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Berlusconi jr: «Voterò convintissimamente Sì»

Politica, televisione, finanza. È un Pier Silvio Berlusconi tuttocampista quello che parla ai giornalisti convocati per un bilancio complessivo a Cologno Monzese. Il complicato momento storico sia a livello internazionale che in casa nostra spinge l’amministratore delegato Mediaset a pronunciarsi senza inutili prudenze anche sull’imminente referendum sulla giustizia. «Da editore, non voglio eccedere nell’esprimere la mia opinione», premette. «Diamo voce a entrambi gli schieramenti, ma siccome sono anche un cittadino vi dico senza problemi che votare in questo caso è davvero importante, perché parliamo di una questione fondamentale per il futuro del nostro Paese. Io voterò convintissimamente Sì. Non per motivi politici, ma per motivi di civiltà e modernità. Considero il voto un passaggio importante per essere al passo con i tempi, per un Paese democratico, civile e moderno». È un endorsement nitido e pragmatico, come si addice a un grande imprenditore, basato su criteri di efficienza e modernità, che si aggiunge a quello, di qualche giorno fa, di Marina. Se, all’origine, non c’erano dubbi sull’orientamento dei figli, pur senza insistenze sulle storiche posizioni del padre e le sue battaglie per l’affermazione del giusto processo, colpisce quel «convintissimamente» di Pier Silvio. Che scoraggia eventuali obiezioni e si passa ad altro. «Dall’ultima volta che ci siamo visti», dice il presidente di Media ForEurope, «è scoppiata una guerra e poi un’altra: è una cosa terribile per il mondo e ha un impatto inevitabile sull’andamento dell’economia e sui media, soprattutto quelli che vivono di pubblicità». I primi tre mesi dell’anno «sono stati molto faticosi in Italia, Germania e Spagna, ma già a marzo ci sono segnali positivi. Oggi registriamo una graduale ripresa con un punto di domanda gigantesco legato alla guerra, che speriamo si risolva il prima possibile». Ciò che conforta il gruppo è il risultato del 2025 nel quale Mfe registrerà «un utile più che raddoppiato» rispetto all’anno precedente quando aveva raggiunto un utile di 138 milioni. «Sapevamo che il 2025 è stato straordinario, ma se mi avessero detto questo risultato a inizio anno non ci avrei creduto», spiega Berlusconi jr, che non può dettagliare troppo perché il bilancio si chiuderà il prossimo 15 aprile. Sul fronte della Borsa, «la caduta dei titoli media e quindi del nostro negli ultimi giorni, dopo la guerra, c’è: non dico che ci preoccupa, ma non è una bella cosa», ammette l’ad e presidente di Mfe. «Il mercato guarda sempre avanti e oggi ovviamente c’è grande incertezza, ma non abbiamo nessun elemento che ci preoccupa per questioni interne a Mfe, se non la questione della guerra e il fatto che la televisione in genere è fortissimamente sotto pressione».
Capitolo Fabrizio Corona: «Non abbiamo voglia di perdere tempo: di fronte a menzogne, insulti e odio gratuito, l’azienda a un certo punto si è dovuta difendere», taglia corto. Nessuna critica, invece, a Fiorello sebbene abbia concesso spazio all’ex re dei paparazzi. «Ho modo di ascoltarlo poco, ma con lui ho un rapporto molto bello e zero da dire su ogni cosa che fa. L’unica critica che posso muovergli è che dovrebbe venire a fare tv da noi», scherza Pier Silvio. Sul futuro di Alfonso Signorini, invece, non sono arrivate indicazioni perché «c’è un procedimento giudiziario in corso e ne aspettiamo l’esito. Ultimamente non l’ho sentito, ma non lo sento da molto prima che partissero le questioni che riguardano anche la magistratura». L’azienda ha apprezzato che si sia autosospeso e quanto alle verifiche interne sul casting del Grande Fratello «non c’è niente da dire, vedremo dove portano le indagini della magistratura, ma zero assoluto che coinvolgano parti nostre». L’esordio della nuova stagione del reality è stato inferiore alle attese? «Diamogli tempo, è troppo presto per emettere un verdetto. Non sono riuscito a vedere la prima puntata, ma so che Endemol, titolare del format, ha fatto un grandissimo lavoro e abbiamo deciso di andare avanti perché il Gieffe è centrale nella storia della tv moderna. I risultati che voi considerate mediocri, considerata la ricchezza della tv attuale, a noi vanno più che bene. Un Grande fratello ci sta, anche senza i numeri di una volta, che non ci sono più».
Chiusura con un paio di notizie sui palinsesti futuri. Una collaborazione con Panariello, per un evento in autunno in tre serate su Canale 5, e il progetto di un film sulla vita di Carlo Acutis. Quanto al futuro di Striscia la notizia «siamo in pausa. A brevissimo parlerò con Antonio Ricci e capiremo come orientarci e di che progetti parlare». Buon lavoro a tutti.

 

La Verità, 19 marzo 2026

«Striscia» che non striscia è più varietà che denuncia

Mica facile trasformare una striscia quotidiana in un appuntamento settimanale. Striscia la notizia in prima serata su Canale 5 è (dev’essere) un’altra cosa rispetto alla rubrica sincopata dell’access prime time. Antonio Ricci dice che «l’esperimento è riuscito» e ha ragione perché le insidie nascoste in quello che sembra solo un cambio di orario non sono da sottovalutare. Meno ritmo, meno pressione, anche meno aggressività. Si sceglie una metrica diversa, più colloquiale (giovedì, ore 21,53, 2,8 milioni di spettatori, share del 18,3%). Per l’occasione, la coppia regina Ezio Greggio e il pro Pal Enzo Iacchetti indossa lo smoking e la denuncia lascia campo libero agli stacchetti della band di Demo Morselli e alle irruzioni delle sei veline. Soprattutto servono le partecipazioni «da prima serata». Maria De Filippi sta al gioco nei panni della vendicatrice recapitando, con l’inflessibile Tina Cipollari e Giovannino, le cacche a chi parcheggia negli stalli riservati alle persone con disabilità. Chiamato in scena in vari ruoli, Alessandro Del Piero conferma la disinvoltura davanti alla telecamera già colta da Sky che ne ha fatto il suo testimonial principale. Altro ospite da primissima serata è Fiorello, destinatario del Tapiro d’oro dell’amico Valerio Staffelli con l’originale motivazione di non essere tirato in ballo in nessuno scandalo, e chissà se è davvero motivo di vanto la conferma di Fabrizio Corona. Comunque sia, si spreme a fini di audience la disponibilità dello showman siciliano («Siamo in prima serata su Canale 5») e del sodale Fabrizio Biggio, raddoppiando i collegamenti per la tapirata.
Tempi dilatati, si diceva, e con i superospiti prende il sopravvento il varietà. La satira si limita a un paio di bonarie caricature di Sergio Mattarella, da perfezionare come pure la rubrica «Striscia criminale». E anche i servizi di denuncia sono più morbidi. Luca Abete stana alcuni neomelodici, con i loro discutibili testi, alle feste di compleanno di bambini. Con la candid camera alla Nanni Loy si spia il senso civico dei passanti del centro di Milano, provocato da un giovanotto che maltratta la (finta) madre. Il servizio più originale è quello da Madrid di Francesco Mazza dove squadre d’intervento private di «desokupas» sfrattano, per conto dei proprietari, gli occupanti abusivi di case, supplendo a un compito che, con buona pace di Ilaria Salis, dovrebbe essere delle forze dell’ordine.
I dosaggi tra intrattenimento, denuncia e satira cambiano; mica facile trovare il mix giusto.

 

La Verità, 24 gennaio 2026

Porta a Porta database della storia recente

Ufficiale, (auto)celebrativo, istituzionale: non poteva che essere così lo Speciale Porta a Porta – Trent’anni della nostra vita, in prima serata su Rai 1 (, mercoledì, ore 21,45, 950.000 telespettatori, 7,1% di share). Per l’occasione c’è anche la band, ma il talk show di Bruno Vespa, autorevolmente ribattezzato «terza camera del Parlamento», emana quell’aura di istituzionalità che gli conferiscono le doti di navigatore di lungo corso del suo conduttore: «Buonasera, sono entrato in questo Centro di produzione della Rai a Roma all’inizio del 1969, dopo aver vinto il concorso nazionale per radiocronisti e telecronisti. Qui ho diretto per quasi tre anni il Tg1 e da qui, il 22 gennaio 1996 con Porta a Porta cerchiamo di raccontare l’Italia e il mondo». È l’ambizione del giornalista e anchorman che, con un timbro persistente di moderazione, ha mantenuto inossidabile il suo profilo di autorevolezza ed equilibrio. Alcuni grandi momenti di svolta della vita politica del Paese sono avvenuti nello studio con le poltroncine bianche di Porta a Porta, una su tutte la stipula del contratto con gli italiani di Silvio Berlusconi. «Nove presidenti del Consiglio su 10 sono stati ospiti del programma», sottolinea con orgoglio il conduttore. Gli auguri per la ricorrenza arrivano da ogni parte, «anche noi non potevamo mancare al programma che ha messo a nudo la politica italiana, l’Onlyfans del giornalismo», compensa Fiorello la formalità inevitabile di queste occasioni commemorative. L’incursione dello showman è una scarica di adrenalina prodotta dall’intelligenza artificiale: Bruno Vespa s’impenna sulla vespa e sulle note di Vespa special dei Lunapop. Fiorello introduce l’ingresso di conduttori e cantanti, da Mara Venier a Valeria Marini, da Al Bano a Carlo Conti, da Iva Zanicchi a Milly Carlucci per il momento amarcord del servizio pubblico e della cultura «nazionalpopolare». Ma la vera sfilata inizia con i leader di tutti i principali partiti, dopo i ringraziamenti, gli omaggi e gli auguri, su tutti quelli, non formali, di papa Leone XIV. Al fianco di Vespa, Enrico Mentana aiuta il rimbalzo dagli spezzoni di archivio all’attualità problematica interna e internazionale in una specie di ritorno al futuro della politica e del giornalismo. Vespa vanta le grandi interviste, i viaggi nei luoghi dei conflitti, da Ground zero a Kyev, e i plastici legati alla cronaca più tragica, da Cogne ad Avetrana a Garlasco. L’ambizione è essere il database della storia e della memoria recente del Paese. Auguri anche da noi.

 

La Verità, 23 gennaio 2026

La7 e Mediaset «credono» alla fake di TeleMeloni

Poi dice che uno si butta sullo sport e le serie tv. Che altro ci sarà da guardare in televisione, ora che è stato sollevato il lenzuolo dalla programmazione della prossima stagione di Rai, La7 e Mediaset. Et voilà, novità tendenti allo zero. Fantasia latitante. Salvo rare e apprezzabili eccezioni, perché davvero proprio non si poteva fare diversamente, formule e format sono stati in gran parte confermati. La televisione che verrà sarà deprimente come quella che se n’è appena andata. Il telespettatore che si nasconde in noi è sconfortato. Dovrebbe guardare talk show vocianti con esponenti politici di terza fila mischiati a tuttologi ed esperti che surfano dall’emergenza sanitaria a quella bellica fino a quella climatica? Dovrebbe sintonizzarsi su programmi di approfondimento che in realtà sono ciclostilati di propaganda antigovernativa a prescindere? Oppure varietà ridanciani e cheap con il solito giro di ospiti, anch’essi, a loro volta conduttori o ex conduttori di programmi della medesima scuderia di agenti, quando non della medesima rete tv, in tournée promozionale? O forse il telespettatore medio dovrebbe essere soddisfatto dei morbosi contenitori di cronaca nera che riempiono i pomeriggi delle reti ammiraglie? O magari delle rubriche di gossip e infotainment sugli amorazzi transeunti dei divetti dello showbiz. O dei reality epidermici utili a promuovere mezze figure o a riciclare personaggetti in caduta libera, eppure inflazionatissimi e sovraespostissimi nei primetime delle tv commerciali? ChiareFerragne, DiletteLeotte, AndreiPennacchi, Elodie e Mahmood, StefaniMassini, StefaniFresi, RobertiBurioni, PiniInsegni, GiulieDeLellis, Luchi&Paoli, MassimiGiannini, GeppeCucciare, PaoliConticini, SareManfuso, OscarFarinetti… ci vorrebbe un altro Rino Gaetano in grado di aggiornare con un nuovo capitolo il catalogo della sua strepitosa Nuntereggae più. In assenza, si mette mano al telecomando e si cerca la via di fuga. Appunto, sport e serie tv. In acronimo: S&St. Stop, con rare eccezioni. Gli altri acronimi, Ts&R (Talk show e Reality), oppure VI&G (Varietà, Infotainment e Gossip), hanno ampiamente stancato.
Insomma, personalissima abitudine, la tv generalista non si guarda più, salvo eccezioni.
Ma andiamo con ordine.

Altro che TeleMeloni

Il 27 giugno scorso, un venerdì nel quale i giornaloni rifrangevano i lustrini dei Bezos convolati a nozze sul Canal grande, la Rai ha presentato la sua collezione autunno-inverno 2025/2026. Ci si aspettava l’epocale annuncio di un programma affidato alla reietta Barbara D’Urso. Era la notizia tanto attesa. Invece, nisba. Delusione serpeggiante fra gli addetti al pissi pissi. Barbaria (copy Dagospia) avrà forse qualche ospitata. O magari gareggerà a Ballando con le stelle. Per il resto, spulciando le cronache, si scopre Whoopi Goldberg guest star della soap Un posto al sole, Kevin Spacey bentornato protagonista di una sit com su Raiplay e l’immancabile serata evento pedagogica di Roberto Benigni che, magari con Sergio Mattarella in prima fila, ci racconterà San Pietro. Detto che l’innesto più o meno estemporaneo di tre attori non fa linea editoriale, va aggiunto che, oltre alle conferme di prammatica (Carlo Conti, Antonella Clerici, Milly Carlucci, Stefano De Martino, Marco Liorni e Francesca Fagnani), si registrano soprattutto alcune defezioni. Non che si perda chissacché con la fine di Citofonare Rai2 della coppia Paola Perego Simona Ventura – quest’ultima passa a Mediaset per condurre Il Grande fratello dei Nip. O con lo spegnimento di Epcc dell’eterno giovane Alessandro Cattelan, anche lui in rotta verso Cologno Monzese. Di buono c’è che Viale Mazzini non ha le porte girevoli e ai segnali di pentimento di Amadeus e Flavio Insinna, transfughi un anno fa da TeleMeloni, ha opposto un netto «la Rai non è un albergo». Purtroppo, e paradossalmente, segnali di vero telemelonismo non se ne sono visti. Almeno ci si sarebbe potuti dividere; si sarebbe litigato, discusso, polemizzato. Niente. Un grigiore avvilente. Con la discussa eccezione di Affari tuoi («un game al limite del gioco d’azzardo», secondo Pier Silvio Berlusconi) ci si chiede se nella Rai di questi anni si sia imposto un titolo, un volto, un format che abbia lasciato un segno degno di nota nelle abitudini dei telespettatori? Deserto. Unica possibile àncora di salvezza, Rosario Fiorello e la sua squadra.

Propaganda d’opposizione

L’inesistenza di qualcosa che possa davvero chiamarsi TeleMeloni risulta doppiamente divertente perché gli altri editori si sono strutturati per contrastare quella che si è rivelata una colossale fake news. Secondo tradizione, La7 ha presentato la nuova stagione all’Hotel Four Season di Milano. Anche qui, tante conferme e minuscole novità. Il presidente Urbano Cairo ha sottolineato il carattere indipendente della rete e rivendicato la plausibilità di una quota di canone per il servizio pubblico al quale assolve. Richiesta che è apparsa un filo sopra le righe. Se fino a qualche anno fa, quando il tg di Enrico Mentana e le sue maratone influenzavano effettivamente il palinsesto tale provocazione poteva risultare ragionevole, oggi che con i vari Otto e mezzo, La torre di Babele, DiMartedì, Piazzapulita e Propaganda Live, la linea editoriale è spiccatamente militante, questa richiesta suona velleitaria. Chissà se le paturnie trapelate ai vertici del tg siano dovute all’avvolgente contesto propagandistico del canale. Per dire, Federico Rampini, l’unico conduttore che non ha issato l’antimelonismo sul frontespizio delle sue inchieste, si sposterà su Canale 5. A La7, infatti, per non lasciare spazio a dubbi, oltre alle conferme di tutta la linea – salvo il quiz preserale In Famiglia di Flavio Insinna, cancellato – le novità del prossimo anno saranno l’innesto di Roberto Saviano con sei ritratti di personaggi della criminalità, le Lezioni di mafie di Nicola Gratteri e una serata speciale sulla storia della P2 affidata all’attore Fabrizio Gifuni, ispirato dall’ex pm di Mani pulite Gherardo Colombo. Un pizzico di telemagistratura non guasta mai.

Ravvedimenti e alternative

Anche le reti Mediaset hanno scartato verso sinistra per compensare la presunta correzione a destra di Viale Mazzini. È un processo iniziato un paio di anni fa, con gli innesti di Bianca Berlinguer e di Myrta Merlino. La quale, sostituita da Gianluigi Nuzzi a Pomeriggio 5, si prenderà un anno sabbatico in attesa di nuove idee. Si sa come vanno queste cose: salvo i conduttori pifferai che si portano il pubblico da casa, raramente una tessera s’incastra felicemente nel nuovo mosaico. E comunque, «il retequattrismo non esiste», ha assicurato Mauro Crippa, responsabile dell’informazione della casa. Forse no, perché da Nicola Porro, al quale verrà affidato anche il preserale Dieci minuti dopo il Tg4, alla striscia di Paolo Del Debbio alle inchieste sul campo di Mario Giordano ci sono parecchie sfumature di differenza. In ogni caso, partendo dalla chiusura di certi inguardabili reality («i programmi più brutti che abbia mai visto», Berlusconi jr. dixit) e arrivando al Risiko del già citato Rampini su Canale 5, al programma di retroscena politici di Tommaso Labate fino al ritorno in video di Toni Capuozzo con dei ritratti dei grandi del Novecento, si nota un certo, salutare ravvedimento. Insomma, qualche eccezione in attesa di conferma forse s’intravede.
Nel frattempo, ci si può consolare con il torneo di Wimbledon su Sky, il finale di stagione della strepitosa MobLand su Paramount+ prodotta da Guy Ritchie e la terza pluririnviata stagione di Teheran su Apple Tv+. Qui si va sul sicuro.

La Verità, 11 luglio 2025

Una Rai in mezzo al guado scommette su De Martino

In difesa sul fronte dell’intrattenimento, stuzzicante nella fiction, incline all’azzardo nell’informazione. Potrebbe essere questa la sintesi della prossima stagione Rai, un’azienda ancora in mezzo al guado. Per descrivere la Rai come la si è percepita ieri alla presentazione dei palinsesti 2024-25 al Centro di produzione di Napoli, con tutto lo stato maggiore schierato, le immagini da realtà incompiuta si sprecano. Con molto dispiacere dei giornaloni e di quei docenti che insufflano presunti e facilmente smascherabili rapporti Ue sullo stato dell’informazione del servizio pubblico, lo schema di TeleMeloni risulta ampiamente obsoleto. E, per certi versi, se parlassimo di un progetto di alto profilo, potrebbe essere persino un male perché, almeno, avremmo a che fare con una fisionomia, una personalità definita. Invece no, sembra di stare davanti a un’entità ibrida, sensazione acuita dai toni retorici e lievemente enfatici del video autocelebrativo («ci teniamo sempre per mano e continuiamo a crescere insieme guardando al futuro») che introduce gli speech dei dirigenti. Sarà perché le nomine della governance, con l’atteso avvicendamento tra l’attuale amministratore delegato Roberto Sergio e il direttore generale Giampaolo Rossi, sono state posticipate a dopo l’estate («e la Rai avrebbe bisogno di avere quanto prima i nuovi vertici», parola di Rossi); o sarà perché la stessa riforma che ha ridisegnato per generi la struttura produttiva, cancellando la suddivisione verticale per reti, è tuttora molto perfettibile prima di ammetterne l’inadeguatezza, sarà per tutto questo, fatto sta che, malgrado i 308 nuovi titoli e i 256 talent della squadra, le scommesse prevalgono sulle certezze. Cioè, in termini calcistici, se andrà tutto bene, si potrebbe pareggiare. Non tanto con la concorrenza («giochiamo due campionati diversi per mission aziendale e target di pubblico», si è ripetuto) quanto con la Rai del passato.

Terminata la lunga filippica, eccoci al dunque. Nell’intrattenimento, il primo obiettivo è tamponare la voragine di Amadeus, mai citato in due ore e mezza di comunicazioni. Le contromisure sono note: per sostituirlo al Festival di Sanremo si è pedissequamente scelto l’usato sicuro di Carlo Conti, evitando di considerare il coinvolgimento di Mina nella direzione artistica che, pur certamente complesso, avrebbe garantito un forte rimbalzo non solo mediatico (l’evento slitta nella settimana dall’11 al 15 febbraio per non sovrapporsi alla Coppa Italia). Alla conduzione di Affari tuoi, invece, viene promosso Stefano De Martino, il volto su cui Viale Mazzini punta parecchie fiches, se è vero che, senza averlo testato per il pubblico di Rai 1, gli è stato proposto un contratto di quattro anni, si dice a 8 milioni, con un’opzione per Sanremo, dopo le due edizioni affidate a Conti. Restando nell’intrattenimento, oltre alle conferme di tutti i programmi di punta, c’è quella del momento di pausa di Fiorello: «Lo sento tutti i giorni», assicura Sergio, «quest’anno non vuole fare altra tv, ma confido che per il 2025 lo tireremo via dal divano». Sembrano comunque scongiurate le ipotesi di un suo passaggio al gruppo Discovery e ci si augura che l’ad non debba pentirsi di aver proclamato che «non vedo la Nove concorrente della Rai». Al posto di Viva Raidue!, nella stessa rete e fascia oraria ci sarà Binario 2, un buongiorno all’Italia dalla Stazione Tiburtina di Roma, condotto da Carolina Di Domenico e Andrea Perroni ai quali, considerato il predecessore, si manifesta sentita solidarietà. Chi, invece, non lascia, ma raddoppia è Mara Venier che aggiunge la conduzione di Le stagione dell’amore, un dating dedicato alla terza età (sabato pomeriggio su Rai 1), all’intoccabile Domenica in. In ottobre su Rai 2 Teo Mammuccari sarà un comico Spaesato a Roma e, in dicembre, nel preserale della stessa rete, Renzo Arbore festeggerà con Gegè Telesforo i 70 anni della Rai.

Non dovendo metabolizzare addii eccellenti, la fiction sembra il genere meglio definito. Oltre alla quarta e ultima stagione dell’Amica geniale, le novità sono due miniserie di Rai 1 rivolte al pubblico meno giovane: Mike, interpretato da Claudio Gioè, dedicato ai 100 anni dalla nascita di Mike Bongiorno, e Leopardi – il poeta dell’Infinito che segna il debutto alla regia di Sergio Rubini. Altri titoli: Brennero, un crime ambientato a Bolzano in cui la caccia a un serial killer richiede la collaborazione fra ceppi etnici differenti, Sempre al tuo fianco, sei serate con Ambra Angiolini nel ruolo di responsabile delle emergenze della Protezione civile e, su Rai 2, Stucky, con Giuseppe Battiston nei panni di un commissario di provincia tratto dai romanzi di Fulvio Ervas.

Più incerta appare la linea degli approfondimenti. Detto di Serena Bortone che approderà a Radio 2 con un programma pomeridiano per la quale, ha sottolineato Sergio, «non c’è stata alcuna censura, né prima né ora visto che ha rifiutato due nostre offerte, una su Rai 1 e una su Rai 3», dopo il ritorno di Roberto Saviano con quattro serate di Insider il lunedì sera sulla Terza rete, si registra quello in pianta stabile di Massimo Giletti con Lo stato delle cose, un programma che intreccia faccia a faccia, piazze e filmati. Altri ritorni: Giovanni Minoli, con una striscia di Mixerstoria al mattino su Rai 3,e Maria Latella, nella seconda serata del martedì dove, con Amore criminale di Veronica Pivetti, si rinuncia definitivamente alla competizione con gli altri talk. Competizione che invece si spera di riaprire su Rai 2 al giovedì, storica serata di Michele Santoro, con le inchieste dell’Altra Italia di Antonino Monteleone. Auguri.

 

La Verità, 20 luglio 2024

L’asso nella manica della Rai: Mina a Sanremo

Il succo è questo. Mentre i dirigenti Rai sono alle prese con le tessere da rimpiazzare nel puzzle dei palinsesti e Urbano Cairo conta i risparmi del salvadanaio di La7, nella provincia televisiva italiana atterrano gli americani. La concorrenza, vien da dire, si fa un tantino più vivace. È la legge del libero mercato. Ma oltre che di risorse, un fattore tutt’altro che marginale, è questione di prospettive. Di orizzonti. Di ampiezza del pensiero. Forse è il caso di rimboccarsi le maniche e farsi venire qualche idea, come sembra stia avvenendo dalle parti di Viale Mazzini. Finora, con le piattaforme over the top c’era poco da duellare. Anche con loro il confronto era ìmpari. Ma, in fondo, si rivolgevano a segmenti di pubblico minoritario. I ceti più abbienti, le classi medio alte. Adesso no, gli americani di Warner Bros. Discovery sbarcano nella televisione generalista. Perciò, è stato facile buttarla in politica. Lo smantellamento della Rai. L’estinzione del servizio pubblico. TeleMeloni fa scappare le star. Ecco Fiorello, Federica Sciarelli, Sigfrido Ranucci già incolonnati dai giornaloni dietro ad Amadeus, il cui approdo a Discovery è stato ufficialmente annunciato ieri (collaborerà alla realizzazione di nuovi formati per l’intrattenimento e condurrà un programma di access prime time, forse I soliti ignoti, e due di prime time: un’operazione da 100 milioni di dollari in quattro anni). E poi, rastrellando qua e là, Barbara D’Urso, Belen Rodriguez eccetera. Insomma, una pesca a strascico tra i volti noti più o meno irrequieti del villaggio provinciale. Non è finita. Il gruppo cui fanno capo Nove, Real Time, Eurosport e alcune altre reti, sta anche per aprire la nuova sede a Roma per lanciare il polo dell’informazione, acquisendo La7 o arruolando Enrico Mentana.

Allarmismo e toni apocalittici hanno riempito paginate e ramificato nell’infosfera. Con il solito retropensiero: il governo delle destre fa crollare persino gli equilibri dell’etere. Ma questa narrazione ha conquistato il record di smentite. Fiorello: «Nessuno mi ha chiamato, il mio contratto è solo con il divano». Warner Bros. Discovery: «Non c’è alcuna trattativa in corso da parte del gruppo per l’acquisizione del polo giornalistico di La7». Mentana: «Non vado da nessuna parte. Non ho difficoltà a dire che il mio contratto scade il 31 dicembre del 2024. Quindici giorni dopo compio 70 anni, cosa mi metto a fare?». Quanto all’apertura della nuova sede, nella capitale Discovery ha già i suoi uffici attivi e funzionanti. Infine, a proposito dell’acquisizione di altre star, la pesca a strascico non è nello stile del gruppo. Semmai si ragiona su un innesto o una nuova collaborazione a stagione. Così è stato in passato con Barbara Parodi, Maurizio Crozza, Roberto Saviano, Virginia Raffaele. E poi un anno fa con Fabio Fazio, l’arrivo che ha impresso la svolta alla strategia del gruppo perché gli ascolti di Che tempo che fa hanno dimostrato che sul pianeta della tv generalista c’è vita e hanno convinto i dirigenti a proseguire nella politica di espansione. Ma «non è la rivoluzione d’ottobre», è solo mercato, «e lo dobbiamo vivere laicamente», ha suggerito il solito Mentana in un’intervista alla Stampa nella quale ha scremato la schiuma militante dalle cronache del caso.

Tuttavia, soprattutto vista da Viale Mazzini, una questione di prospettiva e di rilancio della tv pubblica esiste eccome. A breve dovrebbe avvenire il passaggio di testimone tra l’amministratore delegato Roberto Sergio e il direttore generale Giampaolo Rossi, si vedrà se semplicemente con uno scambio di ruoli. Si parla di un ritorno di Marcello Ciannamea alla distribuzione e di un accorpamento dell’Intrattenimento day time e prime time in un’unica super direzione, con il recupero alla gestione del prodotto di Stefano Coletta (scelta perfetta se si vuol rendere ancor più arcobaleno il palinsesto serale). Al di là di tutto, rimane sul tappeto la necessità di un progetto editoriale di ampio respiro. Come il caso di Amadeus insegna, le star non se ne vanno principalmente per una questione economica, ma perché cercano nuovi stimoli, nuove prove nelle quali cimentarsi. Per contro, non potendo vincere la guerra sul terreno dei cachet, la Rai dovrebbe provare a farlo sul fronte delle idee, dell’identità e dell’immaginazione. Nel 1987 quando in un colpo solo Pippo Baudo, Raffaella Carrà ed Enrica Bonaccorti migrarono a Canale 5, l’allora direttore generale Biagio Agnes chiamò Adriano Celentano affidandogli le chiavi del sabato sera di Rai 1. Chi c’era ricorda come andò. La Rai riconquistò il centro della scena e riprese a dettare l’agenda pubblica. Ma per farlo occorre un disegno editoriale. Che non è appena riempire le caselle lasciate vuote dagli abbandoni. Il problema di che cosa fare del Festival di Sanremo ci sarebbe stato comunque, anche se Amadeus fosse rimasto in Rai. Un conduttore di format preserale si può trovare. Un direttore artistico dopo cinque edizioni di successo con le ricadute sugli introiti pubblicitari, le case discografiche e la fruizione del pubblico giovane, è un filo più complicato. Serve un’idea, un guizzo, un colpo di teatro. Serve sparigliare il copione di un Festival a misura di disc-jockey ed emittenza radiofonica. Serve qualcosa che somigli all’irruzione di Celentano di oltre trent’anni fa. Nel 2019 l’allora amministratore delegato Fabrizio Salini aveva avuto la pensata giusta: Mina direttore artistico del Festival. Purtroppo non se ne fece nulla. Quando la signora della canzone italiana si disse disponibile a patto di avere carta bianca sullo spartito della manifestazione, i dirigenti Rai si dileguarono. Ecco. Pensare in grande vuol dire avere il coraggio di lasciare totale libertà di movimento all’artista più contemporanea di cui disponiamo. Un’artista che continua a studiare, ad ascoltare musica. Che, come dimostrano le collaborazioni della sua produzione recente, è aggiornata su tutte le novità della scena non solo italiana. Un’artista la cui (non) presenza all’Ariston sarebbe anche un grande colpo mediatico. In Viale Mazzini l’idea sta facendosi strada. Auguriamoci, stavolta senza retromarce.

 

La Verità, 19 aprile 2024

Angelina vince Sanremo. Geolier 2° e Annalisa 3ª

L’Amadeus V va in archivio. A meno di ripensamenti agostani, l’anno prossimo si cambia. E si fanno già i nomi dei possibili successori: da Carlo Conti a Paolo Bonolis a Milly Carlucci fino al duo Laura Pausini-Paola Cortellesi. Intanto si è chiusa l’edizione dei record di ascolti, ottenuti senza baci gay, sermoni arcobaleno e predicozzi vari. Ecco un abbozzo di bilancio.

Amadeus: 5 Direttore artistico, selezionatore musicale, conduttore, spalla di Fiorello. Arrivato al suo quinto Festival, è riuscito a preservarlo dalla politica. Meglio tardi che mai. Buona l’idea di privilegiare alcune testimonianze. Poi c’è stata l’imbarazzante partecipazione di John Travolta con il sospetto di pubblicità occulta. «Mi occupo della parte artistica e non di quella contrattuale», ha rintuzzato, suffragando l’ipotesi che la promozione delle sneakers sia avvenuta a sua insaputa. Insaputa recidiva che, dopo il caso Instagram-Ferragni, ne ridimensiona il profilo di professionista. L’ultimo giorno lo spiazza anche il successo di Geolier, fischiato dall’Ariston il suo primo posto nella serata delle cover. Lui, con scelta discutibile, lo ha voluto in gara, addirittura modificando il regolamento. Spaesato.

Assenze: 9 Le assenze che hanno giovato. Quest’anno sono mancati coloro che ormai sembravano abbonati a Sanremo. Achille Lauro e i Måneskin, l’ex capo dell’Intrattenimento Stefano Coletta, i Ferragnez e i siparietti Lgbtq+. Non si sono sentiti monologhi politici. E non si sono visti i grandi capi Rai in prima fila. Non essendoci, hanno fatto il bene del Festival. Brillanti.

Fiorello: 8 Neanche i migliori sono infallibili. Sempre geniale, salvo nella gag del Ballo del Qua qua da lui ideata, spartiacque negativo di questa edizione. «La gag più terrificante della storia della tv italiana», ha ammesso con stile. Poi ha rivendicato l’errore, ribaltandolo: «Non stava succedendo niente. Abbiamo dato da mangiare al Codacons, ai giornalisti, agli avvocati». E ancora: «Anche Sinner ha steccato un po’ di palle nella finale degli Australian open, ma poi ha vinto. Una gag venuta male su cinque giorni ci può stare». Già. Ha ballato con Lorella Cuccarini, duettato con Gianni Morandi. In assenza di Lucio Presta, si è improvvisato agente. E per lui il ciclo di Amadeus finisce qui. Imperdibile a Viva Raidue! Viva Sanremo! la lettura dei messaggi dei nottambuli sintonizzati. O l’ascolto di qualche telefonata che l’ha preso in contropiede: «Ciuri vai a dormire, che domani hai una giornata impegnativa». Era mamma Rosaria. Ciclone.

Dirigenza Rai: 4 Alle conferenze stampa si esibiscono direttori, capi e capetti. Florilegio di tecnicismi per illustrare i vari record. Risposte sovrapposte e contraddittorie. Come sul caso Travolta. Amadeus dice che l’attore non ha concesso la liberatoria del Ballo del Qua qua a posteriori, Federica Lentini, vicedirettore Intrattenimento, sostiene che il divo ha firmato un contratto «solo per la diretta». La Rai sta valutando la causa legale contro Travolta per pubblicità occulta. Ma sarebbe bastato che l’autore addetto alla cura del divo avesse oscurato il logo delle scarpe e ci si sarebbe evitati tutto il can can. Invece, le insistite inquadrature fanno pensare che la causa sia solo di facciata. Pletorica.

Angelina Mango: 8,5 Vincitrice morale. Reduce da Amici, il suo primo e unico tour s’intitolava Voglia di vivere. Quanta, nei suoi 22 anni. E quanta voce. Piena di colori, come le sue mise. Si è sbranata il palco, collezionando standing ovation. Non ultima quella dopo aver interpretato La rondine, complessa ballata scritta e cantata dal padre. La noia è una cumbia latina e sudamericana perfetta per la sua energia. «Mi sono annoiata tanto da piccola. Lagonegro è un paese di 5.000 abitanti che non offre tanti stimoli e così ho avuto tanto tempo da dedicare alla musica e alla famiglia. A me la noia è servita». Selvaggia.

Giovanni Allevi: 9 Il suo ritorno davanti al pubblico dopo anni di assenza a causa di un mieloma è il momento più toccante di questo Festival. «Quando tutto crolla e resta in piedi solo l’essenziale, il giudizio che riceviamo dall’esterno non conta più. Io sono quel che sono, noi siamo quel che siamo. Eppure sento che in me c’è qualcosa che permane ed è ragionevole pensare che permarrà in eterno», ha detto con le sue movenze da folletto, liberando da una cuffia la chioma riccia e imbiancata: «È liberatorio essere sé stessi». Poi ha suonato più «con l’anima che con il corpo» un brano al pianoforte. Struggente.

Break pubblicitari: 5 Più frequenti degli anni scorsi (con incremento dell’introito) ma uguali agli anni scorsi per intonazione pride. Stonati soprattutto gli spot di make-up: lei che bacia lui che bacia lei che bacia me. Poi c’è il bombardamento di promo di serie e varietà d’imminente programmazione. Alla settantesima apparizione di Riccardo De Rinaldis Santorelli per Mameli, il ragazzo che sognò l’Italia, ci si augura che una pallottola di moschetto lo secchi per sempre. Esasperanti.

Teresa Mannino: 6 Era stata perfetta, fino all’unico monologo delle cinque serate. Già in conferenza stampa aveva punzecchiato Amadeus per l’idea di far estrarre a sorte ai giornalisti gli abbinamenti cantanti-presentatori: «Lo so che ti sei inventato questo giochino con loro per tenerteli buoni ed evitare che scrivano cose cattive. Invece, voi dovete scriverle lo stesso» (partita persa, i giornalisti gli danno del tu: «Una domanda per Ama…»). Poi aveva riempito l’Ariston con personalità e leggerezza, giocando con il pubblico in platea e presentando a dovere. Tutto bene, fino a quella tirata sulle «formiche tagliafoglie» e Protagora. Ironico e leggero quanto si vuole, ma altrettanto prevedibile nei contenuti. Occasione mancata.

Lorella Cuccarini: 7,5 La sua partecipazione come co-conduttrice deriva da quella come ospite dell’anno scorso, quando impressionò per dinamismo e sensualità ballando La notte vola. Quest’anno si è ripetuta, raccontandosi anche con gli abiti che ha sfoggiato. Spigliata e professionale nelle presentazioni. «Non mi sento ospite, qui a Sanremo. Mi sento a casa». Spumeggiante.

Annalisa: 8 Vincitrice annunciata, tranne per una parte della Sala stampa tifosissima di Mahmood. Dopo il boom di Mon amour, è entrata all’Ariston con i favori del pronostico. La marcetta Sinceramente, orecchiabile e ben costruita, ha preso subito tutti. Ottima prova anche nella serata delle cover con Sweet dreams degli Eurythmics. Reggicalze in bella vista, ha fatto la differenza anche con il look. Mainstream.

 

La Verità, 11 febbraio 2024

 

Post scriptum Con La noia, Angelina Mango vince il Festival di Sanremo numero 74: «Siete matti!». A consegnarle la vittoria finale sono il voto della Sala stampa e delle radio che ribaltano il televoto che, col 60% delle preferenze, aveva premiato Geolier, classificatosi secondo. Annalisa è terza con Sinceramente.

Amadeus cade in uno spot occulto? Un’alTravolta…

Travolta da Travolta. E dai trattori. L’abbinata Tra-tra stende la Rai. Sicuramente mette a dura prova lo stato maggiore del Festival di Sanremo, schierato per la consueta conferenza stampa di fine mattina. Una delle più complicate e nervose degli ultimi anni. Imbarazzo, contraddizioni, approssimazione. Il caso, non solo di giornata, dell’ospitata del divo hollywodiano è già deflagrato da qualche ora. Non sono chiari i termini del contratto con John Travolta, il cachet e la reazione dell’attore all’inguardabile Ballo del Qua qua che lo stesso Fiorello ha definito «la gag più terrificante della storia della televisione». Soprattutto, montano i sospetti di pubblicità occulta del marchio di sneakers indossate dal divo durante l’esibizione. Una circostanza che, anche presumendo la buona fede, rivela una lunga serie di coincidenze.

Dopo le necessarie scuse per la mezz’ora di ritardo, l’avvio della conferenza è in salita. Quando Roberta Lucca, direttore Marketing, illustra con troppi tecnicismi gli ascolti della seconda serata (10,3 milioni di spettatori con il 60,1% di share), Teresa Mannino chiede: «Siamo a Sanremo o dove? Perché, o ci prendiamo troppo sul serio oppure io sono fuori posto». Mentre online lievita il caso, in sala stampa i giornalisti estraggono le palline con i nomi dei presentatori da abbinare ai cantanti in gara. Finalmente, dopo tre domande bucoliche, si va al dunque. Quanto è stato pagato Travolta e come rispondete al rifiuto di firmare la liberatoria del Ballo del Qua qua?

L’arrampicata sugli specchi dei dirigenti, con reciproche contraddizioni, ha inizio.

Amadeus, direttore artistico e conduttore del Festival: «A John Travolta era stato spiegato tutto quello che sarebbe avvenuto sul palco prima via mail, poi gli autori glielo hanno detto di persona. Era d’accordo, non abbiamo teso nessun tranello. Far fare a un mostro sacro qualcosa che non ha mai fatto è una cosa che appartiene alla storia della comicità. Lo possono fare in pochi e Fiorello è il nostro più grande showman. Poi mentre veniva realizzata la gag può esserci stata un’espressione un po’ stupita, su qualcosa che pensavamo che Travolta accettasse e che magari non ha più gradito. Ma non è un problema del Festival. È stato lui a contattarmi dalla Francia, proponendosi di venire. È nato tutto in pochi giorni».

La Rai è stata costretta a eliminare il video del ballo con conseguente perdita economica.

Federica Lentini, vicedirettore Intrattenimento primetime, contraddicendo Amadeus: «Travolta ha firmato un contratto con una serie di diritti, solo per la diretta».

Teresa Mannino, comica e co-conduttrice della serata: «Dobbiamo ricordarci che siamo colonia americana. Siamo sudditi. Arriva Travolta e fa quello che vuole, Amadeus manco se ne accorge preso dai balletti e dalle foto di suo figlio. Noi siamo coloni, dobbiamo stare zitti come dobbiamo stare zitti su tutto il resto».

La parte più delicata dell’affaire riguarda, però, la pubblicità occulta delle scarpe U-Power, marchio di cui l’attore è testimonial. Il Tar del Lazio ha appena sancito che la multa di 175.000 euro per pubblicità occulta del social Instagram realizzata nel Festival 2023 da Chiara Ferragni e Amadeus è corretta.

Marcello Ciannamea, direttore Intrattenimento primetime: «Presenteremo ricorso. Da noi Travolta ha ricevuto solo un rimborso spese basso. Non abbiamo fatto nessun accordo commerciale. Forse è intervenuto lo sponsor».

Si parla di un milione di euro. Ma la U-Power, azienda con sede in Brianza, sponsor del Monza calcio di proprietà della famiglia Berlusconi, rimanda la palla alla Rai: «L’attore, come noto, è testimonial dell’azienda dall’estate del 2023. La partecipazione al Festival di Sanremo è frutto di un accordo tra la Rai e l’attore del quale U-Power non è in nessun modo parte in causa. In merito ai contenuti della performance, gli stessi sono un tema di esclusiva competenza della direzione artistica del Festival di Sanremo».

Durante l’esibizione di Travolta le sneakers sono state ripetutamente inquadrate, con il logo non oscurato come avviene di solito in questi casi. Il Codacons ha presentato un esposto ad Agcom e Antitrust affinché aprano un’indagine formale.

Lentini: «Travolta è arrivato in camerino all’ultimo momento ed è entrato sul palco. Nessuno ha notato le scarpe, la cui marca non ci è familiare. È stato commesso l’errore di non oscurare le scarpe, ma l’inquadramento sui piedi è avvenuto perché, ballando, quella è l’inquadratura. Non c’era nessuna volontà di fare quell’inquadratura particolare. C’è un assistente che accompagna gli ospiti sul palco, forse per un motivo di soggezione non ha ritenuto di coprire con lo scotch il logo».

Striscia la notizia rivela che sul sito del brand la comparsata di Travolta al Festival è stata annunciata una settimana fa. La U-Power è un marchio di scarpe anti-infortunistiche, ma adesso vuole lanciare un modello Urban, proprio quello indossato all’Ariston dal protagonista di Pulp Fiction. «Fra poco le vedrete a Sanremo», ha postato sui social l’azienda prima dell’entrata sul palco dell’attore. Selvaggia Lucarelli segnala che in prima fila all’Ariston sedeva Franco Uzzeni, uno dei dirigenti, con ai piedi le sneakers della casa.

L’ultima, clamorosa, coincidenza riguarda il «Don’t worry be happy» (Non preoccuparti, sii felice ndr) rivolto da Amadeus a Travolta durante l’esibizione. È il titolo di una canzone di Bobby McFerrin ma, fa notare un collega, è anche il claim di uno spot della U-Power.

Mannino al conduttore: «Tu sei proprio sfigato». E poi ai giornalisti: «Ma no… sono le uniche parole inglesi che conosce».

Amadeus cambia visibilmente umore e poco dopo sbotta: «Mi pare che stiamo creando un caso che non c’è. Sta andando tutto bene, bisogna trovare a tutti i costi queste stronzate per polemizzare. Non so neanche la marca delle scarpe, come potete immaginare che io faccia promozione a un paio di scarpe di Travolta? Non ha preso 400.000 euro per venire a fare quella cagata. Sapeva tutto della gag, se poi ci ha ripensato non è colpa mia. Don’t worry be happy l’ho preso dalla canzone. Mica mi scrivono i copioni parola per parola».

 

La Verità, 9 febbraio 2024

Senza Coletta e Presta è Fiorello il «regista» di Ama

Quest’anno al Festival di Sanremo numero 74, anno quinto dell’èra Amadeus, si è finalmente capita la vera ripartizione dei ruoli. Ci sono un professionista e un fuoriclasse, protagonisti di una simbiosi perfetta. Il professionista è Amedeo Umberto Rita Sebastiani, direttore artistico e conduttore della kermesse, praticamente il testimonial della Rai di oggi. Il fuoriclasse, invece, è Rosario Tindaro Fiorello, showman, intrattenitore, artista dello spettacolo. In questo Amadeus five, la linea di comando è diventata improvvisamente più snella e operativa. Un po’ come avviene in certe società di calcio quando si riducono i dirigenti e finalmente allenatore e direttore sportivo non hanno troppi capi a cui rendere conto. A Sanremo, sparito Stefano Coletta, direttore dell’Intrattenimento primetime con il vizietto di mettere il naso sulle scalette, e dileguato Lucio Presta, il manager che procurava ospiti importanti ma orientati, sono rimasti loro due. Il selezionatore di canzoni e presentatore, padrone del palco sul quale muove collaboratori, ospiti e cantanti. E il talento artistico che, in un certo senso, come abbiamo scritto, dopo la separazione da Presta, è diventato il vero agente di Amadeus e il suggeritore dell’evento. L’intesa assoluta tra i due si giova anche del mandato di piena libertà concesso loro dagli attuali vertici (un anno fa c’era ancora Carlo Fuortes).

Prendiamo ieri sera. Con le esibizioni di solo metà delle canzoni in gara si sono aperti alcuni spazi grazie a Dio non per monologhi e prediche, ma per alcuni ospiti importanti. Il toccante racconto della malattia di Giovanni Allevi e l’esibizione di John Travolta, in occasione dell’imminente settantesimo compleanno. Mentre la partecipazione del pianista era già definita da tempo essendo nata proprio dalla frequentazione con Amadeus, l’incertezza riguardava che cosa fare con il divo hollywoodiano. L’ultima volta che venne all’Ariston, Festival 2006, la star di Grease si trovò a massaggiare i piedi di Victoria Cabello. In precedenza, ospite di Stasera pago io di Fiorello, aveva già riproposto i passi di ballo del Tony Manero de La febbre del sabato sera e, in altre occasioni, quelli del Vincent Vega di Pulp fiction. Dunque, che fare? «Fiorello mi ha detto di avere l’idea giusta», ha risposto Amadeus a precisa domanda in conferenza stampa. «È qualcosa che ancora non so», ha buttato lì. Difficile che davvero non lo sapesse. Più realistico che, come abbiamo visto, l’idea fosse farina di Fiore.

Di lui il direttore artistico si fida ciecamente perché ogni sua gag, ogni sua apparizione contiene il guizzo che dà plusvalore alla manifestazione. L’altra sera, sul lungo mantello che indossava davanti all’Ariston si leggeva: «Ama pensati libero, è l’ultimo». Un colpetto a Chiara Ferragni e un incoraggiamento all’amico per alleggerirne il carico. Poco più tardi si è presentato a sorpresa in platea per violare il patto di non salire fino a sabato sera sul palco, dov’è rimasto improvvisamente immobile come un avatar disobbediente dell’intelligenza artificiale. Intanto, dall’Aristonello, il vero Fiorello disconosceva il replicante impazzito. Poi, in piena notte, a Viva Raidue! Viva Sanremo! ha improvvisato un match di tennis con Marco Mengoni e letto i whatsapp di tutti gli amici nottambuli sintonizzati a quell’ora.

Le doti da grande intrattenitore dello showman siciliano sono note da tempo. Quelle da manager capace di leggere il contesto e le situazioni con lucidità lo erano meno. Invece, il nuovo Fiorello è anche capace di dare la linea cazzeggiando. Alla conferenza stampa di apertura del Festival, a un certo punto ha confessato: «Quest’anno non sta succedendo niente, l’ospite di sabato sera potrebbe essere il Codacons». Ecco perché Amadeus ha spalancato le porte dell’Ariston al movimento dei trattori. Serve un’intramuscolare di realtà per non restare confinati nella gara canora, per quanto di qualità. Le polemiche sono il sale di Sanremo e se mancano quelle c’è caso che gli ascolti ne risentano. Non è stato così finora (10,6 milioni di spettatori e 65,1% di share all’esordio) e questo Festival sta per fortuna riuscendo a dimostrare che si possono battere i record anche senza strappare foto di viceministri o simulare effusioni gaie in fascia protetta.

Invece domenica sera, in collegamento con Che tempo che fa, Fiorello aveva detto: «Questo è l’ultimo Festival, poi noi apriremo un profilo su Onlyfans in coppia, anche per rispetto del pubblico che non ne può più di Ama». Pur dette con tono leggero, sono parole di qualcuno che riesce a intravedere la conclusione di un ciclo e il rischio del rigetto. No, non apriranno una pagina su Onlyfans, Ama & Fiore. Più facile che realizzino un varietà insieme. «È un desiderio che l’ad Roberto Sergio ha manifestato qualche tempo fa», ha confermato Amadeus. «Ci piacerebbe, è possibile. Non c’è ancora l’intenzione», ha precisato. Se son rose, fioriranno.

Spegnendo le sirene di La7 e del gruppo Discovery che, pare, avrebbero delle mire su Fiorello.

 

La Verità, 8 febbraio 2024

 

Post scriptum A Viva Raidue! Viva Sanremo! Fiorello ha ammesso che la gag del ballo del qua qua con Travolta «è stata terrificante».Onore all’autocritica dello showman che stavolta ha floppato. Al punto che l’attore americano si è rifiutato di firmare la liberatoria per la diffusione della scena. 

La sala stampa non ci sta e tira Ama dalla solita parte

Niente da fare. Non si rassegnano. Un Festival di Sanremo non militante non può esistere. Meno che mai se non orientato dalla solita parte. Giornalisti, cronisti, critici e guastatori non si danno pace. Com’è possibile? Neanche uno straccio di monologo, un predicozzo, qualcosa che arruffi le platee e il benpensantismo gauchiste. Nemmeno un collegamento con, chessò, un Roberto Saviano. O un manifesto Lgbtq+. O una bella intervista a Nichi Vendola. Niente? Ma che Festival è? Eppure Amadeus l’aveva anticipato chiaro e tondo: è meglio se la politica sta fuori dall’Ariston. Detto per inciso, peccato averci pensato solo al quinto anno (magari per favorire la permanenza di Roberto Sergio, sagace spalla di Fiorello, sulla poltrona di amministratore delegato Rai). Comunque sia, il messaggio non è passato e la sala stampa ribolle.

Ieri, il capolavoro, dal suo punto di vista, l’ha compiuto Enrico Lucci, guastatore di Striscia la notizia. Interrompendo la serie di domande rivolte a Marco Mengoni debuttante nel ruolo di co-conduttore, ha chiesto al megadirettore artistico con la sua aria faceta da Tenente Colombo: «Teniamo la politica fuori dal Festival, ok. Ma ti puoi definire antifascista?». «Certo», ha abbozzato Amadeus, cosa poteva rispondere? «Anch’io», si è subito accodato Mengoni. «E allora fateci un accenno di Bella Ciao», ha incalzato Enrichetto. Attimo d’imbarazzo. «Qualche anno fa ho tentato di invitare due interpreti de La casa di carta», ha provato a deviare il discorso il conduttore. Ma Lucci non si è accontentato. «Dài, accennatela insieme». Così, Amadeus e Mengoni hanno intonato: «Una mattina mi son svegliato…», mentre buona parte della sala stampa ha subito accompagnato con battito di mani a tempo. «Per la gioia della Meloni», ha commentato Lucci. Il quale, va detto, innesca queste micce per goliardia oltre che per militanza disincantata.

Da due giorni si parla della presenza di una rappresentanza del movimento dei trattori a una serata della kermesse. Verranno? E quando? In un primo momento, la Rai ha smentito trattative ufficiali con esponenti della protesta. «Porte aperte», ha ribadito Amadeus. L’ipotesi più probabile è che il passaggio avvenga nella serata di venerdì, quella dei duetti. «Ma in ogni caso non sarà un comizio», ha precisato. Del resto, «quest’anno non sta succedendo niente, l’ospite di sabato potrebbe essere il Codacons», aveva gigioneggiato Fiorello, abituato a dire la verità anche quando cazzeggia. Insomma, per rompere la calma piatta, il Festival si attacca al trattore. «È un problema serio e importante che riguarda non solo l’Italia», ha chiosato Amadeus. «Ho detto di sì e rimango di questa idea. La fase successiva è che qualcuno contatti la Rai ed esprima il desiderio di essere presente».

Però, dài. I trattori sono roba troppo popolare e così poco glamour. Perciò, non ci si rassegna. E si prova in tutti i modi a colorare l’evento alla solita maniera. «Visto che ci è piaciuta Bella ciao, restiamo in quel mood», è intervenuto un collega di Fanpage, «se venisse qualche ragazzo di Ultima generazione accetteresti anche loro?». Amadeus ha dondolato il nasone: «Lo spazio a Sanremo non è illimitato. Ci sono tanti argomenti che sarebbero da trattare. Mercoledì avremo Giovanni Allevi con la sua testimonianza sulla malattia, giovedì Stefano Massini e Paolo Jannacci ci parleranno delle morti sul lavoro. L’Ariston non può essere un palco dove portare tante manifestazioni di protesta. I trattori sono un fenomeno europeo. Non ne faccio una questione politica, ma di persone. La politica poi sposa delle cause. Io ho fatto l’agrario, mi hanno detto di andare a zappare, lo so fare e so anche guidare il trattore. E so che si tratta di persone in difficoltà. Non sono contro qualcuno».

Insomma, respinti con perdite i tifosi dell’Ariston arcobaleno. Il fatto che quest’anno in gara ci sono trenta cantanti non andrebbe sottovalutato. Bisogna andare di corsa e già stanotte abbiamo avuto un assaggio dell’orario in cui cala il sipario. Non c’è spazio per prediche, invettive, moralismi e performance che non siano quelle canore, dei grandi ospiti o, al massimo, per i promo delle fiction della casa madre. Nemmeno, in assenza di Lucio Presta, l’agente da cui Amadeus ha divorziato che nel 2023 fu il regista della partecipazione di Sergio Mattarella e Roberto Benigni alla serata per i 75 anni della Costituzione, si prevedono altre ospitate politicamente orientate.

I nostalgici dei monologhi dovrebbero cominciare a rassegnarsi. È vero: vasto programma. «Senti, Marco, visto che nei tuoi concerti alle canzoni alterni spesso dei monologhi, non è che anche qui…», gli ha chiesto il giornalista musicale del Corriere della Sera. «Amadeus ha già detto che i monologhi non ci saranno…», ha risposto, paziente, Mengoni. «Ci sarà un po’ di tutto… seguiremo il flow della serata». Ecco.

 

La Verità, 7 febbraio 2024