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«Non azzeriamo, puntiamo sul buono che c’è»

Marco Paolini è cambiato. È difficile dire come, trovare l’aggettivo giusto. Addolcito no, ammorbidito neanche. Mite, forse… Ma resta un cambiamento non definibile. Qualcosa di diverso s’intravede nel modo di fare teatro e televisione. Qualche spigolo si è arrotondato, certi integralismi sono smussati. Cos’è successo? Il 17 luglio 2018, a causa di un attacco di tosse che l’ha distratto mentre guidava in autostrada, con la sua station wagon ha investito la 500 di una donna che viaggiava sull’altra corsia. Dopo due giorni la donna è deceduta. Quasi un anno dopo il drammaturgo di tanti memorabili spettacoli ha parlato di quel tragico accadimento in un’intervista a Gian Antonio Stella del Corriere della Sera: «Tutti sappiamo… che una distrazione, un errore, una svista, possono provocare danni irreparabili. Tutti gli amici hanno provato a tenermi su ripetendomelo. Ma non hai modo di prepararti a questo. Quando succede… Undici mesi dopo quel giorno non è cambiato molto. Posso provare a capire me stesso. Ma non riesco a perdonarmi».

Dopo una lunga assenza dalle scene, lentamente Paolini ha ripreso in mano il suo mestiere di attore. Qualche spettacolo a teatro, spesso con un compagno o una compagna. Ora il ritorno in televisione, insieme con Telmo Pievani, «scienziato evoluzionista», in un programma intitolato La Fabbrica del mondo, di cui stasera Rai 3 manda in onda l’ultima di tre puntate. È un racconto denso e tortuoso che intreccia documenti, ricerca scientifica, performance teatrali, interviste con studiosi, affabulazione, ecologia. Paolini conserva intatte le doti di contastorie, ma ci aggiunge la spezia dell’autoironia. Per esempio, mostra anche i suoi comportamenti ecologicamente scorretti, un’auto alimentata a gasolio, il pane e salame…

Da dove viene il titolo La Fabbrica del mondo?

«Da un’idea che, a sua volta, viene dai piedi».

In che senso?

«Stavamo cercando un posto da dove proporre questo lavoro sull’agenda 2030 dell’Onu. Dopo una lunga ricerca su consiglio di alcuni amici sono arrivato alla fabbrica della Marzotto a Valdagno. Era la metafora perfetta del pianeta».

Perché?

«Quando è nata da un progetto dell’Ottocento era all’avanguardia, ora è obsoleta. Una vecchia fabbrica con le colonne in mezzo e i montacarichi, andrebbe rasa al suolo e rifatta altrove, più moderna. Ma non si può perché è nella città costruita intorno a lei per gli operai».

Dov’è la metafora?

«Dobbiamo partire dall’esistente, dal buono e dal meno buono di quello che abbiamo fatto, provando a migliorare. Non possiamo azzerare tutto e ricominciare. Sarebbe una tentazione nichilista e ideologica».

Ma il titolo?

«Potevamo usare la parola “Casa”, ma in casa si sta più attenti. Invece nel posto di lavoro si sporca, si fa rumore, si rompono le cose. Abbiamo scelto Fabbrica del mondo perché l’uomo e ogni specie vivente con le loro attività modificano il pianeta».

Fabbrica è qualcosa che esclude l’eredità, il dono, la creazione?

«Io non amo la visione progressista dei premi per chi è andato più avanti. Non ho il mito dello sviluppo uguale progresso. La puntata di stasera è tutta dedicata all’eredità».

E poi c’è il suo Noè, il primo manutentore del creato.

«Noè fa e mugugna. Ha diritto al mugugno. Che è diverso dal rutto davanti alla tv. Noè che mugugna mentre fa è nobile. Non giudica il proposito, ma ne verifica la fattibilità».

Il proposito è?

«Consegnare ai nostri figli un mondo accettabile. Ma temo che non sarà così. L’agenda del 2030 è vanagloria? È una somma di buoni propositi? Se guardiamo alla Cop26 (la conferenza delle Nazioni unite sui cambiamenti climatici del 2021 ndr) dobbiamo dar ragione a Greta Thunberg. Si è fatto molto teatro: l’assenza plateale dei cinesi, il sonno di Joe Biden… Eppure 300.000 ragazzi sono sfilati a Glasgow. L’enciclica Laudato si di Francesco mette sullo stesso piano l’ecologia dell’ambiente e l’ecologia delle reti. Si parla solo del primo, invece sembra che il Papa abbia letto Tim Berners-Lee, il fondatore di Internet».

Greta e papa Francesco sono i suoi nuovi punti cardinali?

«Le voci di Greta e di Francesco non sono le mie. Serve un linguaggio diverso dalla politica e da quella dei profeti. I profeti a teatro fanno male».

Detto da lei… La seconda puntata s’intitolava «Il peso delle cose»: al fondo c’è un’idea di ragione che vuole perimetrare la realtà anziché porre domande lasciando la possibilità che esista qualcosa di più grande?

«Ho sempre preferito i poeti ai filosofi. Per una ragione: il filosofo inventa una parola nuova per definire una cosa, il poeta scrive libri di parole vecchie per dire la stessa cosa e farcela sentire senza volerla battezzare. Non è detto che un genio sia interessante quando parla di religione. La scienza è un ambito nel quale, se possibile, le cose sono misurabili. E dove non lo sono ancora si presume che lo diventeranno. Fuori da questo non è scienza, ma con tutto il rispetto, saperi, visioni, religioni. L’ambito della Fabbrica è soprattutto quello dei mondi investigati dalla scienza».

Il punto d’arrivo è che «i benesseri sono a scadenza»?

«La sostenibilità non è compatibile con un ritmo di crescita che ogni vent’anni raddoppia il peso sulla terra dei materiali di produzione, utilizzo e smaltimento. Si dice che con la tecnologia e piantando alberi ridurremmo il Co2. Invece alla Fabbrica del mondo osserviamo che le piante sono già il 90% di ciò che respira sulla terra. Se cerchiamo la soluzione senza ridiscutere lo stile di vita secondo me non andiamo lontano».

La soluzione è la decrescita felice?

«No. Non lo chieda a un attore. Tutti noi che abbiamo costruito il benessere attuale l’abbiamo fatto in buona fede, rispettando le leggi. Ma forse senza conoscere i costi nascosti di quello che facevamo. Abbiamo abbandonato il mondo contadino e lavorato per stare meglio dei nostri padri. Ma i nostri figli non staranno bene come noi».

Una certa ecologia incolpa l’essere umano di tutti i mali. Il ministro per la Transizione ecologica Roberto Cingolani ripete che «il pianeta è progettato per 3 miliardi di persone».

«È un’affermazione che circola nei forum di economia. Il ragionamento sotteso al discorso sul peso delle cose è che noi, 7,8 miliardi di essere umani, pesiamo lo 0,01% della biomassa. Quindi, contesto l’affermazione di Cingolani: non siamo tanti come numero, sono le cose che riteniamo indispensabili a produrre la catasta che ci soffoca».

Quindi la decrescita?

«No. Nella puntata di stasera Loretta Napoleoni fa l’apologia di Elon Musk e Jeff Bezos, mentre Noam Chomsky li stigmatizza come bambini ricchi che giocano con i razzi e dice che quei soldi andrebbero spesi meglio. Anche Cristoforo Colombo fu preso in giro perché voleva scoprire le Indie, ma poi s’imbatté nell’America. L’azzardo di Musk e Bezos può aprire a economie e realtà che non immaginiamo».

Cosa pensa del fatto che si fanno sempre meno figli?

«La stessa cosa che dice papa Francesco. Ho grande rispetto per cani e gatti, ma mi è difficile abiurare alla condizione di adulto, colui che genera o si prende cura di chi non ha famiglia. Non possiamo esimerci dal pensare alla generazione che viene dopo di noi».

Fabbrica del mondo è un programma stimolante, ma con alcune pecette ideologiche?

«Lo so, le vedo anch’io, siamo uomini con un’idea».

L’Agenda 2030 le ispira così tanta fiducia?

«La immagino come la storia della Sagrada Família che Antoni Gaudí progettò sapendo che non ne avrebbe visto la fine. Parlando del pianeta si dice che tocca ai cinesi disinquinare. No, tocca agli americani che sono più ricchi. E l’Europa sta a guardare? Gaudí non si e chiesto a chi toccava, ha cominciato. Il linguaggio dell’architetto è poetico. Se quello della transizione ecologica resterà burocratico non affascinerà nessuno. Credo in un grande complotto positivo che avvii un progetto che altri termineranno».

Lei ha un’auto diesel e ama pane e salame.

«E, d’istinto, spero di morire prima di doverci rinunciare. Alex Langer al posto di rivoluzione e transizione preferiva parlare di conversione ecologica. Un processo che implica un atto di fede, ma in Italia, se parli in modo ispirato ti prendono in giro, perciò meglio dire le cose a mezza voce. Non ho ricette, i miei punti di riferimento non sono Serge Latouche o Thomas Piketty. Semmai Gael Giraud, il gesuita ispiratore della Laudato si. I beni essenziali non devono essere per forza o pubblici o privati. Possono essere amministrati dalle comunità».

Speranze smontate dalla globalizzazione?

«Con la pandemia anche i globalizzatori si stanno rendendo conto che quel mercato è troppo fisso. La dimensione della comunità è quella dei nostri padri, che hanno fatto la ricostruzione nel dopo guerra e il boom economico. Se continuiamo a ragionare come albergatori, artisti, artigiani, ristoratori, operatori del turismo, insegnanti facciamo poca strada».

In questo programma usa di più il linguaggio dell’autoironia?

«Non è certo un’orazione civile. Sono argomenti che implicano scenari distopici. Non voglio puntare il dito contro qualcuno se non anche contro me stesso. Non ho preso la patente ecologista per farlo, non mi sento “ista” di niente».

Prevale l’affabulazione sulla denuncia?

«Sono stanco delle immagini di ghiacciai che si sciolgono e di mammiferi marini spiaggiati. Quest’estate torrenti e fiumi della Carnia e del Veneto sono stati invasi da migliaia di topi morti. Ma non li abbiamo mostrati perché non c’interessa spaventare. La narrazione si appoggia su dati scientifici, sapendo che gli scienziati non sono uomini migliori dei politici e degli artisti».

Qualcosa l’ha cambiato?

«Sono stato zitto a lungo. Non ho scritto. Ho fatto esercizio di silenzio. Poi è arrivato il Covid che per me fa piazza pulita di quello che ho fatto prima. Nello spettacolo che si chiama Sani! racconto la storia di Rosina che dopo il terremoto del Friuli fa ricostruire la casa uguale a quella di prima. Però l’interruttore delle scale è finito su un’altra parete e lei, d’istinto, continua a cercarlo sul solito muro. Dopo il Covid non si può continuare come prima perché il mondo si è spostato. Vale anche per il teatro. Il Covid ci mette davanti a una nuova sfida, a un adattamento, a qualcosa che non si capisce, ma è oltre la nostra vita».

Il suo Covid è cominciato con quell’incidente?

«Devo sopportarmi a parlare e solo così ci riesco».

È riuscito a perdonarsi?

«Istintivamente, devo dire di no. Cerco di vivere senza darmi una risposta definitiva».

 

La Verità, 22 gennaio 2022

«Sono di sinistra, perciò sto dalla parte di Trump»

Breve anteprima. Dobbiamo spostare l’intervista a domani – dico ad Aldo Nove – tra poco ho una visita medica. «Quelle hanno la precedenza. Anch’io devo farne una, perché dovrò operarmi… Hanno fatto un nuovo dpcm e devono togliermi il cervello perché rompo troppo i coglioni».

Aldo Nove è uno spirito libero, un poeta, «un cannibale», secondo la vulgata della critica letteraria. Conserva l’innocenza del bambino pur avendole viste, vissute e raccontate tutte. La perdita precoce del padre e della madre. Le dipendenze. Il sesso sfrenato. I tentativi di suicidio. Dire irregolare è poco. Pure controcorrente o anticonformista suonano cliché. È Aldo Nove. Sempre alla ricerca di «un’altra vita», ben oltre Milano (citazione di Franco Battiato, al quale ha dedicato l’ultimo libro appena pubblicato da Sperling & Kupfer). Ha 53 anni, è nato a Viggiù, in provincia di Varese, vive a Monza. In una delle ultime interviste ha contestato il governo Conte, il Pd, Vasco Rossi, Angela Merkel e l’intero sistema dell’informazione. Salvo poi chiedere all’intervistatore di scrivere che era sotto l’effetto di stupefacenti.

Adesso parla da sobrio?

«Tutto dipende dalle domande, mentre me le fa potrei assumere qualche sostanza».

Per essere più disinibito?

«In vino veritas e anche in droga veritas… Per sintonizzarmi con la sua testata».

Non c’è abbastanza libertà per dire ciò che si pensa?

«No che non ce n’è. L’altro giorno ho visto la diretta degli scontri a Torino… Sui giornali nazionali si è parlato di rivolta armata, ma c’era solo la foto di una vetrina rotta e due cassettoni ribaltati. È chiaro che siamo sotto una dittatura mediatica».

Addirittura. In cosa consiste?

«Lo spiega bene Biung-Chul Han in Topologia della violenza pubblicato da Nottetempo. Oggi la guerra si combatte usando la paura e la falsificazione dei dati. E i dissidenti sono etichettati come negazionisti, che sono quelli che negano la Shoah. Sarebbe più corretto parlare di complottisti. I negazionisti veri sono quelli che sostengono un sistema di potere che sembra confuso, ma non lo è per nulla».

C’è un disegno?

«È difficile concepire ciò che sta davvero succedendo. Anche perché siamo abituati a valutare le cose a livello nazionale. Prendersela con Giuseppe Conte o con l’attuale pseudogoverno italico è riduttivo».

C’è un disegno più ampio? Il Nuovo ordine mondiale?

«Basta guardare cosa fanno in Francia o in Spagna. Questa è la prima guerra davvero mondiale. Durante la Seconda alcuni continenti ne sono rimasti immuni. La pandemia riguarda tutto il pianeta».

Perciò assolve Conte?

«Certo che no. Ma il problema è strutturale, al posto suo ne metterebbero un altro e la situazione non cambierebbe. L’Italia fa ciò che permettono i Trattati europei».

Che effetto le fa il clima diffuso di paura e di ansia?

«Mi fa rabbia. La paura alimenta altra paura e abbassa le difese immunitarie. Invece di migliorare la salute, la peggiora. C’è un ordine gerarchico nella dittatura: al primo posto il potere economico, poi quello politico, infine quello sanitario».

Al quarto quello mediatico?

«Potere sanitario e mediatico sono sullo stesso livello. La gente avverte i sintomi di stagione, raffreddori e mal di gola. Ma per la paura corre al pronto soccorso».

C’è un’informazione apocalittica?

«Non c’è spazio per il dissenso, nei canali ufficiali non esiste. Anche in parlamento vedo solo finte opposizioni. I grillini erano un movimento di opposizione, ora sono i più realisti del re. Quali sono le voci vere di opposizione?».

Giorgia Meloni?

«Ha un’ottima dialettica. Ma voglio vederla al potere, sotto le pressioni della Bce».

Come valuta il fatto che durante il lockdown è nata una task force per sorvegliare le fake news?

«Quale autorità può ergersi a stabilire quali sono le notizie vere o false? Il fatto che venga creato apposta un organo governativo fa capire cos’è la dittatura».

Che cosa le fa davvero paura?

«Il fatto che ci si sia completamente dimenticati della Costituzione. Nell’articolo 1 non c’è scritto che siamo un Paese fondato sulla salute o che la prima finalità repubblicana è combattere il virus. Più di tutto temo la disumanizzazione».

Cioè?

«Dimenticare che siamo corpo e anima. Della prima parte ci si ricorda molto. La seconda interessa ben pochi. Per questo sono stato entusiasta della lettura dell’enciclica di papa Francesco».

La fraternità deriva da una paternità o è un fatto sociologico?

«Per me è qualcosa di spirituale. Una fraternità sociologica non so cosa sia. Come dice Battiato, la prospettiva orizzontale porta verso la materia, quella verticale verso lo spirito. La verità è nel punto d’incontro tra le due dimensioni. Lo vediamo nella croce che è il simbolo che unisce materia e spirito».

Perché ha scritto un libro su Franco Battiato?

«Perché mi è stato proposto un anno fa. L’avevo visto in tv da bambino, avevo sei o sette anni. Era il Battiato sperimentale degli anni Ottanta e me ne innamorai subito. Dopo 50 anni di carriera sappiamo che è molto più che un cantante, è un filosofo, un ricercatore, un artista. Perciò sono stato subito entusiasta di scrivere questo libro».

Che cosa dice un artista nato a Riposto, in Sicilia, a un professore di Viggiù?

«Dice la sua vita… Per esempio il valore del pensiero induista, di quello di George Ivanovic Gurdjieff, dell’ecumenismo di Raimon Panikkar, della cultura sufi… L’elenco sarebbe lungo, per arrivare a Manlio Sgalambro. Molte persone si sono avvicinate a questi mondi su sollecitazione di Battiato».

Esperienze in varie direzioni che possono far perdere il «centro di gravità permanente»?

«Che è un’espressione presa da Gurdjieff. In un’intervista a Mara Venier, con molta tranquillità, Battiato ha detto di sperare di non trovarlo mai questo centro di gravità, perché a quel punto s’interromperebbe la ricerca. Mi permetto di aggiungere che, se hai trovato un equilibrio interiore, sei facilitato a dialogare con le culture più diverse».

Il libro parte dalla «facoltà dello stupore» di Battiato: una facoltà assente nella società contemporanea?

«Manca la capacità di guardare con occhi puliti quale meraviglia sarebbe la vita se non fosse inquinata dal neoliberismo impazzito o dall’interventismo del potere che stanno facendo fallire tutti. Penso ai fratelli tassisti, ai proprietari di bar e ristoranti. La logica secondo cui per prevenire un contagio si debba crepare di fame chiusi in casa continua a sfuggirmi».

«Strani giorni, viviamo strani giorni», cantava Battiato.

«Nelle sue canzoni ci sono molti elementi profetici. Da Isaia in poi il profeta è chi, sapendo leggere il presente, anticipa il futuro».

Come vive i suoi «strani giorni» a Viggiù?

«Adesso vivo a Monza, via da Milano. Esplico le normali funzioni: mangio dormo bevo studio scrivo. Come una specie di monaco laico».

Che rapporto ha con la tecnologia?

«Uso Facebook, cerco notizie alternative su YouTube».

Tipo i video di Enrico Montesano?

«Sì, li ho trovati belli, discreti e signorili. Montesano è un galantuomo».

Si definisce cattocomunista, ma elogia Donald Trump: qualcosa non torna.

«È la realtà che non torna. Nel senso che, paradossalmente, c’è maggiore attenzione al popolo e ai problemi della classe lavoratrice in Trump che non nella gauche caviar di Hillary Clinton o di Joe Biden, una sorta di pupazzo».

Che cosa la convince di Trump?

«Il fatto che sia un’anomalia. Che non sia espressione dell’alternanza convenzionale tra conservatori e democratici».

Fa una politica razzista, sottovaluta la pandemia?

«Il potere strutturale americano non si riconosce in lui appunto perché è un’anomalia. Basta considerare come si schierano i media. Con Trump c’è solo la Fox. Politica razzista dove? Semmai Trump è un imprenditore erotomane ed egocentrico. Sicuramente non potranno accusarlo di pedofilia, visto che gli piacciono le donne mature. In compenso, del caso Epstein e delle sue diramazioni non si parla più».

Scusi, Nove, ma lei non era di sinistra?

«Io sono di sinistra».

Chi c’è di sinistra in Italia?

«Marco Rizzo».

Fine? E la Repubblica, Fabio Fazio, Michela Murgia, Luca Guadagnino…

«Vuol far bestemmiare un cattolico? La sedicente sinistra è espressione dello status quo neoliberista che con la sinistra storica non ha niente a che fare».

Chi salva oggi in Italia?

«Marcello Veneziani… Che non è proprio di sinistra, ma lo trovo uno degli intellettuali più lucidi del momento. Andiamo oltre le etichette…».

È anche amico di Susanna Tamaro.

«Le voglio un bene immenso. È una grandissima scrittrice che ha sempre detto quello che pensa. Ha avuto la sfortuna di vendere milioni di libri. E si sa, vendere tanto è da maleducati».

Si dice cattolico e nei Poemetti della sera cita Dio e il creato…

«Se è per questo ho scritto anche Maria, un poemetto teologicamente rigoroso».

Ma altrove racconta di aver tentato il suicidio.

«Avevo 18 o 19 anni, non capivo un cazzo e stavo male».

Il cristianesimo basta a strapparci dal nulla, dal nichilismo imperante?

«Se vissuto profondamente, cioè a un livello che io non ho ancora raggiunto, sì».

I Poemetti della sera contengono anche un’elegia della madre e della maternità: perché l’Italia e l’Europa non fanno più figli?

«L’albero degli zoccoli, un film di Ermanno Olmi, ritrae il mondo contadino spontaneamente solidaristico nel quale si facevano figli all’interno di una vita collettiva e dentro un rapporto forte con la natura. Quel mondo è scomparso. Oggi, a causa di problemi non solo economici, per una coppia avere un figlio è diventato un rischio».

Manca la gioia di vivere, prevale l’incertezza su dove ancorare il futuro?

«È così. Ci chiediamo che mondo lasciamo a questo nostro figlio. Procreare è un atto d’amore e l’amore scarseggia».

In televisione non la invitano o è lei che si rifiuta di andarci?

«Ultimamente ho rifiutato in modo un po’ rude alcuni inviti».

Di chi?

«Di Nicola Porro e Giuseppe Cruciani, che mi è quasi simpatico. Però se mi chiamano a parlare di Battiato ci vado. Ho scritto un libro d’amore, e amor omnia vincit… Come diceva Fedez… O forse non era lui…».

 

La Verità, 31 ottobre 2020

«Non siamo più cittadini, ma solo degli ammalati»

Buongiorno Aldo Maria Valli, lei porta la mascherina?
Glielo chiedo per fugare eventuali dubbi su una sua sottovalutazione del pericolo determinato dal Covid-19.

«Sì, la indosso, secondo le norme stabilite. Non credo nella sua efficacia – un epidemiologo mi ha spiegato che è come pretendere di bloccare i moscerini con una staccionata – ma non ho nessuna intenzione di farmi multare. Già lo Stato mi tartassa con il fisco. La vera resistenza la faccio scrivendo».

L’ultima cosa che Valli ha scritto è Virus e Leviatano, un agile e lucidissimo saggio per l’editrice Liberilibri, nel quale offre una visione molto controcorrente del tempo della pandemia e soprattutto della sua gestione da parte della politica, dei media e anche della Chiesa. In questa intervista, l’ex vaticanista del Tg1 nonché autore del seguitissimo blog Duc in altum, si esprime anche sulle parole di papa Francesco a proposito delle coppie gay e il loro diritto di «essere in una famiglia».

Il primo capitolo del suo libro s’intitola «Un dispotismo statalista, condiviso e terapeutico». Come può un dispotismo essere condiviso?

«Non è la prima volta che una collettività si fa irretire. Étienne de La Boétie, nel suo Discorso sulla servitù volontaria, dice che sono i popoli stessi che si lasciano incatenare. “È il popolo che si fa servo, che si taglia la gola da solo”. Perché? Per paura, ignoranza, passività, vigliaccheria. Per scarso amore della libertà».

Per dispotismo terapeutico intende che il rapporto tra politico e cittadino somiglia a quello tra medico e paziente?

«Non siamo più cittadini, ma malati. Il politico ha assunto il ruolo del medico. La nazione è diventata un ospedale. Il rapporto medico-paziente è ben diverso da quello politico-cittadino: è asimmetrico. Ciò che il medico stabilisce, per il tuo bene, non lo metti in discussione. Ti assoggetti e lo ringrazi pure».

I cittadini diventano docili e pronti a rinunciare a quote di libertà sull’altare della salute?

«Nel mio saggio scrivo Salute con la maiuscola, perché questo è diventato il valore assoluto, a cui sacrificare tutto, compresi i diritti di libertà. Pretesa assurda e pericolosa. La salute è sì un bene primario, ma se viene trasformato in assoluto può essere usato, come di fatto sta avvenendo, in modo strumentale».

Come spiega il fatto che i famosi Dpcm contengano esortazioni a comportamenti virtuosi, a rispettare regole di convivenza, a restare in casa?

«Proprio con il dispotismo terapeutico, con questo paternalismo che tratta i cittadini come sudditi sciocchi, come bambini incapaci di gestirsi, per cui si arriva al punto di mettere il naso nelle abitazioni private, di voler regolare minuziosamente ogni comportamento. Precedenti pericolosissimi».

Che ruolo ha l’informazione nella creazione di questo scenario?

«Decisivo. Il dispotismo terapeutico per essere condiviso ha bisogno dei mass media, di una narrativa appropriata. Ha bisogno del terrore, e il terrore va diffuso mediante l’informazione».

Cosa indica che proprio ora sia nata la prima task force contro le fake news?

«Un provvedimento del tutto illiberale. Non può essere il governo a stabilire che cosa è vero e che cosa è menzogna, a priori. Di nuovo i cittadini sono trattati come bambini incapaci di giudicare. In una democrazia liberale il cittadino si forma le opinioni attraverso il libero confronto».

Sbagliano coloro che, rilevando i successi contro il Covid di Cina e Vietnam, hanno sottolineato i vantaggi delle dittature nei momenti di crisi?

«Mi sembra difficile parlare di successo nel caso della Cina, visto che il virus è stato un suo gentile omaggio. Nel caso del Vietnam c’è da dire che il paese, visti gli stretti legami con la Cina, ha giocato d’anticipo rispetto al resto del mondo, con provvedimenti ad hoc e stretti controlli sui cinesi, specie se in arrivo da Wuhan. Ma se diciamo che le dittature sono meglio delle democrazie nei momenti di crisi facciamo proprio il gioco di chi ci vuole incatenare».

Anche l’Oms avvalora la tesi che la Cina è il paese che ha risposto meglio all’epidemia.

«E lo credo! Il direttore generale dell’Oms, Tedros Adhanom Ghebreyesus, è amicissimo del regime cinese. È etiope, e la Cina sta facendo investimenti notevolissimi in Etiopia. Tra i grandi elettori di Ghebreyesus all’Oms la Cina ha svolto un ruolo decisivo».

Per la Chiesa cattolica la pandemia è stata un’occasione mancata?

«Purtroppo, sì. Non ha parlato di santificazione, ma solo di sanificazione. Si è lasciata contagiare dal terrore. Non ha detto nulla circa i grandi temi della morte e del peccato. Si è piegata ai diktat governativi. Non ha rivendicato la propria autonomia. Si è mostrata più realista del re. È diventata Chiesa di Stato. Va bene il senso di responsabilità, ma non ti puoi annullare. La liturgia ha assunto connotati grotteschi. Siamo diventati adoratori dell’amuchina. Abbiamo trattato Gesù come un untore».

Come spiega il fatto che, salvo rare eccezioni, abbia accettato in modo acquiescente il lockdown religioso imposto dalle autorità civili?

«Connivenza, paura, accettazione passiva, arrendevolezza. C’è di tutto. Ma sopra a tutto c’è una spaventosa mancanza di fede».

Condivide il giudizio di monsignor Massimo Camisasca, vescovo di Reggio Emilia-Guastalla, che ha ravvisato il pericolo del diffondersi di «una visione paranoica della realtà»?

«Certamente. Siamo già paranoici. Parliamo dei positivi come se fossero malati. Siamo tutti terrorizzati. Non solo di beccarci il virus, ma anche di non saper rispettare le norme. Non esaminiamo i fatti, ma ci lasciamo prendere da mille suggestioni. La crisi della ragione procede parallelamente a quella della fede».

In questi giorni il mondo cattolico è agitato dalle parole di papa Francesco sul diritto delle coppie gay a «essere in una famiglia». Che idea si è fatto di queste dichiarazioni?

«Francesco è circondato da una potente lobby gay che ha lavorato per arrivare a questo risultato. Ma si tratta di dichiarazioni private di Bergoglio: il cattolico non è tenuto per nulla a farle proprie».

Ora sta emergendo la manipolazione cui sono state sottoposte le parole del Papa, fatto che si ripete. Ma sembra che Francesco accetti il rischio.

«Non solo lo accetta, ma lo favorisce. È un’operazione decisa a tavolino. Bergoglio provoca la parte sana della Chiesa così che qualcuno, vescovo o cardinale, lo accusi di apostasia. A quel punto lui avrebbe gioco facile, con l’appoggio della grande stampa amica, nel puntare il dito contro i “nemici della Chiesa” e gridare al complotto contro il povero Papa buono e tanto amato dal popolo».

Questi travisamenti ricorrenti riguardano una tecnica di comunicazione o la concezione stessa del ruolo della Chiesa nel mondo?

«Entrambe le cose. L’obiettivo è una religione mondialista sostenuta da una nuova Chiesa schierata con il mondo. La narrativa appropriata serve come strumento».

Meglio una Chiesa che si contamina e traffica il talento o una Chiesa austera ed estranea ai dibattiti della contemporaneità?

«La Chiesa è nella storia e si è sempre mescolata al mondo. Ma ben sapendo che pur essendo in questo mondo non è di questo mondo. Gli slogan sulla “Chiesa in uscita” sono banalizzazioni. La Chiesa è di per sé in uscita perché fa evangelizzazione. Il problema vero è rimettere al centro Gesù e la legge divina».

Tornando all’emergenza Covid, è possibile dissentire dal conformismo prevalente senza essere scomunicati con l’accusa di negazionismo?

«Sì, occorre resistere alla narrativa dominante. Dire chiaramente che essere tacciati di negazionismo è un’infamia. Nessuno nega l’esistenza del virus. Si vuole solo stare alla realtà e combattere l’uso strumentale della pandemia».

Certe manifestazioni di dissenso, condite di complottismo folcloristico quando non becero, avvalorano queste accuse?

«Temo di sì. Io non amo le manifestazioni di piazza: preferisco il ragionamento pacato. Comunque, se si organizza una manifestazione occorre farlo bene, evitando esiti controproducenti».

Si pensava che lo stato di emergenza servisse a snellire le burocrazie per migliorare i servizi al cittadino in condizioni di urgenza, ma non è avvenuto: a cosa serve realmente?

«Lo stato di emergenza serve a incatenare i cittadini, a farli sentire sudditi incapaci di gestirsi, bambini irresponsabili bisognosi di una guida paternalistica. È il frutto di un governo debole il quale, proprio perché avverte la propria debolezza, punta sull’autoritarismo».

Teme che questo stato di eccezione possa diventare norma?

«Questo timore è ciò che mi ha spinto a scrivere Virus e Leviatano. Stiamo dando vita a un precedente pericoloso. L’unione perversa di biopolitica e bioinformazione ha inferto un duro colpo al sistema democratico liberale di stampo parlamentare. Un vulnus che potrebbe diventare permanente».

Pensa che la sottomissione dei cittadini al nuovo dispotismo statalista sia un disegno perseguito o l’esito inevitabile del virus dell’ideologia mai davvero estirpato nell’establishment politico e culturale?

«Dopo tanti anni di giornalismo posso dire tranquillamente di essere complottista. Perché il potere complotta sempre. E tanto più grandi sono gli interessi tanto più ampio è il complotto. Che avviene lontano dai riflettori, in quelli che potremmo definire i “santuari” dei padroni del caos. Ma l’aiuto degli utili idioti è sempre di fondamentale importanza».

Come valuta il fatto che stiamo progressivamente tornando in una situazione di confinamento?

«Alla fin fine è un fatto culturale. Non si viene più educati alla libertà, all’amore per la libertà. Siamo narcotizzati. Abbiamo l’illusione di essere al corrente di tutto e non sappiamo niente. Non studiamo e ci lasciamo condizionare. Dobbiamo imparare di nuovo a pensare. Ma com’è possibile se passiamo tutto il tempo sui social o davanti a programmi televisivi beceri? Huizinga in La crisi della civiltà scrisse che se si vuole ripartire occorre essere consapevoli, per prima cosa, di quanto sia già progredita la dissoluzione».

 

La Verità, 24 ottobre 2020

«Ingigantire il pericolo causa visioni paranoiche»

Una paginetta esplosiva. Che potrebbe intitolarsi «La fede al tempo del Covid». E invece è la lettera che un paio di giorni fa monsignor Massimo Camisasca, vescovo di Reggio Emilia-Guastalla, ha inviato ai sacerdoti della diocesi per esortarli ad accompagnare i fedeli «a vivere con prudenza, ma anche con serenità, fiducia in Dio e capacità di relazioni» il momento che stiamo attraversando. Parole che nascono da un allarme diverso da quello che troviamo tutti i giorni nei media: «Il nostro popolo può correre il rischio di entrare in una visione paranoica della realtà».

Eccellenza, che cosa intende con questa espressione così forte?

«Oggi oltre ai gravi problemi di salute e ai gravi problemi economici – penso alla perdita del posto di lavoro di decine di migliaia di persone – dobbiamo affrontare gravissimi problemi di natura psicologica. Il lockdown ha rappresentato un tempo destabilizzante. Dobbiamo perciò aiutare le persone a uscire dall’angoscia generata dall’ipotesi del ripresentarsi di una situazione già vista. Capisco che coniugare attenzione e libertà non sia facile, ma io preferisco puntare sulla maturità delle persone».

Questa lettera è stata un’iniziativa coraggiosa.

«A me sembra abbastanza ovvia, ci ho messo non più di tre minuti a scrivere queste righe. Ma dato che mi hanno risposto da tutto il mondo vuol dire che è importante. Anche il passaparola di tanti amici sparsi in diversi paesi e legati alla diocesi, alla Fraternità San Carlo e al movimento di Cl ha contribuito a questo volano di trasmissione. La grande quantità di ringraziamenti è il segno che le persone hanno bisogno di essere sostenute nella loro fede e speranza. C’è una sete che non trova correnti d’acqua capaci di appagarla».

Perché ha deciso di scrivere ai suoi sacerdoti?

«Perché vedo, non solo in loro ma in tanta parte del popolo, un’ansia esagerata. Non perché non ci siano motivi di preoccupazione. Ma perché le persone devono essere sempre mosse da qualcosa di più grande. Per i cristiani è la fede. La fede ci insegna che Dio non abbandona mai il suo popolo. Lo accompagna e guida, insegnandogli a vivere le circostanze del presente».

Come spiega il fatto che un documento pastorale sia diventato virale nei siti e nelle chat dei fedeli?

«Perché i fedeli hanno sete di parole incoraggianti. Invece sono troppo sottoposti a una pioggia di parole deprimenti, per giunta in contrasto tra loro».

Lei parla di «crescita di allarme e incertezza, favorita anche dai mass media e dalle insicurezze della politica». È critico nei confronti della visione corrente?

«Nei giornali, che pure svolgono un servizio fondamentale che non voglio dimenticare, vedo un accento eccessivamente apocalittico. E così anche negli annunci che vengono dalla politica: non vedo la capacità di infondere coraggio insieme alle indicazioni di prudenza».

Dice che la paranoia è una visione «distaccata dalle vere dimensioni del pericolo»: non teme l’accusa di negazionismo?

«No, il pericolo ce l’ho davanti ai miei occhi con molta chiarezza. Alcuni miei amici sono morti e molti sono passati attraverso la durissima prova del Covid. Ma non è ingigantendo il pericolo che si danno alle persone le armi per affrontarlo».

Non pensa che l’allarme diffuso dalle autorità e dai media sia giustificato dai dati dei bollettini sanitari quotidiani?

«Penso che dobbiamo mantenere dei comportamenti prudenti. Non a caso in conclusione della mia lettera sottolineo che non dobbiamo “demordere da tutte le attenzioni dovute, come la mascherina, l’igiene delle mani e il distanziamento” pur continuando a vivere».

Parla di «timori esagerati» che possono corrodere «la salute mentale ed emotiva». Ha già trovato tracce di questa corrosione?

«Purtroppo ne ho trovate molte. Soprattutto nelle relazioni difficili che la anormalità dei rapporti ha fatto esplodere».

Situazioni di depressione?

«Depressione, sì; anche stati d’ansia e una diminuita lucidità nella lettura degli avvenimenti».

Cosa vuol dire scrivendo che «le ragioni della vita sono le ragioni della fede»?

«Voglio dire questo: qual è l’antidoto alla paura? Molti risponderebbero il coraggio ma, come diceva giustamente don Abbondio, il coraggio non ce lo si può dare. Dalla paura non si esce con le proprie forze. Occorre riconoscere che c’è qualcuno che ci prende per mano e ci insegna come attraversare il buio verso la luce. Nei Promessi sposi, quando Renzo nel lazzaretto cerca Lucia, a un certo punto sente questa voce: “Abbiam passato ben altro che un temporale. Chi ci ha custodite finora ci custodirà anche in avanti”. È il senso della mia frase».

Molti osservano che è normale che in una situazione così le parole degli scienziati contino più di prima, mentre altri lamentano che la scienza stia diventando una nuova religione: chi ha ragione?

«Innanzitutto, devo ringraziare quegli scienziati che in questi mesi, ma anche nel tempo passato, hanno lavorato per aiutarci nei problemi più gravi relativi alla nostra salute. A questo ringraziamento però devo aggiungere che nell’ultimo anno abbiamo assistito a una discordanza molto profonda tra loro. Questo non sarebbe un male, è naturale che sia così perché la scienza non è un dogma. Purtroppo, però, ho sentito alcuni scienziati parlare come se stessero rivelando dei dogmi».

La salute rischia di diventare un nuovo idolo?

«Rischia di essere un nuovo idolo perché non si crede più alla vita oltre la morte. Se tutto finisce con la morte, la salute diventa una divinità».

Qualcosa di inscalfibile.

«Eppure l’esperienza della morte sta davanti a ognuno di noi come un evento ineludibile di fronte al quale è ragionevole cercare un aiuto che ci permetta di viverla non come un evento definitivo».

Nei giornali si parla molto di etica civile e nei decreti governativi si chiede ai cittadini di essere virtuosi. C’è anche una nuova ondata di moralismo oltre a quella del virus?

«Certamente. L’etica civile regge soltanto quando si riconoscono le ragioni della fraternità. Altrimenti l’invito cade nel vuoto. Il moralismo è una morale senza adeguate radici e noi, oggi, più che a una pioggia di moralismo, assistiamo a un uragano».

Si parla troppo dei malati di Covid e poco delle altre situazioni di sofferenza?

«Il Covid ha oscurato altre patologie, anche comprensibilmente. Dobbiamo tenere aperto il nostro sguardo perché purtroppo ci sono tantissime situazioni di sofferenza altrettanto gravi e meritevoli di attenzione».

La categoria che ha pagato il prezzo più alto sono gli anziani?

«Siamo immersi in una visione funzionalistica dell’esistenza. Davanti alle persone ci chiediamo quali servizi possono rendere. Questo porta al radicarsi della cultura che papa Francesco ha chiamato “dello scarto”. L’anziano viene visto come colui che può occupare indebitamente un posto in ospedale. È una cultura eutanasica, che mostra quanto si sia smarrito il valore della persona nella sua debolezza».

Scrive che «non possiamo permetterci che l’unico criterio sia chiudersi in casa»: virologi e medici disapproveranno questo documento.

«Che però non vuol essere in contrasto con ciò che in futuro si potrà decidere. Al contrario, è un invito rivolto agli scienziati perché tengano presente che nella sanità della persona va considerata la necessità delle relazioni».

Nel finale sottolinea che «le nostre chiese sono luoghi sicuri sia per la preghiera liturgica che per eventuali incontri». È una sottolineatura a scopo preventivo?

«In queste settimane ripeto una battuta: se non vuoi prendere il Covid vieni in chiesa. Abbiamo messo in atto misure di sicurezza sconosciute a tanti altri ambienti. Vorrei che questo fosse considerato e tenuto presente anche per il futuro».

Come ha vissuto l’interruzione delle celebrazioni durante il primo periodo di confinamento?

«Male. Non poter celebrare col popolo è certamente una grande prova. Questo non vuol dire che la mia fede sia stata scossa. Ogni giorno celebravo per tutti e portavo tutto il mio popolo in ogni santa messa. Nello stesso tempo non ho approvato chi diceva: “Sono così belle le messe in streaming, continuiamo così”. La fisicità fa parte dell’evento cristiano perché il Verbo si è fatto carne. La comunità cristiana non è semplicemente una comunione spirituale, ma passa anche attraverso rapporti carnali».

Dopo la preghiera di papa Francesco nella piazza San Pietro deserta del 27 marzo scorso la voce della Chiesa si è fatta un po’ troppo flebile e si è omologata alla narrazione corrente?

«Penso che chi ha responsabilità nella Chiesa abbia non solo il diritto, ma anche il dovere di far sentire la sua voce per guidare le persone a lui affidate. In una recente lettera ad Avvenire mi sono chiesto come mai tanti hanno la percezione che i vescovi non parlano. Penso che tutti dobbiamo aiutarci a trasmettere attraverso la cultura la nostra fede».

Martedì c’è stata la preghiera per la Pace alla presenza del Papa intitolata «Nessuno si salva da solo». Direi perché a salvarci è Cristo. Nella Chiesa di oggi prevale la dimensione orizzontale su quella verticale?

«Da decenni parliamo di secolarismo. È certamente uno dei mali più gravi della vita della Chiesa oggi. Nessuno si salva da solo è un’espressione che ha due significati strettamente congiunti: nessuno si salva senza l’aiuto di Dio e nessuno si salva senza gli altri».

Si tende a parlare solo del secondo significato?

«Sì, è vero. Però è fondamentale perché Dio non salva la persona sola, ma sempre all’interno di un popolo, inserendoci nel Corpo di Cristo che è la Chiesa. Questo ci allontana dalle due tentazioni dell’individualismo e dello spiritualismo».

 

La Verità, 22 ottobre 2020

«Abbiamo dimenticato la lezione di Enea»

È stato il primo a ribellarsi al sollievo perché morivano solo i vecchi. Che poi non era vero; cioè, non era vero quel «solo». Mentre la sua ribellione era, ed è, sacrosanta. Austero e refrattario alle apparizioni, l’ultraottantenne Ferdinando Camon è una delle ultime grandi coscienze morali e letterarie italiane. Il rispetto sacro per gli adulti lo accompagna da sempre, se si pensa che l’autobiografico Un altare per la madre uscì nel pieno della rivolta generazionale contro i padri. Senza la disgrazia del coronavirus, nei prossimi giorni Garzanti avrebbe dovuto ripubblicare Il Quinto stato, suo libro d’esordio. Nella casa di Padova dove vive con la moglie Gabriella Imperatori, anche lei giornalista e scrittrice, Camon attende e lavora. «Siamo preoccupati, nervosi e insicuri», confida. «Sento spesso i miei figli, ci scambiamo email. Io non rinuncio ad andare a comprare i giornali. Mi calo la mascherina e rincaso velocemente».

Muoiono più gli uomini che le donne.

E nessuno ha ancora spiegato perché. Dice che potrei mandare mia moglie?

Non mi permetterei…

Io ho imparato che quando serve una cosa se la fai tu è fatta. E poi mi alzo prima di lei.

Qualcuno ha proposto che i militari siano usati per l’assistenza agli anziani, alle famiglie isolate o con disabili…

Sono volontari e quindi professionisti: glielo si può chiedere. Se fossero figli del popolo arruolati dallo Stato, non si potrebbe. Se qualcuno mi portasse la spesa e i giornali a casa sarei contento.

Lei è stato il primo a ribellarsi al sollievo di fronte al fatto che muoiono di più i vecchi.

Sono parte in causa.

L’articolo che ha scritto era tutto men che ovvio.

Mi fa male che diventi una prassi rifiutare il trattamento in cura di chi ha una certa età. Un padre di 70 anni e un figlio di 50 sono stati ricoverati in contemporanea. Il figlio è stato destinato al reparto a, il padre al reparto b. Dopo due giorni hanno fatto le condoglianze al figlio. Il figlio sopravvissuto ha capito che il reparto dov’è stato ricoverato il padre non disponeva delle attrezzature per combattere questa malattia.

Si dice che tra un vecchio e un giovane è meno peggio se muore un vecchio: sbagliato?

Io sostengo che non dobbiamo accettare la selezione. La medicina non esiste per decidere su chi applicarsi, ma per applicarsi a tutti. Poi c’è chi ce la fa e chi no. Ma l’anziano non deve morire perché non viene curato. Ha presente Enea? Scappa da Troia in fiamme caricandosi il padre Anchise sulle spalle. Virgilio lo chiama continuamente «il pio Enea». Noi adesso siamo in una società empia.

Spietata, come la medicina di guerra.

Diciamo che a Enea era ben chiaro che senza il padre in groppa avrebbe potuto essere più veloce e avere più possibilità di salvarsi.

Se c’è da scegliere tra un giovane e un vecchio si cura il giovane.

Se in un reparto c’è un solo ventilatore polmonare per due pazienti è preferito quello che teoricamente ha una vita più lunga davanti. È un discorso economico che capisco. Ma osservo anche che se ci troviamo di fronte a una malattia invasiva e la nostra sanità non ha macchine per curarla, allora la nostra sanità ha fallito.

Ciò che è sotto gli occhi di tutti.

Trovo inaccettabile che, se arriva un anziano di 75 o 80 anni che necessita di un respiratore, l’ospedale lo metta in attesa per vedere se, di lì a poco, può averne bisogno un cinquantenne. Ora questa selezione non avviene più al momento del ricovero ad opera dei medici, ma alla richiesta del soccorso. Chi risponde si fa dire l’età e, se è avanzata, l’ambulanza non parte. Questa è selezione: io rifiuto che qualcuno possa decidere se ho diritto di vivere o no.

Ha scritto che i vecchi sono fragili e preziosi. Che se si rompe un vaso nuovo lo si ricompra, mentre un vaso antico non si trova. Che consapevolezza abbiamo dell’insostituibilità dei vecchi?

C’è un generale, diffuso, deprezzamento dei vecchi. Nella cultura, nella medicina, nella sanità, nelle famiglie. Sono considerati un’appendice. Come se la vita fosse vita fino a settant’anni. Un giornale, uno solo per fortuna, ha scritto che dopo i sessanta si è anziani. Io credo che anche a ottant’anni sia vita progettuale. In tutti i casi non faccio il discorso contrario. Cioè, che un ventenne che sa poco vale meno di un ottantenne che sa molto. Io dico che la vita è vita finché la natura non la spenga.

Cosa pensa della situazione delle case di riposo?

Sono dei lazzaretti. Dei posti dove vengono confinati i destinati alla morte. L’epidemia miete con la falce a gran colpi. Muoiono a decine ogni notte, si infettano facilmente, non sono protetti, non hanno strumenti di salvezza. Sono la punta avanzata di una società che abbandona i vecchi.

Muoiono in solitudine.

Nell’abbandono. È una morte che contrasta con la nostra idea di morte. Noi siamo cresciuti con l’idea che se un vecchio muore, il nipote che sta in America prende un aereo e viene qua. Adesso nessuno prende aerei. Il vecchio muore solo e viene sepolto da solo.

Spesso senza il conforto dei sacramenti.

Non c’è funerale, non c’è nulla. La Chiesa autorizza chiunque sia vicino, se solo è battezzato, a dargli un segno di croce. È una morte disperata.

Se sei mesi fa le avessero prospettato una situazione così…

Non ci avrei creduto. Ho difficoltà a crederla reale ancora oggi. Il condominio dove vivo, vuoto. L’ascensore, vuoto. La strada, vuota. All’edicola non c’è mai nessuno. È un mondo che ho difficoltà ad accettare.

La morìa degli anziani è la perdita della memoria, come l’incendio della Biblioteca di Alessandria?

Sì, con gli anziani va perso un mondo. Il mondo dei padri, e dei padri dei padri, non ha più testimoni e non ha più ricordi.

Si ha la percezione di questa perdita?

L’uomo massa non ce l’ha. La stragrande maggioranza delle persone non ce l’ha.

Che conseguenze avrà?

Si perde una grande spinta nell’opinione pubblica, nel senso di comunità. I vecchi leggono, pensano, parlano. Una società privata di questa spinta è monca.

La morìa degli anziani è anche un sollievo per le casse dell’Inps?

Certo. Il che non significa che l’Inps sia tra gli untori.

No.

Come in quella poesia di Konstantinos Kavafis, Aspettando i barbari. Il villaggio si ferma, penseranno i barbari a fare le nuove leggi… Ma i barbari non arrivano, e il sindaco dice: «Era una soluzione, quella gente». Non c’è dubbio che il presidente dell’Inps possa pensare che, dopo tutto, la riduzione degli anziani sia una soluzione.

Siamo immersi in una cultura giovanilistica?

Certo. Nella società, nel costume, negli interessi, nei consumi: tutto è incentrato sui più giovani.

Questa cultura è anche figlia della rottamazione?

Rottamazione è una parola orrenda perché si riferisce alle macchine che si buttano per aprire il mercato a nuovi prodotti. Non è ciò che deve avvenire tra gli uomini. Non seppelliamo gli anziani per far spazio ai giovani. Anche se quando c’è da investire lo si fa solo per loro.

Con la preghiera nella piazza san Pietro deserta, papa Francesco, suo coetaneo, ha compiuto il gesto che rimarrà nella mente di tutti noi?

È stato l’atto che solo un grande può compiere. Ha capito che la sua platea era universale. Ha fatto un discorso orbi, anche se non c’era l’urbi. Si è rivolto al mondo, anche senza la piazza.

È l’unico che contesta la cultura dello scarto, che taglia fuori vecchi e bambini.

Chi li taglia fuori non ce l’ha con i vecchi, ma vuole risparmiare. L’economia prevale sull’etica.

Il regista ultraottantenne Pupi Avati ha scritto una lettera alla Rai per chiederle di stravolgere i palinsesti e sintonizzarli sul particolare momento con contenuti più culturali. In questi giorni gli anziani sono più protagonisti dei cinquantenni?

Non sono più protagonisti perché la società non assegna loro questo ruolo. Ma avrebbero la cultura per svolgerlo. La cultura classica contiene risposte. Ho letto che si vogliono riproporre i Promessi sposi perché c’è sete delle cose che restano. Gli anziani hanno vissuto nell’epoca dei libri duraturi, i giovani sono cresciuti nell’epoca del prendi e getta.

Non è un paese per vecchi di Cormac McCarthy, spesso citato per La strada, sembra Un altare per la madre trasferito in America mezzo secolo dopo: il titolo è più che mai attuale qui e ora?

Più che un paese, non è una civiltà per vecchi. Non è una società per vecchi. Il vecchio è superfluo.

 

Panorama, 8 aprile 2020

Perché desideriamo vedere e ascoltare i vecchi

La guerra. Tutto ruota attorno a lei. O almeno al dopoguerra. Chi l’ha vissuto e chi no. Fa la differenza, oggi. Eccome, se la fa. Parlando dei componenti della classe dirigente attuale, intervistato dalla Verità, Peppino Caldarola, uomo di sinistra (74 anni), ha detto che non hanno vissuto «la guerra e il dopoguerra, non hanno visto il colera a Napoli e Bari, erano bambini durante il sequestro Moro, ragazzi durante il terremoto dell’Aquila». Appartengono a «una classe dirigente che, non per colpa sua, non si è confrontata con nessuno dei drammi italiani contemporanei». E che perciò è impreparata sia culturalmente che psicologicamente. Riflettendo sui cinquantenni, la generazione a cui appartiene, Antonio Scurati ha scritto sul Corriere della Sera: «Sono arrivati del tutto impreparati all’appuntamento con la loro storia… Il loro apprendistato alla vita è stato un lungo apprendistato all’irrealtà televisiva. Avevano vent’anni quando hanno assistito dal salotto di casa alla prima guerra in diretta televisiva della storia umana, trenta quando sono stati bersagliati attraverso gli schermi televisivi dal terrore mediatico, quaranta quando l’odissea dei dannati della terra è approdata alle spiagge delle loro vacanze… Hanno la casa al mare e il cellulare di ultima generazione… hanno avuto più cani che figli e adesso rischiano la vita per portare il loro barboncino a pisciare». Un’autocritica spietata, se vogliamo. Ma onesta.

È fuori di dubbio che i quarantenni e cinquantenni l’abbiano avuta facile. Più per merito dei padri che per demerito loro. Hanno trovato un Paese ricostruito, florido, moderno. Una civiltà, l’Occidente, mediamente ricca e proiettata verso un futuro radioso. Non è colpa loro. Adesso però sono, siamo, spiazzati. Mentre i vecchi lo sono meno. Ora che il gioco si fa duro – che a tutte le latitudini siamo accomunati dallo stesso destino e raramente l’abbiamo avvertito così insidioso – i duri sono loro. Gli ottantenni. Fateci caso. Papa Francesco (83), ha compiuto il gesto che resterà nella mente e nella storia di questa pandemia. Da solo, in quella piazza deserta, eppure affollata dal mondo intero. Un mondo disarmato, fragilissimo, impotente, tremebondo. Lui, in piedi, a elevare un’invocazione al Padreterno. Poi, fatte le debite proporzioni, il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella (79) che, riscattando alcune recenti latitanze, si è svegliato dal torpore per difendere il nostro Paese, e non le ha mandate a dire all’improvvida presidente della Bce Christine Lagarde esponendosi sul fronte europeo. Oppure il regista Pupi Avati (81), che ha preso carta e penna e ha scritto alla Rai per chiedere di ridimensionare il condizionamento del mondo pubblicitario e degli esami dell’auditel e stravolgere i palinsesti per favorire una crescita culturale anche delle giovani generazioni, programmando film classici, concerti, documentari e biografie dei nostri grandi artisti. Un’iniziativa che ha subito raccolto Renzo Arbore (82), un grandissimo vecchio della nostra tv. L’elenco potrebbe continuare con i tanti vecchi autorevoli che i giornali intervistano in questi giorni. Come Eugenio Borgna (89), per esempio, luminoso psichiatra che ha paragonato l’epidemia di oggi con l’esperienza che visse, tredicenne, nel 1943. Quando, inseguita dai tedeschi, la sua famiglia fu costretta a lasciare la casa paterna e avventurarsi nella notte, in montagna: «Fino a quel momento il sentiero dell’adolescenza mi appariva rettilineo. Improvvisamente, era divenuto buio e tortuoso. Non capivo cosa ci stesse opprimendo. I militari tedeschi erano un nemico oscuro. Tutto poteva concludersi da un momento all’altro. Oggi nulla sappiamo del coronavirus e nulla sapevamo allora di quel nemico comparso, scomparso, incombente. Anche allora, come oggi, fede e speranza si alleavano per offrirci la possibilità di un cammino più sereno».

La guerra. O almeno il dopoguerra. I nostri vecchi hanno parole meno ambigue, più dirette, più solide. Più capaci di confortare nella paura. Ci sono passati. Sanno cos’è. Quando, adolescente, sentivo i racconti di mio padre o di mio nonno sulla guerra, fremevo perché i miei occhi non erano rivolti al passato, ma al futuro. La guerra era una realtà distante. Una specie di leggenda nera, per tenerci tranquilli. Oggi siamo imprevedibilmente finiti dentro qualcosa che le assomiglia parecchio. Parliamo di nemico, di trincea, di prima linea, di ospedali da campo. Viviamo anche un’intransigente autarchia domestica. E molti di noi cercano conforto nella storia e nella migliore letteratura. Per vedere come abbiamo vissuto e come siamo usciti dalla peste. O dall’epidemia di spagnola, un secolo fa. In fondo, i vecchi, quelli della guerra e del dopoguerra, sono il pezzo di storia che abbiamo più vicino a noi. Vicino in tutti i sensi. Sono anche i più forti. E i più fragili. In questa guerra.

 

La Verità, 4 aprile 2020

Ma i guru da quarantena non parlano di salvezza

Brulicano peggio dei ribelli alla clausura. Si dibattono. Si affannano. Alla frenetica ricerca di parole, di soluzioni, di ricette, di decaloghi per contrastare la disgrazia. Per dirci come dobbiamo comportarci. Per dare a tutti le chiavi interpretative della tragedia. Ogni giorno c’è un nuovo maestro del pensiero. Un intellò che ci trasmette ciò che ha imparato. Come dobbiamo vivere e affrontare la pandemia. Come dobbiamo vivere e affrontare la paura. Chiusi nel nostro rifugio. Al confino domestico. Perché «dopo» il mondo sarà migliore, assicurano. Noi stessi saremo migliori, più solidali, altruisti, empatici. Sapremo apprezzare anche quello che prima ci infastidiva. In forza di cosa è difficile a dirsi. Per quanto si dia da fare, di fronte alla disgrazia che accomuna i destini dell’intero pianeta la cultura mainstream, umanitarista, filantropica, positivista mostra tutta la sua insufficienza. La sua pochezza. C’è la versione volontaristica di Alessandro Baricco, il guru dei guru, che su una doppia di Repubblica ha constatato, infastidito, che «abbiamo troppa paura di morire». Suvvia, la paura della morte va gestita, controllata, organizzata nella comunità. Sfugge il come. Però, facciamoci coraggio, ha esortato l’autore dei Barbari, «è il momento dell’audacia». Perché la pandemia è solo un livello più elevato del Game. Basta fare l’aggiornamento. Poi c’è la versione tra l’ombelicale e l’autocommiserante di Antonio Scurati, riconosciutosi nella generazione dei cinquantenni «in coda per il pane». Uomini e donne «tristi, incongrui a loro stessi… arrivati del tutto impreparati all’appuntamento con la loro storia». Il quale, pur ammettendo «la fine di una certa idea di modernità», ha decretato che se «un’epoca è finita, un’altra comincerà». Anche lui, tuttavia, senza riuscire a suggerire una strada, qualcosa che mostri un cambio di passo. Infine, c’è la versione narcisistico nichilista di Sandro Veronesi, considerata la messe di recensioni devote al suo Colibrì, probabile successore di Scurati allo Strega, il quale ha dichiarato che il virus siamo noi, noi specie umana: «A che cosa serviamo, ormai, noi uomini sulla terra? Perché dovremmo continuare a vivere, noi, dopo che la Madre terra si è sbarazzata di altre migliaia di specie inutili o dannose?». Ben venga il coronavirus, quindi, e facciamo piazza pulita di questa escrescenza nociva, di questa piaga purulenta e nefasta che è la specie umana. Non è bello il mondo popolato di farfalle e gladioli?

No. Parole nuove non se ne leggono né se ne ascoltano nelle pensate degli intellettuali cool. È vero, si parla molto del «dopo» e del «quando». Perché è chiaro che ci sarà un prima e un dopo. Il Covid-19 stabilirà una cesura temporale. Ma grazie a cosa il dopo sarà migliore non si riesce ad intuirlo. Leggendo certi distillati sembra di trovarsi davanti a un acquario. O all’orchestrina del Titanic che suona senza avvedersi che il pensiero unico si avvicina pericolosamente all’iceberg. Nessuno che si fermi per farsi qualche domanda. Solo risposte, ricette. La presunzione dell’intellò non flette nemmeno di fronte a un microrganismo invisibile che ci sta gettando nel panico. Il superomismo di cui abbondano i nostri giornali risulta patetico e velleitario nella convinzione che, per aggiornare il computer del mondo, bastino «le piccole cose», «la solidarietà», «essere insieme». E tutto andrà bene. Per chi resterà.

Autocritiche zero. Allora proviamo a fare un passo indietro a fine Novecento, senza menarla troppo. Trent’anni fa, dopo la caduta del Muro di Berlino il Nuovo ordine mondiale ha fatto decollare la globalizzazione. Il paradiso terrestre era dietro l’angolo. Certo, c’erano le guerre asiatiche, ma c’era anche un gendarme che dettava l’agenda. C’erano le Nazioni unite, erano conflitti tutto sommato locali. Intanto, nell’Occidente progredito, passavamo dall’inseguire la società perfetta all’inseguire l’esistenza perfetta. Nascita e morte quando decidiamo noi e come vogliamo noi. A illuderci che l’Eden fosse a portata di mano è arrivata la rivoluzione digitale. Così ci siamo ancor più convinti di essere invulnerabili, onnipotenti, capaci di programmare tutto. Mondo perfetto, stiamo arrivando.

Poi invece son successi alcuni fatti imprevisti. Senza aprire il file «Migrazioni» o il file «11 settembre», c’è stata prima la crisi finanziaria di Wall Street (2008), il cui smaltimento appare tuttora remoto. E adesso quella di Wuhan, che vi si sovrapporrà, e vedremo come andrà a finire. Inizia perciò a insinuarsi il sospetto che queste crisi non siano solo incidenti di percorso, ma effetti non collaterali della cultura dominante.

Questa prova ci cambierà, si ripete. Ed è probabile. Ma che cosa ci garantisce che sarà in meglio? L’uomo rimane un essere limitato, ce lo spiega la morte e ce lo dovrebbe spiegare questa situazione. La scienza e la tecnologia progrediscono e grazie a dio continuano a farlo. Ma, con tutto il nostro impegno, alla fine quello che ci inventeremo non potrà non riprodurre il nostro limite ultimo. La nostra ambiguità. Il pensiero unico contemporaneo rimuove questo dettaglio, dibattendosi nell’acquario. In quella che tanti poeti hanno chiamato «stanza». Il perimetro della ragione intesa come misura delle cose. Un perimetro che, per quanto lo allarghiamo, a un certo punto finisce.

Forse l’unica vera lezione che dovremmo apprendere è una buona dose di umiltà. Ora che siamo blindati dentro le nostre stanze possiamo capirlo. Per quanto progrediamo, per quanto esploriamo, tutto ciò che facciamo, alla fine, s’imbatterà nel limite. «Fermatevi e sappiate che io sono Dio», recita il salmo 46. Solo un Altro che bussa alla porta può farci uscire dall’isolamento.

L’ultimo libro di Daniele Mencarelli s’intitola Tutto chiede salvezza (Mondadori). La parola che la cultura contemporanea non sa pronunciare è questa. Non è una parola astratta, una categoria filosofica, una pensata di qualche intellettuale ambizioso. È un incontro. L’ha pronunciata anche papa Francesco nella memorabile piazza san Pietro deserta: «Nessuno si salva da solo». Già. Prima ancora che per un fatto sociologico, perché per salvarci serve un Salvatore. Il romanzo di Mencarelli è il diario autobiografico del Trattamento sanitario obbligatorio cui fu sottoposto dopo che in un accesso di follia si era scagliato con violenza contro il padre. Lo presero e lo portarono nel reparto psichiatrico. Un giorno suona il campanello della stanza dov’è ricoverato insieme ad altri cinque malati reclusi. «Apro. A un centimetro dal mio viso mi ritrovo mio padre. Il suo stupore più grande del mio… Restiamo a guardarci, ognuno fa dell’altro il suo speciale inventario… Mio padre allarga le braccia… Ci abbracciamo». Come sarà stato quell’abbraccio?

Nelle ricette che leggiamo quotidianamente la parola salvezza non compare. Io stesso la pronuncio con pudore e zero meriti. Perché è una parola che contempla l’iniziativa di un Altro. Perché è un dono, un atto gratuito di Dio… Protesi verso i nostri traguardi, non riusciamo ad accorgerci di questo atto. A riconoscerlo nel desktop dei nostri computer. Perché non ci riusciamo? Semplice, perché Dio siamo noi.

 

La Verità, 31 marzo 2020

Il virus e il «suggeritore» della Preghiera del Papa

Quell’immagine resterà a lungo nella mente dei fedeli e degli uomini di tutto il mondo. Come un frame, un fotogramma del grido dell’umanità, a testimonianza di quest’epoca di tragedia. Per quanto contano, lo confermano anche i dati di ascolto da record di Rai 1, in proporzione un’antenna locale: 8,6 milioni di telespettatori e il 32,7% di share, (ai quali vanno aggiunti i 2,8 milioni con il 10,6% di Tv2000, e le platee minori di RaiNews24 e SkyTg24). C’era idealmente tutto il mondo nella piazza san Pietro deserta. Tutto il mondo «flagellato dalla tempesta». La piazza solitamente affollata, gremita. Meta abituale dell’assembramento devoto. Pioveva al tramonto, a Roma. E, nella luce bluastra, si è udito il silenzio. Si è udita la voce flebile di papa Francesco. Si è udito il suono delle campane. Si è udito l’urlo delle ambulanze. Tutto si è fuso nella preghiera elevata da Bergoglio, protetto da una tettoia approntata sul sagrato della basilica. «Fitte tenebre si sono addensate sulle nostre piazze, strade e città, si sono impadronite delle nostre vite riempiendo tutto di un silenzio assordante e di un vuoto desolante che paralizza ogni cosa al suo passaggio: si sente nell’aria, si avverte nei gesti, lo dicono gli sguardi. Ci siamo ritrovati impauriti e smarriti», ha detto Francesco. E poi ancora. «Con la tempesta è caduto il trucco degli stereotipi con cui mascheravamo i nostri ego». Dallo studio di Rai 1, commentavano il vaticanista Ignazio Ingrao e monsignor Filippo Di Giacomo.

Mentre si ascoltava colpiva l’immagine dell’uomo vestito di bianco, sotto una tettoia anch’essa bianca, solo in mezzo al colonnato del Bernini. Francesco ha riproposto il vangelo della barca nel mare in tempesta, con gli apostoli spaventati mentre Gesù dorme, in apparenza indifferente. Fino a quando lo svegliano perché si vedono in pericolo. «Perché avete paura? Non avete ancora fede?», si sentono rispondere. «La fede non è tanto credere che Tu esista», ha chiosato Francesco, «ma venire a Te, fidarsi di Te… Con Dio a bordo non naufragheremo». L’immagine della barca è servita a Bergoglio per sollecitare tutti alla solidarietà, «fragili e disorientati, ma nello stesso tempo importanti e necessari, tutti chiamati a remare insieme». È giusto, tutti insieme. Ma il Papa ha fatto il Papa. E davanti alla pandemia sembra che la voce della massima autorità religiosa mondiale sia la più dotata di credibilità.

Era stato don Marco Pozza, durante una puntata domenicale di A sua immagine, collegato dal carcere di Padova di cui è cappellano, a invitare il Pontefice a un gesto di preghiera da piazza san Pietro. Un gesto con tutte le televisioni collegate, che avesse il sapore dell’evento. Bergoglio gli ha dato ascolto, come sta facendo da qualche tempo. Don Marco lo intervista da tre anni nei cicli sulla preghiera trasmessi da Tv2000. Insieme con alcuni detenuti del carcere padovano, ha partecipato alla stesura delle riflessioni della prossima Via crucis. Ha collaborato anche al testo della preghiera di venerdì sera. Al termine della quale, dopo l’adorazione al Santissimo in una ritualità che ha mostrato tutto il peso di duemila anni di storia, Francesco ha impartito la benedizione Urbi et Orbi con la concessione dell’indulgenza plenaria. Che, nell’impossibilità di accedere ai sacramenti in tempo di quaresima, accorda il perdono a tutti coloro che lo chiedono. Mentre la impartiva dall’ingresso della basilica, le sirene delle ambulanze si confondevano con il suono delle campane.

 

La Verità, 29 marzo 2020

Il Rosario per l’Italia su Tv2000 fa boom di ascolti

Le chiese sono chiuse, e quelle aperte non sono facili da raggiungere. Niente funzioni in tempo di quaresima che, a suo modo, è una forma di quarantena. Neanche un prete per chiacchierar mentre la paura è nuova compagna. Sarà tutto questo ad aver fatto lievitare gli ascolti del Rosario per l’Italia indetto dalla Conferenza episcopale italiana, recitato dalla basilica di San Giuseppe al Trionfale di Roma e trasmesso da Tv2000. Risultato: 12.8% di share, 4,2 milioni di telespettatori, seconda rete assoluta dietro Rai 1 (che trasmetteva l’episodio finale della stagione di Don Matteo, 26.5%, 7,4 milioni). Record assoluto per l’emittente dei vescovi.

Introdotto da papa Francesco che, collegato dal suo appartamento, nella giornata del 19 marzo, ha letto un messaggio davanti a un dipinto di San Giuseppe, l’evento religioso è durato una quarantina di minuti. Bergoglio si è rivolto al «falegname di Nazareth» chiedendogli di proteggere «questo nostro Paese» e di illuminare «i responsabili del bene comune perché sappiano, come te, prendersi cura delle persone affidate alla loro responsabilità». A seguire, la recita delle orazioni officiate dal segretario generale monsignor Angelo Russo, ispirate ai misteri della luce e introdotte da letture mistiche di Santa Caterina da Siena. Le reti generaliste trasmettevano i talk show, la replica dei Soliti Ignoti, Striscia la notizia e l’inizio dei programmi di prima serata. Personalmente, alle 21, ero uscito furtivamente per depositare la spazzatura differenziata. Sentite le campane di una chiesa non troppo lontana, mi è tornato in mente l’appuntamento promosso dalla Cei. E pazienza per Lilli Gruber e soprattutto per Barbara Palombelli.

I sociologi lo constatano puntualmente: quando il pericolo incombe, la popolazione si attacca alla preghiera e alla devozione. Per dare il polso dell’evento, normalmente il canale diretto da Vincenzo Morgante si assesta su una media di share vicina all’1%. Anche se in questi giorni gli ascolti stanno crescendo un po’ durante tutta la giornata. È l’eccezionalità del momento combinata con le chiese off limits, che ha spinto il pubblico a sintonizzarsi sul canale 28 del digitale o 5028 della piattaforma satellitare.

Domenica scorsa don Marco Pozza, cappellano del carcere di Padova, collegato con A sua immagine di Rai 1, aveva invitato Francesco a un grande gesto di preghiera da trasmettere in mondovisione. Considerata anche l’audience del Rosario per l’Italia potrebbe essere un suggerimento da vagliare.

 

La Verità, 21 marzo 2020

I laici citano sant’Agostino, il Papa Fabio Fazio

Apro il Tg1 delle 13.30 e trovo come prima notizia l’intervista di Francesco a Repubblica. In bella evidenza copia del quotidiano e il sorprendente endorsement papale a Fabio Fazio. In fondo, è pur sempre un conduttore di Mamma Rai. Cambio canale, perplesso. Ma il tg di La7, di proprietà di Urbano Cairo, editore del Corriere della Sera, la ignora. Sarà mica che Bergoglio è finito dentro il gioco dei media e dei poteri forti?

Un Papa nonno non me l’aspettavo. Soprattutto, mi aspettavo di più da un Papa. Da papa Francesco. Lo dico con dolore. Con rammarico e delusione, purtroppo. In mezzo a tanti guru da quarantena che imperversano ovunque, sui giornaloni, sui social e in tv, da Bergoglio mi aspettavo parole ultime. Parole che vanno all’essenziale. Siamo messi faccia a faccia con la morte. Con il destino. Non alla rinuncia all’apericena sui Navigli. Siamo a confronto con il pericolo massimo che si fa prossimo, in modo imprendibile come raramente capitato dalla fine della Seconda guerra mondiale. C’è una pandemia, uno scenario dai risvolti drammatici che coinvolge l’intero pianeta.

Ci era andato vicino domenica scorsa Gian Antonio Stella sul Corriere della Sera, scrivendo che «torna la voglia di parole vere». E, non a caso, aveva citato proprio Bergoglio che, sempre domenica, con un gesto commeovente era andato a piedi a pregare nella chiesa di Santa Maria Maggiore davanti all’icona della Vergine «Salus populi romani». Un pellegrinaggio, meglio di tante parole. Per questo, in mezzo alla selva di consigli, decaloghi e omelie di tanti telepredicatori, da Francesco ci aspettavamo qualcosa più di un paterno buffetto sulla guancia. «Dobbiamo ritrovare la concretezza delle piccole cose, delle piccole attenzioni da avere verso chi ci sta vicino, famigliari, amici. Capire che nelle piccole cose c’è il nostro tesoro». Fin dalle prime righe sembrava di sentir parlare Fazio. Lui. Possibile? Ma di fronte a questa situazione un Papa non dovrebbe parlarci del Salvatore? Di un Tizio che è morto in croce per riscattarci dalla fragilità, dalla provvisorietà? Antonio Scurati agli albori dell’epidemia ha scritto che dobbiamo ricostruire «una coscienza collettiva della nostra finitudine». Se non è questo il cristianesimo che cosa lo è? Se non lo dice la massima autorità mondiale, il Vicario di Cristo, chi lo fa? Avete presente, qui ci vorrebbe l’emoticon con il faccino interrogativo e il pollice e l’indice attorno al mento.

Immerso nelle perplessità ho proseguito la lettura fino all’epifania. «Mi ha molto colpito l’articolo scritto su Repubblica da Fabio Fazio…». Ma dai? «Che cosa in particolare?» gli ha chiesto il giornalista. «Tanti passaggi, ma in generale il fatto che i nostri comportamenti influiscono sempre sulla vita degli altri». E poi, «quando dice: “È diventato evidente che chi non paga le tasse non commette solo un reato ma un delitto: se mancano posti letto e respiratori è anche colpa sua”. Questo passaggio mi ha molto colpito». Papale.

Ora questa faccenda si presta ad alcune considerazioni. La prima è una domanda. Davvero Francesco aveva letto Fabio Fazio del giorno prima? O qualcuno gliel’ha segnalato? E davvero il Papa ha confessato questa impressione senza che magari il suo confidente abituale a Repubblica incoraggiasse, diciamo così, la conversazione di ieri? E se così fosse, a che situazione saremmo di fronte? Sono solo domande, eh.

Il secondo quesito è nel merito. Stiamo sempre parlando del custode della cristianità o di un ministro del Tesoro italiano che stigmatizza le conseguenze, pur nefaste, dei comportamenti degli evasori?

La terza è una considerazione. Gli psichiatri e gli intellettuali laici in questo momento tanto drammatico citano Le confessioni di Sant’Agostino, per dire, e il pontefice eleva Fazio a nouveau philosophe.

’Namo bene, direbbero a Roma.