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Sinner doma Alcaraz e fa il bis: è lui il Master 2025

Olé olé olé Sinner Sinner. Sarà pure «un carrarmato», un caterpillar, come l’ha definito Massimo Cacciari, ma dopo le Atp Finals che assegnano il titolo di Maestro della stagione, forse non vanno trascurate le doti tattiche e di forza mentale, che lo hanno fatto reagire nelle difficoltà, come quelle che ieri hanno consentito a Jannik Sinner di spuntarla al termine di un match combattuto e a tratti spettacolare, su Carlos Alcaraz, protagonista di un tennis «di sinistra», sempre secondo l’esegesi del tenebroso filosofo. Il risultato finale è 7-6 7-5. «Senza il team non siamo niente. È stata una partita durissima», ha commentato a caldo il nostro campione. «Per me vuol dire tanto finire così questa stagione. Vincere davanti al pubblico italiano è qualcosa di incredibile».
Aver sconfitto il fresco numero 1, oltre alla conferma del Master vinto l’anno scorso e all’incasso di oltre 5 milioni di dollari (4,3 milioni di euro), è di buon auspicio per il piano di riconquista del vertice che partirà dagli open d’Australia di gennaio. La sconfitta di settembre a New York è vendicata. Ora Sinner è atteso dal meritato riposo in famiglia e con la fidanzata, Laila Hasanovic. Alcaraz deve rinviare il proposito di riportare in Spagna il Master che manca al suo Paese dal 1998 quando lo vinse Alex Corretja (non ci sono riusciti il suo attuale coach Juan Carlos Ferrero e nemmeno Rafa Nadal).
Era inevitabile che, divenuta fenomeno pop, la rivalità tra Sinner e Alcaraz spingesse filosofi e intellettuali a farne dei simboli. Jannik pitagorico, Carlitos omerico. «Il yin e yang del tennis moderno», per Yevgeny Kafelnikov. La finale dell’Inalpi Arena di Torino è la bella dell’anno, ben oltre le posizioni del ranking, perché i duellanti ci arrivano dopo essersi divisi i quattro slam. L’italiano si è preso gli Australian open e Wimbledon, lo spagnolo il Roland Garros e Flushing Meadows. Nel conteggio degli scontri diretti di quest’anno, segnato per Jannik dai tre mesi senza tornei per il Clostebol, è avanti Carlos 4 a 1 (il match a Riad non fa testo, se non per il conto in banca), ma anche quando il nostro campione ha dovuto cedere sono state partite all’ultimo scambio, memorabile quella sul rosso sotto la Tour Eiffel. Nel corso del torneo dei maestri, l’italiano non ha perso neanche un set, mentre lo spagnolo ne ha ceduto uno a Taylor Fritz.
Ogni volta che li guardiamo affrontarsi siamo curiosi di scoprire quale nuovo colpo o tattica ha escogitato lo sconfitto del match precedente per ribaltare il pronostico. Ieri toccava a Sinner rendere più aggressivo il servizio per poter comandare gli scambi ed evitare il dritto dell’avversario, letale dal centro del campo.
All’inizio c’è qualche errore da entrambi le parti. Un passante di dritto di Carlos e un paio di ace di Jannik mantengono l’equilibrio. Dopo una lunga interruzione, l’italiano tiene un complicato turno di servizio. Olé olé olé Sinner Sinner, si scalda anche il pubblico. Si procede appaiati, gli scambi sono brevi. L’intenzione è evitare di offrire angoli allo spagnolo, tenendo il gioco sul terreno della geometria più che del ricamo o della trans agonistica. Dopo la prima palla break concessa – che è anche un set point – e annullata da Sinner, si arriva al tie break. Jannik non coglie un’occasione sotto rete, ma il rovescio successivo di Carlos esce di un niente come, subito dopo, una palla corta dell’italiano. Ma uno smash e un lob gli danno due palle set. Basta la prima. Alcaraz chiama il fisioterapista per un massaggio alla coscia destra, ma nel gioco non sembra frenato. Nel game d’apertura, dopo due doppi falli, Jannik cede per la prima volta nel torneo il servizio. Adesso, mentre scendono quelle dell’italiano, crescono le percentuali di prime dello spagnolo, ma dopo una volée e un dritto sbagliati, una palla corta di Jannik lo riporta sul tre pari. La prima latita, ma conquista il delicato, settimo gioco. Riprende il dominio dei servizi e Sinner sembra più solido. Mentre lui mostra il pugno al suo team, Alcaraz ci discute animatamente e cambia spesso posizione quando è alla risposta. Due passanti portano Jannik sul 6 a 5. Nel dodicesimo gioco lo spagnolo non è lucidissimo e si proietta avventurosamente a rete. Il Master 2025 è Jannik Sinner, il campione nel quale ci riconosciamo: «È stato più bello dell’anno scorso. Sono contento di dare qualcosa di positivo a tutti voi».

 

La Verità, 17 novembre 2025

Sinner, ragazzo speciale, è il Master del 2024

Ormai è chiaro, Jannik Sinner ha qualcosa di diverso. Più precisamente, è qualcosa di diverso. Una persona speciale. Non solo un atleta speciale, che fa cose straordinarie sul campo da tennis. Ieri sera il numero 1 del mondo si è aggiudicato il primo Master della sua carriera dominando Taylor Fritz per 6-4 6-4 con una gragnola di ace e bissando il risultato della partita di round robin. Un torneo vinto senza perdere un set, non accadeva da 40 anni. Anche ieri sera come sabato, al termine del match vittorioso contro Casper Rudd, numero 6 del ranking, il pubblico non la smetteva di applaudire, di tributargli cori: olè olè olè Sinner, Sinner… Stento a ricordare un’immedesimazione così piena degli sportivi nel proprio idolo. Il fatto è che, oltre ai miglioramenti apportati nel gioco, con un talento più vicino a quello di Novak Djokovic che a quello di Roger Federer, di cui ancora non conosciamo i limiti, il campione altoatesino sta cambiando il concetto di fuoriclasse in tutto ciò che fa quotidianamente.

Per descrivere la sua diversità, il vocabolario cosmico è quello cui più ricorrono i commentatori: «Ci ha portato sulla luna», ha detto Paolo Bertolucci. Un campione di un altro pianeta. Un alieno. Un marziano. Un superuomo. Forse solo un ragazzo toccato dalla grazia. O, se preferite, una persona nella quale la natura si esprime in modo particolarmente felice. Detto dei miglioramenti tecnici nel gioco, dal servizio alla volée, dalla tenuta fisica al giocare meglio i punti decisivi come dimostra il 75% dei tie break vinti quest’anno, 14 degli ultimi 15, Sinner è super anche sul piano mediatico. Ieri, a conclusione delle Atp Finals disputate a Torino, dove rimarranno altri cinque anni, il sindaco Stefano Lo Russo ha annunciato di volergli dare la cittadinanza onoraria perché «è veicolo di buon tennis ma anche dell’immagine della città».

Guardiamo il pubblico. Non ho ricordi di un campione che abbia influenzato i tifosi fino a farli agghindare con parrucche e outfit intonati al color carota dei suoi capelli. Sono felici di identificarsi in lui non solo perché ha un rovescio al fulmicotone. Ma per la spontaneità che trasmette in tanti gesti. La stessa che gli fa dare il cinque a un raccattapalle. Che gli fa tenere l’ombrello al posto della hostess in una pausa di gioco. Che lo fa portare acqua, ghiaccio e asciugamani a una spettatrice in difficoltà per un colpo di calore. Che lo fa giocare a tennis con un atleta in sedia a rotelle. Gesti semplici e inusuali nel circuito milionario del tennis. «Non sto salvando l’umanità», li ha ridimensionati lui. Al di là dell’empatia e dell’umiltà tipiche di un ragazzo nato a un passo dal confine con l’Austria, il numero 1 del mondo è a suo modo innovatore anche nel rapporto con i media. Giovedì scorso il suo match contro Daniil Medvedev, disputato a passaggio del turno già praticamente acquisito, ha conteso un po’ di audience alla partita della Nazionale di calcio contro il Belgio per la Nations League programmata allo stesso orario. È finita 6,8 milioni di spettatori per l’Italia a 2,8 per Sinner (sommando gli ascolti di Rai 2 e Sky Sport). Ma quello che conta è che si sia fatto il raffronto, che ci sia stata partita tra uno sport ultrapopolare e un altro ancora un filo elitario. Merito di questo extraterrestre entrato nelle preferenze degli italiani e non solo. Persino gli spot pubblicitari quando c’è lui strappano un sorriso grazie alla sua autoironia. Come quello di un importante marchio di caffè ambientato sul set dello spot stesso che, a causa del suo perfezionismo, gli fa chiedere ulteriori prove che esasperano gli operatori. O quello di un marchio bancario in cui fa ingresso roteando la racchetta sul campo da tennis al fianco di un bimbo titubante e che, rinfrancato, si accinge a battere per dare inizio alla partita di doppio.

Certo, non bisogna esagerare con gli elogi, rischiando di nuocergli. Ma si possono riconoscere i pregi di un campione nel quale ci riconosciamo e del quale possiamo andiamo fieri nella sua interezza.

 

La Verità, 18 novembre 2024

Grazie a Sinner, campione nel quale riconoscersi

La pasta non è venuta perfetta. Bisognerà riprovarci. Dosare meglio gli ingredienti, il sale, i pomodorini, la cottura: secondo la metafora di Jannik Sinner. Si può ancora migliorare. Stasera c’è stato un po’ di appannamento fisico ed è mancata forse un pizzico di fiducia nel piano partita. Soprattutto nella prima parte, Novak Djokovic è parso un muro invalicabile. Con un doppio 6-3 il campione serbo si è laureato Maestro dell’anno per la settima volta. Questo genere di match bisogna essere abituati a giocarli. A Jannik è mancato il guizzo finale. Ma per il nostro giocatore, che ha disputato uno splendido torneo, il successo è solo rinviato. Un altro passo verso la vetta è stato fatto e se continuerà a lavorare con la determinazione dimostrata in quest’ultimo anno e mezzo, il vertice non potrà sfuggirgli. Il tempo, la serietà, l’applicazione e la qualità del team composto da Simone Vagnozzi, Darren Cahill e Umberto Ferrara sono dalla sua parte.

Che la finale sarebbe stata una partita diversa da quella di qualche giorno fa lo si era intuito dal modo in cui Djokovic aveva liquidato Carlos Alcaraz, concedendogli solo cinque games. Stavolta il numero 1 del mondo giocava davanti ai suoi bambini seduti in tribuna. Una motivazione in più, che lo ha aiutato a stare concentrato e a non lasciarsi andare a polemiche nei confronti del pubblico schierato con il beniamino di casa. A volte sono certi dettagli, che tali non sono, a fare la differenza. Il campione è sempre una persona. Lo ha detto anche Sinner di sé stesso. «Quello che faccio in campo dipende dalla persona che sono fuori dal campo». Parole consapevoli, che forse spiaceranno a qualcuno abituato a separare il fattore tecnico dal fattore umano.

Il match di ieri era particolarmente interessante perché per la prima volta Djoker il cannibale e Jannik Capel di carota si sfidavano in una finale. Due campioni che si assomigliano sia nel gioco che nel temperamento. Nel gioco: solidità da fondo campo, colpi di base senza punti deboli, ritmo, grandi qualità difensive, capacità di esprimersi in tutte le parti del campo, buona disposizione per le variazioni, doti tattiche. Nel temperamento: concentrazione, tenuta nei momenti difficili, autocontrollo e capacità di nascondere le emozioni (su questo Sinner è persino superiore, totalmente privo di tic e scaramanzie). Ecco perché, in un certo senso, quando si incontrano Novak e Jannik si assiste a un match allo specchio.

Parte a servire Djokovic e si ha subito la sensazione della partita a scacchi in cui ogni colpo è studiato per comandare lo scambio. Nei primi due giochi Djokovic scaglia quattro ace e da fondo non concede niente. Sinner sembra intimorito, meno brillante dei giorni scorsi e al quarto gioco subisce il break da 40-15 con un dritto sulla riga invece chiamato fuori (e Sinner non chiede la verifica). La differenza la fanno la percentuale di prime di servizio e il numero di ace: 7 a 3 per Novak. Il break subito in apertura del secondo set arriva quasi come una sentenza. Jannik rischia di subire anche il secondo, ma resta aggrappato al match, nella speranza che l’avversario abbia un calo, soprattutto nel servizio. L’occasione si presenta sul 15-40 del sesto gioco, servizio Djokovic, ma con tre prime palle il serbo si porta sul 4 a 2. Il settimo gioco è interminabile, Sinner prova soluzioni alternative, attacchi in contro tempo e palle corte. Anche Djokovic spreca qualche occasione a rete. Sembra esserci ancora una partita e sullo 0-30 arriva un’altra occasione per rientrare, ma Sinner mette in rete la risposta a una seconda di servizio. L’opportunità svanita è il tramonto della partita. La prossima volta la pasta verrà ancora meglio, ma già quella di questa settimana è di grandissima qualità.

Dobbiamo essere grati a questo ragazzo che gioca a tennis con la leggerezza dei suoi 22 anni, ma con la maturità e la disciplina di un veterano. Abbiamo un campione nel quale specchiarci. Jannik è un fuoriclasse formidabile. Un talento di tecnica, di concentrazione e forza mentale. Talento e regolatezza. Djokovic è il campione che conosciamo da tanti anni e non ha alcuna intenzione di cedere il trono. Appuntamento la prossima settimana alla Coppa Davis.