Tag Archivio per: Francesco

«Dopo lo choc la Chiesa riparte dal carcere»

Il clangore del cancello echeggia nel lungo corridoio con dipinti alle pareti. Non sembra una galera. I secondini confabulano e ridono tra loro. All’ingresso hai già depositato cellulare, portafogli e chiavi, ma adesso c’è da superare un altro metal detector. «Qui o è ferro o è cemento o è carne», scandisce il cappellano don Marco Pozza, 38 anni, nativo dell’Altopiano di Asiago. Il Due Palazzi di Padova è una casa di reclusione di massima sicurezza. Vi scontano pene definitive ergastolani ostativi (che non possono ottenere riduzioni di pena), detenuti per reati sessuali (pedofili), criminali comuni. Don Marco ci viene dal 17 settembre 2011. I detenuti sono i suoi parrocchiani. Tra sabato sera e domenica mattina celebra cinque messe perché sono vietati i contatti tra reclusi di regimi carcerari diversi. Arrivati nella cappella incontriamo Ciro Ferrara, 57 anni, ergastolano, entrato in carcere «nell’83 o ’84, non me lo ricordo nemmeno, avevo la terza elementare». Ora è laureato in filosofia, tesi sul tempo in Sant’Agostino, e si è iscritto alla magistrale.

In questi mesi la Chiesa padovana è stata attraversata dagli scandali del sesso in canonica. Una storia di orge e sfruttamento della prostituzione durata anni. Che ha portato alla sospensione a divinis di don Andrea Contin, parroco sulla cinquantina dalla doppia vita, e ha coinvolto qualche altro prete, coetaneo di don Marco. Ne hanno parlato i giornali e le televisioni di mezzo mondo. In una lettera alla comunità cristiana, qualche settimana fa il vescovo, monsignor Claudio Cipolla, ha scritto: «Questi fatti gettano un’ombra tenebrosa soprattutto sulla nostra Chiesa: forse è per questo che mi vergogno e vorrei chiedere io stesso perdono per quelli che, nostri amici, hanno attentato alla credibilità del nostro predicare». Don Marco: «Ringrazio il mio vescovo per aver usato la parola vergogna. Solo chi è capace di vergognarsi può davvero capire cos’è la misericordia di Dio». Scrittore di successo, l’ultimo libro s’intitola Iradiddio (edizioni San Paolo) e completa una trilogia che comprende L’imbarazzo di Dio e L’agguato di Dio, e collaboratore di quotidiani e riviste con menzione speciale al Premio internazionale «Biagio Agnes», don Marco impegna molti pomeriggi per incontrare i giovani nei teatri e nei palazzetti. Dulcis in fundo, è sportivo, un maratoneta tosto: «Dormo poco. Sei mesi all’anno, quando mi alzo vado a correre un paio d’ore. Poi mi piace arrivare qui quando tutto è avvolto nel silenzio. Mentre il carcere ancora dorme, prego. E sento le celle che si aprono, qualcuno che si stiracchia, chi esce a fumarsi una sigaretta…».

Come sono le canoniche delle orge viste dalla cappella del carcere?

«Sono un’occasione di crescita. Se questi fatti fossero stati scoperti d’estate sarebbe stato diverso. Invece, è successo sotto Natale. Dopo il contraccolpo per lo scandalo, ci ho visto un invito a tenere i piedi per terra. Dio è nato in una concretezza ferita, umiliata e, in un certo senso, triste. Nel Natale dei vangeli c’è il rifiuto a ospitare Gesù, c’è la nascita in una stalla».

Don Marco Pozza con il vescovo Claudio Cipolla in carcere

Don Pozza con il vescovo Cipolla in carcere

I suoi parrocchiani come l’hanno presa?

«Qui non abbiamo mai emesso giudizi sui sacerdoti coinvolti. Se Dio non si vergogna di confondersi con le nostre miserie, perché dovremmo farlo noi? Non mi fa paura lo sbaglio, ma lo sbaglio che diventa sistema. I detenuti lo sanno bene. Abbiamo provato un senso di compassione per chi ha trasformato lo sbaglio in stile di vita. E per coloro che, come il vescovo, i preti e le famiglie, sono stati coinvolti dalla sofferenza provocata da questo immondezzaio».

Come può reagire la Chiesa di fronte a uno scandalo così?

«Niente sarà più come prima. La Chiesa non può che uscirne cambiata, diversa. Il 18 febbraio scorso il vescovo, don Claudio, è venuto in visita al carcere insieme a una ventina di preti: siamo tutti un misto di miseria e grandezza. È stato un gesto per dire che la Chiesa riparte da qui. Il carcere è il luogo del peccato e della redenzione».

Perché è importante ricominciare da qui?

«Perché si riparte dalla periferia più estrema. Penso che non ci sia un posto più radicale di questo: non ce n’è un altro in cui l’uomo viene messo di fronte in modo così radicale alla scelta di appartenere al bene o al male».

Di recente Alberto Savi, banda della Uno bianca che sta scontando qui la sua pena, è uscito per la prima volta in permesso…

«Un permesso di 12 ore, senza nessun clamore. Ci sono delle vittime. Quanto più in passato si è fatto del male, tanto più colpisce il cambiamento. Papa Francesco dice che “più il peccatore è grande, più Dio freme per incontrarlo”. Oltre che nella resurrezione dei morti, credo nella resurrezione dei vivi».

Che cosa significa fare il prete qui?

«Significa che i detenuti non sono il reato che commettono. Sono persone. Non esiste il killer, esiste l’uomo che ha commesso omicidio. Non esiste il prete puttaniere, esiste il prete che ha commesso bassezze. A chi mi chiede perché vado a perdere tempo in carcere rispondo che ci vengo perché mi migliora come uomo. Pensavo di essere a posto e mi annoiavo; venire qui mi fa rendere don Marco simpatico a me stesso. Madre Teresa diceva: “Il bene lo faccio prima di tutto a me stessa; e se sto bene io, forse posso aiutare a star bene anche gli altri”».

Che cosa le ha scritto il Papa?

«Ha scritto ai detenuti, non a me. A margine di un convegno contro la tortura e per l’abolizione dell’ergastolo ci ha invitato a Santa Marta. E ci ha esortato ad aiutare il mondo e le autorità ad aiutare a ridare speranza alle persone che hanno sbagliato».

Come e quando ha deciso di diventare prete?

«Il giorno in cui – sono un ragazzo fortunatissimo – ho incrociato il sorriso nel volto del parroco del mio paese. Quel giorno si è accesa in me una curiosità folgorante: “E se anche la mia felicità abitasse dentro quella scelta?”. Mi sono incamminato e, strada facendo, ho scoperto d’essere nel mirino dello sguardo di Cristo. Accettare che Lui decidesse della mia vita è stata la mia forma massima di libertà. Libero nell’esser servo dei suoi sogni su di me. Servo, non schiavo».

La copertina dell'ultimo libro di Marco Pozza

La copertina dell’ultimo libro di Marco Pozza

Oggi è più difficile fare il prete di dieci anni fa?

«Fare il prete è sempre difficile, perché deve incarnarsi nel mondo sapendo di non appartenere al mondo. Oggi forse si devono affrontare sfide più sofisticate. Ma, come diceva Marco Pantani, più l’avversario è forte più la vittoria è bella. Prego perché l’avversario sia forte così da costringermi a una verità sempre maggiore. Di fronte agli sguardi di queste persone non puoi barare. È come se mi dicessero: se Dio non ha cambiato la tua vita come puoi chiedere che cambi la mia?».

Come mai il suo sito si apre con tre citazioni di allenatori: Giampaolo Montali, coach della Nazionale di pallavolo, Carletto Mazzone, allenatore anche della Roma, e José Mourinho?

«Sono cresciuto nel mondo dello sport, prima il ciclismo, ora la corsa. Da ragazzo, quando avevo un grande istinto per i casini, lo sport mi ha salvato dalla galera, dandomi stimoli e disciplina. Amo gli sport individuali e di fatica, li avvicino all’ascesi cristiana. Lo sport è una metafora della vita perché è fatto di sofferenza, successi, cadute, rinascite. Nello sport di fatica vinci se sposti più in là di un millimetro il tuo limite».

Che tempo fa nella maratona?

«Il mio record è 2 ore e 45 minuti. Il mio sogno è 2 ore e 39. Ce la farò, a breve: lo sento».

E gli allenatori?

«I bravi allenatori sanno educare sia i fuoriclasse che i gregari. Gesù sapeva incontrare ognuno personalmente, per questo il vangelo è come un atelier dove ogni abito si cuce su misura. Personalmente ho sempre avuto la tendenza a innamorarmi di chi è caduto nell’inferno. A vedere la storia dalla parte degli sconfitti».

Il carcere è proprio il suo posto.

«Piangerò quando mi toglieranno da qui, perché prima di tutti il carcere serve a me. Italo Calvino diceva che nell’inferno c’è anche qualcosa che non è inferno. Allora hai due possibilità: o diventare anche tu inferno, oppure sederti vicino a ciò che non è inferno per fargli spazio. Mi fido più di chi mi incita a cercare la bellezza senza nascondermi la miseria, piuttosto che di chi me la nasconde».

Don Marco a un incontro con i giovani

Don Marco a un incontro con i giovani

Com’è nata la «parrocchia virtuale», ovvero il suo sito?

«Dal bisogno di dare continuità al dialogo con i ragazzi che si sviluppa negli incontri, nelle assemblee, nelle scuole. L’ho intitolato Sulla strada di Emmaus perché mi affascina il fatto che Cristo incontra gli uomini sulla strada, non in chiesa o in un edificio riparato. E poi li incontra in una sera di delusione quando, per quei due viandanti, tutto sembrava perduto. Lo riconoscono in un gesto, senza che lui si dichiari esplicitamente. Lo scopo è creare le condizioni perché nei fatti di cronaca, nera e nerissima com’è quella del carcere, le persone possano vedere che Cristo c’è».

Che lezione possono trarre le gerarchie dalla vicenda di don Contin?

«Non mi permetto di indicare lezioni a nessuno. Penso che in passato per tanti anni abbiamo guidato la gente con la paura del sesso. Il moralismo non ha mai convertito nessuno: è governare con la gioia che cambia il cuore».

E il cuore di don Marco com’è?

«In cammino. Per 40 anni mio padre ha lavorato al tornio otto ore al giorno. Io non faccio niente di più. A volte, quando arriva sera e ho ancora energie mi sento in colpa. Allora mi metto a studiare, a pregare. Sono cresciuto in una famiglia leghista e ho pensato che il mondo normale mi desse tutti gli strumenti per essere perfetto. Non avrei mai immaginato che un posto come il carcere mi avrebbe fatto capire che la verità è più della perfezione».

 

La Verità, 12 marzo 2017

 

Socci: «Ecco dove sbaglia papa Francesco»

Al Papa non ne perdona una. Antonio Socci è il più autorevole e documentato tra i critici di Francesco. Ce ne sono altri, più viscerali e politicizzati. Non passa settimana che Socci non faccia le pulci al Pontefice: sulla predicazione riguardante gli immigrati, sul rapporto con l’islam, su questioni dottrinali. Ci ha scritto due libri molto controversi. Il penultimo, intitolato Non è Francesco (Mondadori), è stato censurato dalle librerie Paoline che, pure, mettono in vetrina le pensate teologiche di Corrado Augias e Vito Mancuso. Un atteggiamento sideralmente lontano da quello di Bergoglio che, qualche mese fa, ha scritto una lettera autografa al giornalista e saggista toscano, dando sèguito all’invio dell’ultimo libro intitolato La profezia finale – Lettera a papa Francesco sulla Chiesa in tempo di guerra. «Ho cominciato a leggerlo», ha scritto Bergoglio, «e sono sicuro che tante delle cose riportate mi faranno molto bene. In realtà, anche le critiche ci aiutano a camminare sulla retta via del Signore…». Forte di questa risposta, Socci non si è fermato e ora è bersaglio dei bergogliani doc.

La lettera che papa Francesco ha scritto a Socci, rispondendo all'invio del suo libro

La lettera che papa Francesco ha scritto a Socci, rispondendo all’invio del suo libro

È un dibattito stucchevole: sembra che noi giornalisti vogliamo insegnare il catechismo al Papa, non crede?

«Il problema è se un Papa è fedele alla sua missione o no. Santa Caterina insegnava eccome ai papi del suo tempo. E in quegli anni non era ancora una santa e una mistica riconosciuta, ma una ragazza analfabeta, una popolana. Ogni battezzato ha il diritto/dovere di ricordare ai pastori l’insegnamento di sempre della Chiesa. La storia cristiana ha molti esempi di papi che hanno imparato dal loro gregge. A cominciare da Pietro che fu corretto pubblicamente da san Paolo. Tommaso d’Aquino scrisse che l’umiltà di san Pietro deve essere di esempio per tutti i suoi successori. Ratzinger, a proposito delle eresie del IV secolo, ha scritto: “Nella crisi ariana, in cui sembrò in certi momenti che l’intera gerarchia fosse caduta preda delle tendenze di mediazione arianizzanti, solo l’atteggiamento sicuro dei fedeli assicurò la vittoria della fede nicena”. Capisce?».

Capisco meno il suo continuare a criticare animosamente Bergoglio dopo che le ha scritto di suo pugno.

«Prima di tutto non ho nulla di personale contro il Papa. E nessuna animosità. Anzi, prego per lui ogni giorno con tutto il cuore, come ci ha chiesto fin dalla prima sera in cui si affacciò in piazza San Pietro e come mi ha chiesto personalmente nella lettera. Mentre ho l’impressione che non lo facciano coloro che ne fanno oggetto di culto. Per quanto posso, siccome mi ha scritto che le critiche gli servono, spero di rendermi utile così oltre che con le preghiere. Gli voglio bene e soffro per lui».

È ancora convinto che Francesco non sia il vero Papa perché la sua elezione è inficiata da un vizio procedurale?

«È una sciocchezza, non sono io a decidere chi è il Papa».

Lei ha scritto Non è Francesco.

«Il titolo si riferisce al parallelo tra lui e Francesco d’Assisi. In quel libro di oltre 300 pagine solo un capitolo di 15 pagine è dedicato alla questione del Conclave. Lì, da giornalista e in base alle notizie di Elisabetta Piqué, una collega argentina, biografa del Papa, ho evidenziato errori procedurali del Conclave su cui, peraltro, non ho ricevuto risposte esaurienti. Per mestiere un giornalista pone domande. Ad altri spettano le risposte. Detto questo, il Papa è colui che la Chiesa indica. Punto».

Il vizio procedurale è una scheda in più caduta per errore nell’urna durante una votazione subito ripetuta, senza obiezioni di nessuno dei cardinali presenti.

«Il Conclave ha una procedura ultra regolamentata e non è stata rispettata. Su questa faccenda, peraltro, Bergoglio non c’entra nulla, non è lui che ha gestito le operazioni di voto».

Papa Francesco e Ratzinger in uno dei tanti momenti di incontro in Vaticano

Papa Francesco e Ratzinger in uno dei tanti momenti di incontro in Vaticano

Perché sostiene che le dimissioni di Benedetto XVI non siano state spontanee?

«Ripeto: da giornalista riferisco i fatti e pongo domande. Benedetto iniziò il suo pontificato dicendo di pregare per lui perché non fuggisse “davanti ai lupi”. Poi ha avuto otto anni di pontificato in cui è stato sottoposto ad attacchi pesantissimi e alla fine ha rinunciato. Senza che fossero dichiarati i “gravi motivi” che sono previsti per tale decisione. E con una strana precipitazione per cui ha addirittura lasciato a metà, l’enciclica sulla fede, la più importante del suo pontificato, e anche l’Anno della fede. Perché? E perché ha scelto – unico nella storia – di restare Papa emerito, continuando a vestirsi da Papa, conservando il titolo e rimanendo dentro le mura di San Pietro? Possibile che si trovi normale che – per la prima volta in duemila anni – ci siano due papi?».

A me pare che Benedetto XVI conduca vita appartatissima.

«Infatti ha appena pubblicato un best-seller. Il fatto è che non sono mai stati chiariti i motivi della rinuncia. Per esempio, a proposito dell’essere rimasto papa emerito con l’abito papale ha risposto che, in quel momento, non erano disponibili altre vesti in Vaticano. Una risposta assurda da cui si capisce solo che non può parlare. Oppure, in Ultime conversazioni (Garzanti), l’ultimo libro, dice che si è dimesso a febbraio perché non si sentiva di affrontare il viaggio fino a Rio de Janeiro per la Giornata mondiale della gioventù del luglio 2013. La Chiesa ammette che ci si possa dimettere da Pontefice, ma per motivi gravissimi e la partecipazione alla Gmg non mi pare lo sia. Tra la Gmg e il papato mi pare ovvio che si rinunci alla prima, non al secondo. Insomma è tutto strano e misterioso. Il 21 maggio, in una conferenza, monsignor Georg Gänswein, segretario di Ratzinger, ha parlato di uno “stato d’eccezione” e ha detto che ora Benedetto svolge un “pontificato d’eccezione”. Lo stesso Benedetto, nel suo ultimo discorso, spiegando la sua scelta, disse che il munus petrinum è per sempre e che la sua decisione riguarda solo “l’esercizio attivo” del ministero. Francesco stesso si rivolge a Benedetto chiamandolo Santo Padre e ha parlato di rinuncia al ministero attivo».

Ratzinger ha sempre pubblicamente sottolineato la sua adesione al magistero di Bergoglio.

«Ci sono espressioni di affetto personale, ma sull’adesione ai contenuti non mi pare sia così. Ci sono diversità importanti».

Per esempio?

«Per esempio sul tema della misericordia ha suggerito a Bergoglio di tornare all’impostazione teologica di Giovanni Paolo II. È un invito implicito a restare nell’alveo del magistero della Chiesa».

Ha altre obiezioni?

«Uno dei principali problemi dottrinali riguarda i sacramenti: il matrimonio, la confessione e soprattutto l’Eucarestia che è il pilastro della vita cristiana. L’Amoris laetitia è una bomba tirata nella cattedrale della dottrina cattolica. Si leggano le critiche di tre grandi intellettuali cattolici: Stanislaw Grygiel, amico di Giovanni Paolo II, Josef Seifert e Robert Spaeman, entrambi amici di Ratzinger».

Forse Bergoglio ha in mente un annuncio capace di fare i conti con l’uomo contemporaneo. Sua intenzione potrebbe essere sottolineare la centralità di Cristo più che l’ortodossia etica con la quale spesso s’identifica il cristianesimo?

«L’annuncio cristiano è uno. Gesù è al tempo stesso la Verità fatta carne e il Buon Pastore. E la Chiesa in duemila anni ha battezzato il mondo intero così. Non può esserci un altro Cristo che viene scoperto oggi, diverso da quello vero, quello di sempre».

Altre parti della predicazione di Bergoglio che non la convincono?

«Le sue dichiarazioni sull’immigrazione e sull’islam. Un conto è predicare la carità, un altro teorizzare l’abbattimento delle frontiere e un’immigrazione di massa indiscrimanta. Sia perché danneggerebbe i paesi di provenienza – come ripetono i vescovi africani – sia perché si rivelerebbe devastante per le società di destinazione. Quanto all’islam mi sconcerta un Papa che attacca continuamente la Chiesa cattolica e difende l’islam in tutte le sue espressioni».

Il suo disappunto verso Francesco è nato dopo l’intervista a Scalfari?

«Quella forse è stata la prima volta in cui ha esposto le sue bizzarre teorie. In precedenza l’avevo sostenuto in modo convinto. Mi piaceva la volontà di uscire dal paludamento di certi ambienti vaticani. Francesco aveva anche firmato l’enciclica di Benedetto XVI sulla fede (che poi non ha mai citato). Nell’estate 2013 c’era stata l’iniziativa diplomatica e pastorale che fermò la guerra americana in Siria. A me non fa problema nemmeno l’accento sui poveri. Ma bisogna parlarne come Madre Teresa di Calcutta e non come la Teologia della liberazione. Oltretutto papa Bergoglio non ha mai detto nulla contro la grande finanza che si mangia l’economia reale e condiziona gli stati. La Rerum novarum di Leone XIII e la dottrina sociale della Chiesa erano molto più coraggiosi».

La copia di «Repubblica» con l'intervista di Bergoglio a Scalfari, motivo di scandalo

La copia di «Repubblica» con l’intervista di Bergoglio a Scalfari, motivo di scandalo

Perché la svolta è stata l’intervista a Scalfari?

«Prima c’è stato il commissariamento dei Frati francescani dell’Immacolata: una decisione assurda. Era un ordine che viveva davvero la povertà evangelica e la preghiera, con tante vocazioni. Solo che non era cattoprogressista… L’intervista a Scalfari conteneva espressioni inaccettabili. Per esempio, dove il Papa sosteneva che ognuno deve perseguire la propria idea di Bene e di Male».

Scalfari trasformò in intervista un colloquio avvenuto senza registrazioni e senza prendere appunti.

«Il Vaticano non ha mai smentito quelle parole e anzi Bergoglio le ha ripubblicate in un libro a sua firma. Dire che ognuno deve perseguire la propria idea di Bene è relativismo. Anche gli estremisti musulmani perseguono la loro idea di Bene. Il Bene e il Male sono oggettivi. Pure l’espressione “non esiste un Dio cattolico” fu molto infelice. Anch’essa porta in pieno relativismo. E poi se non esiste un Dio cattolico mi chiedo se il Papa lo sia».

Le obiezioni a Bergoglio derivano dal fatto che dialoga con presunti nemici?

«Il problema non è dialogare. Benedetto XVI e Giovanni Paolo II dialogavano con persone culturalmente molto lontane, ma restavano cattolici e annunciavano la verità».

Non è quello che Bergoglio fa con Scalfari?

«Proprio no. Ha pure sottolineato che lui non vuole convertire nessuno ed è contrario al proselitismo. Infatti, lì è il Papa che è apparso scalfariano».

Addirittura. Ma la fede non si trasmette attraverso la testimonianza?

«Appunto. La testimonianza significa testimoniare la verità, non fare nostra la menzogna della mentalità dominante. Nel vangelo Gesù invia i suoi a insegnare e a battezzare tutte le genti. Con la forza inerme della verità che è scomoda per il potere e può portare al martirio. Gesù è stato crocifisso, non si è limitato a essere buono. Per questo la storia cristiana è una storia di martiri».

Bergoglio è soprattutto un pastore: con l’Anno della misericordia ha voluto aprire agli immigrati, ai divorziati risposati, agli omosessuali.

«Lei mi ripropone quello che si sente ovunque: un fritto misto di banalità che non significano nulla. Che vuol dire “aprire a immigrati, divorziati e omosessuali”. Aprire cosa? La Chiesa da duemila anni è aperta a tutti gli uomini. Le critiche a Bergoglio sono anzitutto sulla fede, sulla dottrina cattolica. Ha gettato la Chiesa in una confusione immensa e l’ha umiliata davanti al mondo. Migliaia di missionari come Madre Teresa hanno portato la luce di Cristo fra i più diseredati ben prima che arrivasse Bergoglio e senza smarrire la fede cattolica».

Non crede ci sia un modo islamico d’intendere il cristianesimo? Come strumento per battaglie civili, come piattaforma dell’Occidente?

«A proposito di piattaforma dell’Occidente sarei molto lieto di un Vaticano che va contro l’agenda Obama. Ma purtroppo…».

Come inquadra l’incontro tra Bergoglio e il patriarca ortodosso di tutte le Russie Kirill a Cuba?

«Un grande evento e un bellissimo documento finale firmato da entrambi. Mi dispiace solo che, una volta risalito sull’aereo, il Papa se lo sia in parte rimangiato».

Il maggior dispiacere in questa vicenda è la divisione nella Chiesa pro e contro Bergoglio: concorda?

«No. Al centro della vita della Chiesa c’è Cristo, non Bergoglio. La tragedia è la perdita della fede cristiana di popoli interi. La Madonna a Fatima mostrò che la tragedia è vedere moltitudini che finiscono all’Inferno per sempre. La tragedia è che ai vertici della Chiesa non se ne curino, la tragedia – come ebbe a dire Paolo VI – è l’invasione di un “pensiero non cattolico” dentro la Chiesa che sta diventando dominante».

Sta dando dell’eretico al Papa?

«Ho solo citato Paolo VI. E voglio ricordare che la missione del Papa è custodire e difendere la vera fede cattolica, il depositum fidei, non stravolgerla. Perché il Papa è servo della verità, non padrone. La verità è un avvenimento accaduto duemila anni fa. Neanche il Papa ha il potere di cambiarla».

Come spiega il fatto che Francesco non s’inginocchi davanti al Santissimo?

«Non so dire, non lo ha mai spiegato».

Un’ultima domanda: come sta sua figlia Caterina?

«Lotta, per tornare piano piano alla sua vita. È per tutti noi una testimone luminosa e commovente del Salvatore».

 

La Verità, 26 ottobre 2016

 

 

La notte tra gli Invisibili di Bruno Vespa

Bravo Bruno Vespa, non c’è molto altro da dire. Bravo a cambiare passo, a uscire dallo studio ovattato di luci e plexiglass e andare in strada. Bravo a porgere domande semplici, senza retorica, senza insistenza pelosa. La notte degli ultimi, quaranta minuti di reportage su Raiuno dentro quella parte di realtà che abbiamo sempre davanti ma    pervicacemente rimuoviamo, è stato un ottimo esempio di servizio pubblico. Buon giornalismo nella sera del venerdì santo, preludio alla Via Crucis con papa Francesco. A 72 anni quanti sono quelli del conduttore di Porta a Porta bisogna dargli atto della capacità di mettersi in gioco, di mettere in discussione il metodo consolidato, vent’anni di talk tra politica da Terza camera e plastici un po’ morbosi per criminologi. E allora meglio entrare alla Caritas di Roma per raccogliere la storia di un ex imprenditore che ha sbagliato, è stato in galera qualche mese e ora, a 52 anni, è senza lavoro, mangia e dorme lì, e tutte le mattine va alla Stazione Termini dove c’è un posto dal quale mandare mail e curriculum alla ricerca di un lavoro che non si trova. È uno dei tanti nuovi poveri, disoccupati e divorziati,  “però penso di essere fortunato quando vedo quelli che dormono per strada, sui cartoni: potevo essere io…”. Qualche mese in strada, sulle grate della metropolitana che sbuffano aria calda, ci ha dormito un figlio di emigrante nato in Germania. Molti anni fa il papà era sparito e ora lui l’ha ritrovato, anche se, dice, “non c’è l’affetto che di solito c’è tra un padre e un figlio”. Ha 44 anni, lavora 20 ore a settimana come manuntentore del verde per 310 euro al mese, ma spera nell’assunzione e magari in una ragazza. Vespa interroga anche monsignor Feroci, cognome terribile per il presidente della Caritas di Roma (dove Bergoglio il 18 dicembre ha aperto la porta santa) che prepara circa mille pasti al giorno e ospita circa 5/600 senzatetto.

A Milano, La notte degli ultimi passa in strada, sul furgoncino della “Ronda della carità”, sei volontari che portano panini, biscotti e tè caldo ai poveri. Un ex barista e magazziniere non vuol far sapere ai figli che vive così, dormendo nella stazione di Rho o in quella di Garibaldi, per non gravare su di loro (il volto è schermato). Ma il lavoro lo cerca? “Certo che lo cerco, tutti i giorni, non sto mica con le mani in mano!”. Un altro ha un parcheggio abusivo, per ragranellare qualcosa e non arrendersi a fare il barbone, perché gli dà fastidio solo la parola. Altri racconti, senza cedere al pietismo facile. Un anziano signore dorme sui cartoni da cinque anni, ma il lavoro non arriva. Ha un passato complicato, le denunce e la galera “perché rubavo… non granchè…”. Non si è certo arricchito… non si può vivere così. “Ma ci sono quelli che hanno voglia di lavorare e quelli che non ne hanno…”, dice. E lui non ne ha.

Nel 2003 l’ex iena Marco Berry aveva ideato e realizzato un programma per Italia Uno che s’intitolava Invisibili. Erano i barboni che dormivano sotto i portici vicino al Duomo o alla Borsa di Milano, ai quali noi cittadini indaffarati passiamo accanto senza vederli. Vinse qualche premio, durò un paio di stagioni. Lo speciale di Vespa ha il merito di mostrare un tentativo, pur impari, di risposta al bisogno di questi ultimi. Nella prospettiva indicata da Bergoglio. E con lo stile degli spot dell’8×1000 della Chiesa cattolica: chiedilo a loro. Ma senza troppa enfasi e senza troppe chiacchiere, raccontando in modo asciutto le storie e mostrando le facce di queste persone. Anche Vespa, probabilmente, si è accorto che “le parole sono sopravvalutate” (Robyn Davidson, protagonista di Tracks, film di John Curran del 2013).

Il libro del Papa e l’happening di Benigni

C’era anche Roberto Benigni a presentare il libro di papa Francesco intervistato da Andrea Tornielli, vaticanista de La Stampa e responsabile dell’autorevole sito Vatican Insider, intitolato Il nome di Dio è Misericordia (edizioni Piemme, traduzione in 85 lingue). A fianco dell’artista, presenziava in una delle sue rare uscite pubbliche, il Segretario di Stato vaticano, cardinale Pietro Parolin, e Zhang Agostino Jianqiang, un detenuto del carcere di Padova convertito al cristianesimo, invitato dalla platea per una toccante testimonianza. A conferma dell’importanza dell’evento, moderava gli interventi il direttore della Sala Stampa Vaticana padre Federico Lombardi. Giù dal palco, per la diretta esclusiva su Tv2000 dall’Auditorium Augustinianum, un parterre nel quale si son visti Eugenio Scalfari, Luciano Violante, Massimo Borghesi, padre Antonio Spadaro, Andrea Monda, alcuni ambasciatori, vari professori, teologi, giornalisti.

“Un libro-conversazione più che un’intervista per strappare qualche scoop, oltre che uno strumento per vivere in profondità il Giubileo in corso”, ha precisato padre Lombardi, sottolinenando che la misericordia è probabilmente il fulcro di questo pontificato. Un libro “esperienziale”, denso di vita vissuta.

Lo scopo di queste pagine non è stabilire ricette, definire casistiche, fissare paletti, ha osservato il cardinale Parolin nel suo intervento. Niente dogane spirituali, niente formule statiche e clausole per autenticare la fede delle persone. La misericordia è un Dio che ci attende a braccia aperte se appena abbiamo l’intenzione, anche se non la piena capacità, di compiere un piccolo passo verso di Lui. A Dio basta anche solo il desiderio di avvicinarsi a Lui.

Proprio perché si tratta di un libro esperienziale, il secondo intervento è stato la testimonianza di Zhang Agostino, un cinese trentenne, figlio di una famiglia buddista. Un ragazzo passato attraverso la dissoluzione, la disperazione e il rifiuto della famiglia. Finito in carcere dove, insieme al pentimento per il dolore provocato alla madre, gli è rinato il desiderio della felicità e del riscatto. L’incontro con altri carcerati lavoratori della Cooperativa Giotto, contenti di aver iniziato a frequentare la comunità cristiana, ha destato in lui la curiosità fino alla decisione di farsi battezzare e di ricevere i sacramenti nel carcere dove tuttora vive.

Una storia commovente. Dopo la quale non è stato facile intervenire per Benigni. Il libro-conversazione era stato definito da monsignor Giuseppe Costa, direttore della Libreria Editrice Vaticana, un vero “happening editoriale”. Definizione indovinata anche per la performance dell’artista. “Solo al Papa poteva venire in mente di organizzare una presentazione con un cardinale veneto, un carcerato cinese e un comico toscano – ha subito scherzato Benigni -. Sono emozionato per la mia prima volta in Vaticano, l’unico sul palco senza collarino… Ma già da bambino la vocazione ce l’avevo: quando in classe alla domanda su cosa volevo fare da grande risposi senza indugio il Papa, tutti capirono che ero tagliato per diventare un comico”.

La presenza di Benigni è stata il clou dell’evento. Pensando al percorso del comico toscano, alle sue recenti performance, dalle letture della Divina commedia all’esegesi dei Dieci comandamenti, dopo la quale ricevette la telefonata proprio di Francesco, si ha la percezione che, come scrive San Paolo ai Corinzi, anche per lui il tempo si sia fatto breve. E che, sfrondando corollari e contorni, il premio Oscar per La vita è bella abbia deciso di mostrare il suo vero volto, senza mediazioni. “Ieri ero lì, al breve incontro per questo libro – ha raccontato – e mentre aspettavo il Papa mi sentivo come Zaccheo che sale sul sicomoro in attesa di Gesù che quando passa si ferma per dirgli: ‘scendi perché stasera vengo a casa tua'”. Per Benigni, Il nome di Dio è Misericordia è un libro “che innalza i cuori senza annebbiare il cervello. Un libro che si tiene in tasca, si legge d’un fiato, mentre si aspetta il treno… Il Papa dice che la misericordia è la giustizia più grande, un mondo con solo la giustizia sarebbe un mondo freddo. La misericordia è il cuore del suo pontificato”. Misericordia è anche la prima parola che si pronuncia nel poema dantesco. È al centro del salmo 50 che parla del perdono di Davide, il preferito di Benigni. La misericordia non va confusa con la pietà perché “contiene la perla lucente della gioia, una grazia leggera, la gioia nel dolore. Questi due sentimenti ci sono tutti e due nel pontificato di Francesco e anche in questo libro. Del dolore parliamo spesso, ma la gioia la teniamo spesso nascosta, invece è il gigantesco segreto del cristianesimo… Gesù non disdegna i beni della vita… Che è una lotta tra amore di sé fino a dimenticarsi di Dio e amore di Dio fino a rinunciare a sé”.

Un Benigni travolgente, come sempre, anche in un contesto sobrio come quello dell’Auditorium e della diretta sull’emittente dei vescovi diretta da Paolo Ruffini e Lucio Brunelli. “Cosa fa Francesco, verso dove sta andando – si è chiesto il comico -. Sta traghettando la Chiesa verso Gesù, verso il cristianesimo, il vangelo, attraverso la misericordia che non è una virtù molle, buonista, ma severa, che il Papa mette in gioco nei luoghi più difficili. Il primo viaggio è stato a Lampedusa, poi la porta santa del Giubileo l’ha aperta in Africa… In un mondo che vuole l’odio e la condanna, Francesco risponde con la misericordia, andando nei posti del dolore”.

Dopo una lunga citazione del Papa tratta dal libro, il comico ha chiuso con le parole di San Giovanni della Croce: “Alla sera della vita saremo giudicati sull’amore”. E forse qui c’è tutto il Benigni di oggi.