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«Ho fatto 30 mestieri, la mia tv viene dalla strada»

È l’anima severa dello show di maggior successo della televisione italiana. Teo Mammucari a Tú sí que vales, terza stagione di fila. Gli ascolti sono da sballo. 5 milioni abbondanti di telespettatori, share tra il 29 e il 30%, roba che nessuno si sogna più da quando la tv generalista è accerchiata dalle piattaforme multinazionali, dalle streaming tv e dai tanti canali nativi digitali. Nel sabato sera di Canale 5 si esibiscono comici, cantanti, maghi, acrobati. Il pubblico e i giudici promuovono o bocciano. Prevalentemente promuovono. In una giuria composta da Maria De Filippi, deus ex machina del programma, Gerry Scotti e Rudy Zerbi, Mammucari è l’elemento scafato, schietto, cinico e sanamente borgataro della situazione. Un romano fra tre lombardi, il più pop di tutti, senza tante indulgenze. «Io dico quello che penso pure se il pubblico mi contesta. Sono pagato per questo. Sarebbe più semplice dire sì a tutti. Ma credo che Maria mi abbia preso perché sono imprevedibile, magari inopportuno. Però, vabbé». Cinquantaquattro anni, statura da centrale difensivo, espressione da pesce in barile, Mammucari mi riceve all’undicesimo piano di un grattacielo in zona Porta Nuova a Milano, casa arredata con eleganza e opere d’arte di valore. A Milano vive la figlia Julia (avuta dalla ex velina Thais Wiggers ndr), che Teo adora. Per starle vicino si è piazzato bene… «Ma questo è il mio secondo lavoro», sottolinea. «Non butto i soldi in cazzate. Da sempre li investo in appartamenti, a Roma e altrove. Chi fa il nostro mestiere deve avere pronta un’alternativa per quando, da un momento all’altro, la luce potrà spegnersi». Chi l’avrebbe detto? Teo Mammucari, l’intrattenitore un po’ cialtrone di Libero, Distraction, Scherzi a parte, Cultura moderna, Le Iene con Ilary Blasi e tutto il resto. Invece.

Perché Tú sí que vales ha tutto questo successo?

«Perché è un talent internazionale, con un cast composto da artisti come Iva Zanicchi, Gerry Scotti, Maria De Filippi, Belén Rodriguez, Rudy Zerbi. E poi c’è lo spettacolo con talenti provenienti da tutto il mondo. È un mix di esibizioni e goliardia che abbraccia i gusti di un pubblico largo. Uno show pieno di emozioni, pensato da Maria e gestito con maestria da Sabina Gregoretti, capo degli autori».

Lei fa il guastafeste? In una puntata ha bocciato due mentalisti attirandosi le critiche di Zerbi.

«I giochi di prestigio sono sempre gli stessi. Ogni tanto c’è una novità, ma può sfuggire qualcosa di banale anche a un professionista. Ne parlo con cognizione di causa, avendo studiato a lungo da prestigiatore».

Racconti.

«Andavo alla scuola di Franco Silvi. Ho fatto serate e spettacoli, non solo per bambini. Poi ho dovuto scegliere una strada. Non si può fare il comico, il cantante, il mago, l’imitatore. Però, anche adesso, quando andiamo a cena, Rudy e Gerry mi chiedono di finire la serata con qualche giochino».

Quanto del suo successo è dovuto alla sua espressione, diciamo così, irriverente?

«Non saprei. Quando mi vedo allo specchio non mi sto neanche tanto simpatico. È vero, non si capisce mai di che umore sto. Ma la faccia racconta la mia vita».

Comicità che viene dalla strada?

«Dalla vita che ho fatto. Ci sono due possibilità: creare i comici in studio o portare in tv la gente comune».

Lei è di Velletri.

«Ma quale Velletri, sono del quartiere San Lorenzo di Roma… Le bufale di Wikipedia… Come quella del nome: non so dove abbiano trovato Teodoro Roberto Luis. Il mio nome è Teodoro, ridotto a Teo quando ho visto che artisticamente funzionava».

I suoi genitori?

«Mia madre lavorava in tintoria, mio padre era pavimentista».

La portava con lui?

«All’inizio sì. Ma da 18 anni in poi avrò fatto 30 mestieri, operaio, garagista, elettricista, imbianchino. E andavo ai provini. Arrivavo alla scuola di teatro con le mani che puzzavano di acquaragia. Ho fatto anche il pugile. Ho smesso quando mi hanno detto che mi sarei rotto il setto nasale… Non potevo fare il cabaret col naso storto».

Il suo obiettivo assoluto.

«Andare a teatro o in tv. Una volta spunta mia sorella: “Ho visto uno in un villaggio turistico che fa gli scherzi come te”. Si chiamava Fiorello, capito perché stava in fissa? Così me so’ dato ’na mossa. Vitto e alloggio garantito e 300.000 lire di stipendio».

Anche lei animatore turistico.

«Alla Valtur. Come Giulio Golia, Beppe Quintale… Per dieci anni».

Poi?

«Ho girato i locali, una serata qui una lì. Finché ho fatto il mio locale, il Gildo, che prima era un garage. Di giorno andavo nelle piazze a invitare la gente, la sera facevo lo spettacolo. Dopo un anno de ’sta vita, ha cominciato a riempirsi. Ci son passati tutti: Ficarra e Picone, Max Giusti, Enrico Brignano, Gabriele Cirilli, Enzo Salvi, anche Paolo Bonolis. Era una specie di Derby romano».

Lei cosa faceva?

«Gli scherzi, le gag del villaggio. Una sera viene Giovanni Benincasa, l’autore, e mi dice: andiamo a farlo in televisione. Così è nato Libero».

Aldo Grasso ha scritto che la sua è cafoneria.

«Se lo dice lui… Quando parliamo di calcio l’opinione di Arrigo Sacchi conta, ma credo che ci siano tanti modi di giocare a calcio».

La capacità di far divertire è un fatto genetico o una scuola?

«Credo un fatto genetico. Al bar o con le donne devi essere spontaneo. Io sono così anche nella vita privata. Poi certo, so stare in televisione. È una professione. Qualcuno può pensare che sia cinismo, ma non è così. Raimondo Vianello era cinico? E Paolo Villaggio? Una volta mi ha detto che gli ricordavo lui, le cose che faceva agli inizi. È stato uno dei più grandi complimenti che ho ricevuto».

Come diventò una iena?

«Davide Parenti mi aveva visto a I guastafeste dove facevo le candid camera. Mi chiama: ≤Ce l’hai un’idea?≥. “Certo che ce l’ho, ma sto sotto la doccia”. Ovviamente, non era vero. Esco di casa e in ascensore una donna mi toglie un capello dalla spalla… E se facessi le interviste togliendo la forfora dalla giacca dei vip? Così è cominciato tutto».

Gli scherzi di Libero erano veri o falsi?

«Mai fatto scherzi finti. Era tutto dal vivo, non c’era neanche lo scalda pubblico. Bene: una sera alla seconda edizione alzo il telefono e sento una voce strana, con l’accento napoletano come quello dei cameramen. Do lo stop e fermo tutto. Io amo la serietà nel lavoro, non ho bisogno di fingere. Anche perché fare scherzi finti è quasi più difficile che farli veri».

Mai più Libero?

«L’altro giorno ho incrociato Benincasa: “Perché non rifacciamo Libero?”. Sto da vent’anni a Mediaset, ho fatto programmi importanti. Se non mi proporranno niente d’interessante potrei pure rifarlo. Ma in Rai i direttori cambiano ogni tre anni. O c’è uno come Carlo Freccero, oppure… Una volta mi convocò Sergio Japino da Fabrizio Del Noce per parlare di un programma: “Ma chi lo fa ’sto programma?”. “Lo fa Teo Mammucari”, rispose Japino. Del Noce: “E chiamiamo ’sto Mammucari…”. Io stavo lì da un’ora».

Ai politici faceva domande incomprensibili.

«Improvvisavo la supercazzola. Facevo una lunga domanda senza dire niente. Mi ero accorto che i politici si preparano i discorsi, vanno in tv con il compitino studiato. Basta dirgli la parola giovani e si scatenano… Andavo davanti al Parlamento per dimostrare non solo che non ti ascoltano, ma che dicono quello che hanno deciso a prescindere».

Lo rifarebbe adesso?

«Non credo. Per la prima volta dopo 50 anni mi stanno piacendo i giovani che sono arrivati. Anche quando c’era Silvio Berlusconi non m’interessava con chi andava a letto, da Bill Clinton in giù tutti i politici si son dati da fare… M’interessavano i risultati che portava. Non sono esperto di queste cose, ma apprezzo le idee chiare e la caparbietà su alcuni argomenti. Questo mi mette un po’ di speranza. Non condivido tutto, ma si sente aria di pulizia. Non è il solito gruppo di politici».

Qual è il programma più interessante di questo periodo?

«Il più rivelatore è Uomini e donne. Svela il momento che stiamo vivendo in Italia».

Su chi o cosa imbastirebbe uno scherzo, una parodia, una presa in giro?

«C’è l’imbarazzo della scelta. Adesso sto scrivendo lo spettacolo per la tournée nei teatri in primavera. Racconterò la mia vita di cabarettista, i lavori, i sentimenti. Sarà Teo Mammucari Live, un one man show».

Perché non conduce più Le Iene?

«Al mio compleanno sono venuti Francesco Totti e Ilary. Lei mi fa: “Teo, devo fare il Grande Fratello Vip, ho pensato di prendermi una pausa dalle Iene”. Ci ho pensato: “Sai che c’è? Me la prendo anch’io una pausa”. Ne abbiamo parlato con Parenti, il rapporto è dinamico, si può rientrare».

Chi è per lei Davide Parenti?

«È il “killer dell’anima”. Quello che mi ha scioccato di lui è che lavora senza tempo. Non l’ho mai visto pensare alla sua vita o a sé stesso. Il giorno in cui deciderà di lasciare, Le Iene saranno orfane».

Maria De Filippi?

«Da lei ho imparato a parlare poco. Io la chiamo la suprema conservatrice perché ha la capacità di conservare l’energia e di farla esplodere a bassa voce, stupendo il pubblico per la sostanza delle cose che dice».

Antonio Ricci?

«È il maestro. Non a caso quando ci sentiamo o ci vediamo lo chiamo il guru. Sa qual è il più grande complimento che ho ricevuto in questi giorni?».

Sentiamo.

«Gerry Scotti che mi dice: “Se io e te facessimo Striscia la notizia ci divertiremmo un sacco”».

Chi è per lei Ilary Blasi?

«Una sorella. Un’amica del cuore che non vorrei mai perdere. In tv abbiamo un feeling particolare, sappiamo darle e prenderle. Con la Gialappa’s ho imparato anche a prenderle…».

Chi è Teo Mammucari in televisione?

«Uno che non somiglia a nessuno».

E fuori dalla televisione?

«Uno fragile con l’occhio furbo».

 

La Verità, 21 ottobre 2018

Quel gran doppiogiochista di Antonio Ricci

È sempre la solita faccenda del doppio registro, del doppio piano di lettura. Ma stavolta è dichiarato in partenza, fin dal tormentone che accompagna il programma: «Ci vuole cul-cul cultura!» (Italia 1, tutti i giorni, ore 20.20, share del 2,74 per cento). Al gioco del doppio linguaggio Antonio Ricci ci ha abituato da sempre: basta ricordarsi la storica polemica sulle veline che non sono donne oggetto, ma una denuncia dell’uso del corpo come strumento di successo. Intanto, per esemplificare, le si mostra in tutta la loro carica seduttiva. A Cultura moderna, rispolverato dieci anni dopo, ovviamente i concorrenti sono ignoranti come capre e soprattutto sono protagonisti di prove da sagra paesana, dilettanti al confronto dei quali Italia’s Got Talent è l’Actors Studio. Ovviamente Teo Mammucari li chiama «talentuosi», ironizzando sulla giostra dei talent show. Quanto al gioco, che in sé non ha nulla di appassionante, consiste nell’esibizione di cinque concorrenti che, in base al punteggio assegnato da un fantomatico esperto, conquistano il diritto a conoscere uno o più indizi per scoprire un personaggio misterioso.

Antonio Ricci, creatore ed autore di «Striscia la notizia» e «Cultura moderna»

Antonio Ricci, creatore ed autore di «Striscia la notizia» e «Cultura moderna»

Il pubblico in studio e a casa ci arriva quasi subito, ma i protagonisti del gioco misteriosamente no. Tra barzellette da oratorio, improbabili imitatori dei Blues Brothers, di Raffaella Carrà o dei versi degli animali si arriva alla prova finale che mette in palio 100.000 euro. Sempre ovviamente, può capitare di vincerli del tutto fortuitamente a uno dei concorrenti perdenti della prima selezione – «ci vuole cul-cul cultura!» – perfezionando la gigantesca presa in giro del carrozzone televisivo e del sistema dei quiz (il riferimento ad Affari tuoi è puramente voluto). Anche il famoso doppio piano di lettura è perfettamente realizzato perché, ancora ovviamente, una parte del pubblico s’infervora per scoprire la soluzione mentre la parte più snob sale in cattedra svelando l’intrigo del programma. Più che in Selfie – Le cose cambiano, qui è proprio il cinismo il sale della serata e, ovviamente, non può esserci faccia migliore di quella di Mammucari per reggere il filo scoperto della malizia. Così, tra un balletto della «marzullina» – altro ammiccamento – Laura Forgia (ex Eredità) e una gag di Carlo Kaneba, si arriva alla fine del game show con il quale, è stato scritto, su Italia 1 Ricci fa concorrenza al se stesso di Canale 5. Sarà davvero così? Oppure, con un quiz il luciferino autore di Striscia la notizia vuol togliere pubblico (poco in verità) ad Affari tuoi di Rai 1? Insomma, Ricci ci fa o ci è? Entrambi. Ovviamente…

Il borsino di 5 star binarie, tra Rai e Mediaset

Seconda puntata sulla prossima Mediaset, e non solo. Come detto, dopo alcuni significativi cambiamenti strutturali e l’ingresso di nuovi editori internazionali nella tv generalista la situazione è piuttosto fluida. Tutto il sistema Continua a leggere

Ancora due o tre cose sulle Iene

Le Iene sono andate in letargo. Qualche settimana, non di più, e a gennaio torneranno a ridere e graffiare su Italia Uno. Pochi giorni per rivisitare la squadra, dopo l’addio con look discutibile, di Ilary Blasi. Nel pensatoio di Davide Parenti si sta lavorando per rifinire la formula e scegliere i nuovi protagonisti. Cambierà solo la showgirl o verrà avvicendato anche Teo Mammucari? E il Trio Medusa rimarrà al suo posto a sbertucciare in voce i due frontman o lasceranno anche loro (la perdita della Gialappa’s non è facilmente colmabile)? Tutto è possibile. Al posto di Ilary circola il nome di Belén Rodriguez e potrebbe pure essere la nomination giusta se la modella argentina conquistasse la disinvoltura linguistica necessaria per reggere le provocazioni dei partner. Prima di battezzare qualcuno, però, conviene riflettere, Parenti e soci sono inclini ai colpi di scena. Per esempio, tanto per fare qualche nome a caso: Geppi Cucciari, Selvaggia Lucarelli, Melissa Satta non potrebbero funzionare? Di ipotesi se ne possono fare tante… Bisogna trovare il mix giusto tra giornalismo, inchieste, cazzeggio in studio e moralismo dilagante (come antivirus non basta Filippo Roma travestito da Moralizzatore col ditino alzato all’inseguimento di qualche vittima consenziente).

Intanto, ciò che più conta, è che, aldilà di complessi tentativi di contaminazione con altri format, Le Iene continuino a produrre servizi, inchieste e reportage di qualità. Nell’ultima puntata, per dire, quello di Matteo Viviani sulla donna analfabeta che vive a Mondragone nella miseria più nera, in condizioni igieniche repellenti, ignora la sua stessa età ed è dimenticata dai servizi sociali, valeva l’intera serata e compensava anche un’intervista a Luciano Moggi di cui non si avvertiva il bisogno. Oppure,  un paio di settimane fa, il viaggio di Nina in treno con una famiglia di Aleppo, madre e due ragazzi, in fuga dall’Isis, e il reportage di Pelazza da Kacanik, paesino di 30mila abitanti del Kosovo, dove vengono reclutati i foreign fighters che partono per la Siria, spiegavano il dramma dei profughi e il sistema di arruolamento dei jihadisti più di decine di talk show infarciti di politici ed esperti.

Lunga vita al giornalismo delle Iene, almeno quando non è schierato come avviene sui temi che toccano Chiesa e Vaticano. Il buon giornalismo è proteine per la tv di qualità. Per il contorno, i balletti e le gag in studio, qualche soluzione si troverà.