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Salvini, Delmastro e la fiaba dei giovani costituzionalisti

Cinque motivi della sconfitta più una favoletta di neoromanticismo politico.

A due giorni dal flop del Fronte del Sì al referendum, ora che il polverone post-spoglio si sta diradando, si iniziano a intravedere alcune ragioni della clamorosa sconfitta. Sconfitta lacerante perché densa di conseguenze: per il governo in carica con le attese dimissioni al ministero della Giustizia e per l’agenda dell’ultimo anno di legislatura; per la possibilità di migliorare anche in futuro la giustizia in Italia, relegandoci al livello dei Paesi retti da autocrazie o vere e proprie dittature dove le carriere dei magistrati sono unificate; per la possibilità, infine, di immaginare altre riforme che comportino modifiche alla Costituzione.

Ecco gli errori della campagna referendaria.

La latitanza di Matteo Salvini Durante tutta le settimane precedenti al voto il leader della Lega nonché vicepremier ha mantenuto un comportamento che, a essere benevoli, si può definire enigmatico. Volendo essere realisti bisognerebbe parlare di atteggiamento incomprensibile. Inspiegabile. In questi anni Salvini (da ex ministro degli Interni del governo Conte) è stato bersaglio della magistratura politicizzata. Sottoposto al processo per sequestro di persona e rifiuto di atti d’ufficio per lo sbarco negato di 147 persone soccorse dalla Ong Open arms, un processo durato tre anni, dal vicepremier ci si aspettava un protagonismo personale e un coinvolgimento del suo partito ben diversi. Invece ha assunto una posizione molto defilata. Il giorno dell’esito della consultazione era a Budapest per una riunione con altri leader sovranisti.

Tardive dimissioni di Delmastro (e di Giusi Bartolozzi) Difendere sempre la squadra va bene perché la compattezza del gruppo è apprezzabile. Ma se c’è un’eccezione è quando si rischia di mettere a repentaglio un traguardo inseguito da decenni com’era il completamento della riforma dell’ordinamento giudiziario per il giusto processo. Un obiettivo che avrebbe caratterizzato l’intera legislatura. È mancata la tempestiva richiesta della premier: Andrea Delmastro, sottosegretario alla Giustizia, avrebbe dovuto essere sciolto dalle sue responsabilità per potersi difendere liberamente, senza rischiare di incrinare la trasparenza della squadra di governo (già peraltro intaccata dalla permanenza nel proprio ruolo di Daniela Santanchè).

Eccesso di tecnicismo Alla strategia di politicizzare il confronto studiata da Dario Franceschini si è scelto di replicare concentrandosi nel merito della riforma, sicuri delle ragioni del cambiamento. Purtroppo, si è esagerato in tecnicismi sui due Csm e i relativi sorteggi, mentre sarebbe stato più efficace sottolineare maggiormente la creazione dell’Alta corte disciplinare sulla base del principio che «Chi sbaglia paga». I magistrati, come tutte le categorie professionali. Gli esponenti del No hanno suonato solo due note per tutta la campagna: l’assoggettamento della magistratura al potere politico e l’intoccabilità della Costituzione. Due falsità, ma efficaci e vincenti.

La comunicazione disordinata Ognuno si è mosso per conto proprio. I leader di partito, la premier, i ministri. Solo nelle ultime due settimane, a sorpasso del No ormai compiuto, si sono mobilitati Giorgia Meloni, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano, Arianna Meloni e Giorgio Mulè di Forza Italia. Troppo tardi. Ancor più dopo che le gaffe del ministro della Giustizia Carlo Nordio e della sua capo di gabinetto Giusi Bartolozzi avevano creato grave imbarazzo a tutto lo schieramento, pareggiando gli sfondoni dei testimonial del No (immaginate quanto avrebbero pesato le intemperanze e le citazioni fasulle di Nicola Gratteri senza le infauste uscite del Guardasigilli e della sua assistente).

Niente chiusura unitaria della campagna Altro grave errore: non aver previsto un momento finale comune delle componenti del Sì. Tutti i leader della maggioranza insieme sul palco con i testimonial del Comitato SiSepara avrebbero avuto un loro impatto. Niente. È stata la conseguenza della mancanza di strategia di comunicazione unitaria. Forse ci si sentiva sicuri della vittoria. Errore di superficialità e presunzione.

Il tema dell’inviolabilità della Carta vantato da molti testimonial del No introduce quello del nuovo innamoramento di analisti e commentatori. I giovani per la Costituzione. I patrioti per la Costituzione. La più bella del mondo, intoccabile. La Generazione Z, la Generazione Gaza. Detto senza giri di parole, che ne sanno i giovani dell’inalterabilità della Costituzione? Dal 1948 a oggi è stata modificata una ventina di volte, le ultime nel 2001, per la riforma del Titolo V (redistribuzione delle competenze tra Stato e regioni), e nel 2020, per la riduzione del numero dei parlamentari. E, senza referendum, quando sono stati inseriti in Costituzione il pareggio di bilancio e la difesa dell’ambiente. Quanto ai giovani che catalizzano la narrazione post referendaria, più che di patriottismo sembra corretto parlare di «feticismo costituzionale». Quello che ha ammaliato i tantissimi che ancora non sono entrati in un’aula di tribunale o non hanno visto come ne sono uscite le vittime della sciatteria di tante indagini, da Enzo Tortora (vedere la serie Portobello di Marco Bellocchio su Hbo Max) a Beniamino Zuncheddu (32 anni di galera da innocente) fino a Stefano Esposito (Massacro giudiziario di Ermes Antonucci per Liberilibri). Tanto per citare, non a caso, i primi nomi che vengono alla mente…

 

«Il Pd sacrifica gli interessi italiani alla sua bottega»

Arianna Meloni è reduce dalla manifestazione del Comitato per il Sì al referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati al Teatro Franco Parenti di Milano. Ha qualche linea di febbre, ma accetta di parlare con La Verità della riforma della giustizia, del rapporto con le opposizioni e dello scenario internazionale.
Arianna Meloni, come andrà il referendum?
«Vincerà il Sì».
Sicura?
«Sono piuttosto ottimista».
Per quali motivi?
«Nonostante il tentativo di fuorviare il dibattito con inutili polemiche, quando si entra nel merito ci si accorge che si tratta di una buona riforma. Una riforma che dà forza alla magistratura, rendendola più libera e indipendente dalla politica e dalle correnti politicizzate. Inoltre, con l’istituzione dell’Alta corte disciplinare, i magistrati pagano per gli errori che commettono. Ogni anno si registrano quasi mille ingiuste detenzioni. Una situazione che pagano prima di tutto i diretti interessati sulla propria pelle, e poi i cittadini tutti attraverso il conseguente e ingente esborso finanziario dello Stato per i risarcimenti».
Fino a qualche giorno fa la vittoria sembrava più sicura mentre ora è tornata in discussione?
«Non mi risulta. Certamente, c’è chi ha trasmesso un messaggio fazioso, spostando il dibattito sul piano politico e contro il governo, più che sul merito della legge».
Qualcosa vi ha convinto a impegnarvi maggiormente nella campagna referendaria?
«La riforma della giustizia è un punto qualificante del programma di governo. È una riforma storica, da 30 anni nessuno è riuscito a realizzarla. Questo governo ci sta riuscendo perché è stabile. Non inventiamo nulla di nuovo, ma realizziamo i punti del programma perché, grazie a questa stabilità, possiamo fare le riforme che gli italiani aspettano da decenni. Questa è una delle più importanti. Credo che gli italiani debbano ricordarsi quanto incide il funzionamento della giustizia sulle loro vite. Coloro che scelgono di votare No non otterranno di sicuro l’effetto di mandare a casa il governo Meloni, ma rischiano solo di tenersi una giustizia che non funziona».
Premesso che per gran parte della sinistra e della magistratura si tratta di un voto contro il governo, l’impegno diretto di Giorgia Meloni e di Alfredo Mantovano, sottosegretario alla presidenza del Consiglio, può rivelarsi un boomerang?

«Siamo persone molto coraggiose nel rappresentare le nostre idee. Non temiamo boomerang o autogol, anche perché i sondaggi danno FdI al 30% e Giorgia è tra i leader più amati degli ultimi decenni». 
C’è il rischio che si riproduca lo schema visto con il referendum per la riforma del Senato promosso da Matteo Renzi?

«Innanzitutto, bisogna dire che Renzi arrivò al governo senza passare dal voto popolare. In secondo luogo, non godeva di quella fiducia che oggi gli italiani nutrono per l’attuale premier. Infine, come detto, credo che gli elettori sappiano che questo non è un voto sul governo, ma per i cittadini, per rendere l’Italia più moderna, più efficiente e più giusta. Il voto sul governo ci sarà tra un anno, quando gli italiani potranno decidere se Giorgia Meloni ha lavorato bene o no».
Piazzapulita Renzi ha detto che nel 2027 vincerà il campo largo perché gli italiani si sono accorti che Giorgia Meloni è un bluff.
«Al di là di come la pensa Renzi, credo che, per vincere, il campo largo dovrebbe prima di tutto produrre un programma comune e magari trovare un leader unico e credibile per tutta la coalizione. Frammentato com’è, dubito che ci riesca. Quanto al centrodestra, stiamo realizzando il nostro programma punto per punto».
Lei chiuderà la campagna il 19 a Roma, avete pensato anche a un momento finale di tutta la maggioranza?

«Ci stiamo impegnando tutti molto, stiamo facendo eventi in tutta Italia».
Tutti i partiti della maggioranza sono convinti allo stesso modo dell’importanza di vincere il referendum o da qualcuno vi aspettavate un maggior impegno?

«Mi sembra che stiamo lavorando tutti pancia a terra. Consapevoli che non si tratta di una riforma di partito, ma di un cambiamento fondamentale per gli italiani». 
Lo conferma anche il fatto che alla manifestazione di Milano non avete esposto simboli?
«Abbiamo scelto di privilegiare la visibilità del Sì su quella del simbolo di partito».
Come spiega il fatto che il Pd aveva nel suo programma la separazione e l’Alta corte disciplinare fin dalla Bicamerale di D’Alema…
«Fin dal tempo dell’ex partigiano Giuliano Vassalli».
 E ora la segretaria Elly Schlein si schiera con il No?
«Lo spiego con il fatto che per il Pd diventa più importante raggranellare qualche voto di schieramento contro la Meloni piuttosto che fare una riforma che gran parte della sinistra condivide. Tant’è vero che ci sono molte persone intellettualmente oneste di quell’area che stanno facendo campagna per il Sì».
Perché una nutrita schiera di magistrati, da Nicola Gratteri a Nino Di Matteo fino a Henry John Woodcock, in passato favorevoli al sorteggio del Csm, ora contrastano la riforma?

«Perché vogliono difendere lo status quo».
In che modo pensa che questa riforma possa aiutare a superare le sentenze politiche sull’immigrazione e i divieti ai rimpatri?

«Attraverso il sorteggio del Csm che renderà i magistrati liberi dalle logiche delle correnti, mettendoli in grado di rispondere solo alla loro coscienza e a quello per cui hanno studiato. E attraverso l’Alta corte disciplinare, per cui i magistrati che sbagliano risponderanno dei loro errori. Grazie a questi due nuovi strumenti avremo una giustizia giusta e non ideologizzata».
Qual è la sua opinione sulla vicenda della famiglia del bosco?
«Ritengo che sia utile andare a fondo. In uno Stato di diritto la magistratura dovrebbe applicare le leggi in modo uniforme, in questo caso si ha l’impressione di un accanimento ideologico nei confronti di una famiglia solo perché non se ne condivide lo stile di vita. Togliere i figli ai genitori è una misura estrema, che dovrebbe essere applicata solo in casi in cui si siano appurati gravi abusi, ex post e non ex ante».
Anche in questo caso siamo di fronte a un eccessivo interventismo degli apparati sulla vita dei cittadini?
«Altroché. Lo stesso avviene, per esempio, anche quando un magistrato decide di non convalidare la permanenza nei Cpr di immigrati irregolari con procedimenti penali gravissimi come stupro, stupro di gruppo e pedofilia».
L’establishment e i poteri forti vivono il governo Meloni come una parentesi troppo lunga?
«Noi facciamo politica perché siamo al servizio dei cittadini. Ci interessano poco l’establishment, i salotti e i poteri forti».
Quanto lo scenario internazionale con le guerre in Ucraina, in Israele e ora in Iran ha complicato l’azione di governo?

«È chiaramente uno scenario molto complicato che preoccupa tutti. Abbiamo però la fortuna di avere un leader autorevole come Giorgia Meloni che gode di grande stima internazionale. E che sta lavorando su tutti i fronti per una de-escalation del conflitto e mettere in sicurezza gli italiani che vivono in quell’area».
Speravate in un rapporto più lineare e meno turbolento con la nuova amministrazione americana?
«Non siamo qui a misurare simpatie o antipatie. I rapporti sono quelli di un capo del governo con il presidente degli Stati Uniti, nostro storico alleato, eletto da milioni di americani».
Vi aspettavate una maggiore disponibilità dalle opposizioni, oltre a quella di Elly Schlein, all’offerta di una collaborazione sulle questioni internazionali?
«Certamente sì. Noi siamo sempre stati coerenti, perseguiamo le nostre idee, andando oltre le ideologie. Quando ci sono stati fatti allarmanti come l’invasione dell’Ucraina l’allora presidente del Consiglio poté contare sul nostro sostegno anche dai banchi dell’opposizione. Per quanto ci riguarda ci è molto chiaro che l’interesse della nazione è prioritario, purtroppo non è altrettanto chiaro a tutti».
Se fosse confermata dal referendum la riforma della giustizia basterebbe a caratterizzare la legislatura?
«Fortunatamente abbiamo fatto molte altre cose. Nonostante la situazione internazionale sia estremamente complessa la nazione è tornata a crescere. È ripartita l’economia, è ripartita l’occupazione, ci sono 1,2 milioni di nuovi posti di lavoro. L’occupazione è cresciuta al Sud, è cresciuta quella femminile e a tempo indeterminato. Quando ci siamo insediati lo spread era a 230 punti. Ora, con due guerre in atto, è poco sopra 70».
Con la vittoria del Sì, sareste spronati a procedere con il premierato?
«Anche se non si vincesse, continueremmo a portare avanti i punti del programma. Il premierato è importante perché dà stabilità e quindi certezza economica alla nazione».
E se vincesse il No che conclusioni tirereste?
«Che gli italiani preferiscono tenersi un giustizia con tante fragilità».

 

 

La Verità, 14 marzo 2026

Anm, Cei, Cgil: la nuova filiera dell’opposizione

Da qualche tempo nel nostro Paese sta succedendo qualcosa di nuovo. È una metamorfosi che, sottotraccia ma incalzante, sta modificando i termini del confronto civile. Inesorabilmente. Alcuni grandi enti, alcune grandi istituzioni civili e sociali stanno cambiando mestiere. La Cei, Conferenza episcopale italiana, la Cgil, Confederazione generale italiana del lavoro, e la Anm, Associazione nazionale magistrati, non sono più quelle di una volta. Non agiscono più all’interno del loro ambito di competenza. Hanno deciso di scendere in campo, in trasferta. Cioè, abbandonando il loro scopo, la loro ragione sociale. Tralasciando il motivo per cui sono nate e che dovrebbe impegnarle a fondo e assorbire tutte le loro energie perché attraversano momenti, come dire, un tantino difficili. Invece no, sconfinano. Esondano. Si allargano. Fanno politica. Il motivo? Ci sono al governo «le destre». C’è la minaccia autoritaria. C’è Giorgia Meloni, l’underdog della Garbatella. L’usurpatrice. Tutto è ancora più inasprito dall’imminenza del referendum sulla giustizia del 22 e 23 marzo. Così, questi organismi che incarnano a pieno titolo l’establishment del Paese, si sentono autorizzati a opporsi, a schierarsi per scongiurare il ritorno del fascismo e ad assumere una postura emergenziale. I vescovi dovrebbero occuparsi della riduzione della pratica religiosa, della crisi delle iscrizioni dei bambini al catechismo (pari a zero nelle parrocchie del centro di Bologna, la città del cardinale e presidente Matteo Zuppi), del crollo delle vocazioni sacerdotali (meno 60% negli ultimi 50 anni) e dello svuotamento dei seminari? Lo storico sindacato dei lavoratori dovrebbe concentrarsi sul calo degli iscritti (meno 45.000 tra il 2024 e il 2025), sul dramma delle morti sul lavoro, sugli aumenti dei salari che, non di rado, quando vengono proposti, rifiutano? Il sindacato dei magistrati dovrebbe dedicarsi all’automazione nei tribunali, alla qualificazione del personale e delle attrezzature della macchina giuridica? Niente di tutto questo. Cei, Cgil e Anm combattono in prima linea tutt’altra battaglia.
Oggi il vicepresidente della Conferenza episcopale italiana Vincenzo Savino, vescovo di Cassano allo Jonio in Calabria, parteciperà al congresso di Magistratura democratica per il No al referendum sulla giustizia. Nel panel «moderato» da Massimo Giannini, l’intervento del prelato è previsto dopo quello di Silvia Albano, presidente di Md nota per le sentenze contrarie al trattenimento di clandestini condannati nei Cpr albanesi, e Benedetta Tobagi, giornalista collaboratrice di Repubblica. Quello di Savino con Magistratura democratica è uno dei tanti casi di contiguità tra vescovi e toghe riprodotta in convegni e partecipazioni sparse sul territorio nazionale in spazi diocesani, finanche ecclesiali, concessi ai comitati per il No. Su un altro fronte, qualche giorno fa, il cardinale e presidente della Cei Matteo Zuppi, ha presenziato con Romano Prodi e il sindaco di Bologna Matteo Lepore, all’Iftar, il pasto con cui i musulmani celebrano la fine del ramadan. Sul palco c’era anche Yassine Lafram, imam della Comunità islamica bolognese e già presidente dell’Unione delle comunità islamiche d’Italia (Ucoii), che a settembre si era imbarcato sulla Flotilla per veleggiare verso Gaza.
Il cambio di ragione sociale è fattuale. Stupisce lo zelo dei vertici della Cei ad abbracciare battaglie eterogenee, dal dialogo inter-religioso (anche quando le altre religioni sono riluttanti a ogni forma d’integrazione) al contrasto all’autonomia differenziata, dalla predilezione per questa Unione europea fino alla benevolenza verso le Ong nell’accoglienza incondizionata ai migranti. Mai che dalla presidenza dei vescovi arrivi qualche pronunciamento che echeggi l’affermazione di Cristo «centro del cosmo e della storia».
Lunedì scorso la Cgil ha promosso una giornata di astensione dal lavoro nei comparti di scuola, università e ricerca «per riaffermare i diritti delle donne, a partire da quello all’autodeterminazione e alla parità di genere, davanti alla evidente recrudescenza di una cultura maschilista, misogina e patriarcale». È solo l’ultimo della sterminata raffica di scioperi indetti dalla sigla capeggiata da Maurizio Landini per contrastare l’attività del governo e, ciò che più conta, complicare la vita dei cittadini. Dalle manifestazioni pro Pal alle occupazioni studentesche, dal sostegno alla Flotilla al contrasto alla Finanziaria e al decreto Sicurezza, ogni pretesto è buono per paralizzare e incendiare le città con l’aiuto della galassia antagonista, per fermare treni, aerei e autobus, e bloccare il lavoro del personale negli ospedali (puntualmente di venerdì). La missione della «rivolta sociale» contro il governo è prioritaria su tutto. E pazienza se crollano le iscrizioni, secondo uno studio del 2023 al ritmo di 121 al giorno che, negli anni successivi, è ulteriormente aumentato. Motivo? «Molti lavoratori percepiscono la Cgil come un’opposizione politica piuttosto che una tutela sindacale» e criticano «la lentezza nei rinnovi contrattuali e la scarsa attenzione alla sicurezza sul lavoro». Contento Landini…
Qualche giorno fa, l’Anm ha usufruito dell’aula della Corte d’assise del Tribunale di Treviso per un convegno in favore del No al prossimo referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati. È uno dei tanti episodi in cui un sindacato della più intoccabile tra le categorie professionali, che si comporta come un partito politico, usa di un luogo istituzionale per propagandare la linea contraria alla riforma Nordio. Del resto, l’Anm è un’autorità in materia, avendo da sempre la propria sede nel Palazzaccio della Corte di cassazione in Piazza Cavour a Roma. L’identificazione totale dell’Associazione nazionale magistrati con il comitato per il No ha già prodotto le prime defezioni tra i suoi aderenti, dal membro del direttivo Andrea Reale alla giudice della Corte d’appello nelle sezioni civili di Milano, Anna Ferrari. Sono i primi di una più ampia e consistente diaspora di magistrati decisi, oltre che a votare Sì, ad abbandonare l’associazione di categoria. Come per la Cgil, la perdita di associati è una delle conseguenze dello snaturamento, il prezzo da pagare sull’altare dell’opposizione al governo. Cambiare ragione sociale non può essere un processo indolore in termini di fiducia e rappresentatività. Ma alla Cei, all’Anm e alla Cgil ancora non se ne preoccupano. L’imperativo di detronizzare l’usurpatrice viene prima di tutto.

 

La Verità, 13 marzo 2026

Media anti Conti, Meloni: giocano a FantaSanremo

Quest’anno tutti contro il Festival di Sanremo e Carlo Conti. In un certo senso, è una piccola rivoluzione copernicana del circo mediatico del villaggio. Cos’è successo di tanto sconvolgente, allora? Che il direttore artistico ha avuto l’ardire di invitare Andrea Pucci, un comico di destra, con qualche sconfinamento volgare. E tutti contro anche Laura Pausini, «quella che non canta Bella ciao». È noto, il mondo si divide tra quelli che la cantano, buoni giusti e frequentabili, e quelli che no. Quest’anno va così, i giornaloni hanno l’artiglieria spianata, il Festival è la punta di diamante di TeleMeloni. Ci si inventa persino la notizia del premier stasera in prima fila all’Ariston. Pare che, si dice, corre voce, si ipotizza, ci sarebbero stati abboccamenti tra emissari di Palazzo Chigi e il conduttore. Una bufala totale.

Questo è il clima e difficile che a Conti e soci basti evocare i santi in paradiso per scansare gli attacchi preordinati. «Già l’anno scorso avevo detto che il mio Festival era baudiano, ed è un’emozione condurre il primo senza di lui», dice commuovendosi quando ricorda Pippo Baudo come «maestro e faro… È doveroso dedicarlo a lui, ho fatto mettere una targhetta fuori dal mio camerino». Anche Laura cita Superpippo al quale fece la prima telefonata dopo la proposta di co-conduzione arrivata nel marzo scorso. Altre volte aveva declinato perché non si sentiva pronta. Invece la serenità di Carlo, ribattezzato Carlotan (Carlo più Lexotan) aveva fatto breccia. «Che cosa aspetti? Te lo dico da un po’», l’ha rassicurata Baudo. Quindi eccola qui, con la sua semplicità e la sua tendenza alla logorrea. Dopo Superpippo, l’altro para polemiche dovrebbe essere il presidente della Repubblica Sergio Mattarella che ha ricevuto l’intero cast sanremese qualche giorno fa e «non potevo finire meglio di così», dice il direttore artistico ricordando che il Festival, arrivato alla 76ª edizione, è solo di poco più giovane della Repubblica che ha 80 anni. Non basteranno Baudo e Mattarella a rintuzzare gli attacchi. Le polemiche possono servire anche ad alzare l’audience che preoccupa la Rai perché, a differenza degli anni scorsi, stavolta c’è la controprogrammazione Mediaset e soprattutto, stasera e domani, ci sono le partite di Champions League. Infatti, «vi auguro tante polemiche, tante tante», dice chiaro Fiorello collegato via cellulare.

Ma quella sul caso Pucci, invitato su input governativo, è presto sedata: «Quando chiamo un ospite non gli chiedo per chi vota. Mi spiace per lui, ma siamo stati tutti testimoni di cosa è successo su questo palco a un fuoriclasse come Maurizio Crozza. Quanto a me», sottolinea Conti, «in passato mi hanno dato del renziano, ora del meloniano, un giorno diranno che sono cinquestellato: sono un uomo libero e indipendente, ho svolto sempre con autonomia il mio lavoro di giullare. Preferisco che si dica che non so fare il mio mestiere che sentire che mi tirano la giacca e dicono che ho preso qualcuno per appartenenza».

Spenta per la seconda volta anche la boutade di una presenza del premier stasera all’Ariston: «È fantascienza pura pensare che io l’abbia invitata. Non ho un rapporto diretto. È una libera cittadina, se vuole acquistare un biglietto e venire può farlo», taglia corto il direttore artistico. Prima che sul suo profilo X Giorgia Meloni posti una replica ironica: «Leggo da giorni di una mia presunta partecipazione alla prima serata di Sanremo. Una notizia totalmente inventata. Eppure, dopo la smentita, il conduttore è stato nuovamente incalzato su questa mia fantomatica presenza. A questo punto forse conviene ricordare a chi inventa notizie di sana pianta che il FantaSanremo è un gioco divertente per gli appassionati del Festival. Le notizie, invece, dovrebbero restare nel mondo reale. E sono sicura che Sanremo saprà brillare senza ospiti immaginari. Perché è la più grande festa della musica italiana, e non serve infilarci a forza la polemica politica».

 

La Verità, 24 febbraio 2026

«Il fascista Grandi unì le carriere, invece Vassalli…»

Scrittore, cantautore, autore televisivo ed ex assessore alla Cultura del comune di Livorno fatto dimettere a causa di un post su X sgradito ai dirigenti Pd, Simone Lenzi è stato tra i primi a segnalare la gravità delle parole di Nicola Gratteri, procuratore capo di Napoli, con un post rivolto al presidente della Repubblica e del Consiglio superiore della magistratura Sergio Mattarella. Qualche giorno dopo è sparito dal social di Elon Musk.
Cos’è successo, Lenzi?
«È successo semplicemente che ho molto da lavorare e i social sono una perdita di tempo. E poi non voglio diventare un vecchio che passa le giornate a litigare sui social».
Su che cosa deve concentrarsi?
«Su un paio di progetti, uno per la televisione e uno per il cinema. Vediamo».
E la musica dei Virginiana Miller?
«Sono l’hobby prediletto. Ma più una fonte di divertimento che di guadagno».
L’ultimo brano intitolato La fine del patriarcato è un filo criptico?
«Si basa su due episodi famigliari, una cartolina del mio bisnonno e un ricordo di mio padre, poco prima che morisse. Ai tempi c’era un’idea di padre degna del massimo rispetto».
«Perché il cielo era azzurro ed il mare salato»…
«Sì, era un tempo in cui le cose erano più nitide e si chiamavano con il loro nome. Oltre agli elementi deleteri, nel patriarcato c’erano anche lati positivi. Il pudore e il sacrificarsi senza esibirlo, per esempio. Esistevano anche dei maschi per bene».
Non solo tossici, l’ha detto alle femministe?
«Sì, perché io per primo lo sono: un femminista classico, non intersezionale».
Qualche giorno fa, prima di abbandonare X, ha chiesto a Mattarella se fosse tollerabile che un procuratore capo dicesse che al referendum sulla separazione delle carriere «votano no le persone per bene e votano sì gli indagati, gli imputati e la massoneria deviata». Riscontri?
«Nessuno. Non mi aspettavo certo che con tutto quello che ha da fare il capo dello Stato rispondesse, non ho tutta questa autostima. Però la domanda andava posta perché le parole di Gratteri sono gravi».
Il procuratore di Napoli non è nuovo a manipolazioni, qualche settimana fa lesse in un talk show una falsa intervista in cui Giovanni Falcone si diceva contrario alla separazione delle carriere.
«Una circostanza terribilmente spiacevole soprattutto per la memoria di Falcone».
Perseverare è diabolico?
«Sicuramente, ma credo sia una strategia consapevole perché serve a innalzare i toni dello scontro e a distogliere dalla vera sostanza della riforma di civiltà giuridica».
Come mai i dirigenti del Comitato per il no non lo sconfessano?
«Perché ritengono che parlare alla pancia del Paese in questo modo porti consenso. Pensano che innalzare i toni faccia il loro gioco. Perciò, sostengono anche posizioni che rasentano l’eresia. Come quando Giancarlo De Cataldo afferma che secondo la Costituzione la magistratura avrebbe un potere di controllo sulla politica. Una vera bestemmia contro la Costituzione e i padri costituenti».
Ha sbagliato anche il ministro della Giustizia Carlo Nordio, riferendosi al ruolo delle correnti nella magistratura, a parlare di sistema para mafioso?
«Anche questo significa innalzare un po’ troppo i toni. Ci sono cose che si possono pensare senza il bisogno di dirle».
Ha detto esattamente ciò che disse nel 2019 il pm Nino Di Matteo, uno che di metodi mafiosi se ne intendeva, ma le opposizioni si sono stracciate le vesti.
«Dal 1992 si è creato un vuoto nella politica, e siccome anche nella vita civile, come in natura, i vuoti non esistono, la magistratura è andata a riempirlo. Magari anche suo malgrado».
Le frasi di Gratteri hanno provocato la reazione di molti magistrati, come si è visto dalla lettera di 51 di loro che hanno scritto: sig. Gratteri, ci indaghi tutti.
«Tantissimi magistrati che invece di andare in tv stanno a lavorare a testa bassa non si sentono rappresentati da questi modi e da questi toni».
E hanno provocato la reazione dei riformisti del Pd che votano sì: come possono convivere?
«Immagino sia un problema serio. Non riesco a immaginare come possa sopravvivere un riformista dentro questo Pd».
Altri infortuni del comitato per il No?
«Non so come sia venuto in mente al suo social media manager il meme delirante di quell’adunata di CasaPound usata per dire che chi vota sì è fascista. Peraltro, dimenticando che l’unificazione delle carriere fu voluta da Dino Grandi, all’epoca ministro della Giustizia del governo fascista. Almeno un pizzico di memoria storica potrebbero anche averla».
A proposito di sovrapponibilità, Il foglio ha documentato quella tra le dichiarazioni di Grandi e di Debora Serracchiani, responsabile giustizia dem, o di Cesare Parodi, presidente dell’Anm.
«Di fatto questa sovrapponibilità c’è. Si fa di questa battaglia una difesa dell’indipendenza della magistratura come se venisse messa a rischio da questa riforma: ciò che naturalmente non è».
Poi c’è stato il video con i ragazzi medaglie di bronzo del curling.
«Altro scivolone terribile perché svela l’idea per la quale, siccome ci si ritiene nel giusto, chiunque fa qualcosa di buono deve pensarla come noi e quindi lo arruoliamo senza neanche chiederglielo. Un atteggiamento di una prepotenza insopportabile».
Che cosa turba di più l’Anm e la maggioranza dei magistrati: il doppio Csm che separa Pm e giudici, il sorteggio per la loro composizione o l’istituzione dell’Alta corte per i procedimenti disciplinari?

«Probabilmente l’Alta corte. Ma non sono parte in causa e non posso dirlo. Da cittadino dico che separare l’iter della magistratura inquirente da quella giudicante è un atto di assoluto buon senso perché sono due mestieri molto diversi. Non si può arrivare alla magistratura giudicante dopo aver sviluppato una mentalità puramente inquirente».
Da chi è abituato a contestare i conflitti d’interessi altrui ci si aspetterebbe meno opacità di quella che avvolge il sindacato dei magistrati, il Comitato per il no e la corrente di Magistratura democratica?
«Direi di sì. La discesa in politica della magistratura iniziata nel 1992 sulla opacità dei finanziamenti alla politica. Dunque, una richiesta di trasparenza in merito ai loro finanziamenti non dovrebbe metterli a disagio».
Cosa pensa del fatto che alcuni vertici dei vescovi sembrano propendere per il no alla separazione?
«Credo dipenda più da uno schieramento ideologico e da sommovimenti interni alla Chiesa in cui, in questo momento, ci sono anime che devono trovare una nuova composizione. Da cattolico laico ritengo del tutto trascurabili le posizioni dei vescovi su un ordinamento riguardante gli organi dello Stato».
La convince la rimonta del no che secondo i sondaggi di Youtrend e Ipsos-Doxa sarebbe in atto?
«Francamente non seguo mai molto i sondaggi perché ritengo che bisogni seguire prima la propria coscienza. Siamo un Paese conservatore nel quale il conservatorismo è molto ben rappresentato anche a sinistra».
La convince che secondo altri sondaggi (di Alessandra Ghisleri e Antonio Noto) la preferenza del no sarebbe determinata dall’opposizione al governo Meloni più che dal contrasto alla riforma?

«Per quanto mi riguarda voterò sì per fare un favore a me stesso più che alla Meloni».
Fa bene il premier a non politicizzare troppo l’appuntamento?
«Dopo l’esperienza di Renzi capisco la prudenza di non legare troppo il proprio nome a una riforma. Tuttavia, penso che se la si ritiene un elemento importante della propria azione di governo si dovrebbe avere il coraggio di sostenerla fino in fondo».
Ha sbagliato Forza Italia a sottolineare che la separazione era fortemente voluta da Berlusconi?
«Forse sì, ma se un’idea è giusta lo è in sé stessa a prescindere da chi la sostiene. Anche perché la appoggiavano molte persone di sinistra che poi hanno cambiato idea semplicemente perché al governo c’è la Meloni».
Sarebbe stato più efficace sottolineare la paternità dell’ex ministro della Giustizia Giuliano Vassalli, socialista ed ex partigiano?

«Peraltro un partigiano vero e non di facciata. Vediamo se il Pd e chi realizza i suoi meme hanno il coraggio di sostenere che era un fascista pure Vassalli».
Quindi, guardando le paternità delle leggi sulle carriere dei magistrati, il ministro della Giustizia del governo fascista Dino Grandi nel 1941 patrocinò l’unificazione mentre l’ex partigiano Vassalli si batté per la separazione, corretto?
«Correttissimo, è la pura realtà storica».
Di che cosa sono sintomo quelle frasi di Gratteri?
«Hanno il retropensiero di un’onnipotenza che non ammette di essere messa in dubbio da un sistema democratico in cui nessuno dovrebbe essere al di sopra della legge, tanto meno coloro che la amministrano».
Quando fu costretto a dimettersi da assessore alla Cultura di Livorno per dei post poco woke coniò l’espressione «narcisismo etico». Da allora questa patologia è regredita?
«Direi che è sempre saldamente incistata nel campo largo».
Negli ambienti della magistratura il senso di superiorità morale ha una variante specifica?

«Può darsi. Ma non conosco un numero sufficiente di magistrati per fare una diagnosi».
Si sentono investiti della missione di correggere l’azione della politica soprattutto quella di un governo di centrodestra?

«La dichiarazione di De Cataldo sul ruolo di controllo della magistratura lo dice fuori dai denti».
La presunta superiorità morale, cioè la convinzione di essere più buoni e più giusti, è una forma sofisticata di razzismo?

«Sicuramente sì. Paradossalmente, persino ritenersi i più colpevoli di tutti, mi riferisco all’antioccidentalismo degli occidentali, in realtà è una forma narcisistica di pretesa superiorità. Che non riconosce mai l’altro come pari, ma sempre come vittima di una nostra superiorità che, però, essendo buoni e giusti, riusciamo a denunciare».
Nel 1987 il referendum sulla perseguibilità civile dei magistrati colpevoli di errori giudiziari conquistò l’80% dei consensi…
«Compreso il mio».
Però è rimasto inapplicato. Stavolta, trattandosi di un referendum confermativo di una legge che modifica la Costituzione, abbiamo maggiore speranza che in caso di successo dei sì sarà applicato?
«Lo spero. Nel frattempo lasciamo alla Schlein rincorrere il quorum che non serve».

 

versione integrale

(parziale su La Verità, 18 febbraio 2026)

«Il leader del campo largo? Lo cercano a Medjugorje»

Striscia la notizia che non striscia è un esperimento riuscito?
«È un esperimento riuscitissimo. Tra le trasmissioni di Canale 5 andate in onda contro Don Matteo è quella più vista degli ultimi cinque anni. Quindi chi ha deciso, nonostante la perplessità di molti, di piazzarci in questo giorno assolutamente non favorevole, l’ha comunque azzeccata».
È riuscita la prima puntata o l’idea della prima serata?
«Ci è stato chiesto di realizzare una trasmissione in prima serata che noi abbiamo cercato di costruire con l’idea della parodia del varietà. Ma manteniamo i nostri servizi e le nostre inchieste, che restano fortissime».
È un ciclo di cinque serate, che ascolti dovete fare per allungarvi la vita?
«Per ora sono state stabilite cinque puntate che finiscono prima del Festival di Sanremo. L’ascolto che ci ha chiesto Pier Silvio Berlusconi per la prima puntata di 2,5 milioni di telespettatori è stato ampiamente superato. Se poi si guarda la sovrapposizione con Don Matteo superiamo anche i 3 milioni, quindi l’obiettivo è raggiunto. Spero non le dispiaccia».
Farete un altro ciclo?
«In questa stagione ci sarebbe qualche problema organizzativo perché Iacchetti ha il suo tour a teatro e io stesso avrei degli impegni. Semmai sarebbe un progetto per la prossima stagione».
La prima puntata avete avuto ospiti Fiorello, Maria De Filippi e Alex Del Piero: è difficile mantenere questo livello anche stasera?
«L’impatto degli ospiti dipende anche da cosa gli fai fare. Gli ospiti di questa sera sono Lorella Cuccarini, Checco Zalone, Gerry Scotti, Gabriel Garko, Emanuela Folliero, i Cugini di Campagna e i Bellissimi di Rete 4: Nuzzi, Giordano, Del Debbio. Per un uccellaccio del malaugurio come lei, le sembrano sufficienti?».
Celentano non siete riusciti a convincerlo o Claudia Mori si è messa di traverso come sembrava dalla vostra gag?
«Era solo una gag in purezza».
Fingo di crederci.
«Secondo lei mandiamo un sosia di Rocky a gridare Adriano Adriano sotto le mura di una presunta casa Celentano? Era una presa in giro della ricerca degli ospiti del varietà. “Allora chi invitiamo? Mina, Celentano…”. Anche perché, con rispetto parlando, è più famoso Sylvester Stallone di Celentano».
La presenza di Enzo Iacchetti vi ha tolto qualcosa?
«Qui la aspettavo. La presenza di Iacchetti è fonte di una campagna di odio violenta da parte di gente organizzata».
Addirittura.
«Come li giudica migliaia di commenti sui social che invitano a cambiare canale mentre lui è in video? Il movimento si chiama “Iacchetti? No, grazie!”. Un linciaggio alla persona teso esclusivamente a fomentare odio. Si mostra una foto fake di Iacchetti con un cartello davanti alla Tour Eiffel che dice “cosa ne pensate se me ne andassi fuori dall’Italia?”. Su una frase che Iacchetti non ha mai detto, né ha mai attaccato la Meloni, si forma una valanga di insulti e minacce contro lui e la trasmissione: non guardatela, cambiate canale…».
Un po’ si è esposto?
«Essendo l’uomo più buono del mondo si è esposto, mettendoci la faccia, quando a metà settembre scorso nel programma di Bianca Berlinguer, mentre parlava dei bambini morti a Gaza, il rappresentante della comunità ebraica gli ha detto “definisci bambino”. Una frase orrenda. Vuol dire che certi bambini si possono ammazzare e altri no? A quel punto Enzino ha sclerato. Farlo diventare per questo l’ideologo dei pro Pal è semplicemente ridicolo. Nessuno di noi è antisemita. Siamo semplicemente contro la guerra, come delle innocue aspiranti Miss Italia. Ma per gli haters questa semplice frase, dirsi contro la guerra, significa schierarsi politicamente. Falso, perché qualunque cattolico dovrebbe essere contro la guerra».
Anche nelle successive ospitate ha assunto posizioni oltranziste.
«Non mi risulta. Mi risulta che abbia una posizione preoccupata, pacifista e senz’altro contro Netanyahu. La stessa che hanno anche ambienti ebraici che ci seguono e ci stimano».
In compenso avete avuto la complicità dei mammasantissima di Mediaset: Gerry Scotti ha ospitato Greggio e Iacchetti per un lungo promo, Maria De Filippi ha fatto l’inviata.
«Striscia è la trasmissione più iconica di Canale 5. Quella che l’anno scorso, dopo i programmi di Maria al sabato, faceva più ascolti».
Cosa vi dà e cosa vi toglie la prima serata?
«A me dà l’idea di una nuova sfida, che può eccitare anche alla mia età. Era una scommessa difficile, con tanti gufacci che prevedevano la nostra fine e ora, dopo la prima puntata, si chiedono come faremo la seconda».
Meno denuncia e più varietà?
«No, le denunce rimangono. Abbiamo fatto pezzi che ci hanno provocato da subito grossi grattacapi tipo quello sui neomelodici. L’esperimento sociale di Valerio Staffelli sta facendo milioni di visualizzazioni».
Non è che invecchiando sta diventando più buono?
«Sono sempre stato buono, anche troppo».
La caricatura di Sergio Mattarella funziona?
«Era una gag episodica, messa lì semplicemente per prendere in giro il varietà. Guardate che ci siamo impegnati, abbiamo sei veline, lo studio più grande, l’orchestra, stiamo cercando Celentano e abbiamo anche Mattarella».
È lui il vero capo dell’opposizione?
«Io lo vivo sempre come un pacato democristiano».
Della sinistra democristiana.
«Lo dice lei, io non penso».
Se farete un altro ciclo condurranno sempre Greggio e Iacchetti?
«Dipende dagli impegni di tutti».
Si possono sempre cambiare i conduttori: Pio e Amedeo?
«Hanno il loro varietà».
Bonelli e Fratoianni?
«Se non ce la fanno nemmeno a condurre un partito che avrebbe potenzialità enormi, come pensa che possano condurre una cosa complessa come un varietà».
Fabrizio Corona e Alfonso Signorini?
«Nel 2017 il magazine di Signorini aveva suggerito la conduzione di Corona e io risposi che glielo avrei fatto condurre insieme ad Alfonso Signorini, entrambi completamente nudi, e i loro corpi sottoposti a una salatura. Al posto delle veline, due capre dei Pirenei. Risate assicurate».
Il Gabibbo sulla neve delle Olimpiadi di Milano-Cortina produrrebbe un bell’effetto cromatico?
«Non è escluso, se accadono fatti che lo stimolano. Siamo sempre sul pezzo».
Stefano De Martino è il conduttore più talentuoso dell’ultima generazione?
«È senz’altro il più poliedrico, difatti l’avevo individuato per fargli condurre Striscia. Io e lui eravamo d’accordo già nell’ottobre 2023, ma poi si è perso tempo sul contratto. E quando Amadeus se n’è andato nella primavera del 2024, la Rai ha bloccato De Martino». 
Affari tuoi è all’ultima stagione?
«È ancora vivo e vegeto. Se si tiene il pacco da 300.000 euro fino alla fine, come han fatto l’altro giorno, e ci si allunga nell’orario, è tutt’altro che morto. È chiaro che ha una difficoltà per cui deve essere alternato. Dopo la trentesima volta che vedi da una parte 300.000 e dall’altra 20 euro anche il più tonto si insospettisce».
Perché la generazione dei quarantenni come Alessandro Cattelan, Ema Stokholma, Andrea Delogu, Diaco, faticano a sfondare?

«Evidentemente non faticano abbastanza».
È difficile gestire inviati e collaboratori che lavorano e guadagnano parecchio meno di prima?
«Nella fase iniziale lo è stato perché si era detto che si partiva a novembre. Invece, per motivi anche misteriosi, siamo partiti dopo metà gennaio. Ci siamo trovati in difficoltà soprattutto con chi non aveva preso altri impegni per aspettare di partire con noi per realizzare indagini che richiedono parecchio lavoro. Strada facendo anche questa situazione si risolverà».
Ha detto che Striscia è «unica e irripetibile, un bene della nazione»: troppo?
«È la trasmissione dei record. Se fossimo stati sostituiti da una trasmissione più moderna allora avremmo un rimpianto. Ma siccome siamo avvicendati da un format che viene da lontano e nelle altre reti si fa una tv antica, continuiamo a essere la trasmissione più moderna, provocatoria e soprattutto utile al pubblico in circolazione».
L’hanno chiamata a tenere una lezione alla Sorbona, fanno tesi di laurea su Striscia, le manca il Nobel per la cultura pop, che per altro non c’è?
«Fu un ciclo di lezioni alla Sorbona che la responsabile del Celsa Françoise Boursin definì formidable».
In francese suona meglio. Un’installazione di Striscia al Moma ci starebbe?

«Certo».
È un programma immutabile o una versione corsara è possibile?
«Dimostra di sapersi adeguare a varie formule».
Pier Silvio l’ha invitato a cena dopo che ha detto di non averlo mai visto per più di cinque minuti a quattr’occhi?
«Sì, ma non a quattr’occhi. Meglio per tutti e due».
A proposito, quando è a Cologno pranza con la squadra di autori e la sera nel residence con chi cena?
«A Cologno non pranzo, nel senso che mi accontento di una roba che noi chiamiamo cibo d’autore, focaccette, dolcetti, schifezzuole… Altri autori prima o dopo mettono i piedi sotto la tavola. La sera vado al ristorante o ceno al residence da solo. E, fieramente, mi lavo anche i piatti».
E dopo si sciroppa i talk show e i programmi d’inchiesta?
«No, non li guardo».
Il preferito e il meno amato?
«Davvero, non li guardo. La sera leggo o svengo».
A Stefano Lorenzetto l’85enne Pierluigi Magnaschi, il più vecchio direttore di giornali del mondo, ha confessato che dalle 3 alle 5 di notte legge tutti i quotidiani, stranieri compresi. Lei che abitudini ha?
«Ringrazio Lorenzetto per le pulci ai giornali che fa per tutti noi».
Ma le sue abitudini?
«Leggo fino all’una di notte e poi ricomincio alle sei e mezza».
Da quale giornale inizia?
«La Stampa di Torino».
E quello che le dà più soddisfazione?
«Mmmh… direi Playboy, se c’è ancora…».
Con Marina Berlusconi che rapporto ha?
«Sono anni che non la vedo, l’ultima volta fu all’uscita del Teatro Manzoni. Però mi piaceva quando scriveva contro Carlo De Benedetti».
Auspica che uno fra lei e Pier Silvio scenda in campo?
«Veramente avevo sentito parlare di Massimo Doris. Fossi nei figli di Berlusconi invece che scendere, salirei a Saint Moritz e terrei il telefono spento per un mese».
Rimpiange i tempi della sit Il Cavaliere mascarato?
«Berlusconi dava spunto a tutti i satirici, ci faceva vivere di rendita».
Durante il caso Giambruno si diceva che avesse nel cassetto altri fuorionda, invece…
«Tutto quello che avevo è andato in onda. Anche perché quella performance l’aveva fatta a Milano mentre a Roma era molto più prudente. Ho aspettato per avere nuovo materiale, ma non sono arrivate altre gioie».
L’ha mai incrociato negli studi di Cologno?
«Mai».
Forza Italia ha bisogno di volti nuovi o va bene così?
«Potrei dare consigli fraudolenti».
La ascolto.
«Non mi viene in mente nessuno. Anzi sì, Lele Mora».
Volti nuovi per il Pd?
«Più che di volti mi sembra abbia bisogno di programmi».
Elly Schlein, sotto gli slogan niente?
«Intanto, ha resistito più di quanto ci si potesse aspettare. Tuttavia, è chiaro che verrà spazzata via, come da abitudine, non dalla destra, ma dai suoi cacicchi».
Può essere segretario del Pd una che ha l’armocromista e la cittadinanza svizzera?
«Sono in conflitto d’interessi perché dal punto di vista della satira è il paradosso ideale. L’anno scorso ci abbiamo campato tutta la stagione».
È in conflitto d’interessi perché è del Pd?
«No, da semplice cittadino penso che un’opposizione forte faccia bene al Paese».
Chi vedrebbe come futuro segretario, Beppe Sala o Maurizio Landini?
«Nessuno dei due».
Giorgio Gori?
«Lui di varietà se ne intende. Saprebbe organizzare un grande show».
E come futuro candidato premier del centrosinistra?
«A Medjugorje si sta aspettando un’apparizione».
Chi è il leader di partito con maggiori doti mediatiche, dialettiche?
«Matteo Renzi, ma, per fare un esempio calcistico, sembra uno di quei virtuosi nel palleggio a bordocampo che poi in squadra fanno danni».
Di Donald Trump si sottolineano troppo i lati negativi?
«Fa di tutto perché si sottolineino quelli».
Almeno non è ipocrita: fa la guerra alle guerre, al green deal e al woke?
«Secondo me queste azioni fanno parte della sua enorme ipocrisia».
È andato a vedere il film di Checco Zalone?
«Sì e mi è anche piaciuto. Sono andato nei giorni scorsi a un’ora improponibile e il cinema era pieno».
L’ultima volta che ha votato?
«Ho rimosso».
Al referendum sulla separazione delle carriere voterà?
«Voglio farmi condizionare dagli ultimi giorni della campagna referendaria per decidere se farlo o no».
Mandi un buffetto al suo amico Beppe Grillo.
«Beppe sa che può sempre contare su di me».
Che impressione le ha fatto l’ultimo post introspettivo?
«Ribadisco la risposta precedente».
È più ingiustificata la superiorità morale della sinistra o il vittimismo della destra?
«Due cialtronate ingiustificabili».
Se lo aspettava che Giorgia Meloni durasse così a lungo?
«L’Italia è comunque sempre stata sostanzialmente un paese di destra. Meloni ormai incarna un intrepido esempio della Resistenza, non so se le farà piacere».

 

La Verità, 29 gennaio 2026

L’arbitro del Quirinale è schierato con l’opposizione

La rotta ostinata e contraria di Sergio Mattarella nei confronti dell’attività di governo è sotto i nostri occhi una volta diradata la nebbia della narrazione ossequiosa e compiacente. La concessione della grazia ad Abdelkarim Alla F. Hamad, lo scafista condannato a 30 anni per concorso in omicidio plurimo e violazione delle norme sull’immigrazione per fatti avvenuti nel 2015 (49 persone trovate morte in un barcone diretto a Lampedusa) è l’ultimo di una serie di atti del capo dello Stato in contrasto con la linea di Giorgia Meloni. Che, all’indomani della tragedia di Cutro, aveva urlato: «Cercheremo gli scafisti lungo tutto il globo terracqueo».
Tra Quirinale e Palazzo Chigi siamo alle divergenze parallele, dove il parallelismo è solo temporale, nel senso che l’inquilino del Colle più alto fa un uso sagace della tempistica per esprimere orientamenti opposti. Se il governo allenta le misure contro il Covid interviene sottolineando che non bisogna cantare vittoria. Se Palazzo Chigi disegna la proposta del premierato forte, il capo dello Stato si presenta a sorpresa al Festival di Sanremo per applaudire Roberto Benigni che inneggia all’intoccabilità della Costituzione più bella del mondo. Si potrebbe continuare, senza dimenticare i silenzi del presidente quando si tratterebbe di difendere il governo dalle ingerenze delle procure o dagli attacchi di leader stranieri. Tutti insieme, silenzi, interventi a contrasto e ingerenze, configurano nel comportamento proattivo del secondo mandato di Mattarella una sorta di semipresidenzialismo ibrido. Mentre infatti con il governo di Mario Draghi e prima con quello di Giuseppe Conte, l’attivismo dell’arbitro del Quirinale era improntato a un accompagnamento condiscendente, da garante della maggioranza, ora, l’agenda del Quirinale sembra quella del capo dell’opposizione.
21 dicembre 2023 Sono passate poche ore dall’intervento di Elon Musk ad Atreju che, davanti alle alte cariche dello Stato invitate al Quirinale per gli auguri di Natale, Mattarella inaugura la sua personale battaglia contro il patron di Space X, Starlink e Tesla. In quei giorni la tecnologia satellitare Starlink è candidata a implementare il nostro sistema delle comunicazioni e di difesa, ma Mattarella stigmatizza, senza citare Musk, «oligarchi di diversa estrazione (che, ndr) si sfidano nell’esplorazione sottomarina, in nuove missioni spaziali, nella messa a punto di costosissimi sistemi satellitari (con implicazioni militari) e nel controllo di piattaforme di comunicazione social, agendo, sempre più spesso, come veri e propri contropoteri». Con la consulenza del segretario del Consiglio supremo di Difesa Francesco Saverio Garofani che propende per la tecnologia Eutelsat supportata dalla Francia, il negoziato per Starlink naufraga.
24 febbraio 2024 Dopo gli scontri a Pisa tra attivisti pro Pal che manifestano in un corteo non autorizzato e le forze di polizia che fanno ricorso all’uso dei manganelli, l’ufficio stampa del Quirinale dirama una telefonata del capo dello Stato al ministro degli Interni Matteo Piantedosi nella quale afferma che «quei manganelli esprimono un fallimento» e che «l’autorevolezza delle Forze dell’ordine non si misura sui manganelli ma sulla capacità di assicurare sicurezza tutelando, al contempo, la libertà di manifestare pubblicamente opinioni». È una critica energica al ministro e una scelta di campo pro-pro Pal. Nei giorni a seguire si intensificano gli attacchi, Maurizio Landini in testa, alle Forze dell’ordine e al governo.
6 novembre 2024 Donald Trump vince le elezioni americane, ma quel giorno, insieme a Romano Prodi, Jaki Elkann, Pierferdinando Casini e Antonio Tajani, Sergio Mattarella è a Pechino in visita ufficiale alla Repubblica popolare cinese. La tempistica non è felicissima, Xi Jinping è l’avversario numero uno del nuovo presidente americano. Certamente la visita era programmata da tempo, forse nell’intento di riattivare la Via della seta e forse al Quirinale si scommetteva sulla vittoria di Kamala Harris. Nell’occasione la Fondazione Agnelli assegna a Prodi una cattedra di «Studi italiani» presso l’università Beida di Pechino dove, nella lectio magistralis, il capo dello Stato tiene un discorso franco, perché «fra amici» non ci devono essere «veli», e incoraggia «a intensificare il più possibile i già eccellenti rapporti tra Cina e Italia».
14 novembre 2024 Nuovo capitolo dello scontro con mister Tesla. Musk definisce «inaccettabile» l’intervento della procura di Roma contro l’uso dei Cpr in Albania e in un post si chiede: «Il popolo italiano vive in una democrazia o è un’autocrazia non eletta a prendere le decisione?». Dall’alto della sua carica, contro quello che è un semplice cittadino, il Quirinale replica che «l’Italia è un paese democratico… che sa badare a sé stessa, nel rispetto della sua Costituzione» (a sua volta Musk si appella alla libertà di espressione «protetta dal Primo emendamento degli Stati Uniti e dalla Costituzione italiana»).
5 febbraio 2025 Ricevendo la laurea honoris causa a Marsiglia, Mattarella tiene uno dei discorsi più aggressivi del secondo mandato. Dopo aver rinverdito gli attacchi a Musk parlando di «figure di neo-feudatari del Terzo millennio… che aspirano a vedersi affidare signorie nella dimensione pubblica… quasi usurpatori delle sovranità democratiche», paragona l’invasione ucraina della Russia al comportamento del Terzo Reich. «La strategia dell’appeasement non funzionò nel 1938… Avendo a mente gli attuali conflitti, può funzionare oggi?», si chiede Mattarella. Prima di concludere: «Anziché la cooperazione, a prevalere fu il criterio della dominazione. E furono guerre di conquista. Fu questo il progetto del Terzo Reich in Europa. L’odierna aggressione russa all’Ucraina è di questa natura». Il 14 febbraio la portavoce del ministero degli Esteri russo Maria Zakharova contrattacca definendo «parallelismi storici infondati e falsi» ed «elucubrazioni blasfeme» le parole del nostro presidente, confortato nell’occasione dalla solidarietà di tutte le cariche dello Stato.
17 ottobre 2025 Alla cerimonia di consegna delle Stelle al merito del lavoro il capo dello Stato parla dei livelli retributivi nel settore pubblico e privato. Ma, visto che i contratti dei dipendenti pubblici (insegnanti, ferrovieri, agenti di polizia ecc.) sono stati rinnovati, invece di rivolgersi a Confindustria e sindacati, estende l’allarme chiamando in causa la guida del Paese: «Il lavoro oggi procede a velocità diverse. Si creano diaframmi tra categorie, tra generazioni, tra lavoratori e lavoratrici, tra italiani e stranieri, tra territori, tra chi fa uso di tecnologie avanzate e chi non è in condizioni di farlo». In pieno autunno caldo, mentre si susseguono gli scioperi e il governo lavora alla legge di bilancio, Mattarella getta benzina sul malcontento.
16 novembre 2025 Invitato dal presidente tedesco Frank-Walter Steinmeier, Mattarella parla al Bundestag, il Parlamento tedesco, in occasione della Giornata del lutto nazionale a 80 anni dalla fine della Seconda guerra mondiale. Due settimane prima, Donald Trump ha annunciato: «Con altri Paesi che testano armi nucleari, è appropriato che lo facciamo anche noi». Forse dimentico di essere nel Paese che ha riformato la Costituzione per destinare 1000 miliardi al riarmo, il capo dello Stato attacca il presidente americano parlando dei «troppi dottor Stranamore che amano la bomba».
18 novembre 2025 La Verità rivela che in una cena in pubblico il segretario del Consiglio supremo di Difesa Francesco Saverio Garofani ha auspicato la creazione di «una grande lista civica nazionale» e «un provvidenziale scossone» che impedisca a Giorgia Meloni di vincere le elezioni del 2027 per poi influenzare la scelta del Quirinale del 2029. Il capo dei deputati di Fratelli d’Italia Galeazzo Bignami chiede che le ricostruzioni della Verità «siano smentite senza indugio». Ma dal Colle arriva una nota che fa da schermo al segretario del Csd: «Al Quirinale si registra stupore per la dichiarazione del capogruppo alla Camera del partito di maggioranza relativa che sembra dar credito a un ennesimo attacco alla Presidenza della Repubblica costruito sconfinando nel ridicolo». Il Quirinale si mostra sordo alle richieste di dimissioni del consigliere per la Difesa.
12 dicembre 2025 Mentre Bruxelles approva il congelamento dei 210 miliardi di asset russi accogliendo la posizione di Giorgia Meloni che spinge per cooperare con gli sforzi americani per il cessate il fuoco, il capo dello Stato afferma davanti al corpo diplomatico che «l’Italia sta con l’Ucraina». Nessun tentennamento o accenno all’uso molto improprio da parte dei più stretti collaboratori di Zelensky del denaro arrivato dall’Europa.
15 dicembre 2025 C’è attesa per il vertice di Berlino tra leader europei, Volodymyr Zelensky ed emissari della Casa Bianca per il cessate il fuoco tra Mosca e Kiev. L’obiettivo di Meloni è convincere gli alleati dell’Ue a evitare nuovi invii di armi all’Ucraina e a usare gli asset russi per finanziarla allo scopo di far progredire il dialogo con Putin. I margini di manovra sono risicati, ma quella mattina Mattarella parla agli ambasciatori e alle ambasciatrici in Italia. Dopo aver premesso che siamo davanti a «una disordinata e ingiustificata aggressione nei confronti della Unione europea», il capo dello Stato vellica indirettamente le ambizioni di Zelensky a proseguire la resistenza bellica, stigmatizzando «l’aberrante intendimento… di ridefinire con la forza gli equilibri e i confini in Europa». Inciampando nell’amnesia sul suo ruolo di vicepremier del governo D’Alema che nel marzo del 1999 ordinò il bombardamento di Belgrado senza l’autorizzazione dell’Onu.

 

La Verità, 24 dicembre 2025

Passata la piena, il giunco Garofani resta al suo posto

La piena è passata e il giunco Francesco Saverio Garofani può tirare un sospiro di sollievo. Da giorni tutto tace e il consigliere di fiducia del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, sorveglia rinfrancato gli umori dei palazzi e i tam-tam dei media. Calma piatta, le ostilità si sono placate. L’ultima onda fastidiosa risale alle dichiarazioni del presidente del Senato Ignazio La Russa che, prima di rettificare – di poco – il tiro ha detto che un consulente del capo dello Stato non può restare al suo posto dopo che ha disegnato scenari politici comprendenti il cambio della legge elettorale, il verificarsi di provvidenziali scossoni, la nascita di una lista civica nazionale, tutto in funzione anti Meloni. A quel punto, la querelle si è brevemente rinfocolata e si è tornati pretestuosamente a parlare di attacco al Quirinale. Tra i cronisti e gli analisti del giornale unico nazionale l’aderenza ai fatti e il pragmatismo scarseggiano.

Da giorni però il silenzio sul caso politico più clamoroso dell’ultimo mese conforta Garofani. La piena sembra passata e, pur con una certa circospezione, può rialzare la testa. Càlati juncu ca passa la china (piegati giunco che passa la piena) recita un famoso detto popolare siciliano che il palermitano Mattarella conoscerà sicuramente. Chissà se l’avrà sussurrato al suo uomo di fiducia. Altrove, è vero, per esempio al ministero della Cultura, Pietro Tatafiore, portavoce di Alessandro Giuli, si è dimesso per molto meno dell’improvvida manifestazione di cui è stato protagonista il consigliere del Quirinale. Una mail ministeriale usata per segnalare la presenza dello stesso Giuli a un evento del candidato di centrodestra in Campania è bastata per lasciare l’incarico (né Giuli né Tatafiore sono siculi). Per le questioni che riguardano il Colle più alto di Roma, invece, ci pensa il bis-presidente a catalizzare i media, moraleggiando e strappando immancabili ovazioni che si tratti della commemorazione dei 75 anni del Cuamm di Padova o degli Stati generali della natalità a Roma.

Qualche decennio fa, le quotidiane esternazioni del sardo Francesco Cossiga erano vissute dai più come un’insopportabile camurria, sicilianamente parlando. Sta di fatto che, in quest’occasione, il famoso proverbio, citato pure da Franco Battiato in una sua canzone, potrebbe essere tornato utile. E makari, La Russa, siciliano pure lui, avrà provato a neutralizzarne certi effetti collaterali. Nell’uso comune il consiglio a piegarsi in attesa che cali l’ondata suggerisce di attendere tempi migliori, di resistere nelle crisi per poi riprendere l’iniziativa. Insomma, nel linguaggio di moda, sarebbe riassunto come un invito alla resilienza. Nel caso di Garofani, invece, sta funzionando come sostegno all’imbullonamento alla poltrona, che è quella di segretario del Consiglio supremo di difesa. Il quale, ora che le questioni militari stanno tornando all’ordine del giorno in tutta Europa, tornerà presto a riunirsi. Con quale faccia il giunco Garofani si siederà tra Mattarella, Giorgia Meloni e il ministro Guido Crosetto se non quella dell’arroganza del potere?

 

La Verità, 29 novembre 2025

«Foa chiuso dalla Rai perché privo di affiliazioni»

Luca Ricolfi è presidente e responsabile scientifico della Fondazione David Hume, insegna Analisi dei dati all’università di Torino ed è stato collaboratore di Giù la maschera su Radio 1 ideato e condotto dall’ex presidente della Rai Marcello Foa.
Professore, che cosa pensa della chiusura del programma?
«Sono sconcertato, non ne capisco le ragioni. Ma l’aspetto più inquietante è il silenzio che è immediatamente calato sulla vicenda. Nessuna spiegazione da parte dei vertici aziendali, nessuna presa di posizione pubblica da parte del mondo politico. Come già accadde nel caso del professor Marco Bassani, punito dall’Università per un tweet politicamente scorretto, la solidarietà verso il censurato arriva solo per vie private, da colleghi o amici che, però, di prendere una posizione pubblica non se la sentono proprio. Possiamo leggere tutto questo come indice di vigliaccheria, conformismo, opportunismo. Ma come sociologo mi sembra di poter dire che la radice non è individuale – ognuno fa i conti con la dotazione di coraggio e indipendenza di cui dispone – ma sociale: negli ultimi 5-6 anni, complice il Covid e due guerre drammatiche, nelle nostre civilissime società democratiche si è instaurato un clima di intimidazione e di paura che ci rende tutti più prudenti, timorosi di assumere posizioni che qualcuno potrebbe giudicare inaccettabili, con conseguente emarginazione di chi le professa. Anche in una cena privata, siamo tutti più guardinghi di un tempo. E se ci invitano a firmare un appello, troviamo difficile sottrarci, perché il clima è intimidatorio e manicheo».

Lei è stato tra gli opinionisti fissi del programma: ha interrotto la collaborazione perché si era trovato male?

«Assolutamente no, mi ero trovato benissimo, il mio ritiro è stato dovuto soltanto a ragioni personali, di scarsa compatibilità con altri impegni.

Che cosa apprezzava di più e cosa di meno del programma?

«Due cose apprezzavo più di altre. La prima è che, pur avendo a disposizione un’ora di tempo, Foa non è mai caduto nella tentazione del <minestrone> di argomenti, come fanno tanti programmi. E sa come mai poteva reggere un’intera ora su un unico argomento? Perché dietro quell’ora c’era tantissimo lavoro dello staff – Nancy Squitieri, Mauro Convertito e altri – che permetteva al conduttore di approfondire il tema, anziché toccarlo superficialmente per poi passare ad altro. Senza contare il valore aggiunto della sondaggista Alessandra Ghisleri, una miniera di informazioni sugli atteggiamenti della popolazione. La seconda cosa che apprezzavo è la scelta dei temi, compresi i tre tabù di questi anni: Covid, Ucraina, Gaza (per non parlare dei tabù minori come Vannacci e l’annullamento delle elezioni in Romania. Ora che ci penso, forse è questo che è stato fatale al programma. Perché Giù la maschera non solo non evitava gli argomenti tabù, ma li affrontava senza la pretesa di indicare il punto di vista corretto».

Mentre collaborava, e anche dopo se ha continuato a seguirlo, immaginava che avrebbe potuto incontrare degli ostacoli?

«Non mi è mai venuto in mente, il programma era ok e Foa un ex presidente Rai».

Cosa pensa del fatto che i dirigenti della Rai non abbiano spiegato all’interessato il motivo della decisione?

«Non mi stupisce, a me sono capitate cose consimili: quando il tuo interlocutore non vuole darti retta, preferisce sparire piuttosto che dire dei no espliciti. È il classico mix italiano di maleducazione, sciatteria, superficialità. Però il caso di Foa va oltre, perché è stato presidente della Rai. Liquidarlo senza una parola è un gesto di arroganza che la dice lunga sui tempi che vive la tv pubblica. E pure sui tempi che viviamo in generale: succede anche all’università, quando un professore sta per andare in pensione – e quindi non conterà più nulla nei concorsi – spesso la deferenza si tramuta repentinamente in indifferenza».

Foa dice che il programma è stato chiuso perché troppo indipendente, concorda?

«Temo che la ragione sia più sottile: non è il suo programma ad essere troppo indipendente, è lui che è troppo libero. Può sembrare la stessa cosa, ma non lo è. Il problema di Foa è che non è organico né alla destra né alla sinistra, e quindi non ha la protezione che deriva dall’appartenenza. Penso che se avesse avuto una affiliazione, non importa se a destra o a sinistra, il suo programma sarebbe stato difeso con le unghie e con i denti».

Disturbava poteri e ambienti che non potevano tollerarlo?

«Non più di altri scrittori, studiosi o conduttori tv. Il nodo non sono le sue idee, ma la non affiliazione, la non organicità. Possiamo mettere la cosa anche in altro modo. Prendiamo il caso dell’Ucraina. Posizioni anti-occidentali, o ben lontane dalla fedeltà atlantica, sono state più volte espresse anche da persone di sinistra: Massimo Cacciari e Luciana Castellina, ad esempio. Ma nessuno li ha mai lapidati con l’accusa di putinismo, che invece implacabilmente colpisce tanti altri».

Perché?

«Ma è semplice: perché sono dei nostri, appartengono alla cerchia dei progressisti, la loro fede democratica è fuori discussione. Quindi possono dire quel che vogliono, nessuno li accuserà di alcunché. Se invece le stesse cose o cose consimili le dice, o permette che vengano dette, una persona di destra, o accusata di sovranismo, o semplicemente non schierata, scatta la demonizzazione. Che rimane relativamente sopportabile se quella persona ha una contro-appartenenza (ad esempio è iscritta alla Lega, o a Fratelli d’Italia), ma diventa un macigno se quella persona non ha una cerchia che la protegge. Detto brutalmente: nel clima attuale, essere liberi è molto più pericoloso che essere di destra».

Condivide la riflessione di Foa quando dice che poteva aspettarsi un trattamento di questo tipo da una Rai con una dirigenza di sinistra ma non da una Rai con una governance di destra?

«No, su questo la penso diversamente. Non credo che, sul piano culturale, la destra sia più liberale della sinistra. Semmai è meno organizzata, e ha meno truppe».

TeleMeloni, ammesso che ci sia visto che rinnova poco rispetto alle gestioni precedenti, fa notizia perché cancella un irregolare di destra?

«La notizia sarà già sparita dai radar quando questa intervista verrà stampata».

Hanno ragione quegli osservatori che si aspettavano un cambio di passo più netto nella gestione della tv pubblica?

«Direi di no. Quegli osservatori hanno confuso le loro speranze con la realtà».

A suo avviso, questa vicenda è sintomo di qualcosa di più generale?

«Sì, ma è qualcosa di generico e composito: l’arroganza del potere, il disprezzo per la cultura, forse anche il ricambio generazionale negli enti pubblici. Tutte cose di cui la trasmissione Giù la maschera non è l’unica vittima».

Nella gestione dei fondi ministeriali del cinema e nella direzione di alcuni enti culturali qualche segnale di novità si inizia a vedere. È ancora troppo poco?

«È ancora troppo poco, ma è comunque un inizio. Del resto fare peggio del centrosinistra era quasi impossibile».

Alcuni commentatori hanno apprezzato il discorso tenuto da Giorgia Meloni al Meeting di Rimini, qualcun altro ha osservato che il premier è più efficace quando parla di quando opera in concreto. Lei che cosa ne pensa?

«Penso che Giorgia Meloni sia altrettanto efficace quando parla davanti a un grande pubblico e quando agisce. Semmai il problema è che i media si occupano molto di quel che dice, pochissimo di quel che fa. Specie se quel che fa è poco spettacolarizzabile, come i primi passi del piano Mattei, o le innumerevoli micro-misure in campo economico-sociale».
Nel contesto di apparati e burocrazie anche internazionali controllati dalla sinistra, bisogna concedere a questo governo un margine di tempo maggiore perché possa essere incisivo?

«Sì, 5 anni non bastano. Ma il problema non sono solo gli apparati e le burocrazie internazionali controllate dalla sinistra, c’è anche il problema delle piccole guerre fra alleati di governo, lo stillicidio di polemiche minori senza che emerga in modo chiaro qual è il disegno del centrodestra, quali sono gli ostacoli da superare, quali sono gli obiettivi realistici».

Se dovesse dare un consiglio non richiesto a questo governo che cosa suggerirebbe?

«Di non nascondere o negare quel che ancora non è stato fatto, e di usare precisamente il non-fatto per chiedere un secondo mandato. Come fece a suo tempo – con successo – il premier riformista Tony Blair».

 

La Verità, 31 agosto 2025

«Su Almasri giusto puntare sulla sicurezza nazionale»

Era uno dei lothar dalemiani. Nicola Latorre, insieme a Claudio Velardi, Marco Minniti e Fabrizio Rondolino: tutti pelati («ci radevamo perché non avevamo capelli», parola di Velardi), in fuga dal lìder Maximo, teste d’uovo. Latorre più di tutti probabilmente, tanto che, dopo varie legislature a Palazzo Madama, la presidenza della commissione Difesa del Senato e la direzione dell’Agenzia industrie e difesa (fino a fine 2023), insegna Relazioni internazionali alla facoltà di Scienze politiche dell’università Guido Carli.
Professor Latorre, che cosa pensa del fatto che da quando il comandante della polizia giudiziaria libica Najeem Osama Almasri è stato espulso l’Italia è paralizzata?
«Penso che il dibattito su questa vicenda va avanti da troppi giorni e sta facendo perdere di vista una serie di altri fatti che stanno caratterizzando lo scenario geopolitico. Ritengo sia un errore tenere in scacco le attività del Parlamento non solo perché ci sono questioni urgenti relative all’attività legislativa, ma soprattutto per una serie di avvenimenti nello scenario mondiale che richiederebbero rigore nelle discussioni, all’opposto dei toni urlati e propagandistici che trasmettono un’immagine non adeguata del nostro Paese».
Prima di addentrarci, qual è la sua opinione generale su questa vicenda?
«Ritengo che il governo potesse chiudere la discussione sulla decisione presa, che personalmente condivido, motivandola con le esigenze di sicurezza nazionale. Se, insieme alle autorità che la regolano, il governo ha ritenuto di prendere questa decisione avrebbe dovuto esplicitarla subito chiaramente. Mantenere questo pericoloso criminale in condizioni di libertà o di restrizione nel nostro Paese avrebbe potuto produrre conseguenze per la sicurezza nazionale sia sul nostro territorio, ma anche per i cittadini e le aziende italiane che operano in Libia».
Avrebbero potuto esserci ripercussioni sui nostri connazionali, sulle attività dell’Eni o nuove ondate di migranti dalla Libia verso le nostre coste?
«Il nostro rapporto con la Libia ha grande rilevanza innanzitutto sulla sicurezza interna perché è noto che, come per quelli provenienti dall’area balcanica, i flussi migratori sono utilizzati per destabilizzare i Paesi. Inoltre, è noto che nell’area del Sahel, come dell’Afghanistan, è forte la presenza di cellule terroristiche organizzate. Infine, in Libia si gioca la partita per noi decisiva dell’approvvigionamento energetico».
Come giudica il comportamento dell’opposizione?
«L’opposizione ha utilizzato la propaganda per screditare il nostro Paese e attaccare il presidente del Consiglio. Ha misconosciuto le esigenze di sicurezza e l’obbligo di misurarsi con decisioni che, se da un punto di vista etico presentano elementi problematici, sul piano della responsabilità possono essere inevitabili».
Come mai solo il 18 gennaio, dopo che aveva girato l’Europa per 12 giorni, la Corte penale internazionale ha spiccato il mandato di arresto contro Almasri?
«È una circostanza che lascia aperti molti interrogativi. Sappiamo dal suo passaporto che questo personaggio poteva godere di molte protezioni internazionali».
Disponeva anche di un visto decennale per gli Stati Uniti.
«Incuriosisce la tempistica della vicenda. Il fatto che la Germania comunichi la presenza sul suo territorio di Almasri appena prima che lasci il Paese fa pensare che la vera preoccupazione delle autorità tedesche era di liberarsi di una patata bollente».
La presenza di Almasri in Europa diviene pubblica a Monaco di Baviera il giorno prima del suo ingresso in Italia.
«Non sono un sostenitore delle teorie dei complotti, credo sinceramente che si sia presa una decisione cinica e spregiudicata tesa a scaricare su altri Paesi la gestione di una polpetta avvelenata».
Che cosa suggerisce il fatto che, secondo il ministro della Giustizia Carlo Nordio, il primo mandato di arresto abbia richiesto una seconda versione dopo sei giorni?
«Non ho elementi né intenzione di pronunciarmi su questioni di tecnica giuridica. Tuttavia, emerge un percorso pasticciato, motivo in più per cui ritengo che la priorità della sicurezza nazionale è la motivazione giusta a supporto dell’espulsione di questa persona».
Giorgia Meloni avrebbe dovuto presentarsi in Parlamento come hanno reclamato le opposizioni?
«Decidere di presentarsi o no è prerogativa del premier. Quel che conta è che il governo abbia riferito nelle aule parlamentari».
Lo scontro tra magistratura e governo riguarda anche il fronte dei rimpatri degli irregolari.
«Qui, purtroppo, il fatto che preoccupa è la contraddittorietà dei comportamenti di diverse magistrature perché questa disomogeneità di comportamenti inficia la certezza del diritto».
Cosa pensa del fatto che il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che è anche capo del Csm, non si sia pronunciato su questo contrasto istituzionale?
«Penso che Mattarella, insieme alla difesa della Costituzione si preoccupa sempre di tenere unito il Paese. Le sue dichiarazioni cercano di non alimentare conflitti che possono danneggiarlo».
Dovrebbe far riflettere gli esponenti dell’opposizione il fatto che il Memorandum firmato dall’ex ministro Marco Minniti con la Libia nel 2017 è stato adottato dall’Unione europea e confermato dai governi successivi?
«Certo. Non solo dovrebbe far riflettere le opposizioni, ma continuo a pensare che quel Memorandum contiene elementi che dovrebbero orientare la nostra strategia sull’immigrazione. Il problema è che, un minuto dopo l’approvazione, di quel Memorandum è stata contrastata l’attuazione».
Non resta che sperare nel cosiddetto Piano Mattei?
«Spero che non resterà solo un titolo, ma diventi il cuore della strategia di politica estera del nostro Paese. Questo significa investire energie e risorse finanziarie in quel piano. Auspico che un contributo importante arrivi anche dall’Unione europea».
Il nostro governo ha espulso Almasri perché sotto pressione di un ricatto?
«La decisione di espellere questo signore non è frutto di nessun ricatto, ma solo di una valutazione dell’interesse della sicurezza nazionale».
Ora si scopre che una denuncia presso la Cpi risale al 2019: verranno chiamati in causa anche i ministri dei governi Conte e Draghi?
«Mi auguro che questo tipo di denunce, di ieri e di oggi su decisioni assunte per ragioni di Stato, vengano tutte cestinate».
A livello internazionale chi può aver avuto interesse a far esplodere il caso Almasri in Italia?
«Non credo ci siano Paesi che avessero interesse a farlo detonare in Italia, ma che ce l’avevano a non farlo esplodere in casa loro. In particolare credo, sulla base di una mia sensazione, che la Germania si è preoccupata di non farlo esplodere nel pieno di una campagna elettorale nella quale il tema dell’immigrazione è cruciale. Bisogna considerare che, tra le tante protezioni internazionali di cui gode questo signore, c’è quella della Turchia e sappiamo quale influenza proprio in materia di immigrazione abbia la Turchia sulla Germania».
Possiamo ricordare anche Abdullah Öcalan, il capo del PKK curdo di cui la Germania non chiese l’estradizione benché inseguito da un mandato di cattura per terrorismo. Allora il premier era D’Alema.
«Già nel 1998 c’era un mandato di cattura internazionale nei confronti di Ocalan e doveva essere estradato in Germania dove però c’erano sia una grande comunità curda che una grandissima comunità turca e, dunque, la presenza di Öcalan avrebbe alimentato tensioni sociali di complessa gestione. Il governo tedesco ha sempre evitato di chiedere l’estradizione anche quando, ricercato, riuscì a entrare in Italia. La gestione di quel caso impegnò il nostro Paese, non fu mai estradato in Germania e non mi pare abbia scatenato un putiferio come quello a cui stiamo assistendo».
Alcune cancellerie europee di Paesi in difficoltà al loro interno potrebbero gradire un ridimensionamento del premier italiano ora che appare un possibile elemento di mediazione tra le sponde dell’Atlantico?
«Se fosse vero sarebbe un errore grave prestare il fianco a questo tentativo. Il tema della difesa dell’interesse nazionale è una priorità sulla quale mi auguro che tutte le forze politiche possano convergere. Quando Silvio Berlusconi fu oggetto delle risatine di scherno di Angela Merkel e Nicolas Sarkozy, da vicecapogruppo dei senatori Pd e quindi esponente dell’opposizione, feci una dichiarazione, ahimè poco gradita da parte dell’opposizione, che stigmatizzava quell’attacco, offensivo per il nostro Paese. L’ho sempre pensata così».
Come vanno interpretati i toni antiamericani e contro Elon Musk di Mattarella all’università di Marsiglia?
«Credo che il capo dello Stato abbia voluto porre un problema di fondo, denunciando i rischi provocati dal ruolo che sta assumendo Elon Musk non come imprenditore ma come decisore politico in relazione al funzionamento dei sistemi democratici. Guardi, provo a fare un pronostico: tra qualche mese il vero conflitto sarà tra Musk e Trump».
Parlando di minacce per la democrazia nessuno si preoccupava quando l’amministrazione americana voleva pilotare l’informazione dei social di Meta.
«È vero. Ma oggi Musk sta assumendo un protagonismo che travalica i suoi compiti di imprenditore le cui qualità non sono in discussione».
Mattarella è preoccupato per il ridimensionamento degli organismi sovranazionali come l’Oms che, in realtà, non sono puri come si vuol farci credere.
«Concordo. Funzionano male e devono essere riformati, a cominciare dal consiglio di sicurezza delle Nazioni unite. Tuttavia, boicottare gli organismi sovranazionali ci porterebbe in uno scenario di incertezza ancora peggiore».
Mattarella non si pronuncia sullo scontro istituzionale sui Paesi sicuri, all’estero critica i governi sovranisti: siamo a due indizi?
«Posso sbagliare, ma a mio avviso sarebbe un errore interpretare il discorso di Mattarella come un tentativo di contestare una parte politica e favorirne un’altra. Il nostro capo dello Stato lancia un warning sull’affermarsi di un modello di relazioni internazionali bipolare in cui il più forte può dominare, rispetto a un più salutare sistema multipolare».
Per chiudere, che bilancio fa della sua collaborazione con Massimo D’Alema?
«Gli anni di collaborazione con D’Alema sono stati molto importanti per la mia formazione e con lui ho imparato a pensare con la mia testa. Soprattutto negli ultimi anni non ho condiviso spesso le sue analisi, ma senza per questo mettere in discussione la mia stima e la mia amicizia nei suoi confronti».

 

La Verità, 8 febbraio 2025