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«L’Unione inventa nemici finti per sopravvivere»

Toni Capuozzo ha trascorso l’estate a Pantelleria a scrivere i testi di un programma televisivo e di uno spettacolo teatrale. «L’anno prossimo saranno 50 anni dal terremoto del Friuli e con il pianista Remo Anzovino, anche lui friulano, vogliamo provare a ricordarlo a modo nostro».
Si prepara anche a tornare in tv: quando e dove?
«In dicembre su Rete 4, con un programma che si chiama I giganti, dedicato ai grandi che hanno fatto la storia. È un ciclo di quattro puntate, cui forse ne seguiranno altri».
Chi saranno i primi giganti?
«Karol Woytila, la Regina Elisabetta, John Fitzgerald Kennedy e Leonardo da Vinci».
Leonardo?
«È un programma che non ha un tempo di elezione. Potevano esserci l’imperatore Adriano, Ciro il Grande o Giulio Cesare. Sono personaggi scelti in base al peso avuto nella storia, non in base all’epoca».
Di chi è stata l’idea?
«Di Pier Silvio Berlusconi».
C’entra la sua lettera a Silvio Berlusconi quando è mancato?
«Non ci ho pensato. Mi hanno chiesto di raccontare queste figure con il piglio dell’inviato. In passato, ho raccontato tante tragedie e personaggi minori. Dopo aver scartabellato tra i libri di storia, proverò a togliere un po’ di polvere a questi personaggi».
Perché è utile farne memoria?
«Essendomi occupato più volte di conflitti in Europa ho constatato che da una parte, la nostra, tendiamo a condannare la memoria, mentre a Est la si coltiva perché si è consapevoli che il passato insegna. Mi fa pensare la leggerezza con cui certi leader di oggi usano il termine “guerra”. Soffriamo di una forma di anoressia della memoria. Oggi siamo impegnati nella difesa dell’Ucraina e ci sfugge che il Donbass un diritto alla secessione ce l’aveva. Così come ce l’aveva il Kosovo, per difendere il quale siamo intervenuti. Oppure dimentichiamo che c’è stata la Brexit visto che oggi, a capo della coalizione dei “Volenterosi”, c’è il leader britannico Keir Starmer».
Perché ha scritto Vite di confine (Biblioteca dell’immagine): una sorta di «spoon river» sulle tante storie attraversate dai rivolgimenti della Giulia, di Gorizia e dell’Istria?
«Intanto perché sono nato e cresciuto da quelle parti. Poi perché ho passato la vita a raccontare guerre lontane che si combattono per contrasti sul possesso del territorio o delle materie prime. Così ho provato a rileggere la storia di queste terre con l’occhio di chi pensa che non siamo migliori dei russi e degli ucraini o più civili degli ebrei e dei palestinesi. Forse siamo più pacifici perché tanti danni li abbiamo già fatti. Quel confine è stato teatro di due guerre. Ci sono stati il Carso della Prima guerra mondiale e i partigiani di Tito e le foibe nella Seconda. Gorizia e Nuova Gorica sono capitale europea della cultura 2025».
Le comunità su quel confine colpite dalla globalizzazione sono un mondo finito?
«Non credo. La globalizzazione ha spinto per contraccolpo tante comunità locali ad avere più care le proprie radici e la propria storia. Il che non significa essere nemici della globalizzazione, ma guardarla con la propria identità».
Storia e radici sono risorse da cui ripartire?
«Certo. Purtroppo, molti conflitti, come in Siria, in Palestina o tra Russia e Ucraina, sono provocati da contrasti di identità. Due stili di vita, due caratteri e due modi di parlare che ci fanno ragionare in termini di “noi e gli altri” spesso si incarnano come unghie nella storia. I conflitti identitari sono più granitici dei conflitti d’interessi».
Perché in questi casi è più difficile mediare?
«Perché non è facile comprendere le identità senza negarle. Coinvolgere i sentimenti dei popoli è decisivo, ma purtroppo la nostra è un’Europa di ragionieri, non di popoli. Quando pensi a Erasmo puoi sentirti europeo, quando pensi ai trattati no. L’Europa è una banca di storia, di cultura e di appartenenze. Solo con le identità locali si può costruire un’identità comunitaria; essere europei non è in contraddizione con il sentirsi allo stesso tempo siciliani, valdostani o friulani».
Qual è il capitolo di storia ancora da scrivere che queste vite fanno emergere?
«Quello sul male compiuto. Il capitolo sul male che da italiani abbiamo fatto agli slavi durante il fascismo e il capitolo sul male che gli slavi hanno fatto agli italiani: i 600 desaparecidos di Gorizia e le migliaia di infoibati. Basta vedere le difficoltà di condividere sia il Giorno della Memoria che il Giorno del Ricordo per capirlo. Una visione idealistica ci porta a vedere tutto il bene da una parte e tutto il male dall’altra. Ma, sempre parlando dei capitoli da scrivere, ricordiamo che i buoni hanno chiuso la Seconda guerra mondiale lanciando due bombe atomiche su due città di civili».
Che cosa pensa della richiesta della Slovenia di vedersi restituite molte opere d’arte in possesso dell’Italia?
«Penso che il principio della restituzione di beni legalmente acquisiti debba essere applicato con buon senso. La restituzione all’Etiopia dell’Obelisco di Axum aveva un valore simbolico perché diceva il nostro pentimento di Paese colonialista e premiava l’orgoglio indipendentista del popolo africano. Nel caso della richiesta della Slovenia, mi pare appartenga a un puntiglio notarile, figlio della cancel culture che vorrebbe riportare indietro l’orologio della storia. Come in un gioco dell’oca in cui si riparte da zero. L’acquisizione di opere d’arte racconta un’epoca storica come lo fa, a volte egregiamente, l’architettura fascista. Al British museum ci sono pochissime opere british, ma tutti, da europei, ne abbiamo goduto. Se l’Egitto dovesse richiedere indietro le sue opere, il Museo egizio di Torino chiuderebbe».
Com’è nata l’idea di scrivere Cos’è la guerra – I conflitti spiegati ai ragazzi (Signs books)?
«La prima volta l’avevo scritto 15 anni fa per Mondadori. Ho deciso di aggiornarlo su richiesta di alcune scuole e sulla spinta degli ultimi conflitti, a Gaza e in Ucraina, dove il nostro coinvolgimento è maggiore sia a livello emotivo che come fornitori di armi. Da bambino orecchiavo le notizie sulle guerre senza accontentarmi delle versioni cinematografiche dove il buono non moriva mai. Oggi i videogiochi possono far pensare ai ragazzi che la violenza sia virtuale. Anche noi adulti siamo più incapaci di leggere la follia della guerra e più succubi di una paura sottile perché cresciuti in un mondo di pace. Ma se pensiamo che la Svizzera costruisce bunker antiatomici e che le nostre armi sparano al confine tra Ucraina e Russia ci rendiamo conto che la guerra non riguarda solo il passato. Capire i conflitti in modo razionale è importante come capire di salute, di economia, di politica».
Con l’invasione dell’Ucraina stiamo tornando a uno scenario da Guerra fredda?
«È più complicato perché l’America si sta tirando indietro. Questa rischia di essere una Guerra fredda regionale, che riguarda solo l’Europa».
Dall’altra parte, come abbiamo visto a Pechino, si uniscono.
«C’è coesione, a differenza di ciò che c’è nel nostro continente, baciato dal benessere, anziano, e che non ha nessuna intenzione di mandare i propri figli a combattere. Siamo l’Europa dei principi, una specie di club inglese, molto esoso, che dispensa mandati di cattura a questo e a quel nemico che poi vediamo accolto sul tappeto rosso non solo in America. Siamo un club livoroso che non conta niente».
Come giudica la strategia dei «Volenterosi»?
«Nel migliore dei casi, sognano qualcosa che non è. L’accordo di pace con l’odiato Putin è un esercizio verbale. L’Europa sta cercando di giustificare gli errori di questi anni in cui, invece di mettere in atto una grande operazione per spegnere il conflitto, ha perseguito l’idea di combattere “fino all’ultimo ucraino”. Se dal 2014 si fosse concesso quello che si sta definendo adesso si sarebbe evitato il pericolo di trasformare una crisi regionale in una guerra mondiale. Si è dovuto aspettare l’arrivo del puzzone Donald Trump per parlare di pace. Per tre anni l’ha fatto solo il Papa. Mentre si lavora solo per nascondere gli errori compiuti, parlare di difesa della democrazia e del diritto internazionale è recitare una fiaba per bambini».
Diminuiscono anche le speranze di una soluzione in Medio Oriente.
«Lì la pace sembra una missione impossibile. Non ci sono spazi di mediazione a causa del fatto che, da Camp David in poi, i palestinesi hanno rifiutato accordi per i quali oggi brinderebbero. Esaurite le mediazioni resta la forza che, in questo momento, è dalla parte di Israele. Il quale se ne frega delle condanne del mondo. Come diceva Golda Meir: “Preferiamo le vostre condanne alle vostre condoglianze”. Non possiamo illuderci che si possa sconfiggere Hamas con strumenti militari: i ragazzi palestinesi che adesso hanno 11 anni, tra altri 10 anni cercheranno di replicare il 7 ottobre».
L’opinione pubblica europea però simpatizza per il popolo palestinese.
«Perché è un’opinione pubblica parolaia. La stessa che pensa di attuare la parità di genere cambiando le desinenze alle parole. O che raccoglie firme per escludere gli attori filo israeliani dalla Mostra di Venezia. Non faccio sconti a Netanyahu, ma non parlo di “genocidio” perché è solo un modo per dirsi dalla parte giusta. “Pulizia etnica” è già abbastanza grave».
Con sollievo di molti, Donald Trump non prenderà il Nobel, magari lo prenderà la Flotilla di Greta Thunberg?
«Sarebbe la tomba del Nobel. Che per altro è già in agonia da quando l’ha conferito a Barack Obama che faceva stragi di civili con i droni. Chi è stato in Afghanistan sa che ogni assembramento, fosse un matrimonio o un funerale, veniva bombardato senza troppe distinzioni. La Flotilla non verrà trattata con i guanti bianchi e Israele sarà accusato di essere violento e repressivo. È una regia già scritta da anime belle».
Cosa pensa degli ultimi richiami al protagonismo dell’Ue?
«Mi sembra una forma di accanimento terapeutico. Per tenere in vita un’istituzione morente e risollevare i consensi calanti in patria, non c’è di meglio che inventarsi un nemico. La Russia che vuole invaderci è perfetta».
È giusto giocare Italia Israele di calcio allo stadio di Udine o pensa che sia inopportuno?
«Per me sì. Si può anche esibire sugli spalti una bandiera palestinese, potrebbe essere un modo polemico di dialogare. Rinunciare alla partita sarebbe la condanna del silenzio».
Un’ultima domanda: che idea si è fatto della chiusura del programma radiofonico di Marcello Foa?
«Negli ambienti dove agisce la criminalità organizzata, le persone che si presentano in pubblico annunciano la propria appartenenza e provenienza. Anche nel giornalismo accade qualcosa di simile. I cani sciolti sono più fragili ed esposti agli attacchi, conviene avere un guinzaglio. Foa non ce l’aveva».

 

La Verità, 4 settembre 2025

L’addio a Berlusconi di un alieno Mediaset

È stata una scelta indovinata affidare a Toni Capuozzo il ricordo di Silvio Berlusconi, quello che nel gergo giornalistico si chiama coccodrillo. Una lunga lettera trasmessa dalle reti unificate Mediaset (come tutta la programmazione di giornata) rivolta al fondatore dell’impero dal più periferico, meno milanese e globalizzato tra i giornalisti del gruppo. Richiamato dalla pensione (nel suo Friuli), come certi poliziotti indispensabili a risolvere l’imbarazzo dei momenti complicati. Una lunga lettera scritta a penna stilografica, in perfetto stile analogico novecentesco che il destinatario avrebbe gradito tanto quanto la scelta dell’autore di dargli del tu. Una lunga lettera di gratitudine e senza inutili infingimenti. Scritta su una panchina inondata dal sole di una giornata primaverile e recitata muovendosi nei luoghi della costruzione e dell’affermazione dell’impero. Il posto dove nacque, Via Volturno 34 a Milano, Cologno monzese, lo stadio San Siro (con il nome originale), su un ponte di Milano 2, la cittadina satellite costruita in una delle sue tante vite da imprenditore, allora immobiliarista… E basterebbe la semplicissima invenzione di abolire i semafori, la vita di suo è già così fitta di stop and go, che eliminare quelli della circolazione stradale basta a consegnarci il genio visionario dell’ideatore. Ci volevano la barba ispida e soprattutto le occhiaia segnate di uno che ha visto i posti più angoscianti e i conflitti più cruenti degli ultimi decenni in giro per il mondo, per raccontare la guerra combattuta in questi stessi decenni da Silvio Berlusconi contro i poteri forti, la magistratura, i giornali e gli editorialisti più acuminati. Ci voleva il giornalista meno allineato ai cliché estetici del berlusconismo perché la gratitudine risultasse più spessa. Capuozzo avrebbe potuto calcare i toni sull’accanimento delle toghe, sulle cadute delle cene eleganti o, al contrario, sui trionfi nella guerra dell’audience e della cavalcata rossonera. Invece, ha raccontato soprattutto l’avventura di un uomo, di un sognatore che ha lasciato a tutti, come ultimo regalo, la vista di un immenso prato punteggiato di tulipani multicolori.

P. s. Nel diluvio di servizi, speciali, approfondimenti, opinioni e dossier si è distinta la qualità del parterre convocato da Bruno Vespa nello Speciale Porta a Porta per riflettere sull’eredità dello scomparso. Al fianco del conduttore si sono rivisti il canuto Pierferdinando Casini, l’incenerito Massimo D’Alema e l’ormai brizzolato Matteo Renzi. Sfumature di grigio e di autorevolezza.

 

La Verità, 14 giugno 2023

«Sulla pandemia non ho visto grandi inchieste»

La faccia di Toni Capuozzo ti guarda dalla copertina dell’ultimo libro intitolato Piccole patrie. Gli occhi profondi sotto la cuffia di lana grigia. La cenere della barba. È un’immagine che sa di antico come la sua scrittura densa e malinconica. Spesso, chi ha girato il globo e raccontato bombardamenti e violenze, come ha fatto lui per le testate Mediaset e per la carta stampata, assume la postura del cinismo o di una certa spavalderia. O un misto di entrambi. Ma anche se di padre napoletano, come tradisce il cognome, Capuozzo è friulano. Uscito da poco, Piccole patrie (Edizioni Biblioteca dell’Immagine) è un’antologia di articoli, reportage e interventi pubblicati negli anni. Segue di pochi mesi Lettere da un Paese chiuso. Storie dall’Italia del coronavirus (Signs Books), il diario che l’ex conduttore di Terra! ha tenuto su Facebook nei 71 giorni del primo confinamento.

Come trascorrerai il Natale?

«Con la famiglia ristretta, moglie, figli e nipotina. C’è un punto interrogativo su mio genero, medico in terapia intensiva che fa il tampone ogni due giorni. Non faremo uno di quei pranzi che durano fino alla cena».

Il governo è diviso: tu sei aperturista o rigorista?

«Sono abbastanza rigorista, seguo le regole, evito i mezzi pubblici… Ma per imporre il rigore ci vuole credibilità, invece mi pare che politici e scienziati l’abbiano persa. Ci è stato detto: chiudiamo per salvare il Natale, ma adesso chiudono il Natale per evitare la terza ondata. Come se il virus fosse una marea. Quando a scuola certi professori minacciavano continue punizioni te ne fregavi, poi c’era quello che ti metteva in riga con uno sguardo. L’autorità necessita di autorevolezza».

Tipo Angela Merkel?

«Sono riluttante a guardare fuori. Non mi consola il fatto che altri stiano male come noi, né mi eccita che stiano meglio quelli che mi sono simpatici. Mi fa rabbia sentir dire che l’Italia è un modello che altri studiano. Forse per non ripeterlo».

Perché questo secondo lockdown è più indigesto del primo?

«Il primo aveva il sapore della novità. In più eravamo accompagnati – io no – dall’illusione che sarebbe andato tutto bene. Una sorta di premio al sacrificio. Adesso ci sono regole più frastagliate, i colori delle regioni… Nessuno mette più le bandiere arcobaleno o il tricolore alla finestra. Ci siamo convinti che ne usciremo con cicatrici sociali robuste e le orecchie a sventola».

Cos’hai pensato vedendo le persone in fila al Pane quotidiano di Milano?

«Ci passo spesso davanti e ultimamente avevo notato che si stava allungando e che c’erano più italiani che in passato. Quella coda è un documento visivo di un degrado sociale che tutti temevamo. Ci sono sempre più persone che non hanno reddito e non possono incolonnarsi al supermercato. Persone che il mese non riescono nemmeno a iniziarlo».

Le chiusure disposte a inizio dicembre dovevano consentire un Natale più sereno.

«È uno dei sintomi della confusione regnante. Da questo governo, nato per scampare le elezioni, non si può pretendere una visione di lungo periodo. Basta guardare il dibattito sul Recovery fund: le letterine di Natale dei bambini sono più articolate e precise dei nostri piani di rinascita».

Eppure si son fatti gli Stati generali.

«Qualcuno ha notizia del piano di Vittorio Colao? Dovremmo farci aiutare da Indiana Jones a ritrovarlo dentro qualche piramide egizia».

Oppure dall’ennesima task force.

«Mi viene in mente quando da bambini si giocava e ognuno aveva un ruolo: io faccio il presidente, tu il sindaco, tu il generale… Si crede che i nomi in lingua straniera nobilitino, ma sono solo pompose etichette che nascondono l’inconsistenza del prodotto».

L’imminenza della terza ondata dipende da un weekend lassista documentato da qualche foto nelle ore dello shopping?

«Personalmente, se vedo una folla mi allontano. Ma chi è andato a fare acquisti non mi pare abbia violato nessuna disposizione. Se apri i negozi per aiutare il commercio e inventi il cashback non puoi incolpare i cittadini che fanno ciò che è permesso. Trovo fastidioso dare sempre la colpa alla popolazione. Davvero l’aumento dei contagi di ottobre è figlio delle discoteche della Costa Smeralda? Io ricordavo che la malattia necessita di 14 giorni d’incubazione. Il calendario non torna. Mi sembra si siano buttati dei fumogeni per nascondere le responsabilità di chi invece di prepararsi all’arrivo della stagione fredda, pensava ai banchi a rotelle e alle elezioni regionali».

In Lettere da un Paese chiuso contesti ad alcuni colleghi di giustificarsi per l’iniziale sottovalutazione del virus con il fatto che sbagliavano anche gli scienziati. Non è vero?

«In parte è colpa della televisione e del meccanismo dei talk show. Ben presto i virologi hanno capito le tecniche per lasciare il segno, chi recitando da prefica chi da ottimista a oltranza. La commedia dell’arte ha reclutato anche il girone degli scienziati. Non uno che abbia l’umiltà di dire che la scienza è un processo di ricerca continua. Sbagliamo tutti, ma se dopo aver sbagliato assumi un tono profetico sfiori il ridicolo».

La minimizzazione dei primi tempi era una forma di appoggio al governo che si diceva prontissimo?

«Anche della correttezza politica. Non dimentico che alcuni miei colleghi si mostravano mentre assaggiavano gli involtini primavera. Non dimentico che il presidente Mattarella è andato in visita a una scuola multietnica e che da Chinatown il sindaco di Milano ha invitato a frequentare i ristoranti cinesi. Tutto questo mentre c’era una coppia di cinesi in quarantena allo Spallanzani. Ma il nemico era il razzismo, non il virus. I cinesi residenti in Italia hanno chiuso i loro negozi prima di noi: hanno fatto autorazzismo?».

La correttezza politica è una pellicola tra noi e la realtà?

«È un velo che fa vivere in un mondo virtuale. Per esempio, sui migranti. Nessuna persona di buon senso può sostenere che la nostra accoglienza sia qualcosa più di un permesso di entrare. Accogliere vuol dire aiutare a trovare lavoro e pagarlo in modo adeguato. Invece, finita la retorica, dove vai a dormire, dove trovi lavoro non importa più a nessuno».

Come si sta comportando l’informazione?

«Ho visto poche vere inchieste. È difficile uscire dalla trappola obbligatoria del bollettino quotidiano, inevitabilmente ansiogeno. L’informazione non deve né rassicurare né spaventare, ma dare notizie».

Alcune sono state secretate, come i verbali delle riunioni del Comitato tecnico scientifico e l’inesistenza del piano pandemico.

«È uno degli aspetti più spinosi. In assenza di trasparenza servirebbero inchieste capaci di aprire cassetti e rompere lucchetti. Secondo me si è proclamato lo stato di emergenza in buona fede. Come quando i sindaci chiudono le scuole all’annuncio di una forte nevicata. Durante il primo lockdown ho scritto un post intitolato “Ho visto un italiano felice: Giuseppe Conte”. È riuscito a saltare sul treno che gli ha consentito di tenere conferenze stampa all’ora dei tg. Conte è ancora in piedi per mancanza di alternative. Tutti hanno voglia di gestire i fondi del Recovery, nessuno di gestire le cosiddette ondate».

Che idea ti sei fatto della gestione dei numeri? Morti per Covid o di Covid?

«Non frequento dietrologie. Persone che conosco con patologie pesanti hanno avuto il colpo finale dal Covid. A livello mondiale il paese che sta nascondendo più informazioni è la Cina. In Italia vedo all’opera più un’Armata Brancaleone che la Spectre».

Ti aspettavi di trovare nella nostra classe dirigente qualcuno che sapesse mettere da parte il proprio punto di vista e proporre uno sguardo responsabile?

«Avrebbe dovuto farlo il governo, come in presenza di uno stato di guerra. Non parlo solo della necessità di un governo di unità nazionale, ma della necessità di lavorare di concerto per varare misure condivise. C’è stata grande sottovalutazione, qualcuno ha preso la pandemia come l’occasione della vita. Anche l’opposizione si è adagiata nel copione. In piena emergenza, con l’eccezione di Berlusconi, tutti hanno fatto campagna elettorale. Dissonante rispetto al governo centrale, la Lombardia, dove qualcosa non ha funzionato, è stata sottoposta a un monitoraggio estremo. La lotta politica è entrata nelle corsie di ospedale sulla pelle di un Paese in preda alla tragedia».

Ti aspettavi di più anche dalla Chiesa?

«Sì. La cosa peggiore è l’assenza di punti di riferimento. La pandemia era ed è l’occasione per affrontare problemi sempre accantonati come il fine vita. Abbiamo visto situazioni di grande solitudine, addii senza la ritualità e bare senza nome. Un discorso alto avrebbe aiutato».

Da cosa faresti iniziare la ricostruzione?

«Abbandonerei la strategia degli aiuti e dei bonus. Ma temo sia difficile considerato che al governo ci sono il partito dei sussidi e il partito dello Stato. Vorrei che ogni investimento avesse come condizione la creazione di posti di lavoro. La digitalizzazione è la nuova frontiera e tutti siamo contenti al casello autostradale quando evitiamo la coda con il telepass. Ma ora quanti casellanti sono disoccupati? Anche la digitalizzazione dev’essere ponderata dalla creazione di nuove professionalità».

L’ultimo libro s’intitola Piccole patrie

«Ho raccolto molti articoli scritti sul Friuli. Lo ammetto, è un’idea fuori moda».

È un fatto affettivo o riguarda l’identità?

«Entrambe le cose. L’amore per la patria funziona come per le persone, si prova un affetto più intenso quando sono deboli. Voglio bene all’Italia proprio perché è sfigata. Le piccole patrie fanno capire che un friulano si sente più affine a uno sloveno che a un toscano. La lingua, il dialetto, il campanile non sono realtà di un passato da cancellare in nome della globalizzazione. A una cena con amici ognuno porta qualcosa, un suo piatto; se arrivi a mani vuote un po’ vuol dire che sei nessuno».

Non ti senti inviato di guerra, ma cronista. Si può essere affascinati più dalla normalità che dall’epica?

«Mi piace raccontare la normalità come fosse un’epica. È molto interessante se sai rovistare».

Come sta Kemal Karic, il bambino che nel 1992 portasti in Italia da Sarajevo?

«Sta bene. Una volta ripulito chirurgicamente, il tumore di cui era affetto ha un’alta possibilità di remissione. Perciò, siamo ottimisti. Appena possibile farà a Sarajevo i controlli necessari che poi saranno esaminati all’Istituto dei tumori».

Come sono stati trattati questi due libri dai media italiani?

«Silenzio totale. Me l’aspettavo».

 

La Verità, 19 dicembre 2020

Annunziata fa interviste, ma non le concede

Coerente con la sua formazione al Manifesto dove vigeva l’ugualitarismo salariale tra giornalisti e impiegati, Lucia Annunziata, ex presidente Rai, si è detta disposta ad accettare il controverso tetto di 240.000 euro annui di cui si sta discutendo da diverse settimane. Su un’altra questione la conduttrice di In mezz’ora cade in contraddizione. Richiesta di un’intervista in argomento, lei regina delle interviste, ha declinato: «Proprio perché so come sono, non ne faccio mai», ha detto.

«Casa Capuozzo» all’una di notte Sono una sorta di spin off di Terra!, il settimanale di Rete 4 condotto da Toni Capuozzo, i quattro reportage in cui, partendo dalla casa di famiglia in Friuli, lo storico inviato dei tg Mediaset prova a raccontare gli immigrati oltre i luoghi comuni «del boldrinismo e del salvinismo». Peccato che la prima puntata sia andata in onda all’una meno un quarto. Accorciare un po’ Quinta colonna che lo precede?

Renzi batte Casaleggio di 1 punto Il contraddittorio non è stato acceso né in un caso né nell’altro. A Otto e mezzo di Lilli Gruber, a far da contraltare a Davide Casaleggio nel suo esordio tv c’era Gianluigi Nuzzi (share del 5.56%), mentre per Mattero Renzi c’era Paolo Mieli (share del 6.56%).

L’autospot e l’autostop di Fiorello Dopo i profumi e gli chef nuove star della comunicazione, nella campagna pubblicitaria per un noto marchio di telefonia, Fiorello prende di mira gli spot tambureggianti delle marche automobilistiche. «Pensavate che… No, io non cambio. Io resto…». Al parcheggio, però, la potente auto è sparita. E a lui non resta che usare il cellulare per chiedere aiuto a un familiare, a un taxi, fare autostop, chissà. Presa in giro della pubblicità, dei testimonial che cambiano marchi e anche di sé stesso.

E la bicicletta di Jovanotti Continuano a crescere le visualizzazioni su Youtube e su JovaTv, la web tv di Lorenzo Jovanotti, di Jova Zelanda, il documentario autoprodotto del viaggio in Nuova Zelanda, da solo in bicicletta. Venti giorni nei quali ha percorso tremila chilometri, dormendo in tenda o in motel. Niente cellulare, social e musica. 55 minuti di film girato con telecamerina e montato da Michele Lugaresi. Motivo? Pubblicare, tra un anno, un nuovo disco. Ma intanto Jovanotti vuole azzerare gli ultimi dieci anni di lavori e successi per non illudersi di aver trovato la formula vincente. Solo nella chimica «le formule si possono ripetere all’infinito e danno gli stessi risultati». Nella musica bisogna reinventarsi ed essere sempre in movimento.

«Adrian» più complicato del closing Che fine ha fatto Adrian, l’atteso fumetto di Adriano Celentano da anni in rampa di lancio su Canale 5? Ora che è stato firmato il closing per il Milan, chissà mai che riesca ad andare in onda.

 

La Verità, 14 aprile 2017

 

Capuozzo: «Il giornalismo è solo un mestiere»

Anche a Treviso il teatro era pieno. Come sempre, dove Tre uomini di parola va in scena, non solo nel Nord est. Toni Capuozzo ha appena finito di firmare autografi e salutato Mauro Corona, lo scrittore montanaro, e Gigi Maieron, cantautore, anche loro friulani. Stavolta il ricavato dello spettacolo, «una chiacchierata teatrale fra amici dalle comuni origini», andrà al comune di Gagliole, un paesino terremotato delle Marche. In precedenza gli incassi erano serviti per costruire una casa per grandi ustionati in Afghanistan. «Gli alpini della Julia, presenti laggiù, ci avevano chiesto se volevamo dare una mano. La prima volta improvvisammo una conversazione a Cividale del Friuli. Piacque, siamo arrivati a una quarantina di repliche». Capuozzo è come lo vedete, collegato da qualche avamposto, su Rete 4. Col suo accento furlàn, l’aria da orso, le Occhiaie di riguardo che danno il titolo al libro che raccoglie i suoi articoli per Il Foglio. Vince premi giornalistici senza cercarli. Nel 1992, di ritorno da Sarajevo, portò in Italia nascosto nel giubbotto antiproiettile, Kemal Karic, un bambino di pochi mesi colpito dalla bomba che uccise la madre e lo privò della gamba destra.

Come sta oggi Kemal?

«È una vicenda dolorosa, di cui non parlo volentieri. Quando si prova a fare del bene conviene tacerlo, preferisco passare per cattivo. Anche alle donne i cattivi piacciono di più (sorride). Kemal ha 25 anni e un tumore. Presto subirà una nuova operazione. A Natale è venuto in Italia per delle visite. Il padre si è un po’ perso… Ma c’è una brava nonna».

Uno di Lotta continua come fa a lavorare 25 anni nelle tv di Berlusconi?

«Sentendosi abbastanza solo sia nelle tv di Berlusconi che in Lotta continua. Da grande individualista, ci ho messo del mio. E sono grato sia a Lc che a Berlusconi che mi hanno permesso di fare il giornalista come volevo».

Cioè?

«Senza troppa enfasi. Non dico “sono giornalista”, ma “faccio il giornalista”».

Mai avuto frizioni per motivi editoriali?

«Su Lotta continua ho raccontato la fuga dei marielitos da Cuba e la mia corrispondenza venne ripresa in prima pagina dal Giornale di Montanelli, all’epoca considerato un campione borghese. La cosa non accrebbe la mia popolarità in Lc. A Mediaset ho sempre fatto il mio lavoro senza problemi. È vero, non mi sono mai occupato di politica italiana. Forse ci sono meno implicazioni a scrivere da Sarajevo o da Tripoli, anche se i bombardamenti sulla Libia partivano dall’Italia governata da Berlusconi. È più pericoloso fare l’inviato in un paese di mafia o in Siria, dove sono stato per raccontare la fine della cittadina cristiana di Maaloula».

Indro Montanelli rilanciò sul «Giornale» le corrispondenze di Capuozzo su Cuba

Indro Montanelli rilanciò sul «Giornale» i reportage di Capuozzo da Cuba

A proposito di Siria, che cosa pensi del bombardamento ordinato da Trump?

«Se mi chiedi se Assad è capace di usare armi chimiche contro la popolazione civile ti rispondo di sì. Rispondo di sì anche se mi chiedi se i ribelli sono capaci di mettere bombe vicino alle abitazioni civili. Con questo bombardamento Trump è tornato a essere il presidente degli Stati Uniti».

Non solo dei repubblicani, vuoi dire.

«Anzi. Questa è una mossa alla Clinton. Il che dimostra che anche per Trump le campagne elettorali sono una cosa e la politica interna e internazionale un’altra. Anche lui si è omologato al fatto che gli Stati Uniti sono quelli che bombardano».

Parliamo dei giornalisti cresciuti in Lotta continua, da Adriano Sofri a Nini Briglia, da Gad Lerner a Paolo Liguori: che rapporti hai con loro?

«Quando sono entrato in Lotta continua ormai c’era solo il giornale. Con Gad Lerner ho anche battibeccato. Per Mauro Rostagno ho firmato perché a Trento si facesse un monumento. Diciamo che li ricordo con affetto, come si ricordano quelli con i quali hai fatto la naja».

Nella videolettera scritta in occasione degli 80 anni di Berlusconi hai pronunciato diversi grazie. C’è qualcosa di cui non gli sei grato?

«Chiedergli di continuare a fare l’editore e a esprimere la sua energia nelle aziende sarebbe stato come chiedergli di non essere Berlusconi. M’ispira simpatia persino nelle passioni, politica compresa, che non mi appartengono per niente. Mia madre e mio padre, agente di polizia, mi hanno insegnato il rispetto per le persone umili e perdenti più che per i potenti. Berlusconi perdente è un ossimoro, ma è stato molto avversato, demonizzato dalla stampa e dalla magistratura. Questo me lo rende simpatico. Mi è successo anche con Craxi ad Hammamet. Non mi serve un nemico per esistere».

Come giornalista iniziasti in Rai?

«Il primo lavoro fu per una tv svedese in Salvador. Per Mixer feci dei servizi sulla ’ndrangheta. L’esperienza che mi è servita di più fu a Epoca: non tornavi senza il reportage fotografico. Così ho imparato il valore delle immagini. Gli amici più cari erano i fotografi. Poi mi chiamò Giuliano Ferrara all’Istruttoria».

A Terra! fai il conduttore di strada.

«Con Mentana e Sposini ero inviato del Tg5 e facevo Terra! conducendola anche da Baghdad. Conduttore di strada lo scriverei sul biglietto da visita. Anche lì però servono la regia, la troupe, le luci. È come quando compri le arance dal furgoncino: informazione a chilometro zero».

Con al centro la vita quotidiana delle persone?

«Diciamo che non coinvolgo i potenti. La mia speranza è che dopo aver visto Terra! lo spettatore si alzi con più dubbi di quando si è seduto».

Dal 10 aprile va in onda su Rete 4  uno spin off intitolato Casa Capuozzo, quattro puntate di reportage sui migranti. È difficile stare in equilibrio tra buonismo e cattivismo?

«È un titolo autoironico. Non sono partito dalle ideologie, ma dalla casa dei miei. Mia madre era triestina, mio padre napoletano e io sono cresciuto a Udine. Penso che se l’immigrazione non funziona nel Nord est, terra di emigranti, difficilmente può funzionare altrove. Mi sembra che gli immigrati di oggi siano carichi di attese e illusioni. Ho tentato di raccontarli andando oltre il boldrinismo e il salvinismo».

Pensi di esserci riuscito?

«Non lo so. Il nemico è l’ipocrisia. Abbiamo una classe politica capace di sussulti e minacce, ma non di un’idea di futuro. C’è troppa melassa. Certi richiedenti asilo dell’Afghanistan o del Pakistan sono giovani e forti e hanno lasciato a casa le donne. Nei tg sentiamo dire: “Salvati 1500 migranti”. In italiano la parola “salvati” riguarda chi è in pericolo di morte. Si dovrebbe dire: “Raccolti”. Mare nostrum non è servita a dissuadere chi voleva partire e ora registriamo più arrivi e più morti di prima».

Non fai informazione da cane da guardia contro i poteri forti: indole, mancanza di mezzi o a Mediaset è difficile?

«L’espressione “poteri forti” non mi appartiene. Non capisco se si riferisce alla Trilaterale, alla massoneria, alla magistratura, alla Consob. Abitano nei palazzi, mentre io frequento la strada. Più che un cane da guardia sono un cane randagio».

Che cosa pensi dei talk show?

«Li trovo poco autentici, anche se possono rivelare la preparazione o l’impreparazione dei politici. Qualche volta ci vado, soprattutto se mi coinvolgono sul terrorismo o sulle guerre. Ma resto un po’ un orso».

Preferisci Report e Presa diretta?

«Milena Gabanelli l’ho sempre stimata. Le sue inchieste richiedono mesi di lavoro. I tempi lunghi sono un bene prezioso, maggior ragione in un’epoca di fast journalism. Il lavoro di Riccardo Iacona lo sento più vicino, sebbene non la pensi come lui. In realtà, guardo soprattutto documentari di storia o naturalistici».

Milena Gabanelli, ex conduttrice di «Report»

Milena Gabanelli, ex conduttrice di «Report»

Cosa pensi dei cachet degli artisti Rai e dell’ingerenza della politica denunciata da Fabio Fazio?

«Penso che ci vorrebbe più discrezione. Non si può recitare da verginelle appena usciti dal bordello. È vero, esiste il mercato e la tv pubblica deve farci i conti, ma certe cifre fanno pensare. Soprattutto a quante famiglie non arrivano a fine mese».

Se dovessi indicare un maestro di giornalismo televisivo?

«Non saprei, ho sempre cercato di essere me stesso. È inutile provare a fare grande cucina se sei bravo a tagliare formaggio e salame. Maestri? Diciamo che le riunioni con Ferrara sprizzavano intelligenza e che con Mentana ho imparato la velocità nell’afferrare la notizia».

In quella lettera a Berlusconi sconsigliavi i giovani dal tentare la professione di giornalista.

«Non voglio illuderli che riusciranno facilmente a viaggiare per raccontare il mondo. È uno sconsiglio paterno».

Ti piacerebbe essere giovane oggi?

«Preferisco fare i conti con la vecchiaia. Quando tengo delle lezioni in università vedo una generazione che rispecchia l’incertezza di tempi, molto diversi da quelli in cui ero giovane io e trovare lavoro era facile».

Cosa ti piace dell’Italia di oggi?

«Il paesaggio, sempre bello e affascinante, anche se un po’ rovinato. D’estate, a Pantelleria, ritrovo il sapore degli anni Cinquanta. Amo i borghi, le viuzze della Toscana e del mio Friuli, la cucina popolare e i dialetti che cambiano ogni venti chilometri. Più che campanilismi, una ricchezza. L’insistenza sul multiculturalismo e l’apertura alle comunità musulmane mi lascia perplesso. Siamo già il Paese delle piccole patrie, dobbiamo solo non ridurle a folclore».

In politica che cosa vedi?

«Non voto da 25 anni, non l’ho fatto neanche al referendum. Non sono un cittadino esemplare».

C’è una passione, un personaggio, una manifestazione che non ti perdi?

«Le partite del Milan. Mi piace guardarle con mio figlio, in un patto silenzioso tra uomini. Anche il telegiornale era un rito, ma ora le notizie arrivano sul telefonino».

Letture predilette?

«Sono un lettore disordinato. Mi piaceva Gabriel Garcia Marquez, ora amo Mario Vargas Llosa e Philip Roth, Paul Auster. Trovo la letteratura italiana contemporanea troppo intimista».

Adesso sul comodino?

«Un saggio inglese che racconta la storia del mondo attraverso mappe e carte geografiche».

 

La Verità, 9 aprile 2017