno m’incarica di scegliere un albergo sulla spiaggia di Punta Ala. Individuo l’Alleluia e ragguaglio la padrona su esigenze e orari dell’illustre ospite. Quando arriva il momento, scendo in un altro hotel due giorni dopo di lui e gli chiedo se vada tutto bene. “Insomma, sono tutti vecchi in questo albergo”. Immagino pullman d’inglesi novantenni… La sera m’invita a cena: il più vecchio avrà avuto 65 anni, lui ne aveva 84. Questo era Indro, come si fa a non volergli bene?»

Enzo Biagi?

«Le riunioni si facevano da Bocca, ma una volta lui arrivò in ritardo subendo i rimproveri del padrone di casa. “Sono andato a fare le analisi, oltretutto sono tutte sballate”, confidò Biagi. “Anch’io le avevo sballate”, replicò Giorgio. “E come hai fatto a guarire?”. “Ho smesso di farle”».

Il premio si sta aggiornando ai nuovi media?

«Nel 2013 abbiamo premiato Hal Varian, capo della sezione economica di Google, chiedendogli di aiutare i giornali con la pubblicità».

Intanto vi siete allargati ai volti televisivi.

«Sempre in rapporto all’informazione. Già nel 2003 avevamo premiato Antonio Ricci come capo del vero tg della televisione italiana. Nel 2015 è toccato a Fiorello per Edicola Fiore, un programma che aiuta il giornalismo come piace a me».

Altri premiati: Fabio Fazio, Massimo Gramellini, Mario Calabresi, vince il mainstream?

«Feltri ha ribattezzato “È giornalismo” come il “Premio Stalin”. Ma guardando l’elenco troviamo anche suo figlio Mattia, Milena Gabanelli, Natalia Aspesi, Sergio Romano. Io non interferisco sulle scelte della giuria perché sono contento di essere il patròn».

Forse bisogna cambiare la giuria?

«Qualche anno fa Natalia Aspesi chiese di farne parte, ma Montanelli suggerì di aspettare un po’ perché aveva appena vinto. Conservo la sua mail: “Caro Aneri, si ricordi che noi donne siamo più brave degli uomini ed è un peccato che in giuria non ce ne siano”. Forse ora i tempi sono maturi. Dopo un paio d’anni di sospensione, mi piacerebbe che il premio tornasse per festeggiare la ripresa di una vita serena come quella foto del bacio in Times Square dopo la Seconda guerra».

Oggi i giornali sono in crisi e le edicole chiudono: lei è l’ultimo romantico?

«Sicuramente sono uno dei pochi ottimisti rimasti. Prendo la lezione che viene dal mio mondo: c’è stato un momento in cui si parlava solo dei ristoranti stellati e si diceva che le trattorie stavano morendo. Oggi in Italia sono i locali in maggior espansione. Perciò, spero che si possa superare il momento difficile e, magari con un aiuto pubblico per le edicole, riportare i giovani a frequentarle».

 

La Verità, 3 dicembre 2022