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«Foa chiuso dalla Rai perché privo di affiliazioni»

Luca Ricolfi è presidente e responsabile scientifico della Fondazione David Hume, insegna Analisi dei dati all’università di Torino ed è stato collaboratore di Giù la maschera su Radio 1 ideato e condotto dall’ex presidente della Rai Marcello Foa.
Professore, che cosa pensa della chiusura del programma?
«Sono sconcertato, non ne capisco le ragioni. Ma l’aspetto più inquietante è il silenzio che è immediatamente calato sulla vicenda. Nessuna spiegazione da parte dei vertici aziendali, nessuna presa di posizione pubblica da parte del mondo politico. Come già accadde nel caso del professor Marco Bassani, punito dall’Università per un tweet politicamente scorretto, la solidarietà verso il censurato arriva solo per vie private, da colleghi o amici che, però, di prendere una posizione pubblica non se la sentono proprio. Possiamo leggere tutto questo come indice di vigliaccheria, conformismo, opportunismo. Ma come sociologo mi sembra di poter dire che la radice non è individuale – ognuno fa i conti con la dotazione di coraggio e indipendenza di cui dispone – ma sociale: negli ultimi 5-6 anni, complice il Covid e due guerre drammatiche, nelle nostre civilissime società democratiche si è instaurato un clima di intimidazione e di paura che ci rende tutti più prudenti, timorosi di assumere posizioni che qualcuno potrebbe giudicare inaccettabili, con conseguente emarginazione di chi le professa. Anche in una cena privata, siamo tutti più guardinghi di un tempo. E se ci invitano a firmare un appello, troviamo difficile sottrarci, perché il clima è intimidatorio e manicheo».

Lei è stato tra gli opinionisti fissi del programma: ha interrotto la collaborazione perché si era trovato male?

«Assolutamente no, mi ero trovato benissimo, il mio ritiro è stato dovuto soltanto a ragioni personali, di scarsa compatibilità con altri impegni.

Che cosa apprezzava di più e cosa di meno del programma?

«Due cose apprezzavo più di altre. La prima è che, pur avendo a disposizione un’ora di tempo, Foa non è mai caduto nella tentazione del <minestrone> di argomenti, come fanno tanti programmi. E sa come mai poteva reggere un’intera ora su un unico argomento? Perché dietro quell’ora c’era tantissimo lavoro dello staff – Nancy Squitieri, Mauro Convertito e altri – che permetteva al conduttore di approfondire il tema, anziché toccarlo superficialmente per poi passare ad altro. Senza contare il valore aggiunto della sondaggista Alessandra Ghisleri, una miniera di informazioni sugli atteggiamenti della popolazione. La seconda cosa che apprezzavo è la scelta dei temi, compresi i tre tabù di questi anni: Covid, Ucraina, Gaza (per non parlare dei tabù minori come Vannacci e l’annullamento delle elezioni in Romania. Ora che ci penso, forse è questo che è stato fatale al programma. Perché Giù la maschera non solo non evitava gli argomenti tabù, ma li affrontava senza la pretesa di indicare il punto di vista corretto».

Mentre collaborava, e anche dopo se ha continuato a seguirlo, immaginava che avrebbe potuto incontrare degli ostacoli?

«Non mi è mai venuto in mente, il programma era ok e Foa un ex presidente Rai».

Cosa pensa del fatto che i dirigenti della Rai non abbiano spiegato all’interessato il motivo della decisione?

«Non mi stupisce, a me sono capitate cose consimili: quando il tuo interlocutore non vuole darti retta, preferisce sparire piuttosto che dire dei no espliciti. È il classico mix italiano di maleducazione, sciatteria, superficialità. Però il caso di Foa va oltre, perché è stato presidente della Rai. Liquidarlo senza una parola è un gesto di arroganza che la dice lunga sui tempi che vive la tv pubblica. E pure sui tempi che viviamo in generale: succede anche all’università, quando un professore sta per andare in pensione – e quindi non conterà più nulla nei concorsi – spesso la deferenza si tramuta repentinamente in indifferenza».

Foa dice che il programma è stato chiuso perché troppo indipendente, concorda?

«Temo che la ragione sia più sottile: non è il suo programma ad essere troppo indipendente, è lui che è troppo libero. Può sembrare la stessa cosa, ma non lo è. Il problema di Foa è che non è organico né alla destra né alla sinistra, e quindi non ha la protezione che deriva dall’appartenenza. Penso che se avesse avuto una affiliazione, non importa se a destra o a sinistra, il suo programma sarebbe stato difeso con le unghie e con i denti».

Disturbava poteri e ambienti che non potevano tollerarlo?

«Non più di altri scrittori, studiosi o conduttori tv. Il nodo non sono le sue idee, ma la non affiliazione, la non organicità. Possiamo mettere la cosa anche in altro modo. Prendiamo il caso dell’Ucraina. Posizioni anti-occidentali, o ben lontane dalla fedeltà atlantica, sono state più volte espresse anche da persone di sinistra: Massimo Cacciari e Luciana Castellina, ad esempio. Ma nessuno li ha mai lapidati con l’accusa di putinismo, che invece implacabilmente colpisce tanti altri».

Perché?

«Ma è semplice: perché sono dei nostri, appartengono alla cerchia dei progressisti, la loro fede democratica è fuori discussione. Quindi possono dire quel che vogliono, nessuno li accuserà di alcunché. Se invece le stesse cose o cose consimili le dice, o permette che vengano dette, una persona di destra, o accusata di sovranismo, o semplicemente non schierata, scatta la demonizzazione. Che rimane relativamente sopportabile se quella persona ha una contro-appartenenza (ad esempio è iscritta alla Lega, o a Fratelli d’Italia), ma diventa un macigno se quella persona non ha una cerchia che la protegge. Detto brutalmente: nel clima attuale, essere liberi è molto più pericoloso che essere di destra».

Condivide la riflessione di Foa quando dice che poteva aspettarsi un trattamento di questo tipo da una Rai con una dirigenza di sinistra ma non da una Rai con una governance di destra?

«No, su questo la penso diversamente. Non credo che, sul piano culturale, la destra sia più liberale della sinistra. Semmai è meno organizzata, e ha meno truppe».

TeleMeloni, ammesso che ci sia visto che rinnova poco rispetto alle gestioni precedenti, fa notizia perché cancella un irregolare di destra?

«La notizia sarà già sparita dai radar quando questa intervista verrà stampata».

Hanno ragione quegli osservatori che si aspettavano un cambio di passo più netto nella gestione della tv pubblica?

«Direi di no. Quegli osservatori hanno confuso le loro speranze con la realtà».

A suo avviso, questa vicenda è sintomo di qualcosa di più generale?

«Sì, ma è qualcosa di generico e composito: l’arroganza del potere, il disprezzo per la cultura, forse anche il ricambio generazionale negli enti pubblici. Tutte cose di cui la trasmissione Giù la maschera non è l’unica vittima».

Nella gestione dei fondi ministeriali del cinema e nella direzione di alcuni enti culturali qualche segnale di novità si inizia a vedere. È ancora troppo poco?

«È ancora troppo poco, ma è comunque un inizio. Del resto fare peggio del centrosinistra era quasi impossibile».

Alcuni commentatori hanno apprezzato il discorso tenuto da Giorgia Meloni al Meeting di Rimini, qualcun altro ha osservato che il premier è più efficace quando parla di quando opera in concreto. Lei che cosa ne pensa?

«Penso che Giorgia Meloni sia altrettanto efficace quando parla davanti a un grande pubblico e quando agisce. Semmai il problema è che i media si occupano molto di quel che dice, pochissimo di quel che fa. Specie se quel che fa è poco spettacolarizzabile, come i primi passi del piano Mattei, o le innumerevoli micro-misure in campo economico-sociale».
Nel contesto di apparati e burocrazie anche internazionali controllati dalla sinistra, bisogna concedere a questo governo un margine di tempo maggiore perché possa essere incisivo?

«Sì, 5 anni non bastano. Ma il problema non sono solo gli apparati e le burocrazie internazionali controllate dalla sinistra, c’è anche il problema delle piccole guerre fra alleati di governo, lo stillicidio di polemiche minori senza che emerga in modo chiaro qual è il disegno del centrodestra, quali sono gli ostacoli da superare, quali sono gli obiettivi realistici».

Se dovesse dare un consiglio non richiesto a questo governo che cosa suggerirebbe?

«Di non nascondere o negare quel che ancora non è stato fatto, e di usare precisamente il non-fatto per chiedere un secondo mandato. Come fece a suo tempo – con successo – il premier riformista Tony Blair».

 

La Verità, 31 agosto 2025

L’allarme di Tamaro per il totalitarismo scientista

È un’esortazione tutt’altro che buonista e consolatoria quella che Susanna Tamaro rivolge a chi leggerà Tornare umani, il saggio che manda oggi nelle librerie per l’editrice Solferino. Un testo che aiuta a impossessarci con sguardo critico di questi due anni e mezzo di Coronavirus. Un monito forte, scritto con linguaggio pacato e accessibile, ma sostenuto da un giudizio senza sconti sulla politica, le case farmaceutiche, i media. Si parla del Covid-19, dei confinamenti, dell’Italia regolamentata dai semafori in base al numero dei contagi, delle quarantene indiscriminate dalle Alpi a Capo Passero, dell’idolatria dei vaccini. Ma se ne parla nella cornice della storia della medicina, con lo sguardo al cuore dell’uomo e al suo bisogno di essere salvato.

Tornare umani è una raccolta di idee per la ripresa e resilienza degli uomini di questo decennio di crisi e smarrimenti. Una summa per ricominciare dopo due anni di pandemia. E di infodemia. Che sono il punto di arrivo di un percorso che viene da lontano e che ci ha progressivamente ridotti a una dimensione. «Com’era la nostra società quando è arrivato il virus?», si chiede Tamaro. «All’apparenza, tutto andava nel migliore dei modi ma, per chi era capace di osservare la realtà con un po’ più di attenzione, era abbastanza chiaro che stavamo vivendo gli ultimi giorni di un carnevale protratto troppo a lungo». Le epidemie susseguitesi dalla fine del Novecento erano nient’altro che avvisaglie. E la Sars-Cov-2 è solo l’ultima delle infezioni annunciate, il modo in cui il pianeta Terra si ribella alle umiliazioni che le imponiamo. Altre ne seguiranno. Il paradosso della società carnascialesca è che siamo piegati da una quantità di malattie psicosomatiche, declinazioni di una tristezza abissale. «L’insonnia, l’irritazione, il mangiare smodatamente o il non mangiare affatto: problemi per i quali ci veniva sempre consigliata una pillola. Non dormi? Pillola. Sei triste? Pillola. Mangi troppo? Pillola». La causa è il disconoscimento delle domande fondamentali dell’uomo. «Con un lavoro astutamente tenuto sottotraccia, piano piano, al mondo contemporaneo è stata sottratta l’anima; al suo posto è stato regalato l’intrattenimento, il frenetico succedersi di risposte elargite dai media che non hanno altro scopo se non quello di evitare che le persone comincino a interrogarsi. Eppure, l’uomo che cos’altro è se non un’unica grande domanda?». E quando le medicine vengono usate per soffocare l’inquietudine che cosa sono se non «un mezzo per mantenere il controllo sociale?».

Il punto di vista di Tamaro è la persona, irriducibile a organismo biochimico. È la collina umbra, non equiparabile per decreto alle province lombarde. È una vita immersa nella natura, a contatto con le specie animali e i loro cicli vitali, le galline, le mucche, le rondini. In pochi mesi il virus ha reso la nostra società gaudente un cumulo di rovine. E siccome «l’economia ha abbandonato l’etica e si è trasformata in finanza», ora la finanza è il regno degli squali, predatori e voracissimi. Di fronte al dilagare del panico l’arte medica è stata sostituita dal protocollo: qualsiasi altra ipotesi rispetto a «Tachipirina e vigile attesa» viene scartata e demonizzata. «Non sono mai riuscita a vedere le case farmaceutiche come benefiche fatine. L’era dello squalene è la loro epoca», ammette Tamaro. Quando finalmente arrivano i vaccini, malgrado non siano stati testati a sufficienza, vengono idolatrati. «Nel culto del vaccino non era più presente neppure la più lontana parvenza di scienza, perché la scienza è davvero tale soltanto quando ammette il dubbio e la possibilità dell’errore». Invece, se «eretta a verità assoluta non è altro che il volto postmoderno del totalitarismo». Nonostante questo, o forse proprio per questo, quando si scopre che «il vaccino non possiede l’onnipotenza che avevamo sognato», si rammarica la scrittrice, vaccinata a sua volta, scatta la teoria del capro espiatorio: «Il no vax da figura folkloristica si è trasformato nel nemico mortale della nazione» perché non si è inchinato ai protocolli, ai decreti, alle statistiche.

Il punto di vista di Tamaro sono gli studi di scienze naturali e biologia, da Charles Darwin a Konrad Lorenz. Sembra che non abbia fatto altro nella vita. E in questi giorni in cui si cercano uomini e donne per guidare i dicasteri del prossimo governo, un illuminato ministro dell’Ambiente o della Salute potrebbe attingere alla sua idea di «medicina come arte» che utilizza le varie discipline e si relaziona all’unicità della persona. Al contrario, la scienza moderna porta a relazionarsi con l’umanità nell’«universo dell’indistinto. In cosa si manifesta l’universo indistinto? Nella cancellazione della memoria individuale (…); nell’annullamento dell’identità dei popoli ormai amalgamati nel megastore consumistico; nell’annacquamento di ogni pensiero etico – il bene e il male prêt- à-porter: il bene è ciò che per me è bene, il male ciò che per me è male –; nella ridicolizzazione della realtà genitoriale, con la conseguente deriva educativa che priva i bambini della loro dignità e della capacità di lottare, trasformandoli in insetti obbedienti; (…) nella promessa prometeica di vincere l’ultima battaglia, ovvero l’eliminazione della morte».

Sostenuta dalla sapienza orientale, il punto di vista di Tamaro è, come sempre, dove ci porta il cuore. «Ci porta all’umiltà, a inginocchiarci sulla terra e onorarla con lacrime di pentimento perché ci siamo raccontati che era una madre (…) mentre avrebbe dovuto essere una figlia». Ci porta a chiedere perdono alla creazione e alle creature: «Non sarà certo il buco dell’ozono o il riscaldamento climatico a porre fine ai nostri giorni bensì», conclude la scrittrice, «quello, molto più devastante, della cancellazione della nostra anima».

 

La Verità, 18 ottobre 2022

 

Storie e memoria dal gorgo della pandemia

Sotterrata dalla nuova infodemia bellica, giovedì 17 marzo è passata completamente sotto silenzio la Giornata nazionale in memoria delle vittime del Covid-19 istituita dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella. A svegliarci dalla narcosi provvede ora Attraverso i muri: storie del tempo della pandemia, il docufilm realizzato da Andrea Broglia e Daniele Ferrero, e prodotto da Mneo – Archivio italiano della memoria e Puntodoc, in collaborazione con il dipartimento di storia dell’università di Bologna (master in comunicazione storica), lodevolmente trasmesso ieri in prima serata da Rete 4 e ora disponibile su Mediaset Infinity. Alcune parole chiave descrivono la notevole qualità di questo lavoro. Innanzitutto si tratta di storie, cioè di 190 testimonianze dirette, vissute in prima persona, di pazienti scampati alla morte, di figli o famigliari di persone decedute, di infermieri, medici, volontari, operatori delle onoranze funebri, sacerdoti… Niente virologi, con la puntuale eccezione di Andrea Crisanti, per la sperimentazione di Vo’ Euganeo. Tra i politici solo Giorgio Gori, sindaco di Bergamo, e i sindaci di Vo’ e di Nembro. L’altra parola chiave di questo racconto è memoria. Non a caso a consegnarci questo documento di ciò che abbiamo vissuto è un’associazione culturale che «si fonda sul lavoro di produzione e archiviazione video». La dimenticanza è anch’essa un virus sempre in agguato. Nelle quasi due ore di racconto divise in quattro capitoli (Dispnea, Apnea, Comunità, Naufraghi) non c’è un briciolo di retorica, tipo quella dei medici «eroi», non ci sono eccessi sentimentali o insistenza su immagini abusate dell’iconografia pandemica. L’asciuttezza narrativa rende, appunto, memorabile la tragedia che ha colpito la popolazione e commuove chi ripensa a ciò che ha vissuto. I pazienti che hanno visto spegnersi un compagno di stanza e si sono risvegliati dopo due settimane di coma. I figli che, dopo aver accompagnato un padre o una madre in ospedale, per giorni non ne hanno avuto notizia. I medici che hanno dovuto decidere a chi dare e a chi togliere il casco ventilatorio polmonare o chi mandare in terapia intensiva e chi lasciare in pronto soccorso. I famigliari che non hanno potuto celebrare il lutto di un proprio caro. Gli infermieri che rientravano dopo turni interminabili con la paura di contagiare chi li aspettava a casa. La condivisione di chi ha saputo stringersi nel dramma, come accaduto in tante situazioni. Scrive Paul Claudel: «La sofferenza è un’aggressione che ci invita alla coscienza». Attraverso i muri è un documentario da vedere.

 

La Verità, 20 marzo 2022

«Media con l’elmetto per affari e conformismo»

No Tav, no green pass, no war: insomma, no global. Ugo Mattei sta finendo di scrivere, per l’appunto, Il diritto di essere contro, in libreria a fine aprile da Piemme. Docente emerito di Diritto internazionale all’Università della California, insegna Diritto civile a Torino. Dove, nel febbraio del 2021, si è candidato sindaco nella lista «Futura per i beni comuni» ottenendo il 2,32% dei voti. Risponde al telefono da Berkeley, dove si trova per motivi di studio.

Professore, è disposto ad ammettere che i vaccini hanno frenato la circolazione e i danni del virus?

«Che valore può avere una mia ammissione, non sono un virologo. Siccome all’inizio non temevo il Covid non mi sono vaccinato, per non approfittare della corsia preferenziale dei professori. Quando ho cominciato a informarmi i troppi riprovevoli interessi in gioco mi hanno confermato nella scelta. Così pure i comportamenti repressivi delle istituzioni. Mi sono trovato a difendere i valori liberali di uguaglianza e inviolabilità della persona contro l’autoritarismo paternalista del governo Draghi. Visto che la sinistra non offriva spazi di resistenza, nelle piazze ho avuto per compagne molte persone e realtà inaspettate».

È contento che Draghi ha deciso di ridurre alcune restrizioni?

«Diciamo di sì, altrimenti Sergio Chiamparino mi dà del barboton. La sospensione che m’interessa di più è quella dell’obbligo del green pass rafforzato agli over 50 per andare a lavorare. Un vulnus terribile».

Perché sulla guerra russo-ucraina si è riprodotto lo stesso schema visto sulla pandemia?

«Perché c’è chi pensa in modo vigile e chi, come si diceva un tempo, mette la testa a partito. Esercitare la critica è una ginnastica democratica che richiede allenamento. Se per un anno smetti di criticare Draghi, difficilmente ti ravvedi e t’improvvisi critico adesso».

Che cosa contesta a questo governo?

«La deriva autoritaria. È un’attualizzazione del fascismo degli anni Venti».

Addirittura? È passato un secolo…

«Il blocco che portò al potere Benito Mussolini è lo stesso che sostiene il governo Draghi: la finanza angloamericana. L’asse che da Wall street passa per le banche, la Confindustria e arriva all’industria della guerra».

E la deriva autoritaria?

«Il fascismo esautorò il Parlamento concentrando il potere nel Gran consiglio del partito. Sparì anche l’opposizione. Draghi affida i processi decisionali alle cabine di regia, abusa dei decreti legge. Le istituzioni di garanzia sono inerti, a cominciare dalla Corte costituzionale. Basta vedere cos’è successo agli articoli 9 e 41 della Costituzione».

La svolta ecologica?

«Esatto. La biodiversità, l’ecosostenibilità e il rispetto della salute e dell’ambiente anteposti alla tutela della libertà e dignità umana. L’esempio più clamoroso di autoritarismo l’abbiamo davanti».

Sarebbe?

«La politica emergenziale. Si sospende lo stato di emergenza per il Covid, ma rimane quello per motivi bellici. Poi toccherà all’emergenza ambientale».

Scenario apocalittico.

«Berkeley è il posto più liberal e politically correct del pianeta e sono tutti preoccupatissimi del virus. Bene, da quando sono qui nessuno si è mai sognato di chiedermi una certificazione vaccinale. In biblioteca c’è l’indicazione d’indossare la mascherina, ma nessuno si trasforma in sbirro. In Italia chiunque si sente in diritto di additare il trasgressore e perseguire i diritti di una minoranza non allineata».

Com’è la guerra russo-ucraina vista da lì?

«Un vero movimento contrario non c’è. Gli americani diventano sensibili quando i cadaveri sono in casa. Gli Stati Uniti sono gli ultimi beneficiari di questa guerra. Far saltare l’asse tra Germania e Russia è uno degli scopi non dichiarati».

Il pensiero prevalente qual è?

«La vulgata attribuisce le cause all’ego smisurato di Putin. Alcuni colleghi, soprattutto storici, hanno uno sguardo più complesso».

È casuale che la complessità si trovi tra gli storici? La visione della cronaca spinge a semplificare?

«Il qui e adesso è la logica della società dello spettacolo. Questa è una guerra spettacolare. Una guerra diversa, interpretata con categorie antiche».

Qual è la diversità?

«Se la compariamo con altre guerre, diciamo che Putin si è impantanato. Ma non ci accorgiamo che l’aviazione non è ancora stata utilizzata. Mentre, per esempio, la Guerra del golfo è stata combattuta principalmente nei cieli. Prima si bombarda e poi si entra con i soldati. Non credo si possa dire che Putin non ha l’aviazione… Poi c’è un’altra diversità».

Quale?

«Finora si combatteva per impadronirsi dei cieli o dei mari. Invece questa è una guerra psicologica, che mira a conquistare la mente per la costruzione dell’uomo globale, attraverso i meccanismi tipici della società del controllo. La propaganda ha raggiunto livelli sofisticatissimi. La cronaca ci fa vivere in un eterno presente, i social e il Web hanno modificato le nostre menti, capaci di livelli di attenzione sempre più brevi. Perciò abbiamo una capacità critica sempre più limitata. Farsi un’idea precisa nel profluvio d’informazioni è complicato. Basta vedere il caso della fotografia della presunta carneficina attuata dai russi pubblicata dalla Stampa».

Che invece era un bombardamento di Donetsk di questi giorni.

«Un’altra diversità è l’uso massiccio di politiche di marketing, compatibile con il fatto che tanti poteri traggono interesse da questa guerra. Le multinazionali come il gruppo Exxor che con Rolls Royce produce motori per le navi ed è consorziato con Leonardo per i sistemi di precisione. Biden vicino alle elezioni di metà mandato che accontenta l’industria bellica e spera di vendere il gas all’Europa. La Germania che per la prima volta dalla fine della Guerra mondiale ha destinato 100 miliardi ad armamenti».

Però si registrano i primi negoziati e circolano bozze di trattativa.

«Appena se n’è cominciato a parlare Biden ha dato dell’assassino e del criminale di guerra a Putin».

In quale considerazione dobbiamo tenere il diritto all’autodeterminazione dell’Ucraina e la sua volontà di entrare nell’Ue?

«Con la latitanza dell’Onu, che è deputato all’applicazione del diritto internazionale, la trattativa si serve di diplomazie erratiche, le telefonate di Macron, le mediazioni di Erdogan… Vedremo se si riunirà il Consiglio di sicurezza. Non mi sembra si stia facendo di tutto per riportare questa crisi nei confini della legalità».

E la volontà dell’Ucraina di entrare nell’Unione europea?

«Non è una richiesta che si può far valere in modo unilaterale. Da quanto tempo la Turchia chiede di entrare nell’Ue? L’autodeterminazione è un principio giuridico che si attua in relazione agli equilibri geopolitici. Ci sono aree del mondo che hanno una vocazione storica di cuscinetto, la cosiddetta sfera d’influenza. Nel 2014 in Ucraina c’è stato un colpo di Stato, la rivoluzione arancione del 2004 aveva ispiratori ben precisi. Togliamoci l’illusione che la Nato sia un’organizzazione che ha come scopo la pace e l’amicizia tra i popoli».

Come giudica l’azione del governo italiano?

«Siamo una colonia. L’Italia non ha alcuna autonomia in politica estera. Gli ultimi che hanno provato a guadagnarsela come Enrico Mattei, Aldo Moro e Bettino Craxi hanno fatto una brutta fine. Per conquistare autonomia serve una classe politica di altissimo livello, non un banchiere di Goldman Sachs».

Come giudica l’invio di armamenti all’esercito ucraino?

«Lo trovo illegale e contrarissimo all’articolo 11 della Costituzione che rifiuta la guerra come strumento di soluzione di controversie internazionali. Poi lo trovo immorale perché serve a continuare questo conflitto negli interessi del capitale finanziario. Infine, politicamente suicida perché toglie all’Italia qualsiasi possibilità di mediazione».

In questi giorni è stato approvato l’aumento delle spese militari da 25 a 28 miliardi l’anno.

«Era quello che la Nato voleva da tempo. Invece di fare l’interesse degli italiani, Draghi prima ha fatto quelli di Pfizer ora quelli di Lockheed. Se si studiano i pacchetti che controllano i mercati ci si accorge che sono ben integrati. Non stupiamoci se i gruppi editoriali sono così schierati».

Ha sentito l’ex sindaco di Bologna Sergio Cofferati proclamarsi a favore dell’invio di armamenti in Ucraina?

«Possiamo non parlarne? Mi piange il cuore».

Cosa sta succedendo alla sinistra?

«È diventata un avamposto del globalismo finanziario americano. I democratici con le loro politiche identitarie influenzano il Pd che a sua volta rende la sinistra italiana organica alle multinazionali. Una volta c’era la sinistra radicale, ma è stata decimata dal Covid, forse per ragioni anagrafiche».

Secondo Walter Veltroni la guerra di Putin è contro i valori occidentali.

«È una lotta contro il globalismo di matrice anglosassone. Finita la guerra fredda si è imposto il pensiero unico, mentre Putin cerca di affermare un mondo multipolare».

Tra i valori dell’Occidente da difendere c’è la libertà sessuale come dice Veltroni?

«Kirill è un capo religioso. Neanche papa Francesco che sta a Roma è favorevole ai gay pride».

Parlando di ciò che succede a sinistra, lei ha collaborato a lungo con il Manifesto

«Ero nel consiglio d’amministrazione quando lo presiedeva Valentino Parlato».

Cosa pensa del fatto che di recente abbia censurato un articolo di Manlio Dinucci, storico collaboratore, per un articolo in cui scriveva che l’invasione era largamente prevista?

«È un fatto triste. Il Manifesto paga la scelta mainstream di fare la Repubblica di sinistra. Sono le conseguenze di due anni di covidiozia. Se ti schieri con il governo sulla pandemia poi stenti a ritrovare un pensiero critico anche su altri temi. Ritengo sbagliato continuare a dividerci fra destra e sinistra».

Cosa intende dire?

«Credo che serva un grande lavoro per ricostruire le condizioni di legalità costituzionali. Una volta fatto, si potrà tornare a dividersi. Per questo il Cln, il Comitato di liberazione nazionale che raggruppa molte sigle della società civile, promuove una grande manifestazione il 27 marzo alla Porziuncola di Assisi. C’è bisogno di rilanciare un’iniziativa di opposizione a un governo che ci sta portando a una situazione drammatica».

 

La Verità, 19 marzo 2022

Bompiani: «Ci siamo abituati al monopensiero»

Impaesamento. È la parola con la quale Ginevra Bompiani inizia La penultima illusione, appena pubblicato da Feltrinelli. «Un viaggio fra molte vite». La sua, innanzitutto: di scrittrice, editrice, traduttrice, docente, donna attiva nel sociale. Poi quella del padre Valentino, fondatore della casa omonima, uno dei maggiori editori e scopritori di talenti del secolo scorso. Dell’ex marito, il filosofo Giorgio Agamben. Degli amici Umberto Eco, Elsa Morante, Italo Calvino, Giorgio Manganelli. E infine, ma forse prima di tutte, quella di N, la ragazza somala di 17 anni che ha accolto nella sua casa romana, diventandone tutrice legale, prima che scoppiasse la pandemia.

L’impaesamento di N è andato a buon fine?

Non esattamente. L’impaesamento si contrappone allo spaesamento, all’estraneità che deriva dalla diversità. Pensavo che mostrare la bellezza e l’arte di una civiltà potesse aiutarla a superare questa estraneità. Non è stato e non è facile. Anche perché sono arrivati il Covid e i lockdown che hanno prodotto un azzeramento della cultura. Quando andammo alla mostra di Raffaello prima di entrare in ogni stanza dovevamo attendere sulla soglia il suono di una campanella…

Che cos’è la diversità?

In Bellezza variegata Gerard Manley Hopkins scrive: «Gloria sia a Dio per le cose screziate». La diversità è un regalo, anche se è infinita. Anzi, forse proprio per questo. Ogni volta che getti un ponte che unisce segmenti diversi, ne spuntano altri di nuovi.

Essere una persona vissuta in mezzo ai libri e faticare a persuadere alla lettura una ragazza di 17 anni è uno scacco della realtà?

È uno scacco dell’immaginazione. Ognuno ha la propria: la nostra è nutrita dai libri, altre sono alimentate dal paesaggio, dalla magia, dalla religione… dalle botte prese. È l’immaginazione la vera diversità.

Produrre libri e promuovere autori e scrittori è stato il suo lessico familiare: quando è diventata una scelta personale?

La prima esperienza è stata quando, tornando da Parigi, io e Giorgio Agamben abbiamo proposto a mio padre la collana di letteratura fantastica il Pesanervi. In Italia era considerata di destra e quindi era snobbata. Noi, avendo vissuto a Parigi, avevamo uno sguardo diverso. L’idea era di Agamben e io l’ho sposata e realizzata minuziosamente.

Prima c’era stato il periodo degli «incantatori» Pier Paolo Pasolini, Elsa Morante, Alberto Moravia: gli scrittori della sua formazione?

Li conobbi la prima volta durante una vacanza romana con la mia famiglia. Frequentavamo Adriana Asti, moglie di mio cugino Fabio Mauri e amica di Elsa Morante. In quel mese fatato conoscemmo lei, suo marito e Pasolini. Avevo 17 anni e fu una folgorazione. Anche Agamben era amico della Morante e di Pasolini, perciò in anni successivi tornai a incontrarli, in modo corale. Poi conobbi e frequentai a lungo Italo Calvino, Giorgio Manganelli…

Tra gli scrittori di oggi vede qualcuno che possa reggere il confronto con loro?

Direi di no. Ma questo non vuol dire che non ci siano grandi scrittori. Credo che oggi la scrittura non sia più lacrime e sangue com’era allora. Qualcosa a cui lo scrittore si dava totalmente, in una dedizione di ricerca della verità e passione. Adesso vedo maggiore disinvoltura, un lavoro collettivo in cui contano molto i consigli degli editor. Allora era impensabile che qualcuno cambiasse una virgola di Elsa Morante.

Nessuno può confrontarsi con gli incantatori?

Uno scrittore lacrime e sangue di oggi è Daniele Mencarelli, che peraltro è nato come poeta a «nottetempo». Poi purtroppo non c’ero più e se lo sono lasciati sfuggire.

La velocità della posta elettronica al posto di quella cartacea e gli agenti che decidono invece degli editori riducono la qualità della letteratura?

Sono uno svantaggio per la qualità e un vantaggio per la funzionalità. In Bompiani si leggevano i cataloghi, si scriveva una lettera, la risposta arrivava dopo 15 giorni e avevi un’opzione di due mesi. Dopodiché facevi un’offerta. Nel 2002, quando è nata «nottetempo», tutto era diventato fulmineo. Facevi la tua richiesta di lettura, ti rispondevano in cinque minuti e passavi la notte sul libro. Se la mattina dopo presentavi la prima offerta eri fregato perché partiva l’asta.

Con gli agenti letterari cos’è cambiato?

Nel 2002 andai alla Fiera di Londra, memore di quella di Francoforte degli anni Sessanta. Dopo aver cercato invano gli editori, ho capito che dovevo salire al piano di sopra. Dove non c’erano libri, ma tanti tavolini con una bandierina ai quali si incontrava un agente che, se non aveva già venduto il libro, ti dava la possibilità di acquistarlo offrendo più dei concorrenti. Tutto senza leggerlo. Il rapporto affettivo e intellettuale che aveva mio padre con i suoi autori era preistoria. Con chi aveva un agente nasceva un ménage à trois. Come editore l’ho sofferto, ora come autore me lo godo.

Qual è stata l’originalità di «nottetempo»?

Nel 2002 mi ricordai di una conversazione con mio padre che, dopo aver ceduto la Bompiani, voleva creare una nuova casa editrice, ma non sapeva se farla per i giovani o per i vecchi. Ci pensai e decisi di farla per i sessantenni come me. Persone che leggono semisdraiate, magari di notte, senza tanta luce. Pensai a libri comodi, con caratteri grandi, margini ampi, libri leggibili e leggeri non nel senso della facilità, ma nel senso di Robert Louis Stevenson che, non a caso, fu il primo autore pubblicato. Anche nella saggistica, pubblicammo filosofi e scienziati che con una buona conoscenza dell’italiano si potevano capire.

Cosa pensa del fatto che con la pandemia si legge di più e che, secondo alcuni, Amazon favorisce i piccoli editori che faticano nella distribuzione?

Temo che siano miglioramenti provvisori. Con l’espansione di Amazon la dimensione vincente è il grandissimo, non il grande. Rizzoli, Mondadori e Giunti boccheggiano, progredisce solo Amazon. Insieme con i piccoli editori ci siamo battuti contro gli sconti librari che la sinistra pensava o fingeva di pensare fossero a favore del popolo dei lettori. Invece favorivano solo le grandi catene editoriali, perché gli editori e le piccole librerie indipendenti non potevano farcela a prezzi ribassati.

Come per gli scrittori, mi dica il nome di un editore che le piace.

Tra i tanti che lavorano bene citerei Iperborea, nata dall’idea di Emilia Lodigiani che ha pensato di pubblicare la letteratura del nord e per farlo ha imparato le lingue scandinave. Dopo di lei suo figlio: hanno scoperto e portato in Italia una letteratura che era sconosciuta.

Invece con il Manifesto che non pubblica più né Agamben né lei per le posizioni sul Covid ha litigato.

E me ne duole perché era un rapporto che durava da tanto tempo. Il Manifesto era considerata la casa editrice di sinistra. È stata una grande delusione vedere che di fronte al Covid si è appecoronato esattamente come tutti gli altri giornali e se c’è qualche eccezione non è lui, ma il Domani o magari Avvenire.

Avrei in mente anche un’altra testata.

Parlo dei giornali di sinistra, anche se forse non c’è più. Mentre la destra c’è, ma io non la amo per niente.

Nel libro scrive che viviamo in una «imitazione di dittatura che fa contrapporre ai cori sui balconi la diffidenza a tu per tu e una rabbia ottimista».

È stato instaurato il monopensiero e tutti si sono adattati. Salvo un esiguo numero di persone, grandi filosofi, scienziati e medici premi Nobel, che vengono trattati come mentecatti perché non si allineano. Il monopensiero si adopera alla creazione del nemico, quel disgraziato che non si vuole vaccinare. Sono vaccinata e qualcuno cerco di convincerlo perché non si condanni alla non vita alla quale costringono chi non possiede il green pass. Senza il quale ora non si può più neanche entrare sotto gli archi della Stazione Termini.

Cosa vuol dire che guariremo della malattia, ma non della cura?

A parte che bisogna vedere se guariremo… La virologa Maria Rita Gismondo diceva pochi giorni fa che se una persona si ammala e non vuole andare in ospedale deve morire a casa perché non può procurarsi le medicine. Pensare di non curare i no vax giustifica il confronto con il nazismo.

Cosa significa, come scrive, che «pensare è diventato sinonimo di negare: negare la verità comune, consensuale e consentita. Negare la fiducia alle disposizioni rinfuse diventa subito negare l’esistenza della malattia»?

È chiaro che la malattia c’è e le epidemie sono pericolose, non solo perché fanno ammalare e morire le persone. La spagnola durò dal 1918 al 1922: ricordiamoci cosa successe nel 1922 in Italia e in Russia e quando datano i primi tentativi di Hitler in Germania. Lo spavento dell’epidemia e la ricerca di una gestione autoritaria generarono le dittature. Perciò facciamo attenzione ai troppi unanimismi.

Che cos’è la penultima illusione?

L’ultima dovrei raccontarla dopo morta. Qualunque illusione è penultima perché ha davanti a sé una possibile caduta e una possibile nuova illusione. Mi illudo su ciò che faccio, che non è mai così fantastico come avrei voluto. Ma: sempre meglio qualcosa che niente.

 

Panorama, 26 gennaio 2022

«Non azzeriamo, puntiamo sul buono che c’è»

Marco Paolini è cambiato. È difficile dire come, trovare l’aggettivo giusto. Addolcito no, ammorbidito neanche. Mite, forse… Ma resta un cambiamento non definibile. Qualcosa di diverso s’intravede nel modo di fare teatro e televisione. Qualche spigolo si è arrotondato, certi integralismi sono smussati. Cos’è successo? Il 17 luglio 2018, a causa di un attacco di tosse che l’ha distratto mentre guidava in autostrada, con la sua station wagon ha investito la 500 di una donna che viaggiava sull’altra corsia. Dopo due giorni la donna è deceduta. Quasi un anno dopo il drammaturgo di tanti memorabili spettacoli ha parlato di quel tragico accadimento in un’intervista a Gian Antonio Stella del Corriere della Sera: «Tutti sappiamo… che una distrazione, un errore, una svista, possono provocare danni irreparabili. Tutti gli amici hanno provato a tenermi su ripetendomelo. Ma non hai modo di prepararti a questo. Quando succede… Undici mesi dopo quel giorno non è cambiato molto. Posso provare a capire me stesso. Ma non riesco a perdonarmi».

Dopo una lunga assenza dalle scene, lentamente Paolini ha ripreso in mano il suo mestiere di attore. Qualche spettacolo a teatro, spesso con un compagno o una compagna. Ora il ritorno in televisione, insieme con Telmo Pievani, «scienziato evoluzionista», in un programma intitolato La Fabbrica del mondo, di cui stasera Rai 3 manda in onda l’ultima di tre puntate. È un racconto denso e tortuoso che intreccia documenti, ricerca scientifica, performance teatrali, interviste con studiosi, affabulazione, ecologia. Paolini conserva intatte le doti di contastorie, ma ci aggiunge la spezia dell’autoironia. Per esempio, mostra anche i suoi comportamenti ecologicamente scorretti, un’auto alimentata a gasolio, il pane e salame…

Da dove viene il titolo La Fabbrica del mondo?

«Da un’idea che, a sua volta, viene dai piedi».

In che senso?

«Stavamo cercando un posto da dove proporre questo lavoro sull’agenda 2030 dell’Onu. Dopo una lunga ricerca su consiglio di alcuni amici sono arrivato alla fabbrica della Marzotto a Valdagno. Era la metafora perfetta del pianeta».

Perché?

«Quando è nata da un progetto dell’Ottocento era all’avanguardia, ora è obsoleta. Una vecchia fabbrica con le colonne in mezzo e i montacarichi, andrebbe rasa al suolo e rifatta altrove, più moderna. Ma non si può perché è nella città costruita intorno a lei per gli operai».

Dov’è la metafora?

«Dobbiamo partire dall’esistente, dal buono e dal meno buono di quello che abbiamo fatto, provando a migliorare. Non possiamo azzerare tutto e ricominciare. Sarebbe una tentazione nichilista e ideologica».

Ma il titolo?

«Potevamo usare la parola “Casa”, ma in casa si sta più attenti. Invece nel posto di lavoro si sporca, si fa rumore, si rompono le cose. Abbiamo scelto Fabbrica del mondo perché l’uomo e ogni specie vivente con le loro attività modificano il pianeta».

Fabbrica è qualcosa che esclude l’eredità, il dono, la creazione?

«Io non amo la visione progressista dei premi per chi è andato più avanti. Non ho il mito dello sviluppo uguale progresso. La puntata di stasera è tutta dedicata all’eredità».

E poi c’è il suo Noè, il primo manutentore del creato.

«Noè fa e mugugna. Ha diritto al mugugno. Che è diverso dal rutto davanti alla tv. Noè che mugugna mentre fa è nobile. Non giudica il proposito, ma ne verifica la fattibilità».

Il proposito è?

«Consegnare ai nostri figli un mondo accettabile. Ma temo che non sarà così. L’agenda del 2030 è vanagloria? È una somma di buoni propositi? Se guardiamo alla Cop26 (la conferenza delle Nazioni unite sui cambiamenti climatici del 2021 ndr) dobbiamo dar ragione a Greta Thunberg. Si è fatto molto teatro: l’assenza plateale dei cinesi, il sonno di Joe Biden… Eppure 300.000 ragazzi sono sfilati a Glasgow. L’enciclica Laudato si di Francesco mette sullo stesso piano l’ecologia dell’ambiente e l’ecologia delle reti. Si parla solo del primo, invece sembra che il Papa abbia letto Tim Berners-Lee, il fondatore di Internet».

Greta e papa Francesco sono i suoi nuovi punti cardinali?

«Le voci di Greta e di Francesco non sono le mie. Serve un linguaggio diverso dalla politica e da quella dei profeti. I profeti a teatro fanno male».

Detto da lei… La seconda puntata s’intitolava «Il peso delle cose»: al fondo c’è un’idea di ragione che vuole perimetrare la realtà anziché porre domande lasciando la possibilità che esista qualcosa di più grande?

«Ho sempre preferito i poeti ai filosofi. Per una ragione: il filosofo inventa una parola nuova per definire una cosa, il poeta scrive libri di parole vecchie per dire la stessa cosa e farcela sentire senza volerla battezzare. Non è detto che un genio sia interessante quando parla di religione. La scienza è un ambito nel quale, se possibile, le cose sono misurabili. E dove non lo sono ancora si presume che lo diventeranno. Fuori da questo non è scienza, ma con tutto il rispetto, saperi, visioni, religioni. L’ambito della Fabbrica è soprattutto quello dei mondi investigati dalla scienza».

Il punto d’arrivo è che «i benesseri sono a scadenza»?

«La sostenibilità non è compatibile con un ritmo di crescita che ogni vent’anni raddoppia il peso sulla terra dei materiali di produzione, utilizzo e smaltimento. Si dice che con la tecnologia e piantando alberi ridurremmo il Co2. Invece alla Fabbrica del mondo osserviamo che le piante sono già il 90% di ciò che respira sulla terra. Se cerchiamo la soluzione senza ridiscutere lo stile di vita secondo me non andiamo lontano».

La soluzione è la decrescita felice?

«No. Non lo chieda a un attore. Tutti noi che abbiamo costruito il benessere attuale l’abbiamo fatto in buona fede, rispettando le leggi. Ma forse senza conoscere i costi nascosti di quello che facevamo. Abbiamo abbandonato il mondo contadino e lavorato per stare meglio dei nostri padri. Ma i nostri figli non staranno bene come noi».

Una certa ecologia incolpa l’essere umano di tutti i mali. Il ministro per la Transizione ecologica Roberto Cingolani ripete che «il pianeta è progettato per 3 miliardi di persone».

«È un’affermazione che circola nei forum di economia. Il ragionamento sotteso al discorso sul peso delle cose è che noi, 7,8 miliardi di essere umani, pesiamo lo 0,01% della biomassa. Quindi, contesto l’affermazione di Cingolani: non siamo tanti come numero, sono le cose che riteniamo indispensabili a produrre la catasta che ci soffoca».

Quindi la decrescita?

«No. Nella puntata di stasera Loretta Napoleoni fa l’apologia di Elon Musk e Jeff Bezos, mentre Noam Chomsky li stigmatizza come bambini ricchi che giocano con i razzi e dice che quei soldi andrebbero spesi meglio. Anche Cristoforo Colombo fu preso in giro perché voleva scoprire le Indie, ma poi s’imbatté nell’America. L’azzardo di Musk e Bezos può aprire a economie e realtà che non immaginiamo».

Cosa pensa del fatto che si fanno sempre meno figli?

«La stessa cosa che dice papa Francesco. Ho grande rispetto per cani e gatti, ma mi è difficile abiurare alla condizione di adulto, colui che genera o si prende cura di chi non ha famiglia. Non possiamo esimerci dal pensare alla generazione che viene dopo di noi».

Fabbrica del mondo è un programma stimolante, ma con alcune pecette ideologiche?

«Lo so, le vedo anch’io, siamo uomini con un’idea».

L’Agenda 2030 le ispira così tanta fiducia?

«La immagino come la storia della Sagrada Família che Antoni Gaudí progettò sapendo che non ne avrebbe visto la fine. Parlando del pianeta si dice che tocca ai cinesi disinquinare. No, tocca agli americani che sono più ricchi. E l’Europa sta a guardare? Gaudí non si e chiesto a chi toccava, ha cominciato. Il linguaggio dell’architetto è poetico. Se quello della transizione ecologica resterà burocratico non affascinerà nessuno. Credo in un grande complotto positivo che avvii un progetto che altri termineranno».

Lei ha un’auto diesel e ama pane e salame.

«E, d’istinto, spero di morire prima di doverci rinunciare. Alex Langer al posto di rivoluzione e transizione preferiva parlare di conversione ecologica. Un processo che implica un atto di fede, ma in Italia, se parli in modo ispirato ti prendono in giro, perciò meglio dire le cose a mezza voce. Non ho ricette, i miei punti di riferimento non sono Serge Latouche o Thomas Piketty. Semmai Gael Giraud, il gesuita ispiratore della Laudato si. I beni essenziali non devono essere per forza o pubblici o privati. Possono essere amministrati dalle comunità».

Speranze smontate dalla globalizzazione?

«Con la pandemia anche i globalizzatori si stanno rendendo conto che quel mercato è troppo fisso. La dimensione della comunità è quella dei nostri padri, che hanno fatto la ricostruzione nel dopo guerra e il boom economico. Se continuiamo a ragionare come albergatori, artisti, artigiani, ristoratori, operatori del turismo, insegnanti facciamo poca strada».

In questo programma usa di più il linguaggio dell’autoironia?

«Non è certo un’orazione civile. Sono argomenti che implicano scenari distopici. Non voglio puntare il dito contro qualcuno se non anche contro me stesso. Non ho preso la patente ecologista per farlo, non mi sento “ista” di niente».

Prevale l’affabulazione sulla denuncia?

«Sono stanco delle immagini di ghiacciai che si sciolgono e di mammiferi marini spiaggiati. Quest’estate torrenti e fiumi della Carnia e del Veneto sono stati invasi da migliaia di topi morti. Ma non li abbiamo mostrati perché non c’interessa spaventare. La narrazione si appoggia su dati scientifici, sapendo che gli scienziati non sono uomini migliori dei politici e degli artisti».

Qualcosa l’ha cambiato?

«Sono stato zitto a lungo. Non ho scritto. Ho fatto esercizio di silenzio. Poi è arrivato il Covid che per me fa piazza pulita di quello che ho fatto prima. Nello spettacolo che si chiama Sani! racconto la storia di Rosina che dopo il terremoto del Friuli fa ricostruire la casa uguale a quella di prima. Però l’interruttore delle scale è finito su un’altra parete e lei, d’istinto, continua a cercarlo sul solito muro. Dopo il Covid non si può continuare come prima perché il mondo si è spostato. Vale anche per il teatro. Il Covid ci mette davanti a una nuova sfida, a un adattamento, a qualcosa che non si capisce, ma è oltre la nostra vita».

Il suo Covid è cominciato con quell’incidente?

«Devo sopportarmi a parlare e solo così ci riesco».

È riuscito a perdonarsi?

«Istintivamente, devo dire di no. Cerco di vivere senza darmi una risposta definitiva».

 

La Verità, 22 gennaio 2022

«Che ipocrisia negare il male che c’è in noi»

È uno dei maggiori scrittori italiani viventi. Già docente di Letteratura italiana contemporanea all’università dell’Aquila, critico letterario, curatore delle opere di Pier Paolo Pasolini per la collana dei Meridiani (Mondadori), vincitore del Premio Strega del 2012 con Resistere non serve a niente. Di recente il suo Contro l’impegno – Riflessioni sul Bene in letteratura (Rizzoli) ha fatto traballare la cattedra di qualche autore da talk show di prima serata.

Quanti nemici si è fatto con il suo ultimo saggio?

Non credo più di quelli che avevo già. Ho fatto il mio mestiere di critico letterario senza coinvolgere minimamente le persone. Ho scritto quello che penso dei testi di alcuni autori e della piega che sta prendendo la letteratura quando si prefigge scopi etici. Non mi pare di essere stato sgradevole, tanto che mi risulta che nessuno si sia offeso.

Il libro è stato strumentalizzato dalla destra, come temeva?

Stranamente, no. Anche le cose scritte su Roberto Saviano non sono state utilizzate da quella parte. E nemmeno quelle riguardanti l’opera di Michela Murgia. Forse perché, in genere, faccio osservazioni sia positive che negative. O perché è più facile utilizzare qualche breve frase sui social di quegli autori che confrontarsi con il saggio di un critico che ha richiesto mesi di lavoro.

Perché secondo lei si moltiplicano gli scrittori pedagoghi?

In passato la letteratura è stata ancella delle ideologie. In epoca di realismo socialista, per esempio, veniva usata per combattere il capitalismo anche sul terreno dell’immaginario. Oggi, in un tempo di grande smarrimento, tutti pensano di dover fare qualcosa. Anche la letteratura si trasforma in un’attività per far prevalere contenuti di amore anziché di odio. Inoltre, le teorie e pratiche soprattutto americane di applicazione del pensiero computazionale, statistica e algoritmi delle digital humanities, per conferire alla letteratura una valenza scientifica, ne studiano le tendenze dei contenuti perché più semplici da cogliere di quelle della forma.

Il politically correct sostituisce l’ideologia tradizionale?

No, gli daremmo troppo valore. L’ideologia contiene anche un metodo d’interpretazione della storia. Il politicamente corretto è soprattutto un modo di non far sentire esclusi gli esclusi. Il presupposto di partenza è giusto. Se l’esclusione di alcune categorie si è incarnata in un linguaggio è bene correggerlo per evitare che si sentano ancora maltrattate.

Tutto bene, dunque?

Due aspetti non mi piacciono. Il più ovvio è che se si pubblica un libro di un secolo fa, quando la parola «negro» era normale, bisogna lasciarla spiegando come veniva usata all’epoca. In Europa lo si sta facendo, mentre in America si tolgono i libri dalle biblioteche. Il secondo aspetto che disapprovo è che, a forza d’inseguire le categorie penalizzate, ce ne sarà sempre una più piccola, diversa dai diversi. Se rincorriamo tutte le micro categorie, da libera come dev’essere, per non pestare nessun callo la letteratura finirà imbrigliata da mille avvertimenti, trasformandosi in qualcosa di comico.

Che vuoto riempie la missione degli scrittori di riparare il mondo?

Innanzitutto quello della scuola, che da trent’anni non ha più una direzione precisa. Anche nelle università si seguono le ultime tendenze, senza sapere come organizzare i programmi, tra contenuti fondanti e accessori. L’agenzia educativa principale è venuta meno. Così come l’altra agenzia, la famiglia. I figli frequentano mondi che padri e nonni ignorano. Da qui la perdita di autorevolezza degli adulti. Con il dominio del consumismo, anche la cultura insegue l’ultimo grido, l’ultimo aggiornamento. Una certa letteratura vorrebbe supplire alla scomparsa delle istituzioni che si occupavano d’insegnare. Una volta si riparava il mondo con la rivoluzione o con le riforme, ma oggi anche la politica gira a vuoto.

Per riparare il mondo bisogna che qualcuno l’abbia rotto, presupporsi nel giusto e possedere gli attrezzi per farlo, cioè la parola?

Il discorso del centrosinistra sostiene che il mondo l’hanno rotto il capitalismo selvaggio e la finanza. E che tocca a noi ripararlo. Per la letteratura lo strumento è la parola. Ma ciò che gli autori impegnati tendono a sottovalutare è che le parole sono viscide e cambiano significato a seconda di come vengono usate. Per questo non stare attenti alla forma può essere dannoso. Se si entra nel campo etico, può accadere che sebbene una parola venga usata per condannare un certo modo di essere, questo divenga un modello per qualcuno. A quel punto come potrò usare quella parola?

C’è un’ambiguità della parola che non controlliamo?

Se lascio l’iniziativa alle parole possono dire una cosa e il loro contrario. Se dico al mio analista che ho sognato una signora che di sicuro non era mia madre, l’analista potrà pensare che era proprio lei. Mettere dei no davanti alle parole può far salire in superficie il sì sottostante.

Un’altra missione degli scrittori impegnati è abbassare la conflittualità attraverso un galateo del linguaggio?

Ridurre la conflittualità è una buona idea, ma alcune volte, nell’ansia di farlo, si tende a negarla. Si evita di dire che nell’uomo esiste il male e che esso si mescola con la passione. La violenza non è amore, si sentenzia. Appena qualcuno fa trapelare una minima forma di violenza lo si rimuove. Invece anche il male e la violenza hanno una loro attrattiva, non a caso esiste il sadomasochismo. L’animalità dell’uomo comporta violenza e oppressione: sarebbe giusto ricordarsi che è ineliminabile. La letteratura frequenta anche le pulsioni distruttive.

Perché è liberatorio?

C’è una componente di autodistruzione. Dire che si tratta di patologie come fa la letteratura pedagogica non risolve il problema. Come scrittore devo raccontare come sono fatte, non rifiutarmi di capirle.

Il dibattito pubblico che si svolge attraverso antinomie come patriarcato/femminismo, migranti/razzisti si è riprodotto anche sul Covid?

Nella pandemia c’è la contrapposizione tra sì vax e no vax. Parlando con alcune persone mi sono sentito ripetere: «Io sono più forte del virus». In passato nessuno si era detto più forte del morbillo o dell’Aids. Oggi si è creato un meccanismo antagonista. Il virus è stato subito un nemico da abbattere, poi un nemico subdolo, infine un’entità contro cui si scatenano pulsioni machiste, da combattere a petto in fuori. Si è affermata una convinzione per cui essere contro il vaccino significa essere forti.

Cosa pensa delle posizioni di intellettuali come Massimo Cacciari e Giorgio Agamben?

Non ho approfondito e non sono abituato a basarmi su poche frasi. In generale credo che la situazione mondiale sia diventata tale per cui, per non lasciare che la pandemia si prolunghi, alcune istituzioni normalmente democratiche abbiano accentuato il loro carattere decisionista. Questo per qualcuno può mettere a rischio le forme della democrazia in Occidente. Uno come Cacciari avverte questa situazione.

Che opinione si è fatto del comportamento dell’informazione durante la pandemia?

C’è stata un’esagerazione. È un argomento che ha riempito troppi minuti di palinsesto, trasformandosi in occasione di spettacolo. A volte si parla troppo a lungo dello stesso problema. Altre volte viene enfatizzato il caso singolo perché fa più spettacolo della statistica. Infine, vorrei fare una petizione agli autori tv: smettete di mostrare aghi che entrano nelle braccia, sono immagini che non danno alcuna informazione.

Concorda con Vittorio Sgarbi che, per evitare confusioni e notizie contraddittorie, propone di dare all’informazione sul Covid un’ora al giorno.

Un’ora al giorno mi sembrerebbe un po’ dittatoriale. Però, capisco l’intenzione. Concordo con l’esigenza di spettacolarizzare meno l’argomento, di decidere uno schema per non sentire ripetere le stesse cose… Oggi i nostri telegiornali dedicano una parte alla pandemia e un’altra all’elezione del presidente della Repubblica, come se nel mondo non succedesse altro.

In Italia manca uno scrittore come Michel Houellebecq?

Direi di no. Houellebecq è un bravo autore che non nasconde dentro di sé le sue pulsioni. Ma è accessibile, lo si può leggere in francese o tradotto…

Intendevo dire che manca una coscienza critica come la sua.

In Italia abbiamo una letteratura di forte impatto critico. Per esempio nel 2021 è uscito un libro potente come Le ripetizioni di Giulio Mozzi, ma non è entrato nella cinquina del Premio Strega. I libri troppo disturbanti tendiamo a lasciarli nell’ombra. Houellebecq ha avuto la fortuna che Sottomissione è uscito nel giorno dell’attacco terroristico a Charlie Hebdo. Questo gli ha dato un’aura ancora più profetica. Ricordo che quando segnalavo i suoi primi romanzi mi dicevano: «Lascia perdere quel fascista, quell’antifemminista…».

 

Panorama, 12 gennaio 2022

«L’intellettuale stia sui social, sennò vince Fedez»

Buongiorno Vittorio Sgarbi, quando ha saputo del cancro?

«Quasi un anno fa. Ricordo che il 26 dicembre andai a sciare».

Si poteva?

«No, infatti ci andai in polemica con il governo che lo impediva. Ma è stata una cosa così… Andai ad Asiago a fare sci di fondo da solo nel bosco. Caddi una decina di volte perché non lo praticavo da tanto. Il giorno dopo mi accorsi di avere le caviglie gonfie. Non ci pensai e il 31 andai a trovare Cesare Battisti nel carcere di Rossano, in Calabria».

Cesare Battisti cosa le disse?

«Che mi stima, anche se la pensa in un altro modo. Va bene, gli ho detto, però tu hai ucciso delle persone, hai fatto il terrorista».

E lui?

«Mi ha detto che sa di aver sbagliato e che oggi non è più quell’uomo. Poi mi ha dato dei documenti che lo riguardano e che adesso, secondo i magistrati, dovrei consegnare alla polizia perché, dicono, così Battisti può influenzare i processi. A me sembra una follia: un imputato influenza un processo che lo riguarda? Questa è la magistratura che abbiamo in Italia».

File corposo. Stavamo parlando della sua salute.

«Tornato a casa mi sono messo a letto, sorpreso da un’improvvisa e strana depressione. Dopo dieci giorni, quando mi sono fatto visitare, mi hanno detto che avevo avuto il Covid in forma lieve. In compenso, hanno trovato i valori della prostata oltre i limiti. Era fine gennaio. Ho fatto altre visite e, tra aprile e giugno, un ciclo di radiazioni che ha debellato le macchie di cancro».

Tutto bene, dunque?

«Nel frattempo, il 25 marzo a Madrid è stato scoperto un Ecce Homo di Caravaggio fino allora sconosciuto che, con rammarico, non ho potuto acquistare perché è stato ritirato dal governo. Mi sono rifatto trasformandolo nell’oggetto di Ecce Caravaggio, il volume pubblicato in luglio, che precede quello appena uscito, Raffaello. Un Dio mortale (entrambi da La nave di Teseo ndr). Così, tra il Covid e il cancro, ho avuto come compagni Caravaggio e Raffaello. Quando ci fai cento spettacoli e lezioni, questi giganti diventano quasi tuoi parenti».

Sdrammatizzando, possiamo dire che il lavoro funziona da antidoto alla malattia?

«Per me lo è stato, ha coperto il disagio per lo stato di salute».

Che ora è migliorato?

«Il referto della risonanza nucleare è ottimo. Dovrò fare altre punture di ormoni, una al mese».

I molti impegni l’aiutano a convivere con questo pensiero?

«È così. Ho appena inaugurato a Lucca la mostra I pittori della luce. Da Caravaggio a Paolini. Prima avevo fatto quella su Depero al Mart di Rovereto, di cui sono presidente. Sempre a Rovereto il 16 dicembre aprirà Canova tra innocenza e peccato. Poi c’è Ferrara arte…».

Perché Raffaello è un Dio mortale?

«Nel libro riprendo un concetto, espresso da Giorgio Vasari nelle Vite, che l’opera di Raffaello conferma perché racconta un ordine del mondo che la Chiesa continua a promuovere. Non esistono solo i valori di povertà e attenzione agli ultimi. Ci sono anche la salvaguardia della libertà della persona e il rispetto della civiltà, che hanno la loro apoteosi nella celeberrima Scuola di Atene dove troviamo Socrate, Platone e Aristotele affiancati da Leonardo e Michelangelo. Sono i principi del mondo occidentale nati nella Grecia antica, aggiornati dal Rinascimento, compiuti nel cristianesimo».

E Raffaello come si colloca?

«È un interprete di questa sintesi, fin troppo perfetto. L’arte è una continuazione della creazione divina. Il mondo in cui viviamo è il risultato di ciò che Dio crea e l’uomo fa».

Perché scrive di non avere empatia con Raffaello?

«La perfezione mette soggezione. Noi comuni mortali sentiamo più vicini Caravaggio e Van Gogh, artisti sfigati che sentono l’umano. Raffaello invece sente il divino, sebbene viva un momento oscuro che lo rende umano».

Pensavo si rivedesse in un genio che ama le donne.

«Raffaello è ecumenico e universale, mentre il mio temperamento viene comunemente definito divisivo. Se dovessi scegliere il dipinto preferito non lo cercherei tra i suoi, ma in quelli di Caravaggio o di Rembrandt».

Però Raffaello è un bipolare, diviso tra estetica e carnalità.

«Vasari lo adombra, ma nel complesso la perfezione prevale sui difetti. È attraversato dalla sensualità, ma La Fornarina, l’opera in cui ritrae la sua donna, la dipinge solo per sé».

Lei la paragona a una Monica Bellucci dell’epoca.

«È un gioco ottico del mio spettacolo, realizzato con la proiezione del volto della Bellucci su di lei».

Raffaello era modernissimo perché aveva anche un pusher del sesso?

«È un’estensione di alcuni accenni del Vasari. Per farlo dipingere con continuità, Agostino Chigi gli porta le donne. Sono eccessi della maturità, da giovane era più preciso».

Chi potrebbe essere Raffaello oggi?

«Sono gli artisti di regime come Jeff Koons, l’ex di Cicciolina. Ora è in mostra a Palazzo Strozzi a Firenze. Anche Botero, per l’ispirazione. O Michelangelo Pistoletto, con i suoi Quadri specchianti. Per temperamento, umiltà e rigore quello che si avvicina di più è Antonio Lopez Garcia, un pittore spagnolo raffinatissimo, legato al potere ma senza la popolarità di Raffaello».

Tra Leonardo, Caravaggio, Michelangelo, Raffaello, Piero della Francesca… il suo preferito è?

«Non ho pittori preferiti. Spesso la preferenza è alternativa alla conoscenza: quanti più ne conosci tanto meno ne scegli uno. Sarebbe facile citare Bramantino, Ercole de’ De Roberti, Cosmè Tura, nel Quattrocento ce ne sono tanti dimenticati».

È andato alla Prima della Scala?

«No. Ci sono andato quando ero assessore alla cultura o sottosegretario. Non ci vado per vanità. Preferisco dedicarmi a ciò che mi riguarda in prima persona. Martedì ho inaugurato a Lucca la mostra I pittori della luce. Da Caravaggio a Paolini».

Chi sono i pittori della luce?

«Quelli che hanno capito che Caravaggio oltre a inventare la fotografia, cioè la rappresentazione della realtà così com’è, ha inventato anche la luce elettrica, la luce con la quale irrora i suoi interni. Valentin de Boulogne, Gherardo delle Notti, Giovanni Serodine, Rubens…».

L’arte è una risorsa per uscire dal buio della pandemia?

«Non mi sembra, i musei e i teatri sono stati chiusi a lungo. Il governo si è dimostrato timido e impaurito. In Spagna sono rimasti sempre aperti e, considerato che, allora come oggi, nelle chiese non si richiede il green pass perché vigono protocolli rigorosi, anche nei musei si poteva fare lo stesso visto che le distanze sono naturali. Invece, la mia mostra su Caravaggio al Mart è rimasta chiusa, come quella su Tiepolo alle Gallerie d’Italia a Milano. La gente che è stata tanto in casa oggi torna nei musei come per una compensazione».

Chi è l’artista che rappresenterebbe meglio la pandemia?

«Edward Munch. L’urlo è l’immagine della situazione che stiamo vivendo».

Che cosa pensa di Banksy?

«È un artista sia di regime che antiregime, ironico e paradossale. Il mercato lo premia perché è un interprete delle problematiche attuali. C’è grande curiosità attorno a lui. La mostra a Palazzo Diamanti a Ferrara ha avuto 70.000 visitatori».

La curiosità è alimentata dalla sua invisibilità?

«Quella è un po’ una civetteria. È un writer che espone sui muri quando ci sono un bambino dimenticato e una donna offesa. In un certo senso è un artista che interpreta l’epoca di Greta Thunberg».

Piuttosto mainstream?

«Secondo quella forma di antipotere che, in realtà, oggi è legata al consenso».

Il nostro patrimonio artistico potrebbe essere una risorsa per il rilancio del Paese? Ciclicamente qualche mente lucida sollecita la creazione di un circolo virtuoso, poi però non se ne fa niente.

«Dopo il referendum voluto da Marco Pannella, siamo stati decenni senza ministero del Turismo. Adesso che ce l’abbiamo, è arrivata la pandemia. Occorre razionalità, non serve incentivare il turismo culturale a Venezia e Firenze, mentre è utile farlo a Pistoia e a Pisa. Le colline dell’area del Prosecco sono state riconosciute patrimonio dell’Unesco prima degli affreschi di Giotto a Padova. Si procede con lentezza, tuttavia qualcosa si muove, come abbiamo visto con Matera Capitale europea della cultura, diventata ormai una sorta di Venezia del sud».

Come ministro dei Beni culturali vedrebbe un manager o un intellettuale meglio di un politico?

«Vedrei bene me stesso, attendo di farlo nel prossimo governo. Le attività che curo mostrano come saprei valorizzare il nostro patrimonio».

Che cosa pensa della fatwa da cui sono stati colpiti Massimo Cacciari, Giorgio Agamben e Carlo Freccero a proposito della gestione della pandemia?

«Io me la sono cavata con danni minori di loro. Durante i primi mesi di lockdown mi ero molto esposto contro il governo che proibiva di andare in biciletta, di sciare, di fare il bagno e, con le precauzioni necessarie, spettacoli all’aperto. Poi è arrivato il vaccino: l’ho fatto e mi curo. Ma ritengo, con Cacciari e Agamben, che si possa puntare su un’autotutela non impositiva. Fatico a capire perché chi è vaccinato debba temere chi non lo è e portare la mascherina. Intelligenze acute sono state confuse con i No-vax da un potere che ci tratta come bambini».

Cosa significa che mentre qualche decennio fa gli intellettuali di riferimento del dibattito nazionale erano Alberto Moravia, Giovanni Testori e Umberto Eco ora i nuovi guru siano Fedez e Zerocalcare?

«Significa che la situazione è degradata. Fedez lo prendo per il culo regolarmente. Muovendosi nella musica, in tv e sui social è presente nelle grandi aree della comunicazione contemporanea. Dove prevalgono quelli che parlano a più persone, anche se veicolano contenuti banali. Fino a qualche tempo fa non ero presente sui social, ora tutti i miei contenuti finiscono lì. Pasolini ha usato al meglio gli strumenti del suo tempo, il cinema e la televisione. Anche Berlusconi ha vinto perché conosceva la televisione. I social identificano quest’epoca».

Sta dicendo che Cacciari e Agamben dovrebbero usarli?

«Persone che possiedono una visione originale come loro sono meno influenti perché non li frequentano. La scelta degli strumenti giusti può portare a far prevalere chi ha idee meno significative, ma una potenza di fuoco superiore».

 

La Verità, 11 dicembre 2021

«Farò la terza dose, ma il pass non mi convince»

Sergio Castellitto non si allinea. Anzi, si potrebbe dire che si ribella. Al pensiero unico, al gne gne salottiero, al chiacchiericcio dei talk show. Per questo, ascoltarlo qualche sera fa motivare il suo «pensiero altro» davanti a Giovanni Floris ha suscitato curiosità e voglia di approfondire. Lunedì lo vedremo su Rai 1, protagonista di Crazy for football, film-tv tratto dalla storia vera di una squadra di calcetto composta da persone con problemi psichiatrici che punta  a partecipare al campionato del mondo della sua categoria. Castellitto sarà Saverio Lulli, un medico visionario e generoso.

Forse troppo?

«La generosità non è mai troppa. Il suo contrario sarebbe la misura, la capacità di essere strategici? Da psichiatra ci caschi per forza, l’emotività ha i suoi diritti. E anche se gli psichiatri cercano di mantenere la giusta distanza, alla fine credo che le relazioni umane, con i loro conflitti, siano la benzina che ci tiene vivi. Parliamo molto della violenza esteriore, ma tendiamo a sottovalutare quella che investe la nostra interiorità».

Perché ha creduto in questo film-tv?

«Il mondo della psiche è importante nel mio mestiere. Gli attori lavorano molto sul “materiale emotivo”, mi sto autocitando. È un mondo che ho sempre frequentato fin da Il grande cocomero di Francesca Archibugi e poi nelle tre stagioni di In Treatment per Sky».

Poi c’è il calcio.

«Uno sport che è un gioco. Ma è anche una metafora, con due squadre, quasi due eserciti che si affrontano per prevalere e che offre la possibilità di raccontare la solitudine. Questi due gruppi di ragazzi trovano nel gioco una possibilità quasi terapeutica di mescolare le loro solitudini e di comprendere meglio la propria individualità. Infine, mi piaceva che al centro ci fosse non uomo perfetto, ma un padre e marito imperfetto. Spesso sono le nostre imperfezioni a renderci speciali. Perché dovremmo cominciare a chiederci cosa voglia dire essere normali e cosa non esserlo».

C’è bisogno di storie costruttive dopo quello che abbiamo passato e stiamo passando?

«C’è bisogno di dimenticare. Ma anche di impreziosire ciò che ci è accaduto, per esempio attraverso l’attività di noi artisti. Dobbiamo essere disposti a raccontare l’intimità di questa immane tragedia. Non ho mai creduto che saremo stati migliori. Rispetto a cosa? Purtroppo il dibattito politico mi dà la sensazione che i rancori e gli odi siano tornati a essere materia da prima serata».

Perché nonostante la riapertura al 100% le sale cinematografiche non si riempiono?

«C’è una sorta di ginnastica riabilitativa che ognuno di noi deve fare. Abbiamo voglia di riprendere i riti della socialità, il cinema, i concerti, il ristorante. Ma dopo due anni di isolamento e solitudine, una certa titubanza è comprensibile e legittima. I media non in crisi sono l’oggetto che tutti abbiamo in salotto e i social. Sono i totem moderni, la Chiesa, il Parlamento, l’opinionismo».

Il pubblico stenta a ritrovare l’abitudine di andare al cinema?

«Tutto ciò che ci costringeva a fare il gesto attivo di andare in un posto, che implicava la decisione di partecipare non è più automatico. Dobbiamo ricominciare. L’unico vantaggio è che vincerà la qualità. I rami secchi saranno tagliati e prevarrà ciò che ha davvero un senso. Sono ottimista senza essere superficiale».

Tra i media che sono cresciuti durante la pandemia ci sono anche i libri, protagonisti del suo Il materiale emotivo: quanto dobbiamo esserne contenti?

«Sì, dobbiamo essere contenti. Pur sapendo che i libri li abbiamo comprati soprattutto su Amazon. In Italia si pubblica una quantità esorbitante di libri rispetto a quanto si legge. Ma la letteratura non è un fatto di quantità perché nasce dentro la solitudine di un artista. Lo vedo con mia moglie, Margaret Mazzantini. Costruire un mondo, raccontare una storia e metterci la propria visione del mondo è un gesto a suo modo titanico».

Le rifaccio la domanda che le fa Yolande nel film: cosa vuol dire che l’attualità uccide?

«E io rispondo come il mio personaggio: “L’attualità ci folgora, ci rende più fragili”. Lui è circondato da amici. Sono i personaggi dei romanzi di Dostoevskij, di Simenon, Don Chisciotte… La sera davanti ai fatti terrificanti che ci raccontano i telegiornali continuiamo a mangiare, indifferenti. Ma se leggiamo in un romanzo di un gatto che muore magari ci commuoviamo. L’attualità ci anestetizza, offrendoci anche l’alibi di essere informati. Io vorrei capire di più di come l’informazione accende e spegne le notizie».

Cosa intende dire?

«Faccio un esempio. Ci siamo tutti fermati davanti a quel bambino lanciato per essere salvato oltre il muro dell’aeroporto di Kabul, ma una settimana dopo nessuno si è più chiesto che fine abbia fatto. Romanticamente, sogno un’informazione che mi dica dov’è finito, se ha trovato una famiglia, se un giorno potrà studiare a Oxford o tornerà a Kabul».

Non si fida molto dei media, mi pare.

«Ora stiamo assistendo al G20, un appuntamento importante e necessario. Ma ho la sensazione che questa rappresentazione somigli alle vecchie parate militari, quando ce ne stavamo dietro le transenne a veder passare i bersaglieri. Come osservava Luigi Pirandello: vedo tante maschere e pochi volti».

Che cosa le ha lasciato l’esperienza di malato di Covid?

«Il sentimento più presente è stata la solitudine. La sensazione di essere caduto nel mistero che questa malattia è stata ed è ancora».

Una solitudine dovuta al fatto che i suoi famigliari non potevano avvicinarla?

«Una solitudine interiore. Ogni malattia in qualche modo consente il riaccendersi di un colloquio con sé stessi. Ascolti il tuo corpo, riguardi al tuo passato, improvvisamente ti trovi su un baratro. Non ne parlato prima perché non mi piaceva un certo esibizionismo della malattia. Quando ne esci tendi a rimuoverla, ma una cicatrice, un senso di fragilità rimane».

La convince l’intransigenza con cui vengono indicate alcune regole di protezione?

«Non mi convince perché nel dibattito in corso, se non ti schieri completamente da una parte, diventi il nemico e sei etichettato come barbaro. Con chi la pensa diversamente da me, preferisco praticare il confronto anziché il conflitto. Lo dico con il green pass in tasca, voglio capire perché resiste questa minoranza. In questi anni si è insistito giustamente sull’accoglienza delle minoranze. Tra coloro che non si allineano ci sono intellettuali, filosofi, una persona che stimo come Carlo Freccero. Non si può accettare che sia assaltata la sede della Cgil, ma nemmeno che si sparino gli idranti contro i portuali di Trieste».

Si è scritto e parlato molto più del primo fatto che del secondo.

«Su questo ci vorrebbe un libro più che un’intervista. La narrazione è decisiva. Un giorno qualcuno potrà stabilire se tutto è nato dal pangolino o da qualcos’altro. Ma di questo non si parla».

E non solo di questo.

«Non ci si interroga sul fatto che un 50% di elettori non è andato a votare perché non si sente rappresentato. Ci sono degli establishment che si combattono. Se si continua fare buoni contro cattivi non si va da nessuna parte».

Anche perché i buoni sono sempre gli stessi.

«È pleonastico dire che siamo contro la violenza. O che gli immigrati vanno salvati. Un problema da risolvere è anche l’ipocrisia dell’Europa. L’uomo si è sempre spostato verso la ricchezza. Ma dobbiamo avere gli strumenti per aiutare davvero chi soffre, sia civilmente che sul piano morale».

I fautori del Green pass intransigente dicono che è garanzia di libertà.

«Io credo che nelle sue modalità conservi delle contraddizioni. Se salgo su un autobus o nel metro non mi viene chiesto niente, ma senza green pass non posso andare a lavorare».

Perché negli altri Paesi europei c’è un’applicazione più tollerante?

«Forse sono meno impauriti di noi. Oppure hanno maggiore capacità di imporre regole di altro tipo. In Italia probabilmente serve a selezionare chi accetta le regole e chi no. Le persone che non si vogliono vaccinare, e che per fortuna non sono la maggioranza, continueranno a non farlo. Una democrazia forte dovrebbe saper gestire anche le minoranze dissidenti. Al limite, imponendo l’obbligo vaccinale».

Che sarebbe incostituzionale.

«Certo, è un paradosso. Io le regole le rispetto, ma questo non m’impedisce di ragionare. Davvero c’è stata la corsa alle vaccinazioni a causa dell’obbligo del green pass? Il governo dia le sue indicazioni e si vada avanti, senza criminalizzare nessuno».

La situazione è così esasperata perché il virus è diventato terreno di scontro ideologico?

«È diventato solo questo. Mentre la verità si raggiunge attraverso il confronto».

Rischiamo di fare del vaccino una nuova religione?

«Lo è già. Lo dico mentre attendo la terza dose».

Però andando al cinema è più contento di avere vicino altri spettatori certificati?

«Relativamente. Un vaccinato può essere contagioso o no? Nessuno è immune nel senso che è totalmente intoccabile. Nelle sale la gente entra con le mascherine e non parla».

Ci stiamo riavvicinando alla normalità?

«Non so definire la normalità. Se si toglie la carne dell’informazione intorno al Covid non so bene cosa ci rimane. Trovo più terapeutico vedere un bel film, leggere un bel libro o ascoltare una bella musica piuttosto che assistere all’ennesimo talk show. Lo dico senza altezzosità. I talk show sono diventati dei casting: si chiama quella giornalista perché sappiamo che litigherà con l’altro ospite e via di questo passo».

Ci si allontana dai media perché sono in gran parte allineati al politicamente corretto?

«Il danno peggiore ci viene dalla cancel culture. Trovo nefasta l’idea di cancellare la storia e l’arte. Oggi Fellini sarebbe censurato a ogni inquadratura. Questo fanatismo ucciderà la creatività. Tutti dovranno allinearsi perché tutti hanno bisogno di denaro. E il denaro te lo dà l’algoritmo. Così lo scrittore non sarà più uno scrittore ma un trascrittore, un pennivendolo. I danni di tutto questo ancora non li immaginiamo».

Dipinge uno scenario cupo.

«Raccapricciante. Ho un figlio di 15 anni che è ancora sanamente eversivo in quello che dice e pensa. A 30 anni dovrà fare i conti con questa cultura. Per fortuna lo abbiamo educato alla libertà e a far girare le idee».

 

La Verità, 31 0tt0bre 2021