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Anm, Cei, Cgil: la nuova filiera dell’opposizione

Da qualche tempo nel nostro Paese sta succedendo qualcosa di nuovo. È una metamorfosi che, sottotraccia ma incalzante, sta modificando i termini del confronto civile. Inesorabilmente. Alcuni grandi enti, alcune grandi istituzioni civili e sociali stanno cambiando mestiere. La Cei, Conferenza episcopale italiana, la Cgil, Confederazione generale italiana del lavoro, e la Anm, Associazione nazionale magistrati, non sono più quelle di una volta. Non agiscono più all’interno del loro ambito di competenza. Hanno deciso di scendere in campo, in trasferta. Cioè, abbandonando il loro scopo, la loro ragione sociale. Tralasciando il motivo per cui sono nate e che dovrebbe impegnarle a fondo e assorbire tutte le loro energie perché attraversano momenti, come dire, un tantino difficili. Invece no, sconfinano. Esondano. Si allargano. Fanno politica. Il motivo? Ci sono al governo «le destre». C’è la minaccia autoritaria. C’è Giorgia Meloni, l’underdog della Garbatella. L’usurpatrice. Tutto è ancora più inasprito dall’imminenza del referendum sulla giustizia del 22 e 23 marzo. Così, questi organismi che incarnano a pieno titolo l’establishment del Paese, si sentono autorizzati a opporsi, a schierarsi per scongiurare il ritorno del fascismo e ad assumere una postura emergenziale. I vescovi dovrebbero occuparsi della riduzione della pratica religiosa, della crisi delle iscrizioni dei bambini al catechismo (pari a zero nelle parrocchie del centro di Bologna, la città del cardinale e presidente Matteo Zuppi), del crollo delle vocazioni sacerdotali (meno 60% negli ultimi 50 anni) e dello svuotamento dei seminari? Lo storico sindacato dei lavoratori dovrebbe concentrarsi sul calo degli iscritti (meno 45.000 tra il 2024 e il 2025), sul dramma delle morti sul lavoro, sugli aumenti dei salari che, non di rado, quando vengono proposti, rifiutano? Il sindacato dei magistrati dovrebbe dedicarsi all’automazione nei tribunali, alla qualificazione del personale e delle attrezzature della macchina giuridica? Niente di tutto questo. Cei, Cgil e Anm combattono in prima linea tutt’altra battaglia.
Oggi il vicepresidente della Conferenza episcopale italiana Vincenzo Savino, vescovo di Cassano allo Jonio in Calabria, parteciperà al congresso di Magistratura democratica per il No al referendum sulla giustizia. Nel panel «moderato» da Massimo Giannini, l’intervento del prelato è previsto dopo quello di Silvia Albano, presidente di Md nota per le sentenze contrarie al trattenimento di clandestini condannati nei Cpr albanesi, e Benedetta Tobagi, giornalista collaboratrice di Repubblica. Quello di Savino con Magistratura democratica è uno dei tanti casi di contiguità tra vescovi e toghe riprodotta in convegni e partecipazioni sparse sul territorio nazionale in spazi diocesani, finanche ecclesiali, concessi ai comitati per il No. Su un altro fronte, qualche giorno fa, il cardinale e presidente della Cei Matteo Zuppi, ha presenziato con Romano Prodi e il sindaco di Bologna Matteo Lepore, all’Iftar, il pasto con cui i musulmani celebrano la fine del ramadan. Sul palco c’era anche Yassine Lafram, imam della Comunità islamica bolognese e già presidente dell’Unione delle comunità islamiche d’Italia (Ucoii), che a settembre si era imbarcato sulla Flotilla per veleggiare verso Gaza.
Il cambio di ragione sociale è fattuale. Stupisce lo zelo dei vertici della Cei ad abbracciare battaglie eterogenee, dal dialogo inter-religioso (anche quando le altre religioni sono riluttanti a ogni forma d’integrazione) al contrasto all’autonomia differenziata, dalla predilezione per questa Unione europea fino alla benevolenza verso le Ong nell’accoglienza incondizionata ai migranti. Mai che dalla presidenza dei vescovi arrivi qualche pronunciamento che echeggi l’affermazione di Cristo «centro del cosmo e della storia».
Lunedì scorso la Cgil ha promosso una giornata di astensione dal lavoro nei comparti di scuola, università e ricerca «per riaffermare i diritti delle donne, a partire da quello all’autodeterminazione e alla parità di genere, davanti alla evidente recrudescenza di una cultura maschilista, misogina e patriarcale». È solo l’ultimo della sterminata raffica di scioperi indetti dalla sigla capeggiata da Maurizio Landini per contrastare l’attività del governo e, ciò che più conta, complicare la vita dei cittadini. Dalle manifestazioni pro Pal alle occupazioni studentesche, dal sostegno alla Flotilla al contrasto alla Finanziaria e al decreto Sicurezza, ogni pretesto è buono per paralizzare e incendiare le città con l’aiuto della galassia antagonista, per fermare treni, aerei e autobus, e bloccare il lavoro del personale negli ospedali (puntualmente di venerdì). La missione della «rivolta sociale» contro il governo è prioritaria su tutto. E pazienza se crollano le iscrizioni, secondo uno studio del 2023 al ritmo di 121 al giorno che, negli anni successivi, è ulteriormente aumentato. Motivo? «Molti lavoratori percepiscono la Cgil come un’opposizione politica piuttosto che una tutela sindacale» e criticano «la lentezza nei rinnovi contrattuali e la scarsa attenzione alla sicurezza sul lavoro». Contento Landini…
Qualche giorno fa, l’Anm ha usufruito dell’aula della Corte d’assise del Tribunale di Treviso per un convegno in favore del No al prossimo referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati. È uno dei tanti episodi in cui un sindacato della più intoccabile tra le categorie professionali, che si comporta come un partito politico, usa di un luogo istituzionale per propagandare la linea contraria alla riforma Nordio. Del resto, l’Anm è un’autorità in materia, avendo da sempre la propria sede nel Palazzaccio della Corte di cassazione in Piazza Cavour a Roma. L’identificazione totale dell’Associazione nazionale magistrati con il comitato per il No ha già prodotto le prime defezioni tra i suoi aderenti, dal membro del direttivo Andrea Reale alla giudice della Corte d’appello nelle sezioni civili di Milano, Anna Ferrari. Sono i primi di una più ampia e consistente diaspora di magistrati decisi, oltre che a votare Sì, ad abbandonare l’associazione di categoria. Come per la Cgil, la perdita di associati è una delle conseguenze dello snaturamento, il prezzo da pagare sull’altare dell’opposizione al governo. Cambiare ragione sociale non può essere un processo indolore in termini di fiducia e rappresentatività. Ma alla Cei, all’Anm e alla Cgil ancora non se ne preoccupano. L’imperativo di detronizzare l’usurpatrice viene prima di tutto.

 

La Verità, 13 marzo 2026

Bellocchio mostra l’orrore delle toghe anti Tortora

Orrore giudiziario. Obbrobrio etico. Matrice satura, inscalfibile, di una certa magistratura. È il caso Enzo Tortora, il peccato originale delle toghe italiane. Orrore e non errore, come ha precisato in questi giorni Raffaele Della Valle, storico avvocato del conduttore di Portobello, protagonista dell’omonima serie tv diretta da Marco Bellocchio, da ieri interamente disponibile su Hbo Max, la prestigiosa piattaforma dello storytelling appena atterrata in Italia (produttori Our Films, Kavac Film, Arte, Rai Fiction, The Apartment, sceneggiatori lo stesso Bellocchio, Stefano Bises, Giordana Mari e Peppe Fiore). Sei episodi di un’ora ciascuno, interpretati da un cast straordinario, forgiato dall’autore di Buongiorno, notte ed Esterno notte, serie tv tratte da altrettanti film. Ripulito della visionarietà che appesantiva i precedenti lavori, Portobello è un’opera molto riuscita, che rispetta la storia del grande caso italiano, Quando l’Italia perse la faccia, per dirla ancora con Della Valle, e hai voglia a tenerti distante dall’atavico e più che mai attuale dissidio tra politica e magistratura. Il caso Tortora fu lo sfondo non solo emotivo sul quale l’8 e 9 novembre 1987 si votò per il referendum che ampliò la responsabilità civile dei giudici (80% di Sì, ma rimasto lettera morta). E ora, a 39 anni dal ritorno in onda, il 20 febbraio 1987, dopo l’assoluzione del conduttore con il celebre «dove eravamo rimasti», questo «orrore» approda sulle nostre televisioni alla vigilia di un’altra, catalizzante, consultazione referendaria. Intervistato da Marco Damilano su Rai 3, Bellocchio ha ammesso che la serie sarà tirata per la giacchetta dagli schieramenti in campo nel referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati. Ma, dopo aver premesso che non avrebbe rivelato come voterà, ha auspicato che serva a discutere «nel merito della riforma, oltre le polarizzazioni».

Intanto, l’opera parla abbondantemente da sola. Il caso Tortora fu un obbrobrio etico perché conseguenza di una mentalità e di un modus operandi. Anzi, forse di un’antropologia. L’arroganza produce sciatteria, la presunzione determina superficialità (quanti esempi anche in altri campi). Bastano pochi appigli per suffragare un’accusa e avvalorare una condanna. Solo che, così facendo, si nuota inconsapevolmente nella bolla di un teorema, senza avvertire il bisogno di trovare conferme alle delazioni.

Dalla vertiginosa ascesa fino ai 28 milioni di telespettatori, ipnotizzati dal pappagallo del «mercatino del venerdì» che regalò enorme popolarità a Tortora, alle calunnie di una schiera di pentiti che lo fecero arrestare il 17 giugno 1983 con l’accusa di associazione camorristica e traffico di stupefacenti, fino alla tardiva assoluzione dopo la candidatura all’Europarlamento con il Pr di Marco Pannella, al breve ritorno in onda prima della morte 11 mesi dopo, per raccontare la solitudine dell’uomo di fronte al Leviatano, Bellocchio scolpisce tre nuclei protagonisti della storia: Tortora e la sua famiglia di donne, la batteria dei pentiti e accusatori e il manipolo di magistrati inquirenti.

In ottima forma a 86 anni, frenati certi rigurgiti ideologici, dirige con maestria Fabrizio Gifuni nel ruolo del protagonista, riproposto nelle posture e nelle inflessioni genovesi, Barbora Bobulova nelle vesti della sorella Anna, Romana Maggiora Vergano in quelle dell’amante Francesca Scopelliti, Lino Musella, il camorrista dissociato e allucinato Giovanni Pandico, Giovanni Buselli nella parte di Gianni Melluso detto «il bello», altro accusatore impenitente, poi Massimiliano Rossi che fa Pasquale Barra, 66 assassinii mandato da Raffaele Cutolo, Alessandro Preziosi, il giudice istruttore Giorgio Fontana, Fausto Russo Alesi, il pubblico ministero Diego Marmo, Salvatore D’Onofrio, il giudice a latere dell’appello Michele Morello, Paolo Pierobon, l’avvocato Alberto Dall’Ora e Davide Mancini lo stesso Della Valle, mentre solo Tommaso Ragno, Marco Pannella, appare un filo fuori fuoco.

Tre piccole comunità di persone dipinte con grande padronanza di strumenti, dalla fotografia alle scelte linguistiche, dalle inquadrature alle pillole di filmati dell’epoca nel backstage del programma Rai, laboratorio di mezza televisione dei decenni a venire. Soprattutto, tratteggiate da alcune trovate geniali dentro un racconto imperdibile. L’introspezione di Tortora, signore mite e colto che votava Partito liberale, ma in tv esaltava la provincia italiana e per questo inviso agli intellettuali engagé («Cosa c’è che non va nei buoni sentimenti?», chiede alla giornalista che glieli rinfaccia). Il suo autocontrollo quando dal vertice del successo precipita nell’inferno del carcere. La scena potente dell’ora d’aria, rapato a zero, sulle note di Jesahel dei Delirium del genovese Ivano Fossati, molto evocativa sebbene antecedente di 12 anni. Il dialogo telefonico con la madre, appena giunto agli arresti domiciliari dopo mesi di frustrazione: «Perché proprio a me, tra cinque miliardi di esseri umani sulla terra?»; «Enzo, non ti montare la testa. Mangia e riposa. Io continuerò a pregare per te anche se sei un miscredente»; «Hai ragione, mamma. Tu sai sempre riportarmi con i piedi per terra». I ritratti ad alta definizione dei pentiti cutoliani ed ex cutoliani, interpretati da bravissimi caratteristi. Il confronto al dibattimento come un derby dei belli della criminalità tra Melluso e Renato Vallanzasca. Meno profilati sembrano i magistrati, anche se abbozzati con sagaci tocchi di regia. Il pm Lucio Di Pietro (Gennaro Apicella) sempre schermato da occhiali da sole fumé e Diego Marmo che si accarezza i capelli con un pettine tascabile e sparisce durante l’arringa della difesa. Il resto lo fanno gli incubi dello stesso Tortora, le toghe mascherate da Pulcinella, come lui li appellava nei suoi scritti, e il gigantesco castello di carte che lo ritraggono presunto colpevole. Dopo la condanna, i cronisti festeggiano a cena con canti e brindisi, «ce lo siamo tolto dai c…».

Il fatto che i magistrati del processo di primo grado fecero tutti carriera e che non la fece, invece, Morello, il giudice dell’appello che cercò i riscontri probatori delle rivelazioni fino a far assolvere Tortora, dimostra che non si trattò solo di un errore. Ma dell’azione di una casta protetta da un sistema, per dirla con Luca Palamara e Alessandro Sallusti, basato sulle correnti e sulle reciprocità della categoria. «Qualcuno doveva aver calunniato Joseph K. perché, senza che avesse fatto niente di male, una mattina fu arrestato», recita l’incipit di Il processo di Franz Kafka. Ma qualcun altro, molti altri, potenti, decisero di credere pedissequamente a quelle calunnie. Forse ce n’è abbastanza per non scartare a priori l’idea del test psicoattitudinale per chi si accinge a una professione tanto delicata.

 

La Verità, 21 febbraio 2026

 

 

 

«Il fascista Grandi unì le carriere, invece Vassalli…»

Scrittore, cantautore, autore televisivo ed ex assessore alla Cultura del comune di Livorno fatto dimettere a causa di un post su X sgradito ai dirigenti Pd, Simone Lenzi è stato tra i primi a segnalare la gravità delle parole di Nicola Gratteri, procuratore capo di Napoli, con un post rivolto al presidente della Repubblica e del Consiglio superiore della magistratura Sergio Mattarella. Qualche giorno dopo è sparito dal social di Elon Musk.
Cos’è successo, Lenzi?
«È successo semplicemente che ho molto da lavorare e i social sono una perdita di tempo. E poi non voglio diventare un vecchio che passa le giornate a litigare sui social».
Su che cosa deve concentrarsi?
«Su un paio di progetti, uno per la televisione e uno per il cinema. Vediamo».
E la musica dei Virginiana Miller?
«Sono l’hobby prediletto. Ma più una fonte di divertimento che di guadagno».
L’ultimo brano intitolato La fine del patriarcato è un filo criptico?
«Si basa su due episodi famigliari, una cartolina del mio bisnonno e un ricordo di mio padre, poco prima che morisse. Ai tempi c’era un’idea di padre degna del massimo rispetto».
«Perché il cielo era azzurro ed il mare salato»…
«Sì, era un tempo in cui le cose erano più nitide e si chiamavano con il loro nome. Oltre agli elementi deleteri, nel patriarcato c’erano anche lati positivi. Il pudore e il sacrificarsi senza esibirlo, per esempio. Esistevano anche dei maschi per bene».
Non solo tossici, l’ha detto alle femministe?
«Sì, perché io per primo lo sono: un femminista classico, non intersezionale».
Qualche giorno fa, prima di abbandonare X, ha chiesto a Mattarella se fosse tollerabile che un procuratore capo dicesse che al referendum sulla separazione delle carriere «votano no le persone per bene e votano sì gli indagati, gli imputati e la massoneria deviata». Riscontri?
«Nessuno. Non mi aspettavo certo che con tutto quello che ha da fare il capo dello Stato rispondesse, non ho tutta questa autostima. Però la domanda andava posta perché le parole di Gratteri sono gravi».
Il procuratore di Napoli non è nuovo a manipolazioni, qualche settimana fa lesse in un talk show una falsa intervista in cui Giovanni Falcone si diceva contrario alla separazione delle carriere.
«Una circostanza terribilmente spiacevole soprattutto per la memoria di Falcone».
Perseverare è diabolico?
«Sicuramente, ma credo sia una strategia consapevole perché serve a innalzare i toni dello scontro e a distogliere dalla vera sostanza della riforma di civiltà giuridica».
Come mai i dirigenti del Comitato per il no non lo sconfessano?
«Perché ritengono che parlare alla pancia del Paese in questo modo porti consenso. Pensano che innalzare i toni faccia il loro gioco. Perciò, sostengono anche posizioni che rasentano l’eresia. Come quando Giancarlo De Cataldo afferma che secondo la Costituzione la magistratura avrebbe un potere di controllo sulla politica. Una vera bestemmia contro la Costituzione e i padri costituenti».
Ha sbagliato anche il ministro della Giustizia Carlo Nordio, riferendosi al ruolo delle correnti nella magistratura, a parlare di sistema para mafioso?
«Anche questo significa innalzare un po’ troppo i toni. Ci sono cose che si possono pensare senza il bisogno di dirle».
Ha detto esattamente ciò che disse nel 2019 il pm Nino Di Matteo, uno che di metodi mafiosi se ne intendeva, ma le opposizioni si sono stracciate le vesti.
«Dal 1992 si è creato un vuoto nella politica, e siccome anche nella vita civile, come in natura, i vuoti non esistono, la magistratura è andata a riempirlo. Magari anche suo malgrado».
Le frasi di Gratteri hanno provocato la reazione di molti magistrati, come si è visto dalla lettera di 51 di loro che hanno scritto: sig. Gratteri, ci indaghi tutti.
«Tantissimi magistrati che invece di andare in tv stanno a lavorare a testa bassa non si sentono rappresentati da questi modi e da questi toni».
E hanno provocato la reazione dei riformisti del Pd che votano sì: come possono convivere?
«Immagino sia un problema serio. Non riesco a immaginare come possa sopravvivere un riformista dentro questo Pd».
Altri infortuni del comitato per il No?
«Non so come sia venuto in mente al suo social media manager il meme delirante di quell’adunata di CasaPound usata per dire che chi vota sì è fascista. Peraltro, dimenticando che l’unificazione delle carriere fu voluta da Dino Grandi, all’epoca ministro della Giustizia del governo fascista. Almeno un pizzico di memoria storica potrebbero anche averla».
A proposito di sovrapponibilità, Il foglio ha documentato quella tra le dichiarazioni di Grandi e di Debora Serracchiani, responsabile giustizia dem, o di Cesare Parodi, presidente dell’Anm.
«Di fatto questa sovrapponibilità c’è. Si fa di questa battaglia una difesa dell’indipendenza della magistratura come se venisse messa a rischio da questa riforma: ciò che naturalmente non è».
Poi c’è stato il video con i ragazzi medaglie di bronzo del curling.
«Altro scivolone terribile perché svela l’idea per la quale, siccome ci si ritiene nel giusto, chiunque fa qualcosa di buono deve pensarla come noi e quindi lo arruoliamo senza neanche chiederglielo. Un atteggiamento di una prepotenza insopportabile».
Che cosa turba di più l’Anm e la maggioranza dei magistrati: il doppio Csm che separa Pm e giudici, il sorteggio per la loro composizione o l’istituzione dell’Alta corte per i procedimenti disciplinari?

«Probabilmente l’Alta corte. Ma non sono parte in causa e non posso dirlo. Da cittadino dico che separare l’iter della magistratura inquirente da quella giudicante è un atto di assoluto buon senso perché sono due mestieri molto diversi. Non si può arrivare alla magistratura giudicante dopo aver sviluppato una mentalità puramente inquirente».
Da chi è abituato a contestare i conflitti d’interessi altrui ci si aspetterebbe meno opacità di quella che avvolge il sindacato dei magistrati, il Comitato per il no e la corrente di Magistratura democratica?
«Direi di sì. La discesa in politica della magistratura iniziata nel 1992 sulla opacità dei finanziamenti alla politica. Dunque, una richiesta di trasparenza in merito ai loro finanziamenti non dovrebbe metterli a disagio».
Cosa pensa del fatto che alcuni vertici dei vescovi sembrano propendere per il no alla separazione?
«Credo dipenda più da uno schieramento ideologico e da sommovimenti interni alla Chiesa in cui, in questo momento, ci sono anime che devono trovare una nuova composizione. Da cattolico laico ritengo del tutto trascurabili le posizioni dei vescovi su un ordinamento riguardante gli organi dello Stato».
La convince la rimonta del no che secondo i sondaggi di Youtrend e Ipsos-Doxa sarebbe in atto?
«Francamente non seguo mai molto i sondaggi perché ritengo che bisogni seguire prima la propria coscienza. Siamo un Paese conservatore nel quale il conservatorismo è molto ben rappresentato anche a sinistra».
La convince che secondo altri sondaggi (di Alessandra Ghisleri e Antonio Noto) la preferenza del no sarebbe determinata dall’opposizione al governo Meloni più che dal contrasto alla riforma?

«Per quanto mi riguarda voterò sì per fare un favore a me stesso più che alla Meloni».
Fa bene il premier a non politicizzare troppo l’appuntamento?
«Dopo l’esperienza di Renzi capisco la prudenza di non legare troppo il proprio nome a una riforma. Tuttavia, penso che se la si ritiene un elemento importante della propria azione di governo si dovrebbe avere il coraggio di sostenerla fino in fondo».
Ha sbagliato Forza Italia a sottolineare che la separazione era fortemente voluta da Berlusconi?
«Forse sì, ma se un’idea è giusta lo è in sé stessa a prescindere da chi la sostiene. Anche perché la appoggiavano molte persone di sinistra che poi hanno cambiato idea semplicemente perché al governo c’è la Meloni».
Sarebbe stato più efficace sottolineare la paternità dell’ex ministro della Giustizia Giuliano Vassalli, socialista ed ex partigiano?

«Peraltro un partigiano vero e non di facciata. Vediamo se il Pd e chi realizza i suoi meme hanno il coraggio di sostenere che era un fascista pure Vassalli».
Quindi, guardando le paternità delle leggi sulle carriere dei magistrati, il ministro della Giustizia del governo fascista Dino Grandi nel 1941 patrocinò l’unificazione mentre l’ex partigiano Vassalli si batté per la separazione, corretto?
«Correttissimo, è la pura realtà storica».
Di che cosa sono sintomo quelle frasi di Gratteri?
«Hanno il retropensiero di un’onnipotenza che non ammette di essere messa in dubbio da un sistema democratico in cui nessuno dovrebbe essere al di sopra della legge, tanto meno coloro che la amministrano».
Quando fu costretto a dimettersi da assessore alla Cultura di Livorno per dei post poco woke coniò l’espressione «narcisismo etico». Da allora questa patologia è regredita?
«Direi che è sempre saldamente incistata nel campo largo».
Negli ambienti della magistratura il senso di superiorità morale ha una variante specifica?

«Può darsi. Ma non conosco un numero sufficiente di magistrati per fare una diagnosi».
Si sentono investiti della missione di correggere l’azione della politica soprattutto quella di un governo di centrodestra?

«La dichiarazione di De Cataldo sul ruolo di controllo della magistratura lo dice fuori dai denti».
La presunta superiorità morale, cioè la convinzione di essere più buoni e più giusti, è una forma sofisticata di razzismo?

«Sicuramente sì. Paradossalmente, persino ritenersi i più colpevoli di tutti, mi riferisco all’antioccidentalismo degli occidentali, in realtà è una forma narcisistica di pretesa superiorità. Che non riconosce mai l’altro come pari, ma sempre come vittima di una nostra superiorità che, però, essendo buoni e giusti, riusciamo a denunciare».
Nel 1987 il referendum sulla perseguibilità civile dei magistrati colpevoli di errori giudiziari conquistò l’80% dei consensi…
«Compreso il mio».
Però è rimasto inapplicato. Stavolta, trattandosi di un referendum confermativo di una legge che modifica la Costituzione, abbiamo maggiore speranza che in caso di successo dei sì sarà applicato?
«Lo spero. Nel frattempo lasciamo alla Schlein rincorrere il quorum che non serve».

 

versione integrale

(parziale su La Verità, 18 febbraio 2026)

«Scatenarsi contro l’Arma è esercizio di stile criminale»

Come vicedirettrice del carcere Le Murate di Firenze e magistrato di sorveglianza alla Corte d’appello di Roma la criminalità l’ha vista da vicino. Da un paio d’anni, però, le priorità di Simonetta Matone sono cambiate.
Onorevole Matone, lei è un salmone?
«Ah, ah… Da ex magistrato sicuramente nuoto controcorrente. Sono una figura anomala, mai fatto vita di corrente, ma ho sempre pensato con la mia testa, con scarso spirito di corpo. Mi faccio vanto di ragionare per conto mio e, tra queste riflessioni, rientra anche la separazione delle carriere».
Nei secoli i magistrati si candidano nelle file della sinistra.
«Sì, è rarissimo un magistrato nel centrodestra, ma la mia è un’evoluzione quasi naturale. Prima la Lega mi ha proposto di candidarmi alle comunali come pro-sindaco di Roma, poi me l’ha chiesto per le politiche».
Nel centrodestra si candidavano gli avvocati.
«Rappresento un’anomalia, spero felice. In 41 anni in magistratura ho molto riflettuto e meditato sulle patologie dell’ordine giudiziario».
La più grave delle quali è?
«L’eccessivo spirito di corpo che esula dai poteri costituzionali attribuiti alla magistratura. Trovo incredibile che l’Anm (Associazione nazionale magistrati ndr) possa contestare leggi e minacciare scioperi. Sono attività che esulano da quelle dell’ordine giudiziario. Un magistrato può avere le proprie opinioni, ma dev’essere soggetto soltanto alla legge».
Per aver detto che i magistrati sono soggetti alla legge e non solo alla Costituzione, il vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura Fabio Pinelli è stato criticato.
«Le critiche al pensiero espresso da Pinelli sono la prova della deriva verso cui parte della magistratura si è avviata».
La destra è più garantista?
«Sicuramente, perché il partito manettaro è sempre stato il Pd, che ha usato strumentalmente questa situazione per portare i magistrati dalla sua parte. Per il combinato disposto tra sinistra e ordine giudiziario, il Pd è diventato il partito delle procure. Poi la stampa ci ha messo del suo, perché, in realtà, la vera saldatura è tra le procure e una certa parte della stampa».
Come partito delle procure ci ha messo del suo anche il M5s.
«Sì è aggiunto all’andazzo…».
La riforma della separazione delle carriere punta a proteggere la difesa, per questo moltissimi magistrati si oppongono?
«Si oppongono perché ci vedono un attacco al potere che esercitano da anni. Il problema non è il rapporto familiare di colleganza o i caffè che si prendono insieme tra magistrati e pm, il problema è la contiguità ordinamentale. Questa contiguità è propria dei regimi autoritari, dei regimi tirannici. Negli Stati democratici la contiguità tra pm e giudice non c’è. In Francia, in Germania e in Olanda sono ordini separati. In Germania la carriera dei magistrati la decidono i funzionari».
Cosa vuol dire?
«Che non c’è un organo di autogoverno».
Alla separazione delle carriere si oppone anche il Csm.
«Vede? Il Csm non ha il potere di intervenire a gamba tesa sulle leggi che il Parlamento democraticamente vota. C’è un vero stravolgimento istituzionale e di ordinamento, perché l’opposizione paventa in questa legge una subalternità dell’ufficio del pm al potere esecutivo».
E invece?
«Non c’è da nessuna parte, non appartiene alla filosofia del legislatore. In realtà, parliamo spesso di una riforma incompiuta, perché paghiamo il prezzo del passaggio dal rito inquisitorio a quello accusatorio, ma a questo passaggio mancava proprio il tassello della separazione delle carriere».
Quando sarà approvata i magistrati potranno ancora intervenire sui provvedimenti di rimpatrio degli immigrati irregolari?
«Non cambierà nulla, non c’è nessuna connessione tra le due cose. L’azione penale continuerà a essere obbligatoria e non discrezionale».
Che non cambi nulla non è di grande conforto.
«Sono i tribunali di primo grado, semmai, a non dover decidere quali sono i paesi sicuri. La Cassazione l’ha già detto: se si distaccano dall’interpretazione del governo, i tribunali devono spiegare le ragioni della diversa interpretazione».
Uno che se ne intende come Luciano Violante dice che in Italia le carriere sono già separate di fatto e che in alcuni Paesi si ritiene positivo che si passi da una sponda all’altra.
«È la sua rispettabile opinione, ma il problema è di natura ordinamentale. Verranno creati due ordini giudiziari diversi e separati».
Quali sono i tempi di approvazione?
«Non sono prevedibili, ma per questa prima parte stiamo procedendo speditamente».
Perché in Italia le forze dell’ordine godono di cattiva fama?
«Perché negli ultimi vent’anni c’è stata un’operazione pilotata dall’attuale opposizione di continua denigrazione del loro operato».
A Milano si è valutata l’accusa di omicidio volontario nei confronti dei carabinieri che hanno inseguito lo scooter con a bordo Fares Bouzidi e Ramy Elgaml, quest’ultimo morto dopo esser caduto.
«La mia domanda è la seguente: se uno forza un posto di blocco e si dà alla fuga, le forze dell’ordine lo devono inseguirlo oppure no? E se la risposta è sì e il soggetto cade, la responsabilità della caduta di chi è? Di lui che si è posto in una condizione di assoluto pericolo o di chi legittimamente lo sta inseguendo?».
Se lo scooter è stato speronato?
«Se è stato speronato è un altro discorso. Ma dobbiamo attendere gli accertamenti tecnico scientifici, una perizia che ci spieghi che cosa è davvero accaduto. Il giudizio viene rimesso all’esito di questo tipo di accertamento. Scatenarsi nelle accuse contro i carabinieri lo trovo un esercizio di stile criminale».
Silvia Roggiani del Pd e il padre di Ramy hanno detto che i carabinieri avrebbero dovuto prendere la targa per poi andare a cercare a casa i possessori dello scooter.
«Ma siamo impazziti? C’era un posto di blocco. Se le regole dello Stato di diritto non piacciono si può sempre andare altrove».
Forse i carabinieri li hanno inseguiti troppo, come sembra far intendere anche l’ex capo della polizia Franco Gabrielli, ora delegato alla sicurezza della giunta di Beppe Sala?
«Il giudizio di Gabrielli è gravissimo perché delegittima l’operato delle forze dell’ordine. È un giudizio politico, solo fintamente tecnico. Fino a che non fermi il fuggitivo o non ti scappa definitivamente devi continuare a inseguirlo».
Forse si sottovaluta il fatto che i carabinieri non sanno chi c’è sullo scooter?
«E perché scappa».
Alcuni esponenti della sinistra non hanno perso occasione per dare degli assassini ai rappresentanti delle forze dell’ordine. Si pensa che chi indossa una divisa sia incline alla violenza?
«A sinistra farebbero meglio a tacere, più si esprimono in questo modo più perdono consenso. La gente sta dalla parte delle forze dell’ordine e non di chi scappa».
A Verona un agente della polizia ferroviaria che ha sparato uccidendo un maliano che lo stava aggredendo con un coltello è indagato per eccesso di legittima difesa. A Rimini, è stato necessario un video per scagionare il maresciallo dei carabinieri Luciano Masini che ha freddato un egiziano fuori controllo e ora gli verrà conferita una medaglia al valore.
«Mi associo al plauso per il suo operato. A questi agenti dobbiamo dare tutta la nostra gratitudine. A Rimini è stata messa la sordina sul fatto che uno scellerato ha accoltellato 4 persone in nome di Allah. Non possiamo liquidare quello che è accaduto come un episodio transeunte, sventato dal carabiniere. Se non ci fosse stato lui, che ha messo a repentaglio la propria vita, forse sarebbero morte quattro persone. Da sempre la Lega ha una posizione chiara di difesa e sostegno nei confronti di tutte le forze dell’ordine che giornalmente sono dalla parte delle persone per bene».
Dopo gli scontri a Pisa a una manifestazione pro-Pal del febbraio scorso dieci fra agenti e funzionari sono stati indagati per eccesso colposo nell’uso legittimo di armi e lesioni personali. Poliziotti e carabinieri sono ancora liberi di compiere il loro dovere o, di questo passo, potrebbero convincersi a lavarsene le mani?
«Queste iniziative giudiziarie possono far vacillare qualcuno, ma credo che finiranno in un buco nell’acqua. Contano di più la vicinanza dell’opinione pubblica e la solidarietà della gente normale. E soprattutto il fatto che si siano attenuti alle regole dello Stato di diritto».
Esercitando le loro funzioni rischiano di essere indagati.
«È vero. Ma io so che sia il corpo di polizia che quello dei carabinieri sono ben saldi nelle loro convinzioni e che non allenteranno mai la presa».
Nel 2024 sono finiti in ospedale 266 agenti per aggressioni durante cortei e scontri di piazza con un aumento del 122% rispetto al 2023. Nel nostro Paese c’è una cultura ostile alle forze dell’ordine?
«C’è una deriva movimentista e insurrezionale che porta a una radicalizzazione di questi scontri».
Ci sono responsabilità culturali di questa situazione?
«La deriva coltivata dai media, anche dalla Tv di Stato, ha portato all’egemonia culturale della sinistra. Secondo questa narrazione il centrodestra avrebbe il vizio d’origine di essere composto da partiti portatori di una cultura arretrata e retrograda. Ora stiamo recuperando».
Durante il G8 di Genova però le forze dell’ordine non si comportarono bene.
«Noi omaggiamo e celebriamo Carlo Giuliani, un ragazzo che è morto mentre impugnava a volto coperto una bombola a gas per sfondare il vetro di un blindato dov’era asserragliato un carabiniere. Provo pena per quel ragazzo che è morto, ma non posso considerarlo un eroe. Ricordo che nel 2006 Rifondazione comunista gli ha intitolato l’ufficio di presidenza al Senato. Lo considero uno che stava commettendo un atto criminale. Il carabiniere che l’ha ucciso è stato prima indagato e poi prosciolto anche dalla Corte europea dei diritti dell’uomo».
C’è un pregiudizio della magistratura nei confronti di polizia e carabinieri?
«Non direi. Alla fine, le questioni si riequilibrano perché, per fortuna, nelle udienze dibattimentali si ricostruiscono le dinamiche dei fatti e la verità viene fuori».
La riforma in discussione in questi giorni potrà rasserenare anche queste situazioni?
«Più che questa riforma, serve un cambio radicale di cultura giuridica. Per instaurare un sistema nel quale la parità tra accusa e difesa sia oggettiva e i diversi poteri continuino ad agire nell’ambito che la Costituzione ha loro attribuito. Un sistema nel quale, infine, liberandoci dagli orpelli e dalle sedimentazioni della cultura radical chic, si possa finalmente ripartire su nuove basi».

 

La Verità, 11 gennaio 2025

 

Gomorra, i magistrati e… guardare prima di parlare

Almeno guardatela, prima di calare giudizi. Gomorra – La serie è stata bocciata per l’ennesima volta da un pool di magistrati in prima linea nella lotta contro la criminalità organizzata, ma pure in pole position nelle ambizioni di critica cinetelevisiva. Il procuratore aggiunto della Direzione distrettuale antimafia Giuseppe Borrelli ha detto: «La fiction televisiva non coglie alcun aspetto della camorra di oggi. Oggi la camorra ha superato lo stato di contiguità con professionisti, impresa e parte della politica. I clan esprimono una propria classe dirigente». Federico Cafiero de Raho, capo della Procura nazionale antimafia, ha detto: «Credo che evidenziare i rapporti umani come se la camorra fosse un’associazione come tante altre non corrisponda a quello che realmente è, la camorra è fatta soprattutto di violenza». Il primo ha ammesso di aver visto solo due episodi della terza stagione, il secondo di non averla mai vista. Eppure, come scolari si offrono volontari per l’interrogazione senza aver fatto i compiti. Giudicare è mestiere da magistrati. Anche in trasferta, in tema di politica, educazione, fiction tv? In fondo, tutto è riconducibile al conflitto tra arte e legge, tra creatività e istituzioni. Ma desolazione, solitudine e isolamento dei presunti eroi di Gomorra non hanno nulla d’invidiabile o di perversamente emulabile.

Spoiler ad uso di chi non l’ha vista. Nel penultimo episodio si ha la perfetta rappresentazione del fatto che «i clan esprimono una propria classe dirigente» con la messa in scena del voto di scambio nell’elezione del presidente della Regione. Nell’ultimo, invece, che «la camorra è fatta soprattutto di violenza». L’iniziazione del camorrista carrierista avviene attraverso l’assassinio di un uomo riluttante ad accettare un lavoro dal clan per mantenere il figlio disabile: si è permesso di alzare la voce una volta constatato che la paga non corrisponde all’accordo e va eliminato. Si vede il padre accompagnare il figlio alla terapia in piscina, esortarlo a rivestirsi da solo, spingere la carrozzina sulla strada deserta. Dove il sicario lo fredda con un colpo alla nuca. Nella scena successiva il ragazzo è con la madre all’obitorio.

Almeno guardatela, prima.