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«Salvini diavolo col rosario Zingaretti carrozziere»

È la mente politica dell’Istituto Carlo Cattaneo di Bologna. La testa d’uovo che studia i flussi elettorali, le strategie di marketing, le campagne di comunicazione e i programmi dei partiti. Autore di articoli e saggi scientifici, nato a Cesena nel 1982, residente a Roma, Marco Valbruzzi, giocatore di basket mancato e cultore della letteratura di Franz Kafka e del pensiero libero e critico, insegna Scienza politica all’università di Bologna. Il suo ultimo libro, Il vicolo cieco (Il Mulino), analizza gli esiti del voto del 4 marzo 2018.

Professor Valbruzzi, premesso il «silenzio demoscopico», i rilevamenti di cui siete in possesso sono stabili o ballerini?

«Sono ballerini. Negli ultimi giorni, più ci si avvicinava a oggi e più riscontravamo movimenti. Le tendenze consolidate prima del black-out si sono modificate sulla base degli ultimi avvenimenti e di nuove valutazioni».

Quindi siamo in presenza di un cambiamento?

«Non radicale. Ma un movimento c’è».

La percentuale di indecisi e di elettori last minute è maggiore o minore rispetto alle politiche del 2018?

«È più o meno stabile. C’è uno zoccolo duro d’indecisi, all’incirca il 25% dell’elettorato, che fino a un paio di giorni prima del voto resta incerto se votare e su chi votare. L’ultimo giorno, oggi, circa il 15% scioglie le riserve».

Le sottopongo delle immagini dei principali leader nell’ultima fase di campagna elettorale. Le corregga o cancelli se le ritiene errate. Luigi Di Maio: dopo il doping.

«A un certo punto ha cambiato marcia, smettendo d’inseguire il partner di governo e inaugurando una comunicazione autonoma su temi diversi. In quel momento il doping ha iniziato a fare effetto».

Matteo Salvini: il diavolo, probabilmente.

«Il diavolo con il rosario. Negli ultimi giorni ha virato la comunicazione su temi culturali e identitari».

Silvio Berlusconi: lo sprint dell’ultraottantenne.

«Alla fine è tornato a fare quello che sa fare meglio: la campagna elettorale per convincere gli indecisi nascosti nel pubblico televisivo».

Giorgia Meloni: l’outsider scalpitante.

«Condivido. Ha cercato di cambiare l’attuale maggioranza di governo, scalpitando per spostarlo verso il polo autenticamente sovranista».

Nicola Zingaretti: troppe eredità per un uomo medio.

«Zingaretti è il carrozziere dopo il rottamatore. Cerca di mettere insieme i cocci delle eredità sparse della sinistra».

Carlo Calenda: il volto patinato del centrosinistra.

«Il volto che piace alla sinistra piaciona».

È vero che la campagna di Salvini nella fase finale ha subito un appannamento perché, inasprendo i toni, ha compattato l’elettorato abituale invece di rivolgersi a tutti gli italiani?

«Credo che Salvini abbia saturato il suo elettorato attraverso un’overdose di presenza in tv e sui social. Ha saturato il bacino del centrodestra attivando un freno alla crescita».

È quello che in gergo si chiama «effetto winner», un riflusso dovuto alla sovrastima dei sondaggi?

«Possiamo chiamarlo anche così. Ha spinto talmente in alto il limite della comunicazione che in alcuni settori potrebbe aver innescato una reazione di rigetto».

È stato un autogol ostentare il rosario e appellarsi ai santi patroni d’Europa alla manifestazione di Milano?

«Non credo. Credo sia stato un messaggio coerente all’impostazione del nuovo partito: non più Lega nord, ma Lega nazionale con un’impronta fortemente identitaria e sovranista».

Però è stato un gesto che non ne allargava i confini, anzi.

«È stato un gesto rivolto a tutti coloro che sentono minacciata la propria identità e il riferimento ai simboli religiosi. Con quel messaggio si è proposto come garante di questo bacino di elettori».

È stato un errore dire che queste elezioni sono un referendum su di lui?

«Sì, e infatti lo stesso Salvini ha fatto subito marcia indietro, forse ricordandosi dell’errore renziano».

All’inizio si è proposto come il marito della coppia di fatto, poi ha smesso di replicare agli attacchi di Di Maio. Ha funzionato la modalità zen?

«Salvini in modalità zen è poco credibile. Quando replica aggiunge sempre elementi polemici».

In questi giorni in tutti i canali tv si parlava del leader leghista: c’è un’ossessione anti Salvini?

«C’è, ma è lui a determinarla. Salvini non è un dittatore, ma un dettatore. Uno che sa dettare i temi dell’agenda politica, perché assume posizioni nette. Porta all’estremo ogni argomento sia che si tratti dell’identità religiosa, dell’Europa, dei migranti. Questa radicalizzazione crea opposizione per rigetto e contrasto».

È un’ossessione simile a quella contro Berlusconi?

«Berlusconi risultava divisivo grazie alla televisione, Salvini lo è grazie agli strumenti tradizionali come i comizi e postmoderni come i social media. I quali tendono a radicalizzare e banalizzare il linguaggio».

L’aggressività di alcuni conduttori televisivi nei confronti del leader leghista è stata efficace o controproducente?

«Sono regole del gioco imposte dal suo stile di comunicazione. Quando il protagonista tende a radicalizzarsi anche chi interloquisce è indotto a farlo».

Lui è la causa?

«È il motore dell’escalation di radicalità del dibattito pubblico».

Come può influire sull’esito del voto la nuova immagine aggressiva di Di Maio?

«In realtà, non ho visto toni così aggressivi, ma falli di reazione. Tutto sfumerà dopo il 26 maggio, quando gli eccessi fra i due partner rientreranno. Parlando dei 5 stelle, la battaglia è più congeniale al movimentista Alessandro Di Battista che all’istituzionale Di Maio».

A chi ha giovato di più il ring quotidiano tra i due alleati rivali?

«Credo abbia danneggiato entrambi».

Gli elettori si sono stancati del litigio permanente anche se era un gioco delle parti?

«Si sono stancati sia i loro non elettori, sia gli elettori di Lega e M5s che si stavano convincendo di essere se non una cosa unica, almeno degli alleati destinati a governare insieme cinque anni».

Come giudica la scelta del M5s di proporre capilista donne in tutte le circoscrizioni?

«È un’operazione di marketing venduta in modo poco convincente e rapidamente lasciata cadere».

Ha sbagliato Salvini a mettersi capolista in tutte le circoscrizioni, dando l’impressione di un partito ultrapersonale?

«È stato un errore dal punto di vista istituzionale perché sappiamo bene che non siederà nel Parlamento europeo. A livello elettorale è una scelta in linea con la trasformazione impressa al partito, molto più verticale rispetto alla Lega di qualche anno fa. Oggi la Lega è Salvini, scindere l’elemento partitico da quello leaderistico è complicato».

Pd e Forza Italia sono rimasti ai margini per debolezza o per far risaltare la litigiosità degli alleati rivali di governo?

«Credo per debolezza di leadership. Berlusconi è tornato a impegnarsi nelle ultime due settimane. Quanto al Pd è rimasto ai margini per necessità. Zingaretti non è un candidato che domina sul partito, ma lascia spazio al partito; da qui deriva la relativa assenza nella campagna elettorale».

Come va interpretata la mossa di Giorgia Meloni che ha preso le distanze da Forza Italia proponendo la nascita di una maggioranza con la Lega?

«La leader di Fdi cerca di pescare i delusi di Forza Italia, scommettendo su quello che appare un partito a tempo determinato. Vuole attrarre l’elettorato di centrodestra che non si riconosce nell’offerta di Salvini soprattutto nelle zone centro meridionali».

Essendo un voto europeo sono favoriti i partiti d’opinione che caldeggiano un rapporto più stretto con Bruxelles?

«In passato era così, stavolta non credo. I consensi si coaguleranno sui partiti principali e non sui partiti “nanetti”. I contenuti europei restano sullo sfondo. Tutto il dibattito è finalizzato a cambiare il governo nazionale o i suoi equilibri interni, perciò le preferenze si concentreranno sui partiti maggiori».

Giancarlo Giorgetti dice che così non si può andare avanti, Salvini ribadisce che il voto europeo non modificherà gli assetti del governo. C’è una soglia oltre la quale il leader leghista andrà all’incasso?

«Credo che Salvini andrà sicuramente all’incasso se supererà il 30% dei consensi. Questo non significa elezioni anticipate, ma una modifica dei rapporti di forza dentro il governo».

Dunque i ripetuti inviti di Berlusconi a riproporre una maggioranza di centrodestra resteranno delusi?

«Credo di sì. È sicuramente interessante seguire l’evoluzione dei rapporti all’interno del centrodestra, soprattutto se supererà il 45%. In questo caso la proposta di Berlusconi potrebbe risultare allettante. Ma al momento sono più forti le sirene che tengono Salvini attaccato al governo in carica. Non c’è alcuna certezza che andando a elezioni anticipate il centrodestra risulterebbe vincente. Meglio tenersi la certezza presente rispetto all’incertezza futura».

Quanto hanno influito le ultime inchieste giudiziarie sulla campagna elettorale?

«Credo siano state il semaforo rosso alla crescita costante della Lega degli ultimi mesi».

Dunque, un ruolo decisivo.

«Sicuramente importante, insieme al caso Siri e al modo strategico in cui il M5s ha cavalcato le indagini, rispolverando l’anima giustizialista e danneggiando Salvini».

I 5 stelle saranno avvantaggiati dal fatto di essere immuni all’attivismo delle procure?

«A livello locale anche loro sono stati toccati dalle inchieste. Ma il M5s ha sempre la carta del giustizialismo e i candidati coinvolti vengono rapidamente messi alla porta».

Dopo il 4 marzo 2018 si parlò di «voto vendicativo»: si può azzardare un aggettivo anche per quello di oggi?

«Se riteniamo corretta la lettura del voto di un anno fa, quello di oggi potrebbe essere un voto confermativo. Vorrebbe dire che la vendetta è risultata convincente. Se i due partiti vendicatori supereranno la soglia psicologica del 50% a prescindere dai rapporti di forza interni, significa che la coalizione di governo avrà vita almeno fino alla prossima legge di bilancio».

 

La Verità, 26 maggio 2019

«La mia vita scandita dalle telefonate non arrivate»

Quanta vita, Rita dalla Chiesa. L’infanzia e la gioventù in caserma. Il padre ucciso dalla mafia. Il primo matrimonio, troppo precoce. Il secondo, con Fabrizio Frizzi di dieci anni più giovane. Il giornalismo, la televisione, il successo. Una rivelazione, questo Mi salvo da sola (Mondadori), autobiografia dolceamara ma molto vera, rapidamente entrata nella top ten delle vendite. Occhi verdi e capello biondo, la incontro in una pasticceria di Ponte Milvio a Roma.

Che cosa l’ha fatta decidere di mettersi così a nudo rivelando sentimenti tanto personali?

«La testardaggine di una dirigente della Mondadori e una giornata di sole a Torre Canne, un paesino tutto bianco della Puglia dov’ero in vacanza con mia figlia e mio nipote. Ho guardato il mare e le loro teste vicine, ho aperto il computer e ho cominciato a scrivere».

Senza riserve?

«Quasi. Mi sono autocensurata su Fabrizio. È stata una forma di discrezione che non ha tolto nulla al racconto. Sono cose belle, che appartengono a me e lui».

È un libro di telefonate non arrivate. Quella dei carabinieri per la morte di suo padre, quella dei vertici di Mediaset dopo la chiusura di Forum

«C’è anche quella del mio compleanno del 31 agosto. Era sempre mio padre a farmi per primo gli auguri, ma quel giorno no. Era offeso perché avevo mandato mia figlia in vacanza dai nonni materni e non da lui. Le antenne di mamma mi dicevano che Capri era più sicura di Palermo. Poi c’è la non telefonata dei Carabinieri per avvisarmi che era stato ammazzato. L’Arma è la mia seconda famiglia, ma in quel momento comandava un generale che non amava mio padre. La terza telefonata non arrivata è quella dei dirigenti Mediaset quando hanno saputo che stavo andando a La7».

Il giorno dell’uccisione di suo padre nessuno l’avvertì?

«No. Telefonarono il mio ex marito, papà di Giulia, e il mio compagno di allora. Entrambi mi chiesero se ero sola a casa, e lo ero. Più tardi ebbi la conferma dei miei sospetti».

La sua reazione fu una doccia lunga una notte, accucciata a terra, e «l’urlo silenzioso» che porta ancora dentro.

«Non sono mai riuscita a piangere per la morte di mio padre, di mia madre prima, e di Fabrizio poi. Mentre ho pianto per la perdita del marito di mia figlia, guardando mio nipote Lorenzo che adorava suo padre».

Spesso le figlie femmine idealizzano il padre: il suo aveva qualche difetto?

«Tantissimi. Avevo idealizzato il suo rapporto con mia madre. Si erano incontrati quando lui aveva 18 anni e lei 15, avevano superato insieme anche la guerra. Ho fatto un gran casino nella mia vita sentimentale perché cercavo un uomo come mio padre. Ma forse ero io a non essere come mia madre. Troppo ribelle. Probabilmente ero la pedina mancante nel rapporto di coppia. Tranne che con Fabrizio».

Un padre che aveva sconfitto il terrorismo era facile idealizzarlo?

«Io soprattutto lo stimavo. Avevo profonda ammirazione di un uomo con il quale si poteva parlare di tutto e che ti spiegava tutto. Non l’ho idealizzato perché ne riconoscevo certi spigoli del carattere, simile al mio».

Perché di sua madre non riesce a parlare?

«La sua morte è stata uno choc ancora più forte. A 52 anni se n’è andata in mezz’ora. In quell’infarto c’era tutta la preoccupazione per la vita che conduceva mio padre. Era una donna di grande intelligenza e cultura, laureata in lettere e filosofia, ma ha rinunciato a tutto per papà e per noi. Anche la perdita di mio padre è stata un trauma enorme. Ma in qualche modo lui aveva scelto una vita che lo esponeva. Non mi perdono di aver vissuto più a lungo di loro. E di non aver fatto in tempo a regalar loro un grande viaggio».

Mi racconta qualcosa di inedito di Frizzi?

«Non ha mai frequentato i piani alti di Viale Mazzini. Non ha mai avuto santi protettori».

Aveva l’affetto della gente, come si è visto dalle lunghe code alla camera ardente dopo la sua scomparsa.

«La gente lo amava, io lo sapevo perché giravo con lui. Era pieno di generosità verso chiunque. Per condurre serate di beneficenza partiva anche di notte senza prendere mai un euro, a differenza di tanti suoi colleghi. Era buono e in tv si vedeva. Si vedeva che lottava come un leone per dedicare la vittoria sulla malattia alla figlia Stella, tanto desiderata. Ha accettato qualsiasi cura, è tornato a lavorare quasi subito. In tante famiglie c’è qualcuno che lotta…».

Come si è spiegata il divorzio da Mediaset?

«Non me lo sono spiegata, ancora oggi mi fa stare male. Non tanto per Forum, avrei potuto fare altro, quanto per i rapporti con le persone. Quando hanno saputo che mi stavo accordando con Urbano Cairo avrebbero potuto chiamare. Ho lavorato con loro 32 anni. C’eravamo io, Corrado, Mike Bongiorno, Sandra e Raimondo, Maurizio Costanzo. Eravamo una famiglia, si lavorava con, non per. Mi ero esposta anche quando si paventava la chiusura di Rete 4 e quando c’era stata la discesa in campo di Berlusconi».

Com’era il rapporto con lui?

«È sempre stato affettuoso, mi ha anche proposto di entrare in politica. L’anno scorso mi ha chiesto se volevo “tornare a casa?”. Gli sono riconoscente perché ha saputo creare una realtà che ha dato lavoro a tanta gente. Sono sicura che lui non ha condiviso questo distacco. Ma qualcuno lo ha deciso, non so chi. Non credo sia un problema di età. Vedo che tra le conduttrici è la stagione delle signore più che delle signorine».

Ora è meno presente in tv.

«Su Rai 1 partecipo a Italia sì di Marco Liorni con Elena Santarelli e Mauro Coruzzi, Marco ci chiama i tre saggi. E, una volta la settimana, a Storie italiane di Eleonora Daniele. Poi ho un programma a RadioNorba».

Lo si scopre solo quando si scende di essere vissuti dentro un Truman Show?

«Sì, finché ci sei immerso non te ne accorgi. Certo, sapevo di fare aria fritta, di non operare al cuore o di alzarmi alle tre del mattino per fare il pane. Se hai un minimo di lucidità hai presente che è un gioco, e che ti può fare male quando scendi. Oltre ai Carabinieri, le persone per cui ho stima fanno mestieri diversi. Mi sono vergognata di quello che guadagnavo quando ho visto quello che mio padre aveva in tasca quando è stato ucciso».

Vedendo la situazione di Roma si è pentita di aver rifiutato la proposta di Giorgia Meloni di candidarsi a sindaco?

«Anzi, sono contenta di aver declinato. Mio padre una volta mi disse di non fargli fare brutta figura: un conto è un errore in una trasmissione televisiva, un altro nella gestione del bene comune. La politica mi appassiona però, non appartenendo a nessuno schieramento, sarebbe stato difficile essere credibile».

Cosa non le è piaciuto del comportamento di Lilli Gruber con Matteo Salvini?

«L’ho trovata particolarmente aggressiva. A volte vedo aggressività nei confronti di alcune persone e condiscendenza verso altri. A casa mia tratto tutti allo stesso modo. Se ho un ospite non lo devo attaccare perché la pensa in modo diverso. Cerco di essere intellettualmente onesta e provo a capire quello che dice».

C’è un’ossessione generale anti Salvini nei media?

«È la stessa che c’era nei confronti di Berlusconi. C’è la paura che possa vincere, che possa essere più forte di loro. Io vorrei che certi programmi mi lasciassero qualche dubbio. Invece, quando vedo che attaccano qualcuno in modo gratuito, mi scatta immediatamente la difesa della persona aggredita anche se non la penso come lei».

Litiga mai con suo fratello Nando che ha sempre militato a sinistra ed è stato parlamentare del Pd?

«Nando mi riconosce il fatto di essere pura perché non faccio parte di nessun coro. Sui social scrivono che sono di destra, altri che sono di sinistra. Qualcuno dice che mio padre si rivolta nella tomba perché mi batto per le minoranze sessuali. Pazienza, è il prezzo del fatto di non essere allineata».

Domenica andrà a votare?

«Certamente, ma proprio a mio fratello l’altro giorno dicevo che non so per chi. Potrei votare Salvini, ma non mi convincono alcune posizioni. Sono d’accordo con lui sulle Ong e su tante altre cose. E il suo pensiero viene spesso riportato in modo estremo. Ma credo che ognuno abbia il diritto di sperare di vivere meglio. Certo, non a scapito nostro, ma non me la sento di tirare indietro la mano».

Quali sono le altre cose su cui concorda con Salvini?

«L’impegno per la sicurezza delle persone e contro le abitazioni violate. L’abbassamento delle tasse e il tentativo di favorire i piccoli imprenditori strozzati dal fisco».

Che pensiero le suscita l’Italia di oggi?

«Mi suscita un grande punto interrogativo. Vedo tanta stanchezza e preoccupazione nella gente che avrebbe voglia di tirare su la testa. Serve un confronto rispettoso».

Che cosa pensa quando guarda le facce delle persone la sera sull’autobus?

«Guardo spesso le facce dentro gli autobus, immagino le storie, le preoccupazioni. Anche negli aeroporti internazionali, guardo le persone che si abbracciano, magari dopo tanto tempo di lontananza. Abbiamo tutti bisogno di un punto di riferimento, di un posto dove rifugiarci».

Mi salvo da sola è un titolo che contiene il riconoscimento del bisogno di salvezza. Farlo da sola è l’esito di troppe delusioni, una forma di presunzione o cos’altro?

«Né troppe delusioni, né presunzione. Noi donne abbiamo realmente una forza che ci porta a non soccombere, siamo più lottatrici. Sono tra quelle donne che non vogliono pesare sugli altri, che non hanno mai cercato l’uomo giusto per svoltare. Ho sempre fatto da sola, anche a costo di farmi del male».

Dopo tante perdite e tradimenti, cosa impedisce che l’amarezza sia l’ultima parola?

«Probabilmente la speranza: una nuova possibilità è sempre dietro l’angolo. Mio nipote mi vuole fidanzata, mi parla dei nonni dei suoi compagni di scuola… Pure a 90 anni crederò nell’amore. In tutte le sue forme».

 

La Verità, 19 maggio 2019

 

«Dio, Romina e l’Italia: vi racconto la mia vita»

Com’è l’Italia vista da Cellino San Marco?

«Sono due. La prima è quella dell’infanzia e dell’adolescenza fino a 17 anni, quando frequentavo le magistrali prima di andarmene a Milano, dove ho scoperto che l’Italia era una di nome e tante di fatto».

E la seconda?

«È l’Italia di oggi, un Paese in formazione. Sostanzialmente ci sono un Sud e un Nord e, nonostante l’emigrazione, siamo ancora alla ricerca di un equilibrio. Se ne vanno cervelli e manodopera. Quante volte, da ragazzo, sono andato a salutare amici che partivano su treni così pieni che mi fecero venir voglia di partire anch’io».

Nella grande cucina della casa di Al Bano Carrisi, davanti a un tavolone in legno circondato da una panca, il fuoco del camino in pietra riscalda la sera. «Con il fuoco acceso l’inverno è meno inverno», riflette. Dopo un lungo inseguimento, l’artista che ha appena festeggiato i suoi 55 anni di carriera musicale ha accettato di farsi intervistare, ritagliando una serata tra i tanti impegni e andirivieni da Cellino.

Come nasce il nome Albano?

«Durante la guerra, quando combatteva in Albania, mio padre ebbe una licenza per malattia. Arrivato a casa i miei fecero la famosa fuitina, si sposarono e mia madre rimase incinta. Una volta tornato in Albania le scrisse: “Se sarà maschio chiamalo Albano, sarà la nostra fortuna”».

Preveggente.

«Mio padre era un tipo particolare. Il nonno si chiamava Angelo e tutti i figli diedero il suo nome al loro primogenito. Lui no».

Che mestiere facevano i suoi genitori?

«Erano contadini come la maggior parte dei cellinesi. Eravamo in quattro con mio fratello, più il mulo. Molta miseria, un mondo dal quale volevo scappare».

Come le venne l’idea di cantare?

«La ereditai da mia madre che cantava nei campi, benissimo. Anche mio padre cantava. Poi a due passi da qui, a San Pietro Vernotico, viveva Domenico Modugno. Seguivo alla radio le sue orme canore, il suo folk, che rendeva musicali le espressioni degli ambulanti. Come Lu pisci spada. Sentivo la passione per il canto prima ancora di avere coscienza della mia voce. Erano gli altri a incoraggiarmi».

Finché partì per Milano.

«Ero convinto che fosse la meta giusta per me. E non sbagliavo. Mio padre aveva detto che mi avrebbe fatto partire se avessi trovato qualcuno di cui fidarsi che mi avrebbe fatto da guida. C’era un ragazzo delle nostre parti che viveva a Varese. Iniziai lì, ma presto mi spostarono a Milano a dipingere le porte di un palazzo in costruzione. Finii a mangiare pane e ananas per una settimana».

Pane e ananas.

«Esattamente. Il padrone non pagava e con le ultime mille lire in tasca entrai alla Standa. Vicino alle scatolette di carne Simmenthal c’erano delle cose marroni tondeggianti che non avevo mai visto. Pensavo fosse un tipo di carne meno costosa. Ne comprai una piccola scorta e quella settimana andò così. Ma capii la lezione».

Che era?

«Se il problema è la fame, troverò lavoro in un ristorante, lì ci sarà da mangiare… In uno davanti al Duomo cercavano un aiuto cuoco. Non ancora diciottenne, non ero mai entrato in un ristorante. Pensavo: basterà mettere la legna nel fuoco in cucina. “Non è così terùn”, rispose il padrone, “però hai una faccia simpatica e ti prendo lo stesso”. Davo i volantini ai passanti, pulivo la cucina e le sale. La sera mi facevano aiutare a preparare la pizza. Imparai presto».

Poi?

«Ho lavorato anche sei mesi di fila senza riposi, ma stavo bene. Milano era vitale. Mandavo a casa 15.000 lire al mese, lo stipendio era di 25.000, le altre dieci mi servivano per la pensione. Vivevo con le mance».

Quando iniziò a cantare?

«Conobbi il maestro Pino Massara che mi fece fare un provino da Adriano Celentano. Iniziarono i primi concerti. Poi Settevoci con Pippo Baudo e il primo Festival di Sanremo, cose che abbiamo ripercorso nello show di Canale 5».

E i suoi genitori?

«Erano contenti. Nel 1967, l’anno di Nel sole, mandai a mio padre l’assegno del primo contratto con la Emi: 8 milioni».

Suo padre non era debole di cuore.

«Capì che le cose stavano cambiando».

Gli anni Settanta furono un trionfo?

«Mi sposai con Romina. Poi iniziarono le tournée all’estero. Quando ne accettai una in Spagna mi criticarono. Ricordo una telefonata di Gianni Minà: lì c’è la dittatura. Ma io ci lavoravo bene mentre in Italia c’era il terrorismo, si aveva paura a camminare per strada».

Perché la Puglia è terra di artisti? Lei, Celentano che però è nato a Milano, Modugno, Renzo Arbore, Lino Banfi, Diego Abatantuono, Checco Zalone, Michele Placido…

«Il grande Tito Schipa… i Negramaro, Emma. Secondo me ci siamo influenzati l’un l’altro. Il canto e la musica ci pervadono. Poi siamo gente che ama viaggiare e i cantanti di successo partono, girano il mondo, tornano. Ancora oggi faccio 260.000 miglia di aereo l’anno. Lassù è il posto dove mi vengono le idee migliori. Durante le lunghe trasvolate per l’Australia o il Giappone trovo ispirazione. Sarà perché si è più vicini a Dio…».

È superattivo: show in tv, tournée…

«È il mio mestiere. Per fortuna continuano a chiamarmi. Il 2019 è già quasi tutto pieno. Andrò in Romania, Corea del Sud, Russia e ancora in Cina».

Perché ha fatto centro il family show su Canale 5?

«Siamo un gruppo di persone che ha il fuoco dell’arte dentro. Nessuno sbava per il successo a tutti i costi, ma quando abbiamo l’occasione buona la sappiamo cogliere. Cristèl è disinvolta, lavora da tanto con me. Come titolo avevo proposto Tre passi nel sole. Poi sono diventati 55 come gli anni della carriera che volevo festeggiare appoggiandomi sugli amici e gli eventi della mia famiglia».

Aveva voglia di archiviare un periodo di preoccupazioni per la salute?

«Vedo tante persone che fanno le vittime e desiderano solo farsi compatire. Io detesto il piangersi addosso».

Al successo del suo show ha giovato anche il fatto di arrivare dopo il cartoon di Celentano?

«Ho rispetto e gratitudine per Adriano. Nei primi anni a Milano mi ha quasi adottato. Qui, nella masseria, ci sono le vie e le piazze, ne intitolerò una a lui. E un’altra a Modugno».

Nello show si è vista una parte della famiglia. E l’altra?

«La famiglia è sacra dal primo all’ultimo nato. Però Romina non vuole intromissioni nella sua vita artistica e anche Loredana la pensa allo stesso modo. Quindi mi divido nel rispetto delle esigenze dell’una e dell’altra».

Ha parlato di una sorpresa in arrivo, di cosa si tratta?

«Il 20 maggio prossimo (giorno del compleanno di Al Bano ndr) dovrebbe andare in onda un docufilm. Una troupe di Endemol mi segue da mesi, prima nelle tournée all’estero poi anche qui, nella vita di tutti i giorni. Ci saranno i figli di Loredana e lei, se vorrà».

Com’è andato il tour mondiale con Romina?

«Abbiamo avuto successi ovunque. Io divido la mia attività artistica da solista, quando vogliono il solista, e in coppia, quando vogliono la coppia».

Lei vive?

«A Los Angeles, con Romina Jr».

E Loredana Lecciso?

«A Lecce. Tra due caratteri forti è meglio mettere qualche chilometro».

Preferisce i concerti dal vivo o la televisione?

«I concerti, per il contatto con il pubblico. La tv serve per promuoversi, considerato che ti vedono milioni di persone».

Quest’anno niente Sanremo.

«L’ultima volta mi hanno escluso, mentre Di rose di spine era una bellissima canzone. Vorrei tornare nel 2020. Sanremo è importante, è conosciuto all’estero, passa tutto da lì».

Con la sua voce avrebbe potuto cantare di più il blues?

«Ma lo canto. Come canto l’opera. Nel 1968 ebbi grande successo con Il Mattino di Leoncavallo. E grande successo ha avuto un album intitolato Concerto classico con opere di Giuseppe Verdi, Giacomo Puccini, Fryderyk Chopin. Mi piace anche il folk. Nei concerti propongo una varietà di generi».

Ammette che sia difficile immaginare un rapporto solo professionale tra lei e Romina Power?

«Io sono trasparente. Mio padre e mia madre mi hanno innestato l’onestà dentro e la manterrò sempre. La riunione artistica con Romina non l’abbiamo voluta né io né lei, ma un impresario russo. Per la festa dei 70 anni eravamo al Cremlino. C’erano Toto Cutugno, i Ricchi e Poveri, Gianni Morandi, Pupo, i Matia Bazar… L’impresario disse che gli sembrava giusto ci fosse anche Romina. “Se vuoi provarci, provaci”, dissi. Ma ero sicuro che non sarebbe venuta. Invece, accettò, non so grazie a quale argomento».

Anche economico?

«Non me ne sono interessato, lo giuro sui miei figli. I tre concerti erano già sold out. Abbiamo abbassato di un tono le canzoni. Lei avrebbe voluto di due, ma io ho tenuto il punto».

La causa della vostra separazione è la scomparsa di Ylenia?

«Già prima c’era qualche difficoltà. Era inquieta, anche lei non capiva bene perché. La scomparsa di Ylenia ci aveva un po’ riavvicinato. Alla fine ha deciso così».

Le stava stretto il posto?

«Ma no… Mi aveva convinto lei a tornare qui, si era innamorata di queste terre. Qui non c’era niente, né l’elettricità né il telefono. Ho costruito tutto io, con i gruppi elettrogeni. Ho speso tanti soldi, ma quando c’è l’amore tutto diventa favola».

Qualcosa si era rotto?

«Sì, non è stato facile. Mi spiace che non abbia accettato la vita che mi sono fatto dopo. Come fa a non rendersi conto che tutto è derivato dalla sua scelta di cambiar vita!».

Le donne vogliono l’esclusiva.

«Io vorrei ci fosse armonia. Ma rispetto e vado avanti senza paure, sempre con il mio motto».

Che è?

«Voglio essere il problema per i problemi. Ce ne sono sempre di problemi, ma con me trovano filo da torcere…».

Il fuoco continua a emanare calore. Come le parole di Al Bano, che esprimono un’intelligenza profonda e solida, nata dalla terra, provata dalla vita vissuta e dall’attaccamento alle radici. «Vuole che su quelle braci mettiamo a cuocere della carne?». Si alza, apre il frigorifero, estrae la carne, inizia a tagliare, mi vieta di aiutare…

Come si ricomincia a vivere dopo la scomparsa di una figlia? A cosa ci si aggrappa?

«È una tragedia che non risolvi mai del tutto. Io la vivo cristianamente».

Cosa vuol dire?

«Se uno è cristiano sa che anche a Dio hanno ammazzato un figlio. Gliel’hanno messo in croce. Allora ho capito che anche a me poteva succedere di perdere una figlia. In realtà, è stata la prima volta che sono andato contro Dio».

Come?

«Quando hai sempre fatto il tuo dovere di cristiano non riesci a capire… I miei anni Novanta sono stati tragici. Mio padre perse la vista, dissero per un infarto del nervo ottico. Voleva farsi fuori: da uomo iperattivo ora doveva essere aiutato ad andare al bagno. Gli parlavo di Ray Charles e Stevie Wonder, artisti che facevano divertire la gente. Quando iniziò ad ascoltare Radio Maria pian piano si rappacificò. Nel 1994 ci fu la tragedia di Ylenia. Poi Romina se ne andò. Non riuscivo a dormire, avevo le bambine piccole…».

E contestò Dio.

«Ero pieno di rabbia. Protestavo contro il cielo. Ma dentro di me sentivo che stavo sbagliando».

Viene in mente Giobbe.

«La pazienza non mi è mai mancata. Anche adesso, prima di uscire di casa, ogni giorno me ne faccio un bel carico. Le cose nuove che succedono mi sembrano un déjà vu».

Nell’autobiografia del 2006 ha lasciato bianche le due pagine dedicate a Romina e Loredana: lo rifarebbe?

«Lottai con gli editori per mantenerle bianche».

Motivo?

«Era una difesa dal gossip diventato insopportabile. Ho visto tanto squallore. Un telegiornale arrivò ad accusarmi di aver nascosto mia figlia in casa per farmi pubblicità».

Ha cantato davanti a Vladimir Putin.

«Tre volte. Lo farò ancora in agosto a Tokio».

Com’è nato il rapporto con il presidente russo?

«Nel 1986, durante una tournée in Russia, feci 18 concerti a Leningrado e altri 18 a Mosca. In uno di questi era presente anche lui, allora capo del Kgb. Il giorno dopo venne in albergo per complimentarsi. Poi nel 2004 ho cantato al Cremlino per festeggiare il Capodanno. Allo stesso tavolo c’erano Putin e la sua famiglia e Boris Eltsin e famiglia. È stata una grande festa, con i rappresentanti di tutte le religioni, cattolici, ortodossi, copti, musulmani, segno che, quando si vuole, la convivenza pacifica è possibile. Nel novembre scorso, invece, alla festa del centenario del Kgb, tanti cantanti, e anch’io, abbiamo intonato ognuno due canzoni».

Che cosa apprezza di questa persona?

«Dopo Michail Gorbaciov la Russia stava declinando, non c’erano più soldi. Eltsin ha iniziato questo rinascimento e Putin l’ha consolidato».

Le libertà sono tutelate?

«Vedo che si respira. Poi, certo, l’unica perfezione del mondo è l’imperfezione. Qualche nemico ce l’ha anche Putin. Però ha saputo mantenere intatto il corpo sociale della Russia, non permettendo ad altri di invadere i suoi campi».

Mai parlato di politica?

«Mai, è sempre blindato».

Di recente è stato ricevuto al Viminale da Matteo Salvini: una visita solo per affari con la Cina?

«Gli imprenditori cinesi che vendono i miei vini volevano incontrarlo perché avevano notato che il 50% del mercato vinicolo è in mano ai francesi, mentre gli italiani hanno solo il 5%. Volevano sensibilizzare il governo italiano per cambiare questa sproporzione. Ho accettato di fare da mediatore per questo incontro. Pochi giorni dopo il ministro dell’Agricoltura Gian Marco Centinaio è andato in Cina… Penso di aver fatto un buon lavoro in favore dei vini italiani, non necessariamente i miei».

Nella polemica tra Salvini e Claudio Baglioni, poi rientrata, ha preso le parti del ministro dicendo di conoscere la situazione dei migranti per esserlo stato. Che differenza c’è con quelli di oggi?

«Noi scappavamo da un destino che sembrava ineluttabile: la vita dei nostri genitori. Io quella vita non la volevo fare. Una volta sentii mia madre dire che in tutto l’anno si erano spaccati la schiena per 800.000 lire lorde. Si faceva la fame».

E oggi?

«Ci vuole un po’ d’ordine con questa ondata di migranti. Non solo per noi, ma anche per loro. Scappano da una morte sicura per affrontarne un’altra quasi sicura. Chissà che cosa promettono a questi poveri emigranti che attraversano i Balcani, lo stretto di Gibilterra e il Mediterraneo. Vogliono una nuova vita e spesso trovano la morte. L’Europa deve intervenire unita: l’Italia non può farsi carico da sola di questa emergenza. Pensiamo a quello che è successo in Siria. L’Isis tagliava le teste ai civili e nessuno interveniva. Abbiamo lasciato uno spago troppo lungo a quella situazione».

Che cosa le piace di Salvini?

«Mi sembra che stia mantenendo il programma annunciato in campagna elettorale. Ha trasformato la Lega in un partito nazionale. Non ho mai fatto parte di un partito sebbene abbia ricevuto tante proposte. La politica non è il mio forte. Ma dal momento che gli italiani hanno scelto – come in passato con Berlusconi e Renzi – se c’è da fare qualcosa di positivo la faccio. Pur senza appartenere. Quando viaggio e vedo gli exploit di Paesi come la Polonia o la Spagna a confronto con la mia Italia sto male. Tutto questo litigare dalla mattina alla sera non rende merito a una delle più belle terre del mondo. Sapere che Roma era comandata dalla mafia di Salvatore Buzzi e Massimo Carminati è avvilente».

Nuoce o giova a Salvini il fatto che lo vogliano processare per la vicenda della nave Diciotti?

«Sono curioso di vedere quale sarà la reazione degli italiani».

Per chi ha votato alle ultime elezioni?

«Non glielo dirò mai. Voto per i politici che mi sembrano positivi per l’Italia. Abbiamo visto che fine hanno fatto sia la destra che la sinistra».

In passato chi apprezzava?

«Per tanti anni qui a Cellino c’è stato un bravo sindaco comunista, come facevo a non votarlo?».

Se le dico Giulio Andreotti, Bettino Craxi, Silvio Berlusconi?

«Sono stati grandi politici. Però Andreotti fu accusato di connivenze mafiose e trattato come un delinquente. Craxi è morto in esilio. Di Berlusconi avevo grande fiducia, ma è evidente che governare in Italia non è facile. Tutto sommato non glielo hanno lasciato fare».

È stata una delusione?

«La delusione c’è stata… Perché l’Italia è diventata ingovernabile».

Che cos’è la fede per lei?

«È la mia coperta d’inverno, la mia acqua nel deserto. È una certezza cresciuta negli anni. Tanti poteri passati in Italia appartengono solo alla storia. Quello della Chiesa è tuttora vivo e vegeto perché afferma il bene, l’amore, la pace e l’umanità partendo dalla persona di Gesù Cristo e dei santi che lo imitano».

Ha detto di avere ancora molti progetti da realizzare, me ne sveli uno.

«Con la Publispei, insieme a Lino Banfi stiamo preparando una fiction in sei episodi per Rai 1. Poi reciterò il ruolo di uno strano mafioso in Le nostre vacanze romane, una produzione italo-turca».

Che cosa le dà speranza oggi?

«La voglia di vivere con la fede che mi porto addosso. La voglia di affrontare tutto ciò che c’è da affrontare. Con il mio motto… Le piace la carne?».

 

La Verità, 3 febbraio 2019

«Io ex mago dei sondaggi: oggi sono inutili»

Cambiare vita restando nello stesso posto. Resettare il server e ricominciare da capo, rimanendo nel cuore di Milano, a due passi dal Duomo. Non dev’essere stato facile. Un cambio professionale ed esistenziale. Una rivoluzione, anzi, una palingenesi; ma composta e ordinata. Gianni Pilo, «il sondaggista di fiducia». «L’uomo dei numeri». «Il consigliere fidato». «Lo stratega della discesa in campo». «Il mago della statistica» che con la sua Diakron azzeccò sia la vittoria di Silvio Berlusconi nel 1994, che quella successiva di Romano Prodi, nel 1996. Una creatura del primo berlusconismo. Deputato di Forza Italia per due legislature, fino al 2001. Poi più nulla, o quasi. Riflettori spenti. Telefono silente, giornalisti spariti. «Ho preso la mia agendina con 3000 numeri e l’ho buttata. Dovevo cercarmi un nuovo lavoro, in un nuovo ambiente». Oggi Pilo è un signore di 63 anni con bretelle americane e retroaccento sardo, che ha messo tra il presente e la prima vita alcuni gradi di separazione.

È stato difficile ricominciare senza cambiare città o Paese?

«Milano rispetta e aiuta chi lavora: è stato facile far capire che volevo essere dimenticato».

Smettere di occuparsi di politica rimanendo nella capitale del berlusconismo. 

«La passione era forte. Ci sono voluti alcuni anni per smettere di pensare a quel mondo. Tuttavia, rivisto con gli occhi di oggi non è stato così faticoso. Non c’è nulla di più fastidioso di un ex che si sente indispensabile, e io non mi sentivo indispensabile».

A distanza di tempo le sembra meno doloroso?

«Avrei fatto meglio a restare un tecnico che si occupava di politica. Oggi è una figura accettata, ci sono stati Steve Bannon e Gianroberto Casaleggio, tanto per fare dei nomi. Ma ero molto inesperto e quando si “candidiamoci tutti” accettai. Dal 1996 al 2001 siamo stati all’opposizione, un’esperienza dura per chi aveva sognato la rivoluzione liberale. Non ero fatto per la politica politicante».

C’è stato un momento che ha causato il distacco?

«Più che un episodio preciso è stato un lento allontanarsi. Forse la più grande delusione fu il mancato riconoscimento del mio contributo nel successo di Giorgio Guazzaloca a Bologna nel 1999. L’avevo incoraggiato io a candidarsi. Era una grande figura, un gigantesco politico locale che sconfisse per la prima volta la sinistra nella sua roccaforte. Fu un’esperienza esaltante. Mi amareggiò il fatto che non venne riconosciuto il mio ruolo».

Che bilancio ne trasse?

«Pensai che era giusto fermarsi. Cercare posti di sottogoverno come parziale risarcimento o magari cambiare casacca per continuare non fa parte della mia indole. Nel 2001 non ho chiesto di ricandidarmi e nessuno lo ha chiesto a me».

Il successo di Guazzaloca fu la caduta del muro di Bologna. Oggi che sono cadute molte altre città e regioni rosse che cosa pensa?

«Sono stato uno dei primi a vedere le crepe in quel sistema… Ma, senza autocompiacimenti, il punto oggi è capire dove questa crisi porterà. Non è scontato: i vincitori di oggi non devono farsi illusioni».

Lei fu il primo statistico prestato alla politica?

«Non credo che i politici della Prima repubblica non disponessero di dati statistici. Probabilmente i sondaggi restavano nei cassetti dei capi di partito. La mia attività ha avuto una notorietà inaspettata».

Con l’arrivo di Berlusconi e la nascita della Seconda repubblica però ci fu un cambiamento radicale.

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«Il futuro dell’Italia è in un’Europa riformata»

L’appuntamento è in un locale sul lungomare di Gallipoli per la colazione. Sono in ritardo di qualche minuto e al mio sms che lo avverte Rocco Buttiglione risponde con: «Frisch weht der wind, Der heimat zu mein hübsches kind, wo weilest du?». Quando c’incontriamo apprendo che si tratta dell’ouverture del Tristano e Isotta di Richard Wagner riveduta e corretta («Fresco soffia il vento verso la patria; mio caro amico dove te ne stai?»). Insomma, l’approccio mette soggezione. Ma per fortuna Buttiglione, membro dell’Udc e vicepresidente del gruppo misto, è in tenuta estiva e, sebbene voli alto, l’intervista si svolge in italiano.

Professore, Berlusconi e Prodi sono di nuovo in prima linea. Lei si ricandiderà?

«Vedremo. Voglia di riscaldare la sedia non ne ho. Se c’è l’opportunità di fare qualcosa di buono per il Paese non mi tirerò indietro. Nel frattempo ho ripreso contatto con il mio vecchio mondo che non mi ha dimenticato. Ho tenuto una lezione sul pensiero di Karol Wojtyla all’università di Lublino, parlerò alla Görres-Gesellschaft, la più importante associazione filosofica tedesca, andrò in Messico e in Cile. Non mi annoierò».

Che cosa intende per fare qualcosa di buono per il Paese?

«Ricostruire un partito di democrazia cristiana non in senso stretto, ma come lo intendeva il mio amico Helmut Kohl, con un programma che potrebbe interessare Silvio Berlusconi, il pulviscolo delle formazioni di centro e i loro elettori. Che in quest’area ci sono; mancano i leader».

Tanto che si riaffacciano quelli di dieci o quindici anni fa: come lo spiega?

«Con il fatto che quelli che sono venuti dopo sono peggio di quelli che c’erano prima. Allora si guarda con nostalgia al passato, che però non ritorna. Serve aprire la strada a nuovi giovani non raccattati per strada, ma preparati e con valori forti».

Matteo Renzi ha deluso?

«Ha giocato una partita che ho guardato con simpatia. Però l’ha persa».

Definitivamente?

«Il mercato politico è ingombro di leader che hanno avuto una grande idea, hanno perso, ma rimangono in campo. Troppo deboli per rivincere, ma abbastanza forti per ostruire la scena a chi vuole provarci».

Matteo Renzi: «Ha combattuto una battaglia giusta, ma ha perso»

Matteo Renzi: «Ha combattuto una battaglia giusta, ma ha perso»

Si riferisce ai vari D’Alema, Bersani o a chi altro?

«Lei mi vuole morto? Ognuno che catalizzi un minimo di consenso, invece di collaborare alla nascita di nuovi leader, li ostacola».

Chi potrebbe essere il leader del centro da lei ipotizzato?

«Se Berlusconi riuscisse a gestire una selezione dalla quale far emergere personalità per il futuro com’è avvenuto nel Pd con Renzi quand’era sindaco, avrebbe un merito storico».

Destra e sinistra sono categorie del Novecento: con che cosa vengono sostituite?

«Per il momento dalle teorie del complotto. Quando un soggetto politico non capisce immagina che il cattivo stia complottando contro di lui. È già accaduto nell’Ottocento quando i massoni attribuivano il complotto ai gesuiti e i cattolici lo rinfacciavano ai massoni. Ora la Cina e l’India crescono. I nuovi posti di lavoro vengono dall’economia della conoscenza, dalla forza del cervello e non dei muscoli. Quindi, o iniziamo a pagare i salari come i cinesi, oppure dobbiamo ricostruire una scuola nella quale lo studio sia una virtù e la mentalità della raccomandazione e del sussidio statale sia superata. I giovani non possono delegare lo Stato a costruire il loro futuro. Ma possono sperare in condizioni che li aiutino, famiglie forti e gruppi di amici in grado di affrontare le sfide del presente».

Una preoccupazione che non sfiora i nostri politici.

«Nel 1950 gli Stati Uniti detenevano il 50% del potere economico mondiale, oggi ne hanno poco più del 20%. L’Europa, che ne ha un altro 20%, non è abituata a difendere i suoi interessi nel mondo perché ha sempre delegato gli Usa. Se non impara a farlo, il Mediterraneo diventerà una polveriera. Ma noi abbiamo i sovranisti che dicono che l’Europa non serve».

Vuol dire che i sovranisti sono anacronistici?

«Sono come la Repubblica di Siena. Quando nascevano gli Stati nazionali, a Siena decisero di fare la Repubblica indipendente. Finì ovviamente in un bagno di sangue. Machiavelli che diceva che bisognava fare l’Italia rimase inascoltato».

Berlusconi sembra non sposare le teorie sovraniste.

«Berlusconi è uno dei pochi che ragionano, anche se non sempre bene. Capisce che l’Europa è l’unica via. Poi, però, gli servono i voti di Salvini. Io penso che bisognerebbe puntare sui tanti che non votano. La verità è che l’Europa va bene mentre l’Italia sbaglia perché priva di una vera classe dirigente».

Sull’immigrazione è l’Europa che sbaglia.

«Noi non siamo capaci di fare le espulsioni e i rimpatri. Gli altri Paesi non credono che mandiamo profughi veri. Una parte della nostra magistratura ritiene che tutti abbiano diritto di venire in Italia. Per fare le espulsioni servono gli accordi con i Paesi d’origine. I quali devono riprendersi gli immigrati illegali in cambio dell’aiuto a creare posti di lavoro. Per gestire l’immigrazione bisogna fare gli accordi con i Paesi del Nord Africa e con l’Europa. Gli albanesi oggi non sono un problema per l’Italia perché all’epoca Berlusconi fece un buon accordo con l’Albania».

Come prevede andranno le prossime elezioni?

«Spero servano a dare un buon governo all’Italia. E che si riesca a presentare una formazione di centrodestra orientata al Ppe».

Dopo un periodo di quiete è tornato a scrivere sul Papa per il sito Vatican Insider: che cosa l’ha smosso?

«Ritengo sbagliato opporre Giovanni Paolo II a papa Francesco. Penso che se Wojtyla fosse vivo mi direbbe: “Seguite il Papa”».

Marcello Pera ha criticato duramente il magistero di Bergoglio: che cosa pensa degli atei devoti?

«Li guardo con simpatia. Affermano di non credere in Gesù Cristo e nelle verità dogmatiche del cristianesimo, ma ritenendolo l’asse portante della nostra società temono che se crollasse sarebbe un guaio per tutti. Tuttavia, la Chiesa non esiste per difendere l’Occidente e i valori cristiani».

Prendendo del cristianesimo solo l’architettura civile e culturale la costruzione regge ugualmente?

«Forse all’inizio, ma dopo un po’ quei valori ammuffiscono. Inoltre, la fede genera vita anche nel resto del mondo. Oggi l’Occidente si restringe e la Chiesa cresce. Nei mondi emergenti, la Chiesa c’è. Cresce in Asia, in America latina e nell’Africa sotto il Sahara il cristianesimo ha vinto la lotta con l’islam. È giusto che, pur senza abbandonare l’Europa, il Papa non guardi al mondo con occhiali europei».

C’è chi dice che papa Francesco sia teologicamente debole.

«Lo dicevano anche i teologi greci dei papi latini. I quali guardavano il mondo anche con gli occhi dei germanici che si stavano convertendo».

La teologia può diventare una nuova ideologia, una specie di iteologia?

«Di tutto si può fare ideologia, anche delle cose giuste. L’ideologia è lo strumento del potere e contiene il rifiuto di capire la verità dell’altro. Anche l’altro ha un briciolo di verità e io devo riconoscerla».

Che idea si è fatto del ritiro di papa Ratzinger?

«Voleva riformare la curia, ma non ha trovato collaborazione. Ha tenuto una predica di fuoco denunciando gli errori e i vizi nei comportamenti della gerarchia. Si aspettava che il giorno dopo alcuni dessero le dimissioni e si rimettessero alla volontà del Papa per il bene della Chiesa. Non è accaduto, si è dimesso lui per dare l’esempio».

Il papa emerito Benedetto XVI (Franco Origlia/Getty Images)

Il papa emerito Benedetto XVI (Franco Origlia/Getty Images)

È davvero questo il motivo?

«Ha dato una lezione di libertà dal potere. Se il potere è servizio si deve essere anche liberi di rinunciarvi».

Niente pressioni esterne?

«Ratzinger ha un aspetto fisico fragile, ma un carattere di ferro. Lo conosco da 45 anni: non lo vedo cedere a pressioni».

Augusto Del Noce diceva che la sinistra sarebbe diventata un partito radicale di massa: si sta avverando questa profezia?

«È sotto gli occhi di tutti. La sinistra ha rinunciato alla difesa dei poveri e sposato la causa della distruzione della famiglia tradizionale».

La nuova ideologia dominante è un misto di politicamente corretto e nuovi diritti civili?

«È una società che resta sentimentale. E non compie il passaggio dalla ribellione alla riconciliazione perché vive in uno stato di adolescenza infinita. Si convive fino a quarant’anni e lo status di bamboccioni dura fino alla mezza età. Anche il revival dei gruppi musicali è sintomo di questa adolescenza prolungata».

I cattolici devono fare di questo terreno una priorità della loro azione? La filosofia dei valori non negoziabili non è superata?

«La strategia politica imperniata sui valori non negoziabili ha dato l’impressione che i valori negoziabili non contino. Invece sono importantissimi. Quando vado a votare vorrei farlo per una forza che mi garantisca sulla vita e sul matrimonio. Ma vorrei che mi garantisse anche sul fatto che mio figlio troverà un lavoro, che quando sarò vecchio avrò un’adeguata assistenza, che la mia pensione non andrà in fumo. L’idea per cui i cattolici si occupano dei valori non negoziabili e gli altri di quelli negoziabili è perdente».

Che cosa le dà speranza, oggi?

«Le racconto un fatto. Ai funerali di Kohl c’era un’atmosfera di vera commozione, con Jean Claude Junker, la Merkel e Macron che hanno pronunciato parole pesanti. Per l’Italia c’era solo il ministro Alfano. Spero che dopo le elezioni tedesche di fine settembre l’Italia riesca a essere protagonista nel grande progetto di rilancio dell’Europa dei popoli che verrà promosso dalla cancelliera tedesca e dal presidente francese. Molto dipende da Berlusconi e dal centro di cui anch’io faccio parte».

E sul piano personale cosa le dà speranza?

«I miei nipoti. Ogni volta che nasce un bambino la storia del mondo ricomincia da capo».

 

 

La Verità, 5 agosto 2017

 

«Tra i due Matteo il Cav scelga Giovanni (Toti)»

Il giornalista richiamato dalla pensione per creare un sistema di comunicazione integrato e d’avanguardia non si era ancora visto. Invece esiste e lavora insieme a noi. Si chiama Paolo Liguori, ha 68 anni, dirige Tgcom24 e i nuovi media di Mediaset. Come certi poliziotti del cinema americano, ha combattuto parecchie battaglie senza diventare cinico e ora è di nuovo in prima linea. Il suo film potrebbe intitolarsi Ritorno al futuro.

Perché un telespettatore dovrebbe scegliere Tgcom24 anziché le reti all news della concorrenza?

«Non è il telespettatore che sceglie Tgcom24, siamo noi che lo seguiamo ovunque. Il telespettatore statico davanti alla tv ha ceduto il posto a un uomo dinamico, cacciatore di notizie, che continua a informarsi mentre è in metrò o in sala d’attesa dal medico».

È per questo che sei tornato, come in un film?

«Questo è un lavoro, ma anche una passione e un sogno. La passione consiste nel realizzare qualcosa che non esisteva: un sistema integrato tra tutti i media e con un unico marchio. Fino a ieri tv, radio e internet erano considerati alternativi. Invece, sono convergenti».

Il sogno?

«È chiudere il cerchio. Completare una carriera in cui ho lavorato come cronista politico, giornalista d’inchiesta, direttore di settimanali e quotidiani e in tv ho fatto programmi e diretto telegiornali. Sapendo che il nostro è un mestiere, non una professione».

Spiega.

«I professionisti studiano per salvare vite umane o costruire città, il giornalismo è un mestiere che s’impara facendolo. I migliori di noi sono bravi artigiani. L’idea di considerarsi professionisti è il primo equivoco dal quale metto in guardia i ragazzi in università. Poi ce n’è un altro».

Sentiamo.

«Considerarsi intellettuali, mentre siamo osservatori. I migliori sono buoni analisti».

Sei anche responsabile dei New media di Mediaset: formula altisonante.

«Quando, oltre i cinquanta, mi sono messo a studiare il sistema digitale ho scoperto che non riguardava internet, ma conteneva un cambiamento di ritmo dell’intera società. Ma ero isolato. Anche dentro Mediaset si pensava che tv e internet fossero alternativi. Se si parte dal fattore tempo, internet lo toglie alla tv. Ma se si parte dalla persona che lavora, viaggia o va a scuola, il digitale è un modo più potente per seguirla».

Tornando alla domanda iniziale: in cosa Tgcom24 è diverso dalle altre reti all news?

«Noi facciamo informazione a flusso. Che è diversa dall’informazione a rullo, confezionata e ripetuta. Se c’è un avvenimento, tipo l’incendio di Castel Fusano o uno sbarco di migranti, ci fermiamo e approfondiamo. Se ho le immagini, le metto nei social, attivo le dirette su Facebook, attendo i commenti della gente, che riporto in tv. Abbiamo un bacino totale di pubblico di 27 milioni di persone, una platea che la Rai ha per Sanremo o per un match della Nazionale. Gli esperti lo chiamano sistema della convergenza».

Risultato?

«Quest’anno l’incremento di ascolti è stato del 24%. Il canale esplode quando ci sono gli eventi, fino a un milione di spettatori».

Il gruppo degli Uccelli: Liguori detto «Straccio» è il secondo da destra

Gli Uccelli: Liguori detto «Straccio» è il secondo da destra

Ricominciamo da capo. Come «Straccio», appartenente agli Uccelli della facoltà di Architettura di Valle Giulia è diventato un dirigente Mediaset?

«Allo stesso modo in cui Marco Polo imparò il cinese: viaggiando. Durante il viaggio dalla contestazione situazionista all’impegno nella società dello spettacolo mi sono ritrovato nella scena che Guy Debord, Marshall McLuhan e Herbert Marcuse avevano preconizzato negli anni Sessanta. Mi spiace per chi non ha letto quegli autori al momento giusto, scoprirli adesso è come accorgersi del genere femminile da vecchi».

Lotta continua è stata un luogo esistenziale, uno strumento della lotta di classe, un capitolo del passato?

«È stata un capitolo preceduto da quello della contestazione, che ha lasciato il passo ad altri capitoli. Ma quello di Lc non è stato conseguenza di quello degli Uccelli».

Definisci Adriano Sofri.

«Una persona molto intelligente, che ha grande bisogno di affetto ed è capace di darne molto. Anche per leader così il ’68 è riuscito a trasformare la persona da oggetto a soggetto della comunicazione».

È il mandante dell’omicidio del commissario Luigi Calabresi?

«Assolutamente no. È una sciocchezza, voluta e costruita».

Ci sono stati parecchi processi.

«I tanti gradi di giudizio non m’impressionano né per Contrada, né per Bossetti e nemmeno per Sofri. Quando non c’è una storia ricostruita con chiarezza, i processi sono la quantità di chiodi che servono a crocifiggere una persona. Non serve dire che è una storia cominciata duemila anni fa».

Nei processi si verificano prove e testimonianze.

«Sono l’equivalente della scelta del metallo con cui sono costruiti i chiodi».

Dopo un po’ di gavetta sei stato assunto al Giornale a Roma. Un giornale conservatore…

«Era il Giornale di Indro Montanelli».

Indro Montanelli: «Il genio per un giorno»

Indro Montanelli: «Il genio per un giorno»

Come nacque l’inchiesta sui fondi per la ricostruzione dell’Irpinia?

«Montanelli aveva scritto un editoriale su De Mita intitolato Il padrino. De Mita querelò, Montanelli s’infurentì e mi chiamò: “Devi partire per le zone del terremoto, investigare su tutto e dimostrarmi che in quella situazione De Mita si è comportato da padrino”. Finì con una commissione d’inchiesta parlamentare presieduta da Scalfaro che non arrivò a conclusioni certe, anche se conteneva severissime critiche a chi aveva amministrato i fondi del terremoto traendone potere. De Mita era contemporaneamente Presidente del consiglio e segretario della Dc e nella Prima repubblica era proibito».

Chi era Indro Montanelli?

«Il genio per un giorno. Genio del quotidiano, insuperabile a cogliere il fatto principale, scriverlo e descriverlo con una lingua chiara ed efficace, mai vista né prima né dopo».

Ti avvicinasti ai socialisti. Cosa ti piaceva del Psi?

«L’impostazione solidarista e Bettino Craxi. Se non l’avessi conosciuto mi sarei dimenticato del socialismo. Come partito preferivo la Dc».

Definisci Bettino Craxi.

«Un politico un passo avanti rispetto a tutti gli altri. Oggi nessuno ricorda più che D’Alema e Occhetto andarono a parlare con lui perché erano disperati per l’ottusità del loro partito».

Hai diretto Il Sabato, vicino a Comunione e liberazione, dove ci siamo conosciuti.

«Altro capitolo molto importante. Imparai due cose distanti tra loro: la centralità della persona e la grandezza del mondo. Il Sabato fu la mia prima direzione. Da cane sciolto a direttore: ho fatto i conti con il principio di responsabilità».

Lc e Cl invertono le iniziali: avevano qualcosa in comune?

«Erano due mondi in movimento. Al Sabato prevaleva un movimentismo con dei valori, ma senza schemi bloccati».

Definisci don Luigi Giussani.

«Frequentandolo ho capito cos’è il carisma. Montanelli era carismatico come giornalista, Giussani con poche parole ti fulminava».

Don Luigi Giussani: «Con una frase ti fulminava»

Don Luigi Giussani: «Con una frase ti fulminava»

 

Negli anni di Mani pulite hai diretto Il Giorno tenendo una linea garantista. È stato il momento più duro della tua carriera?

«È stato un momento duro, c’erano minacce. Ma lo rifarei. Erano pochi quelli che guardavano Di Pietro negli occhi. Molte di quelle inchieste sono finite nel nulla, le persone venivano incarcerate per farle confessare. C’era qualcosa di bestiale in quel trattamento. Mi colpirono i casi di Franco Nobili, presidente dell’Iri, che aveva nulla a suo carico, e di Clelio Darida, sindaco di Roma. Quella del Giorno fu una bella esperienza. Conclusa quando l’Eni decise di cedere il giornale perché infilata nelle inchieste, per uscire dalle quali fece degli accordi».

Poi sei entrato in Mediaset.

«Ho fatto l’apprendistato nella tv studiando da Mentana, in un ufficio accanto al suo. Poi mi chiamarono per Studio aperto. Ricordo alla riunione di Arcore Gianni Letta ed Emilio Fede concordi con la decisione di Berlusconi di affidarmi quell’incarico. Credo che mai più si siano trovati d’accordo su qualcosa».

Definisci Silvio Berlusconi.

«Un’altra persona di immenso carisma. Berlusconi aveva e ha tuttora un fascino e una vitalità superiori a tutti quelli che ho conosciuto. È unico, lo dico senza piaggeria».

Ha sprecato delle occasioni?

«Quelle che ha avute le ha sfruttate, quelle che non ha usato non lo erano. Ha patito una quantità di odio da vivo che Mussolini ha avuto da morto. Ha costruito tante occasioni dov’erano impensabili, compresa la strada riaperta ora per il centrodestra».

Sei tifoso della Roma, vedi Francesco Totti dirigente?

«Temo farà una fatica enorme, come se io dovessi fare il politico».

Cosa guardi in tv?

«Gli eventi. Credo che alla fine ci sia quasi sempre una manipolazione, magari ben fatta. Mi piacciono gli eventi in diretta, a prescindere dal genere: una partita, il Festival di Sanremo, un attentato. Il giornalismo in diretta è l’unica possibile verità nell’era della post-verità».

Libro della vita?

«La montagna incantata di Thomas Mann. Poi ho letto molto i russi».

Film della vita?

«Forse Il cacciatore di Michael Cimino. O Il padrino».

Berlusconi quale Matteo dovrebbe scegliere?

«Dovrebbe cambiare vangelo e passare a quello secondo Giovanni, più tosto e severo».

Puntare su Giovanni Toti?

«Toti ha vinto tutte le elezioni in Liguria, regione tradizionalmente di sinistra. È uno fedele ma con una sua personalità. Ricorda il Renzi, sindaco di Firenze. Se invece sceglierà un garante esterno a Forza Italia, Maroni o Zaia vanno benissimo».

Chi sono i tuoi amici?

«Ne ho tanti. Ma cito Mauro Crippa, il suo vice Andrea Delogu, e Niccolò Querci, vicepresidente Rti».

Definisci Paolo Liguori.

«Un ragazzo ancora intellettualmente vivace e in movimento».

 

La Verità, 23 luglio 2017

 

«Berlusconi arrivò in elicottero e c’ero solo io»

È un torrido giovedì di luglio e Milano è un ingorgo unico per lo sciopero dei mezzi pubblici. Ma nell’ufficio di Mauro Crippa, direttore generale dell’informazione Mediaset, settimo piano di Cologno Monzese, l’aria è leggera non solo per i climatizzatori. Crippa è reduce dalla presentazione a Montecarlo dei palinsesti autunnali e si aggira scamiciato per le stanze. Eppure, riesce a rimproverarmi per l’abbigliamento: «Bene giacca e camicia, ma le scarpe…». È una gag che dura da quando ci conosciamo, una trentina d’anni, e io finisco per giustificarmi: «Le scarpe giuste sono rimaste nel trolley sbagliato». Però il cazzeggio prosegue: «Adesso dovrei fare un’intervista con Caverzan», dice alla segretaria. «Ma lei tra un quarto d’ora entrerà trafelata per ricordarmi quell’impegno improrogabile». Prima di questa, Crippa non ha mai concesso interviste a quotidiani.

Alla presentazione dei palinsesti autunnali ti sei definito un cronista non affermato, ma un manager realizzato. Cosa intendevi dire?

«Bisogna partire da lontano. Un secolo fa ero stato selezionato da Tony Pinna, vicedirettore di Panorama per andare a fare le news della Rete 4 di Mondadori. Sarebbe nata l’informazione televisiva con dieci anni d’anticipo. Invece, Mondadori vendette Rete 4 e io finii in Ibm, come dire a West Point per fare il militare. La fissazione del giornalista tv però sopravvisse per anni. Sarei stato bravo? Chi lo sa».

Poi cosa accadde?

«Dal palazzo dell’Ibm, che si trovava anch’esso a Segrate, scrutavo con desiderio quasi fisico palazzo Mondadori. Finché un bel giorno, Carlo Sartori, un grande della comunicazione italiana, inopinatamente mi assunse».

Carlo Sartori assunse Crippa in Mondadori

Carlo Sartori chiamò Crippa in Mondadori

Come ti pescò?

«Nessuna raccomandazione, ero andato a intervistarlo per Panorama. Gli piacqui, mi assunse».

Cose che oggi non succedono più.

«Non lo sappiamo davvero. Forse è una generalizzazione. Trovami un ragazzo con una grande passione per il giornalismo e uno come Sartori e magari risuccede. Il punto è: oggi c’è ancora il giornalismo?».

Tu che ne dici?

«Non esistono più le mitiche organizzazioni di un tempo. Oggi si lavora nei siti, nei blog. C’è una polverizzazione delle opportunità professionali, è svanito il valore leggendario di certi posti. Da ragazzo andavo in via Solferino solo per guardare da fuori l’ingresso del Corriere. Sarà successo anche a te…».

Lasciamo perdere. Poi cosa accadde?

«Mi occupavo della comunicazione di Mondadori e collaboravo con Panorama. Ma intanto scoprivo che i tre anni in Ibm erano stati una proficua carcerazione professionale».

In che senso?

«Avevo lavorato con i numeri uno e imparato i segreti della comunicazione aziendale».

Ora siamo dentro il palazzo di Segrate.

«E quando iniziò la guerra per il controllo della casa editrice io scelsi di stare con Silvio Berlusconi».

Perché?

«Perché mi era molto simpatico, mentre il mondo di Carlo De Benedetti mi appariva cupo, serioso ed elitario».

La «guerra di Segrate»: anni di conflitti che hanno infiammato il Paese fino a ieri. E forse non ancora sopiti.

«Un giorno ero nel mio ufficio quando sentii il rumore di un elicottero. Era Berlusconi. Spronato da una collega andai alla reception per accoglierlo: ero l’unico a dargli il benvenuto. In quello che allora era il tempio di un certo pensiero radical chic il Cavaliere era vissuto come un usurpatore. La Mondadori era in mezzo al guado, né berlusconiana né debenedettiana. Forse quella stretta di mano segnò la mia vita professionale».

Ci fu il famoso lodo. Berlusconi conquistò i libri e i periodici e tu rimanesti a Segrate.

«Di lì a poco conobbi un vero padre professionale, Fedele Confalonieri. Nel suo caso “padre” non è una parola esagerata. Fu lui a portarmi in Fininvest e, accanto a lui, fui tra quelli che crearono la moderna Mediaset. Nel frattempo, io sono invecchiato, lui no».

Fedele Confalonieri, presidente di Mediaset

Fedele Confalonieri, presidente di Mediaset

Parliamo di quasi trent’anni. C’è un aneddoto che rivela l’indole di questo «padre»?

«Una lezione, più che un aneddoto. Ricordo quando passò un pomeriggio a litigare fino alle urla durante un’intervista con Ezio Mauro e Curzio Maltese. Non si fanno compromessi quando in ballo c’è un amico. Silvio Berlusconi per Confalonieri era ed è intoccabile. Tutto il resto discende da questo».

All’epoca della discesa in campo da che parte stavi? Confalonieri era contrario, Marcello Dell’Utri favorevole, Gianni Letta perplesso…

«Il mio ruolo era ben più che secondario».

Però avevi un angolo di osservazione particolare.

«Stavo dalla parte delle aziende. Per noi era una complicazione. E anche una perdita. Mi è dispiaciuto non aver più avuto la possibilità di lavorare con Berlusconi».

Che cosa ricordi di quella fase preparatoria? Ci fu un episodio di svolta?

«Ricordo l’intervento a una convention a Santa Margherita Ligure di un cervello molto fine. Paolo Del Debbio teorizzò che i valori liberali dell’impresa potevano avere rilevanza nella vita politica. Cioè, l’imprenditore si stava naturalmente e quasi fisiologicamente trasformando in un politico».

Qual è il tuo bilancio dell’esperienza politica del Cavaliere?

«Ha cambiato l’Italia in meglio. Chi non lo ammette ha uno spirito povero».

La grande rivoluzione liberale non è rimasta un po’ incompiuta?

«Forse sì. Ma la mentalità degli italiani si è fatta più moderna grazie al Cavaliere. Prima con la tv commerciale, poi con la politica».

Come hai vissuto il periodo delle cosiddette «cene eleganti»?

«Sono solo fatti suoi».

Per caso ti è capitato di vedere la serie di Sky ambientata all’epoca di Mani pulite e della discesa in campo? Che giudizio ne hai?

«Hanno evitato i luoghi comuni di Repubblica e del Fatto quotidiano. Bravi».

Nel 2007 si scrisse dell’esistenza di un famigerato Gruppo Delta, una ragnatela trasversale che, attraverso te e l’allora direttore generale della Rai Mauro Masi, brigava per orientare l’informazione televisiva in favore di Berlusconi.

«Era un’idea di Repubblica che evidentemente mi sopravvalutava. Dietrologie giornalistiche: non c’è stata alcuna rete di gestione dei media».

Quindi, non sei lo squalo di Mediaset?

«Macché squalo».

Che voto daresti alla vostra informazione?

«Per tempestività, nove. Per autorevolezza, otto. Per modernità, dieci».

Com’è finita la storia con Emilio Fede che usava foto hot come arma di ricatto?

«Con una sentenza di condanna a suo carico. Sarei ipocrita se dicessi che mi dispiace. Però, certo, che tanti decenni di giornalismo finiscano così, è triste».

Emilio Fede, condannato a 2 anni e 3 mesi per tentata estorsione

Emilio Fede, condannato a 2 anni e 3 mesi per tentata estorsione

Com’è la tua giornata?

«Interessa?».

Sei pur sempre un manager realizzato, per usare le tue parole, che dirige un certo numero di testate e di programmi tv che parlano a decine di milioni di italiani…

«La mia giornata inizia prima di addormentarsi, con la consultazione di siti e testate. Poi ricomincia la mattina dopo con la lettura dei giornali. Telefono al mio vice, Andrea Delogu, senza il quale tutta la macchina non parte. Vedo i collaboratori e cerco di capire ogni giorno se stiamo facendo la cosa giusta o commettendo peccati di omissione e superficialità».

Che tipo di capo sei?

«Ascolto tutti, sono molto condizionabile dalle persone intelligenti e di talento. Non sono geloso della loro bravura, cerco di utilizzarla. D’altro canto, quando hai a che fare con alcuni grandi del giornalismo non puoi metterti a gareggiare con loro: rischi di perdere troppo spesso».

Grandi del giornalismo?

«Certo. Prendi uno come Paolo Liguori: ci vogliono due palle così per essere garantisti ai tempi di Mani pulite come lui fu da direttore del Giorno. E Clemente Mimun? Uno che ha diretto con successo tutto quello che si poteva dirigere. Mario Giordano invece è uno affilato come un coltello che ha fiutato per primo l’incazzatura degli italiani per una certa politica».

Nella carta stampata, invece, chi ti piace?

«In questo momento non perdo un Buongiorno di Mattia Feltri».

E tra i meno giovani, dell’era pre internet?

«Leggete Il provinciale di Giorgio Bocca e qualche pagina di Gianni Brera, mettetegli accanto un po’ di Indro Montanelli, di Vittorio Feltri e di Mario Cervi e avrete il mix del meglio del giornalismo italiano».

Narrativa o saggistica?

«Fino a qualche tempo fa Lansdale e Winslow. Adesso leggo più saggistica, tipo La guerra civile americana».

È il tuo libro da comodino?

«In verità, senza darmi delle arie, adesso è Vita e destino di Grossman».

Hobby preferito?

«Ascolto musica, tutta: dai Coldplay a Bach. Ma in genere mi annoio molto quando non lavoro».

Un programma che vorresti fare?

«Qualcosa in cui uno come Gerry Scotti ci faccia vedere gli Uffizi di Firenze con i suoi occhi».

C’è già Alberto Angela.

«Ma Angela è un divulgatore. A lui farei presentare uno spettacolo musicale».

Un programma che non sei riuscito a fare?

«Radio belva con Vittorio Sgarbi e Giuseppe Cruciani insieme. Si è sfiorata la rissa in studio ed eravamo in diretta. Colpa mia: avrei dovuto registrarlo. Forse oggi sarebbe ancora in onda».

Il programma che invidi alla concorrenza?

«Report. In casa nostra abbiamo le capacità e i talenti per farlo, forse ci dovremmo lavorare. Poi, quando vedo certi servizi dei nostri inviati sul campo, mi dico che basterebbe montarli insieme e metterci una sigla per avere un grande programma».

A volte sembra che la vostra informazione sia un filo smussata, rassicurante. Forse Le Iene sono i reporter più acuminati.

«A me piacciono molto Le Iene, sono giornalisti senza tessera».

Com’è lavorare con il figlio del Cavaliere?

«Definirlo geneticamente mi sembra riduttivo. Piersilvio è un leader. Sta spingendo molto per farci produrre sempre più contenuti italiani».

La tua vacanza ideale?

«Al mare con gli amici».

Che sono?

«Giovanni Toti, Paolo Liguori, Marco Pogliani e pochi altri».

Chi o che cosa ti dà speranza, oggi?

«Ha quattro anni e si chiama Marco. È mio figlio».

La Verità, 9 luglio 2017

«Salvini o Renzi? Meglio il doppio forno»

«Certo, siamo contenti di come sono andate le amministrative. Ha visto Toti? È uno dei nostri, è uscito da Mediaset, ha lavorato bene». Fedele Confalonieri è di buonumore. Tra qualche minuto inizierà la presentazione di Storie in divisa, la nuova docuserie targata Mediaset, da martedì prossimo in onda su Canale 5. E le alte cariche non sono ancora arrivate.

Quindi la formula Toti e l’alleanza con la Lega la convince.

«È stato un buon risultato, non le pare?».

Certo, tanto più che Genova e la Liguria hanno una tradizione di sinistra…

«Invece, se si lavora bene… Niente è scontato. Adesso bisogna pensarci».

Pensare a Salvini?

«Lavorare con lui non è facile».

Lei preferisce l’alleanza con Renzi?

«Alleanza… Meglio parlare di accordo. Un accordo finalizzato alla legge elettorale».

E quindi Renzi la ispira di più?

«Non lo so. La politica è così. Berlusconi può pensarci, valutare. Sa come si diceva una volta?».

Dica.

«Si parlava della politica dei due forni».

Epoca democristiana.

«Avere due opportunità è una posizione forte».

Ma Renzi secondo lei è affidabile?

Arrivano le alte cariche. Oltre al presidente Mediaset, a firmare l’operazione, c’è il comandante generale dei Carabinieri Tullio Del Sette. E poi, ecco ospite gradito ai vertici della tv commerciale e dell’Arma, anche il procuratore di Milano Francesco Greco. Foto di rito. Congratulazioni reciproche. Squadra dei Carabinieri impettita. Per oltre 200 ore di riprese le troupe dirette da Roberto Burchielli hanno «pedinato» brigadieri, marescialli e appuntati del Comando di Rho, filmando le azioni sul campo, gli interventi nella vita quotidiana, l’assistenza ai cittadini, nell’intento di aumentare il grado di sicurezza della popolazione. A volte «c’è differenza tra sicurezza reale e sicurezza percepita», argomenta Del Sette. In realtà, «negli ultimi anni gli omicidi e i grandi crimini sono diminuiti, almeno quelli provenienti dagli appartenenti alla comunità italiana. Eppure si ha la sensazione di essere meno protetti. Questo avviene perché siamo diventati giustamente più sensibili a tutto ciò che riguarda la nostra tranquillità quotidiana». Confalonieri ammette di aver presenziato a un’infinità di conferenze stampa, ma poche erano impegnative e di qualità come questa. Il tema della sicurezza dei cittadini sta a cuore anche a lui. A volte certe fiction mitizzano il ruolo dei criminali e romanzano il lavoro delle forze dell’ordine. «Qualche volta mia moglie mi critica: “Mostrate sempre delitti, notizie di cronaca nera, mariti che uccidono”. Ma sono cose che accadono, che fanno parte della realtà. Raccontare la realtà invece è compito nostro. Per fortuna fa parte della realtà anche l’impegno dell’Arma». Se dopo i Carabinieri verranno storie con altre divise dipenderà dall’audience. «Intanto, abbiamo cominciato dall’Arma: io mi chiamo Fedele, potevamo fare diversamente?», scherza Confalonieri visibilmente contento di questa produzione. «La sicurezza è un tema molto sentito. A volte i media, anche le nostre televisioni, danno la sensazione che ce ne sia poca, troppo poca. Ma non sempre è così».

Presidente, siamo stati interrotti sul più bello…

«E qual era?».

Renzi è affidabile?

«Sì, sì».

L’altra volta, col primo Nazareno, non lo è stato.

«Si sa com’è la politica. È volubile. Ogni giorno cambia».

Meglio poter scegliere?

«Esatto. Una volta è meglio fare in un modo, un’altra in un altro. Vediamo».

E cosa dice del nuovo Milan? Andrà ancora allo stadio?

«Certo. Perché no. Tranne quando fa freddo».

E la serie 1993 l’ha vista?

«No».

Ma parla di Tangentopoli e anche di voi.

«Lo so. Ma non le guardo mai quelle serie».

 

La Verità, 14 giugno 2017

 

«Ho spiato Berlusconi per renderlo normale»

Non era facile immaginare che una serie televisiva su Tangentopoli filasse liscia senza scatenare contestazioni. In una trilogia che cita la Rivoluzione francese, il 1993 del titolo è l’anno del Terrore e, solo per rinfrescarci la memoria, è quello delle monetine tirate a Bettino Craxi fuori dall’hotel Raphael, della maxitangente Enimont, dei sucidi di Raul Gardini e Gabriele Cagliari, dei prodromi della discesa in campo di Silvio Berlusconi. Appena terminata su Sky Atlantic e Sky Cinema Uno, 1993 resterà a lungo disponibile on demand. All’estero finora è stata venduta in un centinaio di Paesi ma, rimanendo in Italia, ha il merito di affrontare senza schermi ideologici la cronaca, favorendone la trasformazione in storia. Il principale elemento di rottura si condensa nell’interpretazione di Silvio Berlusconi offerta da Paolo Pierobon, attore cinquantenne nativo di Castelfranco Veneto, diplomato alla Scuola d’arte drammatica Paolo Grassi di Milano, pluripremiato per le sue prove teatrali (diretto da Eimuntas Nekrosius e, più volte, da Elio De Capitani e Luca Ronconi), noto al grande pubblico nei panni dell’obliquo Filippo De Silva di Squadra antimafia – Palermo oggi trasmessa da Canale 5. Un attore versatile che non disdegna il cinema, dove ha recitato, tra gli altri, per Marco Bellocchio (Vincere), Paolo Virzì (Il capitale umano) e Gennaro Nunziante (Quo vado?). Lo incontro nel chiostro del Piccolo Teatro di via Rovello a Milano, dov’è di casa.

Il suo Berlusconi «normale» è stata una delle sorprese di 1993. Come sono arrivati a lei?

«Mi ha contattato Lorenzo Mieli di Wildside, società produttrice della serie. Mi ha sempre sostenuto insieme con il regista Giuseppe Gagliardi e Ludovica Rampoldi, una degli autori. Poi sono cominciati i provini».

Aveva dei concorrenti?

«Penso di sì, ma mi sono stati celati. Ho fatto tre incontri prima di essere scelto».

Ci teneva?

«La primissima volta non ero convinto. “Che c’entro io?”, mi dicevo. Poi qualche amico ha insistito: “Guarda che puoi farlo bene”. Finché si è accesa la scintilla e sono andato ai provini successivi con lo spirito giusto. Era una figura molto esposta, sulla quale si sono sprecate parodie e imitazioni. Trovare una zona libera per renderlo come persona e non come personaggio mi ha stimolato».

Difficile immaginarla nel ruolo di Berlusconi vedendola nei panni di De Silva in Squadra antimafia – Palermo oggi.

«Interpretare qualcuno che al primo impatto sembra impossibile è sempre una sfida affascinante. Altrimenti il rischio della routine è dietro l’angolo».

Che cosa le hanno detto quando le hanno proposto il ruolo?

«Di fare piazza pulita di cliché e stereotipi. La maggior parte di noi conosce un Berlusconi performativo, nei panni del politico di successo, del presidente del Milan o dell’ospite di talk show. Ma chi può dire, se non i più stretti collaboratori, chi sia davvero? M’interessava spiare una battuta scambiata con Adriano Galliani all’orecchio più che un’intervista televisiva. Ho tentato di occupare quel campo libero. Più immaginazione che immedesimazione».

Ha studiato i precedenti cinematografici, soprattutto Il Caimano dove a interpretarlo è Elio De Capitani che l’ha diretta a teatro?

«Ci sono state curiose coincidenze. Quando Moretti scelse De Capitani per quella parte io ed Elio stavamo lavorando insieme. Gli dissi di non preoccuparsi perché, in fondo, un imprenditore che dirige aziende e un impresario teatrale che governa la sua compagnia non sono mondi così lontani. Ricordo che parlando di me in un’intervista, Elio usò l’espressione “vitalismo reaganiano”. Insomma, era la lezione di Giorgio Gaber: bisogna guardare al Berlusconi che è in ognuno di noi. Perciò, ci si va dentro senza paura. Il vitalismo reaganiano è la natura estroversa dell’attore. Che non esclude zone d’ombra che pure una persona come Berlusconi ha. Anche Berlusconi, in privato, è tutto e il contrario di tutto».

Pierobon nei panni di Berlusconi con Accorsi (Leonardo Notte)

Pierobon nei panni di Berlusconi con Accorsi (Leonardo Notte)

Un Berlusconi ipotetico, ma verosimile?

«Il tentativo era questo».

Come l’ha studiato?

«Lo strumento principale è stato Youtube. Un’inquadratura inconsapevole allo stadio poteva essere preziosa. Anche le intercettazioni telefoniche, dove la voce non è quella ufficiale, sono state una fonte. Quando ti confronti con una figura così, come certi personaggi scespiriani, devi fare i conti con la tua realtà quotidiana. Loro sono bigger than life e tu sei inevitabilmente più piccolo. Perciò l’attore deve stare sotto il personaggio, non andargli sopra».

Che ricordo ha di Tangentopoli?

«Ricordo l’impatto mediatico dei processi. I politici che balbettavano, la saliva di Arnaldo Forlani. Solo Craxi ha detto: “Di cosa stiamo parlando? È sempre andata così”. Poi la coerenza di Sergio Cusani».

Che cosa le suscita Berlusconi?

«La mia definizione di lui è puer aeternus».

Che cosa facevano i suoi genitori?

«Mia madre è sarta e ha la quinta elementare. Mio padre era il più giovane di nove fratelli, e gemello. Ha preso il diploma di perito chimico a Vicenza ed è entrato all’Eni. Da Castelfranco Veneto siamo andati a Pisticci, in Basilicata. Vivevamo nei villaggi per i dipendenti. Quando avevo sette anni arrivammo a San Donato, hinterland milanese».

Come le è venuto in mente di fare l’attore?

«Di punto in bianco. In casa i miei parlavano sempre dialetto veneto. Fuori non c’erano più i cieli e il sole di Matera. L’adolescenza era noiosa, tutti facevano scelte automatiche. Quando ti annoi eserciti l’immaginazione e io non volevo accodarmi, ero introverso. E, come tutti i timidi, sentivo il bisogno di esibirmi. Mi accorsi che leggevo volentieri le pagine con i dialoghi, più che certe lunghe descrizioni. Due persone che si parlano mi scaldavano».

Come si è formato?

«Ho fatto il liceo scientifico. Poi, per rinviare il servizio di leva, mi sono iscritto all’università e ho dato qualche esame. Nel frattempo frequentavo la Scuola Paolo Grassi, fondata da Giorgio Strehler e anche quella del Teatro Filodrammatici. Alla fine, tra l’una e l’altra, mi chiamarono militare. Feci obiezione di coscienza sperando di esser destinato alla biblioteca della Scuola. Invece mi spedirono sulle ambulanze del 118 a Como. Nel frattempo dovevo dare l’esame del terzo anno. I professori furono comprensivi».

Poi premi a raffica…

«Ce l’ho messa tutta. In casa non giravano molti soldi e fare una scelta così drastica rispetto ai miei mi ha responsabilizzato. Non avevo paracaduti. Sono stato fortunato. So di gente brava che sta a casa e parla con i muri. Gli intervalli tra un lavoro e l’altro si allungano… Si torna dai genitori, cose umilianti…».

Come si passa dal teatro al cinema alla televisione?

«Decidono la quotidianità, le coincidenze. Essendo sempre in scena, non riuscivo a partecipare ai provini per la tv a Roma. Mentre ero al Centro Santa Caterina di Ronconi, in Umbria, per provare Il gabbiano, sono andato a quello per Squadra antimafia. Berlusconi invece l’ho fatto da sonnambulo…».

In che senso?

«Ero in tournée con Lehman Trilogy quando mi hanno detto che l’avrei fatto io. Avevo visto l’intervista a Enzo Biagi in cui Berlusconi confidava di dormire quattro ore a notte. Anch’io dormo poco… Anziché star lì a ripetermi “sono stanco, come farò?”, ho utilizzato le sue parole come un karma. Lehman Trilogy durava cinque ore, si finiva a mezzanotte e mezza. Una volta son venuti a prendermi a Torino alle tre di notte e siamo partiti per la campagna pavese dov’era il set che simulava la villa di Arcore. Siamo arrivati all’alba, tre ore di trucco, poi prove fino a sera. Il giorno dopo ero di nuovo a teatro, però a Roma, altre cinque ore di spettacolo. Concordo con Berlusconi: quando sei stanco sei disinibito e le cose vengono meglio».

Paolo Pierobon con Luca Ronconi al Festival di Spoleto

Paolo Pierobon con Luca Ronconi al Festival di Spoleto

Le sue letture, i giornali, l’avrebbero portata a un’interpretazione diversa?

«Il rito d’inizio giornata è la lettura dei giornali al bar. Mi serve come ginnastica mentale. Non do niente per scontato e non do neanche giudizi sulla figura che interpreto. Se vuoi fare un bel lavoro il tuo punto di vista lo devi dimenticare. Il protagonista è lui non tu. Posso pensarla al contrario, ma riuscire a essere credibile nel rendere quella persona».

È un fatto di tecnica?

«Di istinto. L’opinione viene dalla testa. L’istinto deriva da una visione artistica, che è emotiva e fisica. La tecnica viene dopo».

In 1994 sarà più protagonista?

«Speriamo. Decideranno gli autori il dosaggio tra personaggi immaginari e personaggi storici».

Nell’attesa?

«Ho lavorato in un film di Andrea Segre intitolato L’ordine delle cose. Una storia di sbarchi clandestini dalla Libia all’Italia. Forse andrà alla Mostra di Venezia».

Segue la politica?

«Sono un attento, ma disorientato osservatore».

Cosa si aspetta dal prossimo film di Paolo Sorrentino su Berlusconi?

«Di lui e di Toni Servillo ho grande ammirazione. Sono curioso di vedere se sarà come Il Divo su Giulio Andreotti oppure no».

Se dovesse dirmi il nome di un attore?

«Direi Eduardo. Lontanissimo da qualsiasi possibilità d’imitazione, penso sia una delle figure più carismatiche e moderne della recitazione».

Una passione segreta, un tic?

«Purtroppo ho poco tempo, ma mi piace molto camminare, fare il flaneur, osservare la gente. Al bar leggo il giornale e ascolto quello che dicono i clienti».

Carpisce delle cose?

«A volte. Anche a teatro, prima che si spengano le luci, mi metto dietro il sipario a orecchiare il pubblico. Serve a scongiurare la ripetitività delle repliche. E mi dà l’illusione di fare ogni sera uno spettacolo diverso».

 

La Verità, 11 giugno 2017

 

1993, Tangentopoli tra cinema americano e blob

Le monetine del Raphael e il cappio in Parlamento, Non è la Rai e Gigi Marzullo, la corsa di bianco vestiti nel parco di Arcore, le orge negli hotel della politica, i fiumi di coca, i nipotini di Stalin, Di Pietro e i suoi uomini, lo scrittore antiberlusconiano, le riunioni per valutare la discesa in campo, la starlette fragile e arrivista, le feste in terrazza dove si decidono le carriere, il Bagaglino, Marco Formentini e Gianfranco Miglio, la maxitangente Enimont, il filone della malasanità e il mago Rol che sta a Torino, persino un Massimo D’Alema capo della Fgci: c’è tutto questo e molto altro nel superpilota di 1993. E rituffandoci in quell’epoca, così recente e ancora più cronaca che storia, ci vien da dire, quasi stupendoci: sì, siamo passati di là. Nella nuova stagione della serie diretta da Giuseppe Gagliardi, le storie iniziate in 1992 accelerano e si estremizzano, prendendo una piega più drammatica. Il pubblicitario manovriero (Stefano Accorsi) ora spinge per l’avventura politica di Berlusconi, il poliziotto del Pool malato di Aids (Domenico Diele) persegue la sua vendetta concentrandosi sulla corruzione nella sanità, il leghista rozzo e ingenuo (Guido Caprino) cede all’edonismo romano, la showgirl disposta a tutto (Miriam Leone) brama un’ospitata da Costanzo, l’ex ragazza della borghesia milanese (Tea Falco) è costretta prendere in mano l’azienda di famiglia. Ci sono le storie e c’è la storia, appunto, o la cronaca che sta per diventarlo: dopo l’anno della Rivoluzione ecco quello del Terrore (cui seguirà 1994, la Restaurazione), in cui tutto diventa più cupo perché «ogni rivoluzione ha un prezzo» e il 1993 è l’anno dei suicidi, della gogna dei leader, di un mondo che implode. Ed è l’anno dei prodromi dell’avvento dell’uomo nuovo.

C’è un corposo malloppo saggistico e cinematografico cui la produzione avrebbe potuto rifarsi per restituirci la temperie dell’epopea berlusconiana, ma il pregio maggiore di questa serie sembra proprio l’aver tentato un percorso originale, provando a raccontare l’uomo e l’imprenditore senza indossare gli occhiali dell’ideologia. Così, ecco il Berlusconi barzellettiere, quello che telefona in diretta ad Aldo Biscardi perché «basta subire», e quello amaro che riflette sulla sconfitta del Milan contro l’Olympique Marsiglia: «Vincere non è così bello quanto è brutto perdere». Forse c’è fin troppa carne sulla griglia che Gagliardi arrostisce quasi come in un blob che rimbalza da una storia all’altra. Ma è il suo stile americano, dritto per dritto e senza pause, con il ritmo dei fumetti e dei film d’azione. Sì, abbiamo vissuto tutto questo, ma forse non l’abbiamo ancora pienamente metabolizzato. Ora possiamo cominciare a farlo anche grazie alla correttezza della sceneggiatura di Alessandro Fabbri, Ludovica Rampoldi, Stefano Sardo e la supervisione di Nicola Lusuardi1993 è una serie prodotta dalla Wildside di Lorenzo Mieli e Mario Gianani e va in onda su Sky Atlantic Hd e Sky Cinema Uno Hd.