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«Io, eremita, conosco i problemi della gente»

Quando si dice un uomo di Dio. Un uomo del Signore. Un uomo che non è del mondo anche se è nel mondo. Un eremita. Che conduce una vita di preghiera. Frugalissima, nel nascondimento. Padre Ernesto Monteleone vive nel santuario di San Nicodemo di Mammola, 700 metri sul livello del mare, ai margini dell’Aspromonte. Ha 82 anni, la barba e una voce gentile. Vive lassù da metà degli anni Novanta, dopo essere stato parroco nella diocesi di Locri-Gerace.

Perché è diventato eremita?

«Per 25 anni ho esercitato il ministero sacerdotale in mezzo alla gente, in piccole comunità, di 1000 o 2000 persone».

E poi?

«Ho scelto la vita eremitica. Ho un carattere molto schivo. Nelle parrocchie ho sempre avuto un buon rapporto con i fedeli. Mi hanno voluto bene e io ho cercato di curarli. La sera, quando mi ritiravo, stavo bene in solitudine. Pian piano ho cominciato a preferirla alla vita comunitaria».

È stato un fatto graduale o qualcosa ha fatto scattare questa preferenza?

«La vita ascetica mi è sempre piaciuta. Ho avuto un approccio con i frati della Certosa di Serra San Bruno, ma per vari motivi non mi sono potuto fermare da loro. Nel 1994, quando è arrivato il vescovo Giancarlo Bregantini, gli ho chiesto di potermi dedicare alla vita eremitica. Lui era in difficoltà a causa della carenza di sacerdoti. Tuttavia mi disse: “Prova e poi vediamo”. Sono ancora qui. Frequentare la certosa e trascorrere la settimana della Pasqua con i frati mi ha indirizzato su questa strada».

Quella dell’eremita è una vocazione?

«È una scelta che viene dal Signore. Non è una vita facile. Come non lo è nessuna di quelle che si vivono nel Signore. Ognuna comporta il proprio peso. Però è un peso che io mi godo, non mi sento costretto da qualcosa. È una vita che mi piace, anche se passano intere settimane senza che incontri qualcuno».

Che cosa le piace in particolare?

«La possibilità di vivere con più coscienza il rapporto con il Signore. Per esempio, quando viene l’ora di andare a pregare, mi sento irrequieto perché mi viene la fretta d’iniziare la preghiera. È un piacere per me stare con il Signore e recitare il breviario. Certo, si può pregare anche in giro, quando si lavora…».

Però…

«La preghiera dell’eremita è diversa. Sono da solo, in chiesa, ma davanti al Santissimo è come se la chiesa fosse piena. Il breviario è la preghiera ufficiale della Chiesa. È come se tutti i cristiani fossero lì con me».

Come si può definire la sua vita: ritirata, solitaria, nascosta?

«Ci sono tutti questi aspetti. Ma la vita eremitica non è l’abbandono del mondo perché si è delusi di come vanno le cose per stare più tranquilli. Il nascondimento è solo un elemento. Anche perché, in realtà, qualcuno parla con l’eremita».

E quindi?

«Si stabilisce un rapporto diverso con il Signore. Quand’ero in parrocchia, per la festa del Corpus domini si portava in processione il Santissimo. Tutto il paese si abbelliva e mostrava le cose migliori sul percorso».

Cosa intende dire?

«Mi chiedevo: come mai il popolo cerca tanto il Signore che per tutti i giorni dell’anno rimane solo, nascosto? Perché non si rende più presente nella nostra vita? Sono partito da questa riflessione: se il Signore opera il bene stando chiuso nel tabernacolo, forse anch’io potrei ritirarmi e dargli una mano».

Segue una regola simile a quella benedettina?

«No. Quando ho chiesto il permesso al vescovo, mi ha detto di scrivere delle note su come volevo organizzare questa solitudine. Ho passato più di un anno così, prendendo appunti… Quando sono tornato da lui, l’ha corretta, ha aggiunto qualcosa ed è venuta fuori la regola che seguo tuttora».

Com’è sono la sua giornata?

«La cosa fondamentale è la preghiera. Mi alzo alle 5,30 e dico la prima preghiera alla Madonna in cella. Poi vado in chiesa per le lodi e la messa alle 7, di solito da solo».

Colazione?

«Non è prevista. Alle 9 recito l’ora terza e fino alle 11 ho del tempo libero per le pulizie o per qualcuno che viene a parlare o a confessarsi. Dopo l’ora sesta, pranzo».

Al pomeriggio?

«Alle 15 recito l’ora nona e poi fino alle 18 ho altro tempo libero. Studio, lavoro o incontro qualcuno. Dopo i vespri, ceno. Ascolto la Radio Vaticana attraverso Radio Maria, per sapere cosa succede nel mondo. Dalle 20 alle 21 apro il telefono e parlo con le persone che mi chiamano. Alle 21 recito la compieta. Poi mi corico con l’ultima preghiera alla Madonna. Alle 23,20 mi sveglio e vado in chiesa per l’ufficio delle letture fino all’una. Poi torno a dormire fino alle 5,30».

La televisione?

«Ho una radiolina per le notizie dal Vaticano».

In che cosa un eremita è diverso da un monaco di clausura?

«Il monaco di clausura vive in comunità. Che può essere un vantaggio, ma anche un peso. La vita comunitaria implica una regola. Anch’io ce l’ho, ma in solitudine».

Lei incontra altre persone, i monaci di clausura no.

«I monaci della certosa vivono all’interno del convento e nessuno può entrare. Invece la mia chiesa è aperta dal mattino alla sera. Se io sono fuori che lavoro, chi va in chiesa può fermarsi a parlare».

Come mai ci sono diversi eremiti in Calabria?

«Nella diocesi di Locri e Gerace, oltre a me ci sono Frédéric Vermorel, suor Mirella Muià e altri…».

È un caso questa concentrazione?

«Non lo so, io ho piantato la prima radice».

Perché pensa che ci sia bisogno di scelte così radicali?

«Il mondo è inquieto. Si vive in modo affannato, ci sono tanti desideri sbagliati, la gente non è felice. La vita eremitica può essere un richiamo, un invito ad accorgersi che c’è una possibilità di pace e serenità nel rapporto con il Signore».

Può essere anche una scelta un po’ egoistica?

«Non è questo. Se fosse così mi sarebbe convenuto restare in famiglia. Quando ero parroco, mia madre si occupava del pranzo e della casa e per pregare potevo ritirarmi in una stanza. Quassù me ne occupo io e d’inverno, per tanto tempo, non incontro nessuno».

Non è una fuga dalle tensioni quotidiane?

«Non è una fuga da qualcosa, ma una scelta per Qualcuno. Una dedizione totale al Signore. È una vocazione, come la vita monastica o il matrimonio cristiano. È una vita bella. La mattina mi affaccio e se piove, nevica o c’è il sole mi godo veramente le stagioni».

Ha detto che gli eremi sono cliniche dello spirito: che cure cercano le persone che si rivolgono a voi?

«La gente è avvilita, disperata. Per le malattie, i problemi nelle famiglie, il lavoro. Ci siamo trovati nel benessere e pensavamo che tutto fosse facile. Invece il benessere passa… Si cerca la fede come ultima spiaggia, ma non si riesce ad affidarsi davvero, chiudendo gli occhi. Magari si è trascurato per tanti anni il Signore e ora si pretende di afferrarlo e che compia miracoli. Io posso suggerire di pregare e farlo insieme a chi lo desidera. Posso accompagnare, offrire il mio sacrificio e stimolare ad ancorarsi nel Signore».

Che cosa cerca chi viene da lei?

«Le persone arrivano con tanti pensieri. Hanno soprattutto bisogno di essere ascoltate. Qualcuno si vuole confessare. Ma incomincia a raccontare, magari a lamentarsi. Pian piano arrivano anche i peccati…».

Il mondo di oggi è costruito sulla comunicazione e i media. Vivere e invitare al silenzio vuol dire essere fuori dal tempo?

«Anche questi strumenti bellissimi possono portarci fuori dal tempo. Se la nostra conversazione fosse avvenuta in presenza avrei potuto vedere nel suo volto come recepisce quello che dico. I social media non ci danno questa possibilità. La tv è un bellissimo strumento, ma ha un’importanza eccessiva. Oggi di cosa parlano? Solo di Covid, dalla mattina alla sera. Invece la gente ha tanti problemi. Senza lavoro come si fa a vivere?».

Come sa che in tv si parla solo di Covid?

«Anche alla Radio Vaticana se ne parla molto. Poi ho una sorella a Siderno che mi fa il rifornimento di viveri e quando vado a trovarla vedo sulla sua tv che fa notizia soprattutto il Covid».

Lei è vaccinato?

«Lo sono. Non per convinzione mia, ma per rispetto delle persone. Se lo Stato dà delle regole io le seguo, per il bene della comunità».

Domenica scorsa è andato a votare?

«No, perché non ero in condizione di viaggiare».

Predicare il silenzio vuol dire esser fuori dal tempo?

«Vuol dire entrare in sé stessi. Il frastuono è caos e il caos non so a cosa serva».

Qualche eremita è attivo sui social network, posta riflessioni, pensieri…

«Qualcuno commenta il vangelo e li usa a fin di bene. Così offre un contatto con la sacra scrittura a quelli che lo seguono. Io non frequento Facebook, ma mi raccontano che c’è chi prova gusto a mettere in pubblico le cose private. Non capisco».

Un mese fa una trentina di eremiti si sono riuniti per confrontarsi…

«Non ne ho avuto notizia».

Non è contraddittorio che gli eremiti si ritrovino a convegno?

«Se lo fanno spesso sì. Una volta l’anno può essere una cosa buona. Può arricchire e aiutare a capire se migliorare la solitudine o la relazione, sempre senza ridurre la solitudine».

I social, i convegni: non ci sono più gli eremiti di una volta?

«La mia vita è strettamente eremitica. Qualcuno accoglie chi vuole passare dei giorni nell’eremo. Io no, se non chi vuole confessarsi, vuole parlare, si sente disperato».

L’Aspromonte è territorio di ’ndrangheta: è mai venuto da lei qualche uomo delle cosche?

«Qui si parla molto di criminalità, anche troppo. Al santuario della Madonna di Polsi la ’ndrangheta e la mafia sono argomenti molto frequentati, ma da un po’ non ci vado per le restrizioni. Persone che mi abbiano detto di essere criminali pronti a cambiare vita non ne sono mai venute».

Se dovesse condensare il suo messaggio all’uomo d’oggi cosa direbbe?

«Direi che la verità è Gesù. Che Lui ci invita a non preoccuparci dei beni passeggeri che si corrompono. Ma a cercare quelli che riguardano la vita eterna».

 

La Verità, 9 ottobre 2021

 

 

«Sull’onda del Covid l’élite vuole rifare il mondo»

Carlo Freccero, il provocautore. Da quando, quasi due anni fa, ha lasciato la direzione di Rai 2 ed è tornato stabilmente a Savona, lungi dal ritirarsi a vita privata, Freccero continua a studiare e a intervenire nel dibattito delle idee restando l’anarchico e vulcanico autore che abbiamo conosciuto in tanti anni vissuti pericolosamente. Al punto che, come conferma l’intervista che segue su pandemia e globalizzazione, la definizione di provocautore gli calza a pennello.

Sulla pandemia, fin dalla prima reazione dei balconi e degli slogan come «andrà tutto bene», è in atto uno scontro sempre più ideologico. Perché secondo lei?

Ci sono due Italie destinate a non incontrarsi perché partono da presupposti diversi. Per gli ortodossi è in atto la più pericolosa pandemia di cui si abbia memoria. Di fronte alla morte il sacrificio dei diritti costituzionali è indifferente e necessario. Per i dissidenti la pandemia non è la causa, ma il pretesto per eradicare questi diritti e instaurare un nuovo modello di vita attraverso quello che Klaus Schwab, il fondatore del World economic forum, ha chiamato «il Grande Reset» nel suo libro scritto con Thierry Mallaret e dedicato agli effetti del Covid. Anche il Time gli ha consacrato la copertina con un’immagine del globo terrestre circondato dai ponteggi di un cantiere in cui gli operai ricostruiscono il mondo.

Esistono organizzazioni economiche o gruppi di potere che vorrebbero trasformare la pandemia in un’occasione di palingenesi planetaria?

Oltre che sanitario, la pandemia è un evento politico ed economico. Per le élites è un’occasione irripetibile per instaurare l’agenda 2030 con largo anticipo. Cito ancora Schwab e Malleret: «Il mondo come lo conoscevamo nei primi mesi del 2020 non c’è più, dissolto nel contesto della pandemia. Stiamo per trovarci di fronte a dei cambiamenti radicali di una tale importanza che alcuni esperti parlano di anticoranavirus e dopocoronavirus». AC e dC non significherebbero più avanti Cristo o dopo Cristo, ma avranno per spartiacque la pandemia.

Concorda con gli studiosi secondo i quali come la peste nera fu all’origine dell’uomo moderno anche il Covid potrebbe provocare cambiamenti nell’antropologia di quello del Terzo millennio?

Li provocherà se lasceremo spazio al transumanesimo, grazie al quale l’uomo dovrebbe sconfiggere la morte e acquisire un potenziamento intellettuale e soprattutto mnemonico connettendosi all’intelligenza artificiale. Per chi ci crede c’è un solo ostacolo: il sovrappopolamento del pianeta. Da tempo nei testi scolastici il concetto di sovrappopolamento – insieme al riscaldamento del pianeta – è un dato acquisito. Non a caso tutti i filantropi, a cominciare da Bill Gates, si pongono il problema della pianificazione familiare. Si potrebbe scrivere un libro su questo argomento, ma cito solo la conferenza del 2014 nella quale Roberto Cingolani, attuale ministro della Transizione ecologica, ha detto che «il pianeta è progettato per 3 miliardi di persone». Perciò, siccome siamo 8 miliardi, o si riduce la popolazione o se ne comprimono i consumi impedendo viaggi e tutto ciò che produce Co2 . A questo servono lockdown e chiusure.
Vede anche lei come Massimo Cacciari un pericolo nel ricorso a prolungati stati di emergenza?
Cacciari ha ragione. Sotto l’onda emotiva della pandemia e di fronte alla minaccia della morte, la maggioranza degli italiani è disposta a rottamare quella stessa Costituzione che nel 2018 fa aveva saputo difendere contro il referendum promosso da Matteo Renzi. Disarmarci oggi per la pandemia è pericoloso per il nostro futuro. Perché il mondo potrà essere cambiato senza che noi possiamo decidere come.
Secondo Schwab l’umanità è a un bivio: dopo la pandemia potrà costruire una società più solidale e inclusiva o più individualista e selettiva. È davvero così?
Schwab si riferisce all’agenda 2030 che è piena di buoni propositi e condivisa da organizzazioni internazionali come l’Onu, l’Unesco e l’Oms. Questi buoni propositi però hanno una matrice malthusiana: difendere il pianeta dall’invadenza dell’uomo e non viceversa. Si persegue la fine dell’umanesimo in favore della green economy. Per me questa utopia è, in realtà, una distopia perché è antiumanistica. Ma noi siamo uomini: come potremmo mai partecipare al nostro stesso ridimensionamento?
Perché è stato l’annuncio dell’adozione diffusa del green pass a riportare parte della popolazione nelle piazze?
Perché costituisce una violazione dell’articolo 3 della Costituzione che vieta ogni forma di discriminazione.
Per il filosofo Giorgio Agamben il vaccino è «un simbolo religioso» al quale si attribuisce potere salvifico. Ne è una conferma il fatto che chi non vi ricorre è colpito da una sorta di scomunica sociale?

Secondo Walter Benjamin, cui Agamben sembra rifarsi, il cristianesimo è una religione culturale. Al suo interno tutto ha significato in riferimento a un culto, più che rispetto a un dogma o a un’idea. La vaccinazione non avrebbe senso senza il culto che la circonda. Provoca emozione come la celebrazione di un sacramento e dev’essere immortalata sui social di tendenza. La sua somministrazione sancisce l’appartenenza al gruppo di culto e provoca intolleranza verso chi si sottrae.

È la scarsa dignità culturale dell’universo no-vax a giustificare questa divisione in cittadini di serie A, vaccinati, progressisti e acculturati, e di serie B, antiscientifici, di destra e rozzi?

I no-vax vengono dipinti dalla propaganda come scientificamente ignoranti, ma la realtà è diversa. Il mainstream identifica la scienza con un vaccino che, secondo il suo stesso bugiardino, non è stato sperimentato e lo sarà soltanto se le vaccinazioni si protrarranno sino al 2023. Come possiamo definire scientifico un dispositivo non sottoposto a verifica sperimentale? Molti no-vax sono informati sulle più recenti scoperte della letteratura scientifica. I loro riferimenti sono il premio Nobel Luc Montagnier e il maggior virologo vivente Didier Raoult. Mentre i favorevoli al vaccino hanno per informatori le star della tv.

Come vengono usati i grandi quotidiani e i talk show nella costruzione di questa narrazione?

Per la comunicazione la pandemia è un grande campo di studio. Marshall McLuhan aveva previsto una terza guerra mondiale combattuta non con le armi tradizionali, ma con l’informazione. Giornali mainstream e televisione tendono a rendere conformista l’opinione degli utenti tramite l’emissione di un messaggio unico. Invece il web, anche quando viene commissariato dalle grandi piattaforme tramite gli algoritmi, i factchecker e la censura esplicita dei dissidenti, riesce a far trapelare messaggi «eretici». Sui social la censura è scandalosa, ma in qualche modo ha motivato i dissidenti. Sulla tv generalista invece non c’è censura perché non c’è n’è bisogno: il pubblico della televisione sembra vittima di una forma d’ipnosi.

C’è chi vede nell’adozione del certificato verde una forma di sorveglianza del potere. Ma anche per guidare un’auto bisogna esibire una patente che attesti l’idoneità del pilota a tutela della collettività.

A cosa li abilita di specifico il green pass? Semplicemente alla vita quotidiana che da quasi due anni ci è impedita. Nessun regime era arrivato al punto di richiedere una patente per vivere.

Una volta era la sinistra a difendere il diritto di critica e di dissenso. Oggi, sulle norme sanitarie, Giorgia Meloni la pensa come lei e Cacciari, e Matteo Salvini come Maurizio Landini.

Chi era di sinistra come me criticava il pensiero unico neoliberista, ma non conosceva ancora l’unanimismo di oggi. Sembra di essere piombati nella distopia orwelliana, costruita sul controllo e l’impoverimento del linguaggio. Non solo i politici non si sottraggono a questa tendenza. Di più, sono loro a costruire la gabbia del pandemicamente corretto nei limiti del quale ci si può esprimere. Maggioranza e opposizione stanno entrambe collaborando al grande reset.

Tuttavia il certificato verde è adottato in Francia e non ad esempio in Germania, Stati Uniti e Giappone.

Perché è un disegno che procede a macchia di leopardo. Molti Paesi lo hanno già accantonato. Altri vogliono andare avanti a ogni costo. L’Europa resiste con alterne vicende perché è il centro dell’operazione. Basta guardare gli interventi al Global Forum del gennaio 2021 per capire gli schieramenti.

È sotto gli occhi di tutti che la pandemia ha reso ancora più centrali le piattaforme. L’omologazione planetaria arriva con lo streaming di Netflix e Amazon?

Distruggere le piccole e medie imprese perché considerate obsolete per incrementare le grandi corporation fa parte del piano. Tutto ciò viene presentato come progresso. Dall’inizio della pandemia, le piattaforme e le grandi società di distribuzione hanno guadagnato tutto quello che le piccole imprese hanno perso.

Che spazi rimangono per l’originalità e l’identità nell’arte e nella comunicazione?

Ormai originalità e identità sono slogan pubblicitari per imporre obiettivi di massa nascondendoli sotto una patina di glamour.

 

Panorama, 11 agosto 2021

«Si voterà nel ’23, quando tutto sarà cambiato»

Nonostante il pizzo mefistofelico i tatuaggi e gli anelli, Roberto D’Agostino, visionario titolare del sito Dagospia (3,5 milioni di pagine visualizzate al giorno), sa interpretare il ruolo del saggio, del politologo, dell’analista attaccato alla realtà e ai problemi della gente. «Davvero», dice, «pensiamo che un padre di famiglia quando torna a casa dica a sua moglie: hai visto che hanno segato l’uomo di Giorgia Meloni nel Cda della Rai? Oppure che l’operaio che si alza alle sette del mattino per andare in fabbrica abbia come primo pensiero cosa si son detti Beppe Grillo e Giuseppe Conte al ristorante? Io penso di no, penso che il distacco tra la vita dei cittadini e la narrazione dei media sia ormai abissale».

Un po’ l’ha colmata la sbornia degli Europei?

«Un po’ sì, ma non parliamo di sbornia. La politica è anche un fatto emotivo».

La politica?

«Anche lei vive di emozioni. Il Covid ci ha sconvolto anche perché è venuta a mancare la fiducia negli altri. La vittoria agli Europei rimette in circolo energie nuove».

Si parla di Rinascimento italiano.

«Più che altro una Rinascente cheap. Quello che lei chiama sbornia è un’onda emotiva che arriva dopo un anno e mezzo di afflizione, i 120.000 morti, i camion di Bergamo, le bare ammassate. La Nazionale ha fatto gridare “Viva l’Italia” a tutti, facendo tornare il senso di appartenenza e dello Stato».

Addirittura.

«Di solito quando si parla di senso dello Stato viene l’orticaria perché si pensa alle tasse. Ma dopo la pandemia si pensa anche che con le tasse si costruisce un ospedale che serve quando stai male. La vittoria degli Europei è come un integratore per affrontare il post Covid».

Tutti patrioti? Qualcuno ha scritto che è tornato il piacere abbracciarci…

«Stato vuol dire fiducia, come la Galbani della pubblicità di una volta. Si ricomincia a fidarsi degli altri anche se sappiamo di correre un rischio. Infatti, tanti portano ancora le mascherine nonostante si possa stare senza. Questa vittoria è come un tiramisù. Al contrario, i no-vax pensano solo alla loro libertà e non che può danneggiare gli altri. Io sto con Macron: la mia libertà finisce quando mette a rischio quella di un altro».

Per la Nazionale abbiamo fatto due giorni di rave e adesso ci vuole il green pass per andare al bar?

«I festeggiamenti di domenica sera erano difficilmente gestibili, anche le forze dell’ordine guardavano la partita. L’errore è ciò che è accaduto il giorno dopo, con la gente assiepata attorno al pullman e senza mascherina. La trattativa Stato-Bonucci è qualcosa d’insostenibile. Si sa che il pullman era già stato preparato, Bonucci stia tranquillo. Ma Draghi non può gestire tutto, ci sono i ministeri competenti. Toccava alla Lamorgese gestire la grana, ma non l’ha fatto».

Non l’ha infastidita un certo eccesso di retorica: la Nazionale simbolo di concordia, Mancini gemello di Draghi?

«Ognuno scrive quello che vuole. L’editoriale di un quotidiano non è le Tavole della legge».

È bastato rimettere all’ordine del giorno il ddl Zan per vedere la concordia andare in frantumi?

«Da una parte c’è la politica politicante, dall’altra 60 milioni di cittadini che dopo due anni come questi hanno ricevuto un’iniezione di fiducia e positività. Non credo che le sorti del ddl Zan incidano sulla quotidianità dei cittadini. In periferia o in un paesino nessuno s’interroga sull’identità di genere. Sono pippe dei giornali. Le persone comuni hanno altre priorità. Mio figlio troverà un lavoro? Riuscirò ad arrivare a fine mese? Sarò licenziato dopo la fine del blocco?».

Chi esce meglio dalla curva?

«I cittadini. Molto meglio della politica, che si balocca con questioni superflue. Immagino tanti lettori che aprono i giornali e mandano affanculo politici e giornalisti. La pace tra Conte e Grillo, i consiglieri del Cda Rai: chi si alza alle sette del mattino per andare a lavorare guarda a questi mondi come agli animali dentro le gabbie di uno zoo. Col mio sito lavoro in un altro modo».

Cioè?

«Il direttore è un algoritmo che mi dà in tempo reale il traffico degli articoli più letti. Così capisco gli interessi prioritari. Se il pubblico mi chiede la ricotta prendo la ricotta e la metto in vetrina. Il cliente ha sempre ragione, questo è il barometro. Ho 3,5 milioni di pagine visitate al giorno. I giornali raccontano le correnti del M5s o del Pd, mentre i cittadini si chiedono perché non si affronta il problema del debito pubblico che viaggia verso i 3.000 miliardi».

Il distacco tra popolazione e narrazione è colmabile?

«A questo punto non lo so. Fossi direttore di un grande quotidiano mi chiederei perché i lettori rifiutano il mio prodotto. Qualche anno fa Repubblica e Corriere vendevano 6/700.000 copie ora sono a 100.000. Il Fatto quotidiano era sopra le 100.000 ora è a 25.000».

Ci si informa anche in altri modi?

«In parte sì. L’edicola sta diventando un residuato bellico come la cabina del telefono. Però i giornali cartacei hanno stravenduto il giorno dopo la vittoria dell’Italia. Vuol dire che i lettori volevano avere un  ricordo del trionfo acquistando il giornale con il poster della squadra vincitrice. Se dai, in cambio ricevi».

Responsabilità dei giornali ma anche dei vari Enrico Letta, Matteo Salvini eccetera?

«Purtroppo i nostri leader non hanno un’idea seria della politica, di come sono cambiati gli equilibri geopolitici dopo l’arrivo di Joe Biden alla Casa bianca, dopo l’avvento della Brexit, dopo la crescita del ruolo della Cina che sta sostituendo gli Stati uniti e ha in mano tutta la produzione strategica, dalle auto alla telefonia. Con tutto questo, noi continuiamo a parlare del consigliere di Fratelli d’Italia in Rai».

E Draghi?

«Non pensa al Quirinale. Punta a diventare il successore di Charles Michel alla presidenza del Consiglio europeo. Invece sul piano del carisma, prenderà il testimone da Angela Merkel. Già adesso Biden parla solo con lui, anche per la debolezza di Macron.

Con questi nuovi scenari hanno ragione Meloni e Salvini a credere che dopo Draghi toccherà a loro?

«Da qui al 2023, quando si andrà a votare, vedremo cambiamenti copernicani. Già ne abbiamo le avvisaglie. Il più draghiano dei leader è Salvini, che è una sorta di pontiere del centrodestra nel governo. Quando di recente Forza Italia si è incazzata per la mediazione della Cartabia con i 5 stelle è stato Salvini a fare da pontiere. Tutto cambia. Basta guardare il patto tra i due Matteo che, con la regia di Denis Verdini, vecchia volpe democristiana, stanno lavorando a una federazione centrista con Berlusconi e Forza Italia».

Quindi l’idea della federazione resiste?

«È l’approdo futuro. Salvini non parla più di migranti e ong, ma di giustizia. La politica in Italia sta vivendo una trasmutazione, a destra nascerà un centro con Salvini, Renzi, Calenda e Berlusconi. Questo dispiacere dato alla Meloni è un segnale: tu resta a destra, al centro stiamo noi».

Conviene lasciar fuori il partito più in crescita dell’area?

«Se l’ideologo della Meloni è Guido Crosetto che è presidente dell’Aiad (Aziende italiane per l’aerospazio e la difesa ndr), apparato di Stato da Fincantieri a Leonardo, che opposizione può fare».

Al di là dell’opposizione è conveniente per il centrodestra escludere il partito più in salute?

«Questo riguarda l’ego dei leader. Non si può parlare di alleanze e poi ci si comporta da ducetti. Il problema di Salvini era che prima twittava e poi ragionava. Ora ha capito che bisogna capovolgere il processo e che la politica è mediazione. Con i fondi del Recovery in arrivo non possiamo permetterci di mandare il Paese al macero. Bisogna mediare gli obiettivi di parte con il bene del Paese. E poi c’è un altro discorso…».

Prego.

«Oltre allo Stato c’è il Deep State, lo Stato profondo. Burocrazia, magistratura, servizi segreti, macchina dei ministeri: tutte realtà che sia Renzi che Salvini in passato hanno trascurato. Pagandone il conto».

Nel centrosinistra niente rivoluzioni copernicane?

«L’idea di Goffredo Bettini che vedeva Conte punto di riferimento dei progressisti è entrata in crisi».

Infatti Bettini sta tornando in Thailandia.

«Per Letta il governo Draghi è il governo del Pd. Ma Conte è contrario alla riforma Cartabia mentre il Pd è a favore. Perciò anche quest’asse è in discussione. Cosa siano oggi i 5 stelle nessuno lo sa».

Quanto crede alla pace di Bibbona?

«Ah, saperlo…».

Conte è andato a Canossa?

«Non so. Se Conte piazza una persona sua in un posto di rilievo Grillo potrà sfiduciarla. Mi sembra una diarchia che non ha grande futuro».

Invece Letta ce l’ha?

«Con il 18% come fa a tornare a Palazzo Chigi? Tanti gli consigliano di aprire a Salvini, così che in futuro ci possa essere un’alleanza con la federazione di centro. Che nel Pd potrà essere appoggiata dalla corrente maggioritaria, formata da ex renziani».

Letta è la persona giusta per aprire a Salvini?

«Credo che le amministrative del 20 ottobre daranno una botta a tante posizioni ideologiche. Si capirà se l’alleanza con i 5 stelle ha un futuro. E se ce l’ha Letta. Nei grandi Paesi europei governano le grosse coalizioni. In Germania i socialdemocratici con i democristiani, in Francia i gaullisti con Macron. In Italia potrà nascere un governo di centrosinistra con la federazione di Verdini, Salvini e Berlusconi alleata al Pd: un governo fattuale, che toglie di mezzo troppe battaglie di bandiera».

Chi è messo meglio in vista delle amministrative di ottobre?

«Credo che il risultato lascerà molti a bocca aperta. Dopo due anni di Covid non sappiamo come si orienteranno gli elettori. Molti sondaggi sono apertamente taroccati e io vorrei avere la palla di vetro per capire cosa ci aspetta. Abbiamo ancora un Parlamento con il 32% di grillini eletti…».

E tra poco inizia il semestre bianco in preparazione alla successione di Mattarella?

«Il copione del Quirinale è tale e quale a quello usato per Napolitano. Mentre Mattarella continuerà a dire di voler tornare a dedicarsi ai nipotini, dopo le prime fumate nere tutte le forze politiche andranno in fila indiana a dirgli di restare. E lui accetterà. Poi nel 2023, con il nuovo Parlamento, si deciderà in base al voto dei cittadini».

E i vari Casini, Veltroni, Franceschini, Berlusconi?

«No future».

 

La Verità, 17 luglio 2021

«Via i procuratori, non servono al calcio»

Lo dichiaro subito a beneficio dei lettori: sono al telefono con il mio idolo d’infanzia, Gianni Rivera. Perciò, mi concederete un breve ricordo personale. Forse per alleviare il trauma dell’iscrizione alla prima elementare, mio padre, che era maestro, mi consentì d’iniziare a raccogliere le figurine Panini. E lì c’era lui, con i capelli a spazzola. Diventai allora tifoso del Milan, fresco vincitore della Coppa dei campioni, la prima di una squadra italiana. Su Rivera, che nel 1969 sarà il nostro primo Pallone d’oro, non serve aggiungere altro. Se non la sorpresa causata dalle notizie recenti che lo riguardano.

Gianni Rivera no vax non ce l’aspettavamo.

«Ho sentito molti virologi, di quelli mai invitati in tv, dirsi contrari a questi vaccini perché non sufficientemente testati. I virologi ufficiali dicono che vanno bene, ma a me risulta che non siano stati adeguatamente verificati prima di essere diffusi».

Non ha paura?

«Non particolarmente. Conduco una vita tranquilla sia in casa che fuori, come fossi agli arresti domiciliari».

Come si definirebbe: coraggioso, temerario o critico verso l’informazione omologata?

«Sono una persona normale che si è fatta le proprie idee. Dopo le mie dichiarazioni a Porta a porta ho ricevuto molti messaggi di persone che la pensano come me. Tra queste ci sono anche esperti che hanno posizioni diverse rispetto all’ufficialità. Il fatto che non siano state fatte verifiche sufficienti su queste sostanze è risaputo. Non si può dire, ma questo è un altro discorso».

Non teme di essere imprudente?

«No. Se mi dicono che questi sieri non sono sperimentati preferisco aspettare che lo siano. Anche Mario Draghi il 28 maggio ha detto che le varianti possono rendere inutili gli effetti dei vaccini. Poi forse si è pentito e non l’ha più ripetuto. Qualcuno gli avrà consigliato di non farlo perché potrebbe saltare per aria tutto. Ma se saltano le cose sbagliate, meglio».

Non è imprudente non vaccinarsi considerando che la mortalità è più elevata tra le persone anziane?

«Cosa c’entra? Molti morti stavano già male prima e sono deceduti per altre patologie. L’anno prima del Covid ci sono stati più morti a causa dell’influenza… E poi esistono cure domiciliari che funzionano. Perché non farle e riempire gli ospedali?».

Le notizie di questi giorni dicono che gli ultimi ricoverati in terapia intensiva sono persone non vaccinate.

«Noi conosciamo persone intubate a Milano dopo la seconda iniezione. Lo sappiamo per voce diretta, ma di questi casi nessuno parla o scrive».

Chi sono i virologi che vorrebbe vedere in televisione?

«Luc Montagnier che ha preso un Nobel per la medicina, magari gliel’hanno dato per sbaglio. O Stefano Montanari. Ma non li invitano, forse perché dissentono dalla versione ufficiale».

Non crede che le vaccinazioni massicce ci stiano facendo uscire dall’emergenza?

«Lo spero. Io preferisco non correre il rischio finché non c’è una sperimentazione più ampia. Se poi funzionano, meglio».

Per lei chi si vaccina è una cavia?

«Questo è il sospetto».

Da cittadino e potenziale paziente ha la stessa allergia nei confronti dei virologi che aveva da calciatore verso gli arbitri?

«Mai avuto allergie nei confronti di nessuno. Mi infastidivo quando vedevo che gli arbitri avevano un comportamento non indipendente. Come capitano del Milan difendevo i miei compagni e la mia società quando mi accorgevo che inclinavano dall’altra parte».

Quale altra parte?

«Quella dell’avversario. Allora mi esponevo, se no che capitano sarei stato. Funziona così anche con il vaccino: dico la mia se qualcosa non mi convince».

Anche allora antisistema?

«No, il sistema funzionava. Erano gli antisistema che agivano nel sistema a inquinarlo. L’antisistema nel calcio dà fastidio e si spera che qualcuno intervenga».

Nella magistratura «il sistema» è un meccanismo perverso.

«Si sperava che non ci fossero disonesti tra chi deve giudicare gli altri, invece abbiamo capito che ci sono magistrati che dicono di fare un mestiere e ne fanno un altro».

Sta seguendo gli Europei di calcio?

«Certo. L’Italia sta andando molto bene, come avveniva anche prima degli Europei. Roberto Mancini ha molti meriti. Penso che potremo cavarcela bene anche contro squadre più forti di quelle che abbiamo incontrato finora».

Quante chance dà all’Italia per la vittoria finale?

«Non ho mai fatto pronostici prima delle partite. Andavo in campo per vincere, ma sapendo che avrei potuto perdere. Mi è capitato di perdere con squadre molto più deboli. La schedina l’ho giocata solo qualche volta con degli amici, ma poi ho smesso perché mi accorgevo che buttavo via i soldi».

C’è troppa euforia attorno alla Nazionale?

«Quando si vince i tifosi fanno festa perché il calcio trasmette entusiasmo. Il tifo è una malattia che ci si porta dietro. È giusto che i tifosi si sfoghino nella gioia, speriamo che la gioia prevalga sempre».

Parlando di tifo, cosa pensa delle critiche al fatto che lo stadio di Budapest per Ungheria-Portogallo fosse gremito di pubblico?

«Non le ho molto capite. Come entrano 20.000 persone controllate ne possono entrare anche 80.000, sempre controllate. Se si riesce a fare il tampone a tutti perché non farli entrare? Non credo che dobbiamo stare distanziati se non abbiamo niente. In casa, con mia moglie e i miei figli mica viviamo con la mascherina. Anche con gli amici: se uno sta male va dal medico, ma se sta bene può venire a cena da noi».

Certe precauzioni sono esagerate?

«A volte ho questa impressione. Io sono un semplice cittadino e capisco che chi ha responsabilità si preoccupi di più. Però leggo che tra poco non ci sarà più l’obbligo della mascherina all’aperto».

Che cosa l’ha colpita di più del caso Eriksen?

«Bisogna indagare su perché gli è successo. Qualcuno ha detto che potrebbe essere stato a causa del vaccino».

L’amministratore delegato dell’Inter Beppe Marotta ha smentito, la motivazione sembra di natura cardiaca.

«Indaghino e dicano qual è stata. Bisogna anche chiedere ai medici che gli hanno concesso di giocare finora quali erano le loro conoscenze».

Se dovesse fare una modifica per migliorare il mondo del calcio da cosa comincerebbe?

«Regolamenterei il ruolo dei procuratori. Fino a qualche tempo fa chiunque poteva inventarsi procuratore di giocatori e allenatori. Adesso sostengono un esame ridicolo per iscriversi a un albo. Mi meraviglio che Uefa e Fifa non intervengano su questa situazione».

Due anni fa ha frequentato il corso allenatori a Coverciano, qualche società l’ha contattata?

«Nessuna perché non ho procuratori. Credo di poter aiutare una squadra di calcio sebbene se non sia più giovane. Anche Dino Zoff ha pagato questa situazione. È stato presidente della Lazio, poi allenatore. Ma quando si è interrotto il rapporto non ha più trovato spazio perché si è rifiutato di farsi gestire da un procuratore».

Quand’era calciatore ce l’aveva?

«No. Avevo rapporti diretti con il presidente della società per la quale giocavo e rinnovavo il contratto discutendolo direttamente con lui. Oggi i procuratori cominciano a gestire i bambini da quando hanno 5 o 6 anni. So di genitori nauseati perché vanno avanti i bambini gestiti dal procuratore e non i migliori. Ho suggerito di denunciare questa situazione, ma mi rispondono che i loro figli ne avrebbero più danni che vantaggi. Così tutto rimane com’è. Anche le società non si ribellano».

Il caso di Gianluigi Donnarumma ha mostrato che certi calciatori sono più dei procuratori che delle società?

«Evidentemente Donnarumma si trova bene così e avendo un contratto con Raiola è costretto ad ascoltarlo. Ai miei tempi c’era l’Aic, l’associazione calciatori, che si occupava di aiutarli. Adesso mi chiedo a cosa serva. Abbiamo fatto tante battaglie per liberare i calciatori dalla schiavitù delle società e ora sono ostaggi dei procuratori. Il caso di Donnarumma mi ha molto meravigliato».

Ha visto che Franck De Bruyne, il capitano belga del Manchester City, ha rinnovato il contratto senza ricorrere a procuratori ma basandosi solo sull’analisi dei dati del suo gioco?

«È la conferma che i procuratori non sono indispensabili. Ai miei tempi facevamo già senza di loro. Non capisco perché ci debba essere un terzo incomodo che è, per altro, una spesa inutile per le società».

Tra le cose da cambiare ci sono anche gli stipendi dei calciatori?

«In questo particolare momento è una situazione molto pesante per le società. Mi meraviglio che accettino le condizioni imposte dai procuratori».

Calciatori troppo pagati?

«Non lo so. Se uno chiede 10 e glieli danno, li prende».

Cosa pensa del Var?

«Mi sembra un’ottima innovazione. Se uno strumento tecnico aiuta l’arbitro a eliminare gli errori, tutti ne traggono vantaggio. Chissà se fosse stato attivo ai miei tempi quante volte mi avrebbe dato ragione».

Che idea si è fatto della Superlega?

«Mi sono meravigliato che società così importanti si siano imbarcate in quella iniziativa senza preoccuparsi delle conseguenze che avrebbe avuto su tutto il sistema. Credo che i numeri uno debbano sempre misurarsi con i numeri cinque sei o sette. Tutti devono avere l’opportunità di migliorarsi. Magari succede che poi vince la squadra sfavorita. A me è capitato di perdere uno scudetto all’ultima giornata, sconfitto in casa dal Bari che si era appena salvato».

In Nazionale fanno faville Berardi e Locatelli del Sassuolo che la Superlega non la giocherebbero.

«Le loro prestazioni sono frutto di un percorso lungimirante. Com’è stato quello dell’Atalanta, altra squadra che non sarebbe iscritta alla Superlega. Un’idea che per fortuna è morta prima di nascere».

È vero che da bambino era juventino?

«Ad Alessandria arrivavano le notizie da Torino perciò simpatizzavo per la Juventus che vinceva. Poi ho iniziato a giocarle contro con l’Alessandria e il Milan e tutto è cambiato».

Un ricordo di Giampiero Boniperti?

«È stato un ottimo giocatore e un altrettanto ottimo presidente. Una persona seria che ha lasciato un ottimo ricordo di sé a tutti».

Tolto Gianni Rivera, chi è il più grande giocatore italiano di sempre?

«No, guardi, è difficile fare queste classifiche. Non c’è nessuno, neanche Rivera. Gli unici grandi, superiori a tutti sono Pelè per una ragione e Maradona per un’altra. Se il calcio non fosse esistito, Pelè l’avrebbe insegnato lui a tutti, destro, sinistro, colpo di testa, tutto. Dopo di lui tutti gli altri sono secondi, terzi e quarti».

 

La Verità, 19 giugno 2021

«Perché la svolta di Draghi risparmia Speranza»

«Per fare i conti sulla pandemia ci vuole un processo, il processo di Norimberga». Qualche giorno fa, ospite di Nicola Porro a Quarta Repubblica su Rete 4, Stefano Zecchi ha scatenato un vespaio. Filosofo, scrittore, editorialista del Giornale, docente di filosofia teoretica a Padova e poi di estetica a Milano, con parentesi d’insegnamento in vari atenei esteri tra i quali l’università Tagore di Calcutta, Zecchi è anche consigliere comunale a Venezia, eletto nella lista indipendentista del Partito dei veneti.

Professore, è pentito di aver usato un’espressione così forte?

«Non sono pentito. Leonardo Sciascia diceva che i comunisti prendono una parola e la usano come un cappio per impiccarti. Ma io sfuggo a questo cappio perché credo che chi ha commesso gravi errori di natura amministrativa, se non ha la dignità di assumersene la responsabilità deve trovare qualcuno che gliele assegna».

Quali sono queste responsabilità per giustificare il ricorso a una Norimberga sulla pandemia?

«Che in Italia la diffusione del Covid sia stata gestita in modo criminale è fuor di dubbio. Mi riferisco in particolare al governo giallorosso, durante il quale c’erano ministri che, dall’alto delle loro competenze, dicevano che la mascherina non serviva. Poi asserivano che il Covid è poco più che un’influenza, che non c’erano timori di contagi. Qualche settimana dopo ci siamo messi le mani nei capelli vedendo i camion dell’esercito pieni di bare a Bergamo. Adesso ci sgraviamo la coscienza con il giorno del ricordo delle vittime, ma la coscienza ce la mettiamo a posto con un esame vero delle responsabilità dell’accaduto».

Quali responsabilità amministrative sono da imputare al Conte bis?

«Ci siamo dimenticati della secretazione dei verbali delle riunioni del Comitato tecnico scientifico? Su tutto c’era un’overdose di comunicazione, ma su quelle riunioni vigeva il segreto. E la mancata proclamazione della zona rossa della Val Seriana? Ora si è avuta anche conferma della gestione opaca, per usare un eufemismo, del piano antipandemico. Che era fermo al 2006. Adesso le vaccinazioni vanno a rilento, in particolare per gli ultra ottantenni. Il ministro della Salute Roberto Speranza è responsabile di tutto questo».

Qualcuno ha declinato la sua idea nella forma di una Norimberga politica.

«La mia espressione forte consegue a quella altrettanto forte di coloro che hanno paragonato la pandemia a una guerra. Nelle guerre ci sono soldati e generali capaci e incapaci, ci sono pusillanimi ed eroi. Conoscere le responsabilità di ciò che è stato fatto è un diritto dei cittadini. Un processo può anche assolvere gli imputati, a Norimberga ci sono state condanne graduali. Credo che chi ha visto morire in modo ignominioso i propri cari a causa di decisioni amministrative sbagliate debba poter sapere la verità».

Condivide la mozione di sfiducia al ministro Speranza annunciata da Fratelli d’Italia?

«Sì, la condivido. Anche se probabilmente non andrà in porto».

Il cambio di passo avviato da Mario Draghi con la sostituzione di Domenico Arcuri, la correzione del Cts e l’accelerazione sui vaccini si arresta davanti a Speranza?

«Non vorrei essere dissacrante: Draghi è un grande allenatore che gode di stima e attenzione internazionale. In squadra ha fuoriclasse come Giancarlo Giorgetti, ma con brocchi come Speranza difficilmente riuscirà a vincere o anche a pareggiare».

Avrà la forza di mandarlo in panchina?

«Questo governo vive su un equilibrio dettato dalla sinistra. Destituire Speranza significherebbe toccare un santuario delicato. A meno di suoi clamorosi errori dubito che il premier lo cambierà. Sarebbe un’umiliazione troppo forte, doveva pensarci per tempo. Credo che alla fine Draghi lo circonderà con le competenze di altri e lo depotenzierà».

La soluzione per accertare le responsabilità potrebbe essere una commissione parlamentare d’inchiesta?

«Non nutro molta fiducia nelle commissioni parlamentari, non ne ho mai vista una che arrivasse vicina alla verità. La soluzione sarebbe un passo indietro di coloro che riconoscessero le proprie responsabilità. Probabilmente è una pia illusione».

Per la sinistra la pandemia è un’occasione per un ricalcolo del sistema?

«Nel famoso libro di Speranza ho trovato riflessioni di politica economica nelle quali il Covid è visto come un’opportunità per instaurare una nuova egemonia della sinistra».

Cosa pensa del fatto che Nicola Zingaretti ha descritto gli esercenti della ristorazione e gli operatori di palestre e piscine come persone che «fanno i lavoretti»?

«In questa parola c’è tutto il senso della crisi della cosiddetta sinistra che ha completamente dimenticato la realtà del mondo del lavoro».

Complessivamente, come vede l’Italia di oggi? Mi regali un’immagine da filosofo, amante della bellezza.

«Vedo un’Italia che oscilla tra il disorientamento e il terrore. Forse l’immagine giusta è un’Italia allarmata, molto allarmata».

Il motivo principale?

«Oltre alle cose che abbiamo detto, un’altra causa d’insicurezza è dovuta all’informazione contraddittoria che tutti i giorni troviamo sui media. Mentre in altri paesi, gli Stati uniti per esempio, la comunicazione sul Covid è delegata a una sola persona competente, noi ascoltiamo tutte le sere in tv una ridda di opinioni di virologi ed epidemiologi che non hanno esperienza di comunicazione. Si parla della pandemia come fosse il derby di Milano, senza la consapevolezza che ogni parola può influenzare scelte e stati d’animo dei cittadini».

Ha mai avuto la tentazione di andare a vivere altrove?

«Sempre. Ho vissuto infanzia e adolescenza nella casa più bella del mondo, con la terrazza che guardava i Mori di San Marco a Venezia. Quando i miei genitori si sono separati, ho seguito mia madre. Poi a 18 anni sono venuto a Milano con una borsa di studio. Da allora sono sempre desideroso di cambiare, di girare…».

Di questi tempi invidia il welfare del Nordeuropa o la razionalità della Germania?

«Invidio gli inglesi. Hanno risolto tutta questa paura con grande razionalità e, dopo le precedenti, i tedeschi finiranno per perdere anche la guerra economica che hanno dichiarato loro sui vaccini. Se invece dovessi decidere a prescindere dal Covid andrei in India, il paese dove ho lasciato un pezzo di cuore quando ho insegnato tre anni a Calcutta».

L’Europa che immagine le suscita?

«È un’entità burocratica fatta per avvantaggiare la finanza e l’establishment internazionale, un sistema che non si preoccupa dei singoli cittadini. Lo si è visto nelle trattative con le grandi case farmaceutiche per i vaccini. Al contrario, la Gran Bretagna ha dimostrato quanto determinante sia il ruolo degli stati nazionali nella vita della popolazione».

Come giudica lo scontro geopolitico sui vaccini?

«Mi sembra che la parola decisiva non sia determinata dall’efficacia sanitaria, ma dal profitto delle Big pharma. Mentre negli Stati uniti Fauci parla per tutti, in Europa non c’è un’autorità riconosciuta. Così la Germania ha scelto Pfizer e osteggia l’anglo-svedese AstraZeneca. Inoltre, non si capisce il divieto a Sputnik. L’Europa ha palesato tutte le sue debolezze, coperte solo da una grande retorica ideologica. Ma se appena ne metti in discussione la funzione passi da reprobo».

Cosa pensa del fatto che, in un’intervista al Corriere della sera, il figlio di Beniamino Andreatta, Filippo, braccio destro di Enrico Letta, ha detto che «oggi essere di sinistra vuol dire essere europeisti»?

«È la solita ideologizzazione dell’Europa che nuoce anche all’Europa. Ed è anche la conferma che il Pd è il partito dell’establishment, per il quale votano la borghesia, i magistrati, i docenti universitari, i giornalisti che vogliono contare di più. Vorrei chiedere ai vertici del Pd cosa vuol dire esattamente oggi essere europeisti».

Che bilancio fa della sua esperienza di consigliere comunale nel Partito dei veneti?

«Volevo dimostrare che ci può essere un altro modo di far vivere Venezia. Questo partitino ha assecondato le mie idee. La prima: Venezia necessita dello statuto speciale che le dia autonomia amministrativa e fiscale di cui si giovano città europee come Berlino, Vienna, Amburgo e Madrid. La seconda: favorire in città il lavoro che comporti le defiscalizzazioni. La terza: ridare forza all’abitabilità di Venezia attraverso un nuovo piano di mobilità».

Riforme impegnative.

«Erano già nella testa di Gianni De Michelis, 35 anni fa. Da allora ha vinto la logica del non si può fare. Così continua a prevalere la lamentazione sullo spopolamento, sulla città invasa dai turisti e in mano alle grandi navi. I soliti piagnistei. Una volta si lamentava che Venezia era diventata una sorta di Disneyland. Ora è Pompei, morta».

Matteo Salvini ha messo in secondo piano il federalismo e l’autonomia?

«Sì, e secondo me sbaglia. Un Paese moderno deve avere, al contempo, una forte struttura statale e una forte struttura federale. L’Italia ha invece deboli istituzioni statali e deboli amministrazioni regionali. Il nostro regionalismo non è un vero federalismo. Per questo il Veneto ha votato al 90% per l’autonomia».

Quando si vaccinerà?

«Mi sono già vaccinato cinque giorni fa con AstraZeneca. Lo destinano a noi anziani perché ne abbiamo più benefici che costi. Finora è andato tutto bene, nessun sintomo. Ho avuto due embolie polmonari, ma il mio medico mi ha rassicurato».

È preoccupato?

«Diciamo che mi fido, gli effetti collaterali sono infinitesimali. L’embolia insorge nei primi 12 giorni dopo la somministrazione, ho ancora una settimana di tempo per morire. La tengo informato» (ride).

Le hanno fissato la data del richiamo?

«No. Una dottoressa carina mi ha promesso: “Le telefonerò”, come fosse una fidanzata. Aspetto».
Per chiudere, secondo lei Draghi ce la farà?
«Non sono particolarmente ottimista. La partita contemporanea dell’emergenza sanitaria ed economica è molto impegnativa. Bisogna razionalizzare le vaccinazioni partendo dalle fasce di età più fragili. E poi riaprire presto tutto quello che si può. Per far ricominciare la vita».

 

La Verità, 17 aprile 2021

 

«Così ho inventato la pubblicità interattiva»

È il cervello della comunicazione di Tim. Formalmente: direttore Brand strategy media e multimedia entertainment della prima compagnia telefonica italiana. 54 anni, un passato da fiero craxiano e produttore tv di successo (5 Telegatti), Luca Josi è l’ideatore di tutte le campagne che accompagnano il marchio al Festival di Sanremo. Anche la piattaforma Timvision risponde a lui.

Questo è il quinto anno di Tim sponsor unico: qual è il vostro bilancio?

«È un lustro che ci ha dato lustro. Tutto è cominciato nel 2017 quando Mina ha iniziato a interpretare i brani delle nostre campagne».

Siete partiti benino.

«Da allora, ogni anno ha dedicato un nuovo brano a Tim, riuscendo a inserire il brand nella canzone fin dalla dalla prima, quando s’inventò quel Tim Tim Tim che divenne subito virale. Poi ci fu Timtarella di luna sul palco di Sanremo… Fino all’edizione in corso con Questa è Tim, l’inno del gruppo che è l’adattamento di This is me, brano vincitore del Golden Globe 2017, il cui acronimo è proprio Tim».

Anche la collaborazione con Mina è motivo di lustro.

«Il fatto che la più prestigiosa e desiderata interprete italiana canti per la nostra azienda con enormi riscontri è qualcosa di molto gratificante. E ci gratifica anche la coerenza del messaggio. La nostra mission è far comunicare tra loro le persone: avere come testimonial la voce italiana più apprezzata nel mondo, oltre che motivo di orgoglio è il modo più paradigmatico per rappresentare il nostro gruppo».

Perché per voi è interessante collaborare con la Rai per il Festival?

«Sanremo è l’evento italiano che mette insieme il pubblico più variegato ed eterogeneo. Nel Festival il più importante gruppo italiano di comunicazione riconosce il veicolo più efficace per incontrare il proprio pubblico».

Com’è nata l’idea del concorso a premi con in palio una crociera lunga un anno?

«Da una serie di coincidenze. La prima è che per anni, da produttore televisivo, mi sono dedicato a giochi e concorsi. Ho fatto Passaparola, che ha allargato il vocabolario di una parte dei telespettatori. Con Amadeus abbiamo lavorato insieme a Quiz show, un altro format di successo. Ma non è una mia fissazione: prendo solo atto che siamo un Paese di giocatori, di persone che amano mettere alla prova le proprie conoscenze. Non a caso i programmi preserali sono imperniati su giochi e quiz. Ora una serie di innovazioni tecnologiche consente alla pubblicità di trasformarsi in opportunità».

Come?

«Il nostro concorso cambia la comunicazione pubblicitaria. Inserendo negli spot ogni volta un indizio diverso stimoliamo lo spettatore a seguire la campagna perché offre la possibilità di acquisire nuovi beni e servizi. È una forma di pubblicità interattiva, bidirezionale. Una piccola grande rivoluzione».

Perché avete messo in palio una crociera di un anno?

«Sono tutti premi orientati al mondo che ripartirà. Prodotti alimentari Valsoia, un’auto Suzuki ibrida, una crociera intorno al mondo per quattro persone nella suite di una nave Costa crociere. È una sorta di nemesi che risponde all’anno appena trascorso in cui la popolazione è stata obbligata dalla pandemia a rimanere chiusa in casa».

Che risposta ha avuto?

«Molto positiva, ogni giorno crescono tutti gli indici di partecipazione, gli iscritti, gli utenti unici. Si può partecipare anche fotografando il Qr-code delle nostre filiali o del portellone delle Panda aziendali che girano l’Italia».

Che Festival è stato dal punto di vista di Tim?

«Credo sia stato fatto qualcosa di eroico. Confrontarsi con uno spazio vuoto è un’operazione difficilissima. Un conto è guardare lo show dal divano di casa, un altro dalla parte di chi costruisce cinque ore e per cinque giorni uno spettacolo in quelle condizioni. Faccio un piccolo esempio: gli anni scorsi, ogni notte la lettura della classifica veniva accolta dal brusio della platea che esprimeva dissenso o approvazione. Ora tutto questo non c’è. I conduttori lavorano nel silenzio e nel vuoto».

Qual è il momento che le è piaciuto di più e quello che le è piaciuto meno?

«Meno di tutto mi è piaciuto girare in una cittadella dove i chioschi delle radio degli anni scorsi sono stati sostituiti dai chioschi dei tamponi».

E sul palco?

«Non faccio distinzioni a favore di qualcuno. Editorialmente, l’ho trovato uno spettacolo molto garbato. Produrre questi risultati in questa situazione mi sembra una magia».

L’ha sorpresa il fatto che con il coprifuoco l’audience sia diminuita rispetto al 2020?

«Non recito la parte di quello che l’aveva detto. Anch’io pensavo a una platea potenziale più larga. La surrealtà nella quale è andato in scena il Festival provoca una curiosità eccezionale che dura qualche minuto, come la leggenda del monoscopio che fa più audience del programma. Non a caso da 70 anni il pubblico continua a comprare il biglietto per vedere il Festival dal vivo. Poi c’è anche un altro fattore, poco considerato…».

Sentiamo.

«Il lockdown ha un po’ nordicizzato il Paese, anticipando tutti i nostri orari. L’obbligo di essere a casa alle 22 ha accorciato le serate, si cena prima e si va a dormire prima. Infatti i bacini televisivi dei programmi di seconda e terza serata si sono ridotti. Forse Sanremo ha pagato anche il fatto che ci siamo avvicinati ad orari e abitudini nord europee».

Il calo di ascolti comporta una correzione del contratto fra Rai e Tim?

«Io mi occupo della parte editoriale, ma non mi risulta che in questo momento si stia valutando una revisione del contratto».

La vostra campagna istituzionale per i 100 anni d’innovazione conteneva l’auspicio di tornare presto ai balli di massa: era una visione troppo ottimistica della situazione in cui ci troviamo?

«Senza fare paragoni, che cosa faceva essere ottimistica la comunicazione del cinema di Frank Capra nei momenti tragici in cui veniva prodotto? Una regola aurea del vivere ancor prima che del comunicare è che in tempi in bianco e nero si cerca di dare il colore, mentre in tempi variopinti si produce una comunicazione più minimalista e introspettiva. Se è in discussione il nostro modo di esistere cerchiamo di trasmettere la possibilità dell’uomo di credere in sé stesso e nella sua energia».

Con il primo spot con il ballerino Sven Otten avete inaugurato una nuova stagione della comunicazione pubblicitaria. Quanto è difficile continuare a innovare?

«È un problema che ci poniamo ogni giorno. Ci sembra di aver fatto molto e in effetti abbiamo fatto ballare col cappello di Sven Otten Topolino e il Gabibbo, Amadeus e Gerry Scotti, Spiderman e i personaggi di Star Wars. Paventare l’esaurimento delle idee per il futuro sarebbe presunzione. Il mondo offre un’infinità di spunti rispetto ai quali ciò che noi abbiamo prodotto è nulla. Anche grandi compagnie come Coca Cola e Pepsi hanno realizzato spot orientati al ballo. Il quale è un modo di coinvolgere le persone attraverso un elemento unificante che invita a vedere positivamente il presente e il futuro».

Era molto presente anche nel cinema del dopoguerra.

«La stagione dei grandi musical si è alimentata di questa cultura. Non c’è frivolezza nel dire <ballaci sopra>. Per chi fa comunicazione non c’è niente di più importante che regalare alle persone la possibilità di gioire e di liberarsi dalle costrizioni».

In che modo il Covid ha cambiato la comunicazione pubblicitaria?

«Non sono un sociologo della comunicazione. Credo che ci vorranno anni per capire le trasformazioni nelle quali siamo immersi. Mi diverte lavorare al videogioco della nostra comunicazione, consapevole che non stiamo scoprendo la penicillina. Ma provando a trasmettere un pizzico di serenità e offrendo al pubblico, anziché martellarlo con un messaggio sempre uguale, un’opportunità di dialogo e partecipazione come attraverso il concorso al Festival».

Difficilmente ci sarà l’Amadeus-Fiorello ter. Da sponsor unico, Tim ha dei suggerimenti per i vertici Rai?

«Sul fatto che non ci sarà il terzo festival di Amadeus e Fiorello mi concedo qualche dubbio. Non do consigli agli altri, ascolto quelli che danno a noi. Abbiamo visto i fiori sul carrello, poi con i guanti, mancava che li facessero cantare con la mascherina. Quando tra dieci anni rileggeremo questi dati di ascolto ci stupiremo della capacità di mettere insieme platee così ampie in un’èra di frammentazione delle piattaforme e di rigidi protocolli anti-pandemia».

Tim avrebbe gradito Mina direttore artistico del Festival?

«Non è una valutazione che ci compete».

La collaborazione con lei continuerà?

«Da anni coltiviamo una grande idea. Mina è sempre sorprendente per curiosità e visione. Per l’ultimo brano abbiamo avuto ritorni inaspettati dal pubblico giovane. Si è soliti dire che ai giovani devono parlare i loro coetanei. Invece, a chiunque si parla attraverso il talento. Il quale si spiega da sé e arriva prima anche a chi appartiene a un’età anagrafica diversa».

Questa idea riguarda la comunicazione del marchio o qualcosa di più?

«Qualcosa di più, con il marchio capofila. Sarà un regalo a tutti gli italiani, ma qui mi fermo per riservatezza verso Mina e suo figlio Massimiliano».

Avrà a che fare con Timvison?

«Forse».

 

La Verità, 6 marzo 2021 (versione integrale)

«Nella storia ci sono le ricette contro le crisi»

Essendo stato corrispondente da alcune metropoli e megalopoli – Parigi, Bruxelles, San Francisco, Pechino e New York, dove ora vive – Federico Rampini può esercitare uno sguardo distaccato e globale sul presente. Se poi, a queste postazioni privilegiate, si aggiungono le buone letture sulle grandi catastrofi nel corso dei secoli, ecco che l’editorialista di Repubblica, spesso ospite di Stasera Italia di Barbara Palombelli, può consegnarci I cantieri della storia (Mondadori), istruttiva carrellata di come l’umanità abbia reagito a pandemie, crolli di imperi, guerre epocali, ripartendo, ricostruendo, rinascendo attraverso quelli che spesso sono stati chiamati «miracoli». «La buona notizia», dice Rampini, è che «siamo capaci di farlo».

Le rinascite dopo le crisi più tragiche sono opera innanzitutto di grandi leader o di grandi popoli?

«I leader fanno la storia quando riescono a mobilitare le energie dei loro popoli, a ispirare sforzi collettivi, a ricostruire l’autostima, la coesione, la solidarietà dei cittadini. Un altro tratto comune dei leader che racconto nel libro – Franklin Delano Roosevelt o Charles De Gaulle, George Marshall o Deng Xiaoping – è il pragmatismo. Copiare chi ha avuto risultati migliori, cambiare ricetta quando la propria non funziona».

Dopo la caduta dell’Impero romano, archetipo dei crolli delle superpotenze, i monaci riuscirono a mettere le basi del Rinascimento perché erano un soggetto con una vocazione speciale?

«Molti monaci venivano dal profondo Nord, erano di origini irlandesi, celtiche. Studiare il latino e il greco era stato così arduo che sentivano quel patrimonio culturale come una conquista preziosa. Conservarono Aristotele, la matematica e l’astronomia greca, senza le quali non avremmo avuto il Rinascimento».

Lei scrive: «Tutti vorrebbero un nuovo Roosevelt», a me è tornato in mente un vecchio motivetto popolare: «Si è rotta la macchinetta». È così?

«Una qualità dei Roosevelt è diventata introvabile: Theodore, Franklin, Eleanor appartenevano a una élite che pagava di persona per servire la nazione. I loro figli morivano in guerra, anziché imboscarsi da raccomandati».

In America, nel pieno della crisi del 1929 iniziò la costruzione dell’Empire state building. Le rinascite avvengono con le grandi opere pubbliche, vedi Autostrada del Sole. Quanto può ostacolare il fatto che uno dei partiti di governo teorizza la decrescita?

«La decrescita felice è un vecchio mito malthusiano, caro agli ambientalisti fin dalle origini. L’abbiamo sperimentata nel 2020, se l’economia si paralizza scende l’inquinamento, rallenta la crescita delle emissioni carboniche, e si rischia la depressione. L’unico paese ricco che ha trovato un suo equilibrio in una decrescita apparente è il Giappone. In realtà il suo reddito pro capite sale grazie al calo della popolazione. E vorremmo tutti avere le infrastrutture giapponesi».

Parlando di New Deal, il nostro governo, debitore della Rivoluzione francese, ha convocato gli Stati generali e annunciato, in inglese, il Green New Deal. Ma con le formule non si risolvono i problemi perché, alla prima pioggia, i ponti continuano a cadere in italiano.

«Da italiano espatriato vent’anni fa negli Stati Uniti, quello che mi colpisce nell’approccio del governo Conte alla ricostruzione è la prevalenza dei burocrati. Il Green New Deal potrebbe ammodernare il paese e le sue infrastrutture con un’attenzione alla sostenibilità. Ma se viene affidato alla pubblica amministrazione così com’è, la burocrazia saprà sabotarlo».

La più incompleta tra le ricostruzioni che analizza è quella in tema di razzismo dopo la guerra civile americana?

«Abraham Lincoln voleva ricostruire il Sud dopo averlo sconfitto. Capiva che i perdenti andavano trattati con magnanimità per non alimentare vittimismi, rancori, revanscismi. Dopo il suo assassinio la ricostruzione del Sud ebbe un’impronta diversa: da quel cantiere mezzo fallito derivano i problemi irrisolti oggi».

Proprio questo 2020, con la morte violenta di George Floyd, il movimento Black Lives Matter e il successivo abbattimento delle statue di Lincoln e Theodore Roosevelt, campioni dell’antischiavismo, ci fa capire che rimane molta strada prima di comprendere la storia?

«La storia è maestra di vita se non la manipoliamo per le battaglie politiche di oggi. La piaga del razzismo è reale in America. Ma Black Lives Matter ha voluto riscrivere tutta la storia americana come un unico romanzo criminale. È assurdo, e ha portato voti a Trump».

I cantieri del futuro possono essere costruiti sotto l’impulso di rigurgiti ideologici come quelli che hanno portato alle epurazioni in alcune testate liberal americane di chi non pensa in modo conforme?

«Nel mio libro paragono le purghe operate dalla sinistra radicale dei campus universitari ad altri fanatismi di massa: la rivoluzione culturale di Mao, i talebani. C’è anche un’eredità del puritanesimo protestante, che ha conosciuto dei “risvegli” integralisti a ondate ricorrenti. Quando si censura il dissenso, come avviene nell’industria culturale progressista in America, non si costruisce nulla di nuovo».

Dal suo osservatorio privilegiato conferma che l’Italia è un modello virtuoso di risposta al coronavirus mentre l’America di Trump, incentrata sulla sanità privata, è un esempio nefasto?

«No. L’Italia come modello virtuoso è stata una leggenda creata quest’estate da un paio di articoli del New York Times. Io, al contrario, mi sono stupito che tanti italiani ci abbiano creduto. I numeri dei contagi e dei decessi smentivano quel mito, ancor prima che giungesse la seconda ondata. Gli unici modelli sono in Estremo Oriente: Giappone, Corea del Sud, Taiwan. Quasi nessuno li studia».

Spesso si confronta il Recovery fund con il Piano Marshall che aiutò la ripresa degli sconfitti della Seconda guerra mondiale. Anche il ritardo e l’approssimazione dell’Italia nella capacità di spesa è paragonabile a quella di 70 anni fa?

«Quel Piano Marshall finanziamenti a fondo perduto, mentre quelli del Recovery fund sono prestiti, tuttavia le dimensioni teoriche di quest’ultimo sono molto superiori. Potrebbe dare un contributo alla rinascita italiana, ma i problemi sono gli stessi di 70 anni fa. Nel 1948-50 gli americani lamentavano ritardi dell’Italia nel presentare progetti validi perché temevano corruzione e assistenzialismo».

Considerato che in questi mesi il risparmio privato italiano è salito a 1.680 miliardi perché è indispensabile il ricorso al Mes e al Recovery fund? Non si può agire attraverso l’emissione di titoli di Stato?

«Il problema non cambia. Se non abbiamo progetti convincenti, capacità di spesa, e uno Stato efficiente nel realizzare i progetti, i risparmiatori italiani saranno ancora più diffidenti di Bruxelles».

Le rinascite sono anche frutto del lavoro delle élite come mostra la storia di Amedeo Giannini, italiano fondatore della Bank of Italy poi divenuta Bank of America, fondamentale durante la Grande depressione. Le élite di oggi sono all’altezza del compito che la pandemia impone?

«Le élite economiche in questa crisi si arricchiscono e distanziano gli altri: penso agli azionisti di Amazon, Apple, Microsoft, ai giganti della finanza di Wall Street. Molte élite hanno perso i contatti con un mondo del lavoro che soffre. L’Italia ha un problema specifico: l’élite pubblica, l’alta dirigenza dello Stato, è tra le più scadenti d’Occidente».

Perché la sinistra mondiale che per decenni ha contestato le ambizioni di superpotenza dell’America ora ne critica l’autoriduzione nei propri confini accusandola di isolazionismo?

«C’è sempre stata una vena antiamericana, per cui lo Zio Sam sbaglia a priori: quando s’impiccia degli affari degli altri, o quando si fa i propri».

Crede che Joe Biden riporterà gli Stati uniti a un diverso interventismo internazionale, magari puntando sull’industria bellica?

«Con Biden ha vinto l’establishment, comprese le correnti più tradizionali delle forze armate e della diplomazia americana, affezionate a un ruolo globale. Però Biden deve pensare a uscire dalla pandemia e ad aiutare i disoccupati; la politica estera non sarà la sua priorità. Nel 2021 l’America affronterà un mondo nuovo, con una Cina più forte. Se qualche tensione può creare le premesse di una nuova guerra, la situerei nel Mare della Cina meridionale, nei dintorni di Taiwan».

 

Panorama, 16 dicembre 2020

«Ci governa l’antipolitica e i risultati si vedono»

Sopravvissuto a cento battaglie, oggi, 5 dicembre, Paolo Pillitteri festeggia ottant’anni. Sceneggiatore e critico, sindaco di Milano dal 1986 all’inizio del 1992, condirettore del quotidiano L’Opinione, da qualche tempo è tornato a occuparsi di cinema, primo amore non solo di gioventù. Nell’ironia con cui vive questi «strani giorni» e assiste alle peripezie di «un governo inadeguato» s’intravedono le stagioni della Milano da bere e di Tangentopoli, la morte di Bettino Craxi, il superamento di due delicate operazioni al cuore. Una interrotta a un millimetro dal precipizio e una seconda per l’inserimento di un defibrillatore: «Oltre alla bravura dei medici, serve un po’ di fortuna», confida.

Onorevole Pillitteri, come festeggerà il compleanno?

«Leggendo e rispondendo ai messaggini che penso arriveranno. E brinderò con un Sassella della Valtellina, mia patria d’origine. Con il morbo alle porte è consigliato festeggiare con prudenza».

Lei ce l’ha?

«Come si fa a non averne? Tutto il santo giorno ci ripetono che non bisogna abbassare la guardia. È un invito un po’ petulante. Ma qualche volta, a differenza del comunismo, il luogocomunismo ci salva».

L’ultimo libro di Ferdinando Camon s’intitola polemicamente A ottant’anni se non muori ti ammazzano. Lei come vive al tempo del Covid?

«Non sono stupito che i vecchi siano messi in disparte perché siamo immersi in una cultura giovanilistica. Camon, che è uno dei nostri maggiori scrittori, dotato di senso religioso, cita il pio Enea che si carica il padre sulle spalle e fugge da Troia. Spero di avere vicino persone pie come Enea, che mi accompagnino in questo passaggio non facile».

Come trascorre le giornate?

«Mi piace scrivere. L’ho sempre fatto e continuo a farlo: serve per mantenere il contatto con il mondo ed essere vitali».

Che cosa sta scrivendo adesso?

«Ho appena finito una sceneggiatura che vorrei intitolare La madre. Una storia vera. È il racconto di una donna durante la Resistenza in val d’Intelvi basato sui molti aneddoti che questa donna mi fece in diverse occasioni. Per esempio di quando nascose alcuni ebrei ai nazifascisti. Solo alla fine si scopre che è la mamma di Benedetto, come si chiamava Bettino Craxi».

Servono regista e produttore?

«Per diletto, qualche ripresa in Valtellina l’ho già fatta. Quanto al produttore, non sarà facilissimo trovarlo».

Le è piaciuto Hammamet di Gianni Amelio?

«Non mi ha convinto la sceneggiatura perché Bettino vi appare solitario e remissivo, mentre io lo ricordo lottatore fino all’ultimo. Era la sua natura: si dava da fare, scriveva, telefonava… Mi chiamava anche due, tre volte al giorno».

Fino a pochi giorni fa ha condiviso la direzione dell’Opinione con Arturo Diaconale…

«Per vent’anni io e Arturo abbiamo tenuto in piedi questa testata da grandi amici. Solo sul calcio, lui laziale io interista, la complicità s’interrompeva».

Chi sarà il nuovo direttore?

«Quién sabe? s’intitolava un western di Damiano Damiani».

Nella crisi più grave dal Dopoguerra abbiamo il peggior governo della storia repubblicana?

«Sì, uno dei peggiori. E non so fino a quando durerà. Per troppi anni si è inneggiato all’antipolitica e alla fine è andata al potere. I risultati li vediamo».

Che voto dà al governo delle quattro sinistre?

«Intanto sono tre perché i grillini sono di estrema destra».

Addirittura.

«Un’estrema destra peggiorata dall’opportunismo, come dimostrano i continui cambiamenti, e passata dal qualunquismo al giustizialismo combinato con lo statalismo, già condannato dalla storia».

Quanto al governo?

«Voto nettamente negativo».

Arriverà alla sufficienza con il rimpasto o lei consiglia di cambiare scuola?

«Rimpasto, verifica: parole della Prima repubblica. Solo che allora si facevano, oggi si chiacchiera. Meglio di tutto sarebbe andare a votare ma, salvo colpi di scena sul voto al Mes del 9 dicembre, oltre all’assenza della legge elettorale ci sono altri due ostacoli: l’emergenza Covid e il presidente Sergio Mattarella».

Ci vorrà qualche anno.

«Hanno voluto demagogicamente tagliare i parlamentari, promettendo che si sarebbe fatta subito la nuova legge elettorale ora che i collegi devono essere riscritti. Campa cavallo».

L’inadeguatezza di questo governo è un fatto generazionale o di scarsa cultura politica?

«Scarseggiano cultura e conoscenza della storia. Non solo perché non l’hanno vissuta in prima persona, ma perché si fermano alla superficialità dei social. Si illudono che le risposte siano nei tweet o nei post… Questa mancanza di approfondimento emerge ora che la situazione è drammatica».

Avendo avuto vita facile – niente guerre, fame, terrorismo – i quarantenni sono privi di attrezzature anticrisi?

«Temo di sì. In questo periodo un’altra parola magica è resilienza. Lei citava il terrorismo… Quando ancora questa parola non si usava, negli anni di piombo la tanto criticata Milano da bere è stata un’esperienza molto concreta di resilienza».

Le task force e le cabine di regia servono a cementare la poltrona di Conte?

«Conte usa una tecnica che presto mostrerà la sua mancanza di strategia e di weltanschauung, come dicono i tedeschi. È una tecnica basata su slogan vuoti, pensiamo agli Stati generali annunciati come una grande svolta e serviti a niente. I dpcm si susseguono per conquistare visibilità e centralità. Tanto più ora che il consenso cala. Le promesse esagerate diventeranno un boomerang. Quest’estate, invece di programmare con i pieni poteri servizi sanitari adeguati, dai tamponi ai vaccini antinfluenzali, ci si è cullati sull’illusione di essere un modello».

Alcuni protagonisti e sponsor del governo sono sfiorati da inchieste giudiziarie: Matteo Renzi, Beppe Grillo, lo stesso Conte. Meglio tenersi stretto il partito dei magistrati?

«Prendiamo atto che la magistratura ha fatto fuori diversi presidenti del consiglio: Giulio Andreotti, Craxi, Silvio Berlusconi, Renzi e ora tenta anche con Matteo Salvini. Gli esponenti dell’attuale governo dovrebbero riconoscere che cavalcando le istanze anticasta hanno prodotto un’altra casta, quella dei giudici. Si è parlato per anni della riforma della giustizia, dalla separazione delle carriere all’errore giudiziario, senza mai fare nulla. E ora c’è una casta che agisce sopra la politica».

Dopo le fibrillazioni sullo scostamento di bilancio, il centrodestra sembra tornato compatto. Durerà?

«Vivono nella bella confusione. Questo dimostra la necessità di figure come Gianni Letta e Renato Brunetta. Una volta vince il sì al Mes, un’altra il no. È una situazione a elastico».

Parlando di elastico, la ritrovata centralità di Silvio Berlusconi è già finita?

«Berlusconi mi sembra un Co co co, come quei lavoratori che sono assunti per modo di dire. Mettiamola sul piano linguistico: il centrodestra ha bisogno del centro, altrimenti perché si chiama così? Berlusconi è un uomo moderato e liberale, ma se non lo è davvero serve a poco. È anche l’uomo delle sorprese: vediamo cosa c’è nell’uovo, anche se non siamo a Pasqua».

Vuole proteggere le sue aziende o mira al Quirinale?

«Le aziende sono sangue del suo sangue perciò le difenderà fino alla morte. Si è molto arrabbiato quando la Lega non ha partecipato al voto in commissione sull’emendamento anti Vivendi».

Il Quirinale è una pia illusione?

«Una cosa non esclude l’altra. Servono intese molto vaste per le quali è indispensabile Letta, con la sua capacità felpata e un po’ andreottiana di trattare anche con il peggior nemico».

Chi sarà il candidato premier del centrodestra?

«Oggi il favorito sarebbe Salvini, ma dipende da quando si voterà. Anche nella Lega ci sono sfumature e tendenze. Non sottovaluterei Giorgia Meloni, che ha un sogno mica tanto nel cassetto di diventare la Thatcher italiana. Proprio il fatto di essere una donna potrebbe avvantaggiarla».

Che identikit farebbe del futuro candidato premier?

«Basta che sia l’opposto di Conte, cioè essere capace di prendere decisioni e fare i fatti».

Modello Craxi?

«In un certo senso, ma adeguato ai tempi».

Dovrebbe saper tenere a bada l’Unione europea?

«Certo. Noi furbi italiani siamo convinti che l’Europa sia un bancomat. Se alla fine dovesse darci le centinaia di miliardi di cui si parla, chi sarà in grado di gestirli?».

Servirebbe una forte leadership per la rinascita: nomi?

«Per la ricostruzione non basterà un Conte 3, 4 o 5. Serve il leader del nuovo Piano Marshall, ma di De Gasperi in giro non ne vedo. Forse non trascurerei Giorgetti, uno coerente e con idee precise. Anche se non si chiama Alcide».

Da ex sindaco di Milano qual è il suo giudizio su Beppe Sala?

«Gli darei un 6 meno meno. La sanità è di competenza regionale. Certo, ha un po’ la fissa delle piste ciclabili e dei monopattini che, anziché snellire, rischiano di complicare il traffico».

È appena stato varato un nuovo dpcm…

«Ho trovato meraviglioso il titolo del Manifesto: “Indovina chi non viene a cena”».

Lei avrebbe riaperto la scuola o i teatri e i cinema, i ristoranti e le palestre?

«Avrei riaperto i teatri e i cinema, dove il distanziamento è controllato e garantito. Ristoranti, scuole e palestre ancora no».

Qual è il ricordo più grande della sua vita politica?

«Ne ho due. La prima volta che incontrai Bettino, su invito di Carlo Tognoli. Ero uno studente universitario e non sapevo chi fosse Craxi, assessore all’Economato a Milano. Si alzò dalla scrivania e si avvicinò in tutta la sua statura: “Che cosa sai fare?”, mi chiese. “Il cinema. Per me il cinema è tutto”. Mi fulminò: “La politica è tutto”. Avevo vent’anni e fu un incontro indimenticabile. Così come non dimenticherò che il giorno in cui morì le prime due telefonate furono di Cristiana Muscardini, allora europarlamentare di An, e di Luigi Corbani, ex vicesindaco migliorista di Milano. Entrambi piangevano».

Che cosa le manca durante il lockdown?

«Andare nella mia Valtellina il fine settimana. Stare in casa nel weekend mi punge, ma rispetto le regole».

Si faccia un augurio per gli 80 anni.

«Di rivedere le due nipotine gemelle di quattro anni. Ora le vedo su Skype, ma aspetto di godermi presto la loro allegria, sana forma di ribellione al virus».

 

La Verità, 5 dicembre 2020

La docuserie delle Iene sulla lotta anti-Covid

C’è Alessandro, un ragazzo che ha scritto alle Iene perché non sapeva come fare a mandare un messaggio a suo padre di 77 anni, sedato in terapia intensiva. C’è Mario, un paziente anziano e paraplegico, da due settimane tra i sub intensivi. C’è Angela, un’ex farmacista già dializzata, prima ricoverata tra gli infettivi, poi entrata in terapia intensiva e ora finalmente riportata nella sezione infettivi. «Siamo tornati all’ospedale di Padova per raccontarvi come stiamo affrontando la seconda ondata», dice Alessandro Politi infilandosi camice, mascherina e visiera prima di imboccare il corridoio del Monoblocco, avamposto di 150 posti letto. È la quarta settimana che, come in una docuserie, Le Iene raccontano «La prima linea della lotta al coronavirus» a contatto con medici, infermieri e malati, con servizi arricchiti da brevi tutorial sulle parti più tecniche (Italia 1, martedì ore 21,20, share dell’8,7%, 1,6 milioni di spettatori). Si capisce cos’è la nutrizione parenterale per i pazienti che non possono mangiare. Si imparano i diversi modi di somministrare l’ossigeno in base alla gravità della malattia. Dottori e infermieri spiegano senza retorica le loro azioni. Politi e Marco Fubini aggiornano sullo stato di salute dei «nostri amici». Dopo aver parlato con Alessandro, il primario della terapia intensiva si presta a mostrare al padre il suo videomessaggio: non potrà vederlo, ma sentirlo sì… La distanza dagli affetti è la sofferenza maggiore. Lo dice anche Mario, sorridente sotto la barba lunga perché i suoi indicatori stanno migliorando. Passa la giornata «pensando». A cosa? «Alla famiglia, alle mie cose. Ventiquattro ore sempre in questa posizione, mi muovo solo per evitare le piaghe. La mente non si ferma mai. È durissima». Mostra la foto delle nipotine e dei compagni delle bocce, anche loro in carrozzella. Arriva il giorno del ritorno a casa: «Per me è come rinascere la terza volta». Camilla, la figlia di Angela, è incinta e, dopo un periodo già difficile – trapianto di rene, rigetto, depressione, nuova dialisi – è arrivato il Covid. Ma nell’attesa della nipotina ora la «quasi nonna» sta ritrovando il sorriso: «Voglio sperare positivo, si fa la stessa fatica che a pensare negativo. Quindi…». Politi torna da Alessandro con un filmato che mostra lo stato del papà: «Fa male vederlo così, ma l’ho rivisto e questo mi fa sperare, perché davanti alle difficoltà è un leone».

Volti, rughe, letti, speranze… Si capisce cento volte di più che cos’è il coronavirus da un servizio così che in dieci dibattiti tra virologi.

 

La Verità, 19 novembre 2020

Anche nella Chiesa c’è chi si oppone alla serrata

Anche nella Chiesa c’è chi dice no. Anche nelle gerarchie qualcuno non si conforma, alza il ditino e fa sentire la sua voce dissonante. Era ora. Sono tre vescovi poco celebrati dai media smaltati del pensiero unico. In rapida successione, Giampaolo Crepaldi, arcivescovo di Trieste, Massimo Camisasca, presule di Reggio Emilia-Guastalla, e Corrado Sanguineti, capo della diocesi di Pavia, hanno incrinato la lastra di cristallo calata sulle nostre teste dalla comunicazione globale. Ognuno con il proprio stile, tutti con un certo coraggio. «Non conformatevi»: bastano le due parole-manifesto della Lettera di San Paolo ai Romani (12, 2) a spiegare perché era ora che qualcuno lo facesse.

Da mesi stiamo vivendo una situazione inedita, pervasiva e apocalittica. Nonostante gli annunci della Pfizer, non riusciamo ancora a intravederne la conclusione e a immaginare come saremo, se ci saremo, quando tutto finirà. Siamo ostaggi di un microrganismo invisibile. I virologi, di cui pochi mesi fa nemmeno conoscevamo l’esistenza, sono diventati gli oracoli delle nostre serate, sebbene si contraddicano di frequente. Su qualsiasi canale radiotelevisivo ci si sintonizzi si sente parlare solo di Covid e di contagi, spesso in dibattiti infuocati da dissensi e scomuniche politiche, culturali, scientifiche. E la Chiesa? Come si è comportata la Chiesa in questa congiuntura tanto drammatica? Quali parole ha pronunciato per confortare i fedeli e suggerire una traiettoria al mondo? Si è uniformata o ha rappresentato una differenza? Si può dire che dopo la Preghiera di papa Francesco nella piazza San Pietro deserta del 27 marzo scorso ha subito il lockdown religioso senza eccepire (chi l’ha fatto, da monsignor Giovanni D’Ercole, vescovo di Ascoli Piceno, a don Lino Viola, parroco di Soncino, è stato sconfessato)? Si può dire che, salvo qualche esibizione di buonismo religioso (forse neanche un redivivo Norberto Bobbio saprebbe condurre alla «mitezza» i ristoratori poco ristorati), è stata passiva anche in termini di giudizio?

Ora però, sembra che finalmente qualcosa inizi a muoversi. Qualche giorno fa, in una lettera al Corriere della sera, monsignor Sanguineti, ha parlato di «morte sociale». Tornare a un nuovo lockdown totale «sarebbe un colpo terribile e insostenibile per la nostra economia e per la tenuta psicologica e sociale del Paese», ha messo in guardia il vescovo di Pavia. «Non si muore solo di Covid o di altre malattie, esiste anche una morte sociale e culturale che fa le sue vittime nelle famiglie e nelle persone più fragili». Bisogna tenere aperte le scuole, come stanno facendo Francia e Germania che pur avendo chiuso tutto non hanno interrotto le lezioni in presenza. «Un Paese vive non solo di salute e lavoro, ma anche di cultura e spiritualità: per questo motivo occorre, appena possibile, dare spazio alle attività di teatri e di cinema, così come alla coltivazione delle arti e della musica», ha caldeggiato Sanguineti.

«La salvezza è stata spesso ridotta alla salute e il bene comune è stato fatto coincidere con l’applicazione delle restrizioni del governo», ha denunciato monsignor Crepaldi nella Lectio magistralis tenuta il 17 ottobre in occasione della Terza giornata della dottrina sociale della Chiesa, organizzata con l’Osservatorio internazionale cardinale Van Thuân. Ancora più forte la preoccupazione espressa in una lettera di monsignor Camisasca ai preti della diocesi: «Il nostro popolo, già provato dalla pandemia nei mesi del lockdown, può correre il rischio di entrare in una visione paranoica della realtà, distaccata cioè dalle vere dimensioni del pericolo». Intervistato da Nicola Porro a Quarta Repubblica, il vescovo di Reggio Emilia-Guastalla ha spiegato che ha voluto invitare la popolazione a «non chiudersi in casa», a non ripiegarsi su sé stessa nel tentativo di superare questo momento difficile. Causato da un’informazione ansiogena e deformata che ha «accentuato gli aspetti polarizzanti della situazione»; «dal dissidio fra gli scienziati», i quali non possiedono dogmi, ma fanno delle ricerche e come tali devono presentarle; infine, dalla difficoltà della politica nel «dare chiarezza sul futuro alle persone».

Insomma, qualcuno nelle gerarchie comincia a chiedersi, con circospezione per non provocare reazioni in Vaticano, se le misure adottate dalle istituzioni siano proporzionate alla reale gravità del momento. E se invece, approfittando della pandemia si stiano insinuando nuove ideologie e nuove convenienze. «Ci sono molti centri di potere politico e finanziario», ha detto monsignor Crepaldi, «che intendono usufruire della pandemia per riorganizzare, in un senso che non può lasciarci tranquilli, l’economia mondiale». Nei primi sei mesi dell’anno, per esempio, mentre si è registrato un crollo della produzione mondiale del 10%, le 90 aziende top dell’informatica hanno aumentato il fatturato di 800 miliardi. «L’economia viene così colonizzata da un lato da un nuovo statalismo e dall’altro da un nuovo mondialismo, due coltri ideologiche che la trasformano in diseconomia», osserva l’arcivescovo. E sulla spinta della pandemia si richiede alla popolazione di cambiare stili di vita. Ma se questo può avere un senso, non dobbiamo farlo «assumendo quelli imposti da un supposto nuovo ordine mondiale, bensì quelli collegati con la natura dell’uomo, la famiglia, la vita. Come mai tra i cambiamenti di vita proposti non c’è mai la riscoperta della famiglia, del matrimonio, della procreazione secondo modalità umane, dell’importanza anche economica ed ecologica della natalità?». Se si basa il concetto di fratellanza tra i popoli «su ragioni riconducibili all’economia, allora si deforma anche l’economia. Mi sembra essere questa la situazione dell’Unione europea… Infatti in Europa sembrerebbe nata la nuova religione ecologista», alla quale acriticamente si accodano settori importanti della Chiesa e del mondo cattolico. «Si spendono somme enormi per difendere la natura più che per difendere l’uomo», ammonisce l’arcivescovo di Trieste. Ma «se impostiamo l’economia sui consumi individuali e prevalentemente voluttuari, una società senza figli, senza famiglia, fatta di individui asessuati o dalla sessualità polivalente che lavorano per consumare e consumano per lavorare è senz’altro attraente per gli operatori economici senza scrupoli», conclude Crepaldi la sua Lectio che andrebbe letta integralmente.

«Non conformatevi alla mentalità di questo secolo (mondo ndr)», conclude Paolo rivolto ai cristiani di Roma, «ma trasformatevi, rinnovando la vostra mente, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a Lui gradito e perfetto». È un’esortazione utile anche oggi.

 

La Verità, 11 novembre 2020