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«Poter seppellire mio marito mi ha salvato»

Negli ampi saloni del ministero per la Famiglia, la Natalità e le Pari opportunità di Largo Chigi, contornata da solerti collaboratrici, Eugenia Roccella sembra ancora più minuta. In realtà, è un raro esempio di mitezza al potere. In questa intervista parla per la prima volta della tragica scomparsa di suo marito, Luigi Cavallari, il 27 giugno nel lago di Vico.

Ministro Roccella, com’è stata la ripresa del lavoro dopo la tragica morte di suo marito?

«Per la verità, non ho mai interrotto. Ho ripreso subito, anche perché è quello che avrebbe voluto lui. Lo so con certezza perché ha sempre accompagnato le mie scelte politiche, mi è sempre stato accanto, ha sempre parteggiato. Spesso c’è una difficoltà nei rapporti di coppia, soprattutto quando le donne hanno un impegno intenso fuori dall’ambito familiare; invece, Luigi è sempre stato il primo a mcondividere e ad appoggiarmi, senza mai essere invasivo. Ora è una mancanza abissale. Lo è tutti i minuti della mia vita, considerando che ho sempre vissuto con lui da quando avevo 18 anni. È stato però un grande conforto averlo ritrovato e averlo potuto seppellire cristianamente con una cerimonia affettuosa da parte di tanti. Adesso lo ricorderemo, e lo ricorderanno i suoi ex studenti all’università di Pescara il prossimo 4 dicembre».

Che cosa l’ha sorretta in quei 40 giorni quando non si trovava il suo corpo nel lago?

«La speranza, innanzitutto. E, ovviamente, le persone che mi sono state intorno. Non sono mai stata lasciata sola. La vicinanza dei figli e degli amici: averli intorno in questi momenti, avere una comunità, una rete di affetti, è fondamentale. Non mi sono mai rassegnata, quando non si riusciva a trovarlo. La speranza e la preghiera sono molto strette tra loro. Anche se la perdita è stata violenta. Il modo, lo è stato. Un attimo prima c’era e un attimo dopo era scomparso. La cerimonia degli addii è fondamentale. Ho accompagnato a morire mio padre, e anche mia madre. Sono morti in casa. Mio padre mi diceva: “Voglio morire con la mia mano nella tua”. È un cammino che accompagna la separazione tra due anime sulla terra. Con lui no, è stato molto brutale. Alla fine, non puoi capire, non puoi sapere. Vieni messo di fronte alla limitatezza della vita e della comprensione degli eventi. Non ti resta che affidarti. Capisci che la presunzione dell’autodeterminazione e l’idea del controllo umano sulla vita è qualcosa di illusorio. Così, la consapevolezza della finitezza e dell’impossibilità di avere tutto sotto controllo è un elemento fondamentale del percorso di crescita che nella nostra esistenza possiamo fare».

Quando fu rinvenuto il corpo di suo marito ringraziò pubblicamente gli uomini dello Stato che si erano prodigati a quello scopo: cosa pensa del disprezzo verso le forze dell’ordine a cui assistiamo in questi giorni?

«È un rispetto a cui tutti dovremmo essere educati perché la loro azione è una garanzia del nostro vivere insieme. Nella nostra civiltà si separano i diritti dalla responsabilità. La libertà invece è connessa alle responsabilità personali e sociali. Il disprezzo delle forze dell’ordine deriva da questa mancanza di senso della comunità e di solidarietà».

Da ministro che cosa la colpisce di quello che sta succedendo nelle nostre città?

«Alcuni anni fa il cardinale Camillo Ruini parlava di emergenza educativa. Oggi quella emergenza è diventata un’urgenza. Possiamo anche citare I no che aiutano a crescere, un famoso libro che aiutava a mettere le basi della distinzione tra bene e male. Mi sembra che nella mentalità comune la distinzione tra bene e male non sia più molto popolare. Pensiamo alle fiabe, ai cartoni animati…».

Cosa vuol dire?

«Che erano fondamentali nella formazione dei bambini. C’era il buono che incontrava difficoltà per raggiungere il suo scopo, c’era il cattivo che lo ostacolava, e c’era l’aiutante che faceva vincere il bene… Mi amareggia la svolta nichilista di alcune grandi piattaforme come la Disney. Nelle fiabe e nei cartoni moderni l’eroe è problematico e controverso. È un eroe che, da grande, potrà sfasciare le vetrine. Come ministero abbiamo cercato di aiutare le famiglie nel compito educativo. Oggi le famiglie sono molto più sole di un tempo perché la rete parentale si è smagliata. Mentre il bambino dev’essere al centro di un villaggio: stiamo provando a dare più strumenti, luoghi e risorse per ricostruire questo villaggio».

Un esempio?

«Con il decreto Caivano abbiamo inserito l’opzione del parental control sui nuovi cellulari perché si possa monitorare l’attività dei minori. I genitori possono regolare il tempo, gli orari, i contenuti, i siti e il tipo di persone frequentate dai figli con lo smartphone. Si è liberi di attivarlo oppure no. È un sostegno alle capacità educative dei genitori in cui crediamo molto».

Da ex ragazza del movimento studentesco e femminista sente l’urgenza di «capire» le rivolte di questi giovani?

«I giovani di ogni generazione hanno il proprio malessere. Quando con l’adolescenza ci si affaccia alla vita è normale. Perciò, lo sforzo di ascoltare va fatto sempre. Ma capire non vuol dire giustificare. Oggi vedo più un approccio giustificazionista che un reale tentativo di comprensione, mentre capire vuol dire anche giudicare ciò che è giusto e ciò che è sbagliato».

Oltre il carovita che assillerebbe i teenagers, qual è il contenuto delle proteste?

«Non l’ho capito. Lo slogan che si sente ripetere è: se facciamo una manifestazione pacifica nessuno ci ascolta mentre se distruggiamo i negozi ci danno retta. Ma questo presuppone che ci siano dei contenuti da ascoltare. Le motivazioni vengono appiccicate dall’esterno, dai politici o dagli opinionisti».

Dopo i saccheggi, con la scoperta che l’ideatore del movimento «17 ottobre» è un militante pro Pal si è definito il profilo politico di queste proteste?

«Fin dall’inizio ho stentato a credere che queste proteste, in cui si vede spesso un atteggiamento distruttivo e nichilista, fossero spontanee. Si ha la sensazione che quello che sta accadendo sia almeno in parte preordinato, e alimentato con una regia. Le autorità competenti sono al lavoro, ma certamente gli elementi che stanno emergendo vanno in questa direzione, anche perché da tempo appare chiaro che in molti casi le mobilitazioni pro Pal in Italia nascondano più una spinta antigovernativa che un reale interesse per la popolazione palestinese».

Che cosa pensa del fatto che buona parte dei protagonisti di queste razzie sono preadolescenti?

«È l’emergenza educativa di cui parlavamo poco fa. Il ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara ha messo mano a interventi sulla scuola. Però non può passare l’idea di una certa impunità. Faccio l’esempio della Convenzione di Istanbul sulla violenza contro le donne: i primi due punti riguardano la prevenzione e la protezione, ma il terzo è la repressione. La punizione, se si sceglie il male, è fondamento dell’educazione».

Vuol dire qualcosa il fatto che i dodicenni di oggi durante il Covid avevano sei anni, hanno iniziato la scuola con la Dad e conosciuto i compagni attraverso uno schermo?

«È stata certamente una spinta ulteriore all’approccio ormai universale alla vita mediata dal telefonino. Il rapporto con le tecnologie e lo schermo è dilagante e lascia segni profondi. L’obiettivo è adeguare gli strumenti educativi alle nuove tecnologie, la proposta del parental control ne è un esempio».

L’invasione di Ceuta, la protesta dei casseur, il movimento 17 ottobre dicono che gli adulti non intercettano un intero mondo?

«Sì, è così. Per questo dobbiamo imparare a usare i nuovi strumenti per veicolare messaggi costruttivi. Quando ai ragazzi viene detto “vieni alla manifestazione perché puoi prenderti gratis le sneakers o la felpa firmata” noi che cosa abbiamo da contrapporre?».

Sui social scorre un’onda di rabbia per questi bambini-adolescenti che hanno iniziato a vivere dentro uno schermo?

«Non possiamo fermare le tecnologie, possiamo governarle. Di più, dobbiamo riempirle di contenuti positivi. Dev’esserci la parte gratificante, per potersi identificare con un modello positivo, socialmente riconosciuto. Sono canoni elementari: si deve poter dire “bravo” a un ragazzo che fa la cosa giusta e sanzionare quello che la fa sbagliata. Ma il no dev’essere concreto, non solo accademico».

Perché la Chiesa italiana non si è ancora sentita?

«I vescovi francesi sono stati molto chiari, spero che lo siano presto anche quelli italiani. Perché, proprio nella distinzione tra bene e male, la funzione educativa della Chiesa è fondamentale».

Il terreno più ostico per il suo ministero è quello in favore della natalità?

«È una lotta contro la matematica. Oggi c’è un tasso fertilità di poco più di un figlio per donna, simile a quello degli anni Novanta. Solo che nel 1995 nascevano circa 500.000 bambini e oggi ne nascono 200.000 di meno perché sono diminuite le donne in età fertile. Noi stiamo frenando la discesa più di Francia, Germania, Svezia, Belgio e Danimarca che hanno denatalità simili alla nostra. Non basta certo a consolarci».

Segnali di speranza?

«Un’inversione di tendenza è possibile nel lungo periodo, grazie a politiche di sostegno alla famiglia, ma bisogna aggiornarsi alla contemporaneità. I genitori devono sentirsi liberi di fare i figli che desiderano senza che questo si traduca in una penalizzazione della carriera e degli stili di vita contemporanei».

Quando verrà analizzata a distanza che cosa rimarrà della vicenda della famiglia del bosco?

«Come si è visto in un recente sondaggio questi fatti hanno diffuso sfiducia nei servizi sociali. L’alleanza tra famiglie e servizi ora va ricostruita perché, se nei momenti di difficoltà le famiglie non vi ricorrono per timore della loro invasività, il problema è molto grave».

I medici che stilano certificati falsi per non mandare gli irregolari nei Cpr, i magistrati che rilasciano gli immigrati che delinquono e gli assistenti sociali che tolgono i figli ai genitori di cosa sono sintomo?

«C’è una radicalizzazione del dibattito pubblico. Una volta si discuteva anche di temi molto divisivi con rispetto reciproco e dei ruoli. Cresce la tendenza a usare anche la professione come strumento politico improprio, nella logica della contrapposizione e della radicalizzazione».

Come si vede nella prossima legislatura?

«Se non ho lasciato dopo quello che mi è successo è evidente che continuerò a lavorare, nelle forme che non sarò io a decidere. Non so essere indifferente a ciò che avviene attorno a me. Per me è fondamentale prendere parte».

 

La Verità, 25 ottobre 2026

Disney+ e la beatificazione civile di Gratteri

Nicola Gratteri è sicuramente il magistrato più mediatico d’Italia. Dopo Lezioni di mafie, il ciclo di quattro puntate trasmesso in autunno da La7, è frequente ospite di talk show, non solo del prediletto Otto e mezzo di Lilli Gruber. Anche di DiMartedì di Giovanni Floris, per esempio, sempre su La7, dove, da testimonial del No nella campagna referendaria, ha dispensato qualche perla poco memorabile. Nei giorni scorsi Disney+ ha rilasciato World wide mafia. ’Ndrangheta, quattro episodi prodotti dalla Ibc Movie di Beppe Caschetto, scritti e diretti da François Cahyé e Jacques Charmelot, compagno di Gruber, di cui un paio di volte si vede ospite il magistrato per annunciare l’apertura del maxi processo di Lamezia terme e allorché gli viene implementata la scorta a causa di nuove, ulteriori, minacce di morte.
Il metodo adottato da Gratteri nella guerra contro la criminalità organizzata – «per noi questa è una guerra e sarà una guerra cruenta» – è, in un certo senso, lo stesso scelto da Roberto Saviano contro la camorra e le mafie in genere. Riflettori accesi puntati contro il silenzio e l’invisibilità preferiti dalla ’ndrangheta per agire indisturbata. Ecco spiegata, prima di un certo narcisismo, la mediaticità del magistrato.
I quattro episodi della docuserie raccontano la sua stagione a capo della procura di Catanzaro quando diresse «Rinascita Scott», l’operazione che la notte del 19 dicembre 2019 portò all’arresto di 334 persone, «una delle più grandi operazioni antimafia della storia italiana». La prima parte, intitolata «La missione», muove dai propositi del piccolo Nicola d’intraprendere una professione che avrebbe impedito le ingiustizie perpetrate a scuola dai figli dei boss. Protagonista della seconda parte è il pentito Emanuele Mancuso, «l’asso nella manica» per sgominare le cosche. La terza parte è dedicata al «processo», istruito nell’aula bunker di Lamezia terme e costruita appositamente per ridare speranza a tutto il territorio. Principale antagonista di Gratteri è il penalista Salvatore Staiano, del collegio di difesa di Giancarlo Pittelli, ex parlamentare di Forza Italia, condannato in primo grado a 11 anni di reclusione (la richiesta era di 17). Infine, la quarta al «verdetto». La ricostruzione che illumina la struttura criminale, i metodi contro chi si ribella al pizzo e la condizione del pentito appare efficace. Più enfatici i raccordi della voce narrante e i ricordi personali, quasi che la luce riflessa dell’azione investigativa giustifichi una sorta di beatificazione civile del magistrato. Aspettiamoci una seconda stagione, dedicata alla camorra.

 

La Verità, 23 maggio 2026

Biancaneve woke e senza nani costa cara alla Disney

Un capolavoro di revisionismo cinematografico. Una summa di wokismo per i bambini del pianeta. Infine, un discreto flop al botteghino, accompagnato da uno tsunami di polemiche. È il remake di Biancaneve targato Disney; senza i sette nani nel titolo e vedremo perché. Un kolossal con attori in carne e ossa, firmato da Marc Webb e costato 270 milioni di dollari. Addirittura 350 per il New York Times, a causa dei rinvii per il Covid e degli scioperi degli studi contro l’avvento dell’intelligenza artificiale.

Chissà che cosa staranno facendo i fratelli Jakob Ludwig Karl e Wilhelm Karl Grimm nelle loro tombe nel cimitero vecchio di San Matteo a Berlino. È noto invece il pessimo umore che turba i manager del marchio di Topolino per i modesti incassi del primo weekend di programmazione. Appena 43 milioni negli Stati Uniti e 44 nel resto del mondo (oltre 2 milioni di euro in Italia) che fanno 87 in totale: molti meno dei 100 previsti dalle stime al ribasso della produzione. Così, ora, nella major già provata dai tagli di personale – 7.000 lavoratori licenziati nel 2023 soprattutto per i flop delle opere «impegnate», più altre centinaia nel 2024 (nei parchi a tema, Espn, Disney Entertainment e Pixar) – si è scatenata la ricerca dei colpevoli.

Lungi dal mettere in discussione il politicamente corretto che stravolge uno dei maggiori classici della letteratura per l’infanzia, il capro espiatorio è stato trovato nell’attrice protagonista, la colombiana Rachel Zegler, colpevole di aver postato critiche alla fiaba originale, espressioni anti-Trump e pro Palestina. «Ho lasciato che le mie emozioni prendessero il sopravvento», ha ammesso lei, scusandosi. Ma ciò non è bastato a frenare le contestazioni di Gal Gadot, l’attrice israeliana che interpreta Grimilde. Insomma, mamme e bambini di mezzo mondo avrebbero risposto tiepidamente perché le interpreti di Biancaneve e della regina cattiva sono schierate su fronti opposti nella guerra in Medio Oriente. Un discreto alibi per i vertici Disney.

Parecchi critici hanno, invece, idee diverse. Soprattutto le hanno gli spettatori che si sono espressi su Imdb (Internet movie database), la piattaforma che misura le valutazioni di film, serie e videogame, attribuendo a Biancaneve una classificazione di 2,0/10 che, al momento, è in assoluto la peggiore a livello mondiale dell’ultimo decennio.

È giustificata una stroncatura tanto spietata? Purtroppo sì. La più intoccabile delle favole raccontata in forma di musical a metà tra il femminismo a buon mercato di Paola Cortellesi – «Biancaneve era la colf dei sette nani» – e il revisionismo da Metoo di Roberto Barbolini – «Il principe azzurro è un molestatore» – non può che aizzare la rivolta.

La prima storpiatura si ha sull’origine del nome. Mentre nella versione dei fratelli Grimm la mamma desidera una bambina con pelle candida come neve e labbra rosse come il sangue, qui il nome deriva dalla tempesta invernale che accompagna la sua venuta al mondo. L’escamotage è perfetto per dare alla protagonista interpretata da un’attrice latinoamericana, una carnagione, seppur lievemente, ambrata. Con tanti saluti al suo candore e all’idea di purezza.

La seconda trovata è l’abolizione del principe azzurro, in odore di prevaricazione e mascolinità tossica in quanto protagonista del bacio che la riporta in vita. Al suo posto troviamo tal Jonathan, capitano del popolo del bosco, ovviamente multietnico e inclusivo. Una sorta di Robin Hood che ruba dalle dispense del castello per sfamarsi insieme ai poveri. Tra una fuga dalle segrete e una difesa di Biancaneve dalle guardie, sboccia il sentimento che si compirà in quel bacio, ora sì giustificato e paritariamente condiviso.

Condivisi sono anche i lavori domestici nel rifugio dei sette nani. Qui non è lei a svolgerli in cambio dell’ospitalità e del cibo. Ma, tramutata in una specie di Mary Poppins, istruisce i padroni di casa su come rigovernarla danzando e fischiettando malgrado siano reduci dalla giornata in miniera. Più che una situazione fiabesca, una forzatura. Ancor peggio la decisione della Disney di ricorrere alla computer grafica per rappresentarli. Le proteste degli attori affetti da nanismo non si sono fate attendere: «Ci avete discriminato. Se non possiamo neanche interpretare i sette nani che cosa facciamo?», ha dichiarato Choon Tan, artista e culturista londinese. «La decisione di utilizzare l’intelligenza artificiale è piuttosto stupida», gli ha fatto eco l’attore australiano Black Johnston. «Ci sono un sacco di attori nani che muoiono dalla voglia di interpretare ruoli come questi. Io ho sempre sognato di fare Cucciolo, uno dei personaggi più adorabili. Penso che la Disney abbia ceduto alla pressione del politicamente corretto». Insomma, l’idea di «evitare di rafforzare gli stereotipi» anche cancellando i sette nani dal titolo, si è rivelata un boomerang.

Ultima gigantesca correzione ai fratelli Grimm è il finale di tutta la storia. Anziché andarsene felice e contenta con Jonathan, Biancaneve torna al castello per spodestare la regina cattiva e ripristinare l’ordine. Ma nel sermone che fa improvvisamente ricordare ai sudditi multietnici quanto stavano bene prima, sorprendentemente non parla di inclusività e resilienza, ma ci va molto vicino.

Sembrava che i massicci licenziamenti degli ultimi due anni dovuti ai flop di kolossal come Strange world e Wish avessero convinto la Walt Disney company ad abbandonare le storie intonate alla cultura woke. Invece, con questa Biancaneve, uno dei pochi marchi ad aver respinto l’invito dell’amministrazione americana a disdire l’adesione ai codici Dei (Diversità equità inclusione), ha voluto ribadire la sua linea progressista e corretta.

Alla prossima fake fable.

 

La Verità, 29 marzo 2025

La serie su Avetrana specchio delle morbosità

È la piaga della morbosità quella da cui ramificano le aberrazioni narrate nella serie su Avetrana (anche se non si può dire). La morbosità nelle sue varie sfaccettature e declinazioni. Le più abiette, le più sottili e le più ipocrite. Non ci sono due linguaggi nella trama costruita dal regista (Pippo Mezzapesa) e dagli sceneggiatori (Antonella Gaeta, Carmine Gazzanni, Flavia Piccinni e Davide Serino) di Qui non è Hollywood, prodotta da Disney e Groenlandia di Matteo Rovere e visibile su Disney+. La miserrima gente del posto e i giornalisti e i turisti che vengono da fuori, e si presumono più distaccati, sono trattati con lo stesso metro. La morbosità tormenta gli autori della ferocia su Sarah Scazzi e serpeggia nei tinelli fatiscenti del paesino. Ma istiga anche gli operatori della comunicazione che ne assediano le viuzze scalcinate, e alimenta il voyeurismo dei turisti dell’orrore che, a frotte, visitano i luoghi del degrado quando ancora s’ignorano le sorti della vittima. Un senso di potente desolazione, di oscenità, di scandalo della meschinità fa da cornice a un delitto riproposto nella sua inenarrabilità e inespiabilità. Mezzapesa suddivide la storia in quattro episodi, uno per ogni protagonista, mettendo al centro la voglia d’amore di Sarah (Federica Pala), la gelosia cieca di Sabrina (Giulia Perulli), la fragilità del finto mostro Michele (Paolo De Vita) e il cinismo mammone e limaccioso di Cosima (Vanessa Scalera). Altrettanto solide sono le figure del maresciallo Persichella (Antonio Gerardi), del Pm Giove (Geno Diana) e della madre di Sarah (Imma Villa). No, non siamo a Hollywood. Ma quanto a interpretazione, forse in un posto migliore se gli attori sono così credibili da sembrare presi dalla strada, dando alla fiction, che tale resta, l’ambizione e la profondità del documento. La descrizione della piaga purulenta che genera l’atrocità e il racconto dell’ignoranza e della superstizione che gli fanno da cornice, al punto che i Testimoni di Geova della mamma di Sarah sembrano i più razionali, procedono in equilibrio, contrappuntati dagli zoom sul brulicare di enormi formiche nella terra secca.

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La serie Hanno ucciso l’uomo ragno di Sky Atlantic è la rivelazione della stagione oltre che per gli ascolti anche per la freschezza, dovuta dall’assenza d’infarinature ideologiche, e per la nostalgia degli anni Novanta, ultimo decennio senza Web, social e ansia relativa. Peccato solo per il ritratto ingeneroso di Claudio Cecchetto.

 

La Verità, 3 novembre 2024

Senza Avetrana, la serie su Sarah Scazzi è sdoganata

Tutto risolto, abbiamo scherzato. La serie tv ispirata all’uccisione di Sarah Scazzi sarà visibile da oggi sulla piattaforma di Disney+. Niente censure, niente restrizioni. Il braccio di ferro che nei giorni scorsi aveva messo il sindaco di Avetrana Antonio Iazzi contro i potenti produttori della Disney e di Groenlandia, concluso con l’intervento censorio del Tribunale di Taranto che aveva bloccato la messa in onda della fiction, è improvvisamente evaporato. Ora non è più potenzialmente «diffamatoria» per la comunità cittadina, non la rappresenta più come «ignorante, retrograda, omertosa, eventualmente dedita alla commissione di crimini efferati». Cos’è successo? È stata modificata la sceneggiatura? Sono state sforbiciate le scene più scabrose e colpevolizzanti? Macché. Capito come vanno le cose nella nostra Italietta, i produttori hanno aggirato l’ostacolo: «In ottemperanza al provvedimento emesso dal Tribunale di Taranto e in attesa dell’udienza fissata per il 5 novembre, Groenlandia e Disney informano che il titolo della serie ora sarà Qui non è Hollywood». È bastato togliere il riferimento al paesino del Salento dove il 26 agosto del 2010 si consumò il crimine che portò alla condanna all’ergastolo della cugina e della zia della vittima – Sabrina Misseri e Cosima Serrano – per sbloccare la visione delle quattro puntate dirette dal regista pugliese Pippo Mezzapesa. Tutto appianato. Anche il giudice Antonio Attanasio ha evidentemente acconsentito di rientrare nell’alveo di competenze più plausibili, senza impuntarsi sull’attesa dell’udienza programmata. È immaginabile che una volta resa disponibile, la serie sarà difficilmente cancellabile.

Insomma, quella che in un primo momento era apparsa una piccola tragedia si sta riproponendo come farsa. Una curiosa presa in giro, soprattutto del pubblico. Come se, in assenza della citazione toponomastica nella titolazione, i telespettatori non sapessero che la storia è ispirata al delitto di Avetrana. Tanto più telespettatori di target medio alto come sono gli abbonati a Disney+. Tanto più dopo che quel delitto ebbe enorme risonanza mediatica, con le «scene del crimine» che divennero per mesi set affollato dalle troupe televisive di mezzo mondo. Tanto più sapendo che la fiction è tratta dal libro Sarah la ragazza di Avetrana (scritto per Fandango da Carmine Gazzanni e Flavia Piccinni, che figurano tra gli sceneggiatori della serie). Tanto più ora, dopo le recenti polemiche che, all’atto pratico, funzioneranno da agente promozionale.

Dopo l’inusitato intervento del giudice, gli addetti ai lavori si sono interrogati sulle conseguenze giuridiche del precedente creato dal magistrato tarantino. La cronaca nera non poteva più essere fonte ispirativa della produzione cinematografica e televisiva perché quest’ultima poteva avere «portata diffamatoria» della comunità rappresentata? Interi filoni artistici sarebbero stati esposti alla vendetta postuma della cancel culture? E che cosa avrebbero dovuto dire i cittadini di Brembate di Sopra, dove sempre nel 2010 avvenne l’omicidio di Yara Gambirasio? O gli abitanti di Cogne, dove fu ucciso il piccolo Samuele Lorenzi? E i residenti del quartiere napoletano di Scampia, tratteggiato come capitale mondiale della criminalità organizzata? Tutti luoghi che compongono una triste geografia della malvagità, oggetto di altrettante serie televisive. Messo così Qui non è Hollywood è un titolo perfetto per il mondo intero, a eccezione di Los Angeles. Basta non vedere la serie in questione. Con la complicità del sindaco di Avetrana e del giudice di Taranto, l’ipocrisia ha vinto anche stavolta.

 

La Verità, 30 ottobre 2024

Ora i giudici decidono anche cosa vediamo in tv

Adesso i giudici decidono anche se una serie tv può andare in onda oppure no. Poi si offendono se qualcuno, per esempio il ministro di Grazia e giustizia Carlo Nordio, dice che «esondano». Che travalicano le loro competenze, si potrebbe dire. In base a una interpretazione estensiva dei loro ambiti. Come possa la magistratura avere voce in capitolo sulla programmazione di un prodotto di fiction è un mistero, una di quelle stranezze che appartengono a quest’epoca confusa. Neanche fossimo ai tempi delle censure dei pretori degli anni Sessanta. Qui però non si tratta di scene licenziose, ma di potenziale diffamazione di un paese, di un’intera comunità civile.

Così è, se vi pare. Il Tribunale di Taranto ha deciso che no, la fiction della Disney intitolata Avetrana – Qui non è Hollywood ispirata al delitto di Sarah Scazzi non va trasmessa. I cinque episodi dovevano essere disponibili sulla piattaforma Disney+ da domani. Invece, nisba. Il giudice Antonio Attanasio ha accolto il ricorso del sindaco del paese salentino Antonio Iazzi che, tramite un nutrito pool di tre avvocati, aveva chiesto di visionare in anteprima il prodotto cinematografico per appurare se avesse «portata diffamatoria», rappresentando la cittadinanza come «ignorante, retrograda, omertosa, eventualmente dedita alla commissione di crimini efferati di tale portata, contrariamente alla realtà». In un suo precedente intervento, il sindaco aveva tenuto a mettere in evidenza le doti di una comunità che merita rispetto, preoccupato che «la notorietà sia sempre più determinata dai tanti tesori che la storia ha lasciato» che nel 2022 hanno ottenuto ad Avetrana la nomina a «Città d’arte» della regione. Ora, se è comprensibile l’intento promozionale del sindaco, non lo è l’intervento ultimamente censorio del Tribunale tarantino.

Per l’omicidio della quindicenne Sarah Scazzi furono condannate all’ergastolo la cugina Sabrina Misseri e la zia Cosima Serrano, mentre lo zio Michele Misseri è da poco tornato in libertà dopo aver scontato la pena per soppressione di cadavere e inquinamento delle prove. Dal giorno in cui si consumò il delitto, il 26 agosto 2010, il paese di Avetrana, in particolare la via dove avvenne, si trasformò in un set televisivo, meta delle troupe giornalistiche di tutte le testate nazionali e di alcune internazionali. Programmi di cronaca del servizio pubblico e delle tv commerciali ci camparono per mesi. I processi furono seguiti in modo ossessivo, gli accusati monitorati senza sosta. Ora, 14 anni dopo, ci si preoccupa che una serie tv, realizzata da Pippo Mezzapesa, un accreditato regista pugliese che ha sempre lavorato su storie e situazioni legate alla sua terra, possa nuocere alla buona immagine della cittadina. Come va chiamata questa preoccupazione se non ipocrisia? E come va catalogato lo stop censorio del giudice se non voglia di protagonismo?

Per averne conferma proviamo ad applicare l’espressione contenuta nel ricorso degli avvocati del comune di Avetrana ad altre località dove si sono consumati crimini oggetto di fiction e serie televisive. Brembate di Sopra, per esempio. La cittadina della bergamasca, dove il 26 novembre 2010, tre mesi dopo Avetrana, sparì, prima di essere trovata cadavere, la tredicenne Yara Gambirasio, crimine che ebbe altrettanta risonanza mediatica fino alla recente serie di Netflix, poteva accusarne la portata diffamatoria vedendosi rappresentata «quale comunità ignorante, retrograda, omertosa, eventualmente dedita alla commissione di crimini efferati di tale portata, contrariamente alla realtà»? E il quartiere napoletano di Scampia in relazione alle cinque stagioni di Gomorra su Sky? E la cittadina di Cogne, in riferimento all’uccisione del piccolo Samuele Lorenzi, divenuta trama di un’altra serie Netflix? Sono alcuni dei casi che sovvengono per dire che nella nostra povera Italia esiste una triste geografia del crimine. E, inevitabilmente, una serialità che la rappresenta. Ma ora ai magistrati sembra non stare più bene.

Il Tribunale di Taranto ha convocato l’udienza di comparizione del Comune di Avetrana e della Disney produttrice della serie tv per il prossimo 5 novembre. Qualcuno si aspetta che in quell’occasione il giudice realizzi di aver esondato?