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«Sì, noi rapper siamo diventati mainstream»

Look trasgressivo e concetti tradizionali (quasi). È il contrasto che attira l’attenzione su Luchè, rapper ora biondo pannocchia, piccoli tatuaggi al volto, più grandi sul collo e sulle mani, anelli e orecchino d’ordinanza. Fuori copione sono i suoi interventi a Realiti, seconda serata su Rai2, con Enrico Lucci dal look cangiante: total red, blue, pink. La stranezza è che vicino ad Aurelio Picca e soprattutto ad Asia Argento, il più saggio della giuria dei saggi risulta proprio Luca Imprudente, 38 anni che sembrano parecchi meno.

Allora Luchè, io non la conosco, mio figlio sì… Ma La Verità si rivolge più quelli come me che, vistala spuntare in televisione, si chiedono chi è questo Luchè?

«Sono un artista cresciuto nella periferia nord di Napoli, precisamente a Marianella, un passo da Scampia. Vengo da lì per andare oltre».

Risposta vera o per i media?

«Descriversi da soli non è semplice, si può cadere nella finta umiltà o nel narcisismo. Posso dire di essere sensibile alla creatività, che non s’identifica con il successo. Sono un vulcano emotivo».

Il nome dove l’ha preso?

«È Luca in dialetto napoletano».

Gavetta.

«Abbiamo iniziato da adolescenti, ma il primo disco l’abbiamo pubblicato nel 2005, dieci anni dopo, perché volevamo essere pronti».

Parla al plurale.

«Eravamo io e ’Nto, i Co’Sang».

Prime esibizioni.

«Live in piccoli club, una mazzata in fronte. Mi cagavo sotto perché ci si esibiva davanti a un pubblico composto da altri aspiranti rapper, persone che volevano fare la stessa cosa tua. Una nicchia bella, ma frustrante».

Facevate freestyle?

«Partecipavamo alle jam nelle piazze. C’era chi faceva i graffiti, chi si esibiva nella breakdance, chi rappava. Ma erano occasioni sporadiche».

La svolta?

«Quando è uscito il primo disco dei Co’Sang. Qualche mese dopo Roberto Saviano ci intervistò per XL di Repubblica, poi arrivarono Rolling Stone e Rumore. Eravamo un gruppo cattivo. Dopo qualche anno è arrivato il declino totale».

Declino totale.

«Nel 2012 ci siamo sciolti e ho trascorso alcuni anni davvero bui».

Motivo?

«Lo scioglimento del gruppo. Alcuni giornali diedero la colpa a me. In realtà, il rapporto con il mio socio era molto complicato. Avevamo due modi diversi d’intendere la musica. Siamo scoppiati. L’hip hop non era come adesso che è diventato il genere più mainstream al mondo. Non c’era una strada economica percorribile. Poi c’è anche un altro fatto…».

Sentiamo.

«Il rap è uno sport individuale, i gruppi non durano a lungo. Al massimo ci possono essere delle collaborazioni fra solisti».

Adesso?

«Va bene. Ma ci sono voluti tre dischi da solista per risalire».

A Realiti ha citato i suoi ristoranti a Londra e New York, da Int’o rione ne ha fatta di strada.

«In mezzo ci sono sette anni, il primo locale l’ho aperto nel 2012. In quartiere soffocavo e mi sono trasferito… Ne parlo nel libro che sta per uscire con la riedizione di Potere, il terzo cd. Ho sempre vissuto in periferia guardando oltre, anche oltreoceano. Ho lavorato dieci mesi in un ristorante di Londra, ma non mi pagavano. Poi ho provato con l’abbigliamento. Ho visto alcuni amici aprire dei ristoranti e ho imparato».

Mentalità imprenditoriale.

«Avevo messo in stand by la musica. Portavo i piatti in tavola, ma pensavo ai testi, ai nuovi ritornelli. Facevo la spola tra Napoli e Londra, 15 giorni qui e 15 lì. Il disco dei Co’Sang è nato così. Poi nel 2010, ho iniziato ad andare anche a New York, dove mi dedicavo solo alla musica. In Italia facevo due o tre concerti e con il guadagno stavo a New York due o tre mesi. Dovevamo fare il terzo disco, ma non l’abbiamo mai finito».

Scuola?

«Ho preso la maturità scientifica, poi mi sono fermato».

I suoi genitori?

«Sono l’opposto di me. Si sono laureati, insegnano alle superiori. A 50 anni mia madre ha preso anche la laurea in medicina. Sono cresciuto nella periferia più feroce d’Italia con a casa due intellettuali, persone innocenti. Vedere loro mi ha aiutato a frenare il possibile contagio della cattiveria. Dalla strada ho imparato la furbizia, mentre il cinismo me l’hanno insegnato la musica e le donne. Avevo curiosità per le persone carismatiche».

Tipo?

«Alcuni artisti americani come Jay Z e Tupac Shakur».

Eminem?

«Eminem è un rapper con grandissime doti tecniche, ma i suoi dischi non li sento sulla mia pelle. L’hip hop viene dalla black music, dal blues, dal soul, dal funk. Eminem è un genio a sé stante».

Cosa vuol dire che a Londra è diventato sé stesso?

«Vuol dire che lì ognuno poteva andare per strada vestito come voleva. È una città con meno pregiudizi e se li hanno, li tengono per sé. A Napoli mi sentivo gli occhi addosso, controllato».

Uno degli aspetti che mi ha sempre stupito in Gomorra è che nessuno di quei ragazzi ipotizza di andarsene per affrancarsi dai clan. Il mondo finisce a Scampia e Secondigliano…

«È una realtà ghettizzata. L’80% delle persone che nasce lì non ha altri input. Il mondo nasce e muore nel vicolo di casa. Mia madre ha insegnato in una scuola serale dei Quartieri spagnoli, c’erano le mogli dei camorristi: “Sono stata a Piazza Plebiscito una volta”. Sconfinare era cambiare quartiere. Se uno parla italiano dicono: “Quello è italiano”».

Avevamo così bisogno d’importare il rap dall’America?

«Tutta la musica contemporanea viene dall’estero. Il rap dall’America, il rock dalla Gran Bretagna, il reggae dall’America latina. In Italia c’è la lirica».

E la melodia.

«Certo. La esportiamo, ma mi sembra senza influenzare gli altri generi. Non credo che Madonna prenda qualcosa da Emma Marrone».

Non vorrei farle ingiallire ulteriormente i capelli, ma si può dire che il rap è di sinistra e i neomelodici di destra?

«Molti rapper, me compreso, potrebbero essere considerati figli di una cultura di destra perché i testi hanno contenuti materialisti, improntati al consumismo. La mia musica non ha niente di politico, al massimo tratta trasversalmente argomenti sociali. Rap di sinistra e neomelodici di destra è uno schema superato».

Perché lo sono destra e sinistra o perché i generi sono trasversali?

«Innanzitutto perché chi fa musica non si preoccupa di schierarsi. In secondo luogo perché la politica non è credibile né per il pubblico né per chi canta. Per esempio, i miei testi sono materialisti, ma il mio pensiero non è di destra. Poi sì, c’è qualcuno d’insospettabile che simpatizza per Salvini perché lo ritiene una figura necessaria».

Perché questo è il suo momento professionalmente migliore?

«Perché prima ero considerato un artista locale e ora vengo accettato in tutta Italia».

Perché ha cominciato a cantare in italiano.

«Ci è voluto del tempo, prima non ero al massimo delle mie potenzialità».

Che bilancio fa del suo lavoro in televisione?

«Sono orgoglioso di poter esternare le mie idee. Partendo dai social e dal gossip, che non m’interessa, c’è lo spazio per esprimere dei concetti. Il mio obiettivo è essere considerato come una persona che ha un pensiero suo. Quando finirà credo che mi mancherà».

Fedez, J-Ax, Jack LaFuria, Gué Pequeno, Sfera Ebbasta, Luchè: i rapper sono stati adottati dalla televisione?

«Più dalla tv che dalla radio che non passa i singoli di tutti».

Perché siete molto immagine?

«Sì, il look è studiato, attento alle mode. L’urban è diventato dominante nel mondo, oggi i veri influencer sono i rapper».

Anche le catenine con le medagliette devozionali che porta al collo sono una moda?

«Domanda lecita. Io non sono religioso perché credo che la religione con le sue leggi sia un metodo per controllare le masse. Però ho fede. Sono legato al crocifisso come oggetto di fede perché sono cresciuto in una comunità cristiana. La mia famiglia è credente anche se non particolarmente praticante».

Il rap una volta era un genere di rottura.

«Adesso influenza anche il pop, ma può essere ancora di rottura, altrimenti finisce tutto».

Era puro sfogo di rabbia, adesso è mainstream.

«Ci siamo sentiti tutti degli ultimi. Senza soldi e in periferia, cantavamo la voglia di riscatto».

Lei aveva genitori professori.

«Avevo 15 anni quando si sono separati. Certo, non sono mai stato povero, ma ho vissuto il degrado della periferia, un contesto intriso di criminalità. Ho visto il Bronx e Harlem… Scampia e Secondigliano sono attraversate dalla ferocia. Ci sono urla che nessuno ascolta. L’eroina, le siringhe ovunque, i morti ammazzati… Un ragazzo vorrebbe avere una fidanzata, comprarsi qualcosa, invece vive la frustrazione del vuoto».

Perché parlate tanto di credibilità?

«La credibilità viene dalla vita e dalla strada. Il rap non è una recita, una tecnica. La credibilità è tutto anche in altri campi. Per un giornalista, per un politico».

Tra i politici chi sente più vicino alla cultura della strada?

«Nessuno. Ma forse non dovrebbero neanche esserlo».

Vicino ai problemi reali della gente.

«Si parla molto di migranti, ma non è questo il primo problema dell’Italia. Che sono l’ignoranza e un sistema scolastico arretrato. Gran parte della popolazione è disinteressata a tutto ciò che non sia Belen o una partita di calcio. Non vedo qualcuno vicino ai veri problemi italiani».

Cosa significa come canta in Potere: «Tutti amano Saviano ma poi si annoiano quando raccontiamo come viviamo»?

«Che quando si tratta di film e di romanzi sono tutti compresi e desiderosi d’impossessarsi dello slang. Ora è cool usare le espressioni di Gomorra. Ma se faccio un pezzo che racconta le cose vere non ha lo stesso riscontro della finzione».

Chiudiamo con alcuni profili di napoletani o persone che c’entrano con Napoli. Luigi Di Maio.

«Non è male, ma mi arriva un po’ debole, poco incisivo».

Roberto Saviano.

«Furbo, ma anche necessario».

Marco D’Amore.

«Un talento che sarà ricordato come eccellenza napoletana da qui a vent’anni».

Maurizio Sarri.

«Il calcio è roba del popolo. Scegliere la Juventus è stato uno schiaffo a chi lo ha amato tanto».

 

La Verità, 23 giugno 2019

«I poteri forti del calcio controllano la critica»

Buongiorno Maurizio Pistocchi: anche lei si è rinnamorato dell’Ajax?

«Io sono da sempre innamorato di un’idea di calcio che prevede il possesso e il controllo del campo e del pallone. Ho avuto la fortuna di lavorare con Arrigo Sacchi…».

Quando?

«Dal 1979 al 1981 come dirigente accompagnatore della primavera del Cesena».

Il calcio di Sacchi nasceva dal primo Ajax di Rinus Michels e Johan Cruijff?

«Sacchi era un allenatore di straordinaria cultura. Mutuò il pressing da Michels, la linea della difesa mobile dall’Argentina di Luis Menotti e la zona totale dai brasiliani. Assemblò tanti concetti. E soprattutto fu capace di trasferirli ai campioni, cosa tutt’altro che facile».

L’Ajax di oggi è un gioiello tecnico e tattico che viene da lontano.

«L’Ajax è l’inizio, tutto nasce dall’Olanda. Anche il Barcellona dov’è cresciuto Pep Guardiola, uno dei maggiori innovatori del calcio mondiale, era allenato prima da Cruijff e poi da Frank Rijkaard. È qualcosa che poi abbiamo visto nel Napoli di Maurizio Sarri e, appunto, nelle squadre di Guardiola».

Maurizio Pistocchi, giornalista scomodo di Mediaset, non ha più uno spazio da opinionista: scomparso. In un ambiente nel quale imperversano Mario Sconcerti e Ilaria D’Amico e la minima critica ai poteri forti suona lesa maestà, se ne sente la mancanza. Qualche giorno fa, per esempio, dopo Juventus-Milan e le successive polemiche per l’arbitraggio virato in bianco e nero, Sconcerti ha vergato un commento intitolato: «Juventus, quegli immensi distacchi che annullano gli errori arbitrali». Pistocchi ha replicato a stretto giro su Twitter (oltre 100.000 follower): «Ben Johnson, quegli immensi distacchi che annullano gli effetti del doping (Seul, 1988). Sconcertante».

Senta Pistocchi, noi ci siamo rinnamorati dell’Ajax, ma in semifinale andrà la Juventus.

«La Juventus è una squadra esperta, che ha abitudine ai grandi match ed è capace di sfruttare al 100% le occasioni. È favorita, ma lo era anche prima della prima partita».

Solito dilemma: estetica o praticità?

«Dissento. Come si può definire poco pratica una squadra che ha vinto 4-1 al Santiago Bernabeu? Non è bellezza fine a sé stessa. L’Ajax cerca il risultato attraverso il gioco, la Juventus attraverso le qualità individuali».

È difficile coniugare ricerca della bellezza e risultato?

«Una grande squadra dovrebbe perseguire questo obiettivo. Prima della finale di Coppa dei campioni con la Steaua Bucarest Silvio Berlusconi disse che la filosofia del Milan era <vincere e divertire>. Il giorno dopo L’Équipe scrisse che il calcio non sarebbe più stato lo stesso. Quel Milan è stato la squadra più importante del calcio italiano perché ha vinto e convinto. Non è mai stato insultato a fine partita. Vinse lo scudetto a Napoli uscendo tra gli applausi. Oggi, gran parte delle squadre italiane anziché puntare a divertire il pubblico giocando un calcio offensivo e di qualità, prediligono un gioco <risultatista>, basato sugli errori dell’avversario e lo sfruttamento delle situazioni. Il nostro è sempre stato un calcio avaro e speculativo».

Che cosa pensa delle dichiarazioni di Massimiliano Allegri quando, a proposito di un fallo non enfatizzato da Douglas Costa, ha detto che «bisogna crescere anche in questo, non si gioca puliti a calcio»?

«Penso che siano cose da dire al massimo dentro uno spogliatoio, non certo in televisione. Altrimenti, poi, non lamentiamoci se le partite delle giovanili sfociano in risse tra ragazzi, genitori, arbitri».

Il calcio, come tutto lo sport, dovrebbe essere il territorio della lealtà, invece è una cosa sporca?

«Quando ero bambino c’erano Omar Sivori, Valentino Angelillo e Humberto Maschio, tre argentini soprannominati gli angeli dalla faccia sporca, parafrasando il titolo di un famoso film. Erano campioni che praticavano un calcio di strada in cui era ammesso tutto. Per molti il calcio non è solo uno sport, ma una forma di rivalsa sociale, l’espressione di una mentalità. Noi siamo il Paese di Machiavelli, del fine che giustifica i mezzi».

La Juventus è antipatica perché vince troppo?

«Credo che possa risultare antipatica per come vince. Il problema non è la vittoria in sé, ma come arriva».

Cosa pensa dell’introduzione del Var e della sua applicazione?

«È una novità importantissima. Quando nel 1991 conducevo L’Appello del martedì in un’intervista a Tv Sorrisi e canzoni fui il primo a sostenere la necessità della moviola in campo. Oggi il protocollo di utilizzo va perfezionato, applicandolo anche nelle situazioni dubbie. Gli arbitri faticano ad accettare il Var perché pensano di perdere autorità. In realtà, io credo che tolga autoritarismo, ma aumenti l’autorevolezza dell’arbitro, anche e soprattutto quando ha il coraggio di correggersi».

Parlando di Ajax e Juventus lei ha segnalato il monte stipendi diverso delle due squadre, citando una frase di Cruijff: «Non ho mai visto un sacco di soldi segnare un gol». Alla lunga però la forza finanziaria aiuta.

«La Juventus è stata brava perché ha avuto visione, ha costruito lo Stadium, ha creato un progetto finanziario, ha realizzato un’operazione di marketing acquistando Cristiano Ronaldo che, con 206 milioni l’anno rappresenta, da solo, il quinto fatturato della Serie A. Poi ha avuto la fortuna di un allenatore come Antonio Conte che l’ha presa al settimo posto e l’ha portata al primo nell’unico anno in cui, con Allegri sulla panchina del Milan, Zlatan Ibrahimovic non ha vinto lo scudetto. Ha costruito i suoi successi sul lavoro e la qualità, avendo come unico competitor il Napoli di Sarri che l’anno scorso le ha conteso il primato fino a prima di Inter-Juventus, arbitrata da Orsato».

Quanto è significativo il fatto che Juventus e Napoli siano di proprietà italiana, mentre Inter, Milan e Roma no?

«Il calcio è spesso lo specchio di un Paese ed è indubbio che l’Italia sia in crisi. Se imprenditori come Massimo Moratti e Berlusconi hanno lasciato qualcosa vorrà dire. Il nostro sistema è dispendioso e indebitato perché impostato su assetti vecchi. I nuovi proprietari di Roma, Inter e Milan hanno trovato bilanci in crisi. Per acquistare Ronaldo la Juventus si è finanziata con l’emissione di un bond pur avendo alle spalle un’azienda come Fca con sede in Olanda. L’unico contraltare è il Napoli di proprietà di Aurelio de Laurentiis che, con possibilità molto inferiori, rimane sulla breccia».

L’uniformità dell’informazione e la mancanza di critica ai poteri forti è determinata dagli investimenti pubblicitari? Per esempio i 104 milioni investiti nel 2016 da Fiat, terzo big spender dietro Volkswagen e Procter & Gamble?

«Ogni mese i giornali, compresi quelli sportivi, registrano un calo medio del 10% sull’anno precedente. È evidente che la squadra con il maggior numero di tifosi, perciò di potenziali acquirenti o abbonati, possa di fatto condizionare il lavoro dei media. È naturale che, investendo molto denaro, le società che fanno capo a Fca siano difficilmente scontentabili. Tanto più se l’ufficio stampa della Juventus riesce a controllare tutto quello che viene detto e scritto».

È questo anche il motivo per cui è difficile realizzare una serie tv su Calciopoli?

«Mi pare l’abbia detto piuttosto chiaramente Luca Barbareschi, il quale realizzerà una serie sul calcio e le scommesse che non riguarderà Luciano Moggi».

Che cosa pensa dell’idea di trasformare la Champions League in un campionato europeo per club da disputare nei weekend spostando i campionati nazionali durante la settimana?

«Penso sia un’idea che distruggerà i campionati. Per fortuna, essendosi espresse in senso contrario sia Bundesliga che Premier league, sarà difficilmente attuabile. Quest’anno la Premier ha portato quattro squadre ai quarti di Champions, è la competizione più venduta nel mondo e incassa 3 miliardi di euro di diritti, contro i 900 della Serie A. Infine, occhio al rischio saturazione. In Gran Bretagna, dove gli stadi sono pieni, le partite trasmesse sono 180 all’anno, da noi 400. Prima di pensare al campionato europeo per club dovremmo decidere se consideriamo il calcio un fatto popolare o un hobby per oligarchi e grandi famiglie».

Perché non sappiamo creare vivai come l’Ajax e il Barcellona con una propria impronta sportiva?

«Perché abbiamo fretta. La Juventus, che lo potrebbe fare, si accontenta di vincere senza puntare a creare uno stile. Nello spogliatoio del Manchester united di Ferguson c’era un cartello che diceva che più delle vittorie conta lo stile. Al Real Madrid, se vinci giocando male ti mandano via, ne sa qualcosa Fabio Capello. Da noi, a chi osservava che la squadra più vincente non fa spettacolo, l’allenatore ha risposto che conta vincere e che per lo spettacolo si deve andare al circo».

Che idea si è fatto del caso Icardi?

«È qualcosa che può succedere in un gruppo di 25 milionari dove il più ricco sta sul piedistallo e diventa antipatico a tutti. È un fatto causato dalla scarsa integrazione nel gruppo. Il contrario di quello che ha fatto Cristiano Ronaldo, un campione umile che si è messo a disposizione della squadra».

Che cosa serve al Milan per tornare grande?

«Tutto deriva dal tipo di calcio che si vuole praticare. Penserei al Barcellona o al Manchester City e costruirei un vivaio con quella filosofia. In Italia abbiamo lasciato andare via Sarri, che al primo anno in Premier è terzo e ha un piede in semifinale di Europa League. Guarda caso l’allenatore consigliato da Sacchi ad Adriano Galliani quand’era all’Empoli».

E all’Inter cosa manca?

«Qualche grande giocatore e la scelta della direzione da prendere tra Marotta che vorrebbe Conte, chi vuole tenere Luciano Spalletti e l’ala morattiana favorevole al ritorno di José Mourinho. Se sai quale calcio vuoi giocare impari a valutare la tua rosa e magari non cedi Zaniolo».

Cosa pensa quando vede Berlusconi e Galliani proprietari del Monza calcio?

«Che tutti invecchiamo e anch’io domenica (oggi per chi legge ndr) compio 63 anni».

Tanti auguri, allora. Pensi che ti rivedremo in televisione?

«Grazie, sarà difficile. Le cose e le persone cambiano. E non sempre in meglio».

La Verità, 14 aprile 2019

Dove va a parare la terza stagione di Gomorra

Quando si arriva alla terza stagione di una serie tv, peraltro già molto celebrata dalla critica oltre che baciata dal successo internazionale come Gomorra, non è facile continuare a crescere senza sbilanciarsi e perdere un po’ l’equilibrio. È accaduto a marchi prestigiosi della serialità europea come la britannica Fortitude e la francese Les Revenants che, dopo la stagione d’esordio, hanno esasperato certi toni, smarrendo compattezza narrativa. Anche un titolo come House of Cards, già pericolosamente esposto sul crinale della plausibilità, è atteso al varco dell’incombente quinta annata. Finora la serie tratta da un’idea di Roberto Saviano ha esplorato molte vie della ferocia della camorra con originalità della scrittura, imprevedibilità narrativa e centralità del territorio realizzando il fenomeno della serialità universalmente apprezzato. «Siamo appena tornati dagli screenings di Los Angeles dove sono stati presentati i prodotti della prossima stagione», svela Nils Hartmann, direttore delle produzioni originali Sky, «e dall’insistenza delle richieste dei produttori americani sulla data di uscita della nuova stagione posso dire che esiste un prima e un dopo Gomorra. Con questa serie è cambiata la percezione della produzione italiana e forse anche europea». Per tranquillizzare tutti va detto subito che si tratta di attendere solo fino a novembre, quando decollerà su Sky Atlantic. E, banalmente, dopo le imprevedibili morti di Imma Savastano, moglie di don Pietro nella prima stagione, e di Salvatore Conte, capo della cosca rivale, oltre che dello stesso don Pietro, nella seconda, vien da chiedersi che cosa dobbiamo aspettarci nella prossima. E questo più che per vagheggiare l’escalation di una storia già estrema, per tentare di capire quali strade proverà a perlustrare una serie che ha già notevolmente elevato la qualità della produzione. «Non si tratta d’innalzare il livello della ferocia infiocchettando il racconto o studiando abbellimenti per compiacere il pubblico», sottolinea Claudio Cupellini che, insieme a Francesca Comencini firma i 12 episodi (sei a testa) della nuova stagione. «È vero, a volte, come si legge anche in questi giorni, la realtà è più cruda della peggiore fantasia. Ma noi possiamo solo inseguirla con il massimo impegno, non avendo ancora la capacità di anticiparla». Nebbie dialettiche anti spoiler a parte, comunque nella prossima stagione le novità non mancheranno. Dopo una prima scena in Bulgaria, la contesa tornerà interamente a Napoli, dove le fazioni «dei Talebani», per le barbe arabeggianti dei loro appartenenti, contenderanno il dominio sul territorio ai clan di Genny Savastano (Salvatore Esposito) e del rivale Ciro Di Marzio (Marco D’Amore). Anche un rampollo della Napoli bene rimarrà sorprendentemente affascinato dal potere dei clan camorristici: «È uno studente universitario che può condurre una vita agiata, un personaggio che persegue un’affermazione di sé in ambienti lontani da quelli abituali», illustra Loris De Luna che lo interpreterà. Comunque, si tratta di un «personaggio coerente con tutta la storia», sottolinea Cupellini. «Noi non forziamo le sceneggiature per esigenze industriali. In questo siamo diversi dalle produzioni americane», rimarca Hartmann. «Romanzo criminale l’abbiamo fermato dopo due stagioni perché la storia si era compiuta. Invece, anche se non è facile migliorare lo standard delle precedenti, di Gomorra stiamo già scrivendo la quarta stagione». Se il concept è forte «si può aggiornarlo e ricollocarlo in nuove situazioni», accenna Roberto Amoroso, direttore creativo della fiction Sky. Nella prossima stagione, oltre a un approfondimento interiore dei vari personaggi alla ricerca della consacrazione criminale, il territorio sarà ancora più protagonista che nelle prime due. E questo è «un altro aspetto che ci differenzia dalla serialità americana fatta principalmente di testo e attori che lavorano in studio», osserva Riccardo Tozzi, produttore con Cattleya. «Gomorra allarga lo spettro della visualità, inserendo il realismo del territorio come elemento fondamentale della narrazione». Finora rimasta nella periferia delle Vele e nei quartieri fatiscenti di Scampia e Secondigliano, la guerra di camorra si allargherà a macchia d’olio fino a conquistare il centro di Napoli. Nel quartiere Forcella si girava ieri una scena del quinto episodio, diretto da Francesca Comencini, in cui la cosca di Ciro deve riconquistare una zona abbandonata. L’Immortale – è il suo soprannome – stende la cartina toponomastica della città cerchiando con il pennarello il luogo dove deve esplicarsi l’azione del commando: «Per sopravvivere dobbiamo essere sempre un passo avanti a chi ci sta addosso», ammonisce Ciro. «Ma noi non vogliamo solo sopravvivere», obietta qualcuno. «Questo lo vedremo», lo zittisce il boss. Ora, in conferenza stampa, Marco D’Amore conclude, savianeggiando: «Diamo il benvenuto nella serie a Napoli, nuovo protagonista in tutto il suo splendore e le sue contraddizioni. Consapevoli che Neapolis, città d’origine greca, potrà mettere le basi della sua rinascita solo partendo dalla risposta dei suoi cittadini».

La Verità, 30 maggio 2017