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«Per ripartire ci vorrebbe lo sprint delle maggiorate»

A Bruno Vespa le ciambelle riescono sempre bene. Chi l’avrebbe detto che un libro su settant’anni di seduzione sarebbe stata una grande idea per l’estate di questo terrificante anno bisestile? Dopo mesi di morti e mortificazioni il suo Bellissime! (Rai Libri, 288 pagine, euro 19) sembra scritto apposta per favorire la ripresa post coronavirus. Il sottotitolo annuncia «le donne dei sogni italiani dagli anni ’50 a oggi». Sogni maliziosi, dal buco della serratura, vietati ai minori. Fomentati da grandi star e starlette, icone del cinema, protagoniste dell’italico costume. La ricostruzione dei Cinquanta e il boom dei Sessanta veleggiavano sulle sinuosità di Gina Lollobrigida e sul décolleté di Sophia Loren. L’antidoto all’ideologia si arrampicava sulla scala dell’innocente Laura Antonelli. La globalizzazione surfava sugli sguardi della silente Monica Bellucci.

La rinascita post coronavirus lieviterà sulle curve di Diletta Leotta e gli ammiccamenti di Bélen Rodriguez?

(Risata) Il confronto è difficile. La ricostruzione e il boom sono stati raccontati dal cinema del neorealismo e della commedia che ha coinvolto tutti i grandi registi italiani. In questa galleria femminile, persone di tutte le età possono trovare la scena più familiare. Non ci sono semplici ragazze copertina, ma protagoniste di svolte della società italiana. Quando incontrai Valeria Marini capii perché se n’era innamorato un uomo come Federico Fellini.

Come le è venuta l’idea di Bellissime!?

Antonio Riccardi, direttore editoriale di Rai Libri, mi ha fatto alcune proposte e ho scelto questa. Tante di queste signore le conosco personalmente. Da Sophia Loren a Valeria Marini, ho attraversato diverse generazioni. Purtroppo, non sono riuscito a ospitare Marisa Allasio che abbandonò presto il cinema, avendo però fatto in tempo ad accendere la mia adolescenza.

Non teme di esporsi alle accuse di sessismo?

Spero di no. Il sessismo è quando un uomo fa prevalere l’ideologia maschilista sulla natura e l’utilizzo delle donne. A Porta a Porta faccio da sempre il contrario.

Le femministe come accoglieranno questo libro?

Non vedo perché dovrebbero accoglierlo male. Tutti gli anni ci divertiamo al Festival di Sanremo dove ci sono vallette e ospiti femminili senza che si parli di festival sessista.

Però si è scatenato un putiferio per mezza parola di Amadeus?

Amadeus era scivolato su un vocabolo… Spero che qui non ci siano vocaboli sbagliati.

Maggiorata è una parola passata dall’automobilismo al costume: dalla maggiorazione del motore alla maggiorazione delle curve della carrozzeria femminile.

Quand’ero ragazzo le 500 Abarth erano una forzatura del motore. Quando nel dopoguerra comparvero le maggiorate erano tutte frutto di madre natura: i chirurghi estetici non esistevano.

L’Italia della Lollobrigida e della Loren era più scanzonata di quella di oggi?

Era più povera, ma con una voglia di crescita e di futuro che oggi si è persa. Già prima del Covid l’Italia non cresceva da 20 anni. Siamo l’unico Paese europeo in questa situazione. Ci siamo seduti, impigriti. Temo che, soprattutto nel Mezzogiorno, larghi strati di popolazione si siano adagiati a vivere con cassa integrazione e reddito di cittadinanza.

Anche se riconosce la grande prova d’attrice della Loren di Una giornata particolare lei parteggia per la Lollobrigida?

No, sono amico di entrambe. Gina è orgogliosa di aver fatto tutto da sola. Quanto a Sophia, le sue prove artistiche hanno fatto dimenticare che è stato Carlo Ponti a lanciarla. Quando venne a Porta a Porta in occasione dei 150 anni dell’unità d’Italia, alzò l’abito lungo chiedendomi se poteva ancora farlo. «Con quelle gambe può fare ciò che vuole», le risposi. Magari avessimo ancora attrici di quel calibro.

Che cosa succederebbe se Alberto Moravia dicesse oggi a Claudia Cardinale «le farò un’intervista molto particolare. Lei deve accettare di essere ridotta a oggetto»?
Oggi non gli salterebbe in mente di esprimersi in quel modo. Quella sì era una domanda sessista al 100%.
Sbaglio o Monica Bellucci non le sta simpatica?
Intanto, non la conosco personalmente. Ho sempre visto una certa freddezza nella sua recitazione. Mentre io sono piuttosto carnale.
Com’è cambiata la bellezza dai tempi della Loren?
C’è stata una certa evoluzione. Tuttavia, credo che una bella donna o un bell’uomo siano senza tempo. Marcello Mastroianni come lo dati? Laura Antonelli oggi sarebbe perfetta com’era allora.
Dalla Lollobrigida, anche fotografa e pittrice, alla Leotta, protagonista negli spot di intimo, quante categorie di differenza ci sono?
Sono generazioni ed epoche lontane. Gina Lollobrigida ha conosciuto davvero il mondo, anche più di Sophia che è sempre stata riservata. Gina ha frequentato Fidel Castro, il grande chirurgo Christiaan Barnard, l’astronauta dello sbarco sulla luna Neil Armstrong. La Leotta e Bélen, splendide ragazze, non sono ancora dei simboli. Appartengono a un mondo che non conosco così bene, anche perché stento a seguire la loro vivace vita privata.
La Loren non si rifece il naso ed è rispettata ancora oggi, Diletta Leotta è piuttosto costruita…
I fotografi, abituati a osservare i particolari, dicevano che Sophia non si poteva fotografare perché aveva il naso lungo e la bocca larga. Più che dai dettagli, a me sembra che il fascino s’irradi da tutta la persona. Sophia era quella e basta, non servivano aggiustamenti. Parlando di bocca larga, che cosa dovremmo dire di Julia Roberts?
Quanto conta la bellezza in politica?
La politica è ancora molto maschile. Trovo ingiusto quando la bellezza di una donna diventa causa di difficoltà e uomini invidiosi iniziano a chiedersi con chi è andata a letto. Purtroppo, non avviene solo in politica.
L’estetica dell’epoca berlusconiana si è identificata in Stefania Prestigiacomo e Mara Carfagna?
In Forza Italia ci sono donne di ogni tipo: non assegnerei a due di loro, pur molto brillanti, un carattere di rappresentatività. Forza Italia ha avuto una rappresentanza femminile superiore a quella dei partiti di sinistra che fino a un certo punto avevano il primato nelle battaglie in difesa delle donne.
Che idea si è fatto della querelle tra Vittorio Sgarbi e la Carfagna in Parlamento?
Sono amico di Vittorio, ma ogni tanto perde la brocca. Certe cose non si devono dire.
La sua rilettura del fatto non l’ha convinta?
Sì, quando l’hanno portato via sembrava una bella Deposizione… Ma hanno fatto benissimo a farlo. E lui è il primo a saperlo.
L’estetica del contismo in cosa si identifica?
In Conte stesso, un presidente del consiglio che si presenta bene e sfoggia sempre un abbigliamento perfetto. Cosa che piace anche a Berlusconi.
Il politicamente corretto ci lascerà ancora apprezzare le curve di una bella donna o appiattirà tutto?
Bisogna stare attenti. C’è stata anche una corrente di donne che ha detto: insomma, lasciateci il corteggiamento. Il confine tra la molestia e un complimento garbato è abbastanza netto.
L’omologazione politicamente corretta sta cancellando queste differenze? Come giudica gli assalti ai monumenti?
Certi eccessi oltraggiano le persone e la storia. La vicenda più emblematica è la cancellazione di Via col vento dal catalogo di Hbo.
Il vento iconoclasta domina.
È un vento pericoloso, che non distingue il bene dal male, il giusto dall’ingiusto. Non si può parlare di una vicenda o di una persona senza contestualizzarla nel tempo in cui è vissuta.
Come e quando finirà il governo Conte?
Credo che la sua sorte si deciderà sulla capacità di reagire all’autunno difficile che ci aspetta.

 

Panorama, 8 luglio 2020

Il bel monologo di Jebreal con i numeri sbagliati

Noi donne vogliamo essere questo: musica». Si è concluso così, l’altra sera, al culmine di un notevole crescendo, il monologo di Rula Jebreal sul palco dell’Ariston di Sanremo. Il pubblico era in piedi ad applaudire. Una bella performance, senza dubbio, che avrebbe potuto essere bellissima se solo fosse stata corretta e completa. Corretta nelle cifre delle violenze alle donne, senza usare come sinonimi – ciò che non sono – molestie, abusi, brutalità, stupri, violenze. E completa nel citare anche il trattamento che il sesso debole (si può ancora dire?) subisce dentro e fuori dall’Italia, in tante comunità islamiche. Sul quale, invece, diversamente da come speravano gli osservatori più ottimisti, non è stata pronunciata parola alcuna.

Il giorno dopo l’attesa esibizione della bella giornalista palestinese alla prima serata del 70° Festival di Sanremo le opposte tifoserie hanno ribadito i loro punti di vista, Laura Boldrini da una parte, Maria Giovanna Maglie dall’altra, per capirci. Inutile rifare la storia delle polemiche, innescate fin dall’invito all’ex moglie del banchiere Arthur Altschul jr. all’evento più popolare del Paese nel quale è a lungo vissuta e che, pure, ha ripetutamente accusato di razzismo e xenofobia. Ripartiamo dalla performance di martedì sera che ha registrato la sparizione del video di Roger Waters, il fondatore dei Pink Floyd, protagonista di campagne anti Israele oltre che di un chiacchierato flirt proprio con Jebreal, annunciato come introduzione al monologo di lei. Un bel pezzo di televisione, si diceva. Commovente, vissuto e carico di pathos. In grado di far ricredere anche chi, accingendosi alla visione di un festival della canzone, poteva, comprensibilmente, avvertire un certo fastidio di fronte all’iniezione intramuscolare d’impegno morale. L’idea però conteneva una trovata scenica semplice e diretta, qualcosa di ancora non visto in tv. Un libro nero «della realtà e della sofferenza» da un lato e un libro bianco del mondo che vorremmo, dall’altro, raccontato dalle parole di amore, protezione, rispetto, tenerezza di alcune canzoni «scritte tutte da uomini» (La cura di Franco Battiato, La donna cannone di Francesco De Gregori, Sally di Vasco Rossi, C’è tempo di Ivano Fossati).

Ieri, poi, dalle parole della stessa giornalista, abbiamo scoperto che l’esibizione è frutto della collaborazione con gli autori Rai, ma soprattutto con Selvaggia Lucarelli, che ha corretto e riscritto il testo del monologo introdotto dalla tragica esperienza personale. «Sono cresciuta in un orfanotrofio con tanti altri bambini… Tutte le sere prima di dormire ci raccontavano le storie delle nostre mamme, spesso stuprate, torturate e uccise…». La madre di Rula, brutalizzata per anni dal compagno, non è più riuscita a convivere con il proprio corpo, «luogo della tortura», e con il senso di colpa, pur non avendone. Una ferita atroce e acuita dall’incredulità dell’ambiente circostante, che l’ha portata a suicidarsi, dandosi fuoco.

Di fronte a una storia tanto drammatica è difficile parlare di retorica o di predicozzo come qualcuno ha fatto. Tuttavia, qualche eccesso c’è stato. Nulla attenua la condanna di violenze, stupri e torture. Ma non è che le donne in quanto tali e in tutto ciò che fanno, com’è sembrato, siano dogmaticamente prive di qualsiasi responsabilità e le colpe risiedano sempre e in modo esclusivo dalla parte degli uomini. A loro, comunque, si è rivolta Jebreal nel toccante appello finale: «Lasciateci essere quello che siamo, quello che vogliamo essere». Celebrando il trionfo della prima serata sanremese (52,2% di share medio, al terzo posto per ascolti dal 2000 a oggi), il neodirettore di Rai 1 Stefano Coletta, ha detto che, «senza nulla togliere a Diletta Leotta», il Festival «è stato vinto da Rula Jebreal».

Nulla da obiettare: Leotta è parsa scolastica nel suo elogio della bellezza e del tempo che passa. Tuttavia, il successo della giornalista di fede musulmana sarebbe stato più evidente se le cifre da cui ha preso le mosse la sua riflessione fossero state più precise. Sarà stata l’emozione o una mancata verifica insieme ai suoi collaboratori, ma «3 milioni e 150.000 donne» vittime di «violenze sessuali nei posti di lavoro» negli ultimi tre anni è parso subito un numero esorbitante. Che, per altro, non concorda con l’altro, fornito sempre da Jebreal, di 88 vittime al giorno, una ogni 15 minuti (sarebbero 32.130 all’anno, 96.360 in tre).

L’ha notato Franco Bechis su Twitter. Considerato che le donne che lavorano sono 9 milioni, «in ufficio ne avrebbero violentata una su tre. Sicura?», ha chiesto sommessamente. Immediata la valanga di accuse di lesa maestà. Alle quali il direttore del Tempo ha replicato con gli ultimi dati Istat disponibili, triennio 2013-2016: i casi di violenza al lavoro sono 425.000. Negli anni successivi, saranno verosimilmente diminuiti. Restano ancora troppo lontani dallo zero. E dunque, ben venga la lezione portata dal palco del Festival di Rula Jebreal, figlia dell’imam sufi di Gerusalemme est, giornalista e scrittrice nata ad Haifa (Israele), con gioventù in Italia, prima di trasferirsi a New York, compagna del regista Julian Schnabel e poi moglie del banchiere Altschul, a sua volta figlio di un socio di Goldman Sachs, dal quale ha divorziato nel 2016. Curriculum prestigiosissimo, frequentazioni invidiabili, consulenze a capi di Stato come Emmanuel Macron, intervistata da Matteo Renzi alla Leopolda 2019, in prima linea nelle battaglie per le minoranze. Forse, in dieci minuti di monologo sui femminicidi, ci poteva stare anche una parola di denuncia sul trattamento riservato alle donne nei Paesi arabi e nelle comunità islamiche anche italiane. I divieti, i silenzi, le violenze, i matrimoni obbligati e le figlie ripudiate perché si ribellano o perché vestono all’occidentale. Invece, nulla.

 

La Verità, 6 febbraio 2019

Dazn e lo streaming con obbligo di riscatto

Insomma, una delle stagioni di calcio più appassionanti degli ultimi anni è iniziata tra le proteste dei telespettatori per una lunga serie di motivi. Primo: il doppio abbonamento a Sky e a Dazn per poter vedere tutte le partite. Secondo: la latitanza di Rai e Mediaset. Terzo: la qualità dello streaming della piattaforma di Perform è lacunosa. Quarto: la app di Dazn per la tv non è ancora disponibile e, quando lo sarà, riguarderà le smart tv post 2015 o chi possiede Sky Q. Intanto, bisogna accontentarsi della visione sugli altri dispositivi. Quinto: il segnale subisce ritardi e brevi sospensioni. Sui social la frustrazione alimenta la fantasia degli insoddisfatti («Su Dazn Higuain gioca ancora nel Napoli»; «Le partite non si vedono, ma in compenso a Dazn hanno il global brand ambassador»: CR7, per la cronaca). Il risentimento è più che giustificato e sebbene la seconda giornata sia andata meglio, il rodaggio non è ancora finito. La frustrazione ha risvegliato persino la nostalgia delle partite in simultanea, della radiolina e «la cronaca differita di un tempo di una partita di Serie A» che solo al momento di sintonizzarsi si scopriva qual era.

Elencate le lagnanze, proviamo a valutare il mix di continuità e innovazione del servizio «funzionante». In un certo senso, proprio gli elementi di continuità sono la sorpresa più gradevole, in particolare il fatto che le telecronache siano affidate a voci e volti noti. Napoli Milan di sabato sera era curata da Pierluigi Pardo e e Francesco Guidolin. Probabilmente proprio la vicinanza di un commentatore tanto pacato e autorevole ha esercitato un benefico influsso sul telecronista, apparso più controllato e meno tracimante del solito, a tutto vantaggio della centralità dell’evento agonistico. Anche la telecronaca di Parma Spal di Massimo Callegari e Roberto Cravero e la conduzione dal campo di Diletta Leotta, che con Mauro Camoranesi ha gestito collegamenti e interviste con tempismo e spigliatezza, hanno garantito la comfort zone del telespettatore. Tutti insieme, conduttori, cronisti e commentatori, sembrano in prestito dalla casa madre, Mediaset o Sky che sia. Ma se per Callegari e Cravero la prosecuzione del rapporto con Mediaset appare difficile, il prestito di Pardo non inficerà la conduzione di Pressing su Canale 5 e Tiki Taka su Italia 1, mentre quello di Leotta le consentirà Il contadino cerca moglie su Fox Life. Oltre agli aspetti tecnologici dello streaming, l’assenza dello studio in favore di una fruizione agile, senza dibattiti e moviole e più vicina allo stile nordeuropeo, è l’elemento di maggior novità di Dazn.