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Rampini racconta il vero Trump oltre gli stereotipi

Ci sono la narrazione, la divulgazione e l’informazione. Da giornalista e scrittore, Federico Rampini, editorialista del Corriere della Sera, poteva scegliere fra le tre opzioni per raccontare L’America di Trump in due puntate su La7: la prima, martedì in prima serata, ha raggiunto 750.000 telespettatori e il 4,7% di share. Ha scelto la formula delle «Inchieste in movimento» per distinguerle dalle precedenti «Inchieste da fermo». Il conduttore abbandona lo studio televisivo e si sposta sul territorio, evidenziando su Google maps le tappe dell’indagine, da Manhattan, dove risiede da 16 anni, al Bronx, da Little Italy a Wall Street, dalla Trump Tower, simbolo dell’elezione del 2016, ad Harlem fino alla metropolitana obsoleta e infestata dalla ruggine. Ma, è noto, New York non è l’America, anzi, intrattiene con il Paese un rapporto di diffidenza se non di conflittualità (nella seconda puntata si andrà nella Silicon Valley). È una città cosmopolita, animata dagli emigrati provenienti da ogni parte del mondo, la città della globalizzazione, delle élite e dell’establishment. È anche una «città santuario», dove esiste un luogo come il Roosevelt hotel che accoglie immigrati irregolari che percepiscono il reddito di cittadinanza. Situazione contestata dai ceti popolari e dagli immigrati regolari, strati sociali rifiutati dalle élite della Grande mela, come rifiutato è anche lui, Donald Trump, il 47° presidente. Inevitabile che scattassero riconoscimento e complicità: chissà se resisteranno e per quanto. A fine giugno, intanto, il Roosevelt hotel chiuderà.
Rampini parla di contenuti che conosce, ma si fa aiutare da testimoni come la scrittrice Fran Lebowitz, l’ex sindaco Bill de Blasio, l’economista Jeffrey Sachs, padre Enzo Del Brocco che ha studiato insieme a papa Prevost. Forse si poteva scavare di più, ma il suo pregio principale è che non narra secondo l’antitrumpismo di moda e non divulga argomenti imparati per l’occasione. Confronta i fatti con la storia, smontando le troppe apocalissi imminenti. E oltrepassando i pregiudizi che dipingono Trump come autore di atti «senza precedenti». Come il ricorso alla Guardia nazionale per sedare i disordini in California contro le politiche anti immigrazione clandestina. Anche i suoi predecessori se ne servirono; nel 1963 il democratico John Fitzgerald Kennedy contro il governatore dell’Alabama, per esempio. Anche Barak Obama a Joe Biden hanno contrastato duramente gli irregolari, senza che i media se ne scandalizzassero. Trump non lo fa di nascosto, ma lo rivendica.
E Rampini ce lo dice senza giri di parole.

 

La Verità, 19 giugno 2025

«Giovani ansiosi a causa del lavaggio del cervello»

Un osservatore autorevole della globalizzazione e delle sue storture: Federico Rampini le analizza dalla postazione privilegiata di New York, dove vive e lavora, dopo averlo fatto a Parigi, Bruxelles, San Francisco e Pechino. La stortura che in questo periodo lo motiva maggiormente è la denigrazione ad alta gradazione ideologica dell’Occidente, come spiega nell’ultimo libro: Grazie, Occidente! (Mondadori), appunto.

Che cosa ha sbloccato questo saggio?

«Vivo a New York nel cuore di una cultura conformista che processa l’Occidente come la civiltà più malvagia, e impone che ci si genufletta quotidianamente davanti al resto del mondo per le sofferenze che abbiamo inflitto. Nel corso di un viaggio in Tanzania, osservando le tribù dei Masai, ho visto da vicino questo paradosso: loro non hanno dubbi sui benefici che il nostro progresso gli porta. Ma c’è sempre qualche turista occidentale afflitto da snobismo imbecille, che storce il naso di fronte ai segni della modernità, rimpiange che i Masai non rimangano al loro stile di vita arcaico e romanticizza un passato segnato dalla fame e dalle malattie».

Un titolo con il punto esclamativo è una provocazione o la manifestazione del piacere di andare controcorrente?

«Siamo caduti in basso, se insegnare la storia vera diventa una provocazione. L’Occidente è stato protagonista di tre secoli meravigliosi in cui abbiamo accumulato una quantità sbalorditiva di scoperte, invenzioni – nella medicina, nelle tecniche di coltivazione, nell’industria – i cui benefici immensi sono stati diffusi all’umanità intera. Senza la nostra medicina che ha debellato la mortalità infantile ed ha allungato di decenni la longevità umana, senza la nostra agronomia che ha moltiplicato i raccolti, oggi non sarebbero vivi miliardi di cinesi, indiani, africani. Tutti i miracoli economici asiatici sono avvenuti copiando la nostra tecnologia, la nostra economia di mercato, e importando conquiste occidentali come l’istruzione di massa».

Perché l’Occidente «è l’imputato messo alla sbarra per avere soggiogato e impoverito le altre civiltà»?

«Da parte di alcune classi dirigenti, come la nomenclatura comunista cinese, c’è un calcolo geopolitico. Dopo avere copiato la modernità occidentale la Cina la usa contro di noi, aizza le classi dirigenti dei paesi emergenti in nome dell’anticolonialismo, oscurando il fatto che la stessa Repubblica Popolare è uno degli ultimi imperi coloniali, avendo soggiogato Tibet Xinjiang e Mongolia interiore. Ci sono oligarchie del Terzo mondo che accusano l’Occidente per nascondere le proprie ruberie e i propri fallimenti. Poi abbiamo l’antioccidentalismo di casa nostra, che ha una lunga storia e spesso si ricollega a tre grandi famiglie politiche ben rappresentate in Italia: comunismo, cattolicesimo, fascismo. Infine, c’è la variante più aggressiva, fabbricata dalle élite protestanti americane: i movimenti puritani di autoflagellazione, di espiazione collettiva delle proprie colpe, vere o presunte, sono una costante della storia americana dall’Ottocento».

Come spieghi che, sebbene vivano in una condizione di benessere, i nostri giovani siano «la generazione ansiosa»?

«Hanno subito un lavaggio del cervello. Quando gli si insegna la rivoluzione industriale è obbligatorio associarla con l’imperialismo coloniale, il razzismo, lo schiavismo, la distruzione del pianeta, l’inquinamento. Se si aggiungono le influenze di Hollywood, delle élite culturali, l’indottrinamento è a senso unico: la storia occidentale raccontata come un grande romanzo criminale. In questa versione si omette che le altre civiltà hanno praticato lo schiavismo quanto noi, che gli altri imperi sono stati oppressivi quanto i nostri; ma solo noi abbiamo inventato i vaccini e gli antibiotici. La Generazione Z dopo aver subito questo indottrinamento è segnata da punte di infelicità, ansia, depressione. Il mio libro è un antidepressivo».

Perché sembra che certi ambienti siano attraversati da un’isteria distruttiva?

«Pensano che denunciare la nostra cattiveria sia il segno di una moralità superiore. Le élite, in questo modo, perpetuano il proprio ruolo: ci sono caste intellettuali che devono la propria legittimazione a una missione sacerdotale, guidano le masse nei riti del pentimento collettivo. Magari sono atei e si credono modernissimi, in realtà ripetono delle liturgie medievali. Così come è oscurantista e antiscientifico un ambientalismo apocalittico che demonizza il progresso e annuncia la fine del mondo dietro l’angolo. Queste predicazioni fanatiche danno potere, culturale e politico, a chi le dirige».

C’è chi vede segnali di stanchezza della cultura woke: i campus universitari americani sono contendibili?

«Tanti giovani non sono né stupidi né passivi e fra loro è cominciata una ribellione, la battaglia per ricostruire un pluralismo e una libertà di espressione anche nei campus universitari. Non sarà facile, però, perché nel frattempo si è sedimentata una mastodontica burocrazia woke, pagata per disciplinare, censurare, imporre le quote etniche e sessuali…».

Perché la Rivoluzione industriale e l’avvento dell’energia fossile sono viste solo in una luce negativa?

«Perché tanti che si autodefiniscono ambientalisti urlando nelle piazze non hanno mai aperto un manuale di chimica o di fisica. Nel libro cito grandi scienziati, il mio prediletto è Vaclav Smil, uno studioso canadese che è un vero ambientalista, convinto che il cambiamento climatico sia reale e che noi dobbiamo adoperarci per contrastarlo, mitigarlo, e adattarci. Smil spiega l’intera storia della specie umana collegandola ai diversi tipi di consumo di energia, di alimenti, di materiali. In questo contesto la Rivoluzione industriale segna il passaggio verso forme di consumo energetico meno distruttive di quelle precedenti. Se ci scaldassimo ancora con il legname produrremmo molta più CO2 nell’atmosfera, rispetto a quella generata da carbone, gas, petrolio. Demonizzare il progresso è una mania degli ignoranti, l’energia solare, eolica, lo stesso nucleare che stanno riducendo le emissioni di CO2, sono tutte tecnologie occidentali. La lotta al cambiamento climatico procede grazie alle scoperte avvenute in Occidente».

Uno dei temi della tua riflessione riguarda la gestione dell’immigrazione. I Paesi europei e il Nordamerica devono accogliere i migranti senza regolamentarne i flussi per espiare le colpe del colonialismo?

«All’origine c’è un’idea semplice, accattivante e sbagliata: che noi siamo ricchi perché abbiamo reso poveri gli altri. Questo luogo comune calpesta decenni di studi sulle vere cause del sottosviluppo. Ignora la realtà che il colonialismo lo hanno praticato altri più a lungo di noi: in Medio Oriente i turchi ottomani. Ignora che Singapore fu colonia inglese e divenne indipendente nello stesso anno di molti Stati africani, ma oggi ha un reddito più alto di quello britannico. Diffondere tra i migranti l’idea che hanno diritto a nutrire rancore nei nostri confronti e a rivendicare risarcimenti perpetui è la ricetta sicura per impedire la loro integrazione. Questa cultura del vittimismo sta sfasciando perfino l’America, che aveva avuto una società multietnica funzionante».

Perché le comunità islamiche sono più ostili di quelle di altre etnie verso gli Stati che le accolgono?

«La decadenza delle civiltà islamiche fin dall’Ottocento ha generato una cultura dell’invidia e del risentimento verso l’Occidente. I più recenti fallimenti delle loro classi dirigenti, da Nasser a Khomeini e Khamenei, da Gheddafi a Saddam, hanno alimentato la ricerca di un capro espiatorio nell’Occidente. In particolare, dopo il 1979 si è scatenata una concorrenza perversa tra iraniani e sauditi, i cui petrodollari hanno finanziato moschee e madrasse fondamentaliste nel mondo intero, dove si predicava l’odio verso l’Occidente. Una novità positiva è che di recente l’Arabia saudita si è chiamata fuori da questo gioco».

A Kamala Harris conviene parlare d’immigrazione nell’ultimo mese di campagna elettorale?

«Kamala Harris ha operato un voltafaccia, oggi promette una politica di duro controllo alle frontiere».

Le misure adottate dagli ultimi governi britannici, dalla Danimarca, dalla Germania di Olaf Scholz e dai governi svedesi e olandesi, anch’essi progressisti, confermano un nuovo orientamento sull’immigrazione?

«Buona parte della sinistra occidentale si accorge di avere sbagliato sull’immigrazione e sta operando una revisione drastica».

Pensi che la sinistra italiana, dal Pd ad Avs, tardi a prendere coscienza di questo cambiamento?

«Seguo poco la politica italiana. Però non mi pare di aver colto delle svolte nette come quelle di Kamala Harris, Keir Starmer e Olaf Scholz».

L’Occidente ha fatto solo cose buone?

«Ha commesso crimini orrendi. Come tutte le altre civiltà. Ma noi li riconosciamo, gli altri no. Non si è mai sentito un leader arabo chiedere scusa per la tratta degli schiavi africani».

Quando abbiamo voluto esportare la democrazia in Afghanistan, in Iraq e in Libia non è andata benissimo.

«Era andata bene in Germania e in Giappone. La democrazia deve maturare nei popoli e nelle culture locali, è una faticosa conquista. Richiede anche una battaglia contro oligarchie oppressive».

Per una ripresa della diplomazia in Medio oriente e in Ucraina, è più auspicabile una vittoria di Donald Trump o di Kamala Harris?

«Volodymyr Zelensky si muove per un negoziato subito dopo l’elezione Usa, quello che cambierebbe è il suo potere contrattuale, un po’ inferiore con Donald Trump alla Casa Bianca. In Medio Oriente il sostegno americano a Israele rimarrà bipartisan».

Un altro limite della civiltà occidentale è aver cancellato le sue radici greche, romane e cristiane?

«Siamo il frutto di influenze molto diverse, la filosofia greca è compatibile con l’ateismo; Roma ci ha dato la prima Repubblica e un’idea dello Stato di diritto; il cristianesimo è un credo egualitario. La rivalità Stato-Chiesa e la pluralità di attori geopolitici continentali ci hanno preservato dai grandi imperi verticali. È un mix di ingredienti miracoloso che ha consentito la nascita della liberaldemocrazia qui e non altrove. La distruzione delle radici l’abbiamo cominciata presto. L’università di Stanford, nel cuore della Silicon Valley, eliminò il corso sulla storia della civiltà occidentale nel 1962».

Rispetto ad alcuni anni fa alcune tue posizioni sono cambiate: che cosa ha prodotto questa mutazione?

«Il grande economista John Maynard Keynes diceva: gli eventi cambiano, io cambio le mie opinioni, e voi?».

 

La Verità, 28 settembre 2024

«Kamala ha già vinto? Kalma, film già visto»

Enciclopedico. Anarchico. Infallibile. Mauro della Porta Raffo, soprannominato Gran pignolo per la tendenza a correggere in punta di conoscenza gli errori della pubblicistica, è autore, appunto, di una Nuova enciclopedia americana (su Thescienceofwheremagazine.it), sorta di diario in preparazione alla rubrica sulle Elezioni Usa che tiene quotidianamente nel sito della Fondazione Italia-Usa di cui è presidente onorario.
In cosa consiste questa enciclopedia?
«Mandavo due o tre post al giorno, oltre 1500 in totale, sulla storia americana, i presidenti, i leader politici, gli uomini di spettacolo, i grandi attori, gli scacchisti… Lei sa che io so tutto, vero?».
Cosa vuol dire?
«Che posso spiegare, per esempio, perché la capitale amministrativa della Bolivia si chiama Sucre. Non perché significa zucchero, ma perché il condottiero degli indipendentisti che sconfisse gli spagnoli in territorio americano nella battaglia di Ayacucho del 9 dicembre 1824 si chiamava Antonio José de Sucre».
Da dove viene questa conoscenza?
«Dei miei 80 anni ne ho impiegati 78 a studiare perché ho imparato presto a leggere. E, siccome ricordo tutto quello che leggo, vedo e scrivo…».
Parliamo delle elezioni americane: Kamala Harris ha già vinto?
«Questo è ciò che dicono i sondaggi che non prevedono ciò che succederà il giorno delle elezioni, ma ciò che farebbero gli elettori nel giorno in cui vengono interrogati».
Danno vincente Kamala Harris anche Cnn, New York Times e Washington Post.
«I cui giornalisti sono come degli iscritti al partito democratico. Anzi, come dei sostenitori accaniti. Gli stessi che, fino a tre mesi fa, ne parlavano malissimo».
Attratti da New York e Los Angeles, rischiano di sottovalutare ancora una volta l’America profonda?
«È così. Non a caso gli Stati intermedi, con l’eccezione di Chicago e dell’Illinois, sono definiti fly over States, Stati sorvolati per andare da una costa all’altra. Gli europei vanno a New York e poi direttamente in California. Poi, quando gli Stati intermedi votano repubblicano, tutti rimangono sorpresi. Non basta documentarsi sul pensiero degli intellettuali nuovaiorchesi e delle star hollywoodiane».
Già nel 2016 sondaggisti e opinionisti ebbero questa svista.
«L’hanno sempre avuta. Il Partito democratico ha in mano i gangli del potere mediatico. L’inviato del New York Times e del Washington Post o della Cnn è un democratico. E, invece di informare, fa propaganda».
Però ci sono anche Fox News e Wall Street Journal.
«Che sono minoritari. Nessuno ascolta le radio conservatrici dell’Oklahoma o del Wyoming che sono molto seguite dalle persone in auto, sui pick-up… Indro Montanelli ripeteva che bisognava sintonizzarsi sull’opinione del lattaio dell’Ohio».
Uno degli stati decisivi.
«Io aggiungo che bisogna ascoltare la casalinga di Boise, capitale dell’Idaho, la quale, con ogni probabilità, è basca».
Perché è importante?
«L’Idaho è uno Stato completamente diverso dallo Stato di New York e dalla California. Dire che la casalinga di Boise è basca è uno sfizio, ma lì c’è una comunità di baschi molto numerosa».
Va bene, ma numericamente…
«Questa è la parola magica. Vincere a New York e in California porta molti voti. Ma non basta. Nel 2016 Donald Trump vinse prevalendo in Ohio, Pennsylvania, Wisconsin e Michigan, cioè nella Rust belt, la “cintura della ruggine”, dove la crisi industriale del 2008 era stata pesantissima e i bianchi della classe media avevano perso il lavoro. Le aziende avevano chiuso e i macchinari erano rimasti fermi nei capannoni a fare la ruggine. Nel 2020, tre di questi Stati, tranne l’Ohio, votarono per Biden».
È vero che Harris è in vantaggio negli swing States, gli Stati in bilico?
«Sono praticamente alla pari perché stiamo guardando a una situazione drogata dal fatto che Harris è una novità e le novità hanno sempre grande seguito. Quindi, calma».
Come è riuscita a ribaltare l’immagine di pessima vicepresidente che l’accompagnava?
«Non ha ribaltato nulla. Mi dica un’azione concreta che abbia fatto dopo essere apparsa come una star. Non poteva nemmeno, fare qualcosa. Le decisioni continua a prenderle Joe Biden».
Tuttavia, si parla d’inversione di tendenza.
«Nella propaganda di coloro che prima rappresentavano Harris al peggio. La narrazione prende il sopravvento sulla realtà, ma non significa che sia la verità».
Alla convention di Chicago, Barak Obama ha cucito il suo slogan del 2008 su Kamala: «Yes, she can», mentre Michelle ha detto che «è tornata la speranza» suscitando grande entusiasmo.
«Cos’altro avrebbero potuto dire? Se si guardano i dati reali e non la propaganda, quando Obama diviene presidente nel 2008, il Partito democratico è al massimo e ha i governatori di tutti i maggiori Stati. Nel 2012 perde voti e nel 2016 il partito è distrutto, con la metà dei governatori del 2008».
All’inizio erano tiepidi sulla candidatura di Harris, cosa li ha fatti cambiare idea?

«È ciò che ho detto finora: Kamala non è la stella nascente che viene rappresentata».
La sua è una candidatura veramente democratica?
«Una specie di successione dinastica. Come se il Partito democratico fosse una monarchia assoluta, nella quale Biden designa il successore».
Il collante dell’unità dei democratici è l’antitrumpismo?
«Ed è grave per un partito di questo livello. Nella convention di Chicago si doveva discutere la platform. Non basta dire: dobbiamo evitare che Trump diventi presidente, ma cosa si vuol fare una volta al governo».
Trump stenta a rimodulare la sua azione sulla nuova antagonista?
«Stenta perché è cambiato tutto. Stava affrontando un uomo in declino fisico e psichico invece ora c’è una donna; una persona di due etnie diverse, mentre Biden era bianco; un avversario più giovane. Infine, Biden era un cattolico sia pure a suo modo, e Kamala è di un’altra confessione».
È importante?
«In Europa siamo a-religiosi, mentre in America, soprattutto in certi Stati, la religione conta. Kamala Harris è protestante, con venature ancestrali indù. Queste componenti entrano nelle urne, soprattutto negli Stati con una forte presenza di evangelici».
I toni offensivi di Trump sono dovuti a questo spiazzamento e al nervosismo conseguente o sono le sue modalità abituali?
«Era gentile con Hillary Clinton nel 2016? È il suo modo di essere. Molti osservatori che seguono i comizi di Trump si scandalizzano, ma in campagna elettorale un candidato punta a consolidare i propri elettori e a tentare di convincere gli indipendenti. Non perde tempo a fare le fusa alla controparte. Anziché scandalizzarsi, l’inviato democratico del New York Times dovrebbe capire se lo slogan di Trump, che gli fa ribrezzo, è efficace a convincere il lattaio dell’Ohio».
Che peso ha la scelta dei vicepresidenti, JD Vance da una parte e Tim Walz dall’altra?
«Vance è un personaggio notevole, autore di Elegia americana secondo la titolazione italiana, ma “Elegia degli zoticoni”, da cui Ron Howard ha tratto un film, sarebbe stato più aderente all’originale. Insomma, Vance rappresenta i deplorables di Hillary Clinton, quei bianchi impoveriti della “cintura della ruggine”».
E Walz?
«È il suo contraltare, la rappresentazione del sogno americano come lo vogliono vedere. Proviene da una famiglia modesta, ha seguito la strada ideale del progressismo e del politicamente corretto diventando governatore del Minnesota. Naturalmente, nessuno dei due ha carisma presidenziale».
Parlando del programma di Harris, sono punti di forza reali la decisione di introdurre un tetto ai prezzi e di battersi per il diritto all’aborto?
«Tenere fermi i prezzi è un’ovvietà. Chi direbbe: voglio aumentare i prezzi? Invece, la questione dell’aborto è molto divisiva. Trump ha indicato che siano i vari Stati a decidere. C’è una scelta più democratica di questa? Le camere dei singoli Stati sono state elette dal popolo. È questo il senso anche della sentenza della Corte suprema del giugno del 2022 che confermò l’indicazione di Trump».
Che nella Corte suprema aveva nominato giudici conservatori.
«Durante la sua presidenza, il democratico Frank Delano Roosevelt ne nominò ben nove».
L’idea di detassare le pensioni di Trump è praticabile?
«Ci sono idee che hanno valenza elettorale e idee di efficacia governativa. Un grande politico sa gestire al meglio questa differenza, ma qui, in entrambi gli schieramenti non vedo grandi politici. La detassazione delle pensioni è un’ottima idea che gli economisti ritengono impraticabile. Se qualcuno trova una previsione degli economisti che si avvera me la segnali. Perciò, quando li sento dire che un’idea è impraticabile, per me diventa auspicabile».
Come può influire nel voto la questione dell’immigrazione alla luce dell’amministrazione Biden?
«Una dimostrazione della cattiveria di Biden è proprio la delega del dossier immigrazione a Kamala Harris. Il problema dell’immigrazione dal Messico esiste dagli anni Cinquanta, ai tempi di Eisenhower e in 70 anni non si è cavato un ragno dal buco. Ricordiamoci che l’America è nata dall’immigrazione. I repubblicani sono più severi riguardo all’immigrazione clandestina, direi giustamente. I democratici più liberali. Come influiranno questi orientamenti lo scopriremo il 5 novembre».
Altra variabile: lo schieramento sulle guerre in Ucraina e in Israele.
«Trump può dire che con lui alla Casa Bianca non c’è mai stata una guerra senza temere smentite. Ha cercato di dialogare persino con il bravo ragazzo che governa la Corea del Nord. I presidenti democratici non possono dire altrettanto, basta guardare la storia del Novecento e oltre. Eppure vengono presentati come pacifisti. Credo che questo argomento peserà perché molti elettori vedono che ingenti fondi sono impegnati su queste due guerre proprio mentre situazioni interne drammatiche non vengono affrontate per carenza di denaro».
Quanto potrebbe favorire Trump il ritiro di Robert Kennedy jr.?
«Robert Kennedy jr. si ritira ora che ha esaurito le scorte di denaro e il suo consenso è sceso ai minimi. Credo possa incidere pochissimo, quasi niente».
Quanto possono influire Taylor Swift ed Elon Musk?
«Anche loro molto poco. Nel 1964, John Wayne era all’apice del successo e si schierò apertamente con Barry Goldwater, il candidato repubblicano che sfidava Lindon Johnson. John Wayne era il re di Hollywood, ma Goldwater subì una delle sconfitte più sonore della storia delle presidenziali americane».

 

La Verità, 24 agosto 2024

«Il politicamente corretto vince solo sui giornali»

«Lo so, non dovrei», ammette Enrico Ruggeri mentre si accende una sigaretta. «Le dà fastidio il fumo?». Il fatto è che a metà agosto ha dovuto sospendere il tour a causa di un edema alle corde vocali e sarebbe meglio astenersi. Ma si sa. «Facevo più fatica… voce rauca», racconta. «Me l’hanno tolto e l’hanno analizzato. Sì, un filo di apprensione, ma non più di tanto». Adesso ha ripreso i concerti sia da solista che con i Decibel e intanto continua a fare le sue solite mille cose, dalla radio tutti i giorni su Radio24 a scrivere testi, a pensare romanzi… Quest’anno però non andrà a Sanremo. «L’ho fatto l’anno scorso. È buona norma saltare…».

Chi è L’Anticristo al quale ha dedicato l’ultimo album dei Decibel?

«Per noi è un protocollo comportamentale».

Cioè?

«Siamo fermamente convinti che ci sia una decina o quindicina di persone che si trova da qualche parte e decide chi sarà il presidente degli Stati Uniti, il cancelliere della Germania, quando scoppierà la prossima bolla finanziaria, quando inizierà il nuovo flusso migratorio. Sono i veri potenti che indirizzano le sorti del mondo. Il loro primo obiettivo è l’abbassamento della consapevolezza della gente».

Addirittura?

«Prendiamo il mio campo. Trent’anni fa c’erano Bob Dylan e John Lennon, adesso chi c’è? È tutto standardizzato. Si è voluta eliminare la forza dirompente dell’arte per renderla innocua».

Il protocollo comportamentale è un divertissement?

«Mica tanto. Secondo lei il fatto che una volta ci fosse Lennon e ora abbiamo gli One Direction è un caso?».

La qualità dei polli dipende da quella del mangime.

«Appunto, hanno cambiato mangime. Chi lo distribuisce? Quegli artisti influenzavano tutto il mondo. Quando Lennon con Yoko Ono fece il bed in per “dare una chance alla pace”, i giovani e la stampa arrivarono da tutto il mondo. Ora cantanti e artisti non hanno più peso sull’opinione pubblica».

Ce l’hanno gli influencer…

«Il paragone tra il tweet di un influencer a una canzone di Dylan avvalora la mia tesi».

Chi sono questi quindici potenti?

«Secondo me non sono famosi, vivono in maniera monacale. Il loro interesse è modificare gli assetti mondiali. Questo per noi è l’Anticristo».

Sono la fonte dell’omologazione?

«Del pensiero che ha poca consapevolezza, poco spirito critico».

I social favoriscono questo livellamento verso il basso?

«I social sono l’esaltazione della mediocrità. Chiunque pensa di aver voce in capitolo, di poter scrivere al Papa o a Donald Trump. Una volta gli influencer erano Umberto Eco, Pier Paolo Pasolini, Ennio Flaiano. Adesso sono persone che ti dicono che scarpe mettere o se quest’anno va il rosa o il giallo».

Non è un controsenso fare un disco sull’Anticristo quando non si parla più di Cristo?

«Il primo a elogiare il disco dei Decibel è stato il cardinal Gianfranco Ravasi: una delle poche menti profonde rimaste all’interno della Chiesa e della società».

Che cosa pensa delle polemiche sui presepi nelle scuole che disturberebbero gli alunni di altre religioni o che sarebbero contraddittori rispetto alla scarsa accoglienza verso i poveri e i migranti?

«Un altro degli obiettivi dei poteri forti è annullare le identità. Creare un magma nel quale tutti consumino le stesse cose. Oggi un centro commerciale di Singapore è uguale a uno di Roma. Ogni difesa della tradizione è un ostacolo sulla strada dell’omologazione perché tradizione vuol dire identità. Perciò va abbattuta».

Difendere la tradizione non significa essere rivolti al passato?

«Per me non è un’offesa. Si può costruire un grande futuro solo partendo dal proprio passato».

Chi viene ai suoi concerti coglie questa critica del presente?

«Forse non tutti, ma il mio destino non è scrivere per tutti».

In Lettera dal Duca canta: «Se guardo dentro me vedo l’infinito, supero i miei limiti più di quanto immagini». Oltre alla tradizione anche il senso religioso è un ostacolo all’omologazione?

«L’anima è un fattore scomodo. La ricerca introspettiva è un tentativo di affrontare e risolvere i problemi partendo dalla propria interiorità. Invece si vuole che vengano risolti consumando. Più sei infelice più consumi. Per far lievitare i consumi bisogna aumentare l’insoddisfazione. Più l’anima è povera e più si cerca di arricchirsi acquistando beni dei quali magari non si ha bisogno».

Che ruolo hanno i grandi marchi della tecnologia?

«La tecnologia è il braccio armato di questa operazione. Tutto deve diventare un magma senza identità».

Però iniziano ad alzarsi voci dissidenti nei confronti della globalizzazione. Si comincia a coglierne il lato negativo…

«Passata l’infatuazione, tutte le grandi invenzioni rivelano i loro effetti negativi. Il fuoco fu scoperto per riscaldare durante le stagioni fredde. Dopo un po’ si iniziò a usarlo per bruciare la capanna del vicino. Il problema non è fermare il progresso, ma canalizzarlo nelle giuste direzioni».

Quest’estate è finito al centro di una querelle per un tweet dopo il rifiuto di un euro dato a un ambulante mentre era a cena con sua figlia. Cos’era successo esattamente?

«Un venditore di rose aveva rifiutato degli spiccioli. Avevo percepito una certa arroganza e ho fatto delle considerazioni che qualcuno ha capito e altri no. Se respingi un’elemosina solo perché fatta con gli spiccioli vuol dire che non ne hai davvero bisogno».

Si è scatenato il putiferio?

«Una volta c’erano le lettere anonime, oggi sui social si può conquistare una certa visibilità senza esporsi. Ognuno si sente in diritto di dare lezioni o di insultare. È curioso che in 40 anni che faccio questo mestiere nessuno mi abbia mai detto in faccia che non gli piacciono le mie canzoni o che il mio pensiero gli fa schifo. Queste cose avvengono quando ci si nasconde dietro la tastiera. Ma quello che succede a me è niente rispetto a chi è stato insultato su Facebook, magari dopo la morte di un figlio».

Il problema è l’anonimato o anche il potere del politicamente corretto?

«Come hanno dimostrato le ultime elezioni la parte che si abbarbica al politicamente corretto è minoritaria».

Però continua a influenzare la cosiddetta narrazione della vita pubblica.

«Perché controlla i grandi media, giornali e televisioni».

La trovo ottimista.

«Qualcosa sta cambiando, anche se sei mesi sono pochi per giudicare. Per cambiare un paese come l’Italia ci vogliono dieci anni non dieci minuti».

Che cosa le piace del governo gialloblù?

«Penso che siano stati più bravi a intercettare le istanze della gente, avvicinandosi a chi è in difficoltà. In tutta Europa si sta verificando un cambiamento epocale: i poveri votano a destra e i ricchi votano a sinistra. Questo dieci anni fa era impensabile ed è un fatto positivo. Aggiungerei che chi è al governo ha contro i poteri forti e perciò fa la corsa in salita».

Invece, che cosa non le piace?

«L’eccessiva spettacolarizzazione delle loro azioni. Io non voglio che un ministro faccia bei tweet, ma che faccia buone leggi. L’unica persona che nel dopoguerra può dire di aver salvato l’Italia è Alcide De Gasperi ridando dignità a un Paese povero e sconfitto. Da persona schiva non si metteva mai in vetrina. Ci ha pensato la storia a dargli ragione».

Oggi la politica è comunicazione.

«È così».

Chi sono secondo lei i principali oppositori del governo?

«Mi sembra che questo governo non piaccia alle banche. Questo non vuol dire di per sé che sia buono. Ma che fa cose invise all’alta finanza, ai mercati».

Che cosa pensa della politica di Matteo Salvini sull’immigrazione? È un argomento sovrastimato?

«È il territorio di scontro per eccellenza».

È giusto che lo sia?

«Lo è per interesse di entrambi le parti. A Salvini piace parlare di immigrazione perché è un argomento nel quale si sente forte. All’opposizione piace parlarne perché ritiene sia il punto su cui Salvini è moralmente più attaccabile. Mi sembra un argomento su cui tutte e due le parti dicono quello che i loro elettori vogliono sentirsi dire. A nessuno piace parlare di scuole e ospedali».

Mentre…

«Ce ne sarebbe bisogno. Ci sono problemi altrettanto e forse più urgenti dell’immigrazione».

Dopo il tour cosa farà?

«Sto scrivendo delle canzoni, ma senza scadenze né fretta».

Per i Decibel o per lei?

«Per me. Avendo il mio studio, posso lavorare in tutta tranquillità».

Per altri interpreti non scrive più?

«Ho scritto una canzone per Mimmo Locasciulli, un amico. Più difficile che scriva per i nuovi virgulti».

E per Pico Rama, suo figlio?

«Più facile che scriva lui una canzone che piace a me che il contrario».

La scena musicale è dominata dal rap: troppo?

«Ormai il rap è diventato pop. Lo ascoltano anche i bambini, ha sostituito Peppa Pig. È una fiera di personaggi che cambiamo e spariscono continuamente».

C’è qualcosa o qualcuno da salvare?

«Il mio primo concerto da spettatore fu di Emerson Lake & Palmer. Poi ho visto David Bowie e Paul McCartney, difficile che mi entusiasmi per le nuove leve. Vedo molta piaggeria: pur di essere trasmessi e scaricati si accetta di abbassare il tiro. Credo che le cose migliori siano quelle che se ne fregano del mercato».

Ai giovani che consiglio darebbe?

«Di avere pazienza e costanza. Di non aspettarsi di diventare ricchi e famosi in poco tempo. L’epoca alla quale appartengo, quella di Franco Battiato e Vasco Rossi, è stata un’anomalia. Era più facile, c’era meno concorrenza. Eppure, nessuno di noi ha sfondato al primo disco. Io ebbi un contratto per cinque album. Oggi la selezione è spietata. Se il primo cd non sfonda, dopo sei mesi hai già cambiato mestiere».

 

La Verità, 10 dicembre 2018