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La Serie A multietnica non è amica della Nazionale

Questione di parole e questione di sostanza. Le due cose dovrebbero andare d’accordo e specchiarsi, invece… Andiamo al sodo. La Serie A è il campionato di calcio italiano, ma, in realtà, di italiano c’è soprattutto il suolo dove si disputa, all’interno dei confini di un Paese che si chiama Italia. Se invece si guarda ai suoi protagonisti, è un campionato multietnico, cosmopolita, globalizzato. Si dice: c’è la legge Bosman (che consente ai calciatori di trasferirsi nelle squadre dell’Unione europea eliminando il tetto al numero di stranieri, che invece resiste per gli extracomunitari). E, fino al primo gennaio 2024 quand’è stato abolito dall’attuale governo, c’era il decreto Crescita (che consentiva uno sgravio fiscale del 50% sullo stipendio di giocatori provenienti dall’estero). Per la somma di questi fattori, la vera dicitura della Serie A dovrebbe essere «Campionato che si disputa in Italia». Non è pedanteria. Se il campionato è multietnico e cosmopolita può favorire la Nazionale? I tre mondiali consecutivi saltati sono anche la crisi del modello cosmopolita e globalista. Che è diverso dal modello di sport delle seconde e terze generazioni che, per esempio, vediamo con gioia vincente nell’atletica. Nel calcio, globalismo e nazionalismo confliggono. Ce l’abbiamo davanti agli occhi, ma chissà perché non se ne parla. È banale e talmente lampante da divenire implicito. Però è il grande argomento rimosso nelle riflessioni di questi giorni, calcisticamente disgraziati (non negli sport «dilettantistici»). Tecnici e analisti di settore parlano dei vivai, dell’eccesso di tattica nelle scuole calcio, dei giovani ostaggi dei procuratori, degli stadi obsoleti. Tutto vero, verissimo. E tutte correzioni sacrosante da apportare rapidamente al sistema.
Entrando nel merito, per favorire la crescita dei calciatori italiani e, di conseguenza, la Nazionale, qualcuno indica nella «riforma Zola» l’esempio da seguire. Da vicepresidente della Lega Pro (la Serie C), Gianfranco Zola, mitico numero 10 del Parma, del Napoli, del Chelsea e del Cagliari, ha ideato un meccanismo di premio economico ai club (fino al 400%) per ogni giocatore italiano schierato, proveniente dal settore giovanile. Già applicata nel campionato in corso, la riforma ha prodotto un incremento del 48% dell’impiego di calciatori cresciuti nelle società. Dalla stagione 2028/29 ci si prefigge di inserire in ogni squadra un minimo di otto giovani formati nel vivaio dei vari club. L’obiettivo è creare le premesse di un rilancio del nostro calcio. Tuttavia, le buone intenzioni possono non bastare perché il rischio che la quantità prevalga sulla qualità è molto elevato. Se non c’è un sistematico lavoro di ricerca, tutela e promozione dei talenti, premi e incentivi ai club non sono sufficienti a garantirne il successo. Perché, conoscendoli, i patron, pur di accaparrarsi le agevolazioni economiche, sono pronti a promuovere in squadra anche chi non lo merita. E così saremmo allo stesso punto di prima.

Urge un intervento più profondo e radicale, di sistema, come si dice, per salvaguardare il nostro sport nazionale. C’è bisogno di una precisa volontà politica per riformarlo, partendo dalle vere storture che lo affliggono. È un buon segnale, in questo senso, che si siano esposti il presidente del Senato Ignazio La Russa proponendo un minimo di quattro italiani per squadra, forse pochi, e il vicepremier Matteo Salvini, almeno cinque. Argomento semplice. E argomento «di destra», si obietta. Come di destra è considerato l’orgoglio dell’inno e del tricolore. Non sta bene? Allora smettiamo anche di chiamarla Nazionale e ribattezziamola Azzurra o, più asetticamente, Rappresentativa della Serie A (è una provocazione, non vorremmo che qualche anima woke la prendesse sul serio).

L’altra sera a Cinque minuti anche Bruno Vespa sembrava fremere per la difficoltà ad ammettere che le nostre squadre sono imbottite di stranieri. Ma la faccenda è profonda e radicata. Dei venti club della Serie A, undici hanno proprietà residenti all’estero (Atalanta, Bologna, Como, Fiorentina, Genoa, Inter, Milan, Parma, Pisa, Roma e Verona), in Serie B sono sette. Prendiamo velocemente in esame le squadre ai primi posti del nostro campionato. Nella formazione titolare, l’Inter schiera tre o quattro giocatori italiani, il Milan uno o due (a volte zero), il Napoli due o tre, il Como uno o zero, la Juventus tre, la Roma due o tre, l’Atalanta idem. Morale: nelle prime sette squadre della Serie A, giocano abitualmente 13 o 14 italiani. All’estero, i club più vincenti come Barcellona, Real Madrid e Bayern Monaco si basano su ceppi autoctoni con innesti complementari di stranieri. L’altro modello di calcio multietnico, quello inglese, non ha certo fatto la fortuna della Nazionale, poco vincente. E anche tra i club d’Oltremanica più globalizzati, nelle competizioni continentali si iniziano ad avvertire i primi segnali di declino. Eppure, è lì che vanno a giocare i nostri talenti migliori. Erano tre fra i titolari dell’ultima Nazionale, Donnarumma, Calafiori e Tonali, oltre a Retegui, migrato in Arabia. E su questo, anche i club, in correità con la Lega, hanno le loro responsabilità. Il profitto, innanzitutto, come dimostrano la Supercoppa a Riad, il campionato a 20 squadre, il calendario troppo fitto e l’impossibilità di concedere uno stage alla Nazionale. Ma questa è un’altra storia.

 

La Verità, 3 aprile 2026

A «Tolo Tolo» manca l’irriverenza di Zalone

È vero, la risata non ha colore politico. Ma in Tolo Tolo le risate scarseggiano, purtroppo. Mentre la politica…

Furbo, ruffiano, arrotondato e senza spigoli, insomma: paraculo. Si può dire? Il nuovo blockbuster di Luca Medici, nome d’arte Checco Zalone, re Mida del cinema italiano, colui che da solo salva le stagioni, non a caso bis-primatista assoluto d’incassi (primi due posti al botteghino per introiti nel giorno d’esordio in sala), segna un cambio di rotta nella produzione del comico barese rivelandosi piuttosto deludente. Addio sfregio cafone e dell’irriverenza, volgare ma sana, che in passato aveva sdoganato il sentimento maggioritario dell’Italia imbonita dal manierismo dominante.

Certo, parliamo pur sempre di un lungometraggio sfaccettato e pieno di cose, anche se un tantino affastellate e in difetto di regia e scrittura. C’è l’idea del migrante bianco che fugge in Africa dallo Stato esattore e fa il percorso contrario di quello dei poveri cristi di cui parliamo tutti i dì. C’è la varietà dei generi e del linguaggio, dall’animazione al musical, dal movie on the road alla commedia sordiana sul solito italiano furbo e cialtrone. Ci sono gli scenari del Kenya e del Sahara, i camei prestigiosi (Barbara Bouchet, Nicola Di Bari, Nichi Vendola) e una buona colonna sonora con citazioni e novità. C’è tutto questo, ma parlando di Checco Zalone ben di più e d’altro ci si aspettava. Perché, purtroppo, ciò che manca ai novanta minuti di Tolo Tolo è proprio il suo quid, la beata tamarraggine, il graffio scorretto, la battuta ignorante e vincente proprio perché (fintamente) inconsapevole. Quando si va a vedere un film di Zalone ci si aspettano le vetrine in frantumi del correttismo e lo sberleffo al benpensantismo. Invece, salvo una battuta antisaviano («Sei pronto a fare la brava risorsa» al bimbo che finalmente approda in Italia) e il sorteggio finale per l’assegnazione ai Paesi europei dei gruppi di migranti, ci troviamo dentro una commedia terzomondista con capovolgimento di prospettiva. Un film che si snoda geograficamente e socialmente al contrario, per finire in braccio al più composto e sentimentale veltronismo.

All’inizio della storia, dopo l’arrancante prologo, l’imprenditore in fuga dall’Agenzia delle entrate Pierfrancesco Zalone accusa d’ignoranza l’amico nero Oumar perché non sa pronunciare «ialuronico»: «Io voglio fare il cinema, mica l’estetista», è l’acrobatica risposta che apre la strada al ribaltamento della vicenda. Gli europei si sono venduti l’anima per l’effimero, gli africani sono sani, colti e si battono per l’umanità. Nel tempo libero, tra un’incursione delle milizie e un bombardamento, Oumar guarda i film di Pier Paolo Pasolini e la dolce Idjaba si rassegna a prostituirsi pur di mantenere la promessa di accompagnare verso un futuro migliore il bambino che le è stato affidato. E gli italiani? Cialtroni, si diceva, e cinici. Nell’amico senz’arte né parte che si arrampica dalla disoccupazione fino a palazzo Chigi è facilmente riconoscibile Luigi Di Maio (con tratti di Giuseppe Conte), mentre nella speranza dei famigliari di Zalone che lui sia morto per poter estinguere i debiti con il fisco, è resa plasticamente la preferenza del portafoglio sugli affetti. Un film al contrario, che sovverte le attese alimentate dal video di Immigrato, sapiente depistaggio rispetto alla sceneggiatura, dove la mano di Paolo Virzì è facilmente individuabile.

Proprio il trailer eccentrico, che ha fatto sclerare i sacerdoti del Bene, e la campagna promozionale sono state le mosse più indovinate di tutta l’operazione. Forse sarebbe stato ancora meglio ridurre la comunicazione, limitandosi al promo e alla conferenza stampa, godendosi lo spettacolo di noi giornalisti che ci scervelliamo su destra e sinistra. Giornali e sale piene, per una volta. Vittoria su tutti i fronti, tranne che sulla qualità del prodotto cui avrebbe giovato una regia più distaccata.

Rileggere ora l’intervista concessa ante-visione ad Aldo Cazzullo può essere istruttivo: «Purtroppo non si può dire più nulla», ammette Zalone. «Se riproponessi certe imitazioni di dieci anni fa… mi arresterebbero… L’unica cosa atroce qui è la psicosi del politicamente corretto». Parole autogiustificatorie? Non sarà che pure l’amato Checco vi ha ceduto senza riuscire a scavalcare quel «purtroppo», come ha sempre fatto in passato? Il dubbio c’è ed è suffragato dal fatto che ora lo troviamo coccolato dal salotto sgravacoscienze de sinistra, amministrato da Paolo Mereghetti che ha scomodato Primo Levi, da Natalia Aspesi, che ha provato «la stessa emozione» di quando «piccina mi portarono a vedere Biancaneve e i sette nani» e da Andrea Salerno, per il quale Tolo Tolo è «un film decisamente di sinistra». Ha ragione il direttore di La7 che, con Massimo Giletti ed Enrico Mentana, ha «dato una mano» e lui se n’è compiaciuto. Un film di sinistra: a confermarlo arrivano anche Cazzullo, che lo ama perdutamente, ma lo descrive «palesemente antisalviniano», e Fulvio Abbate su Dagospia, il più fulminante: «Un patetico calendario missionario… tra le cose da tenere in cucina».

 

La Verità, 6 gennaio 2020

Inter e Milan, l’anima la danno gli italiani

Tutti al capezzale delle milanesi. Alla ricerca dell’anima perduta. Dov’è finita? Dove si compra? Forse nello stesso posto dove si comprava l’amalgama ai tempi del Catania di Massimino? I cinesi conoscono la parola? Il dibattito è acceso nei bar sport e nelle cattedre di tattica calcistica. Inter e Milan si sono dissolte alle ultime curve prima del rettilineo con vista sulle coppe europee. I nerazzurri, due punti nelle ultime sette partite. I rossoneri, due nelle ultime quattro. A San Siro maramaldeggiano tutti. Roma, Sampdoria, Napoli, Empoli, citando in ordine sparso. Per entrambi, uno di quei punti è arrivato dal pareggio nel malinconico derby della mediocrità.

Questa è la situazione. Ogni settimana si dà fondo alle analisi e anche i commentatori più sofisticati e scafati ormai gettano la spugna. Perché la crisi viene da lontano, non è carenza di risultati delle ultime domeniche. Le squadre milanesi non sono competitive secondo storia e blasone da illo tempore. Senza addentrarsi nelle traversie societarie con l’avvento dei cinesi, guardiamo la faccenda al presente che le accomuna con solo una minima differenza: qualcuno sottolinea che la famosa anima manca a entrambe le squadre, qualcun altro osserva che il Diavolo, almeno un briciolo d’orgoglio ce l’ha. Roba minima. E del resto, non basta passare da un allenatore o da un modulo a un altro per risolvere il problema. Esaurita la novità si precipita di nuovo nello sconforto. Come dimostra il triplo cambio in panchina all’Inter. Cercasi anima, dunque.

L’anima di una squadra la danno i leader. Questione di maglia e di appartenenza. Questione d’identità. E i leader possibilmente, se non inevitabilmente, devono essere italiani. La Juventus ha Gianluigi Buffon (leader anche nell’advertising, con le sue quattro campagne contemporanee) e Leonardo Bonucci, riabilitato dopo la clamorosa esclusione in Champions contro il Porto, seguita al diverbio con Massimiliano Allegri. Come ha notato Arrigo Sacchi, l’allenatore ha ristabilito le gerarchie e si è ripartiti, votati e vocati alla vittoria. La Roma ha in Daniele De Rossi e Francesco Totti i suoi capitani riconosciuti. E se qualche alto e basso l’ha resa meno vincente è proprio per la difficoltà a metabolizzare il fine carriera della sua storica bandiera. Andando indietro, tutte le squadre che hanno creato un ciclo avevano punti di riferimento in campo e nello spogliatoio. Il Milan di Sacchi e Fabio Capello aveva Franco Baresi e Alessandro Costacurta. Quello di Carlo Ancelotti ha avuto Paolo Maldini e Rino Gattuso. L’Inter del triplete aveva Marco Materazzi, Javier Zanetti e Zlatan Ibrahimovic.

Con intelligenza e ironia, in questi mesi Vincenzo Montella era riuscito a tenere i giocatori al riparo dall’incertezza derivata dalle vicende societarie. C’è chi sostiene che, firmato il closing, la squadra si sia sciolta perché gran parte dei giocatori si sono sentiti meno sicuri di essere confermati dalla nuova proprietà. È una lettura plausibile. Io ne aggiungo un’altra. Molti di quei giocatori sono in prestito o hanno contratti prossimi alla scadenza. E questa situazione c’era anche prima del closing. Il Milan d’inizio anno si era distinto per il progetto dei giovani italiani (Donnarumma, De Sciglio, Locatelli, Romagnoli, Bonaventura, Calabria) suggerito da Silvio Berlusconi. Quasi tutti ragazzi del vivaio, attaccati alla maglia, che avevano in Ignazio Abate un fratello maggiore. E ai quali basterebbe aggiungere pochi campioni per fare il salto di qualità. Dopo l’infortunio di Giacomo Bonaventura, uno che l’anima l’ha sempre data, si è aggiunto quello di Abate. Da quel momento il Diavolo ha iniziato a perdere gli artigli. Non a caso Montella dice spesso che un altro giocatore come Abate in rosa non c’è. Questione di leader. Di giocatori italiani attaccati ai colori. Vista da qui, la situazione dell’Inter, una babele multietnica di lingue e provenienze, è specularmente decodificabile.