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«Un intellettuale non di sinistra è un’anomalia»

La locandina di un convegno su Clint Eastwood occhieggia dal profilo Whatsapp di Andrea Minuz, docente di Storia del cinema alla Sapienza di Roma, firma del Foglio e autore dell’imperdibile Egemonia senza cultura. Storia sentimentale di un’ossessione italiana (Silvio Berlusconi editore) leggendo il quale ci si convince che l’egemonia è una cosa seria.
È così, professore?
«Sì, ed è un peccato che oggi sia un’espressione povera di significato, quasi una presenza spettrale. Una specie di forza invisibile che spiega le sconfitte elettorali e i monopoli intellettuali. Usata in modi diversi rispetto a come l’aveva pensata Antonio Gramsci. Chi ne parla spesso è molto interessato all’egemonia e poco alla cultura».
Quella di sinistra è seria, quella di destra una velleità?
«Certo. Quella di destra non può essere avvicinata all’idea gramsciana, mentre la sinistra è erede della lunga stagione del Partito comunista che ha avuto il suo climax negli anni Settanta».
Oggi c’è un clima più avvolgente?
«Allora c’erano l’enciclopedia Einaudi e il cinema impegnato e chiunque si occupava di cultura faceva i conti con le idee e le persone del Pci. Oggi è vivo e vegeto un luogo comune: l’equivalenza tra cultura e sinistra».
Egemonia culturale è un concetto figlio o padre della superiorità morale della sinistra?
«Secondo me, più figlio. Il Pci ha saputo attirare gli intellettuali e convincerli che fossero decisivi per vincere la battaglia delle idee. Loro ci hanno creduto e nella categoria è rimasto questo convincimento di superiorità con il paradosso che, più perdevano di importanza, più si rafforzava in loro l’idea di essere interpreti di questa missione».
La superiorità morale è una versione sofisticata di razzismo?
«È una forma di razzismo perché tende a escludere dal campo delle idee tutte quelle che hanno storie diverse o opposte a quella gramsciano-marxista che da noi è stata prevalente».
La superiorità morale genera anche l’atto dello sdoganare?
«Certo, con la polizia del gusto che alza la sbarra e approva il passaggio da una parte all’altra del campo culturale».
Perché l’espressione intellettuale di destra o cattolico stona?
«Se l’intellettuale non è di sinistra è considerato un’anomalia. Mi viene in mente uno come Augusto Del Noce, distante anni luce dal mondo marxista, un cattolico, un conservatore che ha anticipato una quantità di fenomeni e di cui oggi una persona sotto i trent’anni non ha mai sentito parlare».
Tra i tanti presenti nel libro qual è l’esempio più illuminante di egemonia culturale?
«Ne scelgo due. Il primo è la Rai: tutti i vincitori delle elezioni si illudono di poterla controllare per indirizzare l’opinione pubblica. È l’idea di egemonia gramsciana. In realtà, il partito più forte in Rai è il partito della Rai».
Il secondo?
«Le facoltà umanistiche. Qui, più che egemonia culturale, vedo un conformismo diffuso che porta a non mettere mai in discussione l’eredità del pensiero marxista. Si studiano sempre Alberto Moravia e Pier Paolo Pasolini e mai Giuseppe Berto. Un’altra convinzione scontata è che il mercato e il capitalismo sono sempre un po’ sospetti e cattivi».
Perché la parabola di Giuseppe Berto è significativa?
«Anzitutto perché Il male oscuro è uno dei più grandi romanzi del Secondo dopoguerra che oggi in pochi conoscono. Poi perché Berto ha commesso il peccato di preferire il termine afascista a quello di antifascista perché sapeva che in nome dell’antifascismo si possono compiere le peggiori nefandezze, come la lotta armata».
E perché è significativa la vicenda di Tolkien e del Signore degli anelli?
«È un esempio di egemonia culturale al contrario. C’è un libro della controcultura americana che diventa “la Bibbia degli hippies” e che, rifiutato da Elio Vittorini, consulente Mondadori, arriva in Italia anni dopo grazie a Edilio Rusconi. Tolkien è rifiutato dalla sinistra non perché è un fantasy, ma perché è un libro Rusconi. Per di più, l’operazione editoriale è gestita da Alfredo Cattabiani, un intellettuale emarginato nonostante abbia promosso autori come Cristina Campo e Pavel Florenskij. A quel punto, i giovani di destra degli anni Settanta trovano in Tolkien la mitologia fondativa estranea al fascismo che cercavano».
Poi c’è la fatwa contro il cinema d’evasione: divertirsi è sconveniente?
«Uno dei dogmi della cultura italiana, seriosa e quaresimale, è il primato del realismo e dell’impegno. Perciò, quando ridevi con un film di Totò o di Alberto Sordi o dei fratelli Vanzina dovevi quasi giustificarti. Da qui il mantra: “Se è culturale non può essere divertente e se è divertente non è culturale”».
Ha funzionato di più l’ascensore culturale di Lotta continua o Repubblica come startup di scrittori e artisti?
«Sono due matrimoni perfetti. Dai picchetti alle fabbriche, parte della generazione di Lotta continua si è ritrovata in pochi passi ai vertici di media e giornali o sulle cattedre universitarie. Mentre Repubblica, soprattutto all’epoca dell’antiberlusconismo più arcigno, era la commissione che rilasciava la patente di intellettuale e scrittore civile».
Roberto Saviano si afferma scrivendo il coccodrillo di Pietro Taricone.
«Scalfari ha l’intuizione di trasformarlo in icona pop. Può esibirsi a braccio sull’attualità, come Pasolini».
E Murgia punta di diamante della cultura woke?
«Ha l’intuizione di tradurla al momento giusto in salsa italiana».
Chi è lo scrittore brand?
«Qualcuno che mette il posizionamento politico davanti alla sua opera, indica una minaccia di fascismo al mese e odia il capitalismo anche se ci si trova benissimo. Da ultimo, è uno che dà grande rilievo al suo disagio, meglio se psichico».
Per esempio?
«Paolo Cognetti racconta il suo Tso, Scurati il disagio mentre scriveva M. Il figlio del secolo, tra i candidati al prossimo Premio Strega, Alcide Pierantozzi firma un romanzo costruito sulle sue cartelle cliniche. Magari è bellissimo…».
Qual è il ruolo degli attori cinematografici?
«Dagli anni Settanta il cinema è roccaforte della sinistra. Parliamo delle istituzioni come l’Anac (Associazione nazionale autori cinematografici ndr): un prolungamento del partito. Il cinema è un mondo piccolo e corporativo, dove c’è molto Stato e poco mercato. Quindi destinato a essere un boccone della politica e vittima dell’egemonia culturale».
Deriva da questo l’abitudine del finanziamento pubblico?
«In Italia senza finanziamento pubblico non c’è cinema, la nostra industria è troppo piccola per reggersi solo sulle sue gambe. La perversione è la pigrizia di produttori e registi che considerano dovuti i soldi per fare film. Il problema sono i criteri con cui vengono distribuiti».
I nostri attori sono più militanti di quelli di Hollywood?
«Di sicuro Hollywood è più credibile perché dipende molto meno dalla politica e dai finanziamenti pubblici».
Perché
si sentono in dovere di pronunciarsi su ogni questione di attualità proponendosi come maestri di vita?
«Si sentono investiti di una missione, come se fare bei film non bastasse. Sentono il bisogno di posizionarsi dentro le cause giuste. Il caso del referendum sulla giustizia è emblematico, tutti compatti per il No. Mi sembra un conformismo che fa torto alla complessità in forza di una posizione monolitica e dogmatica. Come ha evidenziato Gaetano Gifuni che ha voluto distanziarsi dalla vicenda raccontata nella serie su Enzo Tortora annunciando il suo voto contro la riforma».
Perché non ci sarà mai un Veltroni di destra?
«Intanto, perché Veltroni è una dinastia, c’era papà Vittorio. Perciò Walter è cresciuto nutrendosi di egemonia culturale e senso di superiorità. Poi Veltroni è un network. La naturalezza con cui passa da un film a un editoriale a un libro del Campiello lo rende l’emblema dell’egemonia culturale».
La serie sulle foibe dimostra che è difficile proporre una fiction di destra?
«Nel racconto delle foibe si avverte un eccesso di committenza della politica che rende sospetto il prodotto. La fiction di destra paga il fatto che la fiction sinistreggiante è la fiction tout court. Perciò, dovendo inventare quella di destra la si giustifica da una posizione di svantaggio».
Intanto la cosiddetta TeleMeloni prepara quella sul Commissario Buonvino tratta dai gialli di Veltroni.
«Veltroni, inteso come network, sa essere amico di tutti. Riuscirebbe a piazzare una fiction anche agli ayatollah».
A proposito di TeleMeloni, vede anche lei una Rai ancora priva di un’identità riconoscibile?
«Io non vedo alcuna TeleMeloni, alcun progetto identitario coerente. Su questo mi sembra molto più bravo Cairo. Anche volendo, la compattezza ideologica di La7 sarebbe impossibile in Rai. Capisco il bisogno di coniare formule come furono TeleCraxi e TeleKabul, ma la politica passa e la Rai resta: è uno dei pezzi più forti di Deep state».
Alla Biennale di Venezia sta andando diversamente, nonostante le rigidità della politica?
«La Biennale di Venezia è la dimostrazione che non esistono due intellettuali di destra che la pensano allo stesso modo. È un bene per le idee, ma è un problema per qualsiasi progetto egemonico».
Politicizzando il referendum Dario Franceschini ha messo tutti nel sacco?
«Sì. Credo che l’80% dell’elettorato non abbia votato sulla giustizia, ma contro la guerra, contro Trump amico di Meloni, contro il governo, motivi che nulla avevano a che fare… Questo è evidente nel voto giovanile».
Le sentinelle della Costituzione.
«Non me la sento di attaccare i giovani… Si è scritto che il No ha vinto grazie a loro, una fetta di popolazione che non ha mai avuto a che fare con la giustizia. Personalmente, contesto soprattutto l’idolatria diffusa della Costituzione che, quando dev’essere modificata dal centrodestra, si trasforma nel Corano».
Cito da un suo articolo: la vittoria del No è un po’ la vittoria del Noi.
«La sinistra ha messo il copyright su una serie di valori da educazione civica come la solidarietà, la democrazia, la pace nel mondo su cui c’è ben poco da obiettare, facendo passare l’idea che le ragioni del Noi siano sempre più importanti di quelle dell’Io. E che le rivoluzioni siano eccitanti e le riforme noiose».
Oggi il dominio woke è un po’ meno incontrastato?
«Credo che abbia iniziato la parabola discendente perché ha mostrato il suo volto intollerante, dogmatico e non di rado pericoloso. Ma non illudiamoci perché non sappiamo da che cosa sarà sostituito. Il pensiero dogmatico e intollerante trova sempre un pubblico disposto a eccitarsi».

 

La Verità, 5 aprile 2026

Con Argentero-Ligas il legal sconfina al Nord

C’è un avvocato a Milano e, nel piccolo mondo della fiction nostrana, è una notizia. Ma bisogna sintonizzarsi su Sky perché tutta la giustizia seriale, made in Rai 1, gravita nel Centrosud. Il Guerrieri di GassmannCarofiglio esercita a Bari, Imma Tataranni – Sostituto procuratore a Matera e Roberta Valente (è) notaio in Sorrento (localizzazione specificata nel titolo). Prima di lei, è vero, arriverà Uno sbirro in Appennino (quello bolognese) con Claudio Bisio, ma qui siamo nel poliziesco. Finora il legal ha avuto sempre l’accento meridionale, merito delle Film commission, probabilmente, premiate dall’indotto turistico a cascata. Fatto sta che Avvocato Ligas, sei episodi appena conclusi e forse più godibili con la visione sequenziale, è una piacevole eccezione.
L’aria di novità si respira fin dalle prime inquadrature tra i grattacieli della City milanese, alternate alla facciata dell’arcinoto Palazzo di giustizia, incombente davanti al protagonista ripreso di spalle ai piedi della scalinata. Poi la faccia di Luca Argentero, particolarmente a proprio agio in doppiopetto di rappresentanza, mentre ammicca alle colleghe nelle aule del tribunale. Tra la frequentazione del gin tonic e quella del sesso debole che pregiudica il rapporto con la moglie (Gaia Messerklinger), la vita privata scorre burrascosa. Ancor più dopo che, alla festa di compleanno della figlia, ha assestato un cazzotto all’amante di lei, il fascinoso Raz Degan. Quella professionale rischia anch’essa di interrompersi quando l’arcigno capo dello studio legale lo becca a letto con sua moglie. Brillante, carismatico, intuitivo, pronto a ricorrere a metodi borderline usando amicizie e rapporti con i media, con l’aiuto della giovane e idealista praticante (Marina Occhionero) Ligas accetta una serie di casi semi disperati riuscendo a ribaltare situazioni compromesse. La faccia di questo sornione principe del foro riempie i telegiornali, irrita i pm, puntualmente sconfitti dai colpi di scena del geniale avvocato circondato dall’alone di imbattibilità e dalla fama di spregiudicatezza.
Diretta da Fabio Paladini, prodotta da Sky Studios con Fabula Pictures, tratta da Un caso complicato per l’avvocato Ligas. Perdenti di Gianluca Ferraris (Corbaccio), il pregio principale della serie è il tono schietto, per niente piagnone e senza implicazioni ideologiche se si fa eccezione per il fugace accenno biografico in cui Ligas manifesta la sua inclinazione compassionevole: «Preferisco difendere piuttosto che giudicare». Si aspetta la conferma della seconda stagione.

 

La Verità, 5 aprile 2026

Il fumettone con buoni e cattivi di cui c’era bisogno

La tigre ruggisce, ma starei con i piedi ben piantati a terra. Dopo i primi due episodi di Sandokan, lunedì primo dicembre, con un inatteso boom di ascolti su Rai 1 (5,7 milioni di telespettatori, 33,9% di share), si sono lette recensioni inneggianti al ritorno della televisione e alla tv generalista resiliente. Sarà, ma già l’altra sera l’audience si è contratta a 4,4 milioni e il 27,6%, numeri sempre positivi, ma più normali. Cos’è successo di strabiliante? Una fiction con una trama nota, personaggi forti e facilmente identificabili, con scenari esotici (le coste della Calabria per rendere il Borneo e Singapore), un’atmosfera fiabesca e sconfinamenti nel fumetto, un robusto budget a disposizione di produttori di lungo corso (Lux Vide e Freemantle per Rai Fiction) conquista una grande fetta di pubblico: è il caso di esaltarsi? Siamo davanti a un racconto rassicurante di cui, forse, oggi si avverte il bisogno. A una serie meglio doppiata che recitata, nonostante il cast altisonante con Can Yaman nel ruolo della «tigre della Malesia», Alanah Bloor in quello della «perla di Labuan» e Alessandro Preziosi nei panni di Yanez de Gomera.

La trama viene romanzi dai Emilio Salgari. Sandokan è un pirata senza particolari ambizioni se non quella di proteggere la sua libertà e quella del «fratellino» Yanez fin quando, sull’isola di Labuan, sede del consolato britannico frequentato dall’ambiguo sultano del Brunei, s’imbatte in Marianna Guillonk, l’irrequieta figlia del console, corteggiata dal cacciatore di pirati e fumatore d’oppio, il capitano James Brooke (Ed Westwick). Grazie alla pratica della schiavitù, gli inglesi controllano anche la preziosa produzione di antimonio delle miniere e così Sandokan s’incarica anche di liberare gli uomini trattati come bestie dall’Impero britannico. Finché non arriverà a scoprire qualcosa di inatteso sul suo passato.

Insomma, da che parte stiano i buoni e i cattivi è ben chiaro: sarà questo il segreto di tanto successo? In un momento denso di nubi non si cercano troppe sfumature e complessità autoriali. L’analisi dei target conferma la visione intergenerazionale. C’è il pubblico stagionato che ricorda lo sceneggiato del 1976 ed è interessato a confrontare Can Yaman («sono dimagrito 10 chili, ho praticato equitazione, ho studiato il copione in inglese») con Kabir Bedi («mi fecero nuotare, cavalcare, tirare di scherma e correre, oltre che fissare intensamente la macchina da presa»). Ma c’è una anche quota di pubblico giovane, interessato ai muscoli e allo sguardo tenebroso dell’attore turco, fucina di gossip, come testimonia il tifo sui social di numerosi account femminili.

 

La Verità, 10 dicembre 2025

Una Rai in mezzo al guado scommette su De Martino

In difesa sul fronte dell’intrattenimento, stuzzicante nella fiction, incline all’azzardo nell’informazione. Potrebbe essere questa la sintesi della prossima stagione Rai, un’azienda ancora in mezzo al guado. Per descrivere la Rai come la si è percepita ieri alla presentazione dei palinsesti 2024-25 al Centro di produzione di Napoli, con tutto lo stato maggiore schierato, le immagini da realtà incompiuta si sprecano. Con molto dispiacere dei giornaloni e di quei docenti che insufflano presunti e facilmente smascherabili rapporti Ue sullo stato dell’informazione del servizio pubblico, lo schema di TeleMeloni risulta ampiamente obsoleto. E, per certi versi, se parlassimo di un progetto di alto profilo, potrebbe essere persino un male perché, almeno, avremmo a che fare con una fisionomia, una personalità definita. Invece no, sembra di stare davanti a un’entità ibrida, sensazione acuita dai toni retorici e lievemente enfatici del video autocelebrativo («ci teniamo sempre per mano e continuiamo a crescere insieme guardando al futuro») che introduce gli speech dei dirigenti. Sarà perché le nomine della governance, con l’atteso avvicendamento tra l’attuale amministratore delegato Roberto Sergio e il direttore generale Giampaolo Rossi, sono state posticipate a dopo l’estate («e la Rai avrebbe bisogno di avere quanto prima i nuovi vertici», parola di Rossi); o sarà perché la stessa riforma che ha ridisegnato per generi la struttura produttiva, cancellando la suddivisione verticale per reti, è tuttora molto perfettibile prima di ammetterne l’inadeguatezza, sarà per tutto questo, fatto sta che, malgrado i 308 nuovi titoli e i 256 talent della squadra, le scommesse prevalgono sulle certezze. Cioè, in termini calcistici, se andrà tutto bene, si potrebbe pareggiare. Non tanto con la concorrenza («giochiamo due campionati diversi per mission aziendale e target di pubblico», si è ripetuto) quanto con la Rai del passato.

Terminata la lunga filippica, eccoci al dunque. Nell’intrattenimento, il primo obiettivo è tamponare la voragine di Amadeus, mai citato in due ore e mezza di comunicazioni. Le contromisure sono note: per sostituirlo al Festival di Sanremo si è pedissequamente scelto l’usato sicuro di Carlo Conti, evitando di considerare il coinvolgimento di Mina nella direzione artistica che, pur certamente complesso, avrebbe garantito un forte rimbalzo non solo mediatico (l’evento slitta nella settimana dall’11 al 15 febbraio per non sovrapporsi alla Coppa Italia). Alla conduzione di Affari tuoi, invece, viene promosso Stefano De Martino, il volto su cui Viale Mazzini punta parecchie fiches, se è vero che, senza averlo testato per il pubblico di Rai 1, gli è stato proposto un contratto di quattro anni, si dice a 8 milioni, con un’opzione per Sanremo, dopo le due edizioni affidate a Conti. Restando nell’intrattenimento, oltre alle conferme di tutti i programmi di punta, c’è quella del momento di pausa di Fiorello: «Lo sento tutti i giorni», assicura Sergio, «quest’anno non vuole fare altra tv, ma confido che per il 2025 lo tireremo via dal divano». Sembrano comunque scongiurate le ipotesi di un suo passaggio al gruppo Discovery e ci si augura che l’ad non debba pentirsi di aver proclamato che «non vedo la Nove concorrente della Rai». Al posto di Viva Raidue!, nella stessa rete e fascia oraria ci sarà Binario 2, un buongiorno all’Italia dalla Stazione Tiburtina di Roma, condotto da Carolina Di Domenico e Andrea Perroni ai quali, considerato il predecessore, si manifesta sentita solidarietà. Chi, invece, non lascia, ma raddoppia è Mara Venier che aggiunge la conduzione di Le stagione dell’amore, un dating dedicato alla terza età (sabato pomeriggio su Rai 1), all’intoccabile Domenica in. In ottobre su Rai 2 Teo Mammuccari sarà un comico Spaesato a Roma e, in dicembre, nel preserale della stessa rete, Renzo Arbore festeggerà con Gegè Telesforo i 70 anni della Rai.

Non dovendo metabolizzare addii eccellenti, la fiction sembra il genere meglio definito. Oltre alla quarta e ultima stagione dell’Amica geniale, le novità sono due miniserie di Rai 1 rivolte al pubblico meno giovane: Mike, interpretato da Claudio Gioè, dedicato ai 100 anni dalla nascita di Mike Bongiorno, e Leopardi – il poeta dell’Infinito che segna il debutto alla regia di Sergio Rubini. Altri titoli: Brennero, un crime ambientato a Bolzano in cui la caccia a un serial killer richiede la collaborazione fra ceppi etnici differenti, Sempre al tuo fianco, sei serate con Ambra Angiolini nel ruolo di responsabile delle emergenze della Protezione civile e, su Rai 2, Stucky, con Giuseppe Battiston nei panni di un commissario di provincia tratto dai romanzi di Fulvio Ervas.

Più incerta appare la linea degli approfondimenti. Detto di Serena Bortone che approderà a Radio 2 con un programma pomeridiano per la quale, ha sottolineato Sergio, «non c’è stata alcuna censura, né prima né ora visto che ha rifiutato due nostre offerte, una su Rai 1 e una su Rai 3», dopo il ritorno di Roberto Saviano con quattro serate di Insider il lunedì sera sulla Terza rete, si registra quello in pianta stabile di Massimo Giletti con Lo stato delle cose, un programma che intreccia faccia a faccia, piazze e filmati. Altri ritorni: Giovanni Minoli, con una striscia di Mixerstoria al mattino su Rai 3,e Maria Latella, nella seconda serata del martedì dove, con Amore criminale di Veronica Pivetti, si rinuncia definitivamente alla competizione con gli altri talk. Competizione che invece si spera di riaprire su Rai 2 al giovedì, storica serata di Michele Santoro, con le inchieste dell’Altra Italia di Antonino Monteleone. Auguri.

 

La Verità, 20 luglio 2024

In tv poliziotte e donne alfa arrestano gli stereotipi

Con il pensionamento di Salvo Montalbano e il successo conclamato di Lolita Lobosco, in casa Zingaretti-Ranieri gli stereotipi sono definitivamente debellati. Del resto, Luca&Luisa, anche in società nella Zocotoco, sono da sempre una coppia avanti. Già qualche anno fa, in uno spot gastronomico avevano dato la linea a tutti. Interno del loro living molto contemporaneo: «Quanto manca?», s’informa morbida lei mentre apparecchia. «È pronto… Spaghettoni o mezze maniche?», chiede complice e spadellante lui. Dall’advertising pubblicitario pullulante di mammi e cuochi, di papà che fanno il bucato e di genitori 1 che si fanno cazziare da mocciosi sgamati, il rovesciamento dei ruoli è tracimato nelle fiction e nelle serie tv. L’imperativo è: morte al patriarcato, ça va sans dire. E nei palinsesti non solo di Rai 1 proliferano vicequestori, commissari, ispettori, avvocati e anatomopatologi, tutte rigorosamente donne, in prima linea a sgominare bande criminali, arrestare malavitosi, incastrare furfanti inafferrabili. Negli anni vi si sono cimentate da Claudia Pandolfi ad Ambra Angiolini, da Miriam Leone a Carolina Crescentini, solo per citarne alcune. In pratica, nella rappresentazione vincente di questi tempi l’intero apparato inquirente del Belpaese è in mano alle nuove eroine della legalità. Certo, sopravvivono anche poliziotti di sesso maschile. Ma o sono in crisi esistenziale, come il Rocco Schiavone di Marco Giallini che, tra una canna e un’indagine nel gelo di Aosta affrontato con il loden, parla con il fantasma della moglie scomparsa; oppure come l’intraprendente Giuseppe Lojacono (Alessandro Gassman), sono solo uno dei poliziotti del corale Bastardi di Pizzofalcone (tratto dai romanzi di Maurizio De Giovanni).

Formula giallorosa

Intuitive, lungimiranti e perspicaci, le nuove poliziotte risolvono casi, sbrogliano matasse, trovano la chiave di volta. Come avviene, per esempio, in Blanca, la fortunata serie imperniata sulla consulente del commissariato San Teodoro di Genova interpretata da Maria Chiara Giannetta che, a causa della cecità, è dotata di un udito particolarmente sensibile, indispensabile nella decodifica di voci e rumori.
La formula è sempre giallorosa: indagini e risvolti privati teneri. Funziona in modo particolare in Le indagini di Lolita Lobosco, lo show spruzzato di seduzione portata dalla protagonista in una Bari altrettanto ammaliante. Nella nostra fiction cartolinosa, il paesaggio dialoga con le passioni. Anche se poi accade che il vicequestore «Lolì» sia costretta a irruzioni pericolose in tacchi a spillo e a estrarre la pistola dalla borsa firmata. Succede. Si bada più al concreto tra i Sassi di Matera, dove si muove sbrigativo il sostituto procuratore Imma Tataranni (Vanessa Scalera), pronta a mettere sotto inchiesta anche Gianni Morandi se l’indagine lo richiede. Che non si guardi in faccia a nessuno lo sanno bene il marito (Massimiliano Gallo) e collaboratori, tutti un po’ macchiette, come sono spesso gli uomini in queste storie.

Empowerment femminile

In Studio Battaglia, le intrepide protagoniste (Barbora Bobulova, Lunetta Savino e Miriam Dalmazio) delle cause di divorzio non disdegnano di trescare in proprio, con corollario di mariti subalterni o cornificati. È l’empowerment femminile, bellezza. Ambientato nella Milano cosmopolita dei grattacieli, il legal drama è un adattamento della britannica The Split. La wonderwomanmania è una tendenza planetaria. Il personaggio di Pedra Delicado, creata dalla penna della spagnola Alicia Giménez-Bartlett, è protagonista di Petra, la detective di Paola Cortellesi che indaga a Genova, spalleggiata da un ispettore più tradizionale (Andrea Pennacchi) con il quale discute di diritti e temi connessi. In lavorazione la terza stagione per Sky Cinema. Acquistata direttamente da Belgio e Francia produttori è, invece, Morgane – detective geniale, protagonista una donna delle pulizie che, grazie al suo quoziente intellettivo, diventa consulente della polizia giudiziaria, per fortuna senza tirarsela con moralismi a buon mercato.
La lista potrebbe continuare, ma la tendenza è tutt’altro che nuova. Anzi, viene da lontanissimo. A metà anni Sessanta, sul «programma nazionale» quando le serie si chiamavano ancora sceneggiati, fu Laura Storm (Lauretta Masiero), giornalista-investigatrice che ricorreva al judo e al karate per risolvere le sue inchieste, a inaugurare il genere. Era una trovata eccentrica, niente di più. Saltando avanti di vent’anni, si possono citare Miss Marple, partorita da Agata Christie, e La Signora in giallo di Angela Landsbury. Ma allora non c’erano intenti ideologici o, peggio, educativi.

Nichilismo nordico

Ciò che colpisce oggi è la concentrazione temporale di amazzoni e virago della legalità che farcisce soprattutto la nostra serialità. Se si sconfina sulle piattaforme, la faccenda assume toni diversi. Su Sky Atlantic abbiamo appena visto Night country, la quarta stagione di True detective ambientata nella notte polare dell’Alaska, dove la coppia tutta femminile e non binaria composta da Liz Danvers (Jodie Foster) e Angie Navarro (Kali Reis) indaga sulla strage in una stazione di ricerca artica, dovendo combinare nozioni meteorologiche e leggende locali in un mix che manda in tilt il corpo di polizia e la mente del telespettatore. Andando a ritroso e dirigendosi verso Nord, tra detective e profiler in gonnella c’è l’imbarazzo della scelta. Tuttavia, da quelle parti, le atmosfere si incupiscono e il crime prevale sui toni sentimentali. Ma, nel nichilismo imperante, si stemperano anche le ambizioni pedagogiche. Forse perché, lassù, gli stereotipi sono sconfitti da tempo (anche se in percentuale ci sono più femminicidi che da noi), sta di fatto che anche al Circolo polare i commissariati sono diretti da donne forti e le indagini affidate a detective sensitive. Come avveniva in The Bridge – La serie originale (così chiamata per distinguerla dai numerosi remake), ambientata tra Svezia e Danimarca, protagonista la detective della polizia di Malmö Saga Norén (Sofia Helin). In assoluto, la più misteriosa e intrigante di tutte (ora visibile su Prime video), non a caso iniziatrice del fortunato e corposissimo filone nordico (Marcella, Deadwind, Happy Valley, Omicidio a Eastwon con Kate Winslet), agli antipodi del nostro, tutto sole, buona cucina e donne alfa. Esattamente la formula che aiuta Lolita Lobosco nell’anelato ribaltamento dei ruoli. Tra qualche giorno su Sky Atlantic partità la seconda stagione di Il Re, la serie in cui Luca Zingaretti dirige il carcere di San Michele con metodi che innescano le indagini della puntigliosa pm impersonata da Anna Bonaiuto. Un bel contrappasso per l’interprete dell’indimenticato Commissario Montalbano.

 

La Verità, 24 marzo 2024

«Tra le reti generaliste Rai è davanti a Mediaset»

Dopo lungo corteggiamento, Roberto Sergio, dal maggio scorso amministratore delegato della Rai, mi ha chiesto di preparare una decina di domande: «poi vediamo come fare!». Una volta pronte, mi ha invitato a mandarle via mail e, sebbene abbia ripetutamente proposto un confronto telefonico, ciò non è stato possibile. Quello che segue è lo scambio di domande e risposte, avvenuto in due riprese, con il massimo dirigente della tv pubblica.

Dottor Roberto Sergio, qual è il suo bilancio dei primi nove mesi alla guida della Rai?

«Molto positivo. Assieme al direttore generale Giampaolo Rossi e con il forte supporto del Consiglio di amministrazione abbiamo portato l’azienda a una chiusura 2023 con una riduzione dell’indebitamento finanziario netto da 650 a 560 milioni, meno 90 milioni, e un pareggio di bilancio con uno stanziamento importante per favorire il ricambio generazionale in logica digitale».

La Rai ha perso leadership nella vita del Paese? I programmi che creano dibattito vanno in onda su altre televisioni?

«La Rai è e continuerà a essere leader nella vita del Paese e continuerà a contribuire alla costruzione dell’identità nazionale, consentendo ai cittadini di riconoscersi dentro una memoria che appartiene a tutti. Non mi pare affatto che Report, Presa Diretta, Far West, Agorà fino ad Avanti popolo non creino dibattito, anzi, direi il contrario».

Tuttavia, sembra che l’agenda sia dettata da programmi di altre televisioni. Per esempio, dopo il ritorno in tv di Beppe Grillo di qualche settimana fa, domenica papa Francesco sarà ospite di Che tempo che fa sul Nove. State pensando a qualche volto, a qualche giornalista che possa ridare leadership al servizio pubblico?

«La leadership del servizio pubblico non è in discussione tantomeno ora. Papa Francesco lo scorso 28 maggio per la prima volta ha visitato uno studio televisivo, partecipando a una trasmissione Rai. Lo scorso primo novembre il direttore del Tg1 ha realizzato una lunghissima intervista con il Pontefice».

Avete un po’ subito la perdita di alcuni volti importanti e rappresentativi come Fabio Fazio o Bianca Berlinguer? Si poteva contrattaccare come fece Biagio Agnes quando chiamò Celentano per rispondere al passaggio di Pippo Baudo e Raffaella Carrà a Canale 5?

«Erano altri tempi e Biagio Agnes un gigante. Comunque, Monica Maggioni, Francesco Giorgino, Geppi Cucciari e il ritorno di Renzo Arbore e Pippo Baudo oltre ai possibili arrivi di Piero Chiambretti e Massimo Giletti mi paiono una risposta della Rai interessante».

A quanto si legge Massimo Giletti è già rientrato: c’è un progetto che lo vedrà nuovamente protagonista?

«Stiamo lavorando. Le idee non mancano».

(Qui avrei voluto chiedere: Ci può anticipare quella più interessante?)

Pino Insegno al Mercante in fiera e Nunzia De Girolamo con Avanti popolo sono due tentativi di «riequilibrio» non riusciti?

«Nel primo caso la fretta e un posizionamento sbagliato non hanno reso giustizia a un artista con 40 anni di lavoro e importanti successi realizzati. Il format di Avanti popolo aveva necessità di tempo per affermarsi in una giornata, il martedì, difficilissima, e con Nunzia, bravissima conduttrice come si è visto a Ciao maschio ed Estate in diretta, pronta a reinterpretarsi in una veste nuova. In entrambi i casi una pretestuosa e preventiva campagna stampa e politica ha sicuramente contribuito a rendere più difficile il loro lavoro».

I palinsesti autunnali sono stati preparati in poco tempo, quali sono le idee di punta di quelli dell’inverno-primavera 2024?

«In considerazione dei positivi risultati di ascolto, assieme al direttore generale Rossi abbiamo ritenuto di andare, in gran parte, in continuità con gli attuali e in aggiunta la programmazione dedicata ai 70 anni della Tv, celebrati a partire dal 3 gennaio».

In realtà, nel 2023 si è registrato il sorpasso nell’ascolto medio giornaliero di Mediaset sulla Rai.

«Lei dice? Bisognerebbe fare un ragionamento molto articolato e complesso. Posso solo dirle che se si considerano le generaliste Rai mantiene la leadership. Non andrebbe mai dimenticato che la Rai ha meno canali del maggiore competitor e soprattutto canali che non sono commerciali, ma di servizio pubblico».

(Qui avrei voluto sottolineare che da tempo «la Rai ha meno canali del maggiore competitor», ma finora il sorpasso non si era verificato. Inoltre, non si può trincerarsi dietro la funzione di servizio pubblico e contemporaneamente chiedere l’innalzamento del tetto di raccolta pubblicitaria come l’azienda si accinge a fare)

Fiorello è il più grande intrattenitore italiano, uno che andrebbe tutelato dall’Unesco come patrimonio del buonumore, ma la sua cifra è la leggerezza: in questo clima serve anche qualcuno che mostri capacità di indirizzare l’agenda anche con altri linguaggi?

«Fiorello, come amo dire, è unico e irripetibile ed è difficile parlare di personaggi in grado di reggere il passo con altri tipi di linguaggi. Questa prossima stagione il compito sarà affidato a titoli di fiction e documentari di altissimo livello e siamo certi di importanti risultati di ascolto».

Ne ha in mente qualcuno in particolare?

«I titoli sono tanti, così come le produzioni che offriremo, tutte di altissimo livello».

Come tutti gli anni la Rai riguadagnerà centralità con il Festival di Sanremo. Amadeus ha detto che la politica non deve entrare all’Ariston: visti i trascorsi, è da considerare un avvertimento o un pentimento?

«Io non posso rispondere del passato. Nel caso del festival 2024 la politica non è e non deve essere all’ordine del giorno. Poi, ogni cantante, ospite, co-conduttore ha la propria storia e la propria identità».

(Lei che cosa si aspetta dal prossimo Festival?)

Cosa c’è di concreto nei contatti con Piero Chiambretti e Barbara D’Urso?

«Con Chiambretti c’è una trattativa in corso, che mi auguro si chiuda presto. Con la D’Urso nulla, non la conosco».

Cosa c’è di vero nell’accusa che viene fatta alla cosiddetta TeleMeloni di aver progettato una fiction filofascista?

«Innanzitutto, non esiste TeleMeloni, esiste la Rai Radio Televisione Italiana che quest’anno celebra i 100 anni della radio e del servizio pubblico e mai come ora è pluralista e rappresentativa delle identità culturali, politiche e di genere del nostro Paese. Non so quale fiction filofascista possa avere progettato Maria Pia Ammirati, direttrice Fiction dall’11 novembre 2020».

Quanto è sicuro che il faccia a faccia tra Giorgia Meloni e Elly Schlein andrà in onda sulle reti Rai?

«Non lo sappiamo, e comunque sarebbe logico che fosse ospitato dalla rete ammiraglia Rai».

Chi potrebbe condurlo?

«E se fosse una giornalista? Quando sarà il momento prenderemo la miglior decisione possibile».

(Quindi la vostra candidata è Monica Maggioni?)

Nel mondo dell’informazione in generale nota una certa ipersensibilità derivante dal fatto che si vorrebbe che la Rai suonasse sempre il solito spartito?

«Nel mondo della disinformazione, vorrà dire. Chi afferma che la Rai perde ascolti, che i tg e in particolare il Tg1 va male, che io e Rossi siamo ai ferri corti, dice il falso. Nel tentativo, fallito, di delegittimare gli attuali vertici che hanno l’obiettivo di ridare lustro, immagine e orgoglio alla Rai. E soprattutto di rendere l’azienda libera e plurale con quel riequilibrio reso necessario da una visione passata miope e di parte».

 

La Verità, 12 gennaio 2024

 

«Ho vissuto in caserma, mi batterò per le divise»

Quando risponde al telefono, reduce da una giornata di campagna elettorale a Bari, Rita Dalla Chiesa t’inonda con la sua energia: «Sono travolta, i giornali stanno scrivendo di tutto». Ma dopo un attimo spunta l’amarezza: «Internet è una cloaca, mia figlia mi ha impedito di andare sui social. Quando le disobbedisco ci trovo certe cattiverie, ingestibili per la mia testa».

Quali cattiverie?

«Ci sono quelli che dicono che sfrutto il cognome di mio padre. Dopo 40 anni di lavoro senza raccomandazioni, certe parole feriscono. Hanno scritto che sono entrata nel partito che ha fatto uccidere mio padre. Non so come spiegarmelo, penso siano persone malate, magari provate dai due anni di pandemia. Nella mia vita ho sempre fronteggiato gli attacchi, ma queste malvagità mi fanno vacillare».

È sorpresa da tanto livore?

«Un po’ lo conoscevo perché sono sempre stata sui social. Mi sono tolta da pochi giorni, per evitare quest’odio… C’è anche qualcuno che non condivide la mia idea, ma mi dice lo stesso in bocca al lupo. Amo il confronto, ma l’odio scaricato su Silvio Berlusconi ora si riversa anche su di me perché ho lavorato a Mediaset e l’ho difeso».

Era accusato di contiguità con la mafia.

«È stato assolto da tutti i processi, sono stanca di ripeterlo. Fino a prima di entrare in politica nessuno lo accusava. Poi, siccome lo temevano per il suo carisma e le sue capacità, improvvisamente lo hanno ritratto come un sostenitore della mafia. A volte penso che se mi avesse candidata la sinistra e frequentassi l’Ultima spiaggia di Capalbio nessuno avrebbe detto niente».

Perché?

«Perché la sinistra controlla i media e può contare sugli intellettuali e i salotti. Conosco quegli ambienti, li ho frequentati. Ho visto le case, le barche, i patrimoni. Per loro la destra è una realtà da cancellare. Invece io credo che si possa confrontarsi civilmente».

Candidata alla Camera nell’uninominale di Molfetta e come capolista nel proporzionale a 74 anni: signora Dalla Chiesa, lei è una donna avventurosa?

«Mi hanno dato una vita e provo a viverla fino in fondo. Anche alla mia età, adagiarmi non è nel mio carattere. Ero nel mondo dei carabinieri pieno di regole, ma mi sono separata in anni in cui era rarissimo. Oggi, più vedo ingiustizia nel tentativo di fermarmi, più trovo motivazione per andare avanti».

La sua candidatura ha sorpreso qualcuno?

«Quelli che, non conoscendo la mia famigliarità con la Puglia, pensano che sia una paracadutata. Invece ho molti legami, papà e mamma si sono conosciuti a Bari, ho vissuto in una caserma sul lungomare. Ho lavorato a RadioNorba e TeleNorba e ho un ottimo rapporto con il pubblico. Al Bano mi ha fatto conoscere il Salento, in Puglia vengo spesso in vacanza».

L’ha convinta Berlusconi?

«Avevo parlato con Licia Ronzulli e Antonio Tajani, ma quando hanno capito che stavo resistendo, mi ha chiamato Berlusconi».

Resistendo?

«Ognuno ha i propri limiti e sa fin dove si può spingere. Non sono una tuttologa».

In passato aveva già declinato la proposta di Berlusconi, invece stavolta?

«Ho accettato proprio perché amo la Puglia e qualcosa di piccolissimo spero di riuscire a farlo. Poi quando sei avanti negli anni ti vien voglia di metterti in gioco, di non delegare. La politica mi piace, o lo faccio adesso o mai più».

Aveva declinato anche l’invito di Giorgia Meloni a candidarsi sindaco di Roma?

«Non mi sentivo all’altezza, è giusto riconoscere i propri limiti».

Le dispiace che la miniserie Il nostro generale dedicata a suo padre interpretato da Sergio Castellitto sia stata posticipata?

«Molto. Purtroppo le regole sono queste… Da veri professionisti Castellitto e Teresa Saponangelo hanno voluto incontrarmi per parlare di mio padre e mia madre. E così anche i miei fratelli. Forse la Commissione di Vigilanza è stata più realista del re. Ma qualche anno fa avevano già spostato la fiction su Paolo Borsellino perché si era candidata la sorella. Se avessi saputo prima che la serie sarebbe slittata forse avrei riflettuto di più sulla candidatura».

Qualche anno fa non si era lasciata benissimo con Mediaset o sbaglio?

«Se si riferisce a Forum è passato un po’ di tempo. Con Videonews ho sempre ottimi rapporti, Paolo Del Debbio e Mario Giordano m’invitano spesso. Sono arrivata a Mediaset chiamata da Arrigo Levi che allora dirigeva un settimanale di attualità su Canale 5. Non mi ha cooptata Berlusconi, come molti dicono».

Però l’ha voluta in Forza Italia candidandola in un collegio blindato in Puglia.

«Se i collegi sono blindati lo si vede al momento dello spoglio. Sicuramente quello pugliese può essermi amico».

L’ha coinvolta come candidata antimafia?

«Ne ho parlato anche con Licia Ronzulli, le mie battaglie sono sempre state contro la criminalità e in difesa delle forze dell’ordine. La mia famiglia ha pagato per la lotta alla mafia. Però sono una donna libera, ho sempre portato avanti idee che ritengo non debbano essere appannaggio solo della sinistra, come alcuni diritti civili, la difesa degli animali».

Ne ha parlato con suo fratello Nando?

«È la prima persona che ho chiamato. Nando e mia sorella Simona mi hanno detto la stessa cosa: “Se è una proposta che ti stimola e nella quale puoi rimanere te stessa, perché no?”. In Forza Italia tante persone la pensano come me. Sembra che alcune battaglie siano monopolio della sinistra, ma non è così».

Per esempio, quali?

«La difesa dei gay: per me non dovrebbe esistere neanche la parola. Esiste l’amore ed esistono le persone. Oppure essere di Forza Italia vuol dire essere razzisti e omofobi, come dicono certi soloni della sinistra?».

Su quali temi pensa di impegnarsi?

«Sono nata e cresciuta in caserma e vorrei promuovere la tutela delle forze dell’ordine. Conosco la fatica non solo fisica e la difficoltà di carabinieri, poliziotti, finanzieri, vigili del fuoco a mantenere le loro famiglie con stipendi miserrimi. Mancano i fondi e i mezzi per raggiungere i luoghi più sperduti del Paese. Spesso le divise devono comprarsele loro. Eppure vengono additati come il male. Mi batterò perché siano protetti dalla politica e dalla magistratura».

C’è un’emergenza sicurezza nelle città italiane?

«In alcune città sicuramente sì. Se non lasci intervenire le forze dell’ordine per timore di quello che potranno dire i giornali questa insicurezza durerà a lungo. Lo stesso se fai uscire dopo due ore un malvivente colto in flagrante. Ci vuole rispetto anche per il poliziotto che per arrestarlo ha lavorato e rischiato. In difesa delle donne vorrei una magistratura più vigile, che intervenisse alle prime denunce, non solo dopo che il violento ha colpito e magari ucciso, come abbiamo visto in questi giorni».

Come valuta i dati diffusi dal Viminale che parlano del 39% di reati di violenza sessuale commessi da extracomunitari?

«Quando li accogliamo dobbiamo dare loro anche la possibilità di una vita normale e civile. Se vivono in strada, da emarginati, si espongono alle opportunità offerte dalla criminalità, diventando potenzialmente violenti. Non credo che nei loro Paesi si comporterebbero così».

Purtroppo una vita normale è una possibilità per pochi di loro, ma sempre i dati del Viminale parlano d’ingressi in costante aumento.

«Ha assolutamente ragione Salvini, con lui ministro degli Interni gli sbarchi erano diminuiti. Purtroppo, molti di quelli che sono già qui non hanno trovato il riscatto sperato. Vivono nei container o in certi casermoni delle periferie dove l’unico modo per sopravvivere è lo spaccio e la malavita. Anche in questo caso una presenza più attiva delle forze dell’ordine aiuterebbe a contenere il problema».

Il meccanismo della campagna elettorale è alimentare la paura dell’uomo nero?

«Non si parla di programmi. Il centrosinistra non mi pare proponga dei contenuti, l’unico scopo è tenersi la poltrona, a prescindere dal partito. Almeno la destra quella è e quella rimane. A sinistra, una mattina sono alleati in due, il giorno dopo in tre per paura di perdere. Anche se poi, come abbiamo visto, pure perdendo governano».

Cosa pensa del post di Chiara Ferragni sul pericolo di non poter abortire se vincerà la destra?

«La Meloni ha già risposto: c’è una legge approvata tanti anni fa. Raschiano il fondo del barile pur di attaccare la destra».

Spaventare i cittadini sa di paternalismo?

«Ma gli elettori non sono dei bambini e sanno valutare. Non sono spaventati da ciò che potrà arrivare, ma da quello che già c’è: la crisi economica, i costi, gli aumenti delle bollette… I cittadini devono vivere non sopravvivere».

Le piacciono i manifesti di Enrico Letta che dividono il mondo tra rossi e neri?

«Li ho trovati ridicoli. Mi meraviglio che nessuno lo abbia fermato prima».

Se il centrodestra non vincerà nettamente Forza Italia potrebbe puntellare una maggioranza Ursula, con dentro tutti salvo Lega e Fdi?

«È un’ipotesi che al momento non prendo in considerazione. Ci penserò se dovesse succedere».

È l’ipotesi auspicata da Carlo Calenda che ha assorbito due ministre di Forza Italia.

«È un’ipotesi sua. Non vorrei parlare di Mara Carfagna e Maria Teresa Gelmini. Penso che oltre la ricerca del potere ci sia la gratitudine e i problemi si possano sempre risolvere in famiglia».

Le è piaciuto il discorso di Mario Draghi al Meeting?

«Draghi è una persona che apprezzo. Ho visto un applauso caloroso, ma non ho capito se al Draghi che si congeda dalla politica o al Draghi che ci ritornerà».

Qualcuno ha sottolineato la sua insistenza europeista.

«Credo che l’Italia sia già abbastanza europeista di suo. Con tutto il rispetto per Draghi, non abbiamo bisogno di farcelo ripetere continuamente».

Chi sarà il candidato premier del centrodestra?

«Non ho la sfera di cristallo. Se dovesse essere Giorgia Meloni sarei contenta non perché è una donna, ma perché è una persona coraggiosa e corretta anche con gli avversari».

Il criterio è chi prende più voti?

«Sono lontana dalle alchimie della politica e spero di continuare a esserlo. Se il criterio fosse questo, probabilmente toccherebbe a lei».

Per Berlusconi sarebbe un boccone dolceamaro?

«Non sono nella sua testa, ma conoscendolo come un gran signore penso che le aprirebbe la porta».

 

La Verità, 27 agosto 2022

Alfredino, la serie che supera i limiti della fiction

Eravamo tutti con gli occhi fissi in quel buco nella terra dove Alfredino Rampi era scivolato il 10 giugno 1981, quarant’anni fa esatti, nei giorni dello scandalo della P2, della caduta del governo Forlani e del rapimento di Roberto Peci, fratello di Patrizio, primo grande pentito delle Brigate rosse. Erano queste le notizie che monopolizzavano i telegiornali, fin quando il disperato tentativo di salvare quel bambino precipitato nel ventre della campagna romana catalizzò l’intero Paese, prendendo il sopravvento sulle priorità istituzionali e le scalette dei notiziari. Anzi, asfaltò completamente il palinsesto della Rai, che dedicò a quel tentativo un’interminabile diretta, nella segreta speranza che si sarebbe risolta nel lieto fine. «L’Italia ha bisogno di una buona notizia», ripete il giornalista che per primo rivela cosa stia accadendo a Vermicino. Ma è proprio la conoscenza della tragica conclusione a rendere claustrofobica la visione di Alfredino – Una storia italiana, la serie in quattro episodi (21 e 28 giugno su Sky Cinema e in streaming su Now), realizzata da Marco Belardi per Lotus production e diretta da Marco Pontecorvo.

Raramente un evento così limitato nello spazio e nel tempo ha ipnotizzato e segnato in profondità la coscienza dell’opinione pubblica come avvenne in quei tre giorni. Man mano che passano le ore, a Vermicino convergono i pompieri, gli speleologi, i volontari, il personale medico, il presidente della Repubblica e un’enorme folla di curiosi, in un marasma che non favorì la lucidità degli interventi. Curando sceneggiatura, interpretazioni e ambientazione, e scegliendo, in accordo con i genitori di Alfredino, di non mostrarlo mentre era dentro il pozzo, in un certo senso la storia si scrive da sola. La prova di tutto il cast, nel quale spiccano Anna Foglietta (Franca Rampi) e Francesco Acquaroli (il capo dei Vigili del fuoco, Elveno Pastorelli), è certamente notevole. Ma la potenza dei fatti è così elevata che il compito degli autori (Barbara Petronio e Francesco Balletta) risulta paradossalmente facilitato. Mentre il regista, creando momenti di sospensione, riesce a trasmettere la trepidazione e l’altalena di speranza e sconforto collettivi.

Si è scritto che a Vermicino è nata la tv del dolore. E che, per merito dei genitori di Alfredino e volontà del presidente Sandro Pertini (Massimo Dapporto nella serie), nacque la Protezione civile (anche se formalmente venne istituita nel 1992). Di sicuro, Alfredino – Una storia italiana mostra che, di fronte a quei fatti, le distinzioni tra fiction e documentario sono superflue.

 

La Verità, 22 giugno 2021

Alla ditta Luisa&Luca van bene pure le sinergie

Con questi risultati bisogna dar ragione a Luisa Ranieri e Luca Zingaretti, nuova coppia dell’italica fiction. Il primo episodio di Le indagini di Lolita Lobosco, ispirate ai romanzi di Gabriella Genisi (pubblicati da Sonzogno e Marsilio), trasmesso domenica sera da Rai 1, ha ottenuto ascolti record: 31,8% di share, 7,5 milioni di telespettatori. Dire numeri «alla Montalbano», è fin troppo facile. Ma l’ombra di Zingaretti si stende fin dall’inizio sul successo di Lolita Lobosco. Fu proprio lui, infatti, a leggere le storie della Genisi e a bloccarne i diritti televisivi con la Zocotoco, la società di produzione che condivide con la moglie. Gli altri soggetti coinvolti nel progetto di Rai Fiction sono la Bibi Film Tv di Angelo Barbagallo e la Apulia Film Commission, attivissima come le altre consorelle del nostro Mezzogiorno. Non a caso la nostra fiction è tutta tra Napoli, la Sicilia, Matera e la Puglia.

Dopo anni al Nord, Lolita Lobosco torna nella Bari delle origini. Ma ritagliarsi credibilità come vicequestore per una donna che «ha la quinta di reggiseno» in un commissariato che pullula di uomini non è facile. Il copione però è questo: nella prima scena, mentre ritira dallo stendino un completo di biancheria intima, le mutandine le cadono nella piazza sottostante, dove scopre che qualcuno le ha rubato la Bianchina. Meno male che il fruttivendolo ambulante conosceva il padre contrabbandiere, così ora può scortarla in questura. Dove Lolita è pronta a interrogare l’ex fidanzato, che in gioventù l’aveva bruscamente lasciata, sospettato di stupro. Appena scagionato, i due si affrettano a recuperare il tempo perduto tra le lenzuola. Salvo esser svegliati dagli agenti perché sul capo dello sfortunato ex fidanzato ora pende il sospetto di omicidio. Nonostante il questore (Ninni Bruschetta) sia costretto a toglierle il caso, Lolita continuerà indomita le indagini, alternandole a serate in casa della sboccata madre (Lunetta Savino) e a sedute di jogging, inutili ai fini delle azioni di polizia nelle quali non rinuncia mai al tacco dodici.

Pur apprezzando lo sforzo, non si può non dire che la definizione del filone poliziesco giallorosa appare ancora lontana. Sceneggiatura e dialoghi risultano approssimativi. Tuttavia, visti i numeri, hanno indubitabilmente ragione Luisa Ranieri e marito. Comparsi sinergicamente in coppia anche nello spot per un marchio di pasta del primo break pubblicitario, che conteneva anche quello di una linea cosmetica caldeggiata da lei e il promo dei nuovi episodi del Commissario Montalbano. Alla fine, nella piazza sotto casa, Lolita ritrova pure la Bianchina…

 

La Verità, 23 febbraio 2021

La storia vera del Forteto sembra una serie distopica

Il Forteto. S’intitolava così la docu-serie in due episodi (martedì e mercoledì 22 e 23 settembre) proposta da Crime+Investigation, il canale 118 della piattaforma Sky che ripropone casi criminali, molti dai risvolti morbosi, della cronaca nera italiana e internazionale. Il Forteto è il nome della comunità agricola creata da Rodolfo Fiesoli e Luigi Goffredi a metà degli anni Settanta nella quale, per decenni, si sono consumati soprusi, violenze e turpitudini ai danni di minori e ragazzi disabili, giustificati da un’ideologia perversa che, grazie alle testimonianze di alcune delle vittime, ha portato alla condanna definitiva dei due fondatori e di altre 14 persone. Essendo la fama della comune già di suo particolarmente sinistra, il regista Sergio Manetti e gli altri autori non hanno avuto bisogno di aggiungere altre connotazioni per contestualizzare ciò che è accaduto nella fattoria di 500 ettari che ospitava fino a un centinaio di bambini dati in affido dal Tribunale dei minori di Firenze. Con un’inquietante somiglianza a vicende più recenti, in alcuni casi i ragazzi venivano convinti a parlare di violenze in realtà mai subite nelle famiglie d’origine. Ora bastano le testimonianze dirette dei primi ospiti e degli ex ragazzi a precipitarci nei gorghi di una comunità lager che pretendeva di sovvertire le leggi di natura, demolendo la famiglia tradizionale per esaltare quella «funzionale» in cui i bambini erano figli di tutti, i rapporti eterosessuali osteggiati, quelli omosessuali favoriti. Una comunità basata sul plagio dei più giovani e dalla quale era impossibile fuggire. Era il carisma malato di Fiesoli, intruglio di religiosità e comunitarismo, a persuadere uomini e donne che, sebbene sposati, dovevano dormire separati, concedendosi invece a lui per liberarsi dalla «materialità» dell’attrazione per l’altro sesso.

Alternati alle foto d’epoca, ai servizi dei tg, agli interventi del dibattito parlamentare del 2015 in seguito all’interrogazione presentata dall’onorevole Deborah Bergamini, i racconti degli ex ragazzi, profondamente segnati da quelle esperienze portano il telespettatore in una realtà vista solo in certe serie distopiche. Questa però non è fiction. Se gli autori hanno scelto di privilegiare le testimonianze dei protagonisti, tuttavia colpisce la totale assenza della ricostruzione del contesto di omertà e di connivenze politiche  e istituzionali che per decenni, anche dopo i richiami della Corte europea dei diritti dell’uomo, hanno impedito di fare luce su una situazione tanto scandalosa.

 

La Verità, 25 settembre 2020