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«La sinistra condanna la violenza con i se e i ma»

Il professor Luca Ricolfi è docente di Analisi dei dati all’Università di Torino e presidente e responsabile scientifico della Fondazione David Hume.

Professore, dopo Parigi e Madrid le proteste sono arrivate in Italia. Pur distinguendo ragioni e contesti, siamo all’internazionalizzazione della guerriglia urbana?

«Se per internazionalizzazione intendiamo la formazione di una rete globale organizzata direi di no, non mi sembra che siamo ancora a quel punto: organizzarsi sul serio è rischioso, molto più rischioso, che agire in modo scollegato. Penso, semmai, che siamo di fronte a meccanismi imitativi di emulazione, qualche volta – per le grandi occasioni – supportati da trasferte da un paese europeo all’altro, un po’ come per i rave. La pericolosità di queste frange è che non hanno un programma politico, e perciò possono sfruttare qualsiasi evento pubblico, come pulci che cambiano cane».

Come valuta che, prima degli ultimi vandalismi, settori della cultura e dei media parlavano delle mobilitazioni francesi e spagnole come dell’espressione della meglio gioventù?

«È il solito meccanismo di proiezione: dietro la violenza altrui si pretende di vedere le buone ragioni della propria parte politica. Il mondo progressista non ce la fa a condannare la violenza senza se e senza ma».

Che credito si può dare a mobilitazioni intitolate «No Meloni day» e «contro il carovita»?

«Le piazze di questi giorni sono molto diverse, per cui non si può fare un discorso generale. Non c’è niente di male a mobilitarsi contro il governo Meloni, e tantomeno contro il carovita, ma a due condizioni, una ovvia l’altra meno. Quella ovvia è rinunciare alla violenza. Quella meno ovvia è denunciare i violenti senza ambiguità, giustificazionismi, sofismi. L’atteggiamento più pericoloso è quello che dice: “io sono contro la violenza, condanno saccheggi e devastazioni, però i ragazzi che le mettono in atto hanno le loro buone ragioni, che noi dobbiamo capire”. No, se usano la violenza automaticamente declassano le loro buone ragioni».

La campagna elettorale già in corso impedisce di far passare il concetto che il caro benzina e i problemi energetici hanno cause internazionali?

«Il potere dei governi è enormemente sopravvalutato, perché non c’è nessuna consapevolezza dei vincoli cui qualsiasi governo, anche di sinistra, è costretto a sottostare».

Gli adolescenti e i minorenni avvertono in modo così drammatico il problema dell’inflazione e del caro benzina?

«Non credo. Se lo avvertissero, quando saccheggiano riempirebbero solo i carrelli della spesa anziché assaltare i negozi del lusso».

Come interpretare il fatto che una buona parte dei manifestanti sono maranza e immigrati di seconda generazione?

«Nel caso di Milano mi sembra evidente che c’è un problema di frustrazione economica: l’ostentazione del lusso, congeniale alla città ed enormemente cresciuto con la finanziarizzazione e le speculazioni edilizie degli ultimi anni, suscita risentimento e invidia sociale. Una parte dei membri delle seconde generazioni fanno il confronto con lo stile di vita dei figli di papà milanesi e vorrebbero bruciare le tappe. Ovvero: prendere con la forza e subito, anziché con il lavoro, quello cui pensano di avere diritto. Niente di più lontano dalla umiltà e laboriosità degli emigranti italiani del secolo scorso».

L’altra componente sono gli incappucciati dei centri sociali: sinistra e islam si saldano nelle piazze anti Meloni?

«Non ho elementi per valutare la forza di questa saldatura. Però una cosa me la sento di affermare: i centri sociali sono quasi sempre coinvolti negli scontri, e non prendono quasi mai le distanze dalla violenza. Quindi la richiesta da fare alla sinistra non è di condannare la violenza (niente di più facile, a parole), ma di spiegare a) perché non assume una posizione netta contro i comportamenti di tanti membri dei centri sociali; b) come mai continua a finanziare e proteggere quei centri a dispetto della loro evidente compromissione con la violenza».

Il sogno multietnico e l’integrazione tra Islam e Occidente rimane fantascienza?

«Quello multietnico sarebbe stato un sogno felice se avessimo accolto di meno, e soprattutto meglio, con organizzazione, severità e umanità. Così sta diventando un incubo. A mio parere nessuna integrazione è possibile se non c’è rifiuto totale e incondizionato della violenza. Ci balocchiamo con i “valori dell’Occidente” ma dimentichiamo che, dal Seicento in poi, il nostro valore supremo è stata la rinuncia alla violenza dei privati verso altri privati. È questo che accomuna Hobbes e Locke».

La regia delle mobilitazioni è attribuita alla sigla «Italia in piazza» operante sul Web: in piazza per spaccare tutto come i casseurs francesi?

«Allo stato se ne sa poco. Bisognerà chiedere al ministero dell’Interno di dare informazioni su questa sigla, e ai giornalisti di inchiesta di scoprire quel che il ministero non può rivelare. Sarebbe un ottimo inizio per la nuova stagione di Report».

Qualcuno si è stupito che a Torino, dove Askatasuna rimane attivissimo, sia stata vandalizzata una libreria Feltrinelli e non un marchio del lusso.

«Può anche essere casuale, gli obiettivi prescelti dipendono anche dal grado di protezione garantito da parte delle forze dell’ordine. Ma non si può escludere che invece non sia un caso: a Torino il lusso è poco esibito, e la ricchezza è molto minore che a Milano».

È questa la «rivolta sociale» auspicata da Maurizio Landini?

«Non credo che Landini si augurasse saccheggi e violenze. Ma questo aggrava le sue responsabilità: se davvero non voleva scatenare una rivolta, ha fatto un errore imperdonabile a usare quella parola. Se uno si accende una sigaretta con un fiammifero non puoi accusarlo di piromania, ma se lo fa in una foresta in pieno agosto sì».

Silvia Salis ha detto che le proteste giovanili sono «legittime e motivate» e Elly Schlein ha intimato al governo di «non offuscare le ragioni delle proteste». Silenzio da Giuseppe Conte. C’è un approccio diverso nel campo largo a questi temi?

«Le proteste giovanili potrebbero essere giudicate “legittime e motivate” se fossero accompagnate da un rifiuto esplicito e non ambiguo della violenza. Nel momento in cui tollerano la violenza perdono una parte importante della loro legittimità, è grave che Schlein non se ne renda conto. Sul silenzio di Conte mi sto interrogando anch’io. A me è capitato di intervistarlo qualche giorno fa al Teatro Umberto di Nola proprio sul tema della sicurezza, e ne ho ricavato l’impressione che, su questo, sia infinitamente più avanti di Schlein. Proprio la sicurezza potrebbe essere il punto che differenzia il programma dei Cinque Stelle da quello del Pd».

Secondo lei, ora che sono state devastate le Ztl, Partito democratico e Avs saranno meno indulgenti verso queste manifestazioni?

«Tenderei a escluderlo. Sulla sicurezza i dirigenti del campo largo sono prigionieri di automatismi mentali sessantottini, che non riescono a superare proprio perché, loro, il Sessantotto non l’hanno né vissuto né praticato né capito. E se una cosa l’hai solo orecchiata, senza viverla dal di dentro, hai anche più difficoltà a superarla».

 

 

La Verità, 20 ottobre 2026

Sulla guerriglia urbana, re Sergio ha perso la lingua

E Sergio Mattarella dov’è finito? Negli ultimi giorni si è pronunciato sulla qualunque, dall’eccesso di giornate nazionali alla necessità di accelerare l’ingresso di Ucraina e Moldavia nell’Unione europea, ma sulle proteste che infiammano mezza Italia sembra aver perso la voce. Eppure, la democrazia, il rispetto dell’altro, la priorità degli argomenti diplomatici sull’uso della forza e contro i sovranismi di ogni tipo sono i suoi temi forti. Stavolta, però, a proposito delle violenze delle mobilitazioni giovanili per il «No Meloni day» e «contro il carovita», niente. Non una sillaba. A sinistra il disegno è cavalcare la protesta. Anzi, fomentarla. Ogni mezzo è buono pur di fermare la Meloni. Com’è noto, l’ideologo con agganci locati anche al Quirinale è Matteo Renzi. A livello più operativo, negli ultimi giorni abbiamo letto Concita De Gregorio esortare i giovani italiani a scuotersi e imitare i casseur francesi o gli «scarafaggi» indiani. E abbiamo sentito Tomaso Montanari dire che le «proteste di Madrid e Parigi sono la meglio gioventù». E dunque, qui in Italia, che cosa aspettano i nostri ragazzi a muoversi. Non vorranno essere i più pigri del pianeta? Detto fatto, ecco ripartire dopo tre anni di letargo, il movimento delle tendine. E, scattanti alla parola d’ordine, gli incappucciati e i black block mettere a ferro e fuoco le piazze delle principali città italiane. Ma, assicura Silvia Salis, sindaco di Genova con vista sul campo largo, «le proteste dei giovani sono legittime e motivate». Maurizio Landini, invece, segretario della Cgil finanziatrice dell’Udu (Unione degli universitari), ha già annunciato uno sciopero generale perché «la finanziaria fa schifo» e pazienza se è ancora meno che una bozza.

In questa situazione stupisce il silenzio dell’uomo del Colle. Com’è evidente, il Capo dello Stato è protagonista di un attivismo inesausto che affanna i quirinalisti di tutte le testate nazionali. Il Tg1 lo marca stretto come neanche Claudio Gentile con Diego Armando Maradona e ogni edizione ha il suo bel servizio di Nadia Zicoschi. Mattarella va al Villaggio della Protezione civile di Villa Borghese e riceve il «passaporto del cittadino informato» da Fabio Ciciliano. In occasione della Giornata nazionale (a proposito) per le vittime degli incidenti sul lavoro, Mattarella sottolinea che nella Costituzione ci sono i principi che assicurano la tutela della salute e della sicurezza. Mattarella presenzia all’inaugurazione della mostra «Pontormo. La maniera italiana». Mattarella stoppa il varo della legge anti maranza. Guai a discriminarli, povere stelle. Invece, sul fronte delle violenze dei centri sociali e dei maranza (a proposito) islamici che assaltano piazza Duomo a Milano, devastano le librerie a Torino e fanno le barricate a Roma, il silenzio è d’oro. Da giorni assistiamo alla guerriglia urbana con arresti, violenze, popolazione intimidita e milioni di danni che finiscono sul conto dello Stato. Ma sul Colle tutto tace. E così, ricordando il «provvidenziale scossone» anti Meloni auspicato da Francesco Saverio Garofani, alto consigliere del Quirinale, viene da pensare che, forse proprio perché il disegno è chiaro, il presidente della Repubblica, può permettersi di tacere sulle proteste che dalle capitali dell’amata Europa hanno finalmente contagiato gli Askatasuna di casa nostra.

Era ora, ci si frega le mani nel campoletargo (copyright Fabio Dragoni) improvvisamente destato. Bisogna fermare la Meloni con ogni mezzo e a qualsiasi prezzo anche quello di qualche vetrina e testa rotta, che sarà mai. Quatto quatto, il Corriere della Sera pilota l’operazione con i suoi editorialisti. «Piazze a sinistra, urne a destra», ha scritto, preoccupato, Antonio Polito nell’ultimo numero di Sette. Parlava principalmente di Francia e Spagna, ma prefigurava lo stesso scenario anche per la nostra Italietta. Ieri, a stretto giro, gli ha risposto Carlo Verdelli: «E adesso si deve recuperare chi ha deciso di astenersi». Cioè, quegli elettori che hanno bocciato il referendum sulla giustizia.

Tutto chiaro, no? Quasi. Perché Renzi, De Gregorio, Montanari, Garofani e Verdelli potrebbero leggere quello che ha scritto nel fondo intitolato «Protesta globale» un altro editorialista del Corriere, tratteggiando la contraddizione della Generazione Gaza a stelle e strisce, in realtà al potere non solo con Zohran Mamdani a New York. In America, osserva Federico Rampini, «c’è un’ironia. Gli Stati Uniti sono la terra del giovanilismo, tanti ventenni e trentenni sono alla guida di start-up, creano ricchezza, cavalcano la rivoluzione dell’intelligenza artificiale. Anche tra loro, però, qualcuno ha imboccato la variante distopica, denuncia l’Apocalisse dietro l’angolo, lo sterminio della razza umana. Qui sta uno dei fili rossi che uniscono le giovani generazioni americane, europee, asiatiche: una narrazione catastrofista è un’ideologia potentissima, irresistibile, totalizzante. Certe profezie hanno il potere di autoavverarsi». Ecco, dopo anni di emergenzialismo diffuso stiamo passando al nuovo catastrofismo, una profezia che ha il potere di autoavverarsi. Anche su questo niente da dire, presidente Mattarella?

 

La Verità, 19 ottobre 2026

«I pentiti del woke puntano sull’islamcomunismo»

Simone Lenzi, ex assessore alla Cultura del comune di Livorno (tuttora cantautore, sceneggiatore e autore televisivo) giubilato dal Pd locale per un post su X in cui ironizzava su una statua della Biennale arte 2024 di una «donna con fallo», lei è la vittima più conclamata della cultura woke in Italia. Eppure, conclude uno strepitoso articolo sul Foglio che riassume questi anni di ubriacatura politicamente corretti, con tout est pardonné: perché?

«Perché io non ho alcuna aspirazione a fare il maître à penser: alla fine, più modestamente, giudico le cose soprattutto sulla base dell’impatto che hanno sulla mia vita. E la mia vita è infinitamente migliorata da quando non faccio più l’assessore. Per cui, non solo li perdono, ma li ringrazio».

Questi anni le hanno aperto gli occhi sulle patologie del bel mondo gauchiste (mantenendo il francesismo)?

«È un periodo storico di narcisismo patologico. A sinistra, come ho detto più volte, questa malattia epocale si declina sotto forma di narcisismo etico, di segnalazione continua di virtù che spesso non si hanno. Ma alla fine è tutto marketing social: ci sono prodotti etici che ti piazzano immediatamente fra i buoni e i giusti, funzionano per un po’, poi vengono dismessi e finiscono col riempire i magazzini dell’invendibile. Nel frattempo però nessuno ha davvero discusso di nulla, si sono solo bastonati gli eretici».

Come chiamarli i contorcimenti della sinistra americana rappresentati da Alexandria Ocasio-Cortez? Autocritica, revisione, ripensamento, sconfessione, pentimento… come?

«Hanno compreso che una piattaforma politica basata sull’isteria dei pronomi, i trigger warnings (allarmi di contenuti sensibili ndr) e la lettura compulsiva di Judith Butler difficilmente li porterà a parlare a una maggioranza possibile di elettori. Ora cercano di correre ai ripari».

È un’operazione superficiale, troppo comoda, solo elettorale?

«Non conosco abbastanza bene il dibattito negli Stati Uniti per dirlo. Ma guardo in casa nostra. C’è una cosa che mi ha colpito particolarmente e che trovo emblematica: con l sua lettera a Repubblica, Giuseppe Conte ha fatto un assist a Renzi proprio sul tema del woke, che Renzi, con la sua indubbia scaltrezza politica, ha colto al volo. Insieme hanno gettato il woke giù dai carri del Pride per trovare qualcosa che tenesse insieme il campo largo e giustificasse il fatto di correre insieme alle elezioni. Renzi ha così ottenuto il diritto e far parte del campo largo, Conte, in cambio, ha ottenuto l’incoronazione a leader. Win win per entrambi».

La lettera di Conte è una scrollatina di mano sulla forfora della giacca o qualcosa di più?

«È un’abile mossa politica per intestarsi la leadership del campo largo. Elly Schlein non può smarcarsi con altrettanta disinvoltura e quindi la subisce. Da qui la scompostezza delle reazioni sulle primarie che la vedrebbero sconfitta. Roberto Speranza ha proposto il diciottenne o l’anziano partigiano come candidato simbolico alla primarie. Una cosa fantastica questa dell’anziano partigiano, anche perché un ragazzo che aveva 15 anni nel ’43 a occhio oggi ne avrebbe 99. Speriamo ce la facciano a trovarne uno ancora vivo entro le prossime elezioni! Quanto al resto, il M5s è a favore e contro qualunque cosa a giorni alterni, per cui su questo ha gioco facile e parte decisamente avvantaggiato».

C’è il pericolo di scambiare la cultura woke con la difesa dei diritti civili?

«Il wokismo è paradossalmente la pietra tombale delle lotte per i diritti civili. O si riesce a riportare queste lotte sotto l’ombrello di principi universalistici, quelli cioè per cui il diritto di uno è davvero diritto di tutti, compresi quelli che non lo dovranno esercitare, o quelle aspirazioni verranno esasperate e carezzate sempre e solo per fini elettorali, secondo utili strategie di segmentazione del mercato, per poi essere dismesse quando non fanno più comodo. Proprio come sta accadendo adesso».

Cosa serve per sradicare il narcisismo etico di questi mondi? Anzi, rettifico la domanda: è possibile sradicarlo?

«In generale, servirebbe frequentare di più i bar di paese, farsi amici fuori dalla bolla. Andare alla Sagra del Cinghiale, per esempio. Se poi hai ambizioni intellettuali, magari servirebbe stare meno sui social e leggere quel tanto che basta per storcere il naso ogni volta che ti vendono una parola d’ordine».

Andrea Minuz ha scritto che, siccome Conte propone come cura la riduzione delle diseguaglianze, molto meglio un po’ di schwa che il ritorno dei superbonus e di altri assistenzialismi. Concorda?

«Andrea ha il gusto del paradosso, e in questo paradosso c’è un quintale di ragione. Penso che il superbonus sia stata la più grossa scemenza del dopoguerra. Una cosa inutile, disutile e dannosa, che ha minato i conti dello Stato avendo come contropartita soprattutto il rincaro dei materiali da costruzione».

Dopo quella lettera alcuni leader Pd si sono discolpati, come mai non si è ancora udita sillaba da Elly Schlein?
«Non saprei. Mi pare però che, più in generale, la Schlein stia adottando una strategia di mimetizzazione coi muri di via Sant’Andrea delle Fratte. Intanto però è la segretaria più longeva, e già questo è un ottimo risultato: soprattutto per Conte».

Non le sembra che Schlein incarni proprio il wokismo di asterischi, pronomi, genderismo e che quindi il ripensamento rischi di archiviare anche lei?

«Non ne farei una questione personale, la politica raramente lo è. Piuttosto farei un salto indietro. Ricordo molto bene l’ironia saputella che girava negli ambienti di centrosinistra sulle parole della Meloni che si definiva “Giorgia, madre, e cristiana”. In realtà, si trattava di tre affermazioni identitarie che partivano dalla centralità dell’individuo, Giorgia, per poi ribadire altre due cosette su cui c’era ben poco da scherzare.

In un paese in cui lo Stato funziona poco, e in cui ci sono tante madri che si fanno in quattro per tenere in piedi la baracca, un paese in cui tanta della bellezza di cui andiamo così fieri ci viene proprio dal tesoro spirituale e materiale dell’eredità cristiana, la Meloni aveva scelto la narrazione vincente. Pensarono di combatterla mostrandole la foto in negativo. E la Meloni, che è una politica di razza, lo comprese subito e riconobbe immediatamente la Schlein come antagonista ideale. Ma da sempre l’antiqualcosa porta voti a ciò di cui, nei fatti, è parassita. Lo stesso identico errore dell’antiberlusconismo. E così si fecero portare a spasso per mesi su questioni irrilevanti di cui non frega nulla a nessuno come l’articolo maschile davanti a “presidente del consiglio”».

Per il resto, tutto dimenticato: i conduttori tv che s’inginocchiano in studio per George Floyd, la richiesta di decolonizzare lo sguardo e quello che lei ha chiamato il «preservativo sulla lingua» per purificare il linguaggio?

«Ancora una volta, il narcisismo etico e la sinistra delle classi agiate. Le faccio un esempio facile facile che capiscono tutti, a parte alcuni intellettuali: mia nonna contadina aveva un paio di scarpe. Una volta se le mise in un giorno lavorativo perché aveva una ferita al piede, invece di serbarle per la domenica come si usava. Il padrone del latifondo la rimproverò dal calesse: chi si credeva di essere? Come osava? Ecco, spero sia chiaro come esempio. Qualcuno mi spiega di cosa dovrei sentirmi in colpa? Qualcuno mi spiega in cosa consiste il mio privilegio di uomo bianco, ancorché nipote di servi della gleba? Infine, le do una notizia che la sconvolgerà: per un americano wasp noi italiani non siamo bianchi».

La frase primigenia, «Woke 1.0 was crazy», significa che magari ci saranno una fase due o tre e che saranno migliori?

«Spero di no. Lo ripeto, spero che si tornino a declinare le sacrosante aspirazioni di riscatto e progresso sociale in termini universalistici».

Il woke 2.0 è l’islamocomunismo?

«È un rischio, e credo sia l’ultimo portato dell’intersezionalismo. Fra due anni toccherà leggere una lettera su Repubblica in cui se ne prendono le distanze. Io non sono islamofobo, perché in generale non ho paura di nulla che riguardi le idee, le fedi o gli stili di vita. Ci sono migliaia di musulmani che lavorano, pagano le tasse e hanno tutto il diritto a piantare radici in Italia. Credo però sia saggio comprendere che l’Islam politico esiste e ha ambizioni che non possono convivere con i nostri ordinamenti civili. Che, ripeto, non so se sono i migliori in assoluto e non me ne importa nulla: sono i nostri e tanto mi basta. Credo che l’islam politico sia una forma di colonialismo che molti qui non riconoscono come tale perché, paradossalmente, sono dei suprematisti a loro insaputa: pensano cioè che noi occidentali siamo i migliori anche nel male, che abbiamo il copyright su ogni stortura del mondo e che gli altri siano sempre e solo nostre vittime. Un’altra declinazione del narcisismo etico».

A proposito di islamismo politico, che cosa pensa della comunità bengalese veneziana che minaccia scioperi se non verrà costruita la moschea?

«Non conosco la questione. In generale penso che professare una religione alla luce del sole, in luoghi riconoscibili e deputati, sia sempre meglio che relegarne il culto nelle cantine, dove magari è più facile che attecchiscano spinte alla radicalizzazione».

L’emergenza climatica e ambientale, che pure esiste, può essere il nuovo fronte di sperimentazione ideologica, un’altra forma di woke 2.0?

«Non ho competenze scientifiche abbastanza solide per parlare di emergenza climatica e mi rimetto a chi ne sa più di me. Che qualcosa sia cambiato però mi pare assolutamente evidente. Abbiamo passato un’estate di caldo insopportabile: a mia memoria una cosa così non si era mai vista. Oramai ogni estate si accumula un geopotenziale enorme che poi si traduce in disastri e inondazioni all’arrivo dell’autunno. Questo mi pare chiaro per tutti. L’unica cosa che so è che continuo ad avere fiducia nell’uomo e nella possibilità di trovare soluzioni adattive quando l’ambiente diventa ostile. La cultura è la nostra natura: non credo si possa vagheggiare un ritorno ai bei vecchi tempi quando non c’era l’aria condizionata o ci si scaldava al fuoco del camino, che era inquinantissimo. Credo si debbano trovare soluzioni tecnologiche più avanzate. Con buona volontà e, se possibile, senza isterismi».

 

La Verità, 29 agosto 2026

Quando, da anarchico, De André difendeva la Lega

È giusto creare un dialogo, altrimenti non saremmo un Paese democratico». E poi: «Che ne sa Alice del nonno?». Bisogna ringraziare Dori Ghezzi per i suoi interventi durante e dopo il concerto di Diodato per ricordare Fabrizio De André. Domenica sera, la presenza tra il pubblico di Matteo Salvini stimola le proteste di una spettatrice del festival Time in jazz, in Sardegna: «Non posso rimanere ad assistere al concerto vista la sua presenza», sbotta una ragazza interrompendo l’esibizione del cantante. Nessun accenno a Giorgio Gori, eurodeputato Pd, e della moglie Cristina Parodi, seduti lì a fianco. Il pubblico si spazientisce per l’interruzione e contesta la contestatrice. Con poche parole Dori Ghezzi zittisce la ragazza insofferente e riporta la situazione nell’ambito del buon senso: «La penso diversamente, io sono di sinistra. Ma è giusto creare un dialogo. Altrimenti non saremmo un Paese democratico». Il concerto riprende, senza altri incidenti, ma con un disagio strisciante. Il giorno dopo la reazione sui social di Alice, nipote del grande cantautore, rinfocola la querelle: «Mio nonno avrebbe fermato il concerto e avrebbe chiesto a Salvini che c…o ci faceva lì», posta la figlia di Cristiano. «Io non so che cosa sia riuscito Salvini a capire dai testi di mio nonno. Forse la musica, forse la, la, la… perché sui testi, evidentemente, abbiamo avuto qualche problema di comprensione. Dire che i loro pensieri, i loro valori e la loro idea (dei leghisti ndr) di società siano diametralmente opposti è un eufemismo». Pronta la risposta di Salvini: «Davvero siamo arrivati al punto di chi può ascoltare De André e chi no? Chi può stare a un concerto e chi deve andarsene? Io sono anche abituato a contestazioni e insulti, a volte può accadere, nessun dramma… Funziona così, si chiama democrazia. Ma nessuno può decidere quali cantanti io possa ascoltare, quali libri leggere o non leggere, quali film guardare. Amo De André dai tempi del liceo, grazie ai dischi dei miei genitori…». La conferma giunge dalla stessa Dori Ghezzi: «Salvini si è sempre dichiarato amante di Fabrizio e conosce le sue canzoni a memoria». Il secondo «sdeng», Dori lo suona alla nipote presuntuosa e saputella: «Dobbiamo rispettarci, anche con chi la pensa diversamente. Alice? Cosa ne sa lei del nonno…».

Già, che cosa ne sa? Anarchico e libertario, De André non ha mai demonizzato la Lega, anzi. Ai tempi, alcune sue dichiarazioni furono interpretate da certi giornalisti come un endorsement verso il movimento di Umberto Bossi. Così, lo riporta la biografia Non per un dio ma nemmeno per gioco di Luigi Viva (Feltrinelli), «De André precisò di aver simpatizzato per qualcosa che somigliava molto a una Lega, il Partito sardo d’azione, e che la Lega era un movimento centrista, non un fenomeno di destra confondibile con il fascismo». E per definire in pubblico il proprio pensiero disse: «Io sono talmente favorevole al decentramento che darei autonomie speciali persino ai condomini». In un’intervista rilasciata nel 1992 a Giuseppe Attardi in occasione di una tournée nei teatri, definì ancora meglio la propria opinione: «Dopo che vedo sfilare migliaia di persone sotto Palazzo Venezia alzando il braccio e gridando “duce duce”, non posso dire che la Lega è di destra: c’è qualcosa più a destra di loro. Ho visto nel programma di Gad Lerner un gruppo di skinheads, non mi è sembrato che sulle teste rapate avessero il marchio di Alberto da Giussano. Quindi, io non la demonizzerei. Anche perché demonizzando il fenomeno leghista, che poi è un contenitore di protesta, si demonizzerebbero diversi milioni di italiani che hanno mandato in Parlamento cinquanta persone. Con questo non voglio assolutamente dire che io sono leghista», aveva chiarito l’autore di La guerra di Piero. «La mia esperienza regionalistica l’ho avuta con il Partito sardo d’azione, nato da una scissione del Pci sardo. Certo, non può essere assimilato alla Lega… Le regioni italiane», si legge ancora in quell’intervista, «sono state tenute insieme con la colla dal 1840 in poi: ci sono differenze enormi, forse ci tiene uniti una lingua. Non credo che l’intendimento della Lega, nella quale ci sono anche ex comunisti, sia quello della secessione. Così com’è per la Sardegna: vuole semplicemente un maggiore decentramento di poteri. Ed essendo io un libertario, non posso non auspicarlo».

Chissà se il recupero di qualche lettura aiuterà Alice a non inscatolare il nonno in uno schema prestabilito, buoni da una parte reietti dall’altra. Anarchico e libertario lo era davvero De André, e mai avrebbe coniato gerarchie di rispettabilità sociale. «Salvini mi ha detto che se c’era bisogno se ne sarebbe andato», ha detto ancora Dori. «Fabrizio non avrebbe mandato via nessuno. Ai suoi concerti qualcuno approfittava per fare contestazione politica, ma lui sedava, non mandava via nessuno. E alla fine stavano tutti zitti a sentire il concerto».

Purtroppo, nella nostra Italia tanti giovani sono stati educati nel clima e nella retorica dei migliori, basta riavvolgere il nastro. Sottolineando l’importanza del rispetto «di chi la pensa diversamente», Dori Ghezzi ha evidenziato una sensibilità diversa da quella di Francesco Guccini, fresco di beatificazione laica non solo del cardinale amico e presidente della Cei, Matteo Zuppi. Il Maestrone era solito rivendicare la differenza – anzi, chiamiamola pure superiorità – della sinistra sul resto del mondo e dei suoi testi rispetto a quelli dei colleghi, De André compreso. Saputo della predilezione di Giorgia Meloni per alcune sue canzoni, Guccini aveva osservato: «Vuol dire che non ne ha capito il testo». Nel giorno della sua morte, il premier ha detto: «Continuerò a cantare le sue canzoni anche se non ne sarebbe contento e nonostante abbia letto le sue dichiarazioni livorose nei miei confronti». L’amore per la libertà non è acqua.

 

La Verità, 12 agosto 2026

Una serata di gala con Tapiro per Antonio Ricci

Chissà se adesso Valerio Staffelli inseguirà Antonio Ricci per consegnargli il tapiro. La notizia che Striscia la notizia non è prevista in nessuna formula nel palinsesto 2026/27 è di questi giorni. La conferma viene dal fatto che la gestione degli account del tg satirico è passata direttamente a Mediaset. A inizio luglio, alla presentazione della prossima stagione, Pier Silvio Berlusconi aveva detto che, dopo l’esperimento in prima serata non del tutto riuscito (12,8% di share, 1,9 milioni di telespettatori), erano in corso valutazioni insieme all’inventore e padre storico del programma. Sono trascorsi 38 anni dall’esordio su Italia Uno nel novembre 1988 con Ezio Greggio e Gianfranco D’Angelo dietro il bancone. Televisivamente parlando, 38 anni sono un’era geologica. Oltre ai canali Rai e Mediaset, allora Fininvest, c’erano Odeon tv, Telemontecarlo e Telecapodistria. Le pay tv e le piattaforme non si paventavano nemmeno nei film di fantascienza. Ma, allergico all’informazione paludata dei telegiornali Rai, Ricci colse la necessità di un controcanto, di un racconto dissonante. La genialità fu scegliere lo spartito della satira, dell’ironia e dell’umorismo, non le prediche sussiegose dei professorini. «Una risata vi seppellirà», una frase attribuita all’anarchico Michail Bakunin, era lo slogan-manifesto che aveva accompagnato le ribellioni dei movimenti post-sessantottini. E il tg di Ricci adottò il linguaggio delle gag e dei tormentoni, affidando a un pupazzone morbido e rosso le sue battaglie antipotere. Anche quando il potere aveva il quartier generale ad Arcore, come documentò la miniserie Il Cavaliere mascarato. O, in tempi più recenti, quando la querelle su Giambruno, compagno della premier Giorgia Meloni, colpiva in casa e creava problemi diplomatici a vari livelli. Fare l’elenco dei colpacci di Striscia richiederebbe una pubblicazione a parte. Il vero grande successo è stata la dissacrazione dell’ufficialità, la destrutturazione di un certo giornalismo, il contropelo all’ipocrisia sul «corpo delle donne», la corrosione del bel mondo radical chic, la demolizione dei bigottismi cattolico e comunista. Tutto consacrato in un ciclo di lezioni alla Sorbona. Quell’Italia era forse più scanzonata di quella attuale, ma l’epoca di «È lui o non è lui? Cerrrto che è lui» è tramontata. «Il signor Enzino» è diventato un agit-pro-Pal, uno dei troppi guru di Bianca Berlinguer. E Gerry Scotti il curatore fallimentare di una trasmissione molto più moderna della sua. La consegna del tapiro a Ricci dovrebbe avvenire in una fantasmagorica serata di gala.

 

La Verità, 1 agosto 2026

Vannacci e il momento Gronchi rosa di La7

Muniti di popcorn, si era in tanti l’altra sera, sintonizzati su La7. E, bisogna ammetterlo, l’ospitata di Roberto Vannacci a Otto e mezzo non ha tradito le attese. Oltre al regalo del quasi record di ascolti (9,9% di share e 1,7 milioni di telespettatori conquistati senza che Enrico Mentana ne annunciasse la presenza nel talk show che seguiva il tg), il generale può appuntarsi al petto la medaglia di aver trasformato Lilli Gruber e la sua degna spalla, Lina Palmerini, editorialista del Sole 24 ore, in imprevedibili sostenitrici del governo Meloni. Una vera chicca. Una primizia assoluta.

Con tanto di blob di comizi e dichiarazioni – un inedito per il talk gruberiano – si parlava del rapporto con la Lega di Matteo Salvini. Bene: il fondatore di Futuro nazionale l’avrebbe machiavellicamente usata per costruirsi pian piano il suo partito. Insomma, un Salvini vittima, finito nelle fauci del generale cattivo. L’altra novità è stata quando, contestando la remigrazione, le due intervistatrici hanno preso le difese di Giorgia Meloni, meritoriamente impegnata in Europa per far approvare il decreto Asilo sui migranti. Pur di attaccarlo, pur di far cadere Vannacci in contraddizione, tornava utile schierarsi persino dalla parte dell’odiato premier. Momento stracult. Da pizzicotti controprova, sto sognando o son desto?

Anche i muri più monolitici hanno qualche fessura, qualche minuscola crepa. Com’è stata questa smentita della descrizione di La7 fatta proprio da Mentana a un festival della televisione. La rete nella quale va in onda il suo tg è ciò che era Rai 3 fino a qualche anno fa. Una rete monocorde, nella fattispecie antimeloniana, in cui i vari conduttori suonano tutti lo stesso spartito. E difficilmente potrebbero condurre altrove il loro programma (a differenza del suo tg che potrebbe essere riproposto ovunque). Ecco perché Gruber e Palmerini «salviniane» e «meloniane» sono roba da Blob, da Tivuteca, da Techetechetè dell’informazione. Sono il Gronchi rosa di La7. Un unicum come se, ai tempi, Michele Santoro e Marco Travaglio avessero spezzato una lancia in favore di Silvio Berlusconi.

Gruber e Palmerini schiumavano e si stizzivano davanti all’interlocutore che replicava, in pieno controllo, con i suoi argomenti tutti d’un pezzo. Ma, à la guerre comme à la guerre, non gli risparmiavano colpi bassi. «Lei è un marito fedele?»; «E se scoprissimo che lei è gay?»; «E se sua figlia le dicesse di essere omosessuale?»; «Nell’idea di Vannacci la moglie lava i piatti per il coniuge».

Che autogol metterla sulla rissa con un generale…

 

La Verità, 12 giugno 2026

Minetti, Venezi, Biennale… ma arriva il decreto Lavoro

Ombre sul governo Meloni. Il caso Minetti. La bagarre per la Venezi. L’intrigo della Biennale. È il menù quotidiano di giornali e talk show. Sono le priorità delle opposizioni. Il ministro Carlo Nordio deve andarsene. Se torna a casa lui, deve dimettersi anche Giorgia Meloni. Un coro: dal Fatto quotidiano a Debora Serracchiani, da Otto e mezzo a Massimo Giannini, da DiMartedì a Matteo Renzi. Sintonizzarsi su qualsiasi talk di qualsiasi rete di qualsiasi editore. Il coro è tutt’altro che polifonico. Monocorde: dimissioni. Variante: la premier venga in aula. In loop, per altro dal giorno dopo l’insediamento. Quattro anni di governo Meloni con questo arrangiamento. Anziché in un Paese civile del XXI° secolo sembra di stare su Scherzi a parte o al Grande fratello vip, scegliete voi. Fortuna che il premier e la sua sauadra non si fanno troppo condizionare e, mentre le opposizioni si stracciano le vesti, presentano il decreto Lavoro con una serie di norme volte a innalzare i salari, ampliare la base occupazionale del Paese, stabilizzare le situazioni precarie.
Le opposizioni sembrano vittime di un errore di sistema, mentre sarebbe indispensabile ingranare un’altra marcia. Fuori ci sono le guerre. Sul fianco Est dell’Europa, in Medio Oriente e in Asia. Lo stretto di Hormuz bloccato impedisce i rifornimenti di petrolio e gas di mezzo mondo. Si profila una crisi energetica senza precedenti. C’è la complessa gestione del rapporto preferenziale con il Paese più potente del mondo, governato dall’inquieto Donald Trump. C’è la Cina che conquista mercati in silenzio. Ma gli esponenti del campo largo, tutti, dalla segretaria del Pd Elly Schlein a Raffaella Paita di Italia viva a Angelo Bonelli di Avs, parlano di Nicole Minetti nel maldestro tentativo di silurare il Guardasigilli. In realtà, dopo la sentenza della Corte costituzionale del 2006 e l’istituzione del «Comparto grazie», accogliere le istanze di grazia compete direttamente al Quirinale. Non a caso nel recente passato il capo dello Stato ne ha rigettate alcune. Non stavolta: Sergio Mattarella ha firmato il provvedimento dopo un’istruttoria più rapida del solito, estinguendo la pena cumulata dall’ex igienista dentale di 3 anni e 11 mesi per l’inchiesta «Rimborsopoli» e per il processo «Ruby bis» al fine di favorire le cure di cui è bisognoso il minore adottato in Uruguay.
Non basta. I nostri politici e i nostri media parlano di Beatrice Venezi, il direttore d’orchestra rigettato dalle maestranze della Fenice di Venezia perché, a insindacabile parere degli orchestrali stessi, non all’altezza di dirigerli. Un ammutinamento espresso in varie forme da quando, sei mesi fa, il sovrintendente del teatro Nicola Colabianchi l’aveva nominata, in attesa dell’insediamento il prossimo ottobre. Anche in questo caso si è tentato di coinvolgere il premier nella decisione, presa in autonomia e approvata dal ministro Alessandro Giuli, di interrompere la collaborazione con Venezi dopo le accuse di nepotismo nell’assegnazione dei posti dell’orchestra. Infine, l’altra querelle che vorrebbe intralciare la navigazione meloniana, è quella provocata dalla decisione del presidente della Biennale Pietrangelo Buttafuoco di ospitare artisti provenienti dalla Russia (come da Israele, dall’Iran e dagli Stati Uniti), nel tentativo di creare un territorio di immunità e di confronto tra rappresentanti di Paesi in conflitto. Per questo, l’Unione europea ha annunciato la sospensione del finanziamento di due milioni all’istituto veneziano, scaricato anche dal ministro Giuli.
Osservandoli nella giusta luce, i casi Minetti, Venezi e Buttafuoco sono poco più che scaramucce. Questioni da riportare nella loro misura. Se Minetti e il suo compagno Giuseppe Cipriani non avevano le carte in regola per accedere all’adozione di uno sfortunato bambino uruguaiano ne risponderanno davanti alle autorità e il provvedimento di clemenza verrà corretto di conseguenza. La procuratrice generale di Milano Francesca Nanni ha già ammesso il possibile difetto di perspicacia nella valutazione dell’istruttoria. Ce n’è a sufficienza per un sequel di Paolo Sorrentino intitolato La disgrazia, ma per poco altro.
Se il direttore Venezi era così inviso agli orchestrali della Fenice, forse sarebbe valsa la pena di non forzare la collaborazione che, soprattutto in campo artistico, necessita di piena e assoluta armonia per essere tale.
Infine, se nonostante i vertici della Biennale abbiano assicurato il rispetto delle norme sulle sanzioni l’Ue non vuole concedere i fondi preferendo offrire la ribalta solo ad artisti allineati, vorrà dire che si cercheranno finanziamenti alternativi per un’esposizione libera da ricatti di ortodossie imposte dall’alto.
Ma in tutti i casi si tratta di questioni che non devono indebolire l’operato del governo che ha ancora un anno di legislatura per completare il lavoro iniziato in un momento, come detto, particolarmente drammatico. Presentando le norme del nuovo decreto Lavoro ai giornalisti, Giorgia Meloni e gli altri ministri hanno risposto a tutto campo. Consapevoli che l’operato del governo si misura sulla tenuta dell’economia, con la possibile deroga al patto di stabilità, sull’occupazione e sul ripristino di di corrette mediazioni internazionali. Non certo sulle procedure seguite in qualche remoto tribunale uruguaiano. E nemmeno su certe baruffe lagunari. Le opposizioni mettano il cuore in pace e si riconnettano con la realtà.

 

La Verità, 30 aprile 2026

Salvini, Delmastro e la fiaba dei giovani costituzionalisti

Cinque motivi della sconfitta più una favoletta di neoromanticismo politico.

A due giorni dal flop del Fronte del Sì al referendum, ora che il polverone post-spoglio si sta diradando, si iniziano a intravedere alcune ragioni della clamorosa sconfitta. Sconfitta lacerante perché densa di conseguenze: per il governo in carica con le attese dimissioni al ministero della Giustizia e per l’agenda dell’ultimo anno di legislatura; per la possibilità di migliorare anche in futuro la giustizia in Italia, relegandoci al livello dei Paesi retti da autocrazie o vere e proprie dittature dove le carriere dei magistrati sono unificate; per la possibilità, infine, di immaginare altre riforme che comportino modifiche alla Costituzione.

Ecco gli errori della campagna referendaria.

La latitanza di Matteo Salvini Durante tutta le settimane precedenti al voto il leader della Lega nonché vicepremier ha mantenuto un comportamento che, a essere benevoli, si può definire enigmatico. Volendo essere realisti bisognerebbe parlare di atteggiamento incomprensibile. Inspiegabile. In questi anni Salvini (da ex ministro degli Interni del governo Conte) è stato bersaglio della magistratura politicizzata. Sottoposto al processo per sequestro di persona e rifiuto di atti d’ufficio per lo sbarco negato di 147 persone soccorse dalla Ong Open arms, un processo durato tre anni, dal vicepremier ci si aspettava un protagonismo personale e un coinvolgimento del suo partito ben diversi. Invece ha assunto una posizione molto defilata. Il giorno dell’esito della consultazione era a Budapest per una riunione con altri leader sovranisti.

Tardive dimissioni di Delmastro (e di Giusi Bartolozzi) Difendere sempre la squadra va bene perché la compattezza del gruppo è apprezzabile. Ma se c’è un’eccezione è quando si rischia di mettere a repentaglio un traguardo inseguito da decenni com’era il completamento della riforma dell’ordinamento giudiziario per il giusto processo. Un obiettivo che avrebbe caratterizzato l’intera legislatura. È mancata la tempestiva richiesta della premier: Andrea Delmastro, sottosegretario alla Giustizia, avrebbe dovuto essere sciolto dalle sue responsabilità per potersi difendere liberamente, senza rischiare di incrinare la trasparenza della squadra di governo (già peraltro intaccata dalla permanenza nel proprio ruolo di Daniela Santanchè).

Eccesso di tecnicismo Alla strategia di politicizzare il confronto studiata da Dario Franceschini si è scelto di replicare concentrandosi nel merito della riforma, sicuri delle ragioni del cambiamento. Purtroppo, si è esagerato in tecnicismi sui due Csm e i relativi sorteggi, mentre sarebbe stato più efficace sottolineare maggiormente la creazione dell’Alta corte disciplinare sulla base del principio che «Chi sbaglia paga». I magistrati, come tutte le categorie professionali. Gli esponenti del No hanno suonato solo due note per tutta la campagna: l’assoggettamento della magistratura al potere politico e l’intoccabilità della Costituzione. Due falsità, ma efficaci e vincenti.

La comunicazione disordinata Ognuno si è mosso per conto proprio. I leader di partito, la premier, i ministri. Solo nelle ultime due settimane, a sorpasso del No ormai compiuto, si sono mobilitati Giorgia Meloni, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano, Arianna Meloni e Giorgio Mulè di Forza Italia. Troppo tardi. Ancor più dopo che le gaffe del ministro della Giustizia Carlo Nordio e della sua capo di gabinetto Giusi Bartolozzi avevano creato grave imbarazzo a tutto lo schieramento, pareggiando gli sfondoni dei testimonial del No (immaginate quanto avrebbero pesato le intemperanze e le citazioni fasulle di Nicola Gratteri senza le infauste uscite del Guardasigilli e della sua assistente).

Niente chiusura unitaria della campagna Altro grave errore: non aver previsto un momento finale comune delle componenti del Sì. Tutti i leader della maggioranza insieme sul palco con i testimonial del Comitato SiSepara avrebbero avuto un loro impatto. Niente. È stata la conseguenza della mancanza di strategia di comunicazione unitaria. Forse ci si sentiva sicuri della vittoria. Errore di superficialità e presunzione.

Il tema dell’inviolabilità della Carta vantato da molti testimonial del No introduce quello del nuovo innamoramento di analisti e commentatori. I giovani per la Costituzione. I patrioti per la Costituzione. La più bella del mondo, intoccabile. La Generazione Z, la Generazione Gaza. Detto senza giri di parole, che ne sanno i giovani dell’inalterabilità della Costituzione? Dal 1948 a oggi è stata modificata una ventina di volte, le ultime nel 2001, per la riforma del Titolo V (redistribuzione delle competenze tra Stato e regioni), e nel 2020, per la riduzione del numero dei parlamentari. E, senza referendum, quando sono stati inseriti in Costituzione il pareggio di bilancio e la difesa dell’ambiente. Quanto ai giovani che catalizzano la narrazione post referendaria, più che di patriottismo sembra corretto parlare di «feticismo costituzionale». Quello che ha ammaliato i tantissimi che ancora non sono entrati in un’aula di tribunale o non hanno visto come ne sono uscite le vittime della sciatteria di tante indagini, da Enzo Tortora (vedere la serie Portobello di Marco Bellocchio su Hbo Max) a Beniamino Zuncheddu (32 anni di galera da innocente) fino a Stefano Esposito (Massacro giudiziario di Ermes Antonucci per Liberilibri). Tanto per citare, non a caso, i primi nomi che vengono alla mente…

 

«Il Pd sacrifica gli interessi italiani alla sua bottega»

Arianna Meloni è reduce dalla manifestazione del Comitato per il Sì al referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati al Teatro Franco Parenti di Milano. Ha qualche linea di febbre, ma accetta di parlare con La Verità della riforma della giustizia, del rapporto con le opposizioni e dello scenario internazionale.
Arianna Meloni, come andrà il referendum?
«Vincerà il Sì».
Sicura?
«Sono piuttosto ottimista».
Per quali motivi?
«Nonostante il tentativo di fuorviare il dibattito con inutili polemiche, quando si entra nel merito ci si accorge che si tratta di una buona riforma. Una riforma che dà forza alla magistratura, rendendola più libera e indipendente dalla politica e dalle correnti politicizzate. Inoltre, con l’istituzione dell’Alta corte disciplinare, i magistrati pagano per gli errori che commettono. Ogni anno si registrano quasi mille ingiuste detenzioni. Una situazione che pagano prima di tutto i diretti interessati sulla propria pelle, e poi i cittadini tutti attraverso il conseguente e ingente esborso finanziario dello Stato per i risarcimenti».
Fino a qualche giorno fa la vittoria sembrava più sicura mentre ora è tornata in discussione?
«Non mi risulta. Certamente, c’è chi ha trasmesso un messaggio fazioso, spostando il dibattito sul piano politico e contro il governo, più che sul merito della legge».
Qualcosa vi ha convinto a impegnarvi maggiormente nella campagna referendaria?
«La riforma della giustizia è un punto qualificante del programma di governo. È una riforma storica, da 30 anni nessuno è riuscito a realizzarla. Questo governo ci sta riuscendo perché è stabile. Non inventiamo nulla di nuovo, ma realizziamo i punti del programma perché, grazie a questa stabilità, possiamo fare le riforme che gli italiani aspettano da decenni. Questa è una delle più importanti. Credo che gli italiani debbano ricordarsi quanto incide il funzionamento della giustizia sulle loro vite. Coloro che scelgono di votare No non otterranno di sicuro l’effetto di mandare a casa il governo Meloni, ma rischiano solo di tenersi una giustizia che non funziona».
Premesso che per gran parte della sinistra e della magistratura si tratta di un voto contro il governo, l’impegno diretto di Giorgia Meloni e di Alfredo Mantovano, sottosegretario alla presidenza del Consiglio, può rivelarsi un boomerang?

«Siamo persone molto coraggiose nel rappresentare le nostre idee. Non temiamo boomerang o autogol, anche perché i sondaggi danno FdI al 30% e Giorgia è tra i leader più amati degli ultimi decenni». 
C’è il rischio che si riproduca lo schema visto con il referendum per la riforma del Senato promosso da Matteo Renzi?

«Innanzitutto, bisogna dire che Renzi arrivò al governo senza passare dal voto popolare. In secondo luogo, non godeva di quella fiducia che oggi gli italiani nutrono per l’attuale premier. Infine, come detto, credo che gli elettori sappiano che questo non è un voto sul governo, ma per i cittadini, per rendere l’Italia più moderna, più efficiente e più giusta. Il voto sul governo ci sarà tra un anno, quando gli italiani potranno decidere se Giorgia Meloni ha lavorato bene o no».
A Piazzapulita Renzi ha detto che nel 2027 vincerà il campo largo perché gli italiani si sono accorti che Giorgia Meloni è un bluff.
«Al di là di come la pensa Renzi, credo che, per vincere, il campo largo dovrebbe prima di tutto produrre un programma comune e magari trovare un leader unico e credibile per tutta la coalizione. Frammentato com’è, dubito che ci riesca. Quanto al centrodestra, stiamo realizzando il nostro programma punto per punto».
Lei chiuderà la campagna il 19 a Roma, avete pensato anche a un momento finale di tutta la maggioranza?

«Ci stiamo impegnando tutti molto, stiamo facendo eventi in tutta Italia».
Tutti i partiti della maggioranza sono convinti allo stesso modo dell’importanza di vincere il referendum o da qualcuno vi aspettavate un maggior impegno?

«Mi sembra che stiamo lavorando tutti pancia a terra. Consapevoli che non si tratta di una riforma di partito, ma di un cambiamento fondamentale per gli italiani». 
Lo conferma anche il fatto che alla manifestazione di Milano non avete esposto simboli?
«Abbiamo scelto di privilegiare la visibilità del Sì su quella del simbolo di partito».
Come spiega il fatto che il Pd aveva nel suo programma la separazione e l’Alta corte disciplinare fin dalla Bicamerale di D’Alema…
«Fin dal tempo dell’ex partigiano Giuliano Vassalli».
… E ora la segretaria Elly Schlein si schiera con il No?
«Lo spiego con il fatto che per il Pd diventa più importante raggranellare qualche voto di schieramento contro la Meloni piuttosto che fare una riforma che gran parte della sinistra condivide. Tant’è vero che ci sono molte persone intellettualmente oneste di quell’area che stanno facendo campagna per il Sì».
Perché una nutrita schiera di magistrati, da Nicola Gratteri a Nino Di Matteo fino a Henry John Woodcock, in passato favorevoli al sorteggio del Csm, ora contrastano la riforma?

«Perché vogliono difendere lo status quo».
In che modo pensa che questa riforma possa aiutare a superare le sentenze politiche sull’immigrazione e i divieti ai rimpatri?

«Attraverso il sorteggio del Csm che renderà i magistrati liberi dalle logiche delle correnti, mettendoli in grado di rispondere solo alla loro coscienza e a quello per cui hanno studiato. E attraverso l’Alta corte disciplinare, per cui i magistrati che sbagliano risponderanno dei loro errori. Grazie a questi due nuovi strumenti avremo una giustizia giusta e non ideologizzata».
Qual è la sua opinione sulla vicenda della famiglia del bosco?
«Ritengo che sia utile andare a fondo. In uno Stato di diritto la magistratura dovrebbe applicare le leggi in modo uniforme, in questo caso si ha l’impressione di un accanimento ideologico nei confronti di una famiglia solo perché non se ne condivide lo stile di vita. Togliere i figli ai genitori è una misura estrema, che dovrebbe essere applicata solo in casi in cui si siano appurati gravi abusi, ex post e non ex ante».
Anche in questo caso siamo di fronte a un eccessivo interventismo degli apparati sulla vita dei cittadini?
«Altroché. Lo stesso avviene, per esempio, anche quando un magistrato decide di non convalidare la permanenza nei Cpr di immigrati irregolari con procedimenti penali gravissimi come stupro, stupro di gruppo e pedofilia».
L’establishment e i poteri forti vivono il governo Meloni come una parentesi troppo lunga?
«Noi facciamo politica perché siamo al servizio dei cittadini. Ci interessano poco l’establishment, i salotti e i poteri forti».
Quanto lo scenario internazionale con le guerre in Ucraina, in Israele e ora in Iran ha complicato l’azione di governo?

«È chiaramente uno scenario molto complicato che preoccupa tutti. Abbiamo però la fortuna di avere un leader autorevole come Giorgia Meloni che gode di grande stima internazionale. E che sta lavorando su tutti i fronti per una de-escalation del conflitto e mettere in sicurezza gli italiani che vivono in quell’area».
Speravate in un rapporto più lineare e meno turbolento con la nuova amministrazione americana?
«Non siamo qui a misurare simpatie o antipatie. I rapporti sono quelli di un capo del governo con il presidente degli Stati Uniti, nostro storico alleato, eletto da milioni di americani».
Vi aspettavate una maggiore disponibilità dalle opposizioni, oltre a quella di Elly Schlein, all’offerta di una collaborazione sulle questioni internazionali?
«Certamente sì. Noi siamo sempre stati coerenti, perseguiamo le nostre idee, andando oltre le ideologie. Quando ci sono stati fatti allarmanti come l’invasione dell’Ucraina l’allora presidente del Consiglio poté contare sul nostro sostegno anche dai banchi dell’opposizione. Per quanto ci riguarda ci è molto chiaro che l’interesse della nazione è prioritario, purtroppo non è altrettanto chiaro a tutti».
Se fosse confermata dal referendum la riforma della giustizia basterebbe a caratterizzare la legislatura?
«Fortunatamente abbiamo fatto molte altre cose. Nonostante la situazione internazionale sia estremamente complessa la nazione è tornata a crescere. È ripartita l’economia, è ripartita l’occupazione, ci sono 1,2 milioni di nuovi posti di lavoro. L’occupazione è cresciuta al Sud, è cresciuta quella femminile e a tempo indeterminato. Quando ci siamo insediati lo spread era a 230 punti. Ora, con due guerre in atto, è poco sopra 70».
Con la vittoria del Sì, sareste spronati a procedere con il premierato?
«Anche se non si vincesse, continueremmo a portare avanti i punti del programma. Il premierato è importante perché dà stabilità e quindi certezza economica alla nazione».
E se vincesse il No che conclusioni tirereste?
«Che gli italiani preferiscono tenersi un giustizia con tante fragilità».

 

 

La Verità, 14 marzo 2026

Anm, Cei, Cgil: la nuova filiera dell’opposizione

Da qualche tempo nel nostro Paese sta succedendo qualcosa di nuovo. È una metamorfosi che, sottotraccia ma incalzante, sta modificando i termini del confronto civile. Inesorabilmente. Alcuni grandi enti, alcune grandi istituzioni civili e sociali stanno cambiando mestiere. La Cei, Conferenza episcopale italiana, la Cgil, Confederazione generale italiana del lavoro, e la Anm, Associazione nazionale magistrati, non sono più quelle di una volta. Non agiscono più all’interno del loro ambito di competenza. Hanno deciso di scendere in campo, in trasferta. Cioè, abbandonando il loro scopo, la loro ragione sociale. Tralasciando il motivo per cui sono nate e che dovrebbe impegnarle a fondo e assorbire tutte le loro energie perché attraversano momenti, come dire, un tantino difficili. Invece no, sconfinano. Esondano. Si allargano. Fanno politica. Il motivo? Ci sono al governo «le destre». C’è la minaccia autoritaria. C’è Giorgia Meloni, l’underdog della Garbatella. L’usurpatrice. Tutto è ancora più inasprito dall’imminenza del referendum sulla giustizia del 22 e 23 marzo. Così, questi organismi che incarnano a pieno titolo l’establishment del Paese, si sentono autorizzati a opporsi, a schierarsi per scongiurare il ritorno del fascismo e ad assumere una postura emergenziale. I vescovi dovrebbero occuparsi della riduzione della pratica religiosa, della crisi delle iscrizioni dei bambini al catechismo (pari a zero nelle parrocchie del centro di Bologna, la città del cardinale e presidente Matteo Zuppi), del crollo delle vocazioni sacerdotali (meno 60% negli ultimi 50 anni) e dello svuotamento dei seminari? Lo storico sindacato dei lavoratori dovrebbe concentrarsi sul calo degli iscritti (meno 45.000 tra il 2024 e il 2025), sul dramma delle morti sul lavoro, sugli aumenti dei salari che, non di rado, quando vengono proposti, rifiutano? Il sindacato dei magistrati dovrebbe dedicarsi all’automazione nei tribunali, alla qualificazione del personale e delle attrezzature della macchina giuridica? Niente di tutto questo. Cei, Cgil e Anm combattono in prima linea tutt’altra battaglia.
Oggi il vicepresidente della Conferenza episcopale italiana Vincenzo Savino, vescovo di Cassano allo Jonio in Calabria, parteciperà al congresso di Magistratura democratica per il No al referendum sulla giustizia. Nel panel «moderato» da Massimo Giannini, l’intervento del prelato è previsto dopo quello di Silvia Albano, presidente di Md nota per le sentenze contrarie al trattenimento di clandestini condannati nei Cpr albanesi, e Benedetta Tobagi, giornalista collaboratrice di Repubblica. Quello di Savino con Magistratura democratica è uno dei tanti casi di contiguità tra vescovi e toghe riprodotta in convegni e partecipazioni sparse sul territorio nazionale in spazi diocesani, finanche ecclesiali, concessi ai comitati per il No. Su un altro fronte, qualche giorno fa, il cardinale e presidente della Cei Matteo Zuppi, ha presenziato con Romano Prodi e il sindaco di Bologna Matteo Lepore, all’Iftar, il pasto con cui i musulmani celebrano la fine del ramadan. Sul palco c’era anche Yassine Lafram, imam della Comunità islamica bolognese e già presidente dell’Unione delle comunità islamiche d’Italia (Ucoii), che a settembre si era imbarcato sulla Flotilla per veleggiare verso Gaza.
Il cambio di ragione sociale è fattuale. Stupisce lo zelo dei vertici della Cei ad abbracciare battaglie eterogenee, dal dialogo inter-religioso (anche quando le altre religioni sono riluttanti a ogni forma d’integrazione) al contrasto all’autonomia differenziata, dalla predilezione per questa Unione europea fino alla benevolenza verso le Ong nell’accoglienza incondizionata ai migranti. Mai che dalla presidenza dei vescovi arrivi qualche pronunciamento che echeggi l’affermazione di Cristo «centro del cosmo e della storia».
Lunedì scorso la Cgil ha promosso una giornata di astensione dal lavoro nei comparti di scuola, università e ricerca «per riaffermare i diritti delle donne, a partire da quello all’autodeterminazione e alla parità di genere, davanti alla evidente recrudescenza di una cultura maschilista, misogina e patriarcale». È solo l’ultimo della sterminata raffica di scioperi indetti dalla sigla capeggiata da Maurizio Landini per contrastare l’attività del governo e, ciò che più conta, complicare la vita dei cittadini. Dalle manifestazioni pro Pal alle occupazioni studentesche, dal sostegno alla Flotilla al contrasto alla Finanziaria e al decreto Sicurezza, ogni pretesto è buono per paralizzare e incendiare le città con l’aiuto della galassia antagonista, per fermare treni, aerei e autobus, e bloccare il lavoro del personale negli ospedali (puntualmente di venerdì). La missione della «rivolta sociale» contro il governo è prioritaria su tutto. E pazienza se crollano le iscrizioni, secondo uno studio del 2023 al ritmo di 121 al giorno che, negli anni successivi, è ulteriormente aumentato. Motivo? «Molti lavoratori percepiscono la Cgil come un’opposizione politica piuttosto che una tutela sindacale» e criticano «la lentezza nei rinnovi contrattuali e la scarsa attenzione alla sicurezza sul lavoro». Contento Landini…
Qualche giorno fa, l’Anm ha usufruito dell’aula della Corte d’assise del Tribunale di Treviso per un convegno in favore del No al prossimo referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati. È uno dei tanti episodi in cui un sindacato della più intoccabile tra le categorie professionali, che si comporta come un partito politico, usa di un luogo istituzionale per propagandare la linea contraria alla riforma Nordio. Del resto, l’Anm è un’autorità in materia, avendo da sempre la propria sede nel Palazzaccio della Corte di cassazione in Piazza Cavour a Roma. L’identificazione totale dell’Associazione nazionale magistrati con il comitato per il No ha già prodotto le prime defezioni tra i suoi aderenti, dal membro del direttivo Andrea Reale alla giudice della Corte d’appello nelle sezioni civili di Milano, Anna Ferrari. Sono i primi di una più ampia e consistente diaspora di magistrati decisi, oltre che a votare Sì, ad abbandonare l’associazione di categoria. Come per la Cgil, la perdita di associati è una delle conseguenze dello snaturamento, il prezzo da pagare sull’altare dell’opposizione al governo. Cambiare ragione sociale non può essere un processo indolore in termini di fiducia e rappresentatività. Ma alla Cei, all’Anm e alla Cgil ancora non se ne preoccupano. L’imperativo di detronizzare l’usurpatrice viene prima di tutto.

 

La Verità, 13 marzo 2026