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«Via i procuratori, non servono al calcio»

Lo dichiaro subito a beneficio dei lettori: sono al telefono con il mio idolo d’infanzia, Gianni Rivera. Perciò, mi concederete un breve ricordo personale. Forse per alleviare il trauma dell’iscrizione alla prima elementare, mio padre, che era maestro, mi consentì d’iniziare a raccogliere le figurine Panini. E lì c’era lui, con i capelli a spazzola. Diventai allora tifoso del Milan, fresco vincitore della Coppa dei campioni, la prima di una squadra italiana. Su Rivera, che nel 1969 sarà il nostro primo Pallone d’oro, non serve aggiungere altro. Se non la sorpresa causata dalle notizie recenti che lo riguardano.

Gianni Rivera no vax non ce l’aspettavamo.

«Ho sentito molti virologi, di quelli mai invitati in tv, dirsi contrari a questi vaccini perché non sufficientemente testati. I virologi ufficiali dicono che vanno bene, ma a me risulta che non siano stati adeguatamente verificati prima di essere diffusi».

Non ha paura?

«Non particolarmente. Conduco una vita tranquilla sia in casa che fuori, come fossi agli arresti domiciliari».

Come si definirebbe: coraggioso, temerario o critico verso l’informazione omologata?

«Sono una persona normale che si è fatta le proprie idee. Dopo le mie dichiarazioni a Porta a porta ho ricevuto molti messaggi di persone che la pensano come me. Tra queste ci sono anche esperti che hanno posizioni diverse rispetto all’ufficialità. Il fatto che non siano state fatte verifiche sufficienti su queste sostanze è risaputo. Non si può dire, ma questo è un altro discorso».

Non teme di essere imprudente?

«No. Se mi dicono che questi sieri non sono sperimentati preferisco aspettare che lo siano. Anche Mario Draghi il 28 maggio ha detto che le varianti possono rendere inutili gli effetti dei vaccini. Poi forse si è pentito e non l’ha più ripetuto. Qualcuno gli avrà consigliato di non farlo perché potrebbe saltare per aria tutto. Ma se saltano le cose sbagliate, meglio».

Non è imprudente non vaccinarsi considerando che la mortalità è più elevata tra le persone anziane?

«Cosa c’entra? Molti morti stavano già male prima e sono deceduti per altre patologie. L’anno prima del Covid ci sono stati più morti a causa dell’influenza… E poi esistono cure domiciliari che funzionano. Perché non farle e riempire gli ospedali?».

Le notizie di questi giorni dicono che gli ultimi ricoverati in terapia intensiva sono persone non vaccinate.

«Noi conosciamo persone intubate a Milano dopo la seconda iniezione. Lo sappiamo per voce diretta, ma di questi casi nessuno parla o scrive».

Chi sono i virologi che vorrebbe vedere in televisione?

«Luc Montagnier che ha preso un Nobel per la medicina, magari gliel’hanno dato per sbaglio. O Stefano Montanari. Ma non li invitano, forse perché dissentono dalla versione ufficiale».

Non crede che le vaccinazioni massicce ci stiano facendo uscire dall’emergenza?

«Lo spero. Io preferisco non correre il rischio finché non c’è una sperimentazione più ampia. Se poi funzionano, meglio».

Per lei chi si vaccina è una cavia?

«Questo è il sospetto».

Da cittadino e potenziale paziente ha la stessa allergia nei confronti dei virologi che aveva da calciatore verso gli arbitri?

«Mai avuto allergie nei confronti di nessuno. Mi infastidivo quando vedevo che gli arbitri avevano un comportamento non indipendente. Come capitano del Milan difendevo i miei compagni e la mia società quando mi accorgevo che inclinavano dall’altra parte».

Quale altra parte?

«Quella dell’avversario. Allora mi esponevo, se no che capitano sarei stato. Funziona così anche con il vaccino: dico la mia se qualcosa non mi convince».

Anche allora antisistema?

«No, il sistema funzionava. Erano gli antisistema che agivano nel sistema a inquinarlo. L’antisistema nel calcio dà fastidio e si spera che qualcuno intervenga».

Nella magistratura «il sistema» è un meccanismo perverso.

«Si sperava che non ci fossero disonesti tra chi deve giudicare gli altri, invece abbiamo capito che ci sono magistrati che dicono di fare un mestiere e ne fanno un altro».

Sta seguendo gli Europei di calcio?

«Certo. L’Italia sta andando molto bene, come avveniva anche prima degli Europei. Roberto Mancini ha molti meriti. Penso che potremo cavarcela bene anche contro squadre più forti di quelle che abbiamo incontrato finora».

Quante chance dà all’Italia per la vittoria finale?

«Non ho mai fatto pronostici prima delle partite. Andavo in campo per vincere, ma sapendo che avrei potuto perdere. Mi è capitato di perdere con squadre molto più deboli. La schedina l’ho giocata solo qualche volta con degli amici, ma poi ho smesso perché mi accorgevo che buttavo via i soldi».

C’è troppa euforia attorno alla Nazionale?

«Quando si vince i tifosi fanno festa perché il calcio trasmette entusiasmo. Il tifo è una malattia che ci si porta dietro. È giusto che i tifosi si sfoghino nella gioia, speriamo che la gioia prevalga sempre».

Parlando di tifo, cosa pensa delle critiche al fatto che lo stadio di Budapest per Ungheria-Portogallo fosse gremito di pubblico?

«Non le ho molto capite. Come entrano 20.000 persone controllate ne possono entrare anche 80.000, sempre controllate. Se si riesce a fare il tampone a tutti perché non farli entrare? Non credo che dobbiamo stare distanziati se non abbiamo niente. In casa, con mia moglie e i miei figli mica viviamo con la mascherina. Anche con gli amici: se uno sta male va dal medico, ma se sta bene può venire a cena da noi».

Certe precauzioni sono esagerate?

«A volte ho questa impressione. Io sono un semplice cittadino e capisco che chi ha responsabilità si preoccupi di più. Però leggo che tra poco non ci sarà più l’obbligo della mascherina all’aperto».

Che cosa l’ha colpita di più del caso Eriksen?

«Bisogna indagare su perché gli è successo. Qualcuno ha detto che potrebbe essere stato a causa del vaccino».

L’amministratore delegato dell’Inter Beppe Marotta ha smentito, la motivazione sembra di natura cardiaca.

«Indaghino e dicano qual è stata. Bisogna anche chiedere ai medici che gli hanno concesso di giocare finora quali erano le loro conoscenze».

Se dovesse fare una modifica per migliorare il mondo del calcio da cosa comincerebbe?

«Regolamenterei il ruolo dei procuratori. Fino a qualche tempo fa chiunque poteva inventarsi procuratore di giocatori e allenatori. Adesso sostengono un esame ridicolo per iscriversi a un albo. Mi meraviglio che Uefa e Fifa non intervengano su questa situazione».

Due anni fa ha frequentato il corso allenatori a Coverciano, qualche società l’ha contattata?

«Nessuna perché non ho procuratori. Credo di poter aiutare una squadra di calcio sebbene se non sia più giovane. Anche Dino Zoff ha pagato questa situazione. È stato presidente della Lazio, poi allenatore. Ma quando si è interrotto il rapporto non ha più trovato spazio perché si è rifiutato di farsi gestire da un procuratore».

Quand’era calciatore ce l’aveva?

«No. Avevo rapporti diretti con il presidente della società per la quale giocavo e rinnovavo il contratto discutendolo direttamente con lui. Oggi i procuratori cominciano a gestire i bambini da quando hanno 5 o 6 anni. So di genitori nauseati perché vanno avanti i bambini gestiti dal procuratore e non i migliori. Ho suggerito di denunciare questa situazione, ma mi rispondono che i loro figli ne avrebbero più danni che vantaggi. Così tutto rimane com’è. Anche le società non si ribellano».

Il caso di Gianluigi Donnarumma ha mostrato che certi calciatori sono più dei procuratori che delle società?

«Evidentemente Donnarumma si trova bene così e avendo un contratto con Raiola è costretto ad ascoltarlo. Ai miei tempi c’era l’Aic, l’associazione calciatori, che si occupava di aiutarli. Adesso mi chiedo a cosa serva. Abbiamo fatto tante battaglie per liberare i calciatori dalla schiavitù delle società e ora sono ostaggi dei procuratori. Il caso di Donnarumma mi ha molto meravigliato».

Ha visto che Franck De Bruyne, il capitano belga del Manchester City, ha rinnovato il contratto senza ricorrere a procuratori ma basandosi solo sull’analisi dei dati del suo gioco?

«È la conferma che i procuratori non sono indispensabili. Ai miei tempi facevamo già senza di loro. Non capisco perché ci debba essere un terzo incomodo che è, per altro, una spesa inutile per le società».

Tra le cose da cambiare ci sono anche gli stipendi dei calciatori?

«In questo particolare momento è una situazione molto pesante per le società. Mi meraviglio che accettino le condizioni imposte dai procuratori».

Calciatori troppo pagati?

«Non lo so. Se uno chiede 10 e glieli danno, li prende».

Cosa pensa del Var?

«Mi sembra un’ottima innovazione. Se uno strumento tecnico aiuta l’arbitro a eliminare gli errori, tutti ne traggono vantaggio. Chissà se fosse stato attivo ai miei tempi quante volte mi avrebbe dato ragione».

Che idea si è fatto della Superlega?

«Mi sono meravigliato che società così importanti si siano imbarcate in quella iniziativa senza preoccuparsi delle conseguenze che avrebbe avuto su tutto il sistema. Credo che i numeri uno debbano sempre misurarsi con i numeri cinque sei o sette. Tutti devono avere l’opportunità di migliorarsi. Magari succede che poi vince la squadra sfavorita. A me è capitato di perdere uno scudetto all’ultima giornata, sconfitto in casa dal Bari che si era appena salvato».

In Nazionale fanno faville Berardi e Locatelli del Sassuolo che la Superlega non la giocherebbero.

«Le loro prestazioni sono frutto di un percorso lungimirante. Com’è stato quello dell’Atalanta, altra squadra che non sarebbe iscritta alla Superlega. Un’idea che per fortuna è morta prima di nascere».

È vero che da bambino era juventino?

«Ad Alessandria arrivavano le notizie da Torino perciò simpatizzavo per la Juventus che vinceva. Poi ho iniziato a giocarle contro con l’Alessandria e il Milan e tutto è cambiato».

Un ricordo di Giampiero Boniperti?

«È stato un ottimo giocatore e un altrettanto ottimo presidente. Una persona seria che ha lasciato un ottimo ricordo di sé a tutti».

Tolto Gianni Rivera, chi è il più grande giocatore italiano di sempre?

«No, guardi, è difficile fare queste classifiche. Non c’è nessuno, neanche Rivera. Gli unici grandi, superiori a tutti sono Pelè per una ragione e Maradona per un’altra. Se il calcio non fosse esistito, Pelè l’avrebbe insegnato lui a tutti, destro, sinistro, colpo di testa, tutto. Dopo di lui tutti gli altri sono secondi, terzi e quarti».

 

La Verità, 19 giugno 2021

Qualche domanda alla Rai sull’inclusione di Madam

Quando l’inclusione diventa un boomerang. Anzi, visto che si parla di calcio: quando fa autogol. Sono gli effetti collaterali del correttismo montante. Chi lo dice alla dolce e tenera Danielle Madam, cittadina italiana nata in Camerun, che è stata sovraesposta in un ruolo che alla fine rischia di danneggiarla? La pluricampionessa italiana di getto del peso è stata chiamata alla conduzione di Notti europee, un programma di calcio di massima visibilità (Rai 1, tutte le sere, ore 23,15, 1,7 milioni di spettatori, share del 18,3%) per il colore della sua pelle? È verosimile immaginare che anche Claudio Marchisio, un nome a caso, in un programma di atletica leggera si sentirebbe come una trota nell’oceano?

Gli Europei di calcio sono il primo evento sportivo dopo la pandemia. Le nazionali si confrontano negli stadi alla presenza del pubblico. È un’occasione di festa per sportivi e tifosi di tutto il continente. Per la Rai, da anni priva dei diritti delle competizioni per club, le partite della Nazionale sono un’occasione per recuperare centralità. Con la qualità del gioco espresso dalla squadra guidata da Roberto Mancini che ci riscatta dall’astinenza agli ultimi Mondiali e con l’euforia che l’accompagna nel cammino verso le fasi finali, il boom di ascolti delle partite è garantito (Italia-Svizzera: 13,3 milioni di telespettatori e il 51,95 di share). La sfida era sul programma di approfondimento post partita. In questi casi, per una rete come Rai 1 con un pubblico largo e composito, la difficoltà è trovare l’equilibrio tra commenti tecnici destinati agli intenditori e argomenti leggeri per intrattenere i non calciofili. Dopo una partenza titubante, strada facendo la squadra di Marco Lollobrigida sta lentamente trovando il dosaggio nazional-popolare. L’altra sera, subito dopo la vittoria sulla Svizzera, in collegamento da Casa Azzurri c’era, per esempio, Lino Banfi, già «allenatore nel pallone», e autore dell’esclamazione divenuta virale con il festeggiamento post gol di Ciro Immobile nel primo match contro la Turchia. Lollobrigida gestisce gli interventi degli ospiti fissi in studio, giornalisti, ex calciatori, l’immancabile postazione social, e i collegamenti esterni dallo stadio e per gli aggiornamenti di calciomercato. E la bella Danielle? Purtroppo appare inevitabilmente un filo spaesata, sia perché alla prima esperienza in video sia perché il calcio non è esattamente la sua materia. Da co-conduttrice ha dovuto accettare la retrocessione al ruolo di valletta. È questo il messaggio d’inclusione che la Rai voleva mandare?

 

La Verità, 18 giugno 2021

Il ritratto intimista di Roby Baggio, campione fragile

Un musone di talento. Solitario, scostante, problematico. È raccontato così Roberto Baggio in Il divin codino, film biografico di Mediaset e Netflix, da qualche giorno visibile sulla piattaforma streaming. Mentre esplodono i fuochi d’artificio per l’arrivo del nuovo anno (il 1988) lui è solo nella casa di Firenze dove, grazie a Dio, arriva la telefonata della fidanzata…
Dopo la miniserie Speravo de morì prima su Francesco Totti, ecco un’altra agiografia di un numero 10 del calcio, croce e delizia del gioco più bello del mondo come confermano le controverse sorti del loro predecessore Gianni Rivera. Nel ritratto del campione di Caldogno, interpretato da Andrea Arcangeli, diretto da Letizia Lamartire e scritto da Stefano Sardo e Ludovica Rampoldi, s’individuano alcune precise scelte. La prima: l’approccio intimista, incentrato sui due infortuni che ne hanno condizionato la carriera, sull’importanza del buddismo che lo ha aiutato a superare prove e delusioni e il rigore sbagliato nella finale mondiale del 1994, fulcro sportivo della storia. La seconda: evitare il ricatto delle tifoserie, oscurando la militanza nei club maggiori, cominciando dalla Juventus e proseguendo con Inter e Milan, per soffermarsi sugli albori (Fiorentina) e il radioso crepuscolo (Brescia), per privilegiare il Baggio della Nazionale e i suoi rapporti conflittuali con i commissari tecnici Arrigo Sacchi e Giovanni Trapattoni. La terza scelta è la centralità del rapporto con il ruvido padre (Andrea Pennacchi) che tenta di forgiarne il carattere, per altro già abbondantemente provato dai ripetuti incidenti che lo costringono a complesse riabilitazioni. Oggi si parlerebbe subito di Baggio modello di resilienza.
Dopo tutte queste altalene, sopravviverà un fondo d’insicurezza nel fantasista fragile e poco amato dagli allenatori, con l’eccezione di Carletto Mazzone (ottimo Martufello), perché il suo talento faceva ombra alle loro strategie. Un’insicurezza acuita dalla ferita dell’errore dal dischetto a Pasadena che stenta a rimarginarsi più delle incisioni sulle ginocchia. Il divin codino è una storia che parte da un paesino di provincia e da una famiglia di otto figli per arrivare a sfiorare la vetta del mondo. Una storia che nell’affresco dell’epoca palesa approssimazioni che retrodatano gli Ottanta e i Novanta di qualche decennio (l’auto con cui il padre lo porta nel ritiro della Fiorentina e i bar in cui si assiste ai Mondiali del 1994 sono di vent’anni prima). E che invece dà il meglio nello scavo psicologico, facendoci comprendere anche la ritrosia del campione una volta dismessi gli scarpini.

 

La Verità, 1 giugno 2021

Bello il calcio nostalgia, senza attori e sapientoni

Scherzi della nostalgia, certo. E dell’astinenza da calcio. Rivedere Italia Germania Ovest 1970, oppure Italia Argentina 1978, oppure ancora Italia Germania Ovest ma 1982, quella del Mundial, fa uno strano effetto. Fa scattare l’automatico era meglio quando si stava peggio. Oddio, peggio. Sicuramente meglio di questi giorni da reclusi. Provocazione: era meglio quel calcio lì. Asciutto, essenziale, schietto. Privo di tutte quelle insopportabili malizie che stanno intossicando lo sport più bello del mondo, oggi. Parlare di assenza di malizie quando i campi erano calcati da gente come Claudio Gentile o Marco Tardelli, come Daniel Passarella o Mario Kempes, come Gerd Müller o Paul Breitner, è tutto dire. Non che non succedessero cose strane, come per esempio nella finale del 1978 tra Argentina e Paesi Bassi (si chiamavano così, per la cronaca, 3 – 1 per la formazione di Cesar Luis Menotti) mal arbitrata dall’italiano Sergio Gonella, davanti al generale della giunta militare Jorge Videla. C’era gioco duro, c’erano i falli e si espelleva e ammoniva molto meno di ora. Ma c’erano anche meno sceneggiate, astuzie e proteste. L’arbitro fischiava, il giocatore si rialzava, si batteva la punizione. Meno ambiguità e protagonismi anche nelle telecronache a una sola voce che si limitavano al racconto, senza compiaciute lezioni di tattica. Un calcio più elementare e più selvaggio. Che Mediaset Extra ci sta permettendo di riassaporare nella maratona di Emozioni mondiali, tre giorni da giovedì a oggi, con il meglio dei match della Nazionale nella Coppa del Mondo dal 1970 al 2006. Quest’ultimo, altro torneo vittorioso ai rigori contro la Francia, dopo che in semifinale avevamo nuovamente battuto ed eliminato i tedeschi padroni di casa. Insomma, un concentrato di orgoglio azzurro in giorni di «stadi chiusi». Scherzi dell’astinenza oltre che della nostalgia. Alimentata dalle immagini in 4/3 dell’epoca. Dall’urlo di Tardelli dopo il gol del due a zero. O dalla voce di Nando Martellini e dallo storico triplice «campioni del mondo!» al Bernabeu di Madrid (11 luglio 1982). Oppure dal gol del 4-3 di Gianni Rivera alla fine dei tempi supplementari della «partita del secolo» (Città del Messico, 18 giugno 1970). Momenti nei quali tutti ricordiamo dov’eravamo e che, complice la clausura, si possono rievocare con chi allora non c’era. E chissà, considerata la probabilità che la quarantena si trasformi in ottantena, perché non riproporre anche altri storici match, senza l’assillo dell’audience? Tipo quelli della vertiginosa, rivoluzionaria e prediletta Olanda di Johan Cruijff e Ruud Krol, la nazionale più bella e sfortunata di sempre.

 

La Verità, 11 aprile 2020

«Perché il calcio di Sacchi è durato solo tre anni»

L’aria da agente segreto con impermeabile, bavero alzato e occhiali scuri ce l’ha ancora, nonostante le 82 primavere. Anche i dossier li conserva, in cartelle vergate con calligrafia elegante. «Servono per il libro che sto scrivendo. Ci lavoro da un anno, è un capolavoro, non uscirà mai», scherza Natale Bianchedi. «Comincia con una citazione di Josè Saramago: “Il calcio è caos e confusione. Ma il caos è un ordine da decifrare, mentre la confusione genera ignoranza”».

Il calcio è la materia d’inchiesta di Bianchedi, «la spia di Sacchi». Siamo nella sua casa di Ravenna, il vertice a est del triangolo dove nasce e muore la storia. Gli altri angoli sono Fusignano, a nord, e Bellaria, a sud, le squadre allenate dall’Arrigo e dal «Nat» giovani. La storia è quella di un sodalizio rivoluzionario che ora si è incrinato, forse irrimediabilmente. Bianchedi è fluviale – «un po’ prolisso», mi avevano anticipato –  e le sue repliche cominciano invariabilmente così: «Prima di rispondere devo fare una premessa, però non si può scrivere». Questa intervista è caos decifrato.

Viene prima Natale Bianchedi o Arrigo Sacchi?

«Arrigo è Arrigo. Ha creato lo spartito, i movimenti in armonia, la sincronia. È un gioco durato tre anni, dall’87 al ’90, vincente a tutti i livelli. Interpretato solo da lui, con quei giocatori, ma irripetibile».

Quindi viene prima Sacchi.

«Ci mancherebbe, io sono l’ultima ruota del carro».

Però le deve qualcosa.

«Sacchi ha una qualità notevole: sa farsi apprezzare dalle persone più influenti. Per esempio, il conte Alberto Rognoni, fondatore del Cesena calcio e papà di Ettore, storico direttore dello sport Mediaset. E naturalmente Silvio Berlusconi».

Come sono adesso i suoi rapporti con lui?

«Per me il Milan era Berlusconi, testa illuminata e illuminante. Ha avuto due grandi allenatori, Sacchi e Capello, che hanno vinto con due stili di gioco opposti. Ma i veri vincitori sono stati i calciatori».

I suoi rapporti con Sacchi?

«Non ci telefoniamo più».

Motivo?

«Non abbiamo litigato. Sulla via del successo ha mancato di sensibilità, raccontando fatti privati che dovevano restare tali. Mi sono sentito strumentalizzato, la mia competenza gli è servita, ma la mia persona è stata offesa».

Qual è stato il casus belli?

«Fermiamoci qui».

Quando ha iniziato a fare l’osservatore per lui?

«Giocavo in serie D a Caltagirone, ma sono dovuto venir via per una storia che non si può scrivere».

Donne?

«A 28 anni sono tornato a Ravenna, stavo fuori la notte… Un giorno si presenta un mio ex dirigente al Bellaria e mi propone di fare l’allenatore del Fusignano. “Alfredo, non ho il patentino, non vedo le partite, come faccio?”. “Arrangiati”. La miseria aguzza l’ingegno. Tutti i mercoledì a Castiglione si allenava il Cesena di Gigi Radice, poi di Eugenio Bersellini e Osvaldo Bagnoli. Quello è stato il mio Coverciano. Guardavo e applicavo nel Fusignano e poi nel Bellaria».

Sacchi?

«Era riuscito a iscriversi a Coverciano e mi mandava gli appunti delle lezioni, grazie ai quali il Bellaria faceva il pressing, il fuorigioco, la superiorità numerica…».

Quando divenne la sua spia?

«Mi chiamò mentre ero in vacanza all’Alpe di Siusi: “Devo allenare la Fiorentina, tieniti pronto”. Due giorni dopo mi richiama per dirmi che va al Milan. Rifiuto, ma quando torna alla carica, dopo l’eliminazione dalla Coppa Uefa con l’Espanol, accetto».

Oggi il vostro lavoro lo fanno i droni?

«Non so, i droni capiscono di calcio? Chi vuol capire il teatro credo impari più dalle prove che dagli spettacoli».

Che cosa faceva per Sacchi?

«Al Milan ero l’amico dell’allenatore. In realtà ero l’unico che ne conosceva indirizzi tecnici e mentalità».

Visionava le partite delle avversarie?

«Andavo a vedere anche singoli calciatori. Lui non aveva un vissuto di campo e voleva sapere tutto».

In funzione della partita successiva?

«Non solo, osservavo anche allenatori importanti a prescindere. Nel ritiro del Ciocco ho visto la Dinamo Kiev di Valerij Lobanov’skyj, i Glasgow Rangers di Walter Smith, la Lokomotiv Mosca di Jurij Semin. Ho visto Johan Cruijff allenare il Barcellona prima della Supercoppa del 1989».

Gli allenamenti erano a porte chiuse e una volta a Madrid venne cacciato.

«Quella è una storia inventata».

Ma come? Ci sono le cronache.

«Se glielo dico io… L’ha inventata un giornalista del Corriere dello sport perché il giorno prima Sergio Di Cesare della Gazzetta aveva pubblicato un’intervista con me. Dovevo vedere un centravanti e avevo accompagnato Di Cesare al Santiago Bernabeu per comprare dei souvenir. Quel giornalista mi vide e costruì quella storia. Lo trovai qualche mese dopo nella hall di un hotel di Marsiglia: “Tu sei quello che ha scritto quella balla…”. Mi sfidò a denunciarlo… “Io non denuncio nessuno, ma se vieni fuori ti presento mio fratello cattivo”. Poi lasciai perdere… Lavoravo al Milan… Sa come vanno queste storie sui giornali».

No, come?

«Gianni Agnelli e John Fitzgerald Kennedy sono due dongiovanni, io e lei siamo due puttanieri».

Si camuffava per spiare gli allenamenti?

«Avevo due modi di vestirmi: in giacca o da tifoso. Una volta andai al campo dell’Olympique Marsiglia con una ragazza e un neonato in braccio, che mi fece i suoi bisogni addosso. Anche qui, se in tribuna ci sono Michel Platini o Giovanni Trapattoni nobilitano la partita, se ci sono io sono una spia».

Lei carpiva i segreti.

«Invece Sacchi e Capello perché vanno alle partite?».

Carpire i segreti era il suo lavoro.

«Ad Arrigo servivano le mie informazioni».

Così le ha fatto girare il mondo.

«E io gli sono riconoscente. A Madrid andavo a vedere la partita, tornavo in albergo e gli telefonavo. Poi c’era la movida fino all’alba, la mattina facevo colazione in extremis, portavo i bagagli alla reception, andavo al Prado, tornavo in hotel e partivo. Mi è venuta la passione della pittura, lo sa che aiuta a capire il calcio?».

Mi fa un esempio?

«Al Rijks museum di Amsterdam non riuscivo a staccarmi da La sposa ebrea di Rembrandt. Qualche tempo dopo lessi che Van Gogh avrebbe voluto trascorrere dieci anni seduto su una panca a contemplare l’immobilità e la cromatura di quell’opera. Quando nel 1989 il Milan batté 1 a 0 il Nacional di Medellin in Coppa Intercontinentale con un gol di Evani all’ultimo minuto dei supplementari mi tornò in mente Rembrandt. Le squadre giocavano a specchio, chi sbagliava perdeva. Molti tifosi disprezzarono quella partita molto tattica, io la paragonai a La sposa ebrea».

Visionava anche i calciatori da comprare?

«Frank Rijkaard andai a vederlo al Saragozza. In allenamento e in partita. Poi andai al Vicente Calderon di Madrid dove si allenava l’Atletico di Alemao, che però era svogliato. Tornai a vedere Rijkaard, era un giocatore universale e poco dopo il Milan lo comprò».

Anche se Berlusconi voleva Borghi?

«Sacchi s’impuntò e Berlusconi cedette. Borghi non c’entrava con il calcio di Sacchi».

Il calcio di Sacchi.

«È un calcio dogmatico. Che ha tre costanti: genialità nell’assemblare idee altrui per crearne una propria, stress cognitivo e fisico come propellente, giocatori funzionali all’idea. Émile Chartier dice che <niente è più pericoloso di un’idea se è l’unica che abbiamo>».

Altri calciatori segnalati?

«Ronaldo aveva 17 o 18 anni, andai a Belo Horizonte per vederlo nel derby Cruzeiros-Atletico Minagerais. Mai visto un giocatore così. Raggiunsi il Milan ad Atene, vigilia della finale con il Barcellona di Cruijff. Eravamo nella hall dell’hotel con Capello: “Pelè dice che è un fenomeno, Bora Milutinovic che è un grandissimo giocatore e tu lo esalti. Non è il caso di aspettare due anni prima di portarlo al Milan?”. In quel momento passava una ragazza, diciamo così, molto bella… “La vedi quella, Fabio? Fra due anni è buona anche subito”».

Ma Ronaldo andò al Psv.

«Capello insistette, ma i dirigenti del Milan e i procuratori brasiliani non si accordarono».

Dopo Sacchi ha osservato anche per Capello.

«Visionavo calciatori per ruoli precisi. Capello prese una squadra che aveva vinto tutto, tolse lo stress e vinse quattro campionati di fila».

Perché seguì Sacchi in Nazionale?

«Per riconoscenza. Mi chiamò in vista dei Mondiali del 1994. Osservavo le nazionali e i giocatori per le convocazioni».

Perché si dimise?

«Tornati da un torneo in America, ripresi le trasferte. Mi accompagnava un autista, ma allo stadio per lui non c’era mai l’accredito. Mi lamentai, ma Sacchi mi disse: “Se uno non sta bene in un posto se ne può andare”. “Tranne me, che sono l’ultima ruota del carro, dalla prima alla penultima potete andare tutti a quel paese”, replicai. “Io non ci vado”, rispose. “Ma io vi ci mando, potete scegliere”. Se non c’è intesa, o accetti il sistema o te ne vai. Io me ne andai, nonostante avessi ottimi rapporti con gran parte dei dirigenti».

E i Mondiali americani?

«Li ho visti dall’Italia. Ma tutte le notti dopo le partite Sacchi telefonava per sapere le mie valutazioni sui giocatori e sugli avversari. E io gliele davo, per amicizia».

Mini definizioni degli allenatori, cominciando da Sacchi.

«Un ex grande».

Capello?

«Capisce di calcio».

Josè Mourinho?

«Tra i grandi».

Pep Guardiola.

«Il numero uno».

Maurizio Sarri?

«Un grande alla prova dei campioni».

Antonio Conte?

«Un grande filo italianista».

Carlo Ancelotti?

«Intelligenza pratica e capacità di adattarsi alla realtà, qualità che apprese giocando con un ginocchio distrutto. Lo visionai in Bologna-Roma: poca mobilità, ma grande intelligenza tattica».

La sua passione è Davide Ballardini?

«Con lui Piatek ha fatto 13 gol in 8 partite. Ha inventato Edinson Cavani centravanti nel Palermo…».

Mai chiamato da una grande squadra.

«Non ha i procuratori giusti. Con la Lazio batté l’Inter di Mourinho in Supercoppa. Ma la panchina era corta, poco alla volta la squadra andò in difficoltà e fu esonerato».

Giampiero Gasperini?

«Sta facendo bene, nelle grandi squadre non ci è riuscito».

Mancini riporterà in auge la Nazionale?

«È sulla strada giusta».

 

La Verità, 8 settembre 2019