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«Questa società ha bisogno di uomini Lego»

Allora, Susanna Tamaro, contrariamente alla vulgata secondo la quale è un non luogo geografico, il Molise esiste davvero?

«Ricordo che all’esame di seconda elementare la commissione mi chiese di indicare sulla carta geografica dov’era il Molise. Si diceva sempre Abruzzo e Molise… Così, con una lunga bacchetta, puntai l’Italia centrale. Forse mi è rimasta da allora la passione per questi posti. Anche la protagonista di Va’ dove ti porta il cuore sposa un uomo dell’Aquila».

Quella di Il vento soffia dove vuole invece ne sposa uno di Capracotta (Isernia), esemplare degli uomini Lego. Messa così sembra la trama di un romanzo di fantascienza…

«Sembra».

Invece è un romanzo epistolare come Va’ dove ti porta il cuore, che però è del 1994. Chi scrive lettere nell’èra dei social e dei messaggi vocali?

«Più o meno nessuno. Però, secondo me, sta iniziando una controtendenza. Nella mia libreria a Orvieto c’è un reparto di belle carte da lettera, forse qualcuno le compra… Ci dimentichiamo che l’uomo è memoria e la memoria passa attraverso la scrittura. L’uomo smemorato è un futuro servo obbediente».

Susanna Tamaro è a Padova, ospite della Fiera delle parole, dove ha presentato in anteprima nazionale Il vento soffia dove vuole (Solferino), il nuovo libro che ha per protagonista una madre autrice di tre lettere alle sue due figlie e al marito, nelle quali succedono un sacco di cose che la scrittrice triestina narra con quel suo linguaggio semplice, frutto di una complessità risolta, affrontando temi come l’adozione, l’aborto, l’eredità genetica, la marginalizzazione del maschio.

Possiamo dire che si tratta di un romanzo antimoderno?

«In un certo senso sì, perché usa una forma di comunicazione che si può considerare antiquata ma, secondo me, da rivalutare. Ai tempi di Va’ dove ti porta il cuore ricevevo migliaia di lettere. Avendo risposto quasi a tutte ricordo le storie dei miei lettori… La schematizzazione virtuale delle emozioni e del pensiero non fa bene a nessuno».

La schematizzazione virtuale?

«I like, mi piace, non mi piace. Con i social viviamo in una perenne distrazione di massa, mentre scrivere fa articolare pensieri complessi».

Nel libro ricorre anche a espressioni che derivano dal mondo induista.

«Ho avuto una formazione particolare. Mio padre era un seguace di Krishnamurti, un importante mistico di origine indiana. Anch’io ho letto i suoi libri e sono state letture importanti. Ogni popolo ha una propria forma per esprimere la sete d’infinito. E ognuna di queste forme porta un tassello alla nostra vita e la arricchisce».

Usa anche la poesia, soprattutto Canto notturno di un pastore errante dell’Asia. Come mai Giacomo Leopardi, che nelle scuole insegnano come il campione del pessimismo?

«Leopardi è un grande della letteratura che ho detestato fino ai miei trent’anni. Quando mi sono immersa nello Zibaldone, ho trovato la sua poesia sempre nuova, ricca, mi ha regalato tanto. La poesia è un patrimonio che ci illumina e ci apre nuovi orizzonti. Primo Levi raccontò di essersi salvato nei campi di concentramento imparando alcune poesie a memoria».

Chi sono gli uomini Lego?

«Quelli che hanno la spinta a costruire relazioni che durano nel tempo. Sono quelli che sanno che ci vogliono le mani per potare un melo, per riparare un cancello… Vivo in campagna da 35 anni e vedo che in città queste conoscenze si perdono e si perde la dimensione della costruzione perché è tutto mentale. Abbiamo migliaia di anni alle spalle legati alla terra e all’evoluzione, ma pensiamo che gli ultimi trent’anni di iper-modernità siano tutta la nostra storia».

Le sembra che ci sia bisogno di questi uomini Lego?

«Sì, assolutamente. La mia visione della natura e del mondo materiale è segnata anche dal taosimo, una religione basata sulle polarità. Se uno dei due poli diventa debole, tutto si sbilancia. Oggi viviamo uno squilibrio nel rapporto tra maschile e femminile perché l’uomo ha perso il potere che aveva un tempo e non ne ha ancora costruito un altro. Per questo siamo in una fase di transizione».

La accuseranno di voler ripristinare il patriarcato.

«Ho parlato di transizione, non di ritorno al passato. La maggior parte delle mie amiche è sposata con uomini Lego e anch’io ho amici che sono persone sensibili. Invece nella narrativa prevalente l’uomo e descritto come qualcosa di torbido, portatore di negatività».

Questa mamma, da ragazza, ha abortito e porta nella psiche e nel corpo qualche conseguenza. L’aborto è un diritto conquistato in anni di lotta delle donne, ma si pensa che, una volta praticato, non abbia memoria?

«Appartengo alla generazione che ha vissuto in pieno l’arrivo della legge 194. Avevo e ho molte amiche attiviste e militanti radicali. È stata una battaglia epocale. Ma nonostante abbia vissuto in questo ambiente quegli anni ho sempre provato turbamento davanti a quello che considero un evento non indolore. Mi impressiona il fatto che venga trattato sempre come una questione ideologica e mai come una questione ontologica».

Cosa intende dire?

«Che l’aborto è un’azione che riguarda chi è, cos’è la persona. Come si forma. Di questi tempi mi colpisce il disprezzo generalizzato per la vita. A nessuno capita mai di pensare che se la propria madre avesse deciso di abortire lui non sarebbe nato, non avrebbe fatto parte dell’avventura difficile e complicata della vita».

Invece prevale l’ideologia…

«Che cancella la sofferenza delle donne. Può capitare nella vita di fare come la mia protagonista, si pensa di risolvere un problema… Ma è un’azione importante che non si può archiviare in modo disinvolto perché le sue tracce segnano la fisiologia e restano a lungo nel corpo delle donne. Penso che le donne debbano ascoltare il loro dolore profondo ed essere orgogliose dei loro diritti».

Questa madre poi adotta e mentre sono in corso le procedure per l’adozione rimane incinta e sta per ricredersi: è un eccesso di sincerità raccontarlo alla figlia adottiva?

«So di casi analoghi: la maternità adottiva sblocca anche la fecondità naturale. È molto umano provare uno smarrimento in quella situazione perché aspetti un figlio sconosciuto e ne hai un altro naturale in pancia. Quando si scrive bisogna avere il coraggio di mettere a nudo anche le proprie fragilità. La madre evidentemente pensa che la figlia sia in grado di comprendere il suo travaglio».

Nel parapiglia tra spermatozoi e ovuli che s’incontrano la protagonista intravede il destino.

«Il destino è la grande realtà che abbiamo rimosso perché viviamo in un mondo immolato al caso. Invece, proprio per la fragilità che ci abita e per l’imprevedibilità degli eventi, appartiene alla cultura umana l’idea che le nostre vite siano governate da un destino invisibile».

Lei si sofferma sulla differenza tra la figlia adottata e quella naturale: parlare dell’importanza della genetica nella nascita e nella formazione delle persone vuol dire essere razzisti?

«Vuol dire essere realisti. Oggi, nonostante ci si proclami super scientifici e super razionali, dimentichiamo la complessità dell’ereditarietà e della memoria della discendenza. Il mondo attuale cancella le genealogie, ma gli studi sul Dna ci stanno svelando cose straordinarie sull’ereditarietà genetica. I talenti, per esempio, sono ereditari. Nel karma indiano quando si studia la complessità delle famiglie si vede che in ogni generazione si ripropone un problema relazionale o affettivo non risolto da quelle precedenti».

Come colmare il fossato che la realtà virtuale così invadente oggi ha scavato tra le generazioni adulte e gli adolescenti?

«Con una grande consapevolezza e un grande lavoro. Già negli anni Novanta il grande psichiatra Giovanni Bollea voleva sensibilizzare il mondo della politica sui danni neurologici e psichiatrici della realtà virtuale, allo scopo di insegnare alle famiglie e alla scuola un uso consapevole di questi mezzi, per altro meravigliosi. Io non sono contro la modernità digitale. Dalla medicina all’agricoltura ha permesso passi avanti straordinari, ma forse dovrebbe essere meno invadente nella nostra vita quotidiana perché altrimenti rischiamo di trasformarci da homo sapiens in homo demens. Nella progredita Svezia hanno tolto l’uso delle tecnologie digitali dalle scuole e sono tornati a carta e penna perché si sono accorti del danno cognitivo ingenerato nei bambini».

Ha seguito il dibattito sullo spot di Esselunga?

«Mi è sembrato tanto rumore per nulla. Così come mi sembra umanamente ovvio che un bambino desideri che i propri genitori si vogliano bene. Sono la sua origine, il senso del suo esistere».

Nell’esortazione Laudate Deum promulgata per il Sinodo il Papa invita a cambiare comportamenti per sconfiggere il cambiamento climatico. È il tipo di messaggio che l’umanità si aspetta dalla Chiesa?

«Questo messaggio è già promosso da tutti i media, dai governi e dagli organismi internazionali. Forse sarebbe bello che la Chiesa tornasse a parlare dell’esistenza dell’anima. Forse è questa la cosa di cui abbiamo più bisogno: sapere che non siamo pura materia, sapere che in noi abita la complessità su cui si staglia l’ombra del Mistero».

Qualcuno vede nella cultura woke una sorta di nebbia che allontana l’essere dalle sue radici e una forma di conformismo. Come bucare questa nebbia?

«Questa cultura provoca un grande disordine e quando viene provocato un disordine con tanta caparbietà bisogna chiedersi a chi giova».

Cosa indica la viriditas che alla fine del libro propone di rivalutare?

«È un termine coniato dalla grande mistica benedettina Ildegarda di Bingen vissuta nel XII secolo che Benedetto XVI ha proclamato dottore della Chiesa. Nella sua visione profetica elogiava la presenza di una forza vitale, generativa, legata al verde come il colore delle piante e alla base della natura. Una parola contenente anche il termine vir, che indica la virilità dell’uomo. Non il maschilismo tossico, beninteso. Ma quella dote che appartiene a ogni essere umano, indifferentemente dal sesso, capace di vivere all’altezza delle domande dell’anima».

 

La Verità, 7 ottobre 2023

«Sono anticlericale, ma non un ateo militante»

L’appuntamento con Marco Bellocchio è in un elegante hotel di Milano. Reduce dal Festival di Cannes privo di riconoscimenti, il regista di Rapito è in tour per presentare il film al pubblico. È un’opera che abbina alla seduzione estetica il taglio anticlericale nel narrare la vicenda di Edgardo Mortara, nono dei dodici figli di una famiglia ebraica della Bologna di metà Ottocento, ancora appartenente allo Stato pontificio. Battezzato di nascosto dalla tata cattolica allorché malato e in pericolo di vita, una volta appreso dell’amministrazione del sacramento, papa Pio IX esercitò l’imperativo previsto dal diritto canonico di educare cristianamente il nuovo affiliato alla Chiesa. Immediatamente il caso esplose con grande clamore, fino ad assumere rilevanza internazionale. Attorno alla vicenda del «bambino rapito dal Papa re», si coagularono le comunità ebraiche mondiali, la massoneria, i sovrani europei da Cavour a Napoleone III, le grandi testate giornalistiche. Una coalizione che s’infranse contro la volontà del bambino. Il quale crebbe in un convitto religioso, si fece prete assumendo il nome di Pio Maria Edgardo per gratitudine verso il Papa suo benefattore e morì a 90 anni nell’abbazia di Bohuay, in Belgio. Anche Pio IX, pronunciando il famoso «Non possumus», non indietreggiò. Ma in qualche modo quella vicenda contribuì ad accelerare la «presa di Roma» e la fine del potere temporale vaticano.

Come ha scelto il titolo del film?

«Prima avevamo pensato a La conversione ma, nonostante il mio entusiasmo, la garbata opposizione della comunità ebraica mi ha fatto recedere. Il secondo titolo era Non possumus, ma in questo caso è stata la distribuzione a dissuadermi perché il latino non lo conosce nessuno. Poco prima di fare i manifesti siamo arrivati a Rapito che, mi pare, entri nell’orecchio».

Qual è l’idea di questo film di cui va più fiero?

«Fin dall’inizio mi ha mosso l’amore per il dramma di questo bambino. Solo ora il film sta suscitando un certo tipo di discussioni e polemiche, ma il mio primo interesse non era fare un’opera contro Pio IX. Questi due elementi si sono integrati, un po’ come nei grandi romanzi dell’Ottocento s’intrecciano la piccola storia e la grande storia. Stiamo parlando di un film di 2 ore e 5 minuti, non di un libro di storia. Né è mia intenzione paragonarmi ad autori come Alessandro Manzoni che, pure, dedica un intero capitolo dei Promessi sposi alla peste».

Ha scritto una lettera a papa Francesco invitandolo a vederlo: risposte.

«Finora nessuna. Naturalmente ha cose ben più importanti di cui occuparsi».

Si aspettava qualche riconoscimento a Cannes?

«I riconoscimenti sono legati ai gusti dei giurati, che hanno scelto diversamente. Inoltre, l’anno scorso avevo già avuto la Palma d’oro alla carriera. Si poteva considerare l’interprete del Papa, del padre o della madre…».

Una straordinaria Barbara Ronchi.

«I grandi attori sono molto padroni del proprio volto e dei propri occhi. Lei ha saputo trovare la giusta misura della madre straziata».

Si può dire che c’è una prima parte del film più provocatoria e una seconda più riflessiva, in cui sembra rispettare le scelte del protagonista?

«Man mano che si procede s’impone la grande storia con la fine del Regno pontificio. Avevamo l’esigenza di trovare delle sintesi, rendendo lo strazio del bambino. E l’impresa impossibile alla quale è chiamato, di conciliare le due religioni, quella della famiglia e quella del suo secondo padre, Pio IX. Qui è nata la scena nella quale schioda il crocifisso…».

Quella iniziale con il padre tentato di lanciarlo dalla finestra ai suoi confratelli per sottrarlo al sequestro è un po’ forzata?

«Non è inventata. Nelle cronache si cita il padre che espone il bambino ai suoi correligionari perché lo portino via. È anche vero che poi non se la sente, come si rendesse conto del rischio di perderlo definitivamente».

Dalle ricostruzioni storiche risulta che il Papa propose di farsi carico dell’educazione di Edgardo fino alla maggiore età quando avrebbe scelto a quale confessione aderire.

«È vero. Il bambino mostrò sempre gratitudine verso il Papa per l’educazione ricevuta».

Frequentando una scuola cattolica a Bologna si voleva garantire ai genitori la possibilità di vederlo.

«Questo non lo so. So che il Papa dispose una pensione cospicua affinché il bambino potesse studiare. Poi lui chiese di continuare gli studi come missionario e di chiamarsi Pio. La sorpresa maggiore si ebbe quando, con la liberazione di Roma, il fratello entrò in seminario per riportarlo in famiglia, ma lui si oppose, scegliendo di rimanere lì».

Tornando al battesimo clandestino, la legge vietava che le famiglie ebraiche avessero personale cattolico proprio per evitare queste situazioni.

«Era un divieto blando e poco rispettato. Alle famiglie ebraiche faceva comodo avere personale cattolico nei giorni del shabbat, quand’è proibito lavorare».

Risulta anche che la massoneria favorì l’irrigidimento della famiglia.

«Il padre era massone, tuttavia era anche il più disponibile a un’apertura. La madre lo rimproverava perché lo riteneva troppo morbido. A un certo punto il permesso di visitare il bambino fu sospeso perché lei continuava a opporsi e rifiutava che venisse educato cristianamente».

Un dei meriti del film è mostrare che Edgardo aderì presto ai nuovi insegnamenti impartiti: quindi non fu un’educazione forzata?

«Nella sua autobiografia scrive di essere sempre stato trattato con estrema umanità. Ma se pensiamo a un bambino prelevato dalla sua famiglia non possiamo escludere che cercasse la migliore sopravvivenza. In un luogo sconosciuto, anche un bambino si adatta alla situazione. L’amico gli dice: “Tocca farse furbi”… Penso che non abbia fatto molti ragionamenti, in un ambiente gentile ma ostile trovò la sua strada».

Quando i genitori vanno a Roma il rabbino dice al padre che ha sbagliato a creare troppo clamore e che il bambino sta bene, «una brutta notizia per voi».

«Non cercava di scappare, si era adattato. Ma era un adattamento superficiale come evidenziò la visita della madre che riuscì a spezzarne le difese, provocandone la crisi e la richiesta di tornare dai fratelli».

Nella scena in cui sogna di schiodare Cristo crocifisso compie un atto di riparazione per conto del popolo ebraico?

«Gli dicono che il suo popolo è responsabile dell’uccisione di Dio, un’accusa che ora la Chiesa ha cancellato. E lui vedendo e rivedendo questo crocifisso immagina che, liberandolo dai chiodi, può aiutare una riconciliazione che gli permetta di non rinnegare la nuova religione e di riconciliarsi con la vecchia».

Nel dipingere un Pio IX mellifluo e geloso del proprio potere non si risparmia.

«Senz’altro. All’inizio era un papa liberale, poi diventa quasi reazionario. Tenersi il bambino è il simbolo di una battaglia disperata. Che invece perde e, con essa, perde anche il suo regno e ne mostra il dolore. È una figura più tragica che caricaturale».

Tiene fede al principio del battesimo cristiano e da una posizione di debolezza si scontra con i poteri forti dell’epoca.

«Gli rimane il potere spirituale, ma non vuole perdere quello temporale. In Francia i cattolici si dividono, alcuni suggeriscono la restituzione. Rischia di inimicarsi Napoleone III che lo difendeva in nome del principio del battesimo che fa di chi lo riceve un cristiano per sempre. E in nome del quale perde numerose alleanze. Wojtyla lo beatificò proprio in quanto simbolo della difesa della fede in un mondo che si laicizza».

Perché si è basato sulla ricostruzione di Daniele Scalise piuttosto che sull’autobiografia dello stesso Edgardo Mortara?

«Ho letto anche l’autobiografia, certo. Scalise è la fonte principale, ma ho attinto anche a un libriccino di Gemma Volli dove ho trovato la scena della madre disperata. Poi a quello di David Kertzer e ai documenti del processo all’inquisitore».

Che cos’è per lei l’ateismo?

«Ha in sé qualcosa di militante contro la religione che non è in me. Sono non credente, ma non ho bisogno di affermarlo. Anzi, in questi tempi più che complicati, laddove si trovassero momenti di dialogo senza pretendere che un credente rinunci alla fede o, al contrario, che voglia convertirmi, il mondo troverebbe nuove risorse. Nell’Ottocento esisteva il partito degli atei, io non sento questa forma di revanscismo. Certamente vengo da un’educazione cattolica da cui mi sono progressivamente separato».

È incuriosito dal cristianesimo, ma ostile alla Chiesa?

«Se vedo un credente non è che sia attratto, ma lo ascolto. Capita che mi chieda: lui crede e io no, com’è possibile? A volte, quando vedo rappresentata la fede nell’arte e nel grande cinema, come quello di Dreyer, succede che mi commuovo».

Cos’è l’anticlericalismo?

«Nel mio caso può derivare dall’educazione che ho ricevuto fatta di messaggi violenti: “Devi essere sempre in grazia di Dio, perché se muori vai all’inferno per sempre”. Sono stato educato con questi principi. Oggi un prete aperto non userebbe queste espressioni. Ma a me è andata così, infatti per molti anni ho avuto paura. Poi, con l’adolescenza, mi sono emancipato».

In Italia, nel cinema e nella letteratura, c’è l’egemonia della sinistra?

«Si diceva che così fosse. Però ormai le carte si sono mescolate. In un periodo in cui la sinistra era fortemente egemone, non sono mai stato iscritto al Pci. Anche il liberalismo progressista aveva il suo peso, poi c’erano distinzioni tra socialisti e comunisti. Comunque la sinistra era dominante».

Ha seguito le polemiche del Salone del libro per la presentazione di Una famiglia radicale di Eugenia Roccella?

«Penso che se si invita una persona a presentare il suo libro, ministro o non ministro, non si può impedirle di parlare. Poi, certo, c’è l’esuberanza dei giovani… Ma anche l’avversario ha diritto di parlare: impedirglielo è sbagliato».

Sta già pensando al nuovo film?

«L’idea è lavorare su Enzo Tortora. Non so se un film, una serie o altro. Mi prendo qualche settimana per decidere».

Rapito può voler dire anche rimanere affascinati da un fatto, un avvenimento. È quello che può essere accaduto a Mortara?

«Il significato primario è che è stato rapito, non volente. Un film può raccontare le estasi di Mortara come quelle di Santa Teresa. Ma penso che non lo farò io. Anche se non lo nego».

 

La Verità, 31 maggio 2023

«Ratzinger parlò della rinuncia già nel 2006»

Anch’egli eminente teologo e liturgista, don Nicola Bux è stato stretto collaboratore di Joseph Ratzinger prima nella Congregazione per la dottrina della fede e poi in altri organismi vaticani. Dopo averlo conosciuto all’inizio degli anni Ottanta, l’ha frequentato fino al 2014, per cui lo si può definire suo amico personale. Ora che si torna a riflettere sulla rinuncia del Papa emerito (Antonio Socci, che il 25 settembre 2011 l’anticipò, ha ricostruito nei giorni scorsi come maturò), don Nicola svela alla Verità una circostanza inedita. Nel febbraio 2006, meno di un anno dopo la sua nomina, Benedetto XVI incaricò alcuni prelati, tra cui anche lui, di verificare l’istituto della rinuncia papale.

Che pensiero le suscita la partecipazione popolare ai riti per la morte di Benedetto XVI?

«La Chiesa è il popolo di Dio, che indica la via della salvezza in Gesù Cristo, come un vessillo elevato tra le nazioni, cioè, anche tra coloro che non credono o professano altra credenza. Benedetto XVI ne è stato fautore per tutta la sua vita: il risultato è davanti ai nostri occhi. L’intellighentia che dirige curie e istituti teologici, un po’ come gli scribi e i farisei che tenevano lontano il popolo da Cristo, non di rado hanno pensato che fosse un papa senza popolo, o a capo di nostalgici: l’afflusso di tanti giovani, specialmente sacerdoti e seminaristi, lo smentisce. Questo popolo che si è manifestato anche nel giorno delle esequie è espressione della sinodalità spesso invocata, ma a volte in senso più astratto che reale. Sinodale vuol dire in movimento. Quella che abbiamo visto in questi giorni è una Chiesa messa in movimento da Benedetto XVI».

Chi è stato per lei Joseph Ratzinger?

«L’esempio del credente in Cristo, che è “sale della terra”, affinché questa non si corrompa ma si conservi e si rigeneri. Per questo, egli ha sempre additato come priorità la fede per affrontare la crisi del mondo, in specie dell’Occidente, che a sua volta oggi, è in crisi di ragione. Per superare la crisi, questa – egli ha ripetuto – deve allargarsi alla fede».

Quando lo conobbe?

«All’inizio degli anni Ottanta, partecipando agli esercizi spirituali da lui tenuti. Cercavo di capire cosa fare, nello scombussolamento postconciliare. E trovai la risposta proprio nel tema che egli stava trattando: “Guardare a Cristo”. Seguì il coinvolgimento nel lavoro della rivista teologica internazionale Communio, da lui promossa insieme ad Hans Urs von Balthasar e altri studiosi».

Un incontro nella redazione di una rivista teologica fa pensare a un rapporto fatto di cose alte.

«Invece, quella rivista mirava ad aiutare il popolo cattolico, smarrito e confuso dal “post-conciliarismo”. In tal senso, un grande apporto a Ratzinger lo diede Luigi Giussani, e noi dietro di lui. Per Ratzinger la teologia non era speculazione fine a sé stessa, ma finalizzata a collaborare alla ricerca della verità, tentativo, in vario modo, proprio ad ogni uomo».

Communio era una rivista diversa da Concilium, considerata più aperta. Negli anni del Concilio Vaticano II e successivi anche Ratzinger era considerato un teologo «aperto».

«Egli era aperto alle mozioni dello Spirito, onde capire come discernere gli avvenimenti nella Chiesa, senza subire il fascino delle mode, cioè del modernismo. Per esempio, da studioso della forma della liturgia, s’accorgeva delle deformazioni intervenute dopo il Concilio, “al limite del sopportabile”, e interveniva con una terapia: riavvicinarla alle fonti della tradizione, da cui tendeva a distaccarsi; lo ha fatto proponendo il contagio virtuoso tra la forma antica e quella nuova, che denominò “straordinaria e ordinaria”. Lo propose, non lo impose. Se lo capissero, nella Chiesa, che le cose proposte si diffondono e si radicano di più! Invece, quelle imposte o peggio le proibizioni, come il Motu proprio Traditionis custodes, sono destinate al fallimento, perché carenti di… pazienza, “la pazienza dell’amore”, come amava ricordare Ratzinger».

Conferma quanto rivelato da George Ganswein, cioè che Ratzinger fu molto rattristato dal Motu proprio Traditionis custodes con il quale nel 2021 Francesco operò una stretta sulla messa in latino, invece ammessa dal Summorum pontificium di Benedetto XVI?

«Non mi sorprende. Ma, è l’atto di papa Francesco che va meditato, e dei fautori della rottura: a chi giova rompere la pace liturgica, come Benedetto disse a Parigi? Per non dire dell’affermazione, priva di fondamento storico, che la lex orandi della Chiesa è una. Se così fosse, si dovrebbero annullare le forme liturgiche orientali e occidentali. Mi auguro un ripensamento al Dicastero del culto divino e quindi nel papa».

I vostri rapporti s’intensificarono quando, nominato da Giovanni Paolo II, entrò nella Congregazione per le cause dei santi e nell’ex Sant’uffizio presieduto da Ratzinger?

«Alla Congregazione per la dottrina della fede, soprattutto, collaborai ai vari dossier che erano sottoposti ai consultori, in particolare la Dichiarazione Dominus Iesus, intesa a riaffermare che Gesù è l’unico salvatore del mondo. L’allora prefetto mi annoverò tra i membri della Commissione che doveva studiare le forme di esercizio del primato del papa, secondo l’auspicio dell’enciclica di Giovanni Paolo II Ut unum sint. In quel frangente, s’intensificarono lo scambio di lettere e gli incontri. Gli avevo chiesto ragione di una sua affermazione, ritenuta in contrasto con altre da lui fatte in seguito; mi rispose il 23.12.2002 con la sua grafia minuta: “Caro professore Bux, evidentemente l’interpretazione delle mie parole di 30 anni fa dev’essere, che la parola ‘successore di Pietro’ implica il diritto divino del Primato Romano con la prerogativa del principe degli apostoli; anche le parole di Sant’Ignazio (d’Antiochia) proestòs tìs agàpis, dal greco: presidente della carità, implicano per me lo stesso contenuto. Ma devo dire, che oggi – per evitare ogni ambiguità – mi esprimerei in modo più preciso. Tanti auguri per Natale e per l’anno nuovo. Suo nel Signore”. Nell’umiltà del suo pensiero cattolico, prima che delle sue azioni, risiedeva la grandezza di Benedetto XVI».

Quando divenne papa come proseguì la vostra collaborazione?

«Già designato da lui nel 2003 a preparare i Lineamenti del sinodo sull’eucaristia, una volta eletto, collaborai al documento base, l’Instrumentum laboris, su cui doveva tenersi il sinodo programmato per il 2005, a cui partecipai come esperto. Lì emerse tutta la visione di Ratzinger sulla liturgia e sulla Messa, ma sempre senza imporre, come si può dedurre dall’Esortazione apostolica che ne seguì: Sacramentum Caritatis. Comunque Joseph Ratzinger-Benedetto XVI, ha fatto scuola. Coi cardinali Raymond Burke e Carlo Caffarra, abbiamo seguito in certo modo il suo pensiero e il suo metodo, promuovendo la Scuola ecclesia mater, una rete di amicizia di alcune centinaia di sacerdoti e laici».

Le affidò qualche incarico delicato che oggi, dopo la sua scomparsa, può rivelare?

«L’incarico di consultore è di per sé soggetto alla discrezione. Insieme ad altri quattro, fui richiesto di esprimere un parere sulla eventualità della rinuncia del papa, cosa prevista dal Codice di diritto canonico. Tra le motivazioni, rilevai che il Signore non ha mai fatto mancare al papa la forza necessaria per esercitare il suo ministero fino alla fine. Pertanto mi espressi negativamente. Eravamo nel febbraio 2006».

Vuol dire che appena un anno dopo la nomina stava considerando l’ipotesi delle dimissioni?

«Per averla sottoposta al Pontificio consiglio dei testi legislativi, e fatto richiedere un parere ad alcuni esperti, probabilmente sì».

In che modo avvenne questa richiesta? E gli altri quattro consultati come si espressero?

«Avvenne mediante una riunione col cardinale prefetto del Pontificio consiglio, in cui si discusse soffermandosi sull’eventualità della rinuncia del romano pontefice per incapacità permanente. Tranne uno, se ben ricordo, che si mostrò possibilista, ci esprimemmo negativamente».

La propensione alle dimissioni era dovuta alla difficoltà a fronteggiare ostacoli interni o maggiormente a un senso d’inadeguatezza personale?

«È noto che all’atto di cominciare il ministero di supremo pastore, chiese di pregare affinché non dovesse essere costretto a correre davanti ai lupi: un’espressione mi pare, ripresa dal papa san Gregorio Magno».

Il fatto che abbia iniziato a pensare alla rinuncia molto presto è confermato anche da quanto disse a Peter Seewald in Ultime conversazioni: «Il governo pratico non è il mio forte»?

«Una volta, vedendo confabulare il segretario di stato e quello suo personale, osservò, con la sua nota ironia: devono governare la Chiesa…».

Ebbe occasione di parlargli nei giorni che precedettero l’annuncio dell’11 febbraio 2013?

«No, perché, qualche giorno prima, mi era stato comunicato che il mio servizio alla Congregazione per la dottrina della fede era terminato».

Dopo essersi ritirato le ha mai fatto qualche confidenza?

«Sono stato in visita da lui nel luglio 2014, quasi un’ora di conversazione, nel Monastero dove risiedeva in Vaticano. Mi è venuto incontro nel salotto, chiudendo dietro di sé la porta dello studio, senza ausili, esclamando: “Bari, san Nicola!”. Ci siamo seduti ai due angoli delle due poltrone bianche, protendendoci l’uno verso l’altro, “perché, – esordì – non sento bene”. Dovevo sottoporgli, a un anno dalla sua rinuncia, le riflessioni e osservazioni di tanti autorevoli amici circa il suo atto e la situazione conseguente; in particolare chiedergli come egli spiegherebbe la figura del tutto inedita del “Papa emerito”. Gli lasciai uno scritto al quale mi rispose un mese dopo».

Che cosa pensa del modo in cui è stato raccontato dai media in questi giorni?

«Ho notato la difficoltà a sganciare il giudizio sulla sua persona dall’atto della rinuncia, addirittura a ritenerlo grande per questo. L’impressione è che qualcuno di quelli a lui più vicini, sia tra i responsabili della fine del suo pontificato. Ma ci vorrà molto tempo per una visione obbiettiva, come dovrebbe essere per ogni papa. Invece, piuttosto in fretta, ci si è preoccupati di canonizzare i cosiddetti “Papi del Concilio”, forse per blindare quest’ultimo. Ciò è andato a scapito dell’analisi disincantata della loro opera».

Che eredità lascia il papa emerito e cosa perde la Chiesa con la sua scomparsa?

«È troppo presto per dirlo. Con la morte di papa Benedetto, è finita l’“èra dei due Papi”: una situazione a mio avviso intollerabile, e speriamo che non se ne crei un’altra. Comprenderà ora, papa Francesco, che deve caricarsi sulle spalle quella parte cospicua di Chiesa che ha visto rendere omaggio a Benedetto XVI?».

 

La Verità, 6 gennaio 2022

«Il Papa è solo contro gli ultras della guerra»

Filosofo e docente di Filosofia morale all’università di Perugia, Massimo Borghesi è una delle voci più seguite dell’intellighenzia cattolica. L’ultimo suo libro s’intitola Francesco. La Chiesa tra ideologia teocon e «ospedale da campo» (Jaca Book).

Professore, come vive questa Pasqua di guerra?

«Siamo di fronte a un evento drammatico che, al pari dell’11 settembre 2001, cambia la scena del mondo».

Paragone forte.

«La storia è segnata dalla lunga durata, come dicono i francesi, e da avvenimenti spartiacque che hanno un prima e un dopo. Stiamo entrando in una fase nuova e inaspettata, nella quale affonda il mito della globalizzazione che aveva già subito grossi colpi con la caduta delle Torri gemelle».

Finisce il Nuovo ordine mondiale nato nel 1989?

«Dal mondo multipolare si torna a un mondo bipolare. Da un lato, gli Stati Uniti attraverso la Nato, stanno svuotando l’autonomia europea, dall’altro, la Russia, comunque finirà la guerra, si accoderà sempre più alla Cina. Nel nuovo mondo si fronteggeranno America e Cina. La povera Ucraina è il terreno di scontro di questi nuovi equilibri».

Il cardine teorico dell’Occidente è sempre la vecchia ambizione di esportare la democrazia?

«È chiaro che la responsabilità di aver scatenato una guerra ingiustificabile ricade tutta su Vladimir Putin che ha le mani insanguinate per le tante morti provocate. Questo va sottolineato con chiarezza. Detto ciò, ci troviamo di fronte al tipico schema manicheo che rende quasi irrisolvibile il conflitto. Da una parte Putin vuole restaurare la Grande Russia contro l’Occidente, terra della decadenza. Dall’altra si ripropone il modello teocon, aggiornato in chiave democratica, dell’Occidente paladino della libertà in contrasto con le autocrazie».

Abbiamo parlato di Pasqua di guerra, sarebbe più corretto dire in guerra?

«È una Pasqua di guerra, ma non certo “una Pasqua di giusta guerra” come ha affermato Giuliano Ferrara sul Foglio. L’Occidente ha fatto bene a sanzionare Putin e a sostenere sul piano militare la resistenza all’invasore. Non può, però, limitarsi a questo. Deve premere, al contempo, per trovare una possibile intesa che metta fine al conflitto».

Invece?

«Quando sentiamo dire che l’Ucraina potrebbe vincere o quando sentiamo parlare di assalti in territorio russo delle forze ucraine, significa che non siamo più di fronte a una mera guerra di resistenza, ma a un conflitto di lunga durata. Quando sentiamo il presidente americano Joe Biden, sostenuto da un esagitato Boris Johnson, parlare di sanzioni e armi senza accennare a soluzioni di pace non possiamo che preoccuparci. La domanda che dobbiamo porci è: l’Occidente ha una strategia di pace?».

Biden vuole destituire Putin.

«Credo che il suo obiettivo sia mettere all’angolo la Russia, non semplicemente di sostituire Putin».

Fosse semplice…

«Vuole arrivare allo scacco militare in modo che il problema russo venga per un certo tempo accantonato. Perciò mi chiedo: Biden ha intenzione di arrivare alla pace o no? L’Occidente ha una strategia di pace o ha delegato la mediazione alla Turchia e a Israele? Tra Russia e Ucraina medierà la Cina che non ne ha voglia, l’Onu che risulta impotente, l’Europa che balbetta? Se ci si limita a inviare armi e a inasprire le sanzioni la guerra finirà per desertificare l’Ucraina. Qualcuno si preoccupa degli ucraini oltre al Papa?».

La cui richiesta di una tregua durante la Settimana santa è stata ignorata.

«In questo contesto il Papa è il fattore di contraddizione. È l’inascoltato per eccellenza perché rappresenta un giudizio realistico, il pericolo della terza guerra mondiale, che nessuna delle parti vuole sentire. Non Putin che vuole tornare a casa con il suo bottino, non Zelensky che vorrebbe addirittura il coinvolgimento della Nato».

Francesco è solo?

«La solitudine del Papa risalta maggiormente davanti ai silenzi dei leader politici dopo l’invito alla tregua pasquale. Nessuna voce si è levata dall’Onu o dall’Europa o dal presidente cattolico Biden a sostenere quella proposta».

Per farsi ascoltare Francesco ha alzato i toni parlando di «sacrilegio», di «pazzia» del riarmo, di «oltraggio a Dio», di «tradimento blasfemo del Signore della Pasqua» e «idolatria del potere».

«Il Papa è angosciato da questa guerra perché la vede come la fine del progetto di pace per cui ha lavorato in questi anni. È la sconfessione della Fratelli tutti che presupponeva un mondo multipolare e la coesistenza tra le potenze. Il ritorno allo schema bipolare manicheo passa da una guerra senza prigionieri. Il timore di Bergoglio è che la “terza guerra mondiale a pezzetti” diventi reale a tutti gli effetti».

Diventi un pezzo unico?

«Una guerra globale. In questi giorni abbiamo sentito analisti e politici accennare alla possibilità di un conflitto nucleare. Questo dice la follia alla quale siamo arrivati. Sembra di essere tornati alla crisi di Cuba».

John Kennedy si comportò in modo diverso da Biden.

«Concesse la smobilitazione dei missili dislocati in Turchia. Un compromesso che convinse Nikita Krusciov a togliere i missili a Cuba. Oggi la parola compromesso è bandita dal vocabolario».

Come mai Francesco è inascoltato anche da quei media che solitamente lo elogiano?

«Questo non mi sorprende perché il Papa è apprezzato ora da destra ora da sinistra a seconda di come le sue parole possono essere utilizzate».

Ieri si è celebrata la Via crucis al Colosseo: come valuta il fatto che l’ambasciatore ucraino presso la Santa Sede e il vescovo di Kiev hanno deplorato la scelta di Francesco di affiancare una donna russa e una ucraina?

«La reazione ucraina a questa unione fraterna tra le due donne sotto la croce di Gesù, fa capire che non si vuole la pace, ma lo scontro fino all’ultimo sangue. La presa di posizione dell’ambasciatore rappresenta una grave ingerenza. Ancora più grave è l’intervento del vescovo perché animato da nazionalismo politico-religioso, vera piaga dell’Est cattolico e ortodosso».

In Ucraina e in Russia, come mostra la benedizione della guerra del primate ortodosso Kirill, il nazionalismo prevale sull’appartenenza alla Chiesa?

«Questo è ovviamente molto grave e rende ancora più coraggioso l’impegno ecumenico di papa Francesco. Il cesaropapismo rende la Chiesa di Kirill organica al progetto della Grande Russia perseguito da Putin. Usare il nome di Dio per legittimare le guerre sembra un’idea condivisa anche dal vescovo cattolico di Kiev».

Francesco è solo quanto lo fu Giovanni Paolo II ai tempi della guerra in Iraq?

«Forse anche di più. Osannato come il protagonista che aveva permesso la caduta del comunismo, quando nel 2003 prese posizione contro la guerra di George W. Bush, Giovanni Paolo II fu osteggiato dai media e criticato dai teocon cattolici che invitavano a schierarsi con l’America contro il Papa. Allora però la sinistra e il mondo cattolico seppero organizzare un movimento pacifista oggi latitante».

Qual è la causa di questa assenza?

«In Italia e in Germania oggi i partiti sono molto preoccupati di allinearsi alla politica americana. Il fatto che alla Casa Bianca sieda un democratico rende questo allineamento ancora più sensibile. Con Donald Trump la sinistra italiana si sarebbe sentita più libera di articolare una riflessione critica. Detto questo, non è vero che il Papa è completamente solo».

Cosa glielo fa dire?

«Se guardiamo i sondaggi ci accorgiamo che più di metà della popolazione, in Italia e in Europa, è favorevole a un processo di pace e non vuole il coinvolgimento della Nato. La maggior parte dell’opinione pubblica è con il Papa. Invece l’establishment non è con lui».

Il Pd è diventato improvvisamente il partito della guerra?

«Non sono stupito data la leggerezza dei partiti attuali che fiutano il vento proveniente da Washington. Vedo che la Lega è più dubbiosa. Ma mi chiedo se Salvini si sarebbe smarcato o allineato nel caso in cui Trump avesse attuato una politica bellica. Dobbiamo chiederci qual è la vera autonomia dell’Europa».

È significativo che i consensi al Papa arrivino da figure della sinistra-sinistra come Luciana Castellina o Michele Santoro?

«Certo. La sinistra nel 2003 appoggiò Woytjla che pure aveva favorito la fine del comunismo e questo perché aveva la pace nel suo Dna. Negli anni successivi si è compreso che aveva ragione perché la guerra in Iraq si è rivelata un disastro immane. La sinistra-sinistra conserva la memoria dell’Europa uscita da due guerre mondiali, conosce il valore dell’Onu e, dopo aver preso atto della caduta del comunismo, ha sperato nella distensione tra Russia, Europa e Stati Uniti».

Nei media d’ispirazione cattolica si è ritrovata una certa unità su questi temi.

«Avvenire di Marco Tarquinio, Civiltà cattolica con il direttore padre Antonio Spadaro e L’Osservatore romano di Andrea Monda stanno facendo un ottimo lavoro di documentazione e riflessione. Purtroppo in questi momenti emerge il fatto che il mondo cattolico non ha quella forza mediatica necessaria per far sentire una voce fuori dal coro. La voce dei cattolici non ha spazio nelle grandi testate nazionali».

Cosa pensa dei cattolici che militano nel Pd?

«Immagino che vivano qualche disagio. Come la sinistra-sinistra così anche i cattolici nel Pd non sono rappresentati, come voleva il progetto originario di Romano Prodi. Questo disagio, già visto sulla legge Zan, riemerge con l’allineamento eccessivo alle volontà americane».

Il responsabile della Comunità di Sant’Egidio Andrea Riccardi è uno dei garanti del Pd per le Agorà.

«In alcuni articoli sul Domani uno degli esponenti più significativi di Sant’Egidio, Mario Giro, ha espresso posizioni guidate da grande realismo, in profonda sintonia con il pensiero del Papa».

In conclusione, esiste una terza via sulla guerra in Ucraina?

«La terza via è quella che si muove tra il pacifismo integrale, che però non ha storia, e il bellicismo ad oltranza che non si cura della sorte del popolo e della nazione ucraina. Quest’ultima posizione è quella che oggi prevale, ad Est e ad Ovest. Il Papa è la voce della mediazione. Occorre una potenza della mediazione che lo sostenga. L’Onu e l’Europa devono ritrovare la voce, devono frenare Putin limitando il suo appetito, cinico e sanguinoso, e portare anche l’Ucraina al tavolo delle trattative. Al contrario assistiamo a una resa dei conti planetaria in cui la povera Ucraina è vittima sacrificale».

 

La Verità, 16 aprile 2022

«Sulla pandemia non ho visto grandi inchieste»

La faccia di Toni Capuozzo ti guarda dalla copertina dell’ultimo libro intitolato Piccole patrie. Gli occhi profondi sotto la cuffia di lana grigia. La cenere della barba. È un’immagine che sa di antico come la sua scrittura densa e malinconica. Spesso, chi ha girato il globo e raccontato bombardamenti e violenze, come ha fatto lui per le testate Mediaset e per la carta stampata, assume la postura del cinismo o di una certa spavalderia. O un misto di entrambi. Ma anche se di padre napoletano, come tradisce il cognome, Capuozzo è friulano. Uscito da poco, Piccole patrie (Edizioni Biblioteca dell’Immagine) è un’antologia di articoli, reportage e interventi pubblicati negli anni. Segue di pochi mesi Lettere da un Paese chiuso. Storie dall’Italia del coronavirus (Signs Books), il diario che l’ex conduttore di Terra! ha tenuto su Facebook nei 71 giorni del primo confinamento.

Come trascorrerai il Natale?

«Con la famiglia ristretta, moglie, figli e nipotina. C’è un punto interrogativo su mio genero, medico in terapia intensiva che fa il tampone ogni due giorni. Non faremo uno di quei pranzi che durano fino alla cena».

Il governo è diviso: tu sei aperturista o rigorista?

«Sono abbastanza rigorista, seguo le regole, evito i mezzi pubblici… Ma per imporre il rigore ci vuole credibilità, invece mi pare che politici e scienziati l’abbiano persa. Ci è stato detto: chiudiamo per salvare il Natale, ma adesso chiudono il Natale per evitare la terza ondata. Come se il virus fosse una marea. Quando a scuola certi professori minacciavano continue punizioni te ne fregavi, poi c’era quello che ti metteva in riga con uno sguardo. L’autorità necessita di autorevolezza».

Tipo Angela Merkel?

«Sono riluttante a guardare fuori. Non mi consola il fatto che altri stiano male come noi, né mi eccita che stiano meglio quelli che mi sono simpatici. Mi fa rabbia sentir dire che l’Italia è un modello che altri studiano. Forse per non ripeterlo».

Perché questo secondo lockdown è più indigesto del primo?

«Il primo aveva il sapore della novità. In più eravamo accompagnati – io no – dall’illusione che sarebbe andato tutto bene. Una sorta di premio al sacrificio. Adesso ci sono regole più frastagliate, i colori delle regioni… Nessuno mette più le bandiere arcobaleno o il tricolore alla finestra. Ci siamo convinti che ne usciremo con cicatrici sociali robuste e le orecchie a sventola».

Cos’hai pensato vedendo le persone in fila al Pane quotidiano di Milano?

«Ci passo spesso davanti e ultimamente avevo notato che si stava allungando e che c’erano più italiani che in passato. Quella coda è un documento visivo di un degrado sociale che tutti temevamo. Ci sono sempre più persone che non hanno reddito e non possono incolonnarsi al supermercato. Persone che il mese non riescono nemmeno a iniziarlo».

Le chiusure disposte a inizio dicembre dovevano consentire un Natale più sereno.

«È uno dei sintomi della confusione regnante. Da questo governo, nato per scampare le elezioni, non si può pretendere una visione di lungo periodo. Basta guardare il dibattito sul Recovery fund: le letterine di Natale dei bambini sono più articolate e precise dei nostri piani di rinascita».

Eppure si son fatti gli Stati generali.

«Qualcuno ha notizia del piano di Vittorio Colao? Dovremmo farci aiutare da Indiana Jones a ritrovarlo dentro qualche piramide egizia».

Oppure dall’ennesima task force.

«Mi viene in mente quando da bambini si giocava e ognuno aveva un ruolo: io faccio il presidente, tu il sindaco, tu il generale… Si crede che i nomi in lingua straniera nobilitino, ma sono solo pompose etichette che nascondono l’inconsistenza del prodotto».

L’imminenza della terza ondata dipende da un weekend lassista documentato da qualche foto nelle ore dello shopping?

«Personalmente, se vedo una folla mi allontano. Ma chi è andato a fare acquisti non mi pare abbia violato nessuna disposizione. Se apri i negozi per aiutare il commercio e inventi il cashback non puoi incolpare i cittadini che fanno ciò che è permesso. Trovo fastidioso dare sempre la colpa alla popolazione. Davvero l’aumento dei contagi di ottobre è figlio delle discoteche della Costa Smeralda? Io ricordavo che la malattia necessita di 14 giorni d’incubazione. Il calendario non torna. Mi sembra si siano buttati dei fumogeni per nascondere le responsabilità di chi invece di prepararsi all’arrivo della stagione fredda, pensava ai banchi a rotelle e alle elezioni regionali».

In Lettere da un Paese chiuso contesti ad alcuni colleghi di giustificarsi per l’iniziale sottovalutazione del virus con il fatto che sbagliavano anche gli scienziati. Non è vero?

«In parte è colpa della televisione e del meccanismo dei talk show. Ben presto i virologi hanno capito le tecniche per lasciare il segno, chi recitando da prefica chi da ottimista a oltranza. La commedia dell’arte ha reclutato anche il girone degli scienziati. Non uno che abbia l’umiltà di dire che la scienza è un processo di ricerca continua. Sbagliamo tutti, ma se dopo aver sbagliato assumi un tono profetico sfiori il ridicolo».

La minimizzazione dei primi tempi era una forma di appoggio al governo che si diceva prontissimo?

«Anche della correttezza politica. Non dimentico che alcuni miei colleghi si mostravano mentre assaggiavano gli involtini primavera. Non dimentico che il presidente Mattarella è andato in visita a una scuola multietnica e che da Chinatown il sindaco di Milano ha invitato a frequentare i ristoranti cinesi. Tutto questo mentre c’era una coppia di cinesi in quarantena allo Spallanzani. Ma il nemico era il razzismo, non il virus. I cinesi residenti in Italia hanno chiuso i loro negozi prima di noi: hanno fatto autorazzismo?».

La correttezza politica è una pellicola tra noi e la realtà?

«È un velo che fa vivere in un mondo virtuale. Per esempio, sui migranti. Nessuna persona di buon senso può sostenere che la nostra accoglienza sia qualcosa più di un permesso di entrare. Accogliere vuol dire aiutare a trovare lavoro e pagarlo in modo adeguato. Invece, finita la retorica, dove vai a dormire, dove trovi lavoro non importa più a nessuno».

Come si sta comportando l’informazione?

«Ho visto poche vere inchieste. È difficile uscire dalla trappola obbligatoria del bollettino quotidiano, inevitabilmente ansiogeno. L’informazione non deve né rassicurare né spaventare, ma dare notizie».

Alcune sono state secretate, come i verbali delle riunioni del Comitato tecnico scientifico e l’inesistenza del piano pandemico.

«È uno degli aspetti più spinosi. In assenza di trasparenza servirebbero inchieste capaci di aprire cassetti e rompere lucchetti. Secondo me si è proclamato lo stato di emergenza in buona fede. Come quando i sindaci chiudono le scuole all’annuncio di una forte nevicata. Durante il primo lockdown ho scritto un post intitolato “Ho visto un italiano felice: Giuseppe Conte”. È riuscito a saltare sul treno che gli ha consentito di tenere conferenze stampa all’ora dei tg. Conte è ancora in piedi per mancanza di alternative. Tutti hanno voglia di gestire i fondi del Recovery, nessuno di gestire le cosiddette ondate».

Che idea ti sei fatto della gestione dei numeri? Morti per Covid o di Covid?

«Non frequento dietrologie. Persone che conosco con patologie pesanti hanno avuto il colpo finale dal Covid. A livello mondiale il paese che sta nascondendo più informazioni è la Cina. In Italia vedo all’opera più un’Armata Brancaleone che la Spectre».

Ti aspettavi di trovare nella nostra classe dirigente qualcuno che sapesse mettere da parte il proprio punto di vista e proporre uno sguardo responsabile?

«Avrebbe dovuto farlo il governo, come in presenza di uno stato di guerra. Non parlo solo della necessità di un governo di unità nazionale, ma della necessità di lavorare di concerto per varare misure condivise. C’è stata grande sottovalutazione, qualcuno ha preso la pandemia come l’occasione della vita. Anche l’opposizione si è adagiata nel copione. In piena emergenza, con l’eccezione di Berlusconi, tutti hanno fatto campagna elettorale. Dissonante rispetto al governo centrale, la Lombardia, dove qualcosa non ha funzionato, è stata sottoposta a un monitoraggio estremo. La lotta politica è entrata nelle corsie di ospedale sulla pelle di un Paese in preda alla tragedia».

Ti aspettavi di più anche dalla Chiesa?

«Sì. La cosa peggiore è l’assenza di punti di riferimento. La pandemia era ed è l’occasione per affrontare problemi sempre accantonati come il fine vita. Abbiamo visto situazioni di grande solitudine, addii senza la ritualità e bare senza nome. Un discorso alto avrebbe aiutato».

Da cosa faresti iniziare la ricostruzione?

«Abbandonerei la strategia degli aiuti e dei bonus. Ma temo sia difficile considerato che al governo ci sono il partito dei sussidi e il partito dello Stato. Vorrei che ogni investimento avesse come condizione la creazione di posti di lavoro. La digitalizzazione è la nuova frontiera e tutti siamo contenti al casello autostradale quando evitiamo la coda con il telepass. Ma ora quanti casellanti sono disoccupati? Anche la digitalizzazione dev’essere ponderata dalla creazione di nuove professionalità».

L’ultimo libro s’intitola Piccole patrie

«Ho raccolto molti articoli scritti sul Friuli. Lo ammetto, è un’idea fuori moda».

È un fatto affettivo o riguarda l’identità?

«Entrambe le cose. L’amore per la patria funziona come per le persone, si prova un affetto più intenso quando sono deboli. Voglio bene all’Italia proprio perché è sfigata. Le piccole patrie fanno capire che un friulano si sente più affine a uno sloveno che a un toscano. La lingua, il dialetto, il campanile non sono realtà di un passato da cancellare in nome della globalizzazione. A una cena con amici ognuno porta qualcosa, un suo piatto; se arrivi a mani vuote un po’ vuol dire che sei nessuno».

Non ti senti inviato di guerra, ma cronista. Si può essere affascinati più dalla normalità che dall’epica?

«Mi piace raccontare la normalità come fosse un’epica. È molto interessante se sai rovistare».

Come sta Kemal Karic, il bambino che nel 1992 portasti in Italia da Sarajevo?

«Sta bene. Una volta ripulito chirurgicamente, il tumore di cui era affetto ha un’alta possibilità di remissione. Perciò, siamo ottimisti. Appena possibile farà a Sarajevo i controlli necessari che poi saranno esaminati all’Istituto dei tumori».

Come sono stati trattati questi due libri dai media italiani?

«Silenzio totale. Me l’aspettavo».

 

La Verità, 19 dicembre 2020

«Non siamo più cittadini, ma solo degli ammalati»

Buongiorno Aldo Maria Valli, lei porta la mascherina?
Glielo chiedo per fugare eventuali dubbi su una sua sottovalutazione del pericolo determinato dal Covid-19.

«Sì, la indosso, secondo le norme stabilite. Non credo nella sua efficacia – un epidemiologo mi ha spiegato che è come pretendere di bloccare i moscerini con una staccionata – ma non ho nessuna intenzione di farmi multare. Già lo Stato mi tartassa con il fisco. La vera resistenza la faccio scrivendo».

L’ultima cosa che Valli ha scritto è Virus e Leviatano, un agile e lucidissimo saggio per l’editrice Liberilibri, nel quale offre una visione molto controcorrente del tempo della pandemia e soprattutto della sua gestione da parte della politica, dei media e anche della Chiesa. In questa intervista, l’ex vaticanista del Tg1 nonché autore del seguitissimo blog Duc in altum, si esprime anche sulle parole di papa Francesco a proposito delle coppie gay e il loro diritto di «essere in una famiglia».

Il primo capitolo del suo libro s’intitola «Un dispotismo statalista, condiviso e terapeutico». Come può un dispotismo essere condiviso?

«Non è la prima volta che una collettività si fa irretire. Étienne de La Boétie, nel suo Discorso sulla servitù volontaria, dice che sono i popoli stessi che si lasciano incatenare. “È il popolo che si fa servo, che si taglia la gola da solo”. Perché? Per paura, ignoranza, passività, vigliaccheria. Per scarso amore della libertà».

Per dispotismo terapeutico intende che il rapporto tra politico e cittadino somiglia a quello tra medico e paziente?

«Non siamo più cittadini, ma malati. Il politico ha assunto il ruolo del medico. La nazione è diventata un ospedale. Il rapporto medico-paziente è ben diverso da quello politico-cittadino: è asimmetrico. Ciò che il medico stabilisce, per il tuo bene, non lo metti in discussione. Ti assoggetti e lo ringrazi pure».

I cittadini diventano docili e pronti a rinunciare a quote di libertà sull’altare della salute?

«Nel mio saggio scrivo Salute con la maiuscola, perché questo è diventato il valore assoluto, a cui sacrificare tutto, compresi i diritti di libertà. Pretesa assurda e pericolosa. La salute è sì un bene primario, ma se viene trasformato in assoluto può essere usato, come di fatto sta avvenendo, in modo strumentale».

Come spiega il fatto che i famosi Dpcm contengano esortazioni a comportamenti virtuosi, a rispettare regole di convivenza, a restare in casa?

«Proprio con il dispotismo terapeutico, con questo paternalismo che tratta i cittadini come sudditi sciocchi, come bambini incapaci di gestirsi, per cui si arriva al punto di mettere il naso nelle abitazioni private, di voler regolare minuziosamente ogni comportamento. Precedenti pericolosissimi».

Che ruolo ha l’informazione nella creazione di questo scenario?

«Decisivo. Il dispotismo terapeutico per essere condiviso ha bisogno dei mass media, di una narrativa appropriata. Ha bisogno del terrore, e il terrore va diffuso mediante l’informazione».

Cosa indica che proprio ora sia nata la prima task force contro le fake news?

«Un provvedimento del tutto illiberale. Non può essere il governo a stabilire che cosa è vero e che cosa è menzogna, a priori. Di nuovo i cittadini sono trattati come bambini incapaci di giudicare. In una democrazia liberale il cittadino si forma le opinioni attraverso il libero confronto».

Sbagliano coloro che, rilevando i successi contro il Covid di Cina e Vietnam, hanno sottolineato i vantaggi delle dittature nei momenti di crisi?

«Mi sembra difficile parlare di successo nel caso della Cina, visto che il virus è stato un suo gentile omaggio. Nel caso del Vietnam c’è da dire che il paese, visti gli stretti legami con la Cina, ha giocato d’anticipo rispetto al resto del mondo, con provvedimenti ad hoc e stretti controlli sui cinesi, specie se in arrivo da Wuhan. Ma se diciamo che le dittature sono meglio delle democrazie nei momenti di crisi facciamo proprio il gioco di chi ci vuole incatenare».

Anche l’Oms avvalora la tesi che la Cina è il paese che ha risposto meglio all’epidemia.

«E lo credo! Il direttore generale dell’Oms, Tedros Adhanom Ghebreyesus, è amicissimo del regime cinese. È etiope, e la Cina sta facendo investimenti notevolissimi in Etiopia. Tra i grandi elettori di Ghebreyesus all’Oms la Cina ha svolto un ruolo decisivo».

Per la Chiesa cattolica la pandemia è stata un’occasione mancata?

«Purtroppo, sì. Non ha parlato di santificazione, ma solo di sanificazione. Si è lasciata contagiare dal terrore. Non ha detto nulla circa i grandi temi della morte e del peccato. Si è piegata ai diktat governativi. Non ha rivendicato la propria autonomia. Si è mostrata più realista del re. È diventata Chiesa di Stato. Va bene il senso di responsabilità, ma non ti puoi annullare. La liturgia ha assunto connotati grotteschi. Siamo diventati adoratori dell’amuchina. Abbiamo trattato Gesù come un untore».

Come spiega il fatto che, salvo rare eccezioni, abbia accettato in modo acquiescente il lockdown religioso imposto dalle autorità civili?

«Connivenza, paura, accettazione passiva, arrendevolezza. C’è di tutto. Ma sopra a tutto c’è una spaventosa mancanza di fede».

Condivide il giudizio di monsignor Massimo Camisasca, vescovo di Reggio Emilia-Guastalla, che ha ravvisato il pericolo del diffondersi di «una visione paranoica della realtà»?

«Certamente. Siamo già paranoici. Parliamo dei positivi come se fossero malati. Siamo tutti terrorizzati. Non solo di beccarci il virus, ma anche di non saper rispettare le norme. Non esaminiamo i fatti, ma ci lasciamo prendere da mille suggestioni. La crisi della ragione procede parallelamente a quella della fede».

In questi giorni il mondo cattolico è agitato dalle parole di papa Francesco sul diritto delle coppie gay a «essere in una famiglia». Che idea si è fatto di queste dichiarazioni?

«Francesco è circondato da una potente lobby gay che ha lavorato per arrivare a questo risultato. Ma si tratta di dichiarazioni private di Bergoglio: il cattolico non è tenuto per nulla a farle proprie».

Ora sta emergendo la manipolazione cui sono state sottoposte le parole del Papa, fatto che si ripete. Ma sembra che Francesco accetti il rischio.

«Non solo lo accetta, ma lo favorisce. È un’operazione decisa a tavolino. Bergoglio provoca la parte sana della Chiesa così che qualcuno, vescovo o cardinale, lo accusi di apostasia. A quel punto lui avrebbe gioco facile, con l’appoggio della grande stampa amica, nel puntare il dito contro i “nemici della Chiesa” e gridare al complotto contro il povero Papa buono e tanto amato dal popolo».

Questi travisamenti ricorrenti riguardano una tecnica di comunicazione o la concezione stessa del ruolo della Chiesa nel mondo?

«Entrambe le cose. L’obiettivo è una religione mondialista sostenuta da una nuova Chiesa schierata con il mondo. La narrativa appropriata serve come strumento».

Meglio una Chiesa che si contamina e traffica il talento o una Chiesa austera ed estranea ai dibattiti della contemporaneità?

«La Chiesa è nella storia e si è sempre mescolata al mondo. Ma ben sapendo che pur essendo in questo mondo non è di questo mondo. Gli slogan sulla “Chiesa in uscita” sono banalizzazioni. La Chiesa è di per sé in uscita perché fa evangelizzazione. Il problema vero è rimettere al centro Gesù e la legge divina».

Tornando all’emergenza Covid, è possibile dissentire dal conformismo prevalente senza essere scomunicati con l’accusa di negazionismo?

«Sì, occorre resistere alla narrativa dominante. Dire chiaramente che essere tacciati di negazionismo è un’infamia. Nessuno nega l’esistenza del virus. Si vuole solo stare alla realtà e combattere l’uso strumentale della pandemia».

Certe manifestazioni di dissenso, condite di complottismo folcloristico quando non becero, avvalorano queste accuse?

«Temo di sì. Io non amo le manifestazioni di piazza: preferisco il ragionamento pacato. Comunque, se si organizza una manifestazione occorre farlo bene, evitando esiti controproducenti».

Si pensava che lo stato di emergenza servisse a snellire le burocrazie per migliorare i servizi al cittadino in condizioni di urgenza, ma non è avvenuto: a cosa serve realmente?

«Lo stato di emergenza serve a incatenare i cittadini, a farli sentire sudditi incapaci di gestirsi, bambini irresponsabili bisognosi di una guida paternalistica. È il frutto di un governo debole il quale, proprio perché avverte la propria debolezza, punta sull’autoritarismo».

Teme che questo stato di eccezione possa diventare norma?

«Questo timore è ciò che mi ha spinto a scrivere Virus e Leviatano. Stiamo dando vita a un precedente pericoloso. L’unione perversa di biopolitica e bioinformazione ha inferto un duro colpo al sistema democratico liberale di stampo parlamentare. Un vulnus che potrebbe diventare permanente».

Pensa che la sottomissione dei cittadini al nuovo dispotismo statalista sia un disegno perseguito o l’esito inevitabile del virus dell’ideologia mai davvero estirpato nell’establishment politico e culturale?

«Dopo tanti anni di giornalismo posso dire tranquillamente di essere complottista. Perché il potere complotta sempre. E tanto più grandi sono gli interessi tanto più ampio è il complotto. Che avviene lontano dai riflettori, in quelli che potremmo definire i “santuari” dei padroni del caos. Ma l’aiuto degli utili idioti è sempre di fondamentale importanza».

Come valuta il fatto che stiamo progressivamente tornando in una situazione di confinamento?

«Alla fin fine è un fatto culturale. Non si viene più educati alla libertà, all’amore per la libertà. Siamo narcotizzati. Abbiamo l’illusione di essere al corrente di tutto e non sappiamo niente. Non studiamo e ci lasciamo condizionare. Dobbiamo imparare di nuovo a pensare. Ma com’è possibile se passiamo tutto il tempo sui social o davanti a programmi televisivi beceri? Huizinga in La crisi della civiltà scrisse che se si vuole ripartire occorre essere consapevoli, per prima cosa, di quanto sia già progredita la dissoluzione».

 

La Verità, 24 ottobre 2020

«Ingigantire il pericolo causa visioni paranoiche»

Una paginetta esplosiva. Che potrebbe intitolarsi «La fede al tempo del Covid». E invece è la lettera che un paio di giorni fa monsignor Massimo Camisasca, vescovo di Reggio Emilia-Guastalla, ha inviato ai sacerdoti della diocesi per esortarli ad accompagnare i fedeli «a vivere con prudenza, ma anche con serenità, fiducia in Dio e capacità di relazioni» il momento che stiamo attraversando. Parole che nascono da un allarme diverso da quello che troviamo tutti i giorni nei media: «Il nostro popolo può correre il rischio di entrare in una visione paranoica della realtà».

Eccellenza, che cosa intende con questa espressione così forte?

«Oggi oltre ai gravi problemi di salute e ai gravi problemi economici – penso alla perdita del posto di lavoro di decine di migliaia di persone – dobbiamo affrontare gravissimi problemi di natura psicologica. Il lockdown ha rappresentato un tempo destabilizzante. Dobbiamo perciò aiutare le persone a uscire dall’angoscia generata dall’ipotesi del ripresentarsi di una situazione già vista. Capisco che coniugare attenzione e libertà non sia facile, ma io preferisco puntare sulla maturità delle persone».

Questa lettera è stata un’iniziativa coraggiosa.

«A me sembra abbastanza ovvia, ci ho messo non più di tre minuti a scrivere queste righe. Ma dato che mi hanno risposto da tutto il mondo vuol dire che è importante. Anche il passaparola di tanti amici sparsi in diversi paesi e legati alla diocesi, alla Fraternità San Carlo e al movimento di Cl ha contribuito a questo volano di trasmissione. La grande quantità di ringraziamenti è il segno che le persone hanno bisogno di essere sostenute nella loro fede e speranza. C’è una sete che non trova correnti d’acqua capaci di appagarla».

Perché ha deciso di scrivere ai suoi sacerdoti?

«Perché vedo, non solo in loro ma in tanta parte del popolo, un’ansia esagerata. Non perché non ci siano motivi di preoccupazione. Ma perché le persone devono essere sempre mosse da qualcosa di più grande. Per i cristiani è la fede. La fede ci insegna che Dio non abbandona mai il suo popolo. Lo accompagna e guida, insegnandogli a vivere le circostanze del presente».

Come spiega il fatto che un documento pastorale sia diventato virale nei siti e nelle chat dei fedeli?

«Perché i fedeli hanno sete di parole incoraggianti. Invece sono troppo sottoposti a una pioggia di parole deprimenti, per giunta in contrasto tra loro».

Lei parla di «crescita di allarme e incertezza, favorita anche dai mass media e dalle insicurezze della politica». È critico nei confronti della visione corrente?

«Nei giornali, che pure svolgono un servizio fondamentale che non voglio dimenticare, vedo un accento eccessivamente apocalittico. E così anche negli annunci che vengono dalla politica: non vedo la capacità di infondere coraggio insieme alle indicazioni di prudenza».

Dice che la paranoia è una visione «distaccata dalle vere dimensioni del pericolo»: non teme l’accusa di negazionismo?

«No, il pericolo ce l’ho davanti ai miei occhi con molta chiarezza. Alcuni miei amici sono morti e molti sono passati attraverso la durissima prova del Covid. Ma non è ingigantendo il pericolo che si danno alle persone le armi per affrontarlo».

Non pensa che l’allarme diffuso dalle autorità e dai media sia giustificato dai dati dei bollettini sanitari quotidiani?

«Penso che dobbiamo mantenere dei comportamenti prudenti. Non a caso in conclusione della mia lettera sottolineo che non dobbiamo “demordere da tutte le attenzioni dovute, come la mascherina, l’igiene delle mani e il distanziamento” pur continuando a vivere».

Parla di «timori esagerati» che possono corrodere «la salute mentale ed emotiva». Ha già trovato tracce di questa corrosione?

«Purtroppo ne ho trovate molte. Soprattutto nelle relazioni difficili che la anormalità dei rapporti ha fatto esplodere».

Situazioni di depressione?

«Depressione, sì; anche stati d’ansia e una diminuita lucidità nella lettura degli avvenimenti».

Cosa vuol dire scrivendo che «le ragioni della vita sono le ragioni della fede»?

«Voglio dire questo: qual è l’antidoto alla paura? Molti risponderebbero il coraggio ma, come diceva giustamente don Abbondio, il coraggio non ce lo si può dare. Dalla paura non si esce con le proprie forze. Occorre riconoscere che c’è qualcuno che ci prende per mano e ci insegna come attraversare il buio verso la luce. Nei Promessi sposi, quando Renzo nel lazzaretto cerca Lucia, a un certo punto sente questa voce: “Abbiam passato ben altro che un temporale. Chi ci ha custodite finora ci custodirà anche in avanti”. È il senso della mia frase».

Molti osservano che è normale che in una situazione così le parole degli scienziati contino più di prima, mentre altri lamentano che la scienza stia diventando una nuova religione: chi ha ragione?

«Innanzitutto, devo ringraziare quegli scienziati che in questi mesi, ma anche nel tempo passato, hanno lavorato per aiutarci nei problemi più gravi relativi alla nostra salute. A questo ringraziamento però devo aggiungere che nell’ultimo anno abbiamo assistito a una discordanza molto profonda tra loro. Questo non sarebbe un male, è naturale che sia così perché la scienza non è un dogma. Purtroppo, però, ho sentito alcuni scienziati parlare come se stessero rivelando dei dogmi».

La salute rischia di diventare un nuovo idolo?

«Rischia di essere un nuovo idolo perché non si crede più alla vita oltre la morte. Se tutto finisce con la morte, la salute diventa una divinità».

Qualcosa di inscalfibile.

«Eppure l’esperienza della morte sta davanti a ognuno di noi come un evento ineludibile di fronte al quale è ragionevole cercare un aiuto che ci permetta di viverla non come un evento definitivo».

Nei giornali si parla molto di etica civile e nei decreti governativi si chiede ai cittadini di essere virtuosi. C’è anche una nuova ondata di moralismo oltre a quella del virus?

«Certamente. L’etica civile regge soltanto quando si riconoscono le ragioni della fraternità. Altrimenti l’invito cade nel vuoto. Il moralismo è una morale senza adeguate radici e noi, oggi, più che a una pioggia di moralismo, assistiamo a un uragano».

Si parla troppo dei malati di Covid e poco delle altre situazioni di sofferenza?

«Il Covid ha oscurato altre patologie, anche comprensibilmente. Dobbiamo tenere aperto il nostro sguardo perché purtroppo ci sono tantissime situazioni di sofferenza altrettanto gravi e meritevoli di attenzione».

La categoria che ha pagato il prezzo più alto sono gli anziani?

«Siamo immersi in una visione funzionalistica dell’esistenza. Davanti alle persone ci chiediamo quali servizi possono rendere. Questo porta al radicarsi della cultura che papa Francesco ha chiamato “dello scarto”. L’anziano viene visto come colui che può occupare indebitamente un posto in ospedale. È una cultura eutanasica, che mostra quanto si sia smarrito il valore della persona nella sua debolezza».

Scrive che «non possiamo permetterci che l’unico criterio sia chiudersi in casa»: virologi e medici disapproveranno questo documento.

«Che però non vuol essere in contrasto con ciò che in futuro si potrà decidere. Al contrario, è un invito rivolto agli scienziati perché tengano presente che nella sanità della persona va considerata la necessità delle relazioni».

Nel finale sottolinea che «le nostre chiese sono luoghi sicuri sia per la preghiera liturgica che per eventuali incontri». È una sottolineatura a scopo preventivo?

«In queste settimane ripeto una battuta: se non vuoi prendere il Covid vieni in chiesa. Abbiamo messo in atto misure di sicurezza sconosciute a tanti altri ambienti. Vorrei che questo fosse considerato e tenuto presente anche per il futuro».

Come ha vissuto l’interruzione delle celebrazioni durante il primo periodo di confinamento?

«Male. Non poter celebrare col popolo è certamente una grande prova. Questo non vuol dire che la mia fede sia stata scossa. Ogni giorno celebravo per tutti e portavo tutto il mio popolo in ogni santa messa. Nello stesso tempo non ho approvato chi diceva: “Sono così belle le messe in streaming, continuiamo così”. La fisicità fa parte dell’evento cristiano perché il Verbo si è fatto carne. La comunità cristiana non è semplicemente una comunione spirituale, ma passa anche attraverso rapporti carnali».

Dopo la preghiera di papa Francesco nella piazza San Pietro deserta del 27 marzo scorso la voce della Chiesa si è fatta un po’ troppo flebile e si è omologata alla narrazione corrente?

«Penso che chi ha responsabilità nella Chiesa abbia non solo il diritto, ma anche il dovere di far sentire la sua voce per guidare le persone a lui affidate. In una recente lettera ad Avvenire mi sono chiesto come mai tanti hanno la percezione che i vescovi non parlano. Penso che tutti dobbiamo aiutarci a trasmettere attraverso la cultura la nostra fede».

Martedì c’è stata la preghiera per la Pace alla presenza del Papa intitolata «Nessuno si salva da solo». Direi perché a salvarci è Cristo. Nella Chiesa di oggi prevale la dimensione orizzontale su quella verticale?

«Da decenni parliamo di secolarismo. È certamente uno dei mali più gravi della vita della Chiesa oggi. Nessuno si salva da solo è un’espressione che ha due significati strettamente congiunti: nessuno si salva senza l’aiuto di Dio e nessuno si salva senza gli altri».

Si tende a parlare solo del secondo significato?

«Sì, è vero. Però è fondamentale perché Dio non salva la persona sola, ma sempre all’interno di un popolo, inserendoci nel Corpo di Cristo che è la Chiesa. Questo ci allontana dalle due tentazioni dell’individualismo e dello spiritualismo».

 

La Verità, 22 ottobre 2020

La cattedrale del mare, kolossal dal pensiero forte

Con La cattedrale del mare, serie spagnola in otto episodi suddivisi in quattro serate, Canale 5 sceglie la via del dramma storico (martedì, ore 21,45, share dell’11.23%, 2,6 milioni di telespettatori). Ci troviamo nella Spagna del XIV° secolo, quartiere Ribera di Barcellona, zona di pescatori, dove arrivano Bernat Estanyol (Daniel Grao) e il figlioletto neonato Arnau (Aitor Luna). Si sono lasciati alle spalle una serie di tragedie, culminate con il rapimento della madre e moglie ad opera del violento signore locale. Il piccolo Arnau non ha mai visto il volto della mamma, così quando cresce il padre lo educa alla devozione alla vergine Maria. Piegati da tanta sofferenza i due vengono accolti dalla sorella di Bernat, sposata a un vasaio in piena scalata sociale. Ma poco alla volta, fra maltrattamenti e mortificazioni, con impegno e rettitudine, Bernat e il figlioletto riescono a stabilire rapporti di stima e solidarietà con la gente del posto. I pescatori sono impegnati a erigere una grande chiesa, orgoglio della popolazione, dedicata alla Madonna del mare. Opera nella quale Arnau si butterà con la passione e l’ardore della giovinezza, prima nei panni dell’umile portatore di pietre, poi finanziando il completamento della costruzione, ma finendo per scontrarsi con l’Inquisizione.

Tratta dall’omonimo romanzo di Ildefonso Falçones, avvocato che esercita a Barcellona, bestseller da milioni di copie tradotto in tutto il mondo e pubblicato in Italia da Longanesi, prodotta da Atresmedia e Netflix con Diagonal tv, La cattedrale del mare narra la storia della costruzione della chiesa di Santa Maria del Mar durata oltre mezzo secolo (1329-1383) tra contrasti, guerre, schiavitù, epidemie, intolleranza religiosa e spirito ribelle proprio della terra di Catalogna, già allora insofferente al potere. Con oltre 2.500 comparse, duemila costumi, 220 animali e l’80% delle riprese in esterni, assistiamo a un racconto kolossal, suddiviso in quattro grandi capitoli (Servi della gleba, Servi della nobiltà, Servi della passione, Servi del destino). Un racconto adatto a una serie epica, dalla scrittura schietta e semplice come un sorso d’acqua fresca, che dosa sentimenti di ribellione, orgoglio e riscatto degli umili, fede religiosa e arrivismo sociale, lealtà e oblique ambizioni. Niente di particolarmente innovativo sul piano della confezione. Ma una storia rassicurante e dal pensiero forte, in grado di trasmettere almeno qualche certezza, in un momento in cui se ne vedono poche.

 

La Verità, 21 maggio 2020

La conversione di Silvia e il lockdown dei cristiani

Una chiesa, sullo sfondo. La facciata di un edificio religioso. Lì, in lontananza. Al margine degli eventi.

C’è qualcosa di emblematico nella vicenda della conversione di Silvia Romano, ora rinominata Aisha. C’è qualcosa di simbolico nel cambiamento di questa ragazza di 24 anni. Ora che da qualche giorno è tornata a casa; che ha ripreso a godersi gli affetti dei familiari; che ha ritrovato i luoghi e i punti di riferimento geografici con i quali è cresciuta; e mentre procedono i tentativi di far luce tra le molte ombre del suo periodo africano, si può provare a riflettere a mente più fredda su quanto accaduto e su ciò che può significare. Per lei e per noi. Si può cercare la giusta distanza per tentare di capire come alcuni fatti apparentemente distanti si intersechino tra loro. Ponendoci delle domande. Con rispetto, senza mettere in dubbio l’autenticità della conversione di Silvia Aisha e la stranezza del contesto – si può dire? – in cui è avvenuta. Una stranezza che Magdi Cristiano Allam, un giornalista e scrittore che ha fatto il percorso opposto, dall’islam al cristianesimo, ha saputo segnalare rilevando la curiosità di come «una giovane tra i 23 e i 25 anni possa liberamente rinnegare una civiltà laica, che garantisce la pari dignità tra uomo e donna, per abbracciare una religione maschilista e misogina che concepisce la donna come un essere antropologicamente inferiore che vale la metà dell’uomo». Domande, appunto. Ma di fronte a questa si deve registrate l’assordante silenzio della gran cassa politicamente corretta, solitamente ipersensibile alla disparità di trattamento delle donne a tutte le latitudini. Ma tant’è. Quello che conta, per tutte le Rula Jebreal del bigoncio, è scagliarsi contro la destra becera – che esiste, eccome – senza tuttavia pronunciare un monosillabo sulla responsabilità della scia d’odio innescata dall’indisponente ed esibizionistica passerella governativa post-liberazione dietro cospicuo riscatto.

L’altro giorno, in occasione del centenario della nascita di Giovanni Paolo II, Marcello Veneziani ha scritto che per lui «il nemico principale della cristianità non è il fondamentalismo delle fedi altrui, ma la nostra scristianizzazione». Nei filmati che riguardano la nuova vita di Silvia Aisha si vede sempre quella chiesa sullo sfondo. È la chiesa di Santa Maria Bianca della misericordia, la parrocchia del quartiere Casoretto, periferia multietnica a est di Milano, tra Via Padova e Lambrate. C’è qualcosa di metaforico in questa storia di conversione all’islam e di chiesa sullo sfondo. Una chiesa neutralizzata, surclassata dagli eventi. Irrilevante. Tanto più in un tempo di celebrazioni vietate e solo ora riprese tra mille precauzioni. Chissà se il parroco di quella chiesa si sarà fatto qualche domanda. E se se la sarà fatta la comunità cristiana di quel quartiere. Personalmente, me ne sto facendo qualcuna anch’io. La notizia della conversione alla religione musulmana di Silvia Aisha è arrivata mentre in quella chiesa non si celebravano messe causa coronavirus. Scherzi del tempo, coincidenze casuali che possono suggerire altre domande. Che contraccolpo rappresenta una vicenda così per la comunità cristiana milanese e italiana? Che mortificazione, che smacco – si può dire? – è per la civiltà occidentale? È solo una suggestione, una vaga connessione temporale quella che interseca il lungo lockdown imposto dal rapimento a Silvia Romano con quello più breve che ha impedito ai fedeli l’accesso ai sacramenti? Oltre la circostanza temporale non sarà anche il caso d’interrogarci sull’arrendevolezza con cui abbiamo digerito, noi e anche le gerarchie ondivaghe, questa sterilizzazione pastorale imposta dagli ottusi decreti governativi? E, infine, sulla credibilità della nostra testimonianza, sulla genuinità e la freschezza della nostra fede? Intervistato dalla Verità, lo storico Franco Cardini ha osservato che dei cristiani non tiepidi si sarebbero vigorosamente opposti a quei decreti, anche scendendo in piazza. Non sarà forse anche per questa insipienza che una ragazza di 24 anni ha cambiato fede durante un lungo periodo di prigionia? Prendendo per autentico il fatto, forse è il caso di chiederci se abbiamo qualche responsabilità di un certo cristianesimo incolore e insapore, privo di fascino e fierezza, di capacità di cogliere lo spirito del tempo.

In questi giorni sto leggendo Libero tra le sbarre (Città nuova), la storia di Nguyen Van Thuan, raccontata da Teresa Gutiérrez de Cabiedes. Poco dopo la nomina ad arcivescovo coadiutore di Saigon, nel 1975 Van Thuan fu accusato di tradimento, arrestato e internato dal regime comunista vietnamita. Rimase in prigione tredici anni, di cui nove in isolamento. Un lockdown molto più spietato di quelli citati finora, durante il quale, all’inizio, il mite prelato insisteva a rivendicare la propria innocenza, pregando di essere liberato per tornare alla sua comunità. Solo dopo aver accettato quella condizione con ascetica rassegnazione, si accorse dei cambiamenti che la sua silenziosa testimonianza suscitava nelle guardie che si occupavano di lui. Al punto che, per evitare le conversioni, gli ufficiali del regime erano costretti a sostituirle di continuo con grande disappunto. Una lezione su cui può essere utile soffermarsi.

 

La Verità, 19 maggio 2020

 

«Lo dice la storia, dopo le pandemie c’è la rinascita»

Professore, da grande viaggiatore quanto soffre il lockdown?

«Non molto. Quando c’è vento fatti canna, recita un detto siciliano. Finita la bufera torni dritto…».

Franco Cardini ha la saggezza degli antichi e dei filosofi. Di suo, è storico, insigne medievista, fondatore e direttore di riviste, consulente di case editrici, polemista. «Impenitente reazionario», sottolinea. Cattolico, antimilitarista, tutt’altro che innamorato della democrazia, riluttante alle regole della tecnologia e del giornalismo: «Il mio sito lo gestiscono alcuni collaboratori, ci scrivono anche altri, io ogni tanto mando le mie pensate. Quando scrivevo per il Giornale e Indro Montanelli mi chiedeva 4.000 battute me ne venivano il doppio. “Io non taglio nulla, taglia tu”, mi ribatteva. “Ma sono le due di notte”. E lui: “Veglia”».

Con quale immagine descriverebbe la situazione in cui siamo?

«È l’esito finale del capovolgimento del rapporto tra domanda e offerta attuato dall’Occidente. Un tempo era il cliente a stabilire cosa far produrre. Da due millenni la prospettiva è rovesciata: i produttori inducono i consumi per arricchirsi. Le conseguenze le vediamo».

La pandemia ci ha fatto riscoprire gli esercizi spirituali?

«Ci dividiamo in tre famiglie. Quelli che non hanno scoperto un accidente e restano nel disagio o nell’ottusità. La maggioranza che ha riscoperto questa dimensione dimenticata. E una minoranza che non ha mai abbandonato, almeno in linea concettuale, il silenzio e il rapporto con sé stessi. Qualcosa che i credenti chiamano Dio».

Finiti gli esercizi spirituali ci sarà la trasformazione del capitalismo?

«Non credo. Il capitalismo può cambiare i suoi pesi e contrappesi interni. Più produzione e meno finanza, più tecnologia e meno manifattura, forse. Ma senza ciò che i greci chiamavano metanoia, cioè conversione a qualcosa di diverso, il capitalismo non muterà la sua natura determinata dalla fame dell’oro».

Vede il pericolo di svolte autoritarie?

«Quello c’è sempre. Ma che sia in sé un pericolo è da dimostrare. Io sono un impenitente reazionario e segnalo che prima della svolta autoritaria c’è il disordine. Platone osservava che quando c’è troppa licenza, un eccesso di forza bruta a tutti i livelli, questo genera un violento e arbitrario ritorno all’ordine. Aveva ragione e viveva ad Atene».

Si parla di primato della scienza, ma i virologi litigano.

«Da una parte riconosciamo il primato della competenza e la necessità che certi argomenti vengano discussi tra addetti ai lavori, dall’altra, vittime della mitologia democratica, pretendiamo di sapere e dire la nostra su tutto, anche quando dovremmo ascoltare. I talk show sono l’emblema di questa contraddizione. Aveva ragione Umberto Eco: c’è una massa di imbecilli che vuole pontificare senza studiare».

La pandemia è una lezione di umiltà per la scienza che rincorre il virus?

«Qualunque scienziato serio sa di essere una formica. Il problema è che la scienza non va avanti sulle proprie gambe, ma su quelle del potere. I mezzi per farla avanzare sono in mano a chi dovrebbe decidere per il bene comune, ma in realtà decide per mantenere la propria supremazia».

Ai tempi della spagnola la scienza era messa peggio, ma si faceva leva su altre risorse?

«C’erano maggiore coesione sociale e maggiore capacità di reagire intimamente. Più fede religiosa e più capacità di relativizzare la vita umana. In Italia abbiamo adottato misure così drastiche perché abbiamo proiettato a livello sociale le nostre paure individuali. Se la vita è un valore assoluto perché siamo convinti che dopo non ci sia nulla, la morte è irrimediabile».

La politica che figura ci sta facendo?

«Nel Medioevo l’egoismo dei politici era temperato dalla filosofia del buongoverno. Carlo Marx prevedeva che i governanti si sarebbero trasformati in comitati d’affari. L’economia e la finanza – le menti – e la tecnologia – il braccio armato – comandano sulla politica che balla su uno spartito scritto da altri. Se Machiavelli scrivesse oggi Il Principe non lo spedirebbe ai capi di Stato, ma a Wall Street o a Davos».

E i nostri governanti come si stanno comportando?

«Si potrebbe far di meglio, ma non so quanto. L’Italia è una delle maggiori potenze europee, ma avendo perso l’ultima guerra ha ceduto sovranità. Non abbiamo autonomia nel decidere se fare la guerra o mantenere la pace. Non abbiamo sovranità diplomatica, monetaria e territoriale. Siamo un Paese militarmente occupato da circa 130 basi di uno Stato extraeuropeo e di un’alleanza egemonizzata dalla Nato».

Che nesso c’è con la gestione dell’epidemia del coronavirus?

«Il nesso è nei fondi che si usano per fabbricare gli F35 anziché per il sistema sanitario. Sono antisovranista perché i sovranisti non lo sono abbastanza. Il cane bastonato morde il bastone e lecca la mano del padrone, ma se capisse da dove viene la bastonata morderebbe la mano. Questo Giorgia Meloni lo sa bene».

Il premier Conte è troppo paternalista quando assicura che non si potrà tornare alla situazione di prima?

«Un governante ha una capacità di comprensione del mondo superiore a quella dei cittadini comuni. Il pater familias è per natura paternalista».

Il paternalismo può servire a indorare il lockdown e prolungare il mandato?

«Uno statista adegua le scelte alle esigenze del momento. C’è un’emergenza senza precedenti. Poi può anche sbagliare. Il governante dice: so più cose, ho più responsabilità e più mezzi di voi. Quando vi dico una cosa, fatela».

La tendenza ad applicare uno schema identico a situazioni diverse è eccesso di ideologia?

«Credo che se il governatore di una regione decide una linea più permissiva debba anche assumersi la responsabilità di affrontare l’eventuale ripresa del contagio».

Molise e Umbria devono sottostare alle stesse normative decise per Lombardia e Piemonte?

«Bisogna pensare alle possibili ricadute del contagio. L’obiettivo di un governo dev’essere arrivare al debellamento del virus su tutto il territorio nel minor tempo possibile. Il virus si è diffuso con tempi e modalità diverse, sparirà con tempi e modalità diverse. In alcune regioni servirà qualche settimana, in altre qualche mese. Perciò, certe cose si possono fare e altre no».

Lo stesso eccesso ideologico si è visto nella sospensione delle funzioni religiose feriali? In certi paesi di campagna l’unica novità è il divieto di assistere alle messe.

«Il divieto di partecipazione alle messe è una misura estrema, bastava chiedere il rispetto della distanza di un metro. I valori di carattere spirituale che riguardano i diritti di Dio sono superiori ai valori materiali».

Le gerarchie ecclesiastiche dovevano fare di più perché venissero rispettati?

«Le gerarchie sanno che gran parte dei fedeli sono tiepidi. Perciò, non hanno avuto una reazione più robusta di fronte a questi provvedimenti. Dei credenti autentici sarebbero insorti. Pur di non rinunciare all’alimento spirituale avrebbero corso il rischio dell’infezione».

Che sentimento le ha provocato la Preghiera del Papa in piazza san Pietro?

«È stato il gesto della solitudine della Chiesa e di un Papa che ribadisce il suo ruolo nel mondo. Ma che, allo stesso tempo, non può chiedere ai fedeli di venire in piazza. Lo fece nel 1630 il cardinal Federigo Borromeo con un’altra cristianità, indicendo la processione per scongiurare la peste. Il giorno dopo erano tutti infettati, ma credevano fosse per volontà di Dio».

Le sono piaciuti i balconi del 25 aprile?

«Non capisco come mai devo adattarmi alla messa televisiva e si è permesso a tante persone di celebrare insieme il 25 aprile. I balconi mi sono sembrati la dimostrazione che abbiamo bisogno di liturgie consolatorie, cantando Bella ciao o Fratelli d’Italia».

Fratelli d’Italia più di Bella ciao, o no?

«Come cittadino sì, ma come uomo l’unità d’Italia è stata una sciagura. Ero per il mantenimento del Granducato di Toscana, cioè per un’unità non lesiva delle differenze regionali, su modello dei länder tedeschi. Invece abbiamo scelto qualcosa di contrario alla nostra storia, simile allo Stato nazionale francese».

Come si sta comportando l’Europa?

«Come un’entità inesistente. Quando si è formata, pareva un passo verso un assetto federale o confederale. Invece l’Unione europea è solo doganale e finanziaria, al massimo socioeconomica. Non certo sociopolitica. È il regno dei Chief executive officiers, funzionari che badano agli interessi delle lobby e delle multinazionali. L’Europa non dispone di strumenti legislativi per arginare le crisi. Dipendiamo dai banchieri tedeschi e dagli imprenditori francesi».

In questa emergenza si sono realizzate le idee di Beppe Grillo: riduzione dei consumi non essenziali, stop alle grandi opere, tutti a casa con i sussidi statali: è la decrescita felice?

«Non tanto. Quella di Grillo è una visione statica. Gli storici sanno che durante le pandemie succede questo. Dobbiamo recuperare la capacità di guardare oltre. Per fortuna, dopo le epidemie e le guerre c’è un rifiorire, si aprono nuove strade…».

Anche quella di una vita controllata dalla tecnica: droni, piattaforme, app. Scaricherà l’applicazione «Immuni»?

«Io no, i miei familiari e collaboratori sì. È la contraddizione dei sistemi democratici: difesa della privacy o sicurezza, libertà o salute. Nasce dalla Rivoluzione francese: la fraternità è la componente più trascurata, libertà e uguaglianza sono difficilmente compatibili. Il vaccino garantisce salute, ma impone controllo sociale. Il drone salva dal malvivente, ma sorveglia il privato. Trovare il giusto equilibrio spetta alla politica».

È ottimista sul futuro?

«Sì, grazie ai miei studi. Dopo un trauma c’è sempre una ripresa. Dopo la crisi del Basso Medioevo, dopo la Seconda guerra mondiale… Si torna a riempire i vuoti. Lo dico a scapito di me stesso: la pandemia si comporta da predatrice e colpisce i più deboli della specie, indirettamente rafforzandola. Dopo aver perso potere demografico ci sarà una nuova natalità. Dopo aver perso ricchezza torneremo a produrre…».

 

La Verità, 3 maggio 2020