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«La Boldrini va al governo e noi cincischiamo»

Buongiorno Francesco Storace, è contento del governo che sta nascendo?

«Credo sia uno dei peggiori esempi di trasformismo della storia della Repubblica. Non ricordo un Presidente del consiglio di una maggioranza che lo rimane con quella opposta».

È scandalizzato?

«Sono colpito. Secondo me in politica le parole sono importanti. Si chiama Parlamento non Zittamento. Vuol dire che c’è il primato della parola. Invece, da una parte abbiamo Luigi Di Maio che fino a un mese fa parlava del “partito di Bibbiano”, dall’altra è facile rintracciare in rete un video in cui Nicola Zingaretti ribadiva “mai con i 5 stelle”».

Parlando di piroette c’è stata anche quella di Matteo Renzi.

«Renzi è quello che ha scardinato i giochi. Ci sta che chi è in minoranza in un partito scateni il casino. Ma chi li guida dovrebbe mantenere un senso di coerenza e affidabilità. Di Maio e Zingaretti mi hanno ricordato Gianfranco Fini quando disse: “Con Bossi mai più in caffè”. E poi invece tornarono insieme al governo».

Sessant’anni e una lunga militanza nella destra, dall’Msi fino a Fratelli d’Italia passando per An, già Presidente della regione Lazio e ministro della Salute nel terzo governo Berlusconi, Francesco Storace non è uomo da eufemismi. Da Capo d’Orlando, Sicilia, dove sta trascorrendo le ultime ore di riposo prima del rientro a Roma, scrive editoriali per Il Secolo d’Italia, il sito che dirige, vicino a Fratelli d’Italia e posta sui social anche foto un tantino hard. Come un dito medio indirizzato al governo nascente.

Conte ha detto che il suo sarà un governo «non contro, ma per»: che significa?

«Sono sciocchezze a uso dell’opinione pubblica e dei giornali. Conte e un concentrato di banalità. Purtroppo sono pochi i giornali che lo notano, l’inondazione di saliva prevale».

Un governo per i porti aperti, nuove tasse, il via libera alla magistratura e alle adozioni ai gay?

«E per gli inchini all’Europa».

Il governo stesso è partito da un inchino all’Europa?

«Potremmo chiamarlo governo Schettino, dal nome dell’ex capitano che fece naufragare la Concordia per fare l’inchino all’Isola del Giglio».

Ha ragione Matteo Salvini quando dice che il Conte bis è nato a Bruxelles?

«È nato fuori d’Italia. Abbiamo saputo che è stato Emmanuel Macron a suggerire il tweet di Trump in favore di “Giuseppi”. Il capo dei sovranisti mondiali sponsorizza un premier che si scopre antisovranista. È evidente che c’è un gioco globale: le fauci dei potenti della terra si aprono sull’Italia. Su questo Salvini ha sbagliato a giocare su due tavoli».

Russia e America. Infatti ora Conte parla di «multilateralismo che non rinneghi l’euroatlantismo».

«L’intervista la sta facendo a me o a Conte? Il suo peccato originale è che è un signore pescato dal nulla e portato a Palazzo Chigi senza aver mai preso un voto. Poi è diventato leader della coalizione opposta, sempre evitando elezioni. Se non è un oltraggio alla democrazia…».

È un premier doubleface?

«Non sappiamo che faccia ha e addirittura gliene diamo due. No, è semplicemente uno spregiudicato amante del potere».

Dirà che è lì per spirito di servizio.

(Silenzio).

Com’è stato possibile che Zingaretti abbia ceduto su tutta la linea, dall’andare al voto alla discontinuità?

«Per una volta nella vita gli avevo dato fiducia. Credevo volesse davvero andare a votare. Poi gli è esplosa la bomba Renzi tra i piedi che è riuscito a recuperare un ruolo nel partito. Il secondo errore che imputo a Zingaretti è non aver avuto il coraggio di entrare personalmente nel governo. Si vede per lui conta di più la guida della regione Lazio. Ma se voleva davvero puntellare il governo, avrebbe dovuto esporsi, magari come vicepremier. Nessuno potrebbe giocare con il segretario in prima linea. La scelta di restare in regione fa sospettare che non creda pienamente in questa avventura».

Forse teme che entrando nel governo gli sfilino del tutto partito?

«Da vicepremier sarebbe più difficile disarcionarlo. Non vorrei che oltre a non far votare gli italiani non si vogliano far votare nemmeno i cittadini del Lazio».

Anche Zingaretti ha subito pressioni per cambiare le sue posizioni?

«Tutti hanno detto dei no che sono diventati dei sì. Voglio vedere come finisce il film per capire quanto ha perso. Per come lo conosco, Zingaretti non è uno che molla facile. Ho la certezza che ci siano state pressioni, sia interne che esterne. La stessa nomina di Ursula von der Leyen è stata chiara in questa direzione. E il sorprendente ritorno in campo di Romano Prodi? In questa crisi se ne sono viste di tutti i colori…».

Sbagliando i tempi Salvini ha fatto un favore a Di Maio e Conte?

«Salvini ha ragione quando dice che tutti gli chiedevano di staccare la spina. Il problema è che se stacchi e non c’è la corrente alternativa si resta al buio. La corrente alternativa c’era la settimana dopo le europee, invece lui ripeteva che avrebbero governato insieme per cinque anni».

Voleva dimostrarsi un socio leale?

«Non mi permetto di giudicare il tasso di lealtà, ma mi pare abbia fatto male i conti. Personalmente non ci parlo da mesi… Dirigo un giornale online che per numero di visualizzazioni ha superato il Blog delle Stelle. In agosto siamo arrivati a 10milioni di pagine visualizzate. Eppure lui si ostina a non rilasciarci un’intervista, non riesco a capire perché».

Doveva darsi un profilo più istituzionale invece di stare al Papeete?

«Questo mi sembra un ritornello infantile. Tutti andiamo al mare, non può andarci un ministro?».

Magari non nei giorni in cui sta per aprire la crisi di governo.

«Lo aveva preannunciato a Conte che gli ha chiesto di aspettare. Comunque, questi sono formalismi che mi interessano poco. M’interessa di più la sostanza che ora la sinistra è al governo».

Anche la richiesta di pieni poteri è stato un errore: dopo le parabole di Berlusconi e di Renzi non s’impara che l’uomo solo al comando non dura?

«Sarebbe bastato dire che voleva usare pienamente le possibilità di potere che la Costituzione attribuisce a chi governa».

La richiesta di pieni poteri può spaventare l’opinione pubblica?

«Se sono quelli garantiti dalla Costituzione ai governanti non vedo che cosa ci sia da temere. C’è anche molto guasconismo in certe espressioni. Siamo figli di Twitter più che di Facebook».

Per l’area di centrodestra la prospettiva è di un lungo periodo di opposizione?

«Dipende da quanto durerà Conte. Ma un governo che nasce sul terrore di andare al voto, a naso non mi pare un modello di stabilità. Con dentro Liberi e uguali manca solo Roberto Saviano ministro».

La stabilità del governo la darà chi l’ha voluto, oltre all’Europa, la Cei, la Cgil, i gesuiti?

«Che la Cei possa accettare un governo con Monica Cirinnà mi pare complicato».

Il direttore di Civiltà cattolica Antonio Spadaro e il presidente della Cei Gualtiero Bassetti si sono pronunciati.

«E la cosa mi dispiace. Lo dico da credente e praticante: trovo indigesto che personalità rilevanti della Chiesa si siano schierate in questo modo».

Il centrodestra andrà in piazza in ordine sparso?

«Purtroppo sì. Fosse stato per me, i tre leader avrebbero dovuto salire insieme al Quirinale. Avrebbero mostrato chi rappresenta la maggioranza del popolo italiano. E sarebbe stato plasticamente visibile il fatto che si vuole far governare quelli che il centrodestra batte ogni giorno».

Berlusconi vuole tornare a essere il perno della coalizione?

«È una gara a chi ce l’ha più lungo, diciamo la verità».

Troveranno una sintesi?

«Metto la clessidra nell’attesa che comincino a riflettere. Ero dubbioso come Giorgia Meloni sull’alleanza con Forza Italia. Ma nel momento in cui Zingaretti e Di Maio prefigurano un’intesa di sistema, il centrodestra non può cincischiare. Loro portano Laura Boldrini al governo e noi ci mettiamo a misurare il tasso di rivoluzione dell’alleato?».

Berlusconi ha detto che il centrodestra dev’essere una coalizione moderata depurata dal sovranismo.

«Berlusconi preferisce il sovrano al sovranismo, a condizione che sia lui. Se si vuole escludere dalla coalizione è un conto, ma se si vuole farne a meno, rischia di essere controproducente. Io sono dell’idea di fare ogni sforzo per tenere unito il centrodestra affinché Zingaretti e Di Maio non vincano anche in futuro».

Per Forza Italia questa crisi dimostra che il sovranismo è perdente.

«Finora mi pare che il centrodestra a trazione sovranista abbia vinto in tutte le competizioni degli ultimi anni».

Se è stata Bruxelles a decidere questo governo come dice Salvini non conveniva una diplomazia diversa? Per esempio sul voto a Ursula von der Leyen?

«Per me hanno fatto bene a non votarla. Anche la discussione su chi dev’essere il nostro commissario europeo è incredibile. Se si dice che è legittima una nuova maggioranza in base agli equilibri usciti dalle elezioni del 2018, come si fa a sostenere il contrario a proposito del commissario europeo? Le elezioni del 26 maggio le hanno vinte la Lega e Fdi. Il commissario non è una casella da spartire tra Pd e M5s, non è un rappresentante del governo, ma di tutta l’Italia che ha votato alle europee».

Che cosa dovrebbe fare ora Salvini?

«Lo rivaluterei se chiamasse la Meloni e le chiedesse di aggregarsi alla manifestazione nel giorno della fiducia a Conte. Giorgia ha indetto una protesta senza simboli di partito, ma solo con il tricolore. La coalizione viene prima dei partiti. Mi pare che da qualche tempo il tricolore abbia cominciato a piacere anche alla Lega».

Come andranno le prossime elezioni regionali?

«Credo e spero che vincerà il centrodestra. Sarebbe un bel segnale dopo lo scandalo sulla sanità che ha colpito l’amministrazione di sinistra in Umbria».

Quanto durerà il Conte bis?

«Credo che a primavera la commedia finirà. A meno che non riescano a stringere alleanze sul territorio. Dobbiamo augurarci che Goffredo Bettini, il gran tessitore del Pd romano, torni in letargo».

 

La Verità, 1 settembre 2019

«Salvini diavolo col rosario Zingaretti carrozziere»

È la mente politica dell’Istituto Carlo Cattaneo di Bologna. La testa d’uovo che studia i flussi elettorali, le strategie di marketing, le campagne di comunicazione e i programmi dei partiti. Autore di articoli e saggi scientifici, nato a Cesena nel 1982, residente a Roma, Marco Valbruzzi, giocatore di basket mancato e cultore della letteratura di Franz Kafka e del pensiero libero e critico, insegna Scienza politica all’università di Bologna. Il suo ultimo libro, Il vicolo cieco (Il Mulino), analizza gli esiti del voto del 4 marzo 2018.

Professor Valbruzzi, premesso il «silenzio demoscopico», i rilevamenti di cui siete in possesso sono stabili o ballerini?

«Sono ballerini. Negli ultimi giorni, più ci si avvicinava a oggi e più riscontravamo movimenti. Le tendenze consolidate prima del black-out si sono modificate sulla base degli ultimi avvenimenti e di nuove valutazioni».

Quindi siamo in presenza di un cambiamento?

«Non radicale. Ma un movimento c’è».

La percentuale di indecisi e di elettori last minute è maggiore o minore rispetto alle politiche del 2018?

«È più o meno stabile. C’è uno zoccolo duro d’indecisi, all’incirca il 25% dell’elettorato, che fino a un paio di giorni prima del voto resta incerto se votare e su chi votare. L’ultimo giorno, oggi, circa il 15% scioglie le riserve».

Le sottopongo delle immagini dei principali leader nell’ultima fase di campagna elettorale. Le corregga o cancelli se le ritiene errate. Luigi Di Maio: dopo il doping.

«A un certo punto ha cambiato marcia, smettendo d’inseguire il partner di governo e inaugurando una comunicazione autonoma su temi diversi. In quel momento il doping ha iniziato a fare effetto».

Matteo Salvini: il diavolo, probabilmente.

«Il diavolo con il rosario. Negli ultimi giorni ha virato la comunicazione su temi culturali e identitari».

Silvio Berlusconi: lo sprint dell’ultraottantenne.

«Alla fine è tornato a fare quello che sa fare meglio: la campagna elettorale per convincere gli indecisi nascosti nel pubblico televisivo».

Giorgia Meloni: l’outsider scalpitante.

«Condivido. Ha cercato di cambiare l’attuale maggioranza di governo, scalpitando per spostarlo verso il polo autenticamente sovranista».

Nicola Zingaretti: troppe eredità per un uomo medio.

«Zingaretti è il carrozziere dopo il rottamatore. Cerca di mettere insieme i cocci delle eredità sparse della sinistra».

Carlo Calenda: il volto patinato del centrosinistra.

«Il volto che piace alla sinistra piaciona».

È vero che la campagna di Salvini nella fase finale ha subito un appannamento perché, inasprendo i toni, ha compattato l’elettorato abituale invece di rivolgersi a tutti gli italiani?

«Credo che Salvini abbia saturato il suo elettorato attraverso un’overdose di presenza in tv e sui social. Ha saturato il bacino del centrodestra attivando un freno alla crescita».

È quello che in gergo si chiama «effetto winner», un riflusso dovuto alla sovrastima dei sondaggi?

«Possiamo chiamarlo anche così. Ha spinto talmente in alto il limite della comunicazione che in alcuni settori potrebbe aver innescato una reazione di rigetto».

È stato un autogol ostentare il rosario e appellarsi ai santi patroni d’Europa alla manifestazione di Milano?

«Non credo. Credo sia stato un messaggio coerente all’impostazione del nuovo partito: non più Lega nord, ma Lega nazionale con un’impronta fortemente identitaria e sovranista».

Però è stato un gesto che non ne allargava i confini, anzi.

«È stato un gesto rivolto a tutti coloro che sentono minacciata la propria identità e il riferimento ai simboli religiosi. Con quel messaggio si è proposto come garante di questo bacino di elettori».

È stato un errore dire che queste elezioni sono un referendum su di lui?

«Sì, e infatti lo stesso Salvini ha fatto subito marcia indietro, forse ricordandosi dell’errore renziano».

All’inizio si è proposto come il marito della coppia di fatto, poi ha smesso di replicare agli attacchi di Di Maio. Ha funzionato la modalità zen?

«Salvini in modalità zen è poco credibile. Quando replica aggiunge sempre elementi polemici».

In questi giorni in tutti i canali tv si parlava del leader leghista: c’è un’ossessione anti Salvini?

«C’è, ma è lui a determinarla. Salvini non è un dittatore, ma un dettatore. Uno che sa dettare i temi dell’agenda politica, perché assume posizioni nette. Porta all’estremo ogni argomento sia che si tratti dell’identità religiosa, dell’Europa, dei migranti. Questa radicalizzazione crea opposizione per rigetto e contrasto».

È un’ossessione simile a quella contro Berlusconi?

«Berlusconi risultava divisivo grazie alla televisione, Salvini lo è grazie agli strumenti tradizionali come i comizi e postmoderni come i social media. I quali tendono a radicalizzare e banalizzare il linguaggio».

L’aggressività di alcuni conduttori televisivi nei confronti del leader leghista è stata efficace o controproducente?

«Sono regole del gioco imposte dal suo stile di comunicazione. Quando il protagonista tende a radicalizzarsi anche chi interloquisce è indotto a farlo».

Lui è la causa?

«È il motore dell’escalation di radicalità del dibattito pubblico».

Come può influire sull’esito del voto la nuova immagine aggressiva di Di Maio?

«In realtà, non ho visto toni così aggressivi, ma falli di reazione. Tutto sfumerà dopo il 26 maggio, quando gli eccessi fra i due partner rientreranno. Parlando dei 5 stelle, la battaglia è più congeniale al movimentista Alessandro Di Battista che all’istituzionale Di Maio».

A chi ha giovato di più il ring quotidiano tra i due alleati rivali?

«Credo abbia danneggiato entrambi».

Gli elettori si sono stancati del litigio permanente anche se era un gioco delle parti?

«Si sono stancati sia i loro non elettori, sia gli elettori di Lega e M5s che si stavano convincendo di essere se non una cosa unica, almeno degli alleati destinati a governare insieme cinque anni».

Come giudica la scelta del M5s di proporre capilista donne in tutte le circoscrizioni?

«È un’operazione di marketing venduta in modo poco convincente e rapidamente lasciata cadere».

Ha sbagliato Salvini a mettersi capolista in tutte le circoscrizioni, dando l’impressione di un partito ultrapersonale?

«È stato un errore dal punto di vista istituzionale perché sappiamo bene che non siederà nel Parlamento europeo. A livello elettorale è una scelta in linea con la trasformazione impressa al partito, molto più verticale rispetto alla Lega di qualche anno fa. Oggi la Lega è Salvini, scindere l’elemento partitico da quello leaderistico è complicato».

Pd e Forza Italia sono rimasti ai margini per debolezza o per far risaltare la litigiosità degli alleati rivali di governo?

«Credo per debolezza di leadership. Berlusconi è tornato a impegnarsi nelle ultime due settimane. Quanto al Pd è rimasto ai margini per necessità. Zingaretti non è un candidato che domina sul partito, ma lascia spazio al partito; da qui deriva la relativa assenza nella campagna elettorale».

Come va interpretata la mossa di Giorgia Meloni che ha preso le distanze da Forza Italia proponendo la nascita di una maggioranza con la Lega?

«La leader di Fdi cerca di pescare i delusi di Forza Italia, scommettendo su quello che appare un partito a tempo determinato. Vuole attrarre l’elettorato di centrodestra che non si riconosce nell’offerta di Salvini soprattutto nelle zone centro meridionali».

Essendo un voto europeo sono favoriti i partiti d’opinione che caldeggiano un rapporto più stretto con Bruxelles?

«In passato era così, stavolta non credo. I consensi si coaguleranno sui partiti principali e non sui partiti “nanetti”. I contenuti europei restano sullo sfondo. Tutto il dibattito è finalizzato a cambiare il governo nazionale o i suoi equilibri interni, perciò le preferenze si concentreranno sui partiti maggiori».

Giancarlo Giorgetti dice che così non si può andare avanti, Salvini ribadisce che il voto europeo non modificherà gli assetti del governo. C’è una soglia oltre la quale il leader leghista andrà all’incasso?

«Credo che Salvini andrà sicuramente all’incasso se supererà il 30% dei consensi. Questo non significa elezioni anticipate, ma una modifica dei rapporti di forza dentro il governo».

Dunque i ripetuti inviti di Berlusconi a riproporre una maggioranza di centrodestra resteranno delusi?

«Credo di sì. È sicuramente interessante seguire l’evoluzione dei rapporti all’interno del centrodestra, soprattutto se supererà il 45%. In questo caso la proposta di Berlusconi potrebbe risultare allettante. Ma al momento sono più forti le sirene che tengono Salvini attaccato al governo in carica. Non c’è alcuna certezza che andando a elezioni anticipate il centrodestra risulterebbe vincente. Meglio tenersi la certezza presente rispetto all’incertezza futura».

Quanto hanno influito le ultime inchieste giudiziarie sulla campagna elettorale?

«Credo siano state il semaforo rosso alla crescita costante della Lega degli ultimi mesi».

Dunque, un ruolo decisivo.

«Sicuramente importante, insieme al caso Siri e al modo strategico in cui il M5s ha cavalcato le indagini, rispolverando l’anima giustizialista e danneggiando Salvini».

I 5 stelle saranno avvantaggiati dal fatto di essere immuni all’attivismo delle procure?

«A livello locale anche loro sono stati toccati dalle inchieste. Ma il M5s ha sempre la carta del giustizialismo e i candidati coinvolti vengono rapidamente messi alla porta».

Dopo il 4 marzo 2018 si parlò di «voto vendicativo»: si può azzardare un aggettivo anche per quello di oggi?

«Se riteniamo corretta la lettura del voto di un anno fa, quello di oggi potrebbe essere un voto confermativo. Vorrebbe dire che la vendetta è risultata convincente. Se i due partiti vendicatori supereranno la soglia psicologica del 50% a prescindere dai rapporti di forza interni, significa che la coalizione di governo avrà vita almeno fino alla prossima legge di bilancio».

 

La Verità, 26 maggio 2019

L’anti talk show di Pif con i candidati premier

Scegliere per chi votare alle prossime elezioni è un po’ come scegliere il piatto sul menù al ristorante. L’assunto di partenza di Pif in Il candidato va alle elezioni è già in partenza il manifesto programmatico del suo nuovo programma su Tv8, la cifra della televisione che Pierfrancesco Diliberto ha sempre proposto con il marchio storico de Il Testimone (martedì, ore 21.15, share dell’1.3%). Il tono scanzonato, l’ironia, la curiosità che, senza prendersi sul serio, riesce a guidare con sagacia il telespettatore nella conoscenza degli interlocutori incontrati in modo informale, nelle trasferte in furgone, in treno, prima del comizio in piazza o al bar. Tante volte si sceglie il piatto sbagliato e si finisce per rovinarsi la cena. Bisognerebbe poter assaggiare tutti i piatti prima di fare la comanda. Per le elezioni Pif ha deciso d’incontrare tutti i candidati premier disposti a farsi assaggiare dalla sua telecamerina. Lo scopo è conoscere le persone, far capire chi sono coloro che si propongono come nostri governanti, senza impantanarsi nelle discussioni capziose e inconcludenti che traboccano da tutti i talk show. Si parte con Luigi Di Maio, candidato trentaduenne di M5s, perennemente in giacca e cravatta al quale Pif cerca di estorcere qualche trasgressione: canne, scuola marinata, multe per violazione del codice stradale. Niente da fare: «È la persona più difficile che abbia mai intervistato. Di solito, dopo un po’, la gente si rompe i c…i e viene fuori al naturale». «Ma io al naturale sono così». Il problema è proprio questo. Pif pensava che Di Maio fosse ingenuo, in realtà è abbastanza scafato. Morale: per uno che si candida premier non è del tutto negativo. Con Giorgia Meloni, leader di Fratelli d’Italia, si va sul privato. Il compagno è di quattro anni più giovane e di sinistra: le discussioni su liberalizzazione delle droghe, gay e unioni civili sono animate… «Non si è posta il problema? Io me lo sarei posto», riflette Pif. «Perché voi di sinistra siete più settari», lo punge Meloni. Che si irrita quando viene provocata sul rapporto tra Fdi e Casa Pound. Con il candidato di Liberi e uguali Piero Grasso, palermitano, Pif gioca in casa. L’appuntamento è nella sede della città siciliana, a poca distanza da dove fu ucciso Piersanti Mattarella, fratello del presidente della Repubblica. Il trentacinquenne Grasso era il magistrato incaricato delle indagini. Quella volta la mafia aveva ucciso in pieno inverno e con lui Pif rinfodera gli artigli.

La Verità, 22 febbraio 2018