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Aboliamo la Vigilanza, residuato dell’era sovietica

Un angolo di Unione sovietica in Italia. Un retaggio della vecchia Urss. Oppure una scheggia di regime putiniano. Ce l’abbiamo oggi nel nostro Paese: è la Commissione di Vigilanza sulla Rai. Denominazione ufficiale: Commissione parlamentare per l’indirizzo generale e la vigilanza dei servizi radiotelevisivi. Emblematico, no? Propaggine di un’epoca che s’immaginava finita con la caduta del Muro di Berlino. Avrebbe dovuto essere asfaltata nel secolo scorso, invece continua a vigilare. Già la stessa esistenza di un organismo composto da politici che sorvegliano l’operato di un’azienda che si occupa d’informazione e intrattenimento è significativa. Se poi aveste assistito a una sua seduta nell’austero Palazzo San Macuto avreste di che sorridere. San Macuto è un palazzo nel cuore della Roma politica, specializzato nell’ospitare commissioni dal fascino sinistro come quella per l’antimafia e quella per la sicurezza della Repubblica, il famigerato Copasir. Seguire un’audizione è un’esperienza memorabile. Come guardare una docufiction brezneviana, uno show distopico, viaggiare con la macchina del tempo. Banchi d’aula in teak, microfoni snodabili, riprese con telecamera fissa. Mentre a livello planetario la comunicazione viaggia sul web e gli esperti studiano come liberarsi dalla cappa degli algoritmi, nel nostro pittoresco Paese sopravvive un posto dove l’amministratore delegato della più importante azienda culturale deve giustificare come un esaminando perché promuove Tizio, rimuove Caio o pensa di affidare un programma a Sempronio. Non a caso è in questa commissione dove la politica ridimensiona, rimonta ed esautora i manager che, puntualmente, a ogni cambio di governo annunciano l’attesa rivoluzione in Rai. Nelle riunioni della Vigilanza a San Macuto sono state affossate la riforma delle newsroom di Luigi Gubitosi, quella della media company di Antonio Campo Dell’Orto e ora sta subendo violenti colpi di maglio il piano editoriale per generi di Carlo Fuortes.

L’audizione del 15 giugno era stata convocata perché l’amministratore delegato «fornisca chiarimenti» a proposito della rimozione di Mario Orfeo dalla direzione dell’area Approfondimenti e del suo ritorno al Tg3, il trasferimento di Antonio Di Bella nella casella degli Approfondimenti e il passaggio di Simona Sala al daytime. C’era poco tempo, ma Fuortes doveva spiegare oltre il domino di nomine, l’ipotesi di vendita della sede di Viale Mazzini ed eventuali decisioni riguardo al Piano editoriale, con particolare riferimento ai talk show. In queste audizioni l’ad siede tra un dirigente Rai che lo accompagna per solidarietà e il presidente della Commissione, che in questa legislatura è Alberto Barachini di Forza Italia. Al termine della comunicazione dell’amministratore convocato, dopo aver dondolato il capo in segno di disapprovazione, sono intervenuti i vari commissari. L’altro giorno gli autori dei niet più inappellabili sono stati Valeria Fedeli e Andrea Romano del Pd e Michele Anzaldi di Italia viva, per l’occasione allineatissimo alle dure critiche dei colleghi vigilanti del suo ex partito.

Il tema che sta davvero a cuore ai commissari dem e pure di Forza Italia sono comunque i talk show. Dopo le polemiche di qualche settimana fa, in coda alla partecipazione remunerata, poi trasformata in gratuita, del professor Alessandro Orsini a Cartabianca di Bianca Berlinguer, sembrava che la questione degli ospiti e dei loro contratti fosse stata archiviata per sempre. Invece no. Non potendo più contestare la decisione di spostare Orfeo al vertice del Tg3, ormai approvata dal Cda, Barachini ha rispolverato la grana esercitando il suo potere di «indirizzo e vigilanza» su come vengono scelti ospiti, esperti e opinionisti e se costoro debbano essere contrattualizzati. L’idea è commissionare un sondaggio a un istituto demoscopico per chiedere lumi ai telespettatori. Non è difficile immaginare che la demagogia avrebbe facile presa: un idraulico o un elettricista che prestino la loro opera hanno diritto alla sacrosanta mercede; un docente universitario che abbia studiato decenni o un giornalista che abbia conquistato autorevolezza in qualche materia e spendano una serata in tv invece di farsi i fatti propri o di andare in un canale concorrente, no.

In un’informazione pubblica che di fatto risponde a un governo di unità nazionale, con tutti e tre i telegiornali appiattiti sulla linea di Palazzo Chigi, i talk show politici – cioè la sola Cartabianca, perché anche Porta a Porta è filogovernativa – sono l’unico spazio che ospita punti di vista dissonanti. Stabilire criteri di approvazione degli ospiti significa espropriare conduttori e autori dell’autonomia produttiva. E puzza di intenzione normalizzatrice. Come si sa, la campagna anti-talk occupa da settimane le testate governative, dal Foglio al Corriere della Sera, quest’ultimo di proprietà dello stesso editore di La7, rete lastricata di programmi concorrenti della Rai. La proposta del sondaggio di Barachini ha trovato l’opposizione di Fdi e 5 stelle e l’approvazione di Pd, Italia viva e Forza Italia.

Personalmente e assai più modestamente propongo un sondaggio sull’abolizione della commissione di Vigilanza, ultimo pezzo di Unione sovietica attivo in Italia. Sarebbe il modo per avviare il riassetto del servizio pubblico, iniziando a sganciarlo dalla politica. Chissà se il Pd, che ha più sedi in Rai che nel resto del Paese (copyright Michele Santoro), lo appoggerebbe.

 

La Verità, 17 giugno 2022

 

I chierici dell’atlantismo danno il pass al dissenso

Il fastidio, il disappunto, l’insofferenza, l’irritazione, la contrarietà: scegliete voi il sostantivo che più vi aggrada, la sostanza non cambia. La postura psicologica, l’atteggiamento mentale e il senso di superiorità con cui i sacerdoti della cultura, intellettuali autorevolissimi, titolari di cattedre accademiche e giornalistiche, analizzano il dibattito in corso sulla guerra in Ucraina è sempre la medesima. Man mano che le posizioni pacifiste conquistano consensi il disappunto dei benpensanti si fa gradualmente più intollerante. Gli esempi virtuosi sono Enrico Mentana, che si onora «di non invitare chi sostiene o giustifica l’invasione russa in Ucraina», e Bruno Vespa, che «ha sempre tenuto la barra dritta», lo elogia Aldo Grasso sul Corriere della Sera. Tutti gli altri conduttori di talk, rimandati al tribunale dell’ortodossia teleatlantica. «C’è chi insegue il prof. Orsini e chi intervista il presidente Zelensky e queste sono differenze sostanziali», rincara il critico televisivo del principale quotidiano nazionale. Dietro la difesa del contraddittorio c’è «un senso di abbandono e di incombente catastrofe», si allarma. Perciò è più che mai urgente «porre un confine tra la libertà di opinione e il circo con le ballerine russe». Cioè, chi dissente non è quasi mai attendibile, è impresentabile, inadatto (unfit) al vero dibattito democratico.

In alcuni casi, come nella campagna che Il Foglio persegue da giorni, l’insofferenza verso gli «altrimenti pensanti», come si chiamavano i dissidenti nell’era dell’Unione sovietica, si carica di moral suasion nei confronti del troppo liberale Urbano Cairo. Suvvia, è così bravo come editore del Corriere della Sera, «che a sfogliarlo ogni mattina si sente di nuovo il profumo della classe dirigente», cosa aspetta a mettere in riga i feudatari di La7 «descamisada»? La strategia della persuasione non disdegna i toni del bullismo verso gli irregolari. Nelle redazioni dei giornali seri, almanacca Giuliano Ferrara, «non esplodono i narcisismi comici di professori della serie B promossi nella serie A della Grande Storia per il loro quarto d’ora di fama». Però, «l’editore dovrebbe riflettere», consiglia il fondatore del Foglio, perché «siccome da nessuna parte spuntano le bischerate putiniane e i negazionismi tipici dei talk show di fattura nazionale italiana», qui è in gioco «la tenuta mentale e morale di un mezzo di comunicazione di larga udienza e influenza». In buona sostanza, se non si fa pulizia di questi impresentabili «anarcosituazionisti», faremo presto a mollare La7 al suo destino di televisione inaffidabile.

È la demonizzazione del dissenso, prosecuzione dell’arte della guerra nel campo dell’informazione. «In termini psicoanalitici si tratta di una proiezione inconscia dell’aggressività degli spettatori», spiega Massimo Recalcati. «È in piccolo quello che accadde con la guerra. Esiste una torbida attrazione umana per lo scontro, la violenza, il conflitto, la lotta a morte, la contrapposizione bellica. L’aspetto preoccupante», prosegue il cattedratico sulla Stampa, «è che sempre più la nostra televisione si presta ad alimentare questa logica primitiva facendo molto spesso scivolare dietro le quinte i contenuti del dibattito». Detto in modo più diretto, la televisione è diventata un territorio per spiriti primordiali e istinti belluini. E tutto in nome dell’audience, qualcosa di riprovevole e deprecabile. Quasi quanto i sondaggi che evidenziano in modo corale la contrarietà degli italiani all’invio di armi in Ucraina. Si manifesti con gli ascolti tv o nei rilevamenti degli istituti di ricerca, l’orientamento dell’opinione pubblica resta un fatto superfluo.

Sospettati d’intelligenza con il nemico, da settimane i conduttori dei talk show sono costretti a giustificare il proprio lavoro e gli editori devono spiegare ad autorità politiche esterne come la commissione di Vigilanza sulla Rai e quella di controllo sui Servizi segreti (Copasir) perché nelle loro televisioni si invitano Tizio o Caio. È inquietante ciò che sta accadendo a #Cartabianca di Bianca Berlinguer dopo che l’idea d’invitare il professor Alessandro Orsini ha scatenato il fuoco di fila di numerosi esponenti di un partito che si chiama democratico. Siamo alla «morte dei talk», scrive in un lungo articolo su The Post International Carlo Freccero: «Oggi si processa il concetto stesso di dissidio e conflittualità».

«Penso che il talk show per l’approfondimento giornalistico per un’azienda che fa servizio pubblico non sia l’ideale», ha scandito l’amministratore della Rai Carlo Fuortes davanti alla Vigilanza. «È un format più adatto all’intrattenimento, ai temi leggeri, non a quelli importanti». Per i temi importanti, gli esperti devono essere approvati da codici deontologici e super-organismi. Difendere il criterio del conflitto delle interpretazioni, per esempio invitare ospiti filorussi e anti-Nato, per Recalcati equivale a «invitare a un dibattito sulla pedofilia un pedofilo praticante», o «sulla Shoah uno storico negazionista». Siamo davvero arrivati a questo? Davvero il pubblico televisivo non ha sufficiente maturità per valutare e pesare le diverse posizioni? L’allarme diffuso durante la pandemia contro la partecipazione ai talk show di no-vax ha impedito all’Italia di essere uno dei Paesi con la più alta percentuale di vaccinati al mondo?

La pax culturale e la tregua del buon senso richiedono l’allineamento dei disturbatori. Accantonata quando bisognava schierarsi con l’Ucraina o con la Russia, improvvisamente rispunta la complessità. I se e i ma riaffiorano per fare la radiografia al dissenso. I custodi dell’atlantismo vogliono distribuire il pass di quello accettabile. Allo scopo, potrebbero creare una nuova commissione da aggiungere a quella di Vigilanza. E chiamarla Sorveglianza ed esclusione. Ovviamente, in nome della democrazia.

 

La Verità, 17 maggio 2022

«Macché spie, il rischio è demonizzare il dissenso»

Non indossando l’elmetto, Corrado Formigli si attira le critiche e le ironie dei media più atlantisti, ma il suo Piazzapulita su La7 è uno dei talk più problematici del panorama televisivo nostrano. Ospita voci diverse e innesta il dibattito in studio con immagini e reportage dal fronte, «40 o 50 minuti ogni puntata», sottolinea: «è il nostro marchio di fabbrica».

Come vanno gli ascolti dall’inizio della guerra?

«Fino a prima dell’invasione dell’Ucraina la nostra media era del 5,7% di share. Dal 24 febbraio a oggi si è assestata sul 6,3%, per noi un risultato eccellente».

Questa crescita ha un motivo preciso?

«Intanto, la mia passione personale per il tema. Fin dai tempi dei programmi di Michele Santoro ho sempre fatto l’inviato di guerra. Per Piazzapulita ho realizzato reportage su Kobane, in Siria, su Falluja e Mosul, in Iraq… Poi, ma non certo in secondo luogo, la passione, l’esperienza e le capacità di Gabriele Micalizzi, Alessio Lasta e Luciana Colluccello sono stati un altro nostro punto di forza. Siamo l’unico talk che propone reportage sul campo».

Però la guerra non si vede moltissimo.

«Non è proprio così, raramente si sono visti tanti cadaveri per le strade e missili schiantarsi sugli edifici. A Kramatorsk un pezzo di missile ha sfiorato la macchina sulla quale viaggiava Luciana Colluccello. È una guerra che si combatte con ordigni lanciati a distanza. Stare in prima linea con la fanteria vorrebbe dire rischiare la vita. Ma il nostro primo problema è un altro».

Quale?

«Evitare le fake news. I canali Telegram mostrano il conflitto girato dai soldati e bisogna sminare la propaganda per far affiorare i fatti. L’esempio dell’immagine della donna con il ventre marchiato da una svastica è significativo. Micalizzi aveva trovato quella foto a Mariupol, perciò si è pensato fosse opera del battaglione Azov. Qualche giorno dopo la stessa immagine è ricomparsa vicino a Kiev, collegata alle torture di Bucha, quindi gli autori potevano essere russi. Alla fine, non sappiamo chi ha commesso quella violenza, ma solo che quella donna è stata uccisa e mutilata».

Come scegliete gli ospiti delle puntate?

«Distinguiamo tra competenza e battaglia delle idee. In tema di diplomazia, di geopolitica o di strategia militare cerchiamo ospiti che abbiano esperienza sul campo. Alberto Negri è uno dei più importanti inviati di guerra degli ultimi 30 anni, il generale Vincenzo Camporini è stato capo di Stato maggiore della Difesa, Riccardo Sessa è stato ambasciatore in Cina e in Iran, per citarne alcuni. Sul piano delle idee, quando Michele Santoro e Paolo Mieli si confrontano esprimono visioni diverse, ma il loro dibattito è utile al telespettatore, oggi senza bussola».

Le capita di pagare qualche ospite?

«La stragrande maggioranza viene a titolo gratuito, altri te li assicuri in esclusiva per un certo tempo. È come un patto di fedeltà che anche il pubblico apprezza. Ma si tratta sempre di cifre modeste, corrisposte in cambio di una competenza e di un tempo che ti danno».

Sono mai stati contestati dal pubblico o da qualche esponente politico?

«La reazione più violenta l’ho registrata riguardo al professor Alessandro Orsini. Il giorno dopo, il mio telefono era intasato da commenti alla sua partecipazione provenienti da alti livelli della politica, della cultura e del mondo universitario. Perché fai parlare Orsini? Non sai chi è? Erano supposizioni ipotetiche, mai circostanziate».

Una volta invitato qualcuno ha mai avuto la sensazione che potesse trattarsi di un agente segreto?

«Macché. Orsini no di certo, lo conosco da diversi anni. Ma secondo lei un agente sotto copertura usa i talk show per fare propaganda? Perché accada ci vorrebbero un conduttore imbecille, un pubblico privo di capacità di discernimento e che gli altri ospiti fossero sotto anestetico».

Qualche telespettatore le ha contestato l’invito a Steve Bannon.

«L’ho trovato surreale. Stiamo parlando dell’ex capo stratega del presidente americano Donald Trump. Io non scelgo tra buoni e cattivi. Se fosse utile a comprendere ciò che c’è nella mente di Vladimir Putin inviterei pure il diavolo».

C’è qualcuno che vorrebbe intervistare e non le è ancora riuscito?

«Dmitrij Peskov, portavoce del Cremlino, ci ha già detto no due volte, mentre ho apprezzato l’intervista che gli ha fatto Christiane Amanpour sulla Cnn. Un altro che sto cercando di invitare è Dmitrij Muratov, premio Nobel per la pace e direttore della Novaja Gazeta, il giornale dove scriveva Anna Politkovskaja».

L’amministratore delegato della Rai Carlo Fuortes ha detto alla commissione di Vigilanza che i talk show non sono più adatti a una corretta informazione: cosa ne pensa?

«Penso che quelli fatti bene lo siano e quelli fatti male non lo siano. Trovo che usare la parola talk show in generale come metro di ogni nequizia sia sbagliato».

Che opinione ha dell’interesse del Copasir e della Vigilanza riguardo ai meccanismi dell’informazione?

«Per conto mio la Vigilanza andrebbe abolita. In tutto l’Occidente è un unicum che una commissione di politici indichi i criteri di fattura di un programma televisivo, di invito degli ospiti e se vadano pagati o meno. La ritengo una realtà di sapore sovietico».

In guerra si demonizza il nemico, nell’informazione si demonizza o ridicolizza il dissenso?

«Il rischio lo vedo molto forte. Non sto dicendo che chi dissente non abbia spazio perché ne ha. Il problema è ciò che avviene dopo: l’attacco concentrico dei soliti politici che guardano troppo la tv anziché fare cose più utili e del plotoncino dei social che si erge a tribunale dei talk. Quando questo attacco viene amplificato dai giornali si crea un clima avvelenato».

Piazzapulita mette di fronte bellicisti e pacifisti: può dire quali si dimostrano più intolleranti verso le posizioni altrui?

«Mi sono stupito quando Nathalie Tocci, direttrice dell’Istituto Affari internazionali, con la quale avevo un accordo di partecipazione a quattro puntate, ha criticato su un giornale il fatto che avessi invitato il professor Carlo Rovelli, un grande intellettuale nonché uno dei maggiori fisici mondiali, su posizioni pacifiste».

Il Foglio ha scritto che Urbano Cairo appare un editore bifronte: governativo e bellicista con il Corriere della Sera, problematico o polifonico con La7. Cosa ne pensa?

«Se un editore è polifonico tanto di cappello, Cairo non ha bisogno che Il Foglio gli insegni il mestiere. L’articolo al quale si riferisce mi descriveva come putiniano dopo una puntata con Roberto Saviano e la figlia di Anna Politkovskaja. È il solito tentativo di etichettare qualcuno come serve a chi scrive. Quell’articolo citava un sondaggio sulla popolarità di Putin all’82% tra gli italiani, mentre si trattava di un rilevamento del suo gradimento presso i russi fatto dal Levada Center, un istituto di ricerche non governativo, di cui ho intervistato il direttore, Denis Volkov. Rifiuto la riduzione in burletta dei talk show. Non capisco perché invitare una sera Santoro è un crimine, ma delle sei puntate in cui ho mostrato la distruzione di Mariupol nessuno ha scritto una riga. Quelli che sostenevano il potere del telecomando e sminuivano la capacità della televisione di orientare i consensi ai tempi di Berlusconi premier oggi fanno esattamente il contrario».

Oltre a riproporre Santoro ha scoperto Orsini e la professoressa Donatella Di Cesare, invitato Bannon, ospitato il direttore di Avvenire, Marco Tarquinio…

«Orsini l’ho lanciato perché ne avevo colto la forza dirompente, ma l’ho lasciato ad altri perché non amo costruire il programma su un solo ospite. Come detto, si citano solo gli ospiti che servono a costruire lo schema senza ricordare gli altri, Paolo Mieli, Mario Calabresi, Stefano Cappellini, Maurizio Molinari, la lista è lunga. Se invito Evgeniy Popov, deputato russo e, insieme con Vladimir Solovev, uno degli anchorman più influenti, mi serve per far capire come funziona la propaganda russa. Non conosco altre vie per capire cosa c’è nella testa di Putin se non parlare con le persone che gli sono vicine. Credo che il pubblico italiano comprenda questa operazione».

Che cosa pensa di #Cartabianca e della pressione cui è sottoposta Bianca Berlinguer?

«Penso che un editore abbia il diritto di cambiare o spostare nel palinsesto un programma sulla base di una sua valutazione. Vale sia nel pubblico che nel privato. Ma se il cambiamento, come mi pare stia avvenendo per #Cartabianca di Bianca Berlinguer, segue l’attacco proveniente da una parte politica, da un esponente del governo, da qualche componente della Vigilanza, a quel punto l’odore di censura è molto forte».

L’ha convinta Enrico Letta che ha intervistato giovedì sera?

«Ho colto la sua posizione gelida nei confronti di Giuseppe Conte, il quale pone un problema di unità della maggioranza. E, in secondo luogo, mi pare abbia iniziato un percorso di riallineamento alla nuova strategia del premier Draghi, meno schiacciata su Washington».

Per tornare alla domanda?

«Credo che Letta colga la nuova posizione più macroniana di Draghi con un certo sollievo perché agevola il rapporto con un pezzo importante della base del partito, contraria all’invio di armi in Ucraina».

Che cosa pensa della conversione atlantica del Pd?

«Credo che si fosse allineato a Draghi anche a scapito del necessario dibattito interno. Ha conquistato nuovi consensi ma spostandosi verso il centro, trascura temi come lo ius soli e i diritti civili che, personalmente, condivido».

Qual è la sua lettura della visita del premier alla Casa Bianca?

«Penso sia un uomo capace di comprendere la posta in gioco. Parla con Emmanuel Macron, Olaf Scholz e Ursula von der Leyen. Credo abbia tentato di far capire che il negoziato è una condizione vitale per la sopravvivenza dell’Europa».

Alcuni osservatori vedono nelle sue mosse l’ambizione alla carica di segretario generale della Nato.

«Secondo me vuole rimanere abbastanza a lungo dov’è».

Si candiderà?

«No. Nel 2023 potrà coagularsi una coalizione di forze e Draghi potrebbe essere candidato a guidarla».

Così la politica continuerà a delegare la guida del Paese?

«Se Giorgia Meloni otterrà una grande maggioranza deciderà il centrodestra, se invece si concretizzerà una situazione più complessa Draghi sarà ancora un’opzione. L’alternativa è tra Meloni e Draghi, non vedo terze possibilità».

 

La Verità, 14 maggio 2022

Il caso Orsini e il regime soft dei migliori

La censura dei migliori. Operata dai migliori. I buoni, quelli che stanno dalla parte giusta della Storia. La vittima è il professor Alessandro Orsini, docente di Sociologia del terrorismo internazionale presso la Luiss (Libera università internazionale di studi sociali). Colpevole di avere posizioni non allineate al pensiero unico atlantico. E per di più colpevole di percepire 2.000 euro a puntata per sei puntate di #Cartabianca alle quali l’aveva invitato Bianca Berlinguer. È un filputiniano, così è stato marchiato, lo si può colpire. Dopo la prima ospitata e la levata di scudi, preventiva ma unanime, dal Pd a Italia viva, la Rai ha stracciato il suo contratto. Il direttore di Rai 3, Franco Di Mare, «d’intesa con l’amministratore delegato della Rai» ha deciso di non dar seguito all’accordo «originato dal programma #Cartabianca che prevedeva un compenso per la presenza del professor Orsini». È la Rai al tempo di Mario Draghi e di Carlo Fuortes. Eccezioni e dissonanze non sono tollerate. Almeno Silvio Berlusconi aveva il coraggio di diramare un editto. Ora si censura con un comunicato, in sordina. Con i modi del regime soft. «Mamma Dem comanda e la Rai ubbidisce», ha twittato Marcello Veneziani. Corradino Mineo ha parlato di maccartismo.

Lo scandalo è doppio. Innanzitutto che Orsini esponga critiche alla Nato e all’Unione europea a proposito della situazione che ha portato all’invasione di Putin dell’Ucraina. E poi che lo faccia essendo retribuito. Da Paola Picierno a Stefano Bonaccini, da Andrea Romano a Michele Anzaldi il senso del ragionamento è questo: se vuole dire le sue opinioni lo faccia gratis. Domanda: per essere pagati, come lo sono tutti gli opinionisti da Mauro Corona ad Andrea Scanzi, da Giampiero Mughini a Beppe Severgnini per citare i primi nomi che vengono, bisogna dire cose gradite al padrone del vapore? Berlinguer ha replicato che se si vuole approfondire il dibattito (i talk non si chiamavano programmi di approfondimento?) il contraddittorio è necessario. Escludere una voce rappresentativa di un’opinione presente nella società italiana lo mortificherebbe. «Serve la più ampia pluralità di idee. Non è forse questa la missione del servizio pubblico?», ha chiesto Berlinguer. Orsini si è detto pronto a partecipare al programma anche gratuitamente. Vedremo se il problema sono gli euro o i contenuti del professore. O magari la Berlinguer stessa, che la Rai draghiana vuole accantonare.

La gran cassa del monopensiero lavora a tempo pieno fin dalla pandemia. E con l’invasione dell’Ucraina ha serrato ancora di più le file. In pochi giorni abbiamo letto la lista di proscrizione di indegni filoputiniani, sorta di scomunica civile, redatta da Gianni Riotta. Abbiamo visto Beppe Severgnini accaldarsi nel dire «che bisogna leggere solo i giornali giusti e guardare solo i programmi giusti». Abbiamo letto Massimo Gramellini randellare tutti coloro che deviano dal sentiero bellico per dire che con costoro non ci può essere alcun dibattito. Abbiamo letto Antonio Polito scrivere scandalizzato che «in ogni talk show ce n’è uno». Sarebbe questo lo scandalo. Invece, mi verrebbe da dire: grazie a Dio. Anche se non condividessi nulla di ciò che questo «uno» sostiene. È un fatto di pluralismo, bandiera ammainata dalla sinistra. Di salute della democrazia, principio che ormai i dem disconoscono. Tutti allineati e coperti, si diceva da militare. E chi sgarra, in punizione. O censurati. Dai migliori.

 

L’autismo dei migliori avvelena ogni dialogo

Siamo diventati un Paese autistico. Cioè, lo siamo da tempo, ma è come se la pandemia da Covid-19 avesse radicalizzato e accelerato una tendenza in atto. Forse era inevitabile. Era inevitabile che l’avvento di un fatto inedito come un’epidemia planetaria portasse a esasperare le differenze, a divaricare le weltanschauung, le diverse visioni del mondo. Da una parte c’è infatti l’ideologia con i suoi derivati, il primo dei quali è il complesso di superiorità strisciante nell’area progressista. Dall’altra c’è il pragmatismo, magari un po’ qualunquista del buon senso. Le conseguenze delle due concezioni sono uno spettacolo quotidiano sotto gli occhi di tutti. Parlando della pandemia, nel primo caso si pontifica a reti e giornali pressoché unificati, sicuri di essere dalla parte giusta della storia. Nel secondo si rischia di amplificare posizioni poco credibili e spesso molto rudimentali. Tuttavia, considerando il fatto che, come si è soliti dire, la scienza procede per approssimazioni e giunge a regole definitive solo dopo infinite prove sul campo, forse sarebbe il caso di non distribuire certezze e imporre comportamenti come fossero dogmi assoluti e incontrovertibili. Lo dico da vaccinato fino alla terza dose.

Questa lunga premessa serve solo per sottolineare che le guerre di religione hanno fatto il loro tempo. Purtroppo, però, spesso accade che l’autismo dei buoni avveleni i pozzi del dibattito, riducendo drasticamente gli spazi del dialogo fin quasi a renderlo impossibile. L’abbiamo visto in modo esemplare l’altra sera quando, mentre stava tentando d’illustrare dei dati, l’ex presidente di Pubblicità Progresso e consigliere Rai, Alberto Contri, è stato costretto ad abbandonare #cartabianca per non sottostare alla gragnuola d’insulti scagliati dal giornalista saltafila Andrea Scanzi. Il tutto con l’approvazione degli altri ospiti (tranne uno) e nonostante il tentativo di Bianca Berlinguer di sedare gli animi. È un copione che si rifrange all’infinito, come l’immagine tra due specchi, nelle strisce d’informazione quotidiana di La7, di cui Otto e mezzo è l’esempio più plastico. La conduttrice, infatti, con i suoi cortigiani abituali, è la campionessa assoluta di questo autismo dei migliori. Quello che mal tollera le voci dissenzienti, le depotenzia nella loro capacità espressiva. Il catalogo è ricco. Nonostante la giornalista-scrittrice si spertichi negli inviti pubblici ad abbassare il grado di testosterone in politica per dare finalmente spazio all’empatia femminile, appena si appropinquano alla sua cattedra Giorgia Meloni o Maria Elena Boschi subiscono un trattamento da posto di polizia venezuelano. Al di là dell’appartenenza di genere, la discriminazione riguarda diffusamente le posizioni di tipo conservatore e si applica ai temi etici, alla giustizia, alla gestione dei flussi migratori oltre che, ovviamente, al Covid. Il problema è che la conduttrice di Otto e mezzo prolifera dentro e fuori la rete di appartenenza dove, non a caso, la tentazione di promuovere «un’informazione meno democratica» è di casa.

Secondo Ernesto Galli della Loggia il peccato è già ampiamente commesso: «Nell’arena pubblica specie radiotelevisiva», ha scritto restando voce solitaria sul Corriere della Sera, «capita quasi sempre, infatti, che il punto di vista culturalmente conservatore sia implicitamente spogliato di qualunque contenuto e dignità ideali, e quindi preliminarmente stigmatizzato come indegno di vera considerazione». Nel dibattito televisivo «la modernità diviene un feticcio da adorare» e a illustrarne le meraviglie, ha proseguito lo storico, viene regolarmente «chiamato il noto scrittore X o il brillante filosofo Y, a obiettare ad esse, invece, un qualche maldestro parlamentare della Lega o di Fdi, al massimo il giornalista di qualche foglio di destra». Regolarmente maltrattato.

Il trampolino di lancio è sempre quello, l’autismo dei buoni. Cioè l’incapacità di mettersi in discussione e di ascoltare visioni diverse. Come definire per esempio il comportamento del Fatto quotidiano in materia di giustizia? La sequela di smentite alle sue tesi giunte dalle sentenze sulla mega tangente Eni o sulla trattativa Stato-mafia sono per caso servite a ridurre il digrignar di denti che attraversa le pagine del quotidiano diretto da Marco Travaglio? Ancor più testardi dei fatti, si prosegue monoliticamente nella medesima direzione.

Dubbi non sono ammessi. Dopo esser stato contestato da larga parte dei movimenti femministi e fermato in Parlamento, ora il disegno di legge Zan contro l’omotransfobia viene riesumato dalla rete Re.a.dy (Rete nazionale delle pubbliche amministrazioni anti discriminazioni) che unisce regioni ed enti locali a guida progressista attraverso «azioni informative e formative» rivolte «a tutta la popolazione» per promuovere iniziative di sostegno dell’agenda Lgbt. In pratica, Re.a.dy opera per affermare un ddl Zan strisciante e mascherato in appoggio alle giornate del Gay Pride, nell’ambito del quale l’associazione stessa è nata. Siccome si è dalla parte del giusto, si procede imperterriti. Lo stesso si può dire per le campagne per la legalizzazione della cannabis e il suicidio assistito promosse in pieno stato d’emergenza. Il quale, evidentemente, ha importanza intermittente. Come ha ben reso il tweet di Gavino Sanna (presidente dell’Associazione consumatori del Piemonte): «Maestà, il popolo ha fame. Dategli bagni inclusivi e linguaggio gender neutral». Ma forse l’esempio più involontariamente comico di autismo dei buoni è la recente intervista concessa da Carmen Consoli al Corriere della Sera. Dopo aver spiegato di aver scelto il padre di suo figlio in un catalogo per la fecondazione assistita praticata in una clinica specializzata a Londra, rispondendo a Walter Veltroni che le chiedeva quale fosse oggi «la virtù che sta sparendo più pericolosamente», la cantante siciliana ha detto: «Empatia. Una notevole diminuzione di empatia, una grande rimonta del narcisismo. Crea sterilità. È tutto usa e getta. Le persone si trattano come se fossero un telefonino». Testuale. L’autismo è inscalfibile e impedisce di pensare a sé stessi in modo critico. Nel caso non ha aiutato a farlo nemmeno l’intervistatore, autore a sua volta anche del pamphlet Odiare l’odio, il cui titolo postula da solo che c’è un odio buono e uno cattivo. E, ovviamente, quello buono è il suo.

Recita il vocabolario Treccani alla voce autismo: «In psichiatria, la perdita del contatto con la realtà e la costruzione di una vita interiore propria, che alla realtà viene anteposta, come condizione propria della schizofrenia e di alcune manifestazioni psiconevrotiche».

Post scriptum Per fortuna esistono piccole, ma significative eccezioni. Esempi di rottura dell’impermeabilità nei confronti del reale e di chi la pensa in modo diverso. Li enumero sinteticamente. La convention di Atreju, dove sono sfilati i leader di tutti i partiti. La decisione di Repubblica di arruolare Luca Ricolfi tra i suoi editorialisti. La revisione dei toni critici di Antonio Socci su papa Francesco. Non è detto che dietro questi esempi ci siano intenzioni romantiche. Di sicuro non ci sono complessi di superiorità.

 

La Verità, 16 dicembre 2021

 

Il gioco di squadra non abita in Viale Mazzini

Stasera è una serata no, per me», ha cominciato a lagnarsi fin dall’anteprima Bianca Berlinguer, martedì scorso. A farle da spala, c’era, come al solito l’«alpinista scrittore» Mauro Corona. Pausa pubblicitaria e imbeccata studiata ad hoc. No, con la «Biancaneve» non si può scalare, non si può finché la neve non è ben assestata. «Lei è assestata, Bianchina?». «Questa sera non sono per niente assestata, tutt’altro!», ha replicato la conduttrice. «Sono molto arrabbiata, ma non posso dirlo ai nostri telespettatori, non sarebbe giusto. Ma troverò il modo di comunicarlo…». Si sussurra di una telefonata di protesta ai piani alti di Viale Mazzini.

Il motivo del lamento è come mai Sigfrido Ranucci, conduttore di Report, abbia scelto di sconfinare su La7 chez Giovanni Floris per difendersi dalle accuse di tenere bordone ai no-vax. Figuriamoci. La questione è grave ma non seria, come sempre in Italia, tanto più nella Rai del servizio pubblico. Detto in due parole: oltre che conduttore di Report, Ranucci è anche vicedirettore di Rai 3. Lunedì sera, all’interno del suo programma, aveva mandato in onda un’inchiesta nella quale si ponevano alcuni interrogativi sull’obbligo della terza dose vaccinale. Apriti cielo: il Comitato di salute pubblica, il mix di politici e opinionisti gauchistes che governa l’infodemia emergenziale, ha gridato allo scandalo, signora mia! Con la sua erre blesa e la sua aria ingannevolmente pacioccona, Ranucci ha dovuto trovare il modo di difendersi. Ho fatto solo del giornalismo, ha detto, dubitando che i detrattori del servizio incriminato l’avessero visto davvero perché, nel dettaglio, era tutt’altro che funzionale alla mentalità no vax.

Il problema per la Rai targata Carlo Fuortes, improvvisamente divenuta nella narrazione mainstream un posto idilliaco, è che queste argomentazioni Ranucci è andato a rappresentarle a DiMartedì (share del 4,8%, un milione scarso di spettatori), programma concorrente di #cartabianca (4,2%, 852.000 spettatori) in onda sulla rete che vicedirige. Bizzarro, no? Dopo aver scoperto che era stato regolarmente autorizzato, ancor più bizzarramente si è scoperto che, invece, non era stato invitato nel salotto di B.B. Ovviamente, Floris non ha perso l’occasione di ospitare il giornalista al centro delle polemiche. Così, ai piani alti di Viale Mazzini, hanno facilmente potuto replicare alla Berlinguer che avrebbe dovuto giocare d’anticipo. Ma si sa, il gioco di squadra non è esattamente il punto di forza della Rai. Per Fuortes e Marinella Soldi c’è ancora parecchio da lavorare.

 

La Verità, 5 novembre 2021

«Questa politica urlata non piacerebbe a Belzebù»

Un altro Giulio Andreotti. Un altro, rispetto al ritratto che ci ha lasciato la vulgata giustizialista di gran parte dei media. Un politico in rapporto con Licio Gelli e Cosa nostra. Un Belzebù che trama nell’ombra. Il Divo Giulio dei salotti e delle terrazze. Dai Diari segreti di Andreotti emerge un tessitore di relazioni, un instancabile mediatore, un interlocutore di Papi, un amico di madre Teresa di Calcutta, uno statista. «Ai miei occhi è così, ma io sono di parte», si giustifica Stefano Andreotti, 68 anni, ex dirigente Siemens, sposato, con un figlio, che, insieme alla sorella Serena, ha curato la pubblicazione per l’editrice Solferino di un decennio (1979-1989) di appunti, lettere, minute, ritagli di giornali, per fortuna raccolti in cartelline con la dicitura «Diario».

Un volume gigantesco di scritti.

«Pensi che è solo una piccola parte. Mio padre ha raccolto una montagna di documenti, già donati all’archivio della Fondazione Sturzo».

Che cosa emerge da questi Diari?

«La quantità di relazioni che coltivava in Italia e nel mondo. Dal 1979, dopo il governo di solidarietà nazionale, al 1989 quando tornò a Palazzo Chigi succedendo a Ciriaco De Mita, Andreotti fu per quattro anni presidente della commissione Esteri della Camera e per sei ministro degli Esteri. Non c’è nazione in cui non avesse rapporti. In ogni situazione nella quale emergeva il bisogno di mediazione lui c’era. Dalle crisi nell’area del Mediterraneo fino ai primi passi nella distensione con l’Urss».

Nella nota dei curatori scrive che I Diari possono aiutare a comprendere meglio la sua figura «depurandola da alcuni luoghi comuni»: quali?

«Diceva che dalle Guerre puniche in poi tutti i mali italiani gli venivano addebitati».

La gobba di Andreotti era la scatola nera della Repubblica.

«Ancor più dopo che è morto. Ora molti giovani non sanno chi è stato, altre persone l’hanno conosciuto in modo diverso. Con mia sorella Serena abbiamo deciso di documentare perché crediamo che leggendo questi Diari senza essere prevenuti si possa vedere come viveva giorno per giorno. Inoltre, per chi la ama, possono essere un buon ripasso di storia».

Quante ore dormiva?

«Quattro, al massimo cinque. Però di pomeriggio si concedeva un quarto d’ora di pennichella».

Dava appuntamenti all’alba, il tempo del diario era la notte?

«La giornata iniziava alle 4 e mezza, 5 del mattino. Alle 6,30 assisteva alla messa e alle 7,30 era nello studio privato. Tutti i giorni, sabato e domenica compresi».

E il diario?

«Scriveva sempre, non c’era un momento topico. Anche le poche sere in cui rimaneva a casa, davanti alla tv scriveva, annotava, chiosava».

La goccia che vi ha fatto decidere per la pubblicazione è stata la ricostruzione circolata della storia delle fotografie di papa Wojtyla in piscina?

«Secondo la versione riportata nella biografia scritta da Massimo Franco mio padre avrebbe ricevuto quelle foto da Gelli con l’invito a non farle pubblicare».

Invece come andò?

«Abbiamo trovato una ricostruzione molto differente. Agosto 1980, mentre era in vacanza a Merano ricevette una telefonata urgente dal segretario di Stato Agostino Casaroli che lo avvisava del fatto che in Germania si parlava di fotografie di Giovanni Paolo II in costume da bagno a Castel Gandolfo. In Italia il settimanale Gente aveva già pubblicato due scatti della piscina, senza il Papa. Era una situazione strana… bisogna ricordare il clima di quegli anni. C’erano le prime proteste dei sindacati a Danzica. La Polonia era sottomessa all’Urss, un Papa straniero che fa il bagno poteva dare scandalo. Mio padre contattò Bruno Tassan Din, direttore generale del gruppo Rizzoli, e il cavalier Edilio Rusconi, proprietario di Gente, per sincerarsi che se fossero entrati in possesso delle fotografie non le avrebbero pubblicate».

E Gelli?

«Non ce n’è traccia. Allora però la Rizzoli era chiacchierata, non si può escludere che Gelli si sia vantato con qualcuno».

Andreotti aveva sempre avuto un filo diretto con la Santa Sede.

«Con Giovanni Battista Montini, che diverrà Paolo VI, avevano condiviso la formazione nella Fuci, di cui mio padre sarà presidente dopo Aldo Moro. Ma i rapporti erano buoni anche prima con Pio XII e Giovanni XXIII. E poi con Giovanni Paolo I».

Proseguendo con Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, mentre morì poco dopo l’elezione di Bergoglio.

«Che conosceva già. Al sabato pomeriggio andava spesso alla messa a san Lorenzo in Verano dove incontrava il cardinal Bergoglio in trasferta a Roma».

Avrebbe amato la spiccata intonazione sociale di Francesco?

«Credo di sì. Non dimentichiamo che l’interclassismo della Dc proviene dalla dottrina sociale. Mio padre era attento al Terzo mondo, s’interessava alla cooperazione. Affiancava le imprese missionarie. Forse non avrebbe sposato appieno la rivoluzione ora in corso nella curia romana, perché è sempre stato uomo di cambiamenti graduali».

Cosa vuol dire che nei dieci anni in cui non è stato primo ministro ha potuto lavorare per la pace «a ogni costo»?

«Veniva da una guerra e la ricordava come una sciagura da evitare in tutti i modi per l’Europa. Non gli interessava il potere in quanto tale. Tant’è vero che rifiutò quando Giovanni Spadolini e Arnaldo Forlani gli offrirono il ministero del Tesoro».

Non è un paradosso il fatto che mentre il mondo era diviso in blocchi la politica fosse soprattutto trattativa?

«Era la caratteristica dell’epoca. Basta vedere anche come è caduto l’Impero sovietico, goccia dopo goccia, con l’apertura realizzata da Gorbaciov. La vicenda dei missili e dello scudo spaziale fu sempre affrontata nell’ottica della distensione».

Proseguendo nel paradosso, oggi che l’ideologia è in crisi la politica è fatta di scontri.

«Una modalità che non approverebbe. Con l’eccezione del periodo della solidarietà nazionale, il Pci era sempre rimasto all’opposizione. Eppure la scelta atlantica fu condivisa da tutti. C’era rispetto umano anche per gli esponenti del Pci e del Psi. Lo si vede in tutti i Diari, aldilà della partita a scopone in aereo quando mio padre, D’Alema, Berlinguer e Pertini andarono ai funerali di Jurij Andropov. Questo non impediva che si facessero sgambetti anche nella Dc, per esempio con Amintore Fanfani, Carlo Donat-Cattin e De Mita…».

L’emergenza sanitaria fa tornare di moda la formula della solidarietà nazionale: la classe politica di oggi è paragonabile a quella di allora?

«No, è molto diverso. Comunque, al di là della qualità dei singoli esponenti, alla base c’era il fatto che le grandi decisioni erano sempre concordate».

Nell’introduzione accenna a «una relazione del tutto particolare con Comunione e liberazione».

«Aveva un grande rapporto con don Luigi Giussani e, finché ce l’ha fatta, il Meeting di Rimini è stato un appuntamento fisso al quale contribuiva anche suggerendo personalità da invitare… Era poi molto amico di don Giacomo Tantardini, il sacerdote responsabile del movimento a Roma al quale rimase sempre grato per l’offerta della direzione di 30Giorni, il periodico punto di riferimento del pensiero e della presenza della Chiesa nel mondo. Mio padre amava il giornalismo. Sull’Europeo teneva la rubrica Blocnotes, ma quando finì sotto processo quella collaborazione fu carinamente interrotta. Così accettò volentieri l’offerta di don Tantardini, buttandosi con passione nel rapporto con i giovani giornalisti di 30Giorni che diresse fino alla fine».

Come reagì quando fu accusato di collusioni con Cosa nostra?

«I primi due anni furono terribili, non riusciva a dormire nemmeno poche ore. Non usciva di casa, si imbottiva di psicofarmaci… Poi finalmente reagì, ritrovando serenità. Cosciente di aver avuto in altre occasioni della vita magari comportamenti da farsi perdonare, ma non certamente nei casi degli addebiti per associazione mafiosa e per la morte del giornalista Mino Pecorelli».

Che giudizio dava della magistratura?

«Essendo uomo delle istituzioni ne ha sempre avuto grande rispetto. In qualche caso si è ricreduto, perché una certa politicizzazione non gli piaceva».

E dei giornalisti? Ogni tanto dissentiva da Indro Montanelli?

«I giornalisti non se li è mai arruffianati, come diciamo a Roma. Con Montanelli c’era un buon rapporto, si vedevano d’estate a Cortina. In un’intervista sul caso Sindona gli aveva suggerito di reagire e precisare. Mio padre acconsentì, ma poi non lo fece, convinto che tutto si sarebbe sistemato. Più complesso era il dialogo con Scalfari».

Doveva correggere certe sue interpretazioni?

«Sì, ma mai in modo brusco».

Come giudicherebbe la politica muscolare di Matteo Salvini?

«Non credo si troverebbe bene in questo clima di assalto tutti contro tutti. Avrebbe disapprovato la tendenza ad attaccare l’avversario piuttosto che a proporre soluzioni».

E i Cinque stelle al governo?

«Non accetterebbe l’improvvisazione. Mio padre aveva il culto della preparazione, non andava da nessuna parte senza prima informarsi, studiare su enciclopedie e annuari…».

Che ironia gli susciterebbe il trasformismo di Conte che in un pomeriggio passa dal guidare un governo di centrodestra a un altro con quattro formazioni di sinistra?

«Nella Prima repubblica ci sono sempre state evoluzioni. Lui stesso nella Dc all’inizio era visto come un esponente della destra, poi del centro, infine dialogante con il Pci. Non credo avrebbe approvato un cambiamento così repentino dalla sera alla mattina come quello visto un anno fa».

Gli sarebbe piaciuta la moda politicamente corretta?

«La mentalità radical chic lo infastidiva molto. La sua natura romana confliggerebbe con le ipocrisie cui assistiamo».

Che cosa vuol dire essere figlio di Giulio Andreotti?

«Noi quattro fratelli abbiamo condotto una vita normalissima, con una madre più presente e un padre affettuoso, attento alla qualità dei rapporti. Essere figlio di un ministro è stato normale perché ci siamo nati. Oggi sono orgoglioso di dare il mio contributo per far conoscere chi è stato davvero Giulio Andreotti. Una persona che è morta nel suo letto con la coscienza a posto».

 

La Verità, 12 settembre 2020

 

«Vorrei Montalbano come leader della sinistra»

Signora Parietti, che cos’ha imparato dall’autoisolamento per coronavirus?

Che la gente peggiora e non migliora. Quando provavo a raccontare quello che mi era capitato dicevano che volevo farmi pubblicità. Tipo: cosa vuole la Parietti, parli del Grande fratello.

Che conclusioni ha tratto?

Che se continuassi a farmi le foto del culo, che peraltro regge, al massimo mi prenderei della vecchia. Mentre parlando del coronavirus mi son presa insulti di tutti i tipi.

Tra l’incavolato e il risentito, Alba Parietti sbotta dalla sua casa di Basiglio, a sud di Milano. Il coronavirus l’ha colpita in forma lieve, si è fatta un’autodiagnosi dopo la febbre, la spossatezza, la perdita dell’olfatto consultandosi con i medici del San Matteo di Pavia. E si è autoisolata per due settimane. Ma gli inviti a non parlare dell’epidemia da Covid-19 ricevuti in qualche talk show non li ha mandati giù. «A qualcuno ha dato fastidio che fossi informata e che, sulla base di quello che sapevo, contestassi anche i virologi».

E che cosa sapeva, signora?

Che le mascherine erano fondamentali, mentre alcuni di loro sostenevano di no. Siccome avevo parlato con persone che vivevano in Cina, sono stata tra le prime a fare la battaglia…

E poi?

Replicavo a chi minimizzava. A metà febbraio un’infermiera di un reparto di infettivologia mi aveva detto che negli ospedali lombardi la situazione stava degenerando.

Le sue opinioni non erano gradite.

No. Anche quando dicevo che bisognava diversificare i provvedimenti. In Lombardia i posti di terapia intensiva stavano finendo, mentre in Veneto il problema non si è posto grazie all’opera efficace del governatore Luca Zaia. Non ci volevano chissà quali studi per vedere queste cose. Il virus colpisce tutti e chiunque ha diritto di esprimersi sulla base di una corretta informazione.

Si temevano le fake news e si voleva privilegiare la competenza scientifica?

Siamo d’accordo, però nemmeno i virologi avevano certezze e si contraddicevano fra loro. Ancora adesso nessuno sa niente di questa malattia. Ma siccome sono una soubrette… Hanno provato a zittirmi, qualcuno ha cercato vendette personali. Lasciamo stare i nomi, preferisco non rinfocolare polemiche.

Secondo lei che cosa è mancato nella gestione dell’emergenza da parte del governo?

Si è trovato in una situazione inedita, non si può dargli addosso.

Sebbene il premier si fosse detto prontissimo.

È mancata una comunicazione reale di quello che stava accadendo in Lombardia. Uno tsunami. Tanti hanno provato e dovuto salvarsi da soli. So di persone rimaste a casa settimane con la febbre a 38, costrette a diagnosi fai da te per l’impossibilità di fare i tamponi. Io stessa l’ho provato… È stato un terremoto, abbiamo scavato con le mani, mentre medici e infermieri tentavano di salvare vite come durante una guerra.

Dopo una prima sottovalutazione si è finito per drammatizzare troppo?

Forse le linee guida adottate in Lombardia non andavano estese al resto d’Italia. La situazione era diversa. Gli italiani vanno messi un po’ alle strette, poi rispondono bene. Adesso per ripartire forse si è fatto un po’ di terrorismo, non sono tutti raffinati psicologi. Se dovessi dare una medaglia la darei a Zaia, un politico che non rispecchia il mio orientamento, ma ha affrontato la situazione con fermezza. Nel suo modo barocco, anche il governatore della Campania Vincenzo De Luca si è fatto capire.

Si sono tenute nella giusta considerazione le esigenze della gente comune?

Spero che chi ha le possibilità rinunci a un po’ di guadagno per mantenere i dipendenti e favorire la ripresa di tutti. Parlo delle grandi aziende e dei grandi marchi, ovviamente. Non degli artigiani e dei piccoli commercianti che non si sa se riusciranno a sopravvivere.

Ha già programmato le vacanze estive?

Non ancora. Ho due case, una in Valle d’Aosta e una a Ibiza. Spero di poterci andare…

Diciamo che è fortunata.

Molto, riconosco i miei privilegi. Nella vita ho potuto guadagnare. Mio figlio, per esempio, non farà vacanze perché non se le può permettere. Come la sua fidanzata, ha consumato parte delle ferie in attesa della cassa integrazione. Questo è tutt’altro che un virus democratico. Come fanno famiglie di 5 persone a mantenere il distanziamento in 60 metri quadri? Il coronavirus ridurrà alla fame persone che già prima erano in difficoltà.

Gli osservatori più attenti prevedono un autunno di rivolte sociali causato dalla povertà.

Non siamo proprio un Paese di rivoluzionari.

Parlavo di rivolte, di proteste.

Dove c’è povertà e disuguaglianza sociale è facile che, per sopravvivere, la popolazione prenda le strade peggiori. In assenza di risposte adeguate possono affermarsi forme di sopruso e sfruttamento, dal lavoro nero al controllo delle mafie che sicuramente non starà a guardare.

Come giudica il contributo del Pd al governo?

Non saprei dare un giudizio tecnico. Né vorrei alimentare polemiche che trovo odiose in questo momento.

Che differenze vede tra Nicola Zingaretti ed Enrico Berlinguer?

Lei vuol farmi parlar male di qualcuno. Zingaretti appartiene alla classe politica attuale che non rispecchia il mio ideale. Il confronto con la generazione di Bettino Craxi e Giorgio Almirante è impari. Per me Berlinguer era un semidio.

Non si metta sulla difensiva.

Sarebbe come fare paragoni tra Madonna e Alba Parietti.

Quindi?

Berlinguer ha attraversato un periodo di grande difficoltà. Ha tentato di fare il compromesso storico… Anche la sua ultima immagine pubblica è quella di una persona che ha portato fino in fondo la sua visione perché mossa dalla passione. Gran parte dei politici di oggi è mossa dall’ambizione. Ma non voglio accusare Zingaretti. Se si candidasse nei panni del commissario Montalbano voterei volentieri suo fratello. Andrea Camilleri era un uomo di sinistra molto credibile. I leader del passato li abbiamo criticati, ma c’era ammirazione. Anche per figure controverse come Giulio Andreotti, magari diabolico ma mai banale.

Da donna che cosa pensa di Giorgia Meloni?

Non approvo nulla del suo pensiero, ma la trovo una tosta. Una dei politici più veri che ci siano in Italia. Non è lì per caso.

Ha condiviso la polemica sulla scarsa rappresentanza femminile nelle task force?

Nulla di nuovo, in questo Paese le donne sono calcolate molto poco. Ma la misoginia è quasi più femminile che maschile. Se una donna riesce a imporsi bisognerebbe gioirne tutte…

Invece?

Tra donne c’è molta solidarietà a parole, ma di fatto… Siamo nate con il pomo della discordia.

Le sembra che le ministre Lucia Azzolina, Elena Bonetti, Teresa Bellanova, Paola Pisano e Nunzia Catalfo si stiano muovendo bene?

Non vedo figure particolarmente significative. Dicendo così mi dimostro anch’io poco solidale con le donne. Ma penso che la Merkel italiana non ce l’abbiamo e forse non siamo nemmeno pronti ad averla.

Il premier Conte invece è molto apprezzato dalle donne.

Sì, ma un pensierino non ce l’ho mai fatto. Sono clemente a causa del momento difficile. Non sono mai stata attratta dagli uomini di potere, perché avrebbero poco tempo da dedicarmi.

Come giudica la sua espressione a proposito degli artisti che «fanno divertire la gente»?

Anche i politici fanno divertire in certi periodi. Basta vedere il programma di Maurizio Crozza. Ancora oggi fatichiamo a pensare che l’arte sia cultura, non parlo della televisione che è intrattenimento grazie al quale tanta gente non si è sentita sola. Parlo del nostro cinema e del nostro teatro che è un errore sottostimare.

Di Matteo Salvini che opinione ha?

È un abilissimo comunicatore. Bravissimo a far leva sui sentimenti di disperazione della gente comune. Molto più della sinistra, che certo non avrebbe potuto usare gli stessi slogan.

La destra è più vicina alla gente comune della sinistra?

No. Siamo tutti povera gente in un momento in cui il mondo sta cambiando. Individuare un nemico è la strategia più facile, ma non è un buon modo per andare avanti insieme. In questo momento il migliore è il Papa.

Lo immaginavo.

Immaginavo che lo immaginava. Papa Bergoglio è una guida, ciò che dovrebbe essere anche un leader politico.

Bergoglio parla delle periferie, la sinistra vince nei centri storici.

Non andare nelle periferie vuol dire lasciare il territorio ad altri. Va nelle periferie chi capisce dove nascono i problemi.

Mi fa un ritratto dei grandi professionisti della tv con cui ha lavorato? Enzo Tortora.

L’ho conosciuto alla fine. Aveva un tormento, ma era imperscrutabilmente signorile.

Angelo Gugliemi.

Il maestro geniale che vede il talento degli altri e non ne ha paura.

Carlo Freccero.

Il mestiere e la follia.

Gianni Boncompagni.

L’enfant gaté, il bambino viziato. Anche lui geniale.

Pippo Baudo.

È Pippo Baudo, non ha aggettivi.

Maurizio Costanzo.

L’eminenza grigia dalle mille sfaccettature, il narcisista intelligente.

Che cosa manca ai dirigenti tv di oggi?

La fantasia e il coraggio di rischiare di non piacere.

Che cosa le manca di Ezio Bosso?

Il tempo di stare insieme che è finito. Il tempo nel quale potevo ascoltarlo e ammirarlo. E dirgli: «Ciao, come stai?».

 

Panorama, 27 maggio 2020

Berlinguer batte Floris, il sovranismo fa ascolti

Il fuoco di sbarramento preventivo è già partito. Matteo Salvini occupa la tv, bisogna mettergli un freno, una museruola, transennare i talk show. Le sardine mediatiche sono già al lavoro, basta vedere Il Fatto quotidiano di oggi, con i titolari dei programmi di approfondimento ad analizzare, spaventati, salvo Paolo Del Debbio e Massimo Giletti, il fenomeno. Il fatto è che il leader leghista porta ascolti, fa lievitare l’audience e, dunque, conduttori e conduttrici sono più che mai interessati a invitarlo. Ieri sera #cartabianca, che aveva ospite il segretario della Lega, ha superato DiMartedì di un punto di share (5.4% contro il 4.5, 200.000 spettatori in più), battuto anche da Fuori dal coro (4.6% e 840.000 spettatori, grazie al geniale ring tra Mario Giordano e Vittorio Sgarbi), da qualche settimana terzo incomodo emergente nella Champions dei talk show del martedì sera. Dicono da La7 che il motivo del sorpasso potrebbe dipendere proprio dalla partita di Champions League, quella vera tra Juventus e Atletico Madrid, trasmessa da Canale 5 e che, siccome il pubblico di La7 è più maschile, eccetera. In realtà, è prevalentemente maschile anche il pubblico di Raitre e la partita di Champions, quella vera, c’è stata tante altre volte senza che si sia verificato alcun sorpasso. Anzi, il successo di Bianca Berlinguer su Giovanni Floris è assai sporadico, 7 volte su 102 da quando si confrontano: due volte nella stagione d’esordio (2016-2017), tre volte due anni fa e una sola lo scorso anno. Più ieri sera.

E allora? Allora è semplice: Berlinguer ha ospitato Matteo Salvini per un’intervista durata più di un’ora. A fare da contraltare, Luca Telese, Mauro Corona collegato da Venezia, e un operaio della Embraco in cassa integrazione a 700 euro, con moglie e due figli a carico, che ha terminato il suo intervento citando il padre della conduttrice, Enrico.

Le partite delle italiane erano ben avviate e quindi era più interessante vedere come se la cavava il «Capitone» (Dagospia) a parlare di femminicidi e a commentare lo studio Istat dal quale, secondo percentuali rilevanti, emerge che le donne molestate o violentate, un po’ se la sono cercata. O come riusciva a giustificare l’uscita spericolata sulla droga che fa male (vero!), a margine della sentenza che ha condannato i carabinieri per la morte di Stefano Cucchi.

Dall’altra parte, sulle casse di legno di Floris c’erano Paolo Mieli e in collegamento Carlo Calenda… Vabbè. Salvini rispondeva alle domande di Berlinguer in tono pacato, nel suo maglioncino a Vu grigio. Parlando della comunicazione del «Capitone», il linguista Massimo Arcangeli ha notato: «Salvini ha portato all’ultimo stadio il linguaggio della politica della Seconda repubblica. Prima erano i cittadini che si immedesimavano nei politici, ora sono i politici che giocano a fare i cittadini comuni. Quando Salvini si mostra in boxer in spiaggia o si fa ritrarre sulla copertina di un settimanale a torso nudo con la cravatta dice agli italiani “sono uno di voi”».

Televisivamente parlando, la morale è che il sovranismo funziona. Ne sanno qualcosa proprio Retequattro e La7. La faccenda è semplice: quando ti sintonizzi su Otto e mezzo e per la decima volta vedi Gianrico Carofiglio, Massimo Giannini e Andrea Scanzi discutere di sardine e di Salvini fascista, il pollice corre al telecomando. E anche se Stasera Italia non ha tra i suoi ospiti Mina e Donald Trump, almeno può vantare un parterre più variegato e colorito. Allargando l’osservazione i dati sono chiari: spalmando Salvini e, a volte, anche Giorgia Meloni nei suoi talk di prima serata, Retequattro sta incrementando gli ascolti (+0.7% in questo autunno rispetto allo stesso periodo del 2018) proprio mentre La7 cala (-0.3%). La rete di proprietà di Urbano Cairo si sta lentamente sclerotizzando su un target troppo stretto, colto, di sinistra, piuttosto avanti negli anni? Qualcuno, però, forse comincia ad accorgersene: stasera Enrico Mentana condurrà, a sorpresa, uno speciale di Bersaglio mobile intitolato «Le tenebre di Bibbiano».

 

La corte di Corona svela una Berlinguer inedita

A Bianca Berlinguer piacerebbe che Mauro Corona regalasse la scultura di una ballerina. La gradirebbe più di una maternità con bambino. La rivelazione è scaturita da uno dei dialoghi borderline che ormai fanno parte del copione di #cartabianca (Rai 3, martedì, ore 21.20, share del 5.80%, in crescita). Il duetto tra l’ex imbronciata direttora del Tg3 con il cognome che profuma austerità e il buon selvaggio – scultore alpinista scrittore sempre in tv – è l’incipit fisso della puntata. La coppia funziona e conviene piazzarla all’inizio per stimolare l’Auditel. Duettano, flirtano, giocano di fioretto con allusioni e ruvide galanterie che svelano il lato femminile di BB che nessuno sospettava. La principessa e il barbaro. La signora di Roma e il montanaro. La giornalista in total black e lo scultore con i bicipiti scoperti che dissemina il suo eloquio di citazioni più o meno precise. Il gioco dei contrasti diventa sinergia. Quanto le abbiamo giovato noi? E quanto le ho giovato io?, si sono rimbalzati a inizio collegamento. Dopo il servizio sulle valli del Veneto colpite dal maltempo Corona annuncia che andrà a prendersi qualche pino cembro per scultura. «Così ne farà qualcuna anche per noi». «Una per lei di sicuro». «Grazie. E che scultura mi farebbe? Voglio espormi…». «Non certo una ballerina». «Oddio, se mi voleva fare una ballerina non è che mi offendevo. Per me andava bene». «Per lei farei una maternità, una mamma col bambino. Poi ci metto san Giuseppe vicino…». «Beh, come la Madonna non mi ci vedo molto…». Scorre un breve filmato dal profilo Facebook in cui lo scultore modella un crocifisso con la motosega. «Noi con la motosega depiliamo le nostre donne senza ferirle, non abbiamo bisogno di corsi e patentini», butta lì Corona in polemica con le normative. Lei procede con la scaletta prestabilita, ma non resiste e chiosa: «Comunque, io con quella motosega non mi farei mai depilare. Non so le donne di là». «Se vuole provare io le garantisco l’immunità». «Solo l’immunità, perché per il resto non si sa come va a finire, potrebbe accadere di tutto». «Quando vengo a Roma porto la motosega». «Ma non speri nella depilazione». Questo è il tenore. Il consiglio dei ministri, l’assoluzione di Virginia Raggi, l’attacco dei grillini ai giornalisti sono incorniciati nel flirt. L’intervista dura quasi un terzo del programma. Quando arriva Maria Elena Boschi che assiste all’uscita di Luigi Di Maio da Palazzo Chigi il meglio c’è già stato. Con Albano Carrisi si parla ancora un po’ di politica, ma di più di vita privata del cantante, tra Romina Power e Loredana Lecciso.

BB ha imparato, BB è cambiata.

 

La Verità, 15 novembre 2018