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Fenomenologia dei coach nell’estate della rivoluzione

Panchine bollenti. Allenatori inquieti. Psicodrammi pallonari. Il domino dei tecnici risucchia anche l’inguardabile Nazionale. È impensabile, inammissibile che non si vada ai Mondiali per la terza volta consecutiva, strillano i commentatori. Se gli avversari giocano meglio, è pensabilissimo. Un po’ di umiltà, please. Inutile stupirsi, la crisi della Nazionale è specchio fedele del nostro sistema, dai vivai alle rose imbottite di stranieri agli stadi da Dopoguerra. Fosse una persona seria, Gabriele Gravina dovrebbe dimettersi (come un Maurizio Landini qualsiasi, ops). Che quello dei tecnici – uomini potenti ma fragili, in un soffio da maghi a bluff – sia un mestiere difficile e questa sia un’estate particolare, lo provano certi clamorosi dinieghi. Porte in faccia alla Juventus da Antonio Conte e Gian Piero Gasperini. Nazionale respinta da Claudio Ranieri e Stefano Pioli. Lo scherzo del destino è che Brasile e Turchia hanno Ct italiani. E, intanto, al capo della Fgic che dovrebbe nominarlo sfugge ancora la differenza tra selezionatore e allenatore.

IL DESIGNATO

Gennaro Ivan Gattuso. Detto Ringho. Dopo i rifiuti eccellenti, in Via Allegri sperano che sia il profilo giusto. Motivatore. Martello. Dispensatore di grinta. Da giocatore ha vinto tutto quello che si poteva, Mondiali compresi. Da tecnico, insomma. Sion, Palermo, Creta, Pisa, Milan, Napoli, Fiorentina, Valencia, fino all’Hajduk Spalato: diversi esoneri. Perplessità: i suoi spigoli si modelleranno sulle diplomazie di Coverciano? Detto guida: «Se uno nasce quadrato non muore tondo».

TRA COVERCIANO E RYIAD

Luciano Spalletti. Ottimo allenatore, ma prototipo dell’anti Commissario tecnico. Profeta di tatticismo esasperato. Uomo dogmatico dall’eloquio criptico, «dobbiamo passare dal calcio perimetrale al calcio relazionale». Concetti che necessitano di decodifica, fortunato chi ci riesce, e di prove e riprove per essere applicati. Morale: giocatori paralizzati. Il miracolo di Napoli è frutto di convergenze astrali. «Volevo dare il meglio, sono deluso da me stesso», è l’autocritica di uno che se ne va senza buonuscita. Attenuante: l’assenza di giocatori importanti. «Tiferò per il mio successore (se si troverà), perché non sono come tanti altri». Signore.

Roberto Mancini. Capello morbido, è il più stiloso del bigoncio. Gli dobbiamo l’ultimo successo azzurro, Europei 2021, arrivato grazie al fuorigioco di Arnautovic scovato dal Var contro l’Austria, e ai miracoli di Donnarumma ai rigori, in finale contro l’Inghilterra. Poi il buio, nonostante la scoperta di Retegui, e la fuga dietro ai dollari degli sceicchi. Esonerato causa risultati modesti. Poco stiloso invece il like al post anti Spalletti di Francesco Acerbi, dopo il quale ha ammesso: «Lasciare la Nazionale è stato un errore». Pentito.

Stefano Pioli. Maestro di «transizione e calcio verticale». Cementatore del gruppo. La sua carriera è segnata dalla morte di Davide Astori, capitano della Fiorentina. Diventa paterno e capace di gestire le psicologie di ragazzi spesso viziati. Theo Hernandez e Rafa Leao con lui hanno dato il meglio. Due secondi posti, una semifinale Champions e lo scudetto 2022, vinto contro pronostico. Dopo un anno in Arabia a guidare l’Al-Nassr di Cristiano Ronaldo, ha le tasche piene non solo di dollari. Ma molto meglio il ritorno sulla panchina viola che su quella azzurra. Rispettato.

GURU VERI O PRESUNTI

Antonio Conte. Talebano. Maniacale. Vincente. Meno integralista di qualche anno fa. Sembrava già sulla strada della Continassa dove Lele Oriali non l’avrebbe seguito. Poi i lavori in corso a Torino e i ponti d’oro a Piedigrotta, leggi mercato scintillante, lo hanno convinto a rimanere nel cast di De Laurentiis. Ha vinto l’ennesimo scudetto con una squadra meno attrezzata dell’Inter e soprattutto del Napoli di Osimhen, Kim Min-jae e Kwaraskelja. Ha scommesso su McTominay e Lukaku e ha vinto. Ossesso.

Simone Inzaghi. Resterà nella storia interista come il tecnico del «triniente». E di due scudetti regalati a squadre con rose inferiori. In un mondo con mille variabili, il gap tra trionfo e umiliazione è un capello. Sembrava il nuovo Guardiola, rischia di passare agli archivi come un altro Maifredi. È arrivato a fine stagione con la squadra sgonfia, ha gestito male la rosa, pareggiando partite già vinte e perdendo tutto. Dopo un’annata così, difficile ricominciare. Ha scelto l’Arabia; tra quanto arriverà la nostalgia? Spiaze.

Gian Piero Gasperini. Taumaturgo, autore di miracoli in serie. Prodigi costruiti sul lavoro e l’applicazione maniacali. Dittatore della preparazione. La controprova? Il rendimento inferiore dei suoi giocatori in altre squadre. Sull’Atalanta è stato scritto tutto. «Giocargli contro è come andare dal dentista», Pep Guardiola dixit. Di sangue bianconero, ha mantenuto la parola data alla Roma, dove adesso è chiamato a confermare lontano da Bergamo la sua statura. Carismatico.

Massimiliano Allegri. Sembrava diretto a Napoli, poi Conte non si è schiodato e lui ha messo la freccia per Milanello. Lo descrivono contento, motivato e al centro di ogni decisione per togliere il Diavolo dall’inferno in cui s’è cacciato. Chissà se, oltre che per rimpiazzare le giacche scaraventate a terra, l’anno sabbatico gli è servito per studiare qualche sistema di gioco più moderno. Si attende il primo confronto con Lele Adani. Mantra: corto muso.

PADRI (NON) DELLA PATRIA

Claudio Ranieri. L’aggiustatutto. Un papà di calciatori, da Leicester al Colosseo. Ma non un padre della patria. Sir Ranieri e sor Claudio. Candidato alla panca azzurra dalla Rosea. Tentato dall’avventura, pur da consulente giallorosso. Troppi colori. Dopo aver portato la Roma a un soffio dalla qualificazione Champions, perché infilarsi nel labirinto di Coverciano? Cosa sarebbe successo se avesse convocato o sconvocato un romanista di troppo? Meglio restare appollaiato a Trigoria a veder crescere i lupi di Gasp. Contropiedista su whatsapp: «Non me la sento, grazie del pensiero».

Carlo Ancelotti. Il più vincente è nato a Reggiolo. 5 titoli nei principali campionati europei, 5 Champions League, 2 con il Milan 3 con il Real Madrid. E dire che la Juventus lo lasciò andare perché lo riteneva un perdente. Gestore di campioni, assemblatore di fuoriclasse, inventore di moduli. Dopo una stagione deludente con i Blancos è andato a guidare il Brasile, subito qualificato per il Mondiale 2026. Annunciando l’accordo, ha detto: «L’Italia non mi ha mai chiamato perché in questo momento ha un grande allenatore». È proprio un buono. Quando non inarca il sopracciglio.

STELLE CADUTE

Thiago Motta. Da mago a apprendista stregone in 6 mesi. Dopo la stagione con il Bologna portato in Champions, era il più ambito d’Italia, ma si era già promesso alla Juventus. Ha dato il benservito a mezza squadra e allestito un mercato deluxe. Ma ha contratto la pareggite. Nel tempio del «vincere non è importante, ma è l’unica cosa che conta» non ti perdonano se dici che non hai «l’ossessione della vittoria». Altro passo falso, l’intervista estrai sassolini concessa a Walter Veltroni. In lista d’attesa.

Sergio Conceiçao. Monaco dello spogliatoio. Il suo Porto vincente era una via di mezzo tra l’Ordine supremo di Cristo e la Guardia nacional. Difficile potesse funzionare con Theo Hernandez e Alex Jimenez. Soprattutto se non hai le spalle coperte dalla filiera dei dirigenti. Ha dettato un decalogo di regole. Invano. Quel sigaro fumato a Riyad lo ha ingolfato. Un mese dopo il Milan era fuori da quasi tutto. Frase chiave: «Il calcio non è un hobby». Aveva annunciato che alla fine avrebbe parlato lui. Desaparecido.

LEGIONE STRANIERA

Roberto De Zerbi. Per gli esteti dei salotti buoni è il migliore. In effetti, il suo Sassuolo divertiva e infilava vittorie sorprendenti. Shakthar Donetsk, Brighton, Olympique Marsiglia: le sue squadre giocano per fare un gol in più dell’avversario. Solo che, curando poco la parte difensiva, a volte succede che lo facciano i rivali. Fa pensare a quei tennisti che eseguono i colpi più spettacolari, ma poi la partita la vince l’altro. Atteso alla prova di un grande club. Promessa da confermare.

Vincenzo Montella. Centravanti tecnico e rapinoso sebbene non dotato di gran fisico, da coach di Fiorentina, Milan e Siviglia ha avuto una carriera altalenante. È protagonista di una second life in Turchia. Nel 2021, dopo due anni di stop, accetta di allenare l’Adana Demirspor, club neopromosso nella massima serie, portandola al nono posto e, l’anno successivo, al quarto. Rescisso il contratto, dal settembre 2023 guida la Nazionale turca con risultati soddisfacenti. Tenace.

DA OSCAR

Luis Enrique. In finale contro l’Inter, il Paris Saint-Germain sembrava il Milan di Sacchi. Ha tentato 539 passaggi con una percentuale positiva del 91%. Com’è riuscito a vincere un trofeo inseguito e sfuggito a una formazione che aveva Messi, Neymar e Mbappè? Lui l’ha spiegato con «la legge della minima informazione. Spesso l’allenatore tende a parlare molto per sentirsi tranquillo», ha premesso. «Noi cerchiamo di dare ai giocatori il minor numero d’informazioni possibile in modo che in campo sappiano cosa fare. Che senso ha che io proponga cinque idee se poi non saranno in grado di interpretarle? C’è un bel detto di Blaise Pascal che riassume il nostro lavoro: “Se avessi avuto più tempo, ti avrei scritto una lettera più breve”». Chissà se a qualcuno dei nostri coach fischiano le orecchie.

 

La Verità, 12 giugno 2025

«Vedo sempre Napoli, sirene arabe per Mancini»

Maurizio Pistocchi, volto storico dello sport di Mediaset, posta sui social video di spiagge da sogno che scatenano l’invidia di chi lo segue. Calette sarde, da dove, in attesa della ripresa del campionato, si gode gli ultimi giorni di vacanza e il successo di vendite di Juventopoli. Scudetti falsati & altre storie poco edificanti (Piemme), il libro che ha scritto con Paolo Ziliani, collega del Fatto quotidiano con il quale ha a lungo collaborato nei programmi della tv commerciale.

Pistocchi, che cosa sta succedendo nel calcio?

«Il calcio italiano è nella stessa situazione del Paese: senza risorse e senza idee».

I petrodollari si stanno comprando tutto?

«La Saudi league fa quello che facevamo noi negli anni Novanta, quando i migliori calciatori venivano in Italia non perché avessimo il campionato migliore del mondo, ma perché avevamo i soldi. Lo stesso si può dire della Premier league di adesso. I calciatori vanno dove sono pagati meglio e di più».

Cinquant’anni fa il calcio ha scoperto l’America e poi la via della Cina: che cos’ha di diverso il vento d’Arabia?

«Arriva da un Paese ricchissimo che ha investito in tutti i business più importanti del pianeta. Saudi Aramco, promotore della Saudi league, possiede più di 500 miliardi di dollari e un progetto di sviluppo sia della Lega calcistica che dell’intero Paese. È un progetto molto ambizioso, in vista dell’organizzazione dei Mondiali».

Ostacoli sul percorso?

«Certamente si scontrerà con tanti pregiudizi. Nonostante le offerte ultramilionarie, molti giocatori hanno declinato l’invito a causa di un ambiente che limita le abitudini dei calciatori occidentali. Le mogli, spesso protagoniste dello star system, non si sentono a proprio agio in un Paese in cui la donna ha un ruolo diverso».

È stupito che il segno della croce con cui Cristiano Ronaldo ha festeggiato il gol che ha qualificato la sua squadra alla finale della Champions non abbia causato contestazioni?

«Ronaldo è stato scelto come front-man di tutta la Lega, perciò non mi aspetto limitazioni ai suoi comportamenti. Se gliele imponessero se ne andrebbe. Credo abbia chiarito fin dall’inizio le sue libertà».

Fino all’anno scorso l’Arabia attraeva giocatori a fine carriera, come mai ci sono andati Koulibaly, Milinkovic Savic o Kessie?

«Gli ingaggi sono di gran lunga più alti. Finora nella Saudi league sono stati investiti 600 milioni di euro, ma per una realtà così ricca sono briciole. Se Mohammad bin Salman vuole costruire una Lega tecnicamente forte e seguita dal grande pubblico questa strada è giusta solo in parte. Servono scuole e centri di istruzione dove i migliori allenatori del mondo possano insegnare calcio. Sono partiti dall’alto, chiamando giocatori già affermati, ma perché non resti un fatto episodico adesso devono costruire le fondamenta».

Di fronte a una realtà così potente è romanticismo difendere storia e identità dei club?

«Sarebbe bello che in un mondo dove la valutazione professionale delle persone è determinata dal denaro il calcio si distinguesse. Le storie alla Gigi Riva o alla Giacinto Facchetti non esistono più. L’ultimo dei mohicani è stato Francesco Totti. Alcuni anni fa, quando passò dal Barcellona al Real Madrid, Luis Figo fu soprannominato pesetero, da peseta. Oggi sono tutti peseteros».

Che cosa pensa del caso Lukaku?

«Penso che si stia esagerando. Nel mondo, tutti i giorni, centinaia di professionisti lasciano un team o un ufficio per guadagnare di più o perché non si sentono valorizzati. Lukaku ha diritto di andare a giocare dove crede. Dopo che si è esposto con dichiarazioni smentite dai fatti, potrà spiegare il perché oppure no. Penso che la sua volontà sia stata determinata dalla gestione di Simone Inzaghi: se uno è un giocatore davvero fondamentale non lo si tiene in panchina nella partita più importante della stagione».

Quanto influiscono in queste decisioni i procuratori?

«I procuratori guadagnano dai trasferimenti dei giocatori, ma chi decide sono sempre i giocatori. A volte sono le società a spingere per le cessioni perché servono a sistemare i conti. Il calciatore può rifiutarsi, con il rischio di produrre una frattura difficilmente sanabile».

Zlatan Ibrahimovic che ha giocato in tutti i club europei più titolati non ha mai vinto la Champions league.

«Ibrahimovic è un campione straordinario, ma individualista. Il povero Mino Raiola ha fatto un grande lavoro per valorizzarlo, fin dai tempi dell’Ajax. Ma nel calcio il talento dev’essere funzionale alla squadra. Messi e Ronaldo si mettono a disposizione della squadra, Ibrahimovic è enorme per forza fisica e tecnica, ma la squadra dev’essere al suo servizio».

Cosa pensa della cessione al Newcastle di Sandro Tonali che doveva essere il perno del Milan del futuro?

«È una di quelle situazioni un po’ obbligate nelle quali il club caldeggia l’affare per finanziare parte della ricostruzione. Il Milan sta allestendo una squadra molto interessante, con giocatori di talento come Reijnders, Loftus-Cheek e Chukwueze. Vedremo se Pioli saprà darle un’identità e renderla protagonista dopo la delusione dell’anno scorso».

E dell’Inter che ha acquistato Cuadrado, il più inviso degli avversari?

«Cuadrado è uno dei giocatori più forti della Juventus degli ultimi cinque anni. Credo che sul piano tecnico sia un’operazione ottima. Però parliamo di un calciatore che ha avuto comportamenti poco sportivi. Sta a lui essere intelligente e togliersi di dosso la fama di simulatore e provocatore».

Il caso Lukaku, la cessione di Tonali e l’acquisto di Cuadrado: questo calcio procede a dispetto dei tifosi?

«Il tifoso oggi non può più essere quello degli anni Ottanta o Novanta. Oggi si tifa la maglia, la squadra, lasciando perdere se possibile l’aspetto affettivo del rapporto con i giocatori».

C’è troppo poca considerazione dei tifosi nel sistema calcio?

«I tifosi sono come il parco buoi della Borsa. Pagano gli abbonamenti allo stadio e alle tv e acquistano il merchandising. Invece si dovrebbero inserire nell’azionariato delle società come ha fatto il Bayern Monaco».

Si aspettava che fossero giudicati diversamente i comportamenti che con Paolo Ziliani raccontate in Juventopoli?

«Sì. Con Paolo, professionista che stimo da molti anni, abbiamo fatto un gran lavoro. Mi auguravo che una volta tanto la legge fosse davvero “uguale per tutti”. Perché il Chievo è sparito, invece in questo caso sono state fatte valutazioni diverse? Detto ciò, rispetto i verdetti e credo nel superiore interesse della giustizia. Ma chi legge il nostro libro si renderà conto che quanto è successo quest’anno ha avuto un epilogo per certi versi sconcertante».

Siccome la Juventus è il vero potere forte della Serie A si finisce sempre per condonarla?

«Quest’anno c’è in ballo il rinnovo dei contratti tv. Essendo gli juventini in maggioranza tra i tifosi, lo sono anche tra gli abbonati di Sky e Dazn e tra i lettori dei giornali. Sono una quota irrinunciabile. Tanto più considerando che il nostro calcio, con un fatturato di 4 miliardi e debiti per 6, dovrebbe portare i libri in tribunale. Rinnovare i diritti tv in un momento così spaventava al punto che le varie offerte sono state secretate e saranno svelate solo a ottobre. Questa situazione è stata la premessa per giungere a una sentenza politica».

La Juventus ha un bilancio in rosso ma, per fare un esempio, dopo aver bocciato Arthur, Paredes, Zakaria e McKennie ora Allegri vuole Amrabat.

«L’allenatore dovrebbe essere un manager che, come in tutte le aziende, non può licenziare a destra e a manca senza ottenere risultati».

Cosa pensa dell’informazione sportiva italiana?

«Di informazione vera e propria se ne fa poca e si contribuisce molto poco alla crescita della cultura sportiva del Paese».

Perché Luciano Spalletti si è fermato dopo aver vinto lo scudetto?

«Per la mancanza di feeling con Aurelio De Laurentiis e per il timore di deludere i tifosi. A Napoli è particolarmente difficile vincere, l’ultima volta era accaduto con Diego Armando Maradona. Molti segnali facevano pensare che la squadra non si sarebbe rinforzata. Spalletti ha fatto qualcosa di straordinario, penso che alla fine abbia fatto la scelta giusta».

Carlo Ancelotti fa bene ad andare ad allenare il Brasile?

«Ad Ancelotti, persona fantastica e grandissimo allenatore, manca vincere con una nazionale. Il Brasile spesso non ha vinto perché ha interpretato alcune competizioni in maniera goliardica. Ma ricordiamoci che è pentacampeão, ha vinto più di tutti. Vedo bene Ancelotti alla guida di una nazionale che pratica un calcio giocato con allegria e divertimento».

La convince di più Stefano Pioli o Simone Inzaghi?

«Nessuno dei due».

Chi la convince?

«Maurizio Sarri, Luciano Spalletti, Roberto De Zerbi, Davide Ballardini».

Cosa pensa delle difficoltà delle nostre nazionali?

«Molti anni fa Roberto Baggio preparò un progetto che voleva riqualificare tecnicamente il calcio italiano partendo dai centri di formazione come quelli attivi in Germania e in Francia. Quella relazione giace nel cassetto dei presidenti federali che si sono succeduti da allora. Si sa che le rifondazioni mettono in discussione posizioni consolidate. Perciò si continua a vivere di improvvisazioni».

Pochi giorni fa sono stati ampliati i poteri di Roberto Mancini.

«Mancini ha dovuto lavorare in una situazione di grande difficoltà. Basta considerare che, a parte Immobile, la classifica dei cannonieri è tutta composta da calciatori stranieri. Non abbiamo più attaccanti di livello mondiale come ai tempi di Vieri, Inzaghi, Totti, Del Piero e Luca Toni. Fonti ben informate mi assicurano che per Mancini sia pronto un contratto molto danaroso nella solita Arabia».

Le piace Gianluigi Buffon capo delegazione?

«Siamo passati da Gigi Riva a Gianluca Vialli a Buffon, che è stato un grandissimo portiere. Non altrettanto si può dire di lui sul piano etico e comportamentale».

Cosa pensa di squadre come il Milan o l’Atalanta con uno o due calciatori italiani?

«È triste, ma è la conseguenza di una situazione generalizzata. Una volta la Juventus dava sei o sette giocatori alla Nazionale, oggi ha un portiere polacco, tre difensori brasiliani e solo due calciatori italiani, Chiesa e Locatelli».

La sua griglia per lo scudetto?

«È composta dal Napoli, dal Milan che ha preso giocatori interessanti, dall’Inter che è forte ma per me gioca con un sistema che la limita, dalla Juve che si può concentrare sul campionato. Questa è la mia griglia, con il Napoli un gradino sopra se tiene Osimhen».

 

La Verità, 12 agosto 2023

«Milan, Inter, Juve? Invece vedo in cima la Roma»

Domanda secca, Ivan Zazzaroni: chi vince lo scudetto?

«La Roma. Lo dico per esclusione, perché sarà una stagione imprevedibile, con 50 giorni d’interruzione».

Però lei dice Roma, perché le piace Mourinho o perché ha fatto una buona campagna acquisti?

«Mi piace molto Mourinho. La Roma ha fatto una buona campagna, ma incompleta, prendendo un paio di ottime pedine. Se vincesse sarebbe miracoloso. Però, ripeto, questa è un’annata strana».

Ivan Zazzaroni, direttore responsabile del Corriere dello Sport-Stadio e del Guerin sportivo, storiche testate del Gruppo Amodei (anche Tuttosport, Autosprint, Motosprint, Auto e In Moto) va controcorrente e i quarant’anni di giornalismo sportivo sulle spalle vengono in aiuto. Se i suoi colleghi pronosticano Inter, Milan o Juventus, lui dice Roma e si vedrà. Conduttore dal 2004 con Fabio Caressa di Deejay Football Club su Radio Deejay, già commentatore di Tiki Taka e, da dopodomani, di Pressing del lunedì su Italia Uno, è apprezzato dal pubblico extrasportivo come giurato di Ballando con le stelle su Rai 1.

Sono settimane di griglie e podi, direttore: campionato anomalo con i Mondiali in mezzo?

«Molto anomalo, perché costringe le squadre a due ritiri diversi. Alcuni giocatori, purtroppo gli  stranieri, torneranno dal Qatar carichi o scarichi in funzione del risultato. Chi avrà disputato semifinali e finale avrà pochi giorni per ripartire. Io sono stato da subito contrario a questo mondiale perché la Fifa si è svenduta, come spesso fa».

Giudizio pesante.

«Si interrompe una stagione per fare un mondiale per ragioni finanziarie, politiche ed elettorali. Come succede con la Coppa d’Africa».

Cioè?

«Si era arrivati alla decisione di giocarla a fine stagione come la Coppa America, ma poi la nuova società di marketing cinese ha imposto la competizione nella stagione migliore per la Cina, cioè in gennaio».

Ha ragione Aurelio De Laurentiis a dire che non prenderà più giocatori africani?

«Totalmente. Un club perde calciatori importanti per due mesi, al netto di possibili infortuni».

Anche per i Mondiali in Qatar hanno prevalso interessi economici e politici?

«Tutti sanno che non è giusto giocare un Mondiale che spezza la stagione. La Fifa per statuto dovrebbe tutelare il calcio e i suoi attori, e invece distrugge questo sport, minandone la regolarità. Falsandolo alla radice. Qatar 2022 si farà – è troppo tardi per fermarlo, troppi i miliardi e gli interessi, troppe
le vittime – non lasciamoci però ingannare dalle campagne moralizzatrici, o dai proclami populisti. Questi signori pensano al potere, “il bene del calcio” non è mai una priorità».

Cosa la fa pensare che l’Italia sia fuori per la seconda volta consecutiva?

«L’impresa è stata vincere gli Europei. È giusto che siamo fuori perché non facciamo nulla per migliorare. Il nostro calcio è alla deriva sia dal punto di vista finanziario che tecnico. Ma temo che continueremo a parlarci addosso».

Spietato.

«Prendiamo quelli che hanno vinto gli Europei un anno fa. Lorenzo Insigne e Federico Bernardeschi sono andati a Toronto, Giorgio Chiellini a Los Angeles, Leonardo Bonucci ha la sua età, Gigio Donnarumma è molto criticato, Domenico Berardi non ha avuto offerte, Ciro Immobile non si muove dalla Lazio».

Responsabilità dei club?

«Ognuno pensa ai cavoli propri, nessuno ha un senso generale del sistema. Chi tenta strade nuove prima o poi viene segato. Sono molto scettico».

Ripartiamo dall’ultimo campionato, contano più le idee dei soldi?

«No. Prima dell’ultimo campionato nessuno si era rinforzato, l’Inter aveva perso Hakimi e Lukaku, la Juventus Cristiano Ronaldo, il Napoli aveva trattenuto giocatori da vendere. Poi, certo, il Milan ha fatto meglio».

Lo scudetto l’ha perso l’Inter?

«Certo. E anche il Napoli con i 6 punti ceduti all’Empoli e la sconfitta in casa con la Fiorentina».

Il Milan ha vinto con i giovani, qualche giocatore carismatico e una politica di risparmi.

«Sicuramente è una strada. Però contestualizziamola in una stagione in cui le altre hanno avuto problemi. La Juventus ha perso i 30 gol di Ronaldo. La Roma non aveva fatto un vero mercato. Il Milan ha mostrato motivazione, spirito di gruppo e qualità in giocatori come Leao e Theo Hernandez».

Cosa vuol dire che l’Inter ha ripreso Lukaku e la Juventus Pogba?

«Lukaku è stata una grande opportunità, mai visto un giocatore venduto a 115 milioni e ripreso per 8 più bonus. La Juve può comprare solo se vende. Lo stesso la Roma che ha preso Dybala a parametro zero».

È il risultato delle politiche degli anni scorsi?

«Delle non politiche… Delle spese folli che hanno creato gravi problemi di bilancio, acuiti dalla pandemia».

La Juventus si è indebolita o rafforzata?

«Indebolita sia numericamente che qualitativamente. Per vincere lo scudetto bisogna fare 75-80 gol. Questa Juve può arrivare a 60, attribuendone 25 a Vlahovic. Dybala e Morata in un stagione grigia ne hanno fatti 19. I nuovi Kostic e Di Maria non so quanti ne garantiranno».

Tornerà Federico Chiesa e c’è Kean.

«Chiesa rientrerà a gennaio. Kean è sul mercato».

A centrocampo Locatelli e Zakaria sono stati aggiunti a McKennie, Rabiot, Arthur, poi ha preso Pogba, ma ora serve anche Paredes: il problema non sarà un altro?

«La Juve insegue il momento. Ha preso Vlahovic e Zakaria a gennaio, spendendo gran parte del budget. È vero che c’è stato l’aumento di capitale di 400 milioni, però se fai operazioni come queste non puoi più spendere a giugno. Infatti, ha preso a zero Pogba e Di Maria per innestare qualità, ma forse senza avere un progetto di lungo respiro».

Il Milan più che spendere investe?

«Sì, continua la politica dei giovani perché i suoi dirigenti sanno quello che vogliono in funzione di quello che hanno. Frederic Massara è uno dei migliori direttori sportivi in circolazione. Giovani ne hanno sbagliati pochi: Tonali, Leao, Theo, Kalulu, Tomori… E se non stai nei loro parametri ti mollano, come si è visto con Donnarumma e Kessie».

Kessie dovrebbe giocare nel Barcellona.

«Se supera i problemi di bilancio. Negli ultimi anni il Barcellona ha preso Coutinho, Dembélé, Griezman, Depay spendendo 500 milioni. Messi percepiva 53 milioni netti a stagione. Il Barcellona è tutelato perché si chiama Barcellona, se si chiamasse Real Saragozza sarebbe già fallito».

È giusto che questi club vogliano la Superlega?

«Il principio non è sbagliato, ma è stato presentato male».

Sarebbe una competizione poco democratica?

«Quando in Italia la Juventus vince 9 campionati di fila, in Spagna vincono sempre Real Madrid e Barcellona, in Portogallo Benfica e Porto, in Gran Bretagna Manchester City o Liverpool, in Francia il Paris Saint-Germain cosa c’è di democratico?».

Ai romantici piacciono storie come l’Atalanta.

«All’interno di campionati antidemocratici ci sono società come l’Atalanta, il Sassuolo, il Chievo di una volta. Ma anche la nuova Super-champions si mangerà i campionati. Gli unici furbi sono gli inglesi perché, con poche eccezioni, i loro soldi rimangono in casa».

Ma la Champions la vince il Real Madrid.

«Il Real ha scoperto dopo alcune partenze di avere grandi giocatori come il Benzema de-ronaldizzato e Vinicius. E ha ritrovato un allenatore come Ancelotti che sa gestire queste situazioni. L’anno scorso, dopo che Allegri si è accordato con la Juve invece di andare a Madrid, Carlo si è proposto a Florentino Pérez e ha vinto Liga, Champions e Supercoppa. A volte i progetti nascono in modo curioso».

Perché i tifosi interisti ce l’hanno con lei?

«Perché il mio giornale ha anticipato i problemi economici, puntualmente confermati, di Steven Zhang. Grazie al lavoro di Alessandro Giudice, il nostro analista finanziario, avevamo informazioni dalla Cina. Ma se sfiori una società subito qualcuno ti accusa di volerla destabilizzare. L’abbiamo talmente destabilizzata che poi l’Inter ha vinto il campionato».

Non la contestano per un modo diverso di sottolineare le sconfitte di Inter e Juve?

«Non mi pare di enfatizzare quelle dell’Inter e minimizzare quelle della Juve. Sono identificato come nemico, leggo certi striscioni… I miei giudizi non sono condizionati dall’ammirazione che nutro per alcune persone».

Chi sono?

«Mourinho, Massimiliano Allegri, Carlo Ancelotti, Sinisa Mihajlovic, Gian Piero Gasperini, Maurizio Sarri e naturalmente Roberto Mancini che è un vincente da 40 anni. Diciamo che ho buoni rapporti con parecchi allenatori. Ma se vincono vincono, se perdono perdono».

La favola del Monza?

«Intanto mi fa piacere perché risiedo a Monza. Galliani è sempre avanti, adesso si è inventato l’obbligo d’acquisto condizionato: se ci salviamo il giocatore resta, se no torna a casa. Dopo aver comprato l’impossibile negli anni Ottanta ha capito che i tempi sono cambiati. Difficile che un giocatore straniero accetti l’acquisto condizionato, perciò hanno preso soprattutto italiani».

Dove arriva?

«Galliani dice che l’obiettivo è il decimo posto, ma in cuor suo punta al sesto. Non è uno da traguardi piccoli».

Molti dicono che Mediaset sia filo-interista come la Gazzetta dello Sport e il Corriere della Sera mentre il gruppo Amodei sarebbe filo-juventino come Sky e che per questo il Milan sarebbe sottovalutato.

«Il Corriere dello Sport non è filo-juventino, ma guarda alle piazze di Roma, Lazio e Napoli. Poi essendoci  Stadio siamo attenti anche a Bologna e Fiorentina. Tuttosport è il giornale di Torino. Non è vero che il Milan è poco considerato, il suo scudetto ha fatto la fortuna della Gazzetta. Le vittorie condizionano le vendite. Quando la Roma ha vinto la Conference League abbiamo venduto 40.000 copie solo nel Lazio».

Il più grande allenatore italiano?

«Ancelotti: per quello che ha vinto, per quello che è e per quello che è rimasto. Carletto è la semplificazione  e l’aristocrazia del calcio. L’anno scorso ha battuto Psg, Chelsea, Liverpool e City. Dopo la finale di Parigi gli hanno chiesto come aveva vinto? E lui: “Il portiere ha parato, il centravanti ha segnato”. Un maestro».

Il più grande giocatore italiano?

«Sono baggista da sempre. In Dybala rivedo un po’ di Roberto».

 

La Verità, 13 agosto 2022

 

L’understatement del cronista giova all’evento

Telecronisti e commentatori che stanno sul pezzo e campioni che non se la tirano. Sarà questo il segreto della Champions League trasmessa da Prime video? Del resto, la piattaforma di Jeff Bezos ha acquistato i diritti per «la migliore partita del mercoledì». Dopo Inter-Liverpool e Atletico Madrid-Manchester United nel turno di andata, il primo match di ritorno degli ottavi era tra Real Madrid e Paris Saint-Germain. Due scuole calcistiche e due filosofie societarie a confronto. Le merengues composte da giocatori storici allenati da Carlo Ancelotti, richiamato a Madrid dal patron Florentino Pérez, e la squadra francese infarcita di fuoriclasse, allenata da Mauricio Pochettino, di proprietà dell’imprenditore qatariota Nasser Al-Khelaifi. Curiosamente, in campo, la squadra più blasonata, detentrice di 13 Champions League (comprendendo i trofei della vecchia Coppa dei campioni), era «più umile e più disposta al sacrificio», parole di Massimo Ambrosini, uno che qualche Champions l’ha vinta. Fino al sessantesimo del secondo tempo, le sorti del match e della qualificazione apparivano nettamente segnate in favore del Psg. In certi momenti, la supremazia tecnica della squadra con il trio delle meraviglie Messi-Neymar-Mbappé appariva schiacciante. Eppure, mai dare per morti i campioni nel loro stadio, ribadiva Sandro Piccinini in telecronaca. Anche sotto di un gol (di due nel punteggio comprensivo dell’andata) il tifo madridista continuava a sostenere Modric, Benzema e soci. Nonostante il piano inclinasse in una direzione precisa si aveva la percezione che il finale di partita non fosse ancora scritto. Sarà stata l’esperienza o semplicemente l’umiltà di seguire quello che stava accadendo, Piccinini e Ambrosini, coppia fissa di Prime video, trasmettevano la possibilità che qualcosa sarebbe potuto accadere. È il senso dell’evento, il saper rispettare la complessità del gioco. In materia di telecronache di calcio si assiste spesso a un eccesso di protagonismo dei commentatori. Il repertorio è vario: si va dalle disquisizioni tattiche ai consigli non richiesti agli allenatori fino al gossip con mini-biografie dei giocatori. Intanto le azioni si susseguono, spesso a dispetto del racconto. Nell’ultima mezz’ora la partita si è trasformata come la pelle di un camaleonte, regalando al pubblico la sensazione di aver assistito a un evento raro. Anche Clarence Seedorf, Julio Cesar e Luca Toni, ospiti a bordocampo di Giulia Mizzoni, trasmettevano il senso di un certo stupore. Se non si sa già tutto, spesso ci si diverte di più.

 

La Verità, 11 marzo 2022