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Un reality dei migliori per guarirli dalla «melonite»

A un certo punto, nel bel mezzo di una stagione intrisa di patologie incontrollate – dall’invasione dei migranti all’inflazione, dall’innalzamento ritmato del tasso sul costo del denaro ai blocchi del traffico orditi da Ultima generazione – una strana sindrome prese a diffondersi negli interstizi delle centrali del potere. Colpiva per contagio, attraverso la confermazione reciproca che si espandeva con la frequentazione del medesimo circuito mediatico. Gli stessi talk show, gli stessi editoriali, gli stessi siti d’informazione. Un gioco al rimbalzo che propagava il virus della melonite senza che chi lo contraeva se ne avvedesse, tanto era una patologia condivisa e aggravata dalla sicurezza di essere nel giusto. Sì perché essa attecchiva più facilmente sul terreno arato dal complesso di superiorità. All’inizio si era manifestata come un malessere a bassa intensità, un nervosismo serpeggiante del quale non si riuscivano a individuare le cause né a circoscrivere le fasce a rischio. Poi, a un anno dalle elezioni che avevano consegnato il Paese alle destre, pian piano la nebbia si era diradata. La melonite era la malattia delle élite. Il morbo dell’establishment. Una patologia ossessiva che colpiva le classi dei migliori, lasciando immuni gli strati umili.

Dopo decenni di controllo del potere, improvvisamente, si era andati a votare e Giorgia Meloni aveva inusitatamente vinto. Il maggior partito della sinistra, abituato a governare per diritto divino senza bisogno di primeggiare, aveva accusato il colpo e, pur con i suoi tempi, aveva sostituito il grigio segretario figlio della tecnocrazia post-democristiana, con una giovane militante cresciuta tra la Svizzera e i centri sociali, molto sensibile all’armonia dei colori.

Nel Paese occidentale dove, secondo alcuni autorevoli studi, gli operatori della comunicazione erano spostati più a sinistra rispetto all’orientamento dell’opinione pubblica, sembrava di vivere in una sorta di distopia. Fu così che la melonite prese a ramificare nelle sue diverse varianti. La variante Bilderberg, per esempio, aveva colpito la conduttrice del talk show più seguito nei salotti cool. Allorquando pronunciava il cognome del premier come in un rap compulsivo – allora la Meloni, intanto la Meloni, adesso la Meloni – l’inflessibile anchorwoman con un passato da europarlamentare ulivista, non riusciva a trattenere l’arricciamento del labbro superiore in una smorfia di ribrezzo che sembrava un tic nervoso. Era lo stadio più acuto. Pur avendo teorizzato la necessità di dare maggior potere alle donne per contrastare la politica del testosterone, ora che, per la prima volta, si era affacciato un premier donna, il talk della giornalista di sangue tedesco era divenuto il focolaio del contagio. Che, con l’abitudine a intervistarsi tra loro, si espanse rapidamente tra i conduttori della rete.

La variante livida aveva intaccato l’espressione facciale del direttore del giornale della più influente famiglia imprenditoriale il cui cognome identificava il capitalismo italiano per eccellenza. Ciò nonostante, sul quotidiano di sua proprietà si esibivano le firme più antagoniste e radicali del villaggio. Nel caso del megadirettore, un habitué del focolaio, la melonite si manifestava con un impercettibile digrignar dentale che alla lunga gli stampava in volto una piega di tristezza sabauda. Quando poi era costretto a pubblicare sondaggi che certificavano la popolarità del premier, lo stridore dei denti diventava ancora più fastidioso.

La variante più goliardica, insidiosa e paragura si esprimeva invece nella narrazione di uno dei siti più consultati dal bel mondo. Il suo era un caso da manuale perché proprio l’avvento del nuovo premier aveva determinato la svolta nelle cadenze del portale. Prima irriverente ai diktat della gente che piace, si era convertito al verbo quirinalizio, istituzionalizzandosi. Al mefistofelico fondatore del sito, ogni tre post ne partiva uno contro il premier e il suo cerchio tragico di cui prospettava l’imminente autodafé, l’isolamento interno e l’emarginazione internazionale. Fino ad attribuire al primo ministro certe crisi di panico e il ricorso a psicofarmaci.

Infine, l’ultima variante era quella nera. Una vecchia storia che affiorava limacciosa, soprattutto in prossimità degli appuntamenti elettorali. E colpiva alcune firme del giornalismo militante annidato nell’altro giornale di proprietà della solita famiglia di grandi imprenditori. A riassumerle tutte, quasi un prontuario sanitario vivente, c’era la variante iconografica che aveva infettato irreparabilmente un fotografo dal glorioso passato. Com’era nella sua estetica, egli non risparmiava sfumature e si abbandonava a insulti e sputacchi per esternare il disprezzo contundente. Rabbia, visceralità, saccenza, snobismo: gli ingredienti c’erano tutti. Ma i suoi toni erano talmente accaniti che pochi lo consideravano davvero mentre lui seguitava a invecchiare peggio.

L’espandersi del virus però qualche effetto l’aveva prodotto anche sul premier, a sua volta affetto dalla sindrome di accerchiamento. Così, anziché contornarsi di consiglieri competenti e collaboratori autorevoli, si era colpevolmente trincerato con poche persone fidate, principalmente famigliari.

Svelata anche dal sorprendente successo del pamphlet di un generale dei paracadutisti sfuggito alle maglie dell’editoria di regime, le conseguenze della distopia finivano per cristallizzarsi. Da una parte i migliori, colpiti dal virus. Dall’altra il premier, sempre più propenso ai compromessi per non inciampare sui poteri forti a ogni disegno di legge e arroccato con il clan, collezionista di gaffe. Sembrava una situazione irreparabile. Nessuno aveva un’idea. Nessuno coltivava lo straccio di un vaccino.

Finché un giorno accadde un fatterello all’apparenza marginale. Si sa com’è, a volte l’ispirazione viene da un episodio minore. Un giornalista e scrittore che viveva a Roma in una confortevole abitazione foderata di libri e opere d’arte, un intellettuale abituato a vagliare gli argomenti uno a uno, decideva di abbandonare i propri agi e di recludersi nella casa di un famoso reality show. Senza giornali e telefonino quanto sarebbe resistito? Chissà. Così a un grande produttore televisivo venne l’idea. Perché non proporre alle persone affette dalla melonite un periodo di detox? Sì, un reality show dei migliori. Più che un vaccino, il reality poteva essere la terapia della realtà parallela, la bolla nella quale gli ammalati erano immersi. L’idea divenne virale. Il produttore era sicuro e depositò il progetto. Male che andasse, sarebbe stato un interessante esperimento sociale, dai promettenti risvolti comici. Messe a punto tutte le precauzioni, dotata la casa di ogni comfort, si erano rotti gli indugi. Pur scettici e riluttanti, i colpiti dal morbo avevano accettato di entrare nella bella residenza dove sfogare tra loro le accuse contro il nemico. Allo scopo di disintossicarsi, avevano rinunciato a giornali, tv, siti, wifi e a tutte le tecnologie indispensabili per dettare la linea. Non era stata una passeggiata, tutt’altro. Il complesso di superiorità era duro a morire. Gli inquilini avevano dovuto superare pericolose ricadute e crisi di astinenza. Fu trovata anche qualche monografia giornalistica antipremier fatta entrare di soppiatto nella casa. Ma, alla fine, ce l’avevano fatta ed erano tornati rigenerati e ringiovaniti alla loro vita e alle loro professioni. Il sistema dell’informazione ne aveva guadagnato in equilibrio e capacità di valutare l’operato della politica senza pregiudizi. Il clima di tutto il villaggio aveva acquistato in serenità. E anche il premier si era tranquillizzato. Ora non aveva più alibi per rinviare la realizzazione del suo programma di governo. Nel Belpaese era iniziata una nuova èra. Certo, non che fosse tutto perfetto. Alcuni problemi persistevano sul fronte internazionale. Soprattutto a causa del comportamento dei poteri continentali e degli Stati fratelli, ingerenti in campo economico e invece latitanti quando si trattava di condividere le crisi sovranazionali. Ma i più ottimisti erano convinti che, ben presto, qualcuno avrebbe cominciato a mettere la testa anche su questo…

 

La Verità, 26 settembre 2023

«L’attualità ce la racconta l’establishment»

Buongiorno Peter Gomez, da vicedirettore a condirettore del Fatto quotidiano che cosa cambia?

«Resto direttore del sito e del mensile Millennium. Qui a Roma lavorerò all’integrazione tra giornale cartaceo e online. Le edicole chiudono e sempre più copie sono vendute in forma digitale».

Le edicole chiudono e i lettori calano?

«Quelli del Fatto quotidiano di Marco Travaglio stanno aumentando. Crescono le copie digitali e degli abbonamenti cartacei, oltre 50.000 in totale».

Da Milano a Roma, una bella sterzata…

«Mia figlia i miei affetti sono a Milano e quando le cose si sistemeranno spero di poterci rimanere di più. Ho sempre rifuggito Roma, che mi piace molto, ma è la città del potere. E ai giornalisti non fa bene star troppo vicino al potere, anche se per raccontarlo è necessario».

Altre novità professionali?

«Da lunedì sarò ospite due volte la settimana di Giù la maschera, il nuovo programma di Marcello Foa su Radio Uno».

Si era parlato di lei su Rai 3 al posto di Bianca Berlinguer.

«L’ho letto anch’io sui giornali, ma non c’è mai stato niente di concreto. A un certo punto Repubblica ha scritto che Giuseppe Conte voleva impormi per una sorta di ricatto. Qualche volta Conte l’ho intervistato, ma ci avrò parlato sei o sette volte in tutto. Poi il Corriere della Sera ha scritto che la mia partecipazione al programma di Foa è in quota 5 stelle».

Invece?

«Anche se la pensiamo diversamente su diverse cose, io e Foa siamo stati colleghi al Giornale di Indro Montanelli e trovo che in passato Marcello sia stato attaccato in modo ignobile. Quando mi ha proposto di collaborare a un programma pluralista e di qualità ho accettato di buon grado. L’unica cosa vera in questi anni è che, ai tempi del governo gialloverde, ho rifiutato la direzione del Tg1 per coerenza con il fatto che ho sempre scritto “fuori i partiti dalla Rai”».

È vero che potrebbe comunque approdare in Rai con La confessione?

«Purtroppo no. Sul Nove, dove il programma continuerà, ho sempre avuto libertà assoluta. Se arrivasse un’offerta la prenderei in considerazione perché la Rai è la Rai».

Perché al Tg1 no e un programma sì?

«Se il programma non funziona ti chiudono. Con la riforma voluta da Renzi la Rai è nelle mani del governo e la politica tormenta i direttori dei tg più di prima».

Come valuta gli abbandoni di alcuni professionisti all’arrivo della nuova dirigenza?

«Non ci sono epurati, ma persone che sono andate a guadagnare di più e con l’idea di sentirsi più libere. Fabio Fazio non è andato al Nove quando è arrivata la nuova dirigenza, è stato il cda di Carlo Fuortes a non aver avviato la trattativa per confermarlo».

Se ne sono andati anche Massimo Gramellini e Lucia Annunziata: se si è in dissenso con la nuova linea non è più da schiena dritta restare?

«Secondo me, sì. Però non riesco a biasimare chi pensa che il lavoro sarebbe stato impossibile. Mi ero fatto una cattiva opinione di Lucia Annunziata quando sembrava che si candidasse come europarlamentare del Pd. Ora che l’ha smentito l’ho rivalutata».

Quest’estate si è tornati a parlare della strage di Bologna e dell’abbattimento dell’aereo dell’Itavia su Ustica.

«Sulla strage di Bologna ha fatto tutto Marcello De Angelis, giurando che Mambro, Fioravanti e Ciavardini non c’entravano. È troppo comodo smorzare i toni quando scoppia il polverone. Su Ustica ho un atteggiamento diverso rispetto a quando fioccavano le tesi complottiste. Ora mi sembra una grande storia giornalistica, anche se vedo poche novità. Mi pare che i lettori guardino a Ustica come ai cold case italiani, tipo la scomparsa di Emanuela Orlandi o la fine di Simonetta Cesaroni».

I misteri del passato hanno riempito l’assenza di grandi gialli estivi?

«In parte, sì. Noto che i giornali di destra stentano un po’ ora che governa Giorgia Meloni. Varrebbe anche a parti rovesciate, se ci fosse Conte al suo posto. A me sarebbe piaciuto fare questo mestiere quand’era vincente il giornalismo british, ma oggi funzionano le testate di opinione. Non si possono più portare a esempio nemmeno i giornali americani che sono stati embedded durante la guerra in Iraq e non si sono accorti dell’ascesa di Donald Trump».

Di che cosa è sintomo il caso Vannacci?

«Di quanto stiamo dicendo. Premetto: il generale è libero di dire quello che vuole ma, al di là di quello che c’è scritto nei codici, chi è dipendente pubblico ha obblighi maggiori rispetto a chi non lo è. Se esprimi opinioni critiche sui gay, ai cittadini può venire il dubbio che con quella divisa non eserciti il tuo ruolo in modo imparziale. Per lo stesso motivo disapprovo che un magistrato entri in politica o che lo facciano i giornalisti. Prendiamo un fatto di attualità: il problema di Andrea Giambruno è che è il compagno di Giorgia Meloni e chi lo guarda in video può percepirlo come un ventriloquo».

Giorgia Meloni ha risposto a questa obiezione difendendo la libertà di stampa: vale pure per Giambruno, o no?

«Secondo me tutto dipende dal rapporto che si vuole avere con il pubblico. Credo che chi ha un ruolo di arbitro nella convivenza civile abbia un dovere in più. Quando Enrico Letta diventò premier, Gianna Fregonara smise di scrivere sul Corriere, mentre Cinzia Sasso si ritirò quando Giuliano Pisapia divenne sindaco di Milano».

Il pubblico è così ingenuo?

«Se Giambruno non fosse il compagno di Meloni le sue parole non sarebbero state così rilevanti. Per dire, Nunzia De Girolamo è brava ma, più in piccolo, lo stesso conflitto si presenterà anche per lei, ex ministra del governo Berlusconi e moglie del numero due del Pd. Se eviterà di parlarne qualcuno potrà pensare che non vuole litigare col marito».

Tornando a Vannacci, anche noi facciamo come i media americani e sottovalutiamo fenomeni importanti?

«C’è un mondo, non so quanto grande, che la pensa come Vannacci e sta a destra di Fdi e della Lega. Ma alle urne le forze che dovrebbero rappresentarlo di solito non sfondano. Il caso Vannacci è esploso perché Repubblica ne ha scritto osteggiandolo, perché l’autore è un militare e perché il ministro Guido Crosetto lo ha destituito. Non è vero che questa Italia non viene rappresentata, La Verità e Rete 4 lo fanno. La sinistra si limita a condannarla, mentre noi giornalisti dobbiamo anche raccontarla».

Cosa pensa delle forme di protesta di Ultima generazione?

«Sono non violente, imbrattano monumenti o fermano il traffico. Certo, si viola il codice penale e sono azioni fastidiose, ma in democrazia ci sta».

Ha letto i documenti svelati da Fuori dal coro che annunciano un’escalation nei prossimi mesi?

«Se commetteranno reati è giusto che vengano perseguiti. Al momento si tratta di proteste e annunci di un movimento presente, ma non così esteso. Perché non c’è lo stesso allarme per le commemorazioni dell’omicidio Ramelli col saluto romano?».

Non c’è differenza?

«Il blocco stradale è una forma di lotta dall’Ottocento, adesso è un reato come lo è il danneggiamento di monumenti. A me sembra che si guardi più al dito che alla luna. Dovremmo preoccuparci che i ghiacciai e le calotte artiche si stanno sciogliendo. Che l’uso massiccio delle plastiche aumenta l’inquinamento, e il numero e la gravità delle malattie. Dovremmo essere contenti che i nostri figli non si battono più per il comunismo o il fascismo, ma per preservare il pianeta».

Studi di geologi e climatologi smentiscono l’eco-ideologia per la quale la causa di tutti i mali è l’uomo.

«So che ci sono posizioni diverse, ma per me questa è una battaglia ideale che, finché non si commettono reati, non mi sento di condannare. All’epoca del G8 di Genova tutta la destra era contraria ai no global non solo per il modo in cui manifestavano, ma anche per quello che sostenevano. Adesso anche Matteo Salvini riconosce che avevano ragione».

Le piace la famiglia queer di Michela Murgia?

«La mia regola di vita è non fare agli altri quello che non vorrei fosse fatto a me. Se loro stanno bene e sono felici, mi piace».

La famiglia si crea e si decide autonomamente come si vorrebbe fare con il sesso?

«La famiglia è espressione del tempo in cui si vive. Se fossi un musulmano di 400 anni fa avrei quattro mogli. Sarebbe sbagliato impedirlo se quello stato non ledesse i diritti di qualcuno e non comportasse reati».

Non si tratta di reati, ma di radice dell’essere: gli uomini non vengono al mondo per volontà propria, né come vogliono loro.

«Se cambiare sesso non danneggia qualcuno sono fatti di chi lo fa. Ciascuno ha diritto alla felicità e se la dà la famiglia queer o sentirsi oggi donna e domani uomo a me non cambia nulla».

C’è qualcosa da smascherare nella grande informazione?

«L’informazione serve agli scopi degli editori che, per esempio, guadagnano con le cliniche o con le autostrade. Oppure vogliono avere rapporti mirati con la politica. Così la realtà è raccontata con la lente dell’establishment. Quanti giornali stanno in ginocchio a pregare per rianimare il centro politico quando gli italiani non ne vogliono sapere?».

Quanto è credibile Giuseppe Conte come leader delle classi deboli?

«Secondo me, molto. La credibilità di un leader non dipende dal suo stato sociale, ma dalle sue battaglie e da quello che fa».

Elly Schlein è meno risolutiva di quanto gli elettori dem speravano?

«Temo di sì. I sondaggi danno il Pd sempre al 20% nonostante la campagna favorevole di cui ha goduto».

Cosa pensa delle sue ultime prese di posizione: «l’Italia ha diritto di sapere la verità su Ustica», «porteremo subito in aula una legge contro la propaganda fascista».

«Quando parla di propaganda fascista si rivolge a una parte del suo elettorato. Obiettivamente non vedo questo rischio in Italia. La verità su Ustica vorremmo conoscerla tutti, ma non dipende da lei».

Cosa pensa del decreto Caivano?

«Finora, in Italia la repressione penale non ha mai funzionato. Togliere il telefonino ai minori colpevoli è un provvedimento tecnicamente inattuabile».

E della tassa sugli extraprofitti?

«È giusta. Sbagliato sarebbe tassare chi guadagna grazie alla propria abilità. Chi trae profitto dalla fortuna perché la Bce alza i tassi può dare di più alla comunità. Stando ai grandi giornali, avrebbe dovuto crollare la borsa e salire lo spread, invece…».

Le manca Silvio Berlusconi?

«Da giornalista sì, perché c’era parecchio da scrivere. Da cittadino no, perché ritenevo sbagliato che facesse politica il proprietario di un grande gruppo editoriale».

 

La Verità, 9 settembre 2023

«Sul Covid obblighi, danni e silenzi: ora capiamo»

Una scrittrice polimorfa, in grado di esprimersi in varie forme letterarie». Così monsignor Massimo Camisasca, vescovo emerito di Reggio Emilia-Guastalla, e suo amico di lunga data, ha definito qualche giorno fa Susanna Tamaro. Si era a Caorle, alla festa organizzata da Tempi per riflettere sul tema «Chiamare le cose con il loro nome», e l’autrice di Va’ dove di porta il cuore e di un’altra quarantina di libri, tra romanzi, saggi e favole per bambini, era stata invitata per ritirare il premio intitolato a Luigi Amicone, fondatore e storico direttore della rivista. Un premio assegnato dalla giuria presieduta da Giuliano Ferrara all’ultimo libro, Tornare umani, edito da Solferino, riflessione critica ad ampio raggio sugli anni vissuti nello scacco della pandemia da Covid-19. Ma anche un premio a tutta l’opera della scrittrice triestina che vive in Umbria, cuore geografico d’Italia, «dove anch’io ho una casa», ha raccontato monsignor Camisasca, «e così ci siamo frequentati nella terra di Francesco e di Benedetto, dove si è snodata tre quarti della storia del cristianesimo mondiale». E dove Tamaro ha scelto di stare «per dedicarmi a pensare anche per chi non vuole o non può farlo, assorbito dalle incombenze quotidiane o sommerso dal rumore che avvolge a tutti i livelli la società contemporanea». È lì, nella collina vicino Orvieto, che è maturata nella scrittrice quella che potremmo chiamare dimensione sapienziale, uno sguardo lucido e profondo sulle vicende del nostro tempo. Uno sguardo anche sanamente distaccato, in forza del quale le capita di assumere posizioni di denuncia, come in questa intervista.

Susanna Tamaro, come ha accolto il premio a Tornare umani, un libro forse un po’ divisivo?

«Con grande gioia perché mi è costato molta fatica per la delicatezza dell’argomento».

Che accoglienza ha avuto al momento della pubblicazione?

«Un’accoglienza ottima da parte dei lettori dai quali continua a essere apprezzato perché è un libro esente da qualsiasi forma di fanatismo. E che si pone domande importanti su quello che abbiamo vissuto in questi anni».

Invece i grandi giornali e i media in generale come l’hanno trattato?

«Non ha avuto un’accoglienza particolarmente benevola, forse perché non è un grande romanzo o per l’argomento trattato che allora era abbastanza esplosivo: la gestione della pandemia».

Eppure è stato pubblicato da Solferino, marchio di proprietà di Urbano Cairo, editore anche del Corriere della Sera.

«E questo è un bel segno perché vuol dire che c’è un editore che crede in un autore e investe su di lui».

Perché secondo lei è un libro importante?

«Perché abbiamo passato due anni di follia totale, soggiogati da due fanatismi contrapposti. Ma le persone normali, che non parteggiavano per nessuna delle due parti, a un certo punto hanno cominciato a farsi delle domande e a cercare delle risposte. Che, però, dalla narrazione ufficiale non arrivavano e non sono arrivate».

In particolare?

«Tutte le questioni relative all’obbligo vaccinale e ai danni del vaccino. Una cosa impensabile in un Paese democratico. E poi la sproporzione dell’allarme mediatico. Si è creato terrore in modo irresponsabile per due o tre anni».

Però la gente moriva.

«Innanzitutto, va detto che per malattia si muore. E si muore anche se non si è curati o si è curati male. È chiaro che una malattia virale importante come il Covid non si può lasciarla agire nel corpo, stando a vedere che cosa succede. La vigile attesa è una tecnica che viene usata soprattutto per monitorare forme tumorali in persone anziane, per capire il rischio o il beneficio di un’eventuale operazione. Come si può applicare questo principio a una malattia che è virulenta? È chiaro che se si lascia un virus agire, poi quando si interviene è molto più difficile debellarlo».

Questo libro ha anticipato alcuni dei dibattiti seguiti nei mesi successivi?

«In qualche modo quando leggevo le cronache delle indagini di Bergamo ci ritrovavo le stesse cose che avevo scritto semplicemente osservando la realtà».

Secondo lei si stenta a parlare in modo trasparente di ciò che è accaduto nella fase acuta della pandemia?

«In Italia abbiamo vissuto una guerra civile che, invece di aprire un dialogo, avviando un tentativo di guarire la memoria dalle ferite ancora aperte, ci invita a fingere che tutto sia andato nel migliore dei modi».

Una forma di censura dolce?

«C’è una volontà di non affrontare l’argomento. Negli altri Paesi europei non è così. La situazione è diversa».

Lei ha evidenze concrete che richiederebbero una maggiore disponibilità ad affrontare questi temi? Situazioni, casi e vicende problematiche?

«Certo. Dato che vivo in un paese vedo la realtà concreta e non quella raccontata dai numeri dei telegiornali. Allora posso dire che vivo con otto persone che conosco da decine di anni. Bene, tre di loro sono state vittime di eventi avversi molto importanti. Non solo, questi eventi non sono stati segnalati anche per la scarsa sensibilità mostrata di fronte alle persone colpite. Persone la cui vita è drammaticamente cambiata».

Secondo lei, con la motivazione della pandemia e da allora in poi, si tende a espandere il controllo sulla vita quotidiana dei cittadini?

«Assolutamente sì. Un fatto che mi irrita profondamente è la legge sulla privacy. I bambini non possono più fare le foto di fine anno scolastico per la privacy, ma questo sistema di controllo conosce anche il colore delle calze che indossiamo la mattina».

Le vittime di questi eventi avversi sono invisibili per la comunicazione mainstream?

«Non solo. Siccome questi danni da vaccino sono situazioni nuove, il sistema sanitario non è in possesso degli strumenti per capire di che cosa si tratta. In Germania, per esempio, già da diversi mesi sono state create équipe mediche che lavorano per capire come curare questi effetti avversi. Pericarditi, miocarditi, infarti fulminanti, paralisi e anche danni cerebrali, compresi certi casi di demenza improvvisa esplosi dopo quattro dosi vaccinali. Situazioni con cui sono personalmente venuta a contatto e che hanno colpito anche persone con cui vivo».

Delle conseguenze negative della vaccinazione massiccia si parlava poco anche prima della morte di Silvio Berlusconi che ha monopolizzato i media negli ultimi giorni.

«Adesso lo si fa ancora meno».

Ha pensato di scrivere sull’argomento? C’è qualcosa che l’ha disturbata e qualcos’altro che invece le è piaciuto nei giorni scorsi?

«No. Dall’esplosione dell’epidemia ho smesso di leggere i giornali e anche di guardare la televisione».

Una scelta molto radicale.

«Quando è troppo è troppo. Dalla guerra in Ucraina ho chiuso tutto. Il male è male, la morte è morte. È tutto una follia».

Il suo rapporto con i giornali e i giornalisti è divenuto più diffidente dopo l’intervista che ha concesso in occasione del Salone del Libro di Torino a proposito della letteratura nelle scuole?

«Già da trent’anni anni diffido dei mass media. Tutta la vita sono stata vittima di giornalisti che si approfittano della mia ingenuità e del mio parlare libero. Mi hanno fatto dire tutto e il contrario di tutto secondo ciò che faceva comodo a loro. Anche in quell’occasione c’è stata una manipolazione del titolo del giornale. La parola odio non l’ho mai usata. Posso aver detto che la scuola fa odiare la letteratura ai ragazzi. Ma è la verità e dobbiamo capire perché».

Basta poco per cadere in qualche trappola?

«Purtroppo il punto d’arrivo finale di questa situazione è che le persone più sensibili sceglieranno il silenzio».

Se fosse una professoressa di lettere delle scuole superiori come, in poche parole, proverebbe ad attrarre gli studenti alla lettura?

«Facendo capire che la letteratura è qualcosa che riguarda profondamente il cuore dell’uomo e la sua capacità di comprendersi e comprendere».

A proposito di persone sensibili che scelgono il silenzio, conosceva i romanzi di Cormac McCarthy?

«Ho letto La strada e visto i film tratti dalle sue opere».

Sta lavorando a qualcosa, un nuovo saggio o romanzo?

« Dopo la fatica di Tornare umani, sto finendo di lavorare a un romanzo che uscirà in autunno».

Nessuna anticipazione?

«Non voglio spoilerare niente. Sarà una grande sorpresa».

 

La Verità, 20 giugno 2023

«Bezos e gli altri? Geniali, ma senz’anima»

Un produttore di vino con la fissa dei giornali. È Giancarlo Aneri da Legnago (Verona), 74 anni portati alla grande, inventore del premio «È giornalismo». Uno che fa dire a tanti che lo vedono per la prima volta: «O è matto, oppure…». Successe al portinaio della Ferrari a Maranello, quando si presentò senza appuntamento per incontrare il mitico Enzo. E a Tony Mantuano, ristoratore di Chicago, al quale fece giurare che Barack Obama avrebbe fatto il primo brindisi da vincitore con il suo Prosecco. Insomma, un genio del marketing. Scienza appresa e applicata da direttore delle relazioni esterne delle Cantine Ferrari di Trento, il marchio del più celebre spumante italiano. Poi lasciato per fondare la sua Aneri Srl.

Cosa racconterebbe ai nipoti per sintetizzare la storia dell’azienda che porta il suo nome?

«Racconterei la prima bottiglia bevuta con i miei tre maestri di vita: Indro Montanelli, Enzo Biagi e Giorgio Bocca. Quel brindisi ha portato fortuna».

Perché lo fece con loro?

«I momenti importanti si festeggiano con le persone che si stimano di più».

Che vino era?

«Prosecco. Eravamo a casa di Bocca, 1997. Montanelli si complimentò, ma da toscano disse che adesso aspettava un buon rosso. Due anni dopo avrebbe assaggiato il primo Amarone».

I suoi sono vini per presidenti, star e grandi marchi?

«Siccome il mondo non è solo dei ricchi, se l’Amarone è l’eccezione, il Prosecco è la normalità. Penso di rappresentare una delle poche cantine al mondo che in 25 anni ha fatto bere i suoi vini a tutti i Capi di stato».

Come ha fatto?

«Ero da vent’anni alla Ferrari spumanti quando mio figlio mi disse: “Papà, io non lavorerò mai con te, perché voglio costruire qualcosa di mio”. Da quel momento ho iniziato a pensare a un’azienda di famiglia».

I presidenti e le star?

«Mia moglie dice che sono un po’ montato. Invece, ho avuto fortuna, non ho fatto il fighetto, ma il piazzista».

Un aneddoto da piazzista.

«Dopo aver visitato il Senato, ospite di Ted Kennedy, al momento della foto gli ho messo in mano la bottiglia: “Insomma, scrivono già che bevo troppo”, brontolò. Ma io ero così contento che non mi accorsi di fare qualcosa d’inopportuno».

A Ted Kennedy e al Senato americano bisogna arrivarci.

«Da sempre, quando vado in una città, m’informo sui migliori alberghi e ristoranti. Ted Kennedy me l’ha presentato un grande ristoratore italiano di Washington. Sono stato ospite con mia moglie di Ronald Reagan, ho visitato la Casa Bianca con una sua assistente. Non mi sono mai fatto troppi problemi. Sa chi mi ha insegnato a essere sicuro di me stesso?».

Dica.

«Enzo Ferrari. La prima volta che sono andato in America ho chiesto consiglio a lui che non aveva mai preso un aereo: “Se hai un prodotto che consideri buono ma vedi che non ti ascoltano, alzati e va’ via”».

Alla Ferrari auto si arriva passando dalla Ferrari spumanti?

«Vedevo che quando il Cavallino rampante vinceva i Gran premi brindava con lo champagne… Ma perché, se è il simbolo dell’Italia? Un giorno mi presentai a Maranello con sei bottiglie… “Sono Giancarlo Aneri, vorrei parlare con il commendator Ferrari”. Il portinaio era basito: “Ha un appuntamento?”. “No, però vorrei incontrarlo”. “Guardi che l’ingegnere ha l’agenda piena per i prossimi sei mesi”. “Io vengo da Legnago, in provincia di Verona, e ho portato un piccolo presente che vorrei consegnargli personalmente”. Allora spunta Valerio Stradi, il segretario personale: “Se mi dà il pacchetto glielo consegno io”. “No, guardi, posso aspettare anche tutta la giornata, mi metto qui…”. Stradi si allontana e ritorna: “L’ingegnere può dedicarle un minuto”. Rimasi con lui un’ora e mezza».

Diceva che la Aneri è nata per dare un futuro a figli e nipoti.

«Il Pinot bianco porta il nome di mia moglie Leda, l’Amarone di mia figlia Stella, il Pinot nero è intitolato a mio figlio Alessandro. I quattro prosecchi alle mie nipotine e al nipotino, Lucrezia, Ludovica, Giorgia e Leone. C’è una storia dietro e un futuro roseo davanti».

Com’è riuscito a portare i suoi vini sulle tavole del G20?

«Il merito è di Silvio Berlusconi, il primo premier che ha usato l’Amarone Aneri come biglietto da visita del made in Italy. Il giorno della firma della Costituzione europea nel 2004 ne ha regalato una bottiglia a ogni capo di governo con il loro nome inciso. Invece, il Prosecco è arrivato sulla tavola di Barack Obama».

Come?

«Sei mesi prima delle elezioni, lessi sul New York Times che, in caso di vittoria, Obama avrebbe festeggiato con Michelle alla Spiaggia, il suo ristorante preferito di Chicago. Presi un aereo e andai a trovare il ristoratore Tony Mantuano per farmi promettere che il primo brindisi sarebbe stato con il mio Prosecco. Mantuano mi guardava interdetto: “Questo qui è più sicuro di Obama”. Conservo la mail arrivata nella notte che dice che Obama e sua moglie hanno brindato con il Prosecco Aneri».

Tutto merito della sua fissa per l’informazione?

«Il vino si apprezza prima di tutto con il profumo, ma ha un suo profumo anche l’inchiostro dei quotidiani. Ne compro sei al giorno: Corriere della Sera, Sole 24 ore, Il Giornale, Libero, La Verità e L’Arena».

Qualche giorno fa su una pagina del Sole 24 ore un tale G. A. chiedeva al filantropo Jeff Bezos di annullare il licenziamento di 10.000 dipendenti pensando prima all’uomo che al pianeta. Ne sa qualcosa?

«Sì perché l’inserzione è mia. Bezos aveva annunciato l’intenzione di donare metà del suo patrimonio per salvaguardare il pianeta, ma quello stesso giorno il New York Times informava che Amazon licenziava 10.000 dipendenti. Mi sono detto: perché prima di salvaguardare il pianeta non difende subito 10.000 persone rinviandone il licenziamento di un paio d’anni?».

È l’ultimo di una serie di messaggi affidati ai giornali?

«I cinesi usavano i tazebao, io uso una pagina di giornale per lanciare un messaggio o dire grazie».

Altri tazebao?

«Quando Mario Draghi lasciò la Bce feci pubblicare un ringraziamento sul Sole 24 ore per il buon lavoro svolto. Era firmata “È giornalismo, Aneri”. Il giorno dopo i membri della giuria mi chiamarono per ringraziarmi. Poi al momento dell’incarico a Draghi ho fatto pubblicare sul Corriere una pagina anonima con “Grazie presidente Mattarella. Grazie presidente Draghi”».

Qualche tazebao rimasto anonimo?

«Quando in piena pandemia la tv francese Canal+ mostrò un pizzaiolo italiano che, cantando tossiva sulla pizza, ho fatto pubblicare una pagina sulla Verità che recitava “Viva la pizza. Abbasso lo champagne”, firmata con le iniziali di nipotine e nipotino».

Per l’incarico a Giorgia Meloni, niente tazebao?

«Sono felicissimo che una donna in gamba come lei abbia in mano le sorti dell’Italia per i prossimi anni. La guardo con gli occhi di chi vuole farsi un’idea più precisa nei prossimi sei mesi».

Cosa pensa dei big dell’economia digitale come Bezos, Bill Gates e Mark Zuckerberg?

«Sono dotati di grande genialità e hanno creato un modo di vivere e di comunicare più veloce ed efficiente. Ma non vedo l’anima. Mi sembra che le donazioni servano a promuovere la loro immagine. La persona che mi convince meno è il banchiere filantropo George Soros. Ha fatto guerra per anni alla sterlina e alla lira, complicando la vita a milioni di famiglie inglesi e italiane. Non basta finanziare il restauro di un monumento per compensare tante speculazioni».

Com’è nato il premio «È Giornalismo»?

«Avevo l’ambizione di avvicinare Montanelli, Biagi e Bocca che si stimavano molto, ma si frequentavano poco. Oggi la giuria è composta da Giulio Anselmi, Paolo Mieli, Gianni Riotta, Gian Antonio Stella e Mario Calabresi. Ma il premio è stato fondato dai tre giganti del giornalismo e da un loro amico sincero. Ne parlo al presente perché per me sono ancora vivi».

Un aneddoto su Montanelli.

«Qualche volta andavamo in vacanza insieme. Un anno m’incarica di scegliere un albergo sulla spiaggia di Punta Ala. Individuo l’Alleluia e ragguaglio la padrona su esigenze e orari dell’illustre ospite. Quando arriva il momento, scendo in un altro hotel due giorni dopo di lui e gli chiedo se vada tutto bene. “Insomma, sono tutti vecchi in questo albergo”. Immagino pullman d’inglesi novantenni… La sera m’invita a cena: il più vecchio avrà avuto 65 anni, lui ne aveva 84. Questo era Indro, come si fa a non volergli bene?»

Enzo Biagi?

«Le riunioni si facevano da Bocca, ma una volta lui arrivò in ritardo subendo i rimproveri del padrone di casa. “Sono andato a fare le analisi, oltretutto sono tutte sballate”, confidò Biagi. “Anch’io le avevo sballate”, replicò Giorgio. “E come hai fatto a guarire?”. “Ho smesso di farle”».

Il premio si sta aggiornando ai nuovi media?

«Nel 2013 abbiamo premiato Hal Varian, capo della sezione economica di Google, chiedendogli di aiutare i giornali con la pubblicità».

Intanto vi siete allargati ai volti televisivi.

«Sempre in rapporto all’informazione. Già nel 2003 avevamo premiato Antonio Ricci come capo del vero tg della televisione italiana. Nel 2015 è toccato a Fiorello per Edicola Fiore, un programma che aiuta il giornalismo come piace a me».

Altri premiati: Fabio Fazio, Massimo Gramellini, Mario Calabresi, vince il mainstream?

«Feltri ha ribattezzato “È giornalismo” come il “Premio Stalin”. Ma guardando l’elenco troviamo anche suo figlio Mattia, Milena Gabanelli, Natalia Aspesi, Sergio Romano. Io non interferisco sulle scelte della giuria perché sono contento di essere il patròn».

Forse bisogna cambiare la giuria?

«Qualche anno fa Natalia Aspesi chiese di farne parte, ma Montanelli suggerì di aspettare un po’ perché aveva appena vinto. Conservo la sua mail: “Caro Aneri, si ricordi che noi donne siamo più brave degli uomini ed è un peccato che in giuria non ce ne siano”. Forse ora i tempi sono maturi. Dopo un paio d’anni di sospensione, mi piacerebbe che il premio tornasse per festeggiare la ripresa di una vita serena come quella foto del bacio in Times Square dopo la Seconda guerra».

Oggi i giornali sono in crisi e le edicole chiudono: lei è l’ultimo romantico?

«Sicuramente sono uno dei pochi ottimisti rimasti. Prendo la lezione che viene dal mio mondo: c’è stato un momento in cui si parlava solo dei ristoranti stellati e si diceva che le trattorie stavano morendo. Oggi in Italia sono i locali in maggior espansione. Perciò, spero che si possa superare il momento difficile e, magari con un aiuto pubblico per le edicole, riportare i giovani a frequentarle».

 

La Verità, 3 dicembre 2022

«Mattarella si è schierato dalla parte di Letta»

Sinistra radicale. Sinistra storica. Storico di sinistra. Biografo di Antonio Gramsci. Uomo intransigente. Candidato sindaco di Torino con liste di sinistra sinistra (2,5% di consensi). Ispiratore della petizione contro lo schwa, la vocale inclusiva. Pronto a interrompere la collaborazione con La Stampa per le posizioni assunte sul Donbass dal quotidiano diretto da Massimo Giannini. È Angelo D’Orsi, salernitano, torinese d’adozione, frequente ospite di Giovanni Floris a DiMartedì, su La7.

Professore, cosa la fanno pensare le prime elezioni settembrine della storia repubblicana?

«Sono un modo di forzare la situazione da parte del presidente della Repubblica, inducendo a votare in una certa direzione».

In che senso?

«Si vuole affermare che dopo Mario Draghi c’è il diluvio. Una certa fretta ha impedito di esperire la possibilità di formare un nuovo governo».

Sergio Mattarella aveva questa alternativa?

«In teoria, sì. Poteva verificare l’esistenza di una maggioranza diversa o chiedere delle modifiche».

Con un Parlamento logorato e scosso, le critiche sarebbero state ancora più violente.

«Un tentativo avrebbe costretto le forze politiche a responsabilità più esplicite».

E l’incombenza della legge finanziaria e degli impegni per il Pnrr?

«Sono giustificazioni oggettive, mi rendo conto. Ma vedo anche il tentativo di enfatizzare il ruolo simbolico di Draghi».

Come definirebbe questa crisi?

«È una crisi organica, nessuna delle forze in campo riesce a sconfiggere l’altra. Sono le crisi più pericolose nelle quali spunta l’uomo della Provvidenza».

Chi ne esce peggio?

«Ne escono tutti piuttosto male. Soprattutto il presidente del Consiglio che ha detto più o meno: “O me, o morte”. La risposta della destra lo ha spiazzato. Il primo sconfitto è Draghi perché al Senato ha sottolineato che era lì perché gli italiani lo chiamavano».

Più di Mattarella?

«Da qualche tempo Mattarella ha dimenticato il ruolo di supremo arbitro della Costituzione. Agisce da attore a tutto campo, che porta avanti la linea del Pd di Enrico Letta».

Critica durissima.

«È ciò che vediamo. Draghi oblitera il Parlamento e Mattarella lo lascia fare».

Però adesso si parla di Draghicidio.

«In realtà, Draghi stesso si era reso conto di non riuscire e non volere gestire il rapporto con i partiti. La sua replica era un invito a togliergli la fiducia. Un presidente del Consiglio che avesse voluto ottenerla non avrebbe usato quell’aggressività».

Guidato da Conte il M5s da movimento anticasta è diventato un laboratorio di bizantinismi?

«I 5 stelle sono un grande mistero. Hanno il record di tradimenti della storia repubblicana. Parlo di tradimenti della loro natura e dell’identità. Se Conte facesse un suo partito non avrebbe nulla a che vedere con i 5 stelle dell’origine».

Di Letta che cosa si può dire?

«È la tragedia di un uomo ridicolo. Diventando più bellicista del più bellicista dei leader europei, ha dimenticato la tradizione del partito. Nei giorni della crisi i tratti ridicoli sono riemersi quando ha continuato a dire che si lavorava alla stessa maggioranza, mentre era evidente a tutti che non si poteva. Letta difetta di capacità di lettura degli eventi e non è bastato a dargliela l’insegnamento all’Ecole Sciences-Po, che è il meno qualificato tra gli istituti di Scienze politiche parigini».

Il centrodestra si è ricompattato sulla linea di Giorgia Meloni?

«Restando all’opposizione ha calamitato tutta la limatura di ferro della sua area».

Ma i moderati come Mariastella Gelmini e Renato Brunetta se ne vanno.

«È un’evoluzione chiarificatrice. Personalmente non approvo le espressioni centrodestra e centrosinistra. Questa finta fusione di centro e destra o di centro e sinistra intorbida le acque e produce scissioni. Il centro tende a fagocitare le ali estreme che estreme non sono. Il mio maestro Norberto Bobbio mi ha insegnato che la vera libertà democratica è dalle coercizioni esterne e anche la possibilità positiva di scegliere tra opzioni diverse e divergenti».

In questa crisi c’è chi intravede la mano di una Russian connection: cosa ne pensa?

«Che sia una fantozziana boiata pazzesca».

Gli italiani come escono da questa crisi?

«Sono disinteressati a ciò che avviene nel palazzo. Non dobbiamo rallegrarcene, ma dobbiamo preoccuparci del fatto che le istituzioni non fanno nulla per avvicinarsi alle loro esigenze».

Su quali temi potrebbero farlo?

«Sul fatto che questa guerra non ci riguarda. Sul rifiuto da parte della maggioranza dei cittadini dell’aumento delle spese militari, soprattutto dopo una pandemia che, per altro, non è finita. In questa situazione aumentare le spese per le armi vuol dire togliere denaro ad altre necessità. Oggi nel servizio sanitario nazionale i tempi di attesa sono biblici, per un’ecografia si aspettano dai 300 ai 900 giorni. Questo dovrebbe essere in cima all’attenzione dei nostri governanti. Il Parlamento deve tornare a essere il cuore pulsante della democrazia».

A proposito di Parlamento, anche a lei, storico del fascismo, nei giorni scorsi pareva di trovarsi al cospetto di un uomo della Provvidenza?

«È l’impressione che abbiamo avuto in tanti. Lo schema dell’intervento di Draghi ha ricordato il discorso del “bivacco di manipoli” di Benito Mussolini. È passato un secolo ma, volgarità a parte, lo schema è lo stesso: o mi date tutto il potere oppure è la catastrofe. Un secolo fa era il caos. Mussolini insulta il Parlamento che non solo lo applaude, ma gli vota la fiducia. Draghi ha ottenuto 18 interruzioni per applausi da un Parlamento che ha regolarmente bypassato».

Adesso si parla dell’agenda Draghi: l’ex governatore della Bce potrà rispuntare?

«Sarebbe il draghismo senza Draghi. L’Italia è un paese pieno di sorprese, Draghi ha mostrato un’ambizione personale che non sospettavo ed è un uomo dei poteri forti. Questi elementi portano a non escludere di vederlo coinvolto in altri progetti. Anche se oggi la sconfitta è totale».

Gli appelli delle categorie, di una fetta di sindaci, dell’associazionismo e persino dei clochard di che cosa sono sintomo?

«Sono la dimostrazione del passaggio dalla post-democrazia al totalitarismo morbido, al neo-leaderismo plebiscitario. Mi ha turbato che quasi 2000 tra sindaci e presidenti di Regioni abbiano firmato un appello pro Draghi. Anche questo è stato un vulnus alle istituzioni. Aveva ragione la Meloni, sono state trasformate in succursali di partito».

Draghi ne è stato sedotto?

«Ha detto che era lì perché il popolo italiano lo aveva chiamato. Invece, i sindaci e le Regioni non sono il popolo italiano, ma rappresentanze istituzionali che non avrebbero dovuto entrare a piedi uniti nel piatto di una crisi. Ha cavalcato questo movimento eterodiretto, mentre avrebbe dovuto ignorarlo non solo per dimostrarsi più signore, ma più corretto istituzionalmente».

Qual è la sua opinione sul governo Draghi?

«Ha fatto politiche antipopolari, favorendo piccoli gruppi di privilegio, un 5% del totale della popolazione. Il restante 95, non parlo solo degli operai o dei rider ma della massa di impiegati, insegnanti, artigiani, piccoli imprenditori, patisce le conseguenze della crisi economica potenziata dalle problematiche della pandemia. La quale ha aumentato la distanza tra ricchi e poveri non solo in termini economici, ma anche di status sociale e di possibilità di reagire ai colpi della sorte. Ora, con la guerra, su questa situazione si aggiungono gli effetti delle sanzioni alla Russia che sono, di fatto, sanzioni alla popolazione italiana».

Viviamo in una bolla mediatica fatta di appelli, narrazione univoca, tg monoliticamente schierati?

«Siamo in una situazione inedita, mai visto un tale unanimismo. Ti consentono di parlare e dissentire, ma poi le minoranze vengono sbeffeggiate, irrise, messe all’angolo. Nel suo La democrazia in America Alexis de Tocqueville scrive che le minoranze devono avere la possibilità di diventare maggioranze. Oggi siamo al paradosso che la maggioranza della cittadinanza è contraria all’impegno militare, ma questa maggioranza non ha rappresentanza da nessuna parte».

Che giornali legge al mattino?

«Benedetto Croce diceva che comprava i giornali al mattino e gli passa la voglia di leggere perché erano tutti ugualmente instupiditi. La Stampa, La Repubblica e Il Corriere sembrano un unico giornale. Anche Il Manifesto mi ha deluso. Dovrei smettere come dice Croce. O cercare alcune cose interessanti sul Fatto quotidiano, su Avvenire, Domani e anche La Verità benché lo consideri un giornale di destra. Quotidiani minori, fuori dal coro».

L’insistenza sulle varie emergenze come la crisi finanziaria, la pandemia, la guerra, il clima, serve a giustificare il ricorso a premier tecnici anziché a governi politici?

«Se la politica si rivela inutile c’è sempre un banchiere a cui ricorrere. Ma non tutti i banchieri sono uguali. Anche Luigi Einaudi era un banchiere, ma aveva una cultura politica di primissimo livello».

Adesso però si va a votare, chi arriva meglio al 25 settembre?

«La Meloni, anche se non credo che vincerà. Perché nascerà un raggruppamento in cui il Pd catalizzerà le forze minori per sconfiggerla. Però chi parte meglio è lei perché è stata coerente rimanendo fuori dal governo».

Quindi concorda con osservatori come Luca Ricolfi, Paolo Mieli e Alessandra Ghisleri che dicono che non è scontata la vittoria del centrodestra?

«La maggioranza è un centro mobile che si sposta verso sinistra o verso destra a seconda delle circostanze. Un grande polipo che acchiappa quello che può all’insegna dell’opportunismo. Questo perché le forze politiche non hanno un’ideologia forte, ma prevale la fluidità. O la liquidità di cui parla Zygmunt Bauman».

Dopo la tumulazione del campo largo ora Letta si appella agli «occhi della tigre» di Rocky.

«Cosa non si fa per guadagnare attenzione, dietro la seriosità del personaggio emerge la cialtroneria».

Se la destra vincesse saprà governare fronteggiando i poteri forti interni e internazionali?

«La risposta è no. Qualunque risultato ci sia prevedo che anche la prossima legislatura non arriverà al termine naturale».

Non resta che emigrare?

«Temo di sì. Mi sento straniero in patria».

 

La Verità, 23 luglio 2022 

 

 

«Grazie a Jovanotti ora la poesia svetta in classifica»

Breve storia di un’idea geniale. S’intitola Poesie da spiaggia. È un libriccino con la copertina bianca e due grandi consonanti beige, la C e la J, le iniziali dei due autori: Nicola Crocetti, editore raffinato, e Lorenzo Cherubini, in arte Jovanotti, il cantautore positivo che conosciamo. Una strana coppia: nobilmente artigianale e incline al basso profilo il primo, estroverso e catalizzatore il secondo. Questa idea geniale ha già battuto tutti i record di vendite per una pubblicazione di poesia. Così, eccomi nella sede della Crocetti editore, il cui fondatore, nato a Patrasso, grecista e sofisticato traduttore (anche della ciclopica Odissea di Nikos Kazantzakis), ha fatto a lungo il giornalista. Come secondo lavoro, però, perché il suo cuore ha sempre pulsato per il marchio nato nel 1981. E che sette anni dopo ha partorito Poesia, la più apprezzata e diffusa rivista europea, che metteva in copertina i volti dei poeti. Era una scelta voluta «perché i poeti hanno dignità pari o superiore a quella degli attori e dei divi della tv che campeggiano sui settimanali che troviamo in edicola», rimarca Crocetti. Per il quale questa idea geniale ha un certo sapore di rivincita.

L’altra sera avete presentato il libro al Salone di Torino, com’è andata?

«Molto bene. C’erano 600 persone attente e partecipi per merito di Jovanotti».

Avete fatto altre presentazioni?

«Una ai Quartieri spagnoli a Napoli, nel monastero della Foqus (Fondazione quartieri spagnoli), dove delle suore accolgono figli di camorristi: c’erano 500 persone. Poi siamo stati ospiti del programma di Massimo Gramellini, io in studio e Lorenzo in collegamento».

Gramellini su Rai 3, gli elogi di Concita De Gregorio su Repubblica… Jovanotti apre tante porte?

«Avremmo dovuto andare anche da Fabio Fazio che però voleva una performance di Lorenzo. Invece lui avrebbe preferito parlare solo del libro, così ha declinato».

Jovanotti è un ciclone.

«È la prima volta che un libro di poesia entra nella top ten delle vendite, tanto più a pochi giorni dall’uscita. Le 20.000 copie della prima tiratura sono andate esaurite in un giorno. Dopo una settimana, è alla terza ristampa».

Com’è nata l’idea?

«L’ha avuta Jovanotti. Si è rivolto a Feltrinelli chiedendo di contattarmi. Gianluca Foglia, capo degli editor, temeva che dicessi di no invece abbiamo fatto un incontro online e ho accettato con entusiasmo».

Perché?

«Da anni Lorenzo segue il profilo su Facebook della Crocetti editore. Ogni giorno pubblichiamo una poesia, lui mette i like e commenta. Quando esce un nostro libro lo compra e lo consiglia. Perciò sapevo che ama e conosce la poesia».

Un buon socio.

«Assolutamente. Questa è un’antologia fatta da una persona competente come me e da un lettore forsennato di poesie come lui. Lorenzo conosce la poesia più di tanti poeti affermati».

Ha recitato versi di Mariangela Gualtieri all’ultimo Festival di Sanremo.

«Da cinquant’anni sento dire che la poesia non vende. Perché mai dovrebbe? Sui giornali nessuno ne parla se non occasionalmente e spesso a sproposito. In televisione solo Rai 5 fa dei programmi su Giuseppe Ungaretti, Eugenio Montale e Salvatore Quasimodo, i classici del Novecento, ma quasi mai parla di poesia contemporanea. Quando nel 2017 diedero un tema alla maturità su Giorgio Caproni nessuno lo conosceva, non dico i ragazzi, nemmeno gli insegnanti. Dunque, se la scuola non ne parla, gli insegnanti, salvo rare eccezioni, non la conoscono, nelle librerie la poesia è relegata negli scaffali più remoti, come fa a vendere un prodotto che non si trova e di cui non si parla in tv?».

Abbiamo la prova contraria?

«Ogni volta che se ne parla in tv o c’è un film che cita un autore le vendite schizzano. Come avvenne con L’attimo fuggente e Capitano, mio capitano di Walt Whitman. Il libro con le sue opere vendette parecchio. Se con un cavallo di Troja si introduce la poesia nelle mura della fortezza, la fortezza cade. Il cavallo di Troja è stato Jovanotti con la sua performance a Sanremo e con questo libro».

Un contenuto elitario proposto in un contesto e con un linguaggio popolare. Quando l’ha visto recitare Bello mondo a Sanremo cos’ha pensato?

«Ho sempre sostenuto che la poesia ha bisogno della ribalta del primetime televisivo. Se le dai un palcoscenico importante vengono smentiti tutti i luoghi comuni sulla sua invendibilità».

Perché ci sono tanti lettori e aspiranti poeti?

«Se digita poesia su un motore di ricerca escono oltre 300 milioni di pagine. Se digita poetry ne escono 950 milioni. Di fronte a questi numeri è difficile dire che la poesia non interessa. Qualcuno obietta: se sul Web ci sono 300 milioni di pagine, i libri dovrebbero vendere decine di migliaia di copie. Invece, in Italia ci sono 3 milioni di poeti dilettanti che scrivono, ma non leggono».

È un fenomeno figlio del sentimentalismo e dell’egocentrismo dei social?

«È figlio dell’incultura che parte dalla scuola e arriva ai media. Negli Stati Uniti alla cerimonia di insediamento alla Casa Bianca i presidenti si fanno affiancare da un poeta. Cominciò John Fitzgerald Kennedy chiamando Robert Frost, l’ultimo è stato Barack Obama…».

Purtroppo Joe Biden ha chiamato Amanda Gorman…

«Giusto, c’è di meglio… In America i poeti insegnano nelle università, scrivono sui giornali e sono riconosciuti. In Grecia poeti come il premio Nobel Odysseas Elitis, Giorgos Seferis, altro Nobel, e Ghiannis Ritsos sono stati musicati da un musicista come Mikis Teodorakis».

In Italia la consideriamo un prodotto d’élite.

«Con l’eccezione di Alda Merini che era un fenomeno mediatico perché andava da Maurizio Costanzo, da noi prevale l’idea che i poeti siano degli straccioni, non degni di essere paragonati agli altri intellettuali».

La spiaggia è un posto di casino, la poesia predilige il tramonto o l’alba?

«Lorenzo ha detto proprio questo: voglio che insieme ai gialli o ai fumetti, negli zaini di chi va al mare o viene ai miei concerti, ci sia anche un libro di poesia».

Per essere apprezzata necessita di alcune condizioni?

«Che qualcuno la sappia porgere bene, cosa che in pochissimi sanno fare».

E di un contesto che aiuti la contemplazione?

«L’ascolto, la meditazione, virtù neglette».

Come avete scelto le 115 liriche dell’antologia?

«Volevamo fare un libro che costasse poco, con un numero contenuto di pagine. Foglia aveva chiesto 50 poesie a testa. Ognuno ha creato la propria playlist, ma ci siamo fatti un po’ prendere la mano. Pian piano ne abbiamo tolte alcune».

Ognuno ha scelto da solo.

«Quando ce le siamo scambiate abbiamo scoperto che metà degli autori scelti da Lorenzo coincidevano con i miei».

Avete discusso su qualcuno?

«Abbiamo fatto delle aggiunte quando ci siamo accorti che mancava qualche autore che meritava».

Non solo poesia contemporanea.

«Poesie di ogni tempo e di ogni Paese».

Poteva starci anche Giacomo Leopardi?

«Capisco, ma per me era troppo scontato».

Se è per questo c’è il Cantico delle creature, pur in una bellissima versione.

«È una scelta di Lorenzo. Volevamo proporre un’antologia che stupisse per i contenuti».

Il gusto della poesia va educato o si è predisposti?

«È frutto di lavoro e di educazione. Quelli che pensano che la poesia nasca spontaneamente davanti a un bel tramonto o quando si è afflitti dal dolore di un amore finito quasi sempre producono balbettii da dilettanti».

Siamo abituati a fruizioni istantanee a tutti i livelli: che spazio può avere la poesia oggi?

«La poesia ti fa fermare a meditare perché da sempre dà risposte ai grandi interrogativi della vita, come la filosofia».

Confina con il senso religioso, la ricerca delle risposte alle domande fondamentali?

«Certo, di questo si occupa. C’è un’opera di Aldo Nove, scelta da Lorenzo, che s’intitola Maria».

Un libro così fa svoltare il lavoro di una vita?

«Gli dà un senso. Da tutta la vita mi occupo di poesia, ma anche se ritengo di aver pubblicato ottimi testi non era mai accaduto che un mio libro diventasse un bestseller».

Quello con Capitano, mio capitano si era avvicinato?

«Sì, ma non avevo una distribuzione paragonabile a quella di adesso con Feltrinelli».

Ha fatto svoltare la sua attività anche l’ingresso in Feltrinelli?

«Naturalmente. Sono passato da una dimensione artigianale a una più contemporanea. Dopo l’acquisizione di Feltrinelli Crocetti editore ha raddoppiato il fatturato in un anno».

Aveva mai chiesto aiuto alla politica?

«Non mi sono mai occupato di politica. Questo è il motivo per cui non ho mai goduto di finanziamenti come la stragrande maggioranza degli editori che prendono o hanno preso finanziamenti a pioggia dallo Stato».

Non c’è mai stata considerazione?

«Alla politica non frega nulla della poesia. Mediamente i nostri politici sono ignoranti e disinteressati alla poesia. Se sono interessati alla cultura, lo sono ai musei e ai siti archeologici. È un po’ brutale, ma è così».

Abbiamo avuto come ministro della Cultura Sandro Bondi che era un poeta.

«Non ho memoria di sue azioni significative per la poesia».

Quante copie vende la rivista?

«Poche migliaia. Prima andava in edicola con una tiratura di 15.000 copie. Adesso è venduta nelle librerie Feltrinelli e in alcune altre, perciò è difficile raggiungere i numeri delle edicole. Il passaggio da mensile a bimestrale ha aumentato i costi da 5 a 13 euro».

Chi sono i poeti?

«La poesia è come l’acne, durante l’adolescenza viene a tutti, poi passa. Quelli a cui non passa e rimangono con la faccia butterata, quelli sono i poeti».

In una lirica intitolata Il poeta, Marina Cvetaeva li descrive come figure del margine.

«Sono quelli che dicono la verità. Prendiamo Osip Madel’stam, uno dei più grandi poeti russi del Novecento. Aveva scritto dei versi contro Stalin definendolo “il montanaro georgiano”. La lesse una sera davanti a un gruppo di amici fidati. Il giorno dopo fu arrestato, per dire quanto erano fidati quegli amici».

C’è qualche momento in cui ha realizzato che i poeti sono necessari?

«Tutti i giorni. È una consapevolezza che non è condivisa dalle istituzioni, ma dai veri poeti e basta. Distinguere tra quelli veri e chi ogni tanto va a capo, è un’arte che richiede studio e applicazione».

Ha mai provato a cimentarsi?

«No, perché mi sono posto come mission di diffondere la poesia, non di scriverla. Sono già troppi quelli che lo fanno».

 

La Verità, 21 maggio 2022

«Il dissidente singolo rafforza la propaganda»

La propaganda non tollera il contraddittorio. Se lo fa, lo tratta da eccezione che conferma e rafforza la regola. Ovvero il pensiero unico. In tempi di pandemia: vaccinazioni, lockdown e green pass. In tempi di guerra: campagna belligerante e invio delle armi all’Ucraina. È questo il pensiero di Carlo Freccero che, nell’ora più buia del libero confronto delle idee, torna a esporsi sulla Verità dopo un periodo di silenzio.
Che cosa l’ha colpita in questi giorni sul fronte dell’informazione?

«Tg1 e giornaloni hanno taciuto l’invettiva di papa Francesco contro l’aumento delle spese militari perché, in tempi di propaganda bellica, è molto difficile sostenere contemporaneamente il pacifismo e l’incremento delle spese militari».

Due opzioni che faticano a convivere.

«Il tentativo di mediazione tra pacifismo e bellicismo è più diffuso di quanto si creda. Il Papa stesso, come il vostro giornale ha riportato, pur dichiarandosi a favore della pace, sostiene il diritto all’autodifesa dell’Ucraina. E nelle manifestazioni di piazza molti sostengono contemporaneamente la pace e l’invio di armi all’Ucraina, senza rendersi conto che una scelta del genere può provocare una guerra mondiale».
Come si spiega questa contraddizione?

«Con la propaganda. La propaganda non è necessariamente logica e ci chiede ogni giorno di azzerare le opinioni del giorno precedente, per allinearsi ai nuovi diktat delle autorità. L’abbiamo già visto durante la pandemia».

Cioè?

«L’abbiamo visto con le mascherine. Quando non c’erano erano sconsigliate in quanto inutili e controproducenti. Quando è partito il business sono diventate indispensabili. Così, a giorni alterni accettiamo e respingiamo la guerra».

Principalmente la si accetta e nel caso di alcuni grandi media e alcuni grandi statisti la si vuole proprio.

«Desta sconcerto l’incremento delle spese militari sino al 2% del Pil in un momento in cui il nostro Paese soffre una crisi post-pandemica che ha portato alla chiusura di moltissime attività economiche. I toni belligeranti del discorso di Mario Draghi in risposta all’intervento in Parlamento del presidente ucraino Volodymyr Zelensky hanno destato nuove preoccupazioni».

In tv alcuni opinionisti dicono di rappresentare la gente, ma i sondaggi mostrano un’opinione pubblica divisa in materia di invio delle armi all’Ucraina.

«Gli italiani vorrebbero aiutare l’Ucraina, ma nello stesso tempo tenersi fuori dalla guerra. La propaganda che ha funzionato così bene per la pandemia ora sembra funzionare meno bene. La chiave interpretativa giusta è il concetto di paura di cui la propaganda si nutre. La paura ci ha reso docili di fronte alla pandemia e alla minaccia della morte per infezione. Ma la guerra è essa stessa fonte di paura. Spingere sulla guerra può provocare forme di dissociazione psicologica».

Qual è la sua valutazione del trattamento riservato dalle tv e dai giornali mainstream al professor Alessandro Orsini?

«Per avere senso, i talk show devono contemplare lo scontro diretto tra opinioni divergenti, altrimenti diventano propaganda. In questo contesto un’unica voce dissenziente rischia di fare il gioco dell’avversario».

Perché?

«Con la tecnica del panino le conclusioni spettano sempre al conduttore e l’effetto che il pubblico ricava dallo spettacolo del dissenso è la convinzione che dissentire non va bene, non conviene, dato che il dissenziente è sempre minoritario e viene messo a tacere. C’è il rischio di rinforzare la tesi che si vorrebbe combattere».

Sta dicendo che alle voci dissonanti converrebbe una sorta di Aventino dei media?

«In un contesto così squilibrato, l’opposizione finisce per fare da spalla al discorso della propaganda, dandole la possibilità di reiterare all’infinito le tesi che deve inculcare. Prima la pandemia, oggi la reductio ad Hitlerum di Putin».

Il trattamento del professor Orsini è dentro questo schema? In fondo ha avuto molta pubblicità…

«La censura è sempre da condannare. In questo caso però il discorso non è tanto di libertà di espressione, ma proprio di propaganda che non ammette contraddizione. Sembra di vivere nel contesto americano del maccartismo».

Addirittura.

«Non mi risulta che Orsini sia un pericoloso estremista. Ho letto un intervento di Giovanni Fasanella, storico e documentarista, che gli attribuiva un atteggiamento piuttosto convenzionale sul terrorismo. Però Orsini è un insegnante universitario, quindi, necessariamente deve dare una spiegazione argomentata del suo pensiero, valutando gli eventi senza fanatismo. Nel contesto attuale non è ammesso: chi cerca di capire viene presentato come un disertore ed un nemico della patria».

Secondo lei lo scandalo è stato generato dalle sue tesi o dal fatto di percepire un compenso come ospite?

«Quasi nessuno partecipa gratis. Alcuni virologi ricevevano ingaggi di tutto rispetto per intervenire nei talk. I compensi vengono ritenuti leciti e addirittura meritori se chi li riceve alimenta il coro del pensiero dominante. Del resto sono stati pubblicati gli aiuti elargiti dal governo alle emittenti private locali e ai giornali disposti ad assecondare l’emergenza. Si trattava di finanziamenti considerevoli, mai visti prima d’ora. Il governo ha raddoppiato il sostegno ai giornali “collaborativi”».

Erano finanziamenti per spazi destinati ad annunci e bollettini sui comportamenti da tenere durante la crisi, non necessariamente hanno influenzato la linea editoriale dei media che li hanno accettati.

«In tempo di caduta libera e crisi generalizzata delle vendite, è comprensibile che quei media si allineino alla versione ufficiale. Senza contare che spesso i giornali sono di proprietà di gruppi che nella pandemia e nella guerra hanno i loro principali interessi».
È un’insinuazione molto forte. Le chiedevo di Orsini.

«Orsini ha scelto di parlare gratis per difendere la sua libertà di espressione. A questo punto dobbiamo chiederci: perché siamo disposti a contenderci un professore nei talk? Perché, come ho detto, il format del talk richiede un contraddittorio per esistere. Il monologo e il coro unanime fanno precipitare gli ascolti secondo lo stesso meccanismo per cui i giornali allineati alle tesi ufficiali continuano a diminuire le vendite  e a perdere autorevolezza».

 

La Verità, 18 marzo 2022

«L’Italia sta con Padre Pio, ma comanda la Cirinnà»

È un bipolarismo culturale prima ancora che politico quello che Pietrangelo Buttafuoco tratteggia in questa intervista, fornendo una chiave di lettura tridimensionale allo stato delle cose. L’Italia degli anni Venti è scavata dalle dicotomie: uomini o caporali, Padre Pio e la Cirinnà, salesiani o gesuiti. Libero da acquartieramenti vincolanti, lo scrittore catanese non ha peli che ne ingombrino la parlata. Sono cose che passano, il romanzo in uscita da La nave di Teseo – «un divorzio all’italiana, ambientato nella Sicilia del dopoguerra, che si risolve in un Faust al femminile» – susciterà di certo polemiche e gridolini di sdegno nel bel mondo politicamente corretto. Ma lungi dal preoccuparsene, Buttafuoco se la ride. Come fa, in sottofondo, mentre chiacchieriamo da qui in avanti.

Caro Pietrangelo, la prima indicazione che le amministrative ci hanno consegnato è che non si voterà fino al 2023?

«Il dato più evidente è stato il non voto più che il voto. Il vero bipolarismo è quello di Esopo tra il topo di città e il topo di campagna».

Il quale non è andato alle urne.

«Ribadendo l’annoso problema che la maggioranza silenziosa non ha rappresentanza politica e culturale. Questo, salvo eccezioni. L’ultima delle quali è stato Silvio Berlusconi. Che, all’apice, veniva massacrato allo stesso modo in cui abbiamo visto svillaneggiati Matteo Salvini e Giorgia Meloni. Con il grande svantaggio di non avere, loro due, la forza del Cav; non ultima quella di pagare gli avvocati».

Sta di fatto che lo schieramento che più voleva anticipare le politiche ha preso una batosta.

«Da quando chiedevano le elezioni è passato un lasso di tempo che ha svuotato l’entusiasmo. Queste amministrative sono state un secondo Papeete».

Addirittura?

«Si fosse votato quando toccava avrebbero stravinto. Invece, il patrimonio si è depauperato».

Anche il Pd non vuole affrettare i tempi perché il M5s è in crisi e la coalizione è fluida.

«Siamo di fronte a un groviglio di contraddizioni. La prima è che, da padrone del sistema, il Pd ha l’abilità di trarre vantaggi da ogni situazione. All’inizio Draghi era visto come fumo negli occhi. I suoi capi speravano nel Conte tris, poi erano vedove di Conte, infine si son fatti piacere Draghi, che ora sembra roba loro».

La seconda?

«All’esordio la Lega era il pilastro di Draghi. Giancarlo Giorgetti gli sedeva accanto come un fratello. Ma pure in questo caso, il vantaggio si è capovolto. E lo stesso Draghi ci ha messo del suo».

Cioé?

«Ha sentito il richiamo delle sirene della rispettabilità sociale, tanto che non ha fatto l’auspicato cambio di passo tenendosi Roberto Speranza, Luciana Lamorgese e perfino il reddito di cittadinanza. Anche l’abbraccio con Maurizio Landini si trasformerà nel suo contrario, sarà Draghi a dover abbracciare Landini. È l’antica regola italiana: nella difficoltà ci si butta a sinistra».

Anche se adesso sta rinascendo il centro?

«Vedremo. Temo che, seguendo il solito richiamo, Carlo Calenda possa replicare la parabola di Mario Segni. Quando Berlusconi gli offrì il ruolo di leader dei moderati, Mariotto rinunciò per non inimicarsi il sistema. Invece, se vuoi vincere devi intercettare la maggioranza degli italiani che è naturaliter antisistema. Nel senso che sono più uomini che caporali».

Chi sono i caporali oggi?

«Gli stessi di ieri. Quelli che si danno quest’aria di compostezza presto indosseranno le uniformi richieste dall’epoca. I trentenni meravigliosi della task force di Palazzo Chigi, si sarebbero scapicollati con Bettino Craxi e prima con Amintore Fanfani, Alcide De Gasperi e Giuseppe Bottai. Chi sosteneva il Borbone è già pronto per il Savoia, per la camicia nera, il fazzoletto rosso, lo scudocrociato, la falce e martello e ora per sventolare la bandiera dell’Europa. Il codice del potere è sempre lo stesso, cambia solo l’uniforme».

I burocrati più longevi dei ministri?

«L’originalità italiana è nel trasformismo del potere narrato da I Viceré di Federico De Roberto e Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa».

Anche il Pd ha interesse a mantenere Supermario dov’è sperando di piazzare uno dei suoi al Quirinale?

«Dipende dalla capacità di tenuta del centrodestra che, sulla carta, ha un vantaggio numerico. E questo anche considerando il fatto che, a dispetto di Berlusconi, i ministri di Forza Italia sono più affini al Pd che al resto del centrodestra e potrebbero, dunque, votare Paolo Gentiloni, il vero candidato dem. Tuttavia, i margini per giocarsela ci sono. Bisogna solo individuare una figura di pacificazione. E trarre insegnamenti dai due Papeete. In queste amministrative sono stati commessi diversi errori».

La crescita di Fratelli d’Italia ha bloccato la svolta moderata di Salvini?

«In politica c’è un momento in cui un leader dice: basta, voti non me ne servono più. Il caso di Meloni è particolare perché il successo è suo, non di Fdi. Ricordiamoci che parliamo di granai pieni, non di carestie. Ma il granaio pieno va distribuito, altrimenti marcisce. L’acutezza dell’establishment è stato far tenere il granaio chiuso e marcire il consenso».

Prendendo qualche grande città il centrodestra ne avrebbe messo a frutto una parte?

«La cagnara sul fascismo ha spaventato il popolino. È stato un gigantesco pizzino per dire: “Voi la coda non la muovete”. Sì, il candidato di Roma era debole, ma il dossieraggio cui si sono prestate autorevoli testate e la quasi totalità dell’informazione tv ha paralizzato i topi di campagna».

La batosta è stata determinata dalla campagna sul fascismo più che dai candidati sbagliati?

«Tutto insieme. Senza quella cagnara, a Torino il centrodestra avrebbe vinto. Il grande centro dei moderati lo faranno grazie a Forza nuova che fa il gioco del Pd».

Come ha evidenziato a suo modo @LefrasidiOsho. Che idea ti sei fatto della tempistica delle inchieste?

«Mi affido all’arguzia di Giulio Andreotti: a pensar male ci si azzecca».

Vince il centrodestra moderato: conseguenze?

«Resta attuale la strategia dell’armonia di Pinuccio Tatarella. Dare visibilità a tutte le sfumature, il consenso si costruisce in un caravanserraglio aperto. Se non ci si impegna a dare un destino politico e culturale alla maggioranza degli italiani si costringe il Pd a governare».

Il consenso si costruisce nel dibattito culturale, lontano dalle urne?

«Faccio un esempio. Non c’è dubbio che la stragrande maggioranza degli italiani ami Padre Pio e ciò che rappresenta. Invece, grazie a un’accorta regia, sembra che stia più a cuore la cultura della Cirinnà. Vuoi un altro esempio?»

Prego.

«Ogni volta che si deve nominare una persona autorevole per i destini del Paese tutti citano Emma Bonino, quando sappiamo bene che per i padri di famiglia e la gente semplice che lavora è una figura inesistente. Certi culti vivono solo nel racconto dei giornali e nei palinsesti tv».

La pandemia ha bocciato populismi e politica di pancia e promosso competenza e pragmatismo?

«La pandemia è un’occasione per mantenere lo status quo e neutralizzare dissenso e spirito critico. Il mondo occidentale è una grande sala d’attesa dove si passa da un’emergenza all’altra. Esco dalla metropolitana a Piazza del Popolo e vengo fermato da una volante che mi chiede il certificato verde: emergenza sanitaria. In Via del Corso m’imbatto nei blindati della polizia: emergenza terroristica. 100 metri dopo trovo uno che chiede l’elemosina, emergenza finanziaria. Quando penso che tre bastino, sullo smartphone mi vedo recapitare un video di Greta Thunberg con l’emergenza climatica».

Finirà come ha ipotizzato Paolo Mieli sul Corriere della Sera, cioè si faranno «i conti senza il voto» per adeguarsi alla «formula Ursula»?

«Conoscendo il senso dell’umorismo di Mieli, immagino che volesse rifarsi alla Modesta proposta di Jonhatan Swift: ingrassare i bambini denutriti per farli mangiare ai ricchi».

Fuor di metafora?

«Si toglie il voto ai “deplorevoli», come li ha chiamati Hillary Clinton, inadatti a gestire la cosa pubblica. Mieli è allievo di Renzo De Felice, studioso di Mussolini, per il quale le elezioni erano “ludi cartacei”».

Ha lanciato il sasso e nascosto la mano o no?

«Non dimenticare La dissimulazione onesta di Torquato Accetto, formula molto gesuitica. Un’altra dicotomia italiana è quella dei salesiani massacrati dai gesuiti. Ricordiamoci che Berlusconi è un allievo dei salesiani mentre Draghi lo è dei gesuiti».

La quadratura sarebbe il primo al Quirinale e l’altro a Palazzo Chigi?

«È dal 1641, anno in cui viene stampata La dissimulazione onesta, che i gesuiti orchestrano i giochi. Perciò, come diceva Ludwig Wittgenstein: “Di quel che non si può parlare si deve tacere”».

La terza indicazione rafforzata dalle amministrative è che per governare serve il benestare dell’Europa?

«In un’ottica provinciale sì. Oggi il gioco con la posta più alta si è trasferito nell’oceano Pacifico, dove Stati Uniti, Gran Bretagna e Australia fronteggiano la Cina».

Come finirà il braccio di ferro con la Polonia?

«Sula Polonia non può gravare una pregiudiziale storica come sull’Italia o la Germania. I polacchi hanno fronteggiato i due moloch del Novecento. E hanno alle spalle il mito fondante di Karol Woytjla, mentre l’Unione europea segue la moda passeggera di Bergoglio».

Perché se siamo un Paese in prevalenza moderato il partito del sistema è il Pd?

«Perché ha avuto l’astuzia gesuitica d’innestarsi nella dissoluzione apparente delle due chiese del regime partitocratico, il Pci e la Dc. Per fare carriera i figli di buona famiglia devono bazzicare quelle stanze».

Perché la cultura è in mano alle élite di sinistra?

«Perché purtroppo la Chiesa è stata politicamente complice dei suoi persecutori».

Giudizio molto duro.

«Ma vero. Se chiacchieri con un alto prelato non ti parla di Dio, ma dell’etica. Se chiedi al cattolico medio il nome di un filosofo ti cita Norberto Bobbio e non l’unico grande filosofo che abbiamo avuto, Augusto Del Noce. Faccio quest’esempio apposta, perché avevano le aule confinanti all’università di Torino».

Finirà che il centrodestra resterà digiuno mentre la sinistra famelica «ha già il tovagliolo al collo e si papperà un’altra volta il Quirinale», come teme Maurizio Gasparri?

«Ma certo, si prenderanno tutto».

 

La Verità, 23 ottobre 2021

«Si voterà nel ’23, quando tutto sarà cambiato»

Nonostante il pizzo mefistofelico i tatuaggi e gli anelli, Roberto D’Agostino, visionario titolare del sito Dagospia (3,5 milioni di pagine visualizzate al giorno), sa interpretare il ruolo del saggio, del politologo, dell’analista attaccato alla realtà e ai problemi della gente. «Davvero», dice, «pensiamo che un padre di famiglia quando torna a casa dica a sua moglie: hai visto che hanno segato l’uomo di Giorgia Meloni nel Cda della Rai? Oppure che l’operaio che si alza alle sette del mattino per andare in fabbrica abbia come primo pensiero cosa si son detti Beppe Grillo e Giuseppe Conte al ristorante? Io penso di no, penso che il distacco tra la vita dei cittadini e la narrazione dei media sia ormai abissale».

Un po’ l’ha colmata la sbornia degli Europei?

«Un po’ sì, ma non parliamo di sbornia. La politica è anche un fatto emotivo».

La politica?

«Anche lei vive di emozioni. Il Covid ci ha sconvolto anche perché è venuta a mancare la fiducia negli altri. La vittoria agli Europei rimette in circolo energie nuove».

Si parla di Rinascimento italiano.

«Più che altro una Rinascente cheap. Quello che lei chiama sbornia è un’onda emotiva che arriva dopo un anno e mezzo di afflizione, i 120.000 morti, i camion di Bergamo, le bare ammassate. La Nazionale ha fatto gridare “Viva l’Italia” a tutti, facendo tornare il senso di appartenenza e dello Stato».

Addirittura.

«Di solito quando si parla di senso dello Stato viene l’orticaria perché si pensa alle tasse. Ma dopo la pandemia si pensa anche che con le tasse si costruisce un ospedale che serve quando stai male. La vittoria degli Europei è come un integratore per affrontare il post Covid».

Tutti patrioti? Qualcuno ha scritto che è tornato il piacere abbracciarci…

«Stato vuol dire fiducia, come la Galbani della pubblicità di una volta. Si ricomincia a fidarsi degli altri anche se sappiamo di correre un rischio. Infatti, tanti portano ancora le mascherine nonostante si possa stare senza. Questa vittoria è come un tiramisù. Al contrario, i no-vax pensano solo alla loro libertà e non che può danneggiare gli altri. Io sto con Macron: la mia libertà finisce quando mette a rischio quella di un altro».

Per la Nazionale abbiamo fatto due giorni di rave e adesso ci vuole il green pass per andare al bar?

«I festeggiamenti di domenica sera erano difficilmente gestibili, anche le forze dell’ordine guardavano la partita. L’errore è ciò che è accaduto il giorno dopo, con la gente assiepata attorno al pullman e senza mascherina. La trattativa Stato-Bonucci è qualcosa d’insostenibile. Si sa che il pullman era già stato preparato, Bonucci stia tranquillo. Ma Draghi non può gestire tutto, ci sono i ministeri competenti. Toccava alla Lamorgese gestire la grana, ma non l’ha fatto».

Non l’ha infastidita un certo eccesso di retorica: la Nazionale simbolo di concordia, Mancini gemello di Draghi?

«Ognuno scrive quello che vuole. L’editoriale di un quotidiano non è le Tavole della legge».

È bastato rimettere all’ordine del giorno il ddl Zan per vedere la concordia andare in frantumi?

«Da una parte c’è la politica politicante, dall’altra 60 milioni di cittadini che dopo due anni come questi hanno ricevuto un’iniezione di fiducia e positività. Non credo che le sorti del ddl Zan incidano sulla quotidianità dei cittadini. In periferia o in un paesino nessuno s’interroga sull’identità di genere. Sono pippe dei giornali. Le persone comuni hanno altre priorità. Mio figlio troverà un lavoro? Riuscirò ad arrivare a fine mese? Sarò licenziato dopo la fine del blocco?».

Chi esce meglio dalla curva?

«I cittadini. Molto meglio della politica, che si balocca con questioni superflue. Immagino tanti lettori che aprono i giornali e mandano affanculo politici e giornalisti. La pace tra Conte e Grillo, i consiglieri del Cda Rai: chi si alza alle sette del mattino per andare a lavorare guarda a questi mondi come agli animali dentro le gabbie di uno zoo. Col mio sito lavoro in un altro modo».

Cioè?

«Il direttore è un algoritmo che mi dà in tempo reale il traffico degli articoli più letti. Così capisco gli interessi prioritari. Se il pubblico mi chiede la ricotta prendo la ricotta e la metto in vetrina. Il cliente ha sempre ragione, questo è il barometro. Ho 3,5 milioni di pagine visitate al giorno. I giornali raccontano le correnti del M5s o del Pd, mentre i cittadini si chiedono perché non si affronta il problema del debito pubblico che viaggia verso i 3.000 miliardi».

Il distacco tra popolazione e narrazione è colmabile?

«A questo punto non lo so. Fossi direttore di un grande quotidiano mi chiederei perché i lettori rifiutano il mio prodotto. Qualche anno fa Repubblica e Corriere vendevano 6/700.000 copie ora sono a 100.000. Il Fatto quotidiano era sopra le 100.000 ora è a 25.000».

Ci si informa anche in altri modi?

«In parte sì. L’edicola sta diventando un residuato bellico come la cabina del telefono. Però i giornali cartacei hanno stravenduto il giorno dopo la vittoria dell’Italia. Vuol dire che i lettori volevano avere un  ricordo del trionfo acquistando il giornale con il poster della squadra vincitrice. Se dai, in cambio ricevi».

Responsabilità dei giornali ma anche dei vari Enrico Letta, Matteo Salvini eccetera?

«Purtroppo i nostri leader non hanno un’idea seria della politica, di come sono cambiati gli equilibri geopolitici dopo l’arrivo di Joe Biden alla Casa bianca, dopo l’avvento della Brexit, dopo la crescita del ruolo della Cina che sta sostituendo gli Stati uniti e ha in mano tutta la produzione strategica, dalle auto alla telefonia. Con tutto questo, noi continuiamo a parlare del consigliere di Fratelli d’Italia in Rai».

E Draghi?

«Non pensa al Quirinale. Punta a diventare il successore di Charles Michel alla presidenza del Consiglio europeo. Invece sul piano del carisma, prenderà il testimone da Angela Merkel. Già adesso Biden parla solo con lui, anche per la debolezza di Macron.

Con questi nuovi scenari hanno ragione Meloni e Salvini a credere che dopo Draghi toccherà a loro?

«Da qui al 2023, quando si andrà a votare, vedremo cambiamenti copernicani. Già ne abbiamo le avvisaglie. Il più draghiano dei leader è Salvini, che è una sorta di pontiere del centrodestra nel governo. Quando di recente Forza Italia si è incazzata per la mediazione della Cartabia con i 5 stelle è stato Salvini a fare da pontiere. Tutto cambia. Basta guardare il patto tra i due Matteo che, con la regia di Denis Verdini, vecchia volpe democristiana, stanno lavorando a una federazione centrista con Berlusconi e Forza Italia».

Quindi l’idea della federazione resiste?

«È l’approdo futuro. Salvini non parla più di migranti e ong, ma di giustizia. La politica in Italia sta vivendo una trasmutazione, a destra nascerà un centro con Salvini, Renzi, Calenda e Berlusconi. Questo dispiacere dato alla Meloni è un segnale: tu resta a destra, al centro stiamo noi».

Conviene lasciar fuori il partito più in crescita dell’area?

«Se l’ideologo della Meloni è Guido Crosetto che è presidente dell’Aiad (Aziende italiane per l’aerospazio e la difesa ndr), apparato di Stato da Fincantieri a Leonardo, che opposizione può fare».

Al di là dell’opposizione è conveniente per il centrodestra escludere il partito più in salute?

«Questo riguarda l’ego dei leader. Non si può parlare di alleanze e poi ci si comporta da ducetti. Il problema di Salvini era che prima twittava e poi ragionava. Ora ha capito che bisogna capovolgere il processo e che la politica è mediazione. Con i fondi del Recovery in arrivo non possiamo permetterci di mandare il Paese al macero. Bisogna mediare gli obiettivi di parte con il bene del Paese. E poi c’è un altro discorso…».

Prego.

«Oltre allo Stato c’è il Deep State, lo Stato profondo. Burocrazia, magistratura, servizi segreti, macchina dei ministeri: tutte realtà che sia Renzi che Salvini in passato hanno trascurato. Pagandone il conto».

Nel centrosinistra niente rivoluzioni copernicane?

«L’idea di Goffredo Bettini che vedeva Conte punto di riferimento dei progressisti è entrata in crisi».

Infatti Bettini sta tornando in Thailandia.

«Per Letta il governo Draghi è il governo del Pd. Ma Conte è contrario alla riforma Cartabia mentre il Pd è a favore. Perciò anche quest’asse è in discussione. Cosa siano oggi i 5 stelle nessuno lo sa».

Quanto crede alla pace di Bibbona?

«Ah, saperlo…».

Conte è andato a Canossa?

«Non so. Se Conte piazza una persona sua in un posto di rilievo Grillo potrà sfiduciarla. Mi sembra una diarchia che non ha grande futuro».

Invece Letta ce l’ha?

«Con il 18% come fa a tornare a Palazzo Chigi? Tanti gli consigliano di aprire a Salvini, così che in futuro ci possa essere un’alleanza con la federazione di centro. Che nel Pd potrà essere appoggiata dalla corrente maggioritaria, formata da ex renziani».

Letta è la persona giusta per aprire a Salvini?

«Credo che le amministrative del 20 ottobre daranno una botta a tante posizioni ideologiche. Si capirà se l’alleanza con i 5 stelle ha un futuro. E se ce l’ha Letta. Nei grandi Paesi europei governano le grosse coalizioni. In Germania i socialdemocratici con i democristiani, in Francia i gaullisti con Macron. In Italia potrà nascere un governo di centrosinistra con la federazione di Verdini, Salvini e Berlusconi alleata al Pd: un governo fattuale, che toglie di mezzo troppe battaglie di bandiera».

Chi è messo meglio in vista delle amministrative di ottobre?

«Credo che il risultato lascerà molti a bocca aperta. Dopo due anni di Covid non sappiamo come si orienteranno gli elettori. Molti sondaggi sono apertamente taroccati e io vorrei avere la palla di vetro per capire cosa ci aspetta. Abbiamo ancora un Parlamento con il 32% di grillini eletti…».

E tra poco inizia il semestre bianco in preparazione alla successione di Mattarella?

«Il copione del Quirinale è tale e quale a quello usato per Napolitano. Mentre Mattarella continuerà a dire di voler tornare a dedicarsi ai nipotini, dopo le prime fumate nere tutte le forze politiche andranno in fila indiana a dirgli di restare. E lui accetterà. Poi nel 2023, con il nuovo Parlamento, si deciderà in base al voto dei cittadini».

E i vari Casini, Veltroni, Franceschini, Berlusconi?

«No future».

 

La Verità, 17 luglio 2021

«La cancel culture è il nuovo oscurantismo»

La più consistente scoperta che ho fatto pochi giorni dopo aver compiuto 65 anni è che non posso più perdere tempo a fare cose che non mi va di fare». Pierluigi «Pigi» Battista fa sua la riflessione di Jep Gambardella nella Grande bellezza di Paolo Sorrentino. Nato giornalisticamente a Epoca, poi alla Stampa di Paolo Mieli e Ezio Mauro, già vicedirettore del Corriere della Sera dopo esserlo stato di Panorama, due mesi fa, prepensionato dal quotidiano di Via Solferino, è atterrato all’Huffington post di Mattia Feltri con una rubrica intitolata «Uscita di sicurezza». È un collega, ci diamo del tu.

Cosa ti manca del Corriere della Sera?

«Senza essere sgradevole, niente. Non sono fuggito polemicamente».

Ma perché?

«Ho approfittato del prepensionamento per iniziare una nuova esperienza all’Huffington post».

Lasciare la carta stampata ti è pesato?

«No. Ero arrivato alla saturazione per il giornalismo politico».

Rigetto della politica o di come la raccontano i giornali?

«Rifiuto dell’overdose che ci infliggono tutti i quotidiani cartacei, non solo il Corriere. Trovo che 10 pagine di politica siano un numero esorbitante per chiunque. Sfido a trovare una persona sotto i trent’anni che le legga».

Provocano anche un senso d’impotenza?

«Quando ero ragazzo c’era il pastone che orientava il lettore, un’intervista e stop. Poi c’erano la terza pagina, le cronache, gli spettacoli. Oggi la politica è lottizzata: c’è la pagina dei 5 stelle, quella del Pd, quella dedicata alla Lega, a Forza Italia, con le interviste ai peones e ai portaborse dei peones. Il risultato è l’iperframmentazione e il senso d’impotenza».

La causa?

«La nascita di troppi governi bizzarri sotto l’egida della democrazia parlamentare. Per la quale il voto dei cittadini è una specie di delega che il partito spende come gli pare. Nella Prima repubblica si votava per la coalizione di governo o per l’opposizione. Nella Seconda c’erano l’Ulivo e il centrodestra. Dal 2011, quando Mario Monti ha sostituito Silvio Berlusconi, son dieci anni che i governi non corrispondono alla volontà degli elettori. I nostri giornali sono succubi di questa situazione».

Raccontano minuziosamente i tatticismi delle forze politiche che quasi mai sfociano in qualcosa di significativo per i cittadini?

«Tra un governo e l’altro i cambiamenti sono ridotti: meno tasse per il centrodestra, più Stato per la sinistra. Il vero cambiamento è che la politica economica non è più nella disponibilità degli Stati nazionali. Quando diciamo che la legge di bilancio è sottoposta all’esame dell’Europa di cosa parliamo se non di questo? Questa cessione di sovranità significa minor democrazia perché la Commissione europea si forma fuori dalla logica elettorale. Il Ppe ha preso più voti, ma non governa».

Occhio che l’accusa di sovranismo è in agguato.

«Lo so bene, ma non c’entra. C’entra il fatto che il nesso tra volontà popolare e decisioni politiche è sempre più debole. Da qui nasce il mio totale disinteresse».

Voti e per chi?

«Ho smesso di fumare e di votare».

Eppure sei cresciuto nell’epoca del «tutto è politica».

«Era qualcosa di totalizzante. Adesso per capire ciò che passa nella testa delle persone è meglio andare al cinema, quando si poteva, leggere…».

Anche in famiglia tutto passava dalla politica?

«L’ho raccontato in Mio padre era fascista: per contestare l’autorità e contrappormi a lui usavo il linguaggio della politica. Oggi, a spanne, non credo che il conflitto tra padri e figli passi per la politica. Perché oggi un ragazzo dovrebbe iscriversi a Forza Italia o al Pd?».

Al Pd perché lo farà votare già a 16 anni?

«Ma quando mai. Tutti sanno che, almeno in questa legislatura, il voto a 16 anni è pura chimera. Come lo ius soli. Quando il Pd alza queste bandiere si sa che sono solo parole».

A sinistra si pensa ancora che tutto sia politica?

«A sinistra si pensa che la politica determini l’antropologia. Esistono due categorie di italiani: quelli di sinistra, buoni, generosi, che non parcheggiano in seconda fila, pagano le tasse e leggono i libri, e quelli di destra, populisti, prepotenti, ignoranti, evasori e che non rispettano le regole».

I giornali perdono copie per troppa politica o perché lontani dalla vita reale?

«Per entrambi i motivi. Ma anche perché sta finendo l’era gutenbergiana a vantaggio di altri linguaggi, l’immagine, la vocalità. Ai quali corrispondono altrettanti social media, i podcast e gli audiolibri. Il nuovo social è Clubhouse fatto di stanze dove si commentano i fatti e tutto si autodistrugge. Puro effimero».

Preferisci l’ipercomunicazione di Conte o la non comunicazione di Draghi?

«Non era ipercomunicazione, ma ufficio propaganda che con la pandemia è diventato Istituto Luce Casalino. Detto questo penso che, con la comunità provata dalla paura, serva una comunicazione istituzionale che dia certezze».

Si sono resi conto di aver commesso un errore bloccando Astrazeneca?

«Dobbiamo capire perché lo hanno fatto. Compito delle istituzioni è rassicurare spiegando le ragioni delle decisioni. Invece, si è finito per alimentare la paura. Tanto più nel contesto di un’informazione apocalittica».

È ancora così?

«Dal primo gennaio c’è un crollo dei contagi nel personale sanitario perché i vaccini funzionano, ma nessuno lo scrive. Invece, un caso di trombosi ferma tutto. Hai voglia a chiamare il povero generale Figliuolo. Sui vaccini e sulle varianti si diffonde solo allarmismo. Vogliamo dire che la variante sudafricana in Sudafrica è stata sconfitta?».

O che in Australia e Nuova Zelanda si convive tranquillamente con il Covid come hanno dimostrato le immagini dell’America’s cup?

«Senza andare così lontano, perché non si dice che, seguendo i protocolli dell’azienda nazionale del farmaco, Boris Johnson sta completando la vaccinazione? Siccome c’è la Brexit non va bene. In Israele hanno fatto la cosa giusta, copiamoli. Ora ci svegliamo con l’idea di produrre il vaccino in casa, ma ci vorranno sei mesi».

Che fiducia si può avere?

«Si continua a ripetere che è tutto complesso. Non è vero: è tutto semplice. Abbiamo poche terapie intensive? Si fossero fatti i bandi in maggio in settembre le avremmo avute. L’alternativa non è un governo diverso, ma la trasparenza. Biden ha detto: vaccineremo 100 milioni di persone in 100 giorni. Bisogna dare un obiettivo. Il sistema del lockdown non regge, non si vedono più pattuglie che fanno rispettare le restrizioni. Personalmente, giro con due mascherine, ma mi chiedo con che faccia rampognamo i giovani per gli aperitivi quando sui vaccini abbiamo fatto tutti questi casini».

Che riscontri ha la tua rubrica?

«Eccellenti. Ma, al di là dei numeri, che sono diversi rispetto a quelli della stampa su carta, mi piace aver creato un appuntamento quotidiano. Online c’è meno fedeltà alla testata e più ai singoli autori. Quando un lettore mi chiede perché la domenica non esce la rubrica mi fa piacere».

Il politicamente corretto è il nuovo catechismo radical chic?

«Con la cancel culture c’è stato un salto di qualità. Il piagnisteo, molto molesto, non era arrivato ad abbattere le statue, a cancellare Shakespeare nelle università e Egon Schiele nei musei. Nel cinema western i buoni erano i cowboy, poi arrivò Soldato blu a mostrarci che i pellerossa erano un popolo. Quello era il politicamente corretto. La cancel culture vuole che i western siano eliminati dalle cineteche. Come pure Peter Pan e Dumbo, ci rendiamo conto? È fanatismo maoista che abbatte ciò che non si conforma. È un nuovo oscurantismo che, sbagliando, abbiamo preso per una bizzarria».

Invece ingabbia la creatività, l’arte, il cinema?

«E favorisce un nuovo conformismo perché intimidisce. Nessuno vuol passare per sessista o razzista. Nel libro di Guia Soncini L’era della suscettibilità c’è un capitolo intitolato “Pensa oggi”. Pensa cosa accadrebbe se Lucio Dalla scrivesse oggi 4 marzo 1943, se qualcuno facesse un apprezzamento sulla minigonna di Alba Parietti, se Vasco Rossi scrivesse Colpa d’Alfredo: “È andata a casa con il negro, la troia”. Non si tratta di elogiare la parola offensiva, è un diritto non essere insultati, ma deve valere per tutti».

Invece?

«L’indignazione si ferma quando viene colpito l’avversario. Si dà del nano a Renato Brunetta o dello psiconano a Berlusconi. Non registro crociate contro le frequenti offese a Giorgia Meloni».

Ingabbia anche il linguaggio?

«Parlare di normalità è proibito perché stabilisce il primato della norma sull’anomalo e offende chi non rientra nei canoni. Siamo nel regno della stupidità universale. A confronto, Robespierre aveva una sua grandezza. Come diceva Carlo Marx, la storia da tragedia si trasforma in farsa».

Il trionfo del correttismo è nelle candidature agli Oscar?

«Adottano il manuale Cencelli delle minoranze. Non ci si chiede più se un film è meritevole o no. Ci sono le donne, i neri, i gruppi sociali marginalizzati e allora è ok. Se ha per protagonista un maschio bianco eterosessuale di una famiglia tradizionale di Manhattan è tagliato fuori».

Zitti e buoni i Maneskin hanno cambiato il testo di Zitti e buoni per allinearsi alle regole dell’Eurovision.

«Sono sufficientemente anziano per ricordare che anche Dalla fu costretto a cambiare il testo per esibirsi a Sanremo. Era una forma di oscurantismo censorio premoderno e così lo chiamammo. Del resto si spaccia per rivoluzionario Achille Lauro, 40 anni dopo Renato Zero».

Il libro più bello degli ultimi anni?

«Quelli di Michel Houellebecq. Apprezzo anche il modo in cui scrive. Serotonina è fondamentale per capire la frattura tra la provincia e le élites urbane».

La serie?

«Ho scoperto da poco Le bureau, già alla quinta stagione. Una bellissima spy story con un’ugualmente bella storia d’amore».

Il tuo prossimo libro?

«Sarà un po’ come Mio padre era fascista, la storia romanzata di una famiglia italiana del Novecento».

Un maestro che ti manca?

«Lucio Colletti, un grande liberale. Le sue lezioni erano di una chiarezza e di un coraggio assoluti. Quando sento certe fregnacce, mi chiedo cosa ne direbbe lui. E poi mi manca Philip Roth, anche lui sferzato dal politicamente corretto».

 

La Verità, 20 marzo 2021