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Biancaneve woke e senza nani costa cara alla Disney

Un capolavoro di revisionismo cinematografico. Una summa di wokismo per i bambini del pianeta. Infine, un discreto flop al botteghino, accompagnato da uno tsunami di polemiche. È il remake di Biancaneve targato Disney; senza i sette nani nel titolo e vedremo perché. Un kolossal con attori in carne e ossa, firmato da Marc Webb e costato 270 milioni di dollari. Addirittura 350 per il New York Times, a causa dei rinvii per il Covid e degli scioperi degli studi contro l’avvento dell’intelligenza artificiale.

Chissà che cosa staranno facendo i fratelli Jakob Ludwig Karl e Wilhelm Karl Grimm nelle loro tombe nel cimitero vecchio di San Matteo a Berlino. È noto invece il pessimo umore che turba i manager del marchio di Topolino per i modesti incassi del primo weekend di programmazione. Appena 43 milioni negli Stati Uniti e 44 nel resto del mondo (oltre 2 milioni di euro in Italia) che fanno 87 in totale: molti meno dei 100 previsti dalle stime al ribasso della produzione. Così, ora, nella major già provata dai tagli di personale – 7.000 lavoratori licenziati nel 2023 soprattutto per i flop delle opere «impegnate», più altre centinaia nel 2024 (nei parchi a tema, Espn, Disney Entertainment e Pixar) – si è scatenata la ricerca dei colpevoli.

Lungi dal mettere in discussione il politicamente corretto che stravolge uno dei maggiori classici della letteratura per l’infanzia, il capro espiatorio è stato trovato nell’attrice protagonista, la colombiana Rachel Zegler, colpevole di aver postato critiche alla fiaba originale, espressioni anti-Trump e pro Palestina. «Ho lasciato che le mie emozioni prendessero il sopravvento», ha ammesso lei, scusandosi. Ma ciò non è bastato a frenare le contestazioni di Gal Gadot, l’attrice israeliana che interpreta Grimilde. Insomma, mamme e bambini di mezzo mondo avrebbero risposto tiepidamente perché le interpreti di Biancaneve e della regina cattiva sono schierate su fronti opposti nella guerra in Medio Oriente. Un discreto alibi per i vertici Disney.

Parecchi critici hanno, invece, idee diverse. Soprattutto le hanno gli spettatori che si sono espressi su Imdb (Internet movie database), la piattaforma che misura le valutazioni di film, serie e videogame, attribuendo a Biancaneve una classificazione di 2,0/10 che, al momento, è in assoluto la peggiore a livello mondiale dell’ultimo decennio.

È giustificata una stroncatura tanto spietata? Purtroppo sì. La più intoccabile delle favole raccontata in forma di musical a metà tra il femminismo a buon mercato di Paola Cortellesi – «Biancaneve era la colf dei sette nani» – e il revisionismo da Metoo di Roberto Barbolini – «Il principe azzurro è un molestatore» – non può che aizzare la rivolta.

La prima storpiatura si ha sull’origine del nome. Mentre nella versione dei fratelli Grimm la mamma desidera una bambina con pelle candida come neve e labbra rosse come il sangue, qui il nome deriva dalla tempesta invernale che accompagna la sua venuta al mondo. L’escamotage è perfetto per dare alla protagonista interpretata da un’attrice latinoamericana, una carnagione, seppur lievemente, ambrata. Con tanti saluti al suo candore e all’idea di purezza.

La seconda trovata è l’abolizione del principe azzurro, in odore di prevaricazione e mascolinità tossica in quanto protagonista del bacio che la riporta in vita. Al suo posto troviamo tal Jonathan, capitano del popolo del bosco, ovviamente multietnico e inclusivo. Una sorta di Robin Hood che ruba dalle dispense del castello per sfamarsi insieme ai poveri. Tra una fuga dalle segrete e una difesa di Biancaneve dalle guardie, sboccia il sentimento che si compirà in quel bacio, ora sì giustificato e paritariamente condiviso.

Condivisi sono anche i lavori domestici nel rifugio dei sette nani. Qui non è lei a svolgerli in cambio dell’ospitalità e del cibo. Ma, tramutata in una specie di Mary Poppins, istruisce i padroni di casa su come rigovernarla danzando e fischiettando malgrado siano reduci dalla giornata in miniera. Più che una situazione fiabesca, una forzatura. Ancor peggio la decisione della Disney di ricorrere alla computer grafica per rappresentarli. Le proteste degli attori affetti da nanismo non si sono fate attendere: «Ci avete discriminato. Se non possiamo neanche interpretare i sette nani che cosa facciamo?», ha dichiarato Choon Tan, artista e culturista londinese. «La decisione di utilizzare l’intelligenza artificiale è piuttosto stupida», gli ha fatto eco l’attore australiano Black Johnston. «Ci sono un sacco di attori nani che muoiono dalla voglia di interpretare ruoli come questi. Io ho sempre sognato di fare Cucciolo, uno dei personaggi più adorabili. Penso che la Disney abbia ceduto alla pressione del politicamente corretto». Insomma, l’idea di «evitare di rafforzare gli stereotipi» anche cancellando i sette nani dal titolo, si è rivelata un boomerang.

Ultima gigantesca correzione ai fratelli Grimm è il finale di tutta la storia. Anziché andarsene felice e contenta con Jonathan, Biancaneve torna al castello per spodestare la regina cattiva e ripristinare l’ordine. Ma nel sermone che fa improvvisamente ricordare ai sudditi multietnici quanto stavano bene prima, sorprendentemente non parla di inclusività e resilienza, ma ci va molto vicino.

Sembrava che i massicci licenziamenti degli ultimi due anni dovuti ai flop di kolossal come Strange world e Wish avessero convinto la Walt Disney company ad abbandonare le storie intonate alla cultura woke. Invece, con questa Biancaneve, uno dei pochi marchi ad aver respinto l’invito dell’amministrazione americana a disdire l’adesione ai codici Dei (Diversità equità inclusione), ha voluto ribadire la sua linea progressista e corretta.

Alla prossima fake fable.

 

La Verità, 29 marzo 2025

La serie su Avetrana specchio delle morbosità

È la piaga della morbosità quella da cui ramificano le aberrazioni narrate nella serie su Avetrana (anche se non si può dire). La morbosità nelle sue varie sfaccettature e declinazioni. Le più abiette, le più sottili e le più ipocrite. Non ci sono due linguaggi nella trama costruita dal regista (Pippo Mezzapesa) e dagli sceneggiatori (Antonella Gaeta, Carmine Gazzanni, Flavia Piccinni e Davide Serino) di Qui non è Hollywood, prodotta da Disney e Groenlandia di Matteo Rovere e visibile su Disney+. La miserrima gente del posto e i giornalisti e i turisti che vengono da fuori, e si presumono più distaccati, sono trattati con lo stesso metro. La morbosità tormenta gli autori della ferocia su Sarah Scazzi e serpeggia nei tinelli fatiscenti del paesino. Ma istiga anche gli operatori della comunicazione che ne assediano le viuzze scalcinate, e alimenta il voyeurismo dei turisti dell’orrore che, a frotte, visitano i luoghi del degrado quando ancora s’ignorano le sorti della vittima. Un senso di potente desolazione, di oscenità, di scandalo della meschinità fa da cornice a un delitto riproposto nella sua inenarrabilità e inespiabilità. Mezzapesa suddivide la storia in quattro episodi, uno per ogni protagonista, mettendo al centro la voglia d’amore di Sarah (Federica Pala), la gelosia cieca di Sabrina (Giulia Perulli), la fragilità del finto mostro Michele (Paolo De Vita) e il cinismo mammone e limaccioso di Cosima (Vanessa Scalera). Altrettanto solide sono le figure del maresciallo Persichella (Antonio Gerardi), del Pm Giove (Geno Diana) e della madre di Sarah (Imma Villa). No, non siamo a Hollywood. Ma quanto a interpretazione, forse in un posto migliore se gli attori sono così credibili da sembrare presi dalla strada, dando alla fiction, che tale resta, l’ambizione e la profondità del documento. La descrizione della piaga purulenta che genera l’atrocità e il racconto dell’ignoranza e della superstizione che gli fanno da cornice, al punto che i Testimoni di Geova della mamma di Sarah sembrano i più razionali, procedono in equilibrio, contrappuntati dagli zoom sul brulicare di enormi formiche nella terra secca.

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La serie Hanno ucciso l’uomo ragno di Sky Atlantic è la rivelazione della stagione oltre che per gli ascolti anche per la freschezza, dovuta dall’assenza d’infarinature ideologiche, e per la nostalgia degli anni Novanta, ultimo decennio senza Web, social e ansia relativa. Peccato solo per il ritratto ingeneroso di Claudio Cecchetto.

 

La Verità, 3 novembre 2024

Senza Avetrana, la serie su Sarah Scazzi è sdoganata

Tutto risolto, abbiamo scherzato. La serie tv ispirata all’uccisione di Sarah Scazzi sarà visibile da oggi sulla piattaforma di Disney+. Niente censure, niente restrizioni. Il braccio di ferro che nei giorni scorsi aveva messo il sindaco di Avetrana Antonio Iazzi contro i potenti produttori della Disney e di Groenlandia, concluso con l’intervento censorio del Tribunale di Taranto che aveva bloccato la messa in onda della fiction, è improvvisamente evaporato. Ora non è più potenzialmente «diffamatoria» per la comunità cittadina, non la rappresenta più come «ignorante, retrograda, omertosa, eventualmente dedita alla commissione di crimini efferati». Cos’è successo? È stata modificata la sceneggiatura? Sono state sforbiciate le scene più scabrose e colpevolizzanti? Macché. Capito come vanno le cose nella nostra Italietta, i produttori hanno aggirato l’ostacolo: «In ottemperanza al provvedimento emesso dal Tribunale di Taranto e in attesa dell’udienza fissata per il 5 novembre, Groenlandia e Disney informano che il titolo della serie ora sarà Qui non è Hollywood». È bastato togliere il riferimento al paesino del Salento dove il 26 agosto del 2010 si consumò il crimine che portò alla condanna all’ergastolo della cugina e della zia della vittima – Sabrina Misseri e Cosima Serrano – per sbloccare la visione delle quattro puntate dirette dal regista pugliese Pippo Mezzapesa. Tutto appianato. Anche il giudice Antonio Attanasio ha evidentemente acconsentito di rientrare nell’alveo di competenze più plausibili, senza impuntarsi sull’attesa dell’udienza programmata. È immaginabile che una volta resa disponibile, la serie sarà difficilmente cancellabile.

Insomma, quella che in un primo momento era apparsa una piccola tragedia si sta riproponendo come farsa. Una curiosa presa in giro, soprattutto del pubblico. Come se, in assenza della citazione toponomastica nella titolazione, i telespettatori non sapessero che la storia è ispirata al delitto di Avetrana. Tanto più telespettatori di target medio alto come sono gli abbonati a Disney+. Tanto più dopo che quel delitto ebbe enorme risonanza mediatica, con le «scene del crimine» che divennero per mesi set affollato dalle troupe televisive di mezzo mondo. Tanto più sapendo che la fiction è tratta dal libro Sarah la ragazza di Avetrana (scritto per Fandango da Carmine Gazzanni e Flavia Piccinni, che figurano tra gli sceneggiatori della serie). Tanto più ora, dopo le recenti polemiche che, all’atto pratico, funzioneranno da agente promozionale.

Dopo l’inusitato intervento del giudice, gli addetti ai lavori si sono interrogati sulle conseguenze giuridiche del precedente creato dal magistrato tarantino. La cronaca nera non poteva più essere fonte ispirativa della produzione cinematografica e televisiva perché quest’ultima poteva avere «portata diffamatoria» della comunità rappresentata? Interi filoni artistici sarebbero stati esposti alla vendetta postuma della cancel culture? E che cosa avrebbero dovuto dire i cittadini di Brembate di Sopra, dove sempre nel 2010 avvenne l’omicidio di Yara Gambirasio? O gli abitanti di Cogne, dove fu ucciso il piccolo Samuele Lorenzi? E i residenti del quartiere napoletano di Scampia, tratteggiato come capitale mondiale della criminalità organizzata? Tutti luoghi che compongono una triste geografia della malvagità, oggetto di altrettante serie televisive. Messo così Qui non è Hollywood è un titolo perfetto per il mondo intero, a eccezione di Los Angeles. Basta non vedere la serie in questione. Con la complicità del sindaco di Avetrana e del giudice di Taranto, l’ipocrisia ha vinto anche stavolta.

 

La Verità, 30 ottobre 2024

Ora i giudici decidono anche cosa vediamo in tv

Adesso i giudici decidono anche se una serie tv può andare in onda oppure no. Poi si offendono se qualcuno, per esempio il ministro di Grazia e giustizia Carlo Nordio, dice che «esondano». Che travalicano le loro competenze, si potrebbe dire. In base a una interpretazione estensiva dei loro ambiti. Come possa la magistratura avere voce in capitolo sulla programmazione di un prodotto di fiction è un mistero, una di quelle stranezze che appartengono a quest’epoca confusa. Neanche fossimo ai tempi delle censure dei pretori degli anni Sessanta. Qui però non si tratta di scene licenziose, ma di potenziale diffamazione di un paese, di un’intera comunità civile.

Così è, se vi pare. Il Tribunale di Taranto ha deciso che no, la fiction della Disney intitolata Avetrana – Qui non è Hollywood ispirata al delitto di Sarah Scazzi non va trasmessa. I cinque episodi dovevano essere disponibili sulla piattaforma Disney+ da domani. Invece, nisba. Il giudice Antonio Attanasio ha accolto il ricorso del sindaco del paese salentino Antonio Iazzi che, tramite un nutrito pool di tre avvocati, aveva chiesto di visionare in anteprima il prodotto cinematografico per appurare se avesse «portata diffamatoria», rappresentando la cittadinanza come «ignorante, retrograda, omertosa, eventualmente dedita alla commissione di crimini efferati di tale portata, contrariamente alla realtà». In un suo precedente intervento, il sindaco aveva tenuto a mettere in evidenza le doti di una comunità che merita rispetto, preoccupato che «la notorietà sia sempre più determinata dai tanti tesori che la storia ha lasciato» che nel 2022 hanno ottenuto ad Avetrana la nomina a «Città d’arte» della regione. Ora, se è comprensibile l’intento promozionale del sindaco, non lo è l’intervento ultimamente censorio del Tribunale tarantino.

Per l’omicidio della quindicenne Sarah Scazzi furono condannate all’ergastolo la cugina Sabrina Misseri e la zia Cosima Serrano, mentre lo zio Michele Misseri è da poco tornato in libertà dopo aver scontato la pena per soppressione di cadavere e inquinamento delle prove. Dal giorno in cui si consumò il delitto, il 26 agosto 2010, il paese di Avetrana, in particolare la via dove avvenne, si trasformò in un set televisivo, meta delle troupe giornalistiche di tutte le testate nazionali e di alcune internazionali. Programmi di cronaca del servizio pubblico e delle tv commerciali ci camparono per mesi. I processi furono seguiti in modo ossessivo, gli accusati monitorati senza sosta. Ora, 14 anni dopo, ci si preoccupa che una serie tv, realizzata da Pippo Mezzapesa, un accreditato regista pugliese che ha sempre lavorato su storie e situazioni legate alla sua terra, possa nuocere alla buona immagine della cittadina. Come va chiamata questa preoccupazione se non ipocrisia? E come va catalogato lo stop censorio del giudice se non voglia di protagonismo?

Per averne conferma proviamo ad applicare l’espressione contenuta nel ricorso degli avvocati del comune di Avetrana ad altre località dove si sono consumati crimini oggetto di fiction e serie televisive. Brembate di Sopra, per esempio. La cittadina della bergamasca, dove il 26 novembre 2010, tre mesi dopo Avetrana, sparì, prima di essere trovata cadavere, la tredicenne Yara Gambirasio, crimine che ebbe altrettanta risonanza mediatica fino alla recente serie di Netflix, poteva accusarne la portata diffamatoria vedendosi rappresentata «quale comunità ignorante, retrograda, omertosa, eventualmente dedita alla commissione di crimini efferati di tale portata, contrariamente alla realtà»? E il quartiere napoletano di Scampia in relazione alle cinque stagioni di Gomorra su Sky? E la cittadina di Cogne, in riferimento all’uccisione del piccolo Samuele Lorenzi, divenuta trama di un’altra serie Netflix? Sono alcuni dei casi che sovvengono per dire che nella nostra povera Italia esiste una triste geografia del crimine. E, inevitabilmente, una serialità che la rappresenta. Ma ora ai magistrati sembra non stare più bene.

Il Tribunale di Taranto ha convocato l’udienza di comparizione del Comune di Avetrana e della Disney produttrice della serie tv per il prossimo 5 novembre. Qualcuno si aspetta che in quell’occasione il giudice realizzi di aver esondato?