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«Tutto previsto, Malagò voleva Mancini dall’inizio»

Maurizio Pistocchi, volto storico di Mediaset, aveva previsto con ampio anticipo la nomina di Roberto Mancini come nuovo Commissario tecnico della Nazionale.
Pistocchi, a volte ritornano?
«Oltre che in politica, Stephen King funziona anche nel calcio. Il ritorno di Roberto Mancini me l’aspettavo, l’ho scritto l’8 giugno che sarebbe stato scelto lui. Tutto ciò che è successo dopo ricorda la commedia all’italiana, con molti attori inconsapevoli come Paolo Maldini e Leonardo, e figure dietro le quinte che hanno lavorato perché la conclusione fosse questa. Insieme, Giovanni Malagò, Claudio Ranieri e Mancini totalizzano 202 anni: non si può certo parlare di nuovo che avanza».
Presentandosi, Mancini ha detto: «La sorte mi dà la possibilità di rifarmi: è come quando perdi la donna della tua vita. Sono qui per riportare l’Italia dove merita». Cosa ne pensi?
«Speriamo che questo sia un matrimonio duraturo. E che, dopo aver lasciato la Nazionale di Arrigo Sacchi da giocatore perché non aveva il posto garantito e aver mollato Gabriele Gravina nell’agosto di tre anni fa, stavolta ci sia il due senza il tre».
Il 12 agosto 2023 mi dicesti: «Fonti ben informate mi assicurano che per Mancini sia pronto un contratto molto danaroso nella solita Arabia». La Verità titolò: «Sirene d’Arabia pure per Mancini». Che, nel pomeriggio, annunciò le dimissioni da Ct.
«Avere le fonti giuste consente di dare in anteprima notizie inaspettate».
Chi sono le figure dietro le quinte che hanno lavorato a questa soluzione?
«Non voglio fare nomi, basta dire che Mancini va bene a tutti: alla politica, all’ambiente attorno alla Figc, agli amici degli amici. Tra il governo e la Federazione non c’è unità d’intenti. Ma il governo dovrà sostenere un impegno gravoso per la ristrutturazione dei cinque stadi necessari per ospitare gli Europei del 2032. Il governo non ha gradito che l’operazione Maldini-Leonardo fosse gestita autonomamente dalla Figc. Il giorno stesso della nomina di Pirlo, il presidente del Senato Ignazio La Russa ha detto: “Dio ce ne scampi e liberi”. Un giudizio tecnico, a mio modo di vedere fuori luogo».
Chi ha commesso più errori?
«Gli errori li ha fatti tutti Malagò. Si era dimostrato d’accordo con la scelta di Andrea Pirlo perseguita da Maldini e Leonardo. Ma se scegli due persone per la rifondazione di uno sport cruciale per l’Italia le devi difendere anche dalla politica. Silurare Pirlo per la sua collaborazione con un sito di scommesse russo è una cosa ridicola. Pirlo ha prestato la sua immagine, non si è minimamente pronunciato sul governo russo. Mancini ha fatto il Ct dell’Arabia saudita e intrattenuto rapporti economici con un Paese governato da un regime tutt’altro che democratico, come ha dimostrato anche l’uccisione del giornalista Jamal Khashoggi. In Italia ci sono 140 aziende che fanno affari con la Russia e fruttano 400 milioni di dollari di tasse a vantaggio del governo di Putin».
Se vuoi rifondare il calcio devi essere inattaccabile.
«In un mondo di conflitti d’interesse, non mi sembra che Fonbet costituisse un ostacolo insormontabile. Basta vedere in televisione la pubblicità, che una legge vieta, di scommesse calcistiche: ci sono campioni come Totti, Baggio, Toni…».
Sono comportamenti privati, mentre il Ct della Nazionale rappresenta l’intero sistema.
«Infatti, ci sono normative che vietano il rapporto di parentela con i procuratori. Il figlio di Pirlo fa il procuratore, il figlio di Mancini è Dt del Cesena. E se domani a Mancini viene di convocare Cristian Shpendi, ottimo giocatore del Cesena, cosa succede?».
Le sirene d’Arabia erano un contratto di 25 milioni di euro l’anno fino al 2027. Ma nell’ottobre 2024, dopo l’eliminazione agli ottavi nella Coppa d’Asia, il contratto viene rescisso e inizia il pentimento di Mancini.
«In questo momento stiamo celebrando un allenatore eliminato dai Mondiali dalla Macedonia del Nord e licenziato dall’Arabia saudita. Siamo sicuri sia l’uomo giusto?».
È il Ct con cui abbiamo vinto gli Europei del 2021 e che ha stabilito il record d’imbattibilità di 37 partite.
«Gran parte del merito di quegli Europei va attribuito a Donnarumma che fu il migliore in campo sia nella semifinale contro la Spagna che in finale contro l’Inghilterra, entrambe finite ai rigori. Inoltre, non trascurerei il ruolo di Gianluca Vialli».
Un mese dopo il licenziamento in Arabia, Mancini disse che «lasciare la Nazionale è stata una scelta sbagliata che non rifarei».

«Capisco che di fronte a un contratto come quello fosse quasi impossibile resistere. Ciò che diventa antipatico sono i pentimenti successivi. Sei un professionista che ha guadagnato decine di milioni di euro e dopo un mese dal licenziamento dici che è una scelta che non rifaresti. La gente si sente presa in giro».
La sua è una nomina decisa negli spogliatoi del Circolo Aniene dove Malagò e Mancini sono compagni di squadra di calcetto?
«In Italia l’amichettismo conta più della meritocrazia. Se molti addetti ai lavori prevedevano la nomina di Mancini o si basano su qualcosa di concreto o sanno leggere il futuro. Se così fosse, potrei vincere al Superenalotto».
C’è stata superficialità o poca trasparenza nella vicenda della sponsorizzazione di Fonbet?
«Bastava digitare Pirlo su Wikipedia e veniva fuori tutto. Abbiamo fatto una pessima figura a livello internazionale».
Maldini è stato troppo intransigente su Pirlo?
«Ha pagato soprattutto il fatto di aver detto di no fin dall’inizio a Mancini. Fossi stato in lui, dopo il no di Guardiola e il naufragio di Pirlo avrei bussato a Cesc Fabregas».
Qual è la cifra del calcio di Mancini?
«È un allenatore che cerca di arrivare al risultato coniugando una buona fase difensiva con l’esaltazione delle qualità individuali. Qualità che oggi non vedo. Chi è il giovane che potrebbe diventare il Totti o il Baggio del futuro?».
In passato l’Italia era competitiva grazie al blocco juventino, milanista o interista. Oggi i blocchi sono impossibili perché nelle squadre di Serie A gli stranieri, dati Trasfermarkt, sono il 69%.
«È questo l’enorme lavoro da fare. Ma alle società di Serie A non frega niente della Nazionale. Altrimenti avrebbero limiterebbero l’ingaggio degli stranieri con l’obbligo di avere almeno cinque italiani nella rosa della prima squadra».

 

La Verità, 30 luglio 2026

«Calcio moribondo, Conte e Maldini non bastano»

Michele Criscitiello, patron di Sportitalia e presidente della Folgore Caratese, squadra dell’Alta Brianza promossa a sorpresa in Serie C in un girone di ferro, ha appena pubblicato Il libro nero del calcio italiano (Piemme). Un saggio documentatissimo, che analizza la gestione delle società e dei vivai, le ambiguità degli organi federali, l’attaccamento alla poltrona di tanti dirigenti, l’invadenza dei procuratori, la casta degli arbitri e il giro dei soldi.
Partiamo da una delle tue creature, la Folgore Caratese promossa in C davanti a Milan-Futuro e al redivivo Chievo. A chi dedichi questo successo?
«Il giorno prima che morisse avevo nominato presidente della società mio padre ottantenne con la promessa che saremmo approdati alla serie C. Lui è il capo della nostra famiglia calciofila. Credeva in me e mi spronava in questa avventura sul campo. Perciò, dedico a lui la nostra promozione».
In una parola, qual è il segreto di questo traguardo?
«Sono due: ambizione e organizzazione».
Che effetto ti fa guardare i Mondiali?
«Nessuno, li sto vedendo poco e malvolentieri. Come Aleksander Ceferin che ha distrutto la Champions League, anche Gianni Infantino sta distruggendo i Mondiali. Da un mese ne parliamo, ma ancora non abbiamo assistito a una partita decente. Speriamo cambia qualcosa da qui in avanti».
Perché bocci anche la Champions?
«Fino a febbraio è noiosa, poi entra nel vivo. L’errore dei grandi dirigenti è cambiare le cose che funzionano invece di quelle che non funzionano. Questi Mondiali, che si giocano in tre Paesi diversi, hanno stadi belli, ma freddi. Anche il pubblico c’è, ma è tiepido giusto per il meteo».
La finale sarà Francia-Argentina come quattro anni fa?
«Ce lo auguriamo, almeno sulla carta promette di essere una bella partita. Le trappole sul percorso non mancano, ma quella sarebbe una bella finale».
Sul nostro sport nazionale disegni uno scenario cupissimo. Qual è il nero più nero del calcio italiano?
«La poca trasparenza della Federazione. Il giorno dell’elezione di Giovanni Malagò ero presente come delegato e vedere 300 persone tributare una standing ovation a Gabriele Gravina mi ha confermato che non siamo consapevoli del pericolo di morte nel quale siamo incorsi».
Eri il nemico numero uno di Gabriele Gravina?
«Non è così. Al telefono lo sento spesso, mi sta simpatico, ci andrei a cena ogni settimana, però non posso non constatare le lacune della sua gestione. Se per due volte non andiamo al Mondiale di che inimicizia parliamo? Basta constatare i fatti. Che io dica che l’era Gravina è stata una sciagura non fa di me un paladino, caso mai giudica gli altri che non lo rimarcano. Il sistema crolla: tranne una quindicina, tutte le 100 società professionistiche perdono soldi. Che cosa aspettiamo? Di morire? Lo siamo già, l’assenza recidiva dai Mondiali lo certifica».
Scrivi che il circoletto del calcio somiglia a quello del cinema italiano, in concreto cosa vuol dire?
«Quello del cinema non lo conosco così bene, il circoletto del calcio pensa solo alla poltrona. Ma se il calcio muore, i grandi capi perdono anche il trono. Non faccio il finto moralista, capisco che i dirigenti vogliano fare business, ma devono farlo per far crescere l’intero movimento. Invece, per tutelare innanzitutto il proprio bene, non si preoccupano del futuro del sistema».
Chi è l’avvocato Giancarlo Viglione?
«È il vero presidente della Figc. Non è un’offesa. È un uomo che lavorava nell’ombra e non aveva un volto pubblico. Ma da quando ha indossato la giacca con il simbolo della Figc e si è seduto al fianco di Malagò la sua strategia è cambiata».
Cosa c’è di male?
«È sempre una questione di trasparenza. Se hai un ruolo ufficiale, se sei direttore generale della federazione, è giusto che tu stia sul palco a fianco del presidente. Ma se invece sei un avvocato, per quanto importante, è un altro discorso».
Già con Gravina era una figura di spicco.
«È l’uomo che ha favorito il patto per cui dopo Gravina doveva arrivare Cosimo Sibilia. Quel patto non fu rispettato e Viglione si è schierato con Gravina. Ora ha portato avanti l’accordo tra Gravina e Malagò. Non c’è nulla di male, ma è importante sapere come stanno le cose».
Da quanto tempo Renzo Ulivieri è presidente dell’Associazione allenatori?
«Da vent’anni, troppi. Non se ne abbia a male, ma non ha più l’età per reggere l’impegno della carica. Il giorno dell’elezione di Malagò era assente per problemi di salute. È un dato di fatto, non un’accusa personale».
Gli stipendi di questi dirigenti sono adeguati? Si fa un uso trasparente dei soldi che finanziano il sistema?
«Gli stipendi sono tutti esagerati verso l’alto. Quando Gianfranco Zola andò al Chelsea in Premier League, noi italiani lo prendevamo per i fondelli perché era andato in un campionato minore. Poi gli inglesi hanno investito i soldi dei diritti televisivi in strutture e stadi, mentre noi italiani li abbiamo spesi in calciatori, figurine e procuratori. Vent’anni dopo vediamo i risultati».
Come funziona l’Aia, l’Associazione italiana arbitri?
«È una casta. Un maxi circoletto dove fa carriera chi porta più voti al presidente e al designatore».
È un ente riformabile?
«Deve esserlo assolutamente. Soprattutto non deve dipendere dalla Federazione».
All’estero da chi dipendono gli arbitri?
«Sempre dalle federazioni, ma si scontrano con paletti invalicabili, mentre da noi si superano facilmente».
Dell’ultimo scandalo di quest’anno che coinvolgeva alcune partite che avrebbero favorito l’Inter non si sa più nulla.
«Si è fermato tutto, ma il capo d’accusa era debole».
Per gli arbitri, la soluzione potrebbe essere il professionismo?
«Potrebbe essere una soluzione per favorire l’indipendenza e cambiare un po’ di cose. Ma si potrebbe anche adottare la formula della Champions, con arbitri internazionali, designati a livello europeo. All’estero questo problema non ce l’hanno. Se ci arbitrassero direttori di gara francesi o spagnoli tanti problemi sarebbero superati, cominciando dai sospetti. Prendere un aereo da Parigi per Milano non è tanto diverso che prenderlo da Napoli».
Come funziona il centro federale di Coverciano?
«Se non hai il patentino Uefa, anche se sei un bravo allenatore, non puoi allenare. Molti posti ai corsi del Centro federale sono riservati agli ex calciatori: la meritocrazia non esiste».
Per diventare allenatori si spende molto?
«Parecchie migliaia di euro. Anche per diventare vice allenatore o preparatore atletico devi allargare il portafoglio. Questo crea una forte selezione».
Le serie C e D funzionano?
«La Serie C a 60 squadre non è sostenibile, ci sono troppi pochi soldi. Ogni club non può avere solo 700.000 euro all’anno dalla Figc».
Bisogna ridurre il numero di squadre?
«E aumentare la mutualità dalla Serie A alla Serie C. Quest’anno la Serie A ha speso 240 milioni per i procuratori, ma alla Serie C ha dato 22 milioni. Chiaro, no? E poi si parla di far crescere i giovani…».
Tornando ai flop della Nazionale, quali sono le cause principali?
«I giovani ci sono in Italia. In tutte le competizioni, le nazionali minori fino all’Under 21 vincono ovunque. Ma quando questi ragazzi arrivano nelle prime squadre non li fanno giocare perché li considerano acerbi, così il talento evapora».
Vedi anche tu un eccesso di stranieri nelle squadre?
«Questo è un altro problema. Per comprare uno straniero non serve depositare una fideiussione bancaria, come invece è richiesto per acquistare un calciatore italiano».
Perché questa disparità di trattamento?
«Non ho una spiegazione perché non riesco a immaginare una motivazione logica».
Qualcuno ci guadagna?
«È probabile, ma anche qui non ho risposte».
Cosa non va nella politica dei giovani e dei vivai?
«Non va tutto. Hanno tolto anche il vincolo societario per cui a fine stagione i giocatori sono liberi di accasarsi altrove. Così i club di B C D non hanno vantaggi nel farli crescere e migliorare, investendo in strutture, scuole calcio e allenatori».
In Italia sono improvvisamente spariti talento e fantasia, nostra forza in tutti i settori, o li soffochiamo con politiche sbagliate?
«Li soffochiamo perché non facciamo giocare ed esprimere i giovani. L’esempio di Palestra è lampante. Il Chelsea ha pagato 60 milioni un giocatore che una big aveva dato in prestito al Cagliari che lottava per non retrocedere».
Cosa si può fare contro lo strapotere dei procuratori?
«Mettere dei paletti. Le commissioni ai procuratori devono avere dei tetti oltre i quali non andare. E poi non devono poter agire sia per conto dei giocatori che delle società. Servono regole più severe e serve farle rispettare».
Perché la Juventus, prima, e poi anche realtà di provincia come Udinese e Atalanta sono riuscite a realizzare o rinnovare lo stadio di proprietà, mentre Roma, Milano e Napoli da decenni ne parlano soltanto?
«La Juventus si è mossa in anticipo per ottenere la concessione di 99 anni dell’impianto. L’Udinese ha approfittato della lungimiranza del sindaco giusto, Furio Honsell, che ha deciso di fare lo stadio».
Altrove prevale la cultura del non fare?
«Purtroppo sì».
Che futuro prevedi per il «metodo Moneyball», la priorità degli algoritmi nella scelta dei giocatori?
«L’analisi dei dati può essere utile per chiudere il cerchio e completare il profilo di un calciatore. Ma prima bisogna considerare altri criteri, più completi, che riguardano la persona. Se usi gli algoritmi per il 20% di rifinitura di un identikit va bene. Ma se con i numeri pensi di sostituire il lavoro degli osservatori e degli esperti di campo, rischi grossi buchi nell’acqua».
Giovanni Malagò è la soluzione giusta per la Figc?
«Se cambia la mentalità e i dirigenti, sì».
Vasto programma: ne è consapevole e ne ha la forza?

«Consapevole lo è, bisogna vedere se ha la forza di arrivare fino in fondo».
Basterà chiamare Antonio Conte e magari Paolo Maldini in Nazionale per far rinascere il nostro movimento?
«Non basterà, ma possono essere gli uomini giusti per ripartire».

 

La Verità, 2 luglio 2026

La Serie A multietnica non è amica della Nazionale

Questione di parole e questione di sostanza. Le due cose dovrebbero andare d’accordo e specchiarsi, invece… Andiamo al sodo. La Serie A è il campionato di calcio italiano, ma, in realtà, di italiano c’è soprattutto il suolo dove si disputa, all’interno dei confini di un Paese che si chiama Italia. Se invece si guarda ai suoi protagonisti, è un campionato multietnico, cosmopolita, globalizzato. Si dice: c’è la legge Bosman (che consente ai calciatori di trasferirsi nelle squadre dell’Unione europea eliminando il tetto al numero di stranieri, che invece resiste per gli extracomunitari). E, fino al primo gennaio 2024 quand’è stato abolito dall’attuale governo, c’era il decreto Crescita (che consentiva uno sgravio fiscale del 50% sullo stipendio di giocatori provenienti dall’estero). Per la somma di questi fattori, la vera dicitura della Serie A dovrebbe essere «Campionato che si disputa in Italia». Non è pedanteria. Se il campionato è multietnico e cosmopolita può favorire la Nazionale? I tre mondiali consecutivi saltati sono anche la crisi del modello cosmopolita e globalista. Che è diverso dal modello di sport delle seconde e terze generazioni che, per esempio, vediamo con gioia vincente nell’atletica. Nel calcio, globalismo e nazionalismo confliggono. Ce l’abbiamo davanti agli occhi, ma chissà perché non se ne parla. È banale e talmente lampante da divenire implicito. Però è il grande argomento rimosso nelle riflessioni di questi giorni, calcisticamente disgraziati (non negli sport «dilettantistici»). Tecnici e analisti di settore parlano dei vivai, dell’eccesso di tattica nelle scuole calcio, dei giovani ostaggi dei procuratori, degli stadi obsoleti. Tutto vero, verissimo. E tutte correzioni sacrosante da apportare rapidamente al sistema.
Entrando nel merito, per favorire la crescita dei calciatori italiani e, di conseguenza, la Nazionale, qualcuno indica nella «riforma Zola» l’esempio da seguire. Da vicepresidente della Lega Pro (la Serie C), Gianfranco Zola, mitico numero 10 del Parma, del Napoli, del Chelsea e del Cagliari, ha ideato un meccanismo di premio economico ai club (fino al 400%) per ogni giocatore italiano schierato, proveniente dal settore giovanile. Già applicata nel campionato in corso, la riforma ha prodotto un incremento del 48% dell’impiego di calciatori cresciuti nelle società. Dalla stagione 2028/29 ci si prefigge di inserire in ogni squadra un minimo di otto giovani formati nel vivaio dei vari club. L’obiettivo è creare le premesse di un rilancio del nostro calcio. Tuttavia, le buone intenzioni possono non bastare perché il rischio che la quantità prevalga sulla qualità è molto elevato. Se non c’è un sistematico lavoro di ricerca, tutela e promozione dei talenti, premi e incentivi ai club non sono sufficienti a garantirne il successo. Perché, conoscendoli, i patron, pur di accaparrarsi le agevolazioni economiche, sono pronti a promuovere in squadra anche chi non lo merita. E così saremmo allo stesso punto di prima.

Urge un intervento più profondo e radicale, di sistema, come si dice, per salvaguardare il nostro sport nazionale. C’è bisogno di una precisa volontà politica per riformarlo, partendo dalle vere storture che lo affliggono. È un buon segnale, in questo senso, che si siano esposti il presidente del Senato Ignazio La Russa proponendo un minimo di quattro italiani per squadra, forse pochi, e il vicepremier Matteo Salvini, almeno cinque. Argomento semplice. E argomento «di destra», si obietta. Come di destra è considerato l’orgoglio dell’inno e del tricolore. Non sta bene? Allora smettiamo anche di chiamarla Nazionale e ribattezziamola Azzurra o, più asetticamente, Rappresentativa della Serie A (è una provocazione, non vorremmo che qualche anima woke la prendesse sul serio).

L’altra sera a Cinque minuti anche Bruno Vespa sembrava fremere per la difficoltà ad ammettere che le nostre squadre sono imbottite di stranieri. Ma la faccenda è profonda e radicata. Dei venti club della Serie A, undici hanno proprietà residenti all’estero (Atalanta, Bologna, Como, Fiorentina, Genoa, Inter, Milan, Parma, Pisa, Roma e Verona), in Serie B sono sette. Prendiamo velocemente in esame le squadre ai primi posti del nostro campionato. Nella formazione titolare, l’Inter schiera tre o quattro giocatori italiani, il Milan uno o due (a volte zero), il Napoli due o tre, il Como uno o zero, la Juventus tre, la Roma due o tre, l’Atalanta idem. Morale: nelle prime sette squadre della Serie A, giocano abitualmente 13 o 14 italiani. All’estero, i club più vincenti come Barcellona, Real Madrid e Bayern Monaco si basano su ceppi autoctoni con innesti complementari di stranieri. L’altro modello di calcio multietnico, quello inglese, non ha certo fatto la fortuna della Nazionale, poco vincente. E anche tra i club d’Oltremanica più globalizzati, nelle competizioni continentali si iniziano ad avvertire i primi segnali di declino. Eppure, è lì che vanno a giocare i nostri talenti migliori. Erano tre fra i titolari dell’ultima Nazionale, Donnarumma, Calafiori e Tonali, oltre a Retegui, migrato in Arabia. E su questo, anche i club, in correità con la Lega, hanno le loro responsabilità. Il profitto, innanzitutto, come dimostrano la Supercoppa a Riad, il campionato a 20 squadre, il calendario troppo fitto e l’impossibilità di concedere uno stage alla Nazionale. Ma questa è un’altra storia.

 

La Verità, 3 aprile 2026

Fenomenologia dei coach nell’estate della rivoluzione

Panchine bollenti. Allenatori inquieti. Psicodrammi pallonari. Il domino dei tecnici risucchia anche l’inguardabile Nazionale. È impensabile, inammissibile che non si vada ai Mondiali per la terza volta consecutiva, strillano i commentatori. Se gli avversari giocano meglio, è pensabilissimo. Un po’ di umiltà, please. Inutile stupirsi, la crisi della Nazionale è specchio fedele del nostro sistema, dai vivai alle rose imbottite di stranieri agli stadi da Dopoguerra. Fosse una persona seria, Gabriele Gravina dovrebbe dimettersi (come un Maurizio Landini qualsiasi, ops). Che quello dei tecnici – uomini potenti ma fragili, in un soffio da maghi a bluff – sia un mestiere difficile e questa sia un’estate particolare, lo provano certi clamorosi dinieghi. Porte in faccia alla Juventus da Antonio Conte e Gian Piero Gasperini. Nazionale respinta da Claudio Ranieri e Stefano Pioli. Lo scherzo del destino è che Brasile e Turchia hanno Ct italiani. E, intanto, al capo della Fgic che dovrebbe nominarlo sfugge ancora la differenza tra selezionatore e allenatore.

IL DESIGNATO

Gennaro Ivan Gattuso. Detto Ringho. Dopo i rifiuti eccellenti, in Via Allegri sperano che sia il profilo giusto. Motivatore. Martello. Dispensatore di grinta. Da giocatore ha vinto tutto quello che si poteva, Mondiali compresi. Da tecnico, insomma. Sion, Palermo, Creta, Pisa, Milan, Napoli, Fiorentina, Valencia, fino all’Hajduk Spalato: diversi esoneri. Perplessità: i suoi spigoli si modelleranno sulle diplomazie di Coverciano? Detto guida: «Se uno nasce quadrato non muore tondo».

TRA COVERCIANO E RYIAD

Luciano Spalletti. Ottimo allenatore, ma prototipo dell’anti Commissario tecnico. Profeta di tatticismo esasperato. Uomo dogmatico dall’eloquio criptico, «dobbiamo passare dal calcio perimetrale al calcio relazionale». Concetti che necessitano di decodifica, fortunato chi ci riesce, e di prove e riprove per essere applicati. Morale: giocatori paralizzati. Il miracolo di Napoli è frutto di convergenze astrali. «Volevo dare il meglio, sono deluso da me stesso», è l’autocritica di uno che se ne va senza buonuscita. Attenuante: l’assenza di giocatori importanti. «Tiferò per il mio successore (se si troverà), perché non sono come tanti altri». Signore.

Roberto Mancini. Capello morbido, è il più stiloso del bigoncio. Gli dobbiamo l’ultimo successo azzurro, Europei 2021, arrivato grazie al fuorigioco di Arnautovic scovato dal Var contro l’Austria, e ai miracoli di Donnarumma ai rigori, in finale contro l’Inghilterra. Poi il buio, nonostante la scoperta di Retegui, e la fuga dietro ai dollari degli sceicchi. Esonerato causa risultati modesti. Poco stiloso invece il like al post anti Spalletti di Francesco Acerbi, dopo il quale ha ammesso: «Lasciare la Nazionale è stato un errore». Pentito.

Stefano Pioli. Maestro di «transizione e calcio verticale». Cementatore del gruppo. La sua carriera è segnata dalla morte di Davide Astori, capitano della Fiorentina. Diventa paterno e capace di gestire le psicologie di ragazzi spesso viziati. Theo Hernandez e Rafa Leao con lui hanno dato il meglio. Due secondi posti, una semifinale Champions e lo scudetto 2022, vinto contro pronostico. Dopo un anno in Arabia a guidare l’Al-Nassr di Cristiano Ronaldo, ha le tasche piene non solo di dollari. Ma molto meglio il ritorno sulla panchina viola che su quella azzurra. Rispettato.

GURU VERI O PRESUNTI

Antonio Conte. Talebano. Maniacale. Vincente. Meno integralista di qualche anno fa. Sembrava già sulla strada della Continassa dove Lele Oriali non l’avrebbe seguito. Poi i lavori in corso a Torino e i ponti d’oro a Piedigrotta, leggi mercato scintillante, lo hanno convinto a rimanere nel cast di De Laurentiis. Ha vinto l’ennesimo scudetto con una squadra meno attrezzata dell’Inter e soprattutto del Napoli di Osimhen, Kim Min-jae e Kwaraskelja. Ha scommesso su McTominay e Lukaku e ha vinto. Ossesso.

Simone Inzaghi. Resterà nella storia interista come il tecnico del «triniente». E di due scudetti regalati a squadre con rose inferiori. In un mondo con mille variabili, il gap tra trionfo e umiliazione è un capello. Sembrava il nuovo Guardiola, rischia di passare agli archivi come un altro Maifredi. È arrivato a fine stagione con la squadra sgonfia, ha gestito male la rosa, pareggiando partite già vinte e perdendo tutto. Dopo un’annata così, difficile ricominciare. Ha scelto l’Arabia; tra quanto arriverà la nostalgia? Spiaze.

Gian Piero Gasperini. Taumaturgo, autore di miracoli in serie. Prodigi costruiti sul lavoro e l’applicazione maniacali. Dittatore della preparazione. La controprova? Il rendimento inferiore dei suoi giocatori in altre squadre. Sull’Atalanta è stato scritto tutto. «Giocargli contro è come andare dal dentista», Pep Guardiola dixit. Di sangue bianconero, ha mantenuto la parola data alla Roma, dove adesso è chiamato a confermare lontano da Bergamo la sua statura. Carismatico.

Massimiliano Allegri. Sembrava diretto a Napoli, poi Conte non si è schiodato e lui ha messo la freccia per Milanello. Lo descrivono contento, motivato e al centro di ogni decisione per togliere il Diavolo dall’inferno in cui s’è cacciato. Chissà se, oltre che per rimpiazzare le giacche scaraventate a terra, l’anno sabbatico gli è servito per studiare qualche sistema di gioco più moderno. Si attende il primo confronto con Lele Adani. Mantra: corto muso.

PADRI (NON) DELLA PATRIA

Claudio Ranieri. L’aggiustatutto. Un papà di calciatori, da Leicester al Colosseo. Ma non un padre della patria. Sir Ranieri e sor Claudio. Candidato alla panca azzurra dalla Rosea. Tentato dall’avventura, pur da consulente giallorosso. Troppi colori. Dopo aver portato la Roma a un soffio dalla qualificazione Champions, perché infilarsi nel labirinto di Coverciano? Cosa sarebbe successo se avesse convocato o sconvocato un romanista di troppo? Meglio restare appollaiato a Trigoria a veder crescere i lupi di Gasp. Contropiedista su whatsapp: «Non me la sento, grazie del pensiero».

Carlo Ancelotti. Il più vincente è nato a Reggiolo. 5 titoli nei principali campionati europei, 5 Champions League, 2 con il Milan 3 con il Real Madrid. E dire che la Juventus lo lasciò andare perché lo riteneva un perdente. Gestore di campioni, assemblatore di fuoriclasse, inventore di moduli. Dopo una stagione deludente con i Blancos è andato a guidare il Brasile, subito qualificato per il Mondiale 2026. Annunciando l’accordo, ha detto: «L’Italia non mi ha mai chiamato perché in questo momento ha un grande allenatore». È proprio un buono. Quando non inarca il sopracciglio.

STELLE CADUTE

Thiago Motta. Da mago a apprendista stregone in 6 mesi. Dopo la stagione con il Bologna portato in Champions, era il più ambito d’Italia, ma si era già promesso alla Juventus. Ha dato il benservito a mezza squadra e allestito un mercato deluxe. Ma ha contratto la pareggite. Nel tempio del «vincere non è importante, ma è l’unica cosa che conta» non ti perdonano se dici che non hai «l’ossessione della vittoria». Altro passo falso, l’intervista estrai sassolini concessa a Walter Veltroni. In lista d’attesa.

Sergio Conceiçao. Monaco dello spogliatoio. Il suo Porto vincente era una via di mezzo tra l’Ordine supremo di Cristo e la Guardia nacional. Difficile potesse funzionare con Theo Hernandez e Alex Jimenez. Soprattutto se non hai le spalle coperte dalla filiera dei dirigenti. Ha dettato un decalogo di regole. Invano. Quel sigaro fumato a Riyad lo ha ingolfato. Un mese dopo il Milan era fuori da quasi tutto. Frase chiave: «Il calcio non è un hobby». Aveva annunciato che alla fine avrebbe parlato lui. Desaparecido.

LEGIONE STRANIERA

Roberto De Zerbi. Per gli esteti dei salotti buoni è il migliore. In effetti, il suo Sassuolo divertiva e infilava vittorie sorprendenti. Shakthar Donetsk, Brighton, Olympique Marsiglia: le sue squadre giocano per fare un gol in più dell’avversario. Solo che, curando poco la parte difensiva, a volte succede che lo facciano i rivali. Fa pensare a quei tennisti che eseguono i colpi più spettacolari, ma poi la partita la vince l’altro. Atteso alla prova di un grande club. Promessa da confermare.

Vincenzo Montella. Centravanti tecnico e rapinoso sebbene non dotato di gran fisico, da coach di Fiorentina, Milan e Siviglia ha avuto una carriera altalenante. È protagonista di una second life in Turchia. Nel 2021, dopo due anni di stop, accetta di allenare l’Adana Demirspor, club neopromosso nella massima serie, portandola al nono posto e, l’anno successivo, al quarto. Rescisso il contratto, dal settembre 2023 guida la Nazionale turca con risultati soddisfacenti. Tenace.

DA OSCAR

Luis Enrique. In finale contro l’Inter, il Paris Saint-Germain sembrava il Milan di Sacchi. Ha tentato 539 passaggi con una percentuale positiva del 91%. Com’è riuscito a vincere un trofeo inseguito e sfuggito a una formazione che aveva Messi, Neymar e Mbappè? Lui l’ha spiegato con «la legge della minima informazione. Spesso l’allenatore tende a parlare molto per sentirsi tranquillo», ha premesso. «Noi cerchiamo di dare ai giocatori il minor numero d’informazioni possibile in modo che in campo sappiano cosa fare. Che senso ha che io proponga cinque idee se poi non saranno in grado di interpretarle? C’è un bel detto di Blaise Pascal che riassume il nostro lavoro: “Se avessi avuto più tempo, ti avrei scritto una lettera più breve”». Chissà se a qualcuno dei nostri coach fischiano le orecchie.

 

La Verità, 12 giugno 2025

Spot-incubo: ruoli ribaltati e cani invece di figli

L’altra sera, alla fine del primo tempo della partita della Nazionale contro la Germania, sono andati in onda due spot particolarmente significativi. Uno dopo l’altro, sembravano una miniserie chic. Il primo riguardava una marca di attrezzi da giardino a batteria. Protagonisti marito e moglie sulla quarantina. Il prato della villa di casa è in condizioni disastrose e tra poco arrivano gli ospiti per il pranzo sotto la pergola. Mentre lui si mette le mani nei capelli, lei si rimbocca le maniche e accende in successione tosaerba, decespugliatore ed elettrosega. Nel tempo in cui lui apparecchia, stende per bene la tovaglia e posiziona con meticolosità piatti e tovaglioli, lei trasforma la giungla in un Eden bucolico. Sguardo soddisfatto: visto come si fa? Insomma, con questi portentosi attrezzi anche una donna può disinfestare il giardino. La dedizione del marito alla preparazione della tavola completa il ribaltamento dei ruoli.

Il secondo spot promuoveva un’auto a sette posti di un’importante marca tedesca. È una splendida giornata di sole per una gita al mare, raduniamo tutta la famiglia e partiamo. Le tre sezioni dei sedili vengono allestite con cuscini e peluche per accogliere gli ospiti dell’auto e finalmente cinque cani di razza di varie dimensioni, un Dalmata, un Bracco eccetera, corrono a prendere posto. Ora, con l’abbaiare festoso dei quadrupedi, la spaziosissima auto sfreccia sulla strada soleggiata e deserta che conduce alla spiaggia. E che, finalmente, marito e moglie – magari i protagonisti dello spot precedente – possono godersi in compagnia dei loro famigliari: cinque cani e zero figli.
Potremmo intitolare la miniserie pubblicitaria Vita quotidiana della coppia moderna. Quella che cancella i cosiddetti stereotipi della donna che apparecchia e dell’uomo che fa i lavori pesanti, e che esalta la famiglia numerosa, animalista e a natalità zero. Insomma, una sorta di distopia soft, in realtà non così lontana dai nostri, conformisti giorni. Se si aggiunge che, in quel momento, la Germania ci stava impartendo una lezione di calcio con le nostre armi abituali, la percezione dell’incubo era completa. Fortuna che i tre gol azzurri del secondo tempo mi hanno svegliato. Non completamente, però.

Post scriptum Ancora sugli «ascolti boom» del Sogno di Benigni: i 4,9 milioni di spettatori e il 28,1% di share, conquistati senza interruzioni pubblicitarie e con quel battage, sono un’audience in realtà normalissima. Una buona fiction, Il conte di Montecristo, per esempio, sempre su Rai 1, nelle sue quattro serate ha superato il 28% di media e i 5,5 milioni di spettatori.

 

La Verità, 25 marzo 2025

Tutto molto bello. Addio alla voce narrante calcio

Pacata e un po’ nasale, ce l’abbiamo ancora nella testa la voce di Bruno Pizzul che ci ha salutato ieri, pochi giorni prima di compiere 87 anni. Ce l’abbiamo nelle orecchie e nella memoria, quella voce narrante di decine, centinaia di partite e di tante imprese della Nazionale, esclusa la conquista dei Mondiali, solo sfiorata a Pasadena negli Usa, era il 1994, dopo il rigore fallito da Roberto Baggio: «Ecco… Alto! Il campionato del mondo è finito. Lo vince il Brasile». Antipersonaggio com’era, non si fece un cruccio di non aver potuto gridare: «Campioni del mondo!». Espressione di modestia, restia alle impennate, raramente la voce di un telecronista è stata il marchio di un’epoca sportiva come la sua lo è stata per trent’anni. Talmente inconfondibile e complice da essere molto imitata e molto usata negli spot e nei trailer promozionali.

Uomo del Nordest, sposato con Maria detta «la Tigre», padre di tre figli e nonno di 11 nipoti, numero perfetto, Bruno Pizzul è stato l’incarnazione di un protagonismo laterale, fedele all’understatement, mai prevaricante sui fatti. Il Friuli è da sempre terra di calciatori: «Siamo figli di contadini, alti, robusti, abituati ai sacrifici, disponibili agli allenamenti», mi spiegò quando andai a intervistarlo a Cormons, nella sua villa affacciata sul Collio. E anche terra di allenatori: Nereo Rocco, Enzo Bearzot, Cesare Maldini, Dino Zoff, Gigi Delneri, Edy Reja. «Rocco parlava di razza Piave. Anche se precisava: “Mi son de Francesco Giuseppe”. E siccome le nostre famiglie avevano due macellerie e si conoscevano per lavoro, mi stuzzicava: “Te go tegnùo sui zenoci”… Se facevo un buon commento mi elogiava, altrimenti: “Bruto mona de furlàn, traditor de l’impero”».

Come calciatore iniziò nella Pro Gorizia che lo vendette al Catania, poi passò all’Ischia e all’Udinese, dove la carriera terminò a causa di un infortunio a un ginocchio («ma anche senza infortunio non sarei diventato un campione»). Dopo gli studi in giurisprudenza, lo convinsero a presentarsi al concorso per programmisti Rai. Non si presentò nessuno e lo presero perché laureato. Ma Paolo Valenti, che lo conosceva come calciatore, lo dirottò sul concorso per radio-telecronista, suoi compagni erano Bruno Vespa e Paolo Frajese. Mai presa la patente, a Milano si muoveva in bicicletta. «Ero il più puntuale di tutti, perché scansavo il traffico». Salvo al primo incarico ufficiale, Juventus Bologna, spareggio di Coppa Italia, 8 aprile 1970. Beppe Viola lo convince che per arrivare a Como, il campo neutro dove si disputa la partita, basta un’ora. Non aveva previsto il traffico dei tifosi bianconeri in rotta verso lo stadio. La trasmissione in differita non evitò un’inchiesta interna. Evaporata quando si seppe che c’era lo zampino di Viola: compagno di merende scrivania e tribune, anche quelle dell’ippodromo («sempre senza soldi, scommettitore incallito»). Di suo, Bruno amava le sigarette che potevano rovinargli la voce e infatti fumava di nascosto dalla Tigre. E poi il buon vino e il tresette, tavolo fisso all’osteria a due passi dalla sede Rai di Corso Sempione.

Cresciuto alla scuola di Niccolò Carosio e Nando Martellini, non gli piacevano né le telecronache a due o tre voci («a volte ho l’impressione che la televisione racconti sé stessa più della partita»), né l’enfasi di moda – «miracolo», «magia», «numero» – che abbonda nei commenti («un narcisismo che oscura quello che avviene sul terreno di gioco»). Competente e riflessivo ma sempre sul pezzo, era cronista e opinionista ad un tempo, inventore di espressioni («ha il problema di girarsi»; «tutto molto bello») divenute proverbiali anche lontano dal calcio. Dal canto suo preferiva seguire le partite alla radio: «Le radiocronache sono più coinvolgenti. La fantasia aiuta a ricostruire l’ambiente. Paradossalmente le immagini della tv ti schiacciano».

Anche lui era quasi rimasto schiacciato dalla tragedia quando gli era toccata la telecronaca più drammatica di sempre dallo stadio Heysel di Bruxelles dove, il 29 maggio 1985, nonostante la morte di 39 persone (32 italiani) provocate dai disordini della tifoseria inglese, si disputò la finale di Coppa dei Campioni tra Juventus e Liverpool. L’anno dopo, andato in pensione Nando Martellini, divenne la voce della Nazionale. Ma ai mondiali in Messico l’Italia uscì agli ottavi, eliminata dalla Francia di Michel Platini. Quattro anni più tardi i Mondiali si giocavano in Italia e doveva essere l’occasione buona. I gol di Totò Schillaci accendevano di speranza le notti magiche. E la voce di Pizzul accompagnava le imprese dei ragazzi di Azeglio Vicini. Come la serpentina con gol alla Cecoslovacchia di «Baggio, Baggio, Baggio…», ripetuto otto volte in pochi secondi. Quella volta fu Diego Armando Maradona a batterci in semifinale.

Il calcio che amava era quello sorridente, senza sponsor, senza procuratori, senza esclusive e l’imperio dei diritti tv. Quello in cui, dopo l’allenamento a Milanello o ad Appiano Gentile, i calciatori si fermavano a giocare a biliardo con i cronisti. Amava l’eleganza di Pelè e l’intelligenza di Gianni Rivera. Le sue squadre preferite erano la Honved di Puskas, il Brasile che vinse in Svezia e il Grande Torino per il quale tifava. «Nel dopoguerra qui c’erano le truppe titine. La gente spariva, le famiglie si dividevano tra Italia e Jugoslavia», raccontò. «Il prete dell’oratorio aveva affidato la gestione dell’unico pallone ai ragazzi di qualche anno più vecchi di noi. Erano tutti juventini. Diventammo torinisti per protesta contro quelli che non ci davano il pallone. Un po’ alla volta , vedendo che i figli giocavano insieme, anche il clima tra le famiglie si stemperò».

Campione di modestia, era orgoglioso di non essersi mai preso troppo sul serio: «Il mestiere del telecronista è affascinante, ma anche insidioso», diceva, «perché ti dà una grande notorietà. Se ti lasci andare puoi dimenticarti di essere una persona e diventi un personaggio».

Tra le tante dichiarazioni di persone che ieri l’hanno voluto salutare merita ricordare quella di Baggio: «Ciao Bruno, mancherai a tutti. La tua voce riecheggia per l’eternità».

 

La Verità, 6 marzo 2025

Nazionale? Il nostro calcio ha minato l’idea di nazione

Perché le nostre squadre di club disputano finali europee e, in qualche caso, come quello dell’Atalanta, le vincono, e la nostra Nazionale colleziona figuracce in serie? La domanda sorge spontanea e, subito, ne chiama un’altra: che tipo di Nazionale vuoi mettere in campo se, negli anni, il tuo movimento calcistico ha demolito il concetto di nazione?
I processi al commissario tecnico Luciano Spalletti e ai nostri modesti giocatori sono già iniziati, ma rischiano di pagare dazio a un errore di prospettiva. Forse serve uno sguardo più lungo per individuare le ragioni dell’ennesima débâcle azzurra. Da otto anni la Nazionale non si qualifica ai Mondiali, l’ultima volta estromessa dalla medesima Svizzera, allenata da Murat Yakin, tecnico turco con una testa dotata di idee e di un’invidiabile chioma. La Svizzera, che non ha mai vinto nulla. Anche la Spagna, di un gradino superiore, ci aveva annichilito e solo la prestazione di Gigio Donnarumma aveva evitato il risultato da pallottoliere. Il pareggio all’ultimo secondo contro la Croazia aveva sciaguratamente illuso i numerosi analisti che si erano spinti a scrutare il tabellone oltre lo scoglio elvetico. È bastata l’incursione di Remo Freuler, che milita nel Bologna, a sgretolare le euforie che allignavano nel nostro spogliatoio e negli studi televisivi della teleparrocchietta, preoccupati dell’ombelico dell’audience. Quanto all’umiliazione finale hanno provveduto le geometrie di Garin Xhaka (Bayer Leverkusen) che ha guardato dall’alto in basso i nostri smarriti mediani e, a inizio ripresa, il destro a giro di Ruben Vargas (Augsburg) che ha concluso un’azione da manuale, indisturbata dal nostro presepe difensivo. Lo abbiamo visto tutti anche se la nostra Nazionale era inguardabile e la tentazione di cambiare canale cresceva con il passare dei minuti. Dunque, il bilancio di Euro2024 è terrificante e ora gli smarrimenti sono diffusi e incontrollati. Vedremo se si trarranno conseguenze adeguate. Tuttavia, sarebbe ancora fuorviante limitarsi a un’analisi di breve periodo. Perché le nostre squadre sono competitive nelle coppe e la Nazionale naufraga? La vittoria agli Europei di tre anni fa, era post Covid, ci aveva illuso, ma guardandola in prospettiva appare sempre più come il frutto di una serie di convergenze favorevoli.

Dai mondiali in Brasile del 2014, quando non superammo la fase a gironi, a Cesare Prandelli sono succeduti quattro commissari tecnici (Antonio Conte, Giampiero Ventura, Roberto Mancini fino a Luciano Spalletti), mentre il capo della Federazione Gabriele Gravina è inamovibile dal 2018. La nostra crisi viene da lontano. Da quanto non abbiamo campioni di livello mondiale? All’inizio del ritiro Spalletti aveva convocato i numeri dieci storici, Gianni Rivera, Giancarlo Antognoni, Roberto Baggio, Alessandro Del Piero e Francesco Totti per motivare la truppa. Da quanto tempo non abbiamo difensori (Claudio Gentile, Antonio Cabrini, Beppe Bergomi, Paolo Maldini, Franco Baresi), centrocampisti (Marco Tardelli, Salvatore Bagni, Carlo Ancelotti) e attaccanti (Aldo Serena, Luca Toni, Gianluca Vialli, Filippo Inzaghi, senza scomodare l’immortale Gigi Riva) di qualità? Ognuno faccia la propria lista inconfrontabile con lo status quo nel quale il primo italiano della classifica dei cannonieri è Gianluca Scamacca, undicesimo.
Il nostro movimento calcistico ha cancellato l’idea di Nazione, le squadre sono quasi interamente composte da stranieri: 8 titolari su 11 la Juventus e il Napoli, 10 su 11 il Milan, 6 su 11 l’Inter che infatti ha fornito la quota maggiore alla Nazionale suggerendo a qualcuno il patetico neologismo InterNazionale. Al contrario, solo due azzurri giocano all’estero: Gigio Donnarumma al Psg e Jorginho all’Arsenal (dimenticando Sandro Tonali, squalificato, al Newcastle). Questo è il termometro: i calciatori italiani nelle squadre italiane sono in stragrande minoranza, e il senso di appartenenza non può che difettarne. Il risultato si vede quando questi calciatori residuali vengono assemblati nelle competizioni che ancora si chiamano «per nazioni». L’intenzione di questa nota non è un rigurgito di anacronistico nazionalismo, quanto una riflessione pragmatica sull’impegno e la cura dei nostri vivai, sulla necessità di contingentare l’ingresso dei giocatori stranieri e sull’imperativo di ripristinare un minimo grado di umiltà negli spogliatoi giovanili (dove invece serpeggiano noia e vacuità, come i casi di ludopatia hanno di recente evidenziato, e senza aprire qui il capitolo di ciò che accade nelle tribune e nei campetti dei tornei per ragazzi). Urge ricominciare dall’abc dei fondamentali e subordinare alla tecnica gli apprendimenti di natura tattica che, invece, predominano. Perché, poi, quando ci si confronta a livello di nazionali, serve a poco conoscere le alchimie del 4-3-3 o del 3-5-2 se poi non si sa stoppare il pallone e completare tre passaggi di fila.

C’è molto da lavorare, dunque, e possibilmente in fretta, se si vuole invertire la rotta e provare a qualificarci per il mondiale americano del 2026. Le riforme e i cambiamenti difficili sono quelli che iniziano dalla mentalità e, solo di conseguenza, riguardano gli organigrammi. È da qui che bisogna ripartire, da un cambio di passo che cominci nei vivai, e che, forse, dovrebbe essere guidato da ex campioni, modelli in campo e fuori dal campo. Il precedente delle dimissioni di Roberto Baggio da presidente del settore tecnico della Figc, anno 2013, non fa ben sperare. Però, ugualmente, buon lavoro.

 

La Verità, 1 luglio 2024

Gli Europei di Rai 1 sono grigi e abborracciati

C’era un clima euforico l’altra sera a Notti europee, subito dopo la qualificazione agli ottavi di finale della Nazionale (Rai 1, ore 23, share del 32,9%, 3,2 milioni di telespettatori). Il gol del pareggio all’ultimo secondo con la Croazia, oltre a mandarci a Berlino e a ridare, per poco, il sorriso a Luciano Spalletti, ha allungato la vita a tutto il codazzo di opinionisti, commentatori, rubrichisti e ospiti di talk show da settimane indefessamente impegnati a spargere rosolio buonista sulle imprese degli Azzurri. Che lo meritino davvero è tutto un altro discorso, checché ne dica il nostro commissario tecnico («è un passaggio del turno meritato»), e basta ricordare il bugiardissimo risultato di Spagna-Italia per tornare subito con i piedi per terra. Ma tant’è; due esclusioni consecutive agli ultimi Mondiali non sono bastate a insegnarci che nel calcio non si governa per diritto divino. Il tiro a giro di Mattia Zaccagni aveva scongiurato la sciagura nazionale e, dunque, lasciamoci andare alla festa, incoraggiava Paola Ferrari, e abbandoniamoci alle emozioni. Gli dava manforte il solitamente ridanciano Marco Mazzocchi, che quanto a ottimismo ingiustificato è secondo solo a Marco Lollobrigida, con il «cheese» sempre in bocca, come se sostasse davanti all’obiettivo di un fotografo. La squadra schierata da Rai Sport è questa e non possiamo far altro che scriverlo. Le telecronache di Alberto Rimedio e Antonio Di Gennaro sono il paradigma del grigiore ministeriale e della povertà linguistica. Per compensare i quali la coppia composta da Paola Ferrari e Marco Mazzocchi vorrebbe iniettare un po’ di leggerezza. Missione fallita perché domina un tono abborracciato da retrobottega del bistrot, gravato dalle battute di Eraldo Pecci e dalla mancanza di affiatamento di tutta la compagnia, una strana dozzina tra conduttori, ospiti vari e la postazione a bordocampo. A rovinare definitivamente il clima festaiolo pensa Tony Damascelli con le sue pagelle che salvano solo Gigio Donnarumma e i due centrali, e riscuotono il consenso di Lele Adani e di Andrea Stramaccioni che di calcio ne capiscono. Ma con loro, già abituati al pubblico delle piattaforme, si va più sul tecnico. Mentre, nonostante Giusy Meloni, immancabile addetta ai social, il post-partita di Rai 1 è rimasto il bar sport di provincia del secolo scorso. Alla fine anche il telecalcio si sta polarizzando: quelli che conoscono il gioco moderno sono realisti e critici, quelli che si preoccupano soprattutto dell’audience sono di bocca buona, basta che la Nazionale avanzi. E i telespettatori porteranno pazienza. O no?

 

La Verità, 26 giugno 2024

«Spalletti è l’uomo giusto per la nostra Nazionale»

Pur avendo girato il globo e seguito nove Mondiali, Paolo Condò ama tornare alle origini. «La domenica sera», racconta, «vado sempre a vedere che cos’ha fatto la mia Triestina che adesso milita in Serie C. E anche se non so a memoria la formazione, quando scopro che ha vinto qualche endorfina si sveglia». Opinionista principe di Sky Sport ed editorialista di Repubblica, dal 2010 Condò è l’unico giornalista italiano presente nella giuria che assegna il Pallone d’oro, il premio organizzato dalla prestigiosa rivista France Football.

L’invasione araba è un evento positivo o negativo per l’Europa e l’Italia?

«Come tutti gli eventi, all’inizio non è facile da interpretare. Non sappiamo se essere contenti perché stanno affluendo soldi per colmare i buchi dei bilanci delle società o se, come avvenuto in passato, i nostri club ne creeranno altri di ancora più profondi. Un fatto simile è già accaduto quando la Premier league ha iniziato a prendere i nostri giocatori migliori, riempiendo di assegni i club, senza però che i loro bilanci migliorassero granché».

Per qualcuno è un’occasione di crescita per altri l’inizio della fine.

«In questi ultimi dieci anni l’Uefa ha imposto il fair play finanziario. Ma anche se società come il Manchester City o il Paris Saint-Germain hanno trovato i modi per dribblarlo, ci siamo accorti che applicando le regole si riesce a fermare la tendenza a indebitarsi e a salvare molti club. Come provocazione un po’ utopistica ho proposto che Uefa e Fifa insieme invitino due squadre della Saudi league a partecipare alla Champions, in cambio della loro adesione al fair play finanziario».

A che scopo?

«Di evitare che spendano senza limiti. Ricordiamoci che i Sauditi hanno un piede nei loro campionati e un altro in quelli europei, soprattutto in Premier league. Se possiedo una società in Europa che deve sottostare al fair play e un’altra in Arabia che non ha vincoli, come il Public investment fund (Pif ndr) proprietario del Newcastle e dell’Al-Nassr di Cristiano Ronaldo, posso spostare tutti i debiti nella seconda, creando una forte anomalia sistemica».

Considerando i contrasti tra Uefa e Fifa non c’è da essere ottimisti, ma in passato il calcio europeo ha retto alla scoperta del mercato americano e di quello cinese.

«C’è un precedente storico che risale al 1949, quando la Colombia cominciò a prendere giocatori del calibro di Alfredo Di Stefano senza che le squadre argentine potessero tutelarsi. In quei quattro anni il campionato colombiano divenne il più importante al mondo e solo quando la Colombia rientrò nella Fifa le cose si sistemarono. Più che la scoperta del calcio americano o cinese, che comunque seguivano regole comuni, ciò che sta accadendo oggi con l’Arabia ricorda l’El Dorado colombiano».

Quello arabo è determinato dalla sconfinata liquidità dei fondi?

«Che per di più non devono ottemperare al fair play finanziario. Mi auguro che l’invasione araba sia l’occasione per ridisegnarlo in modo restrittivo affinché anche le squadre-Stato come il Psg o il City non riescano a dribblarlo».

Firmando con l’Al-Hilal Neymar ha detto che ha sempre desiderato essere un «calciatore globale»: la frontiera araba esaspera questo processo?

«Lo estremizza. Oggi l’Europa rischia di diventare un continente produttore di giocatori sfruttato da altri come il Sudamerica. Fortunatamente credo che piazze come Madrid, Barcellona, Londra, Manchester, Monaco, Milano, Roma o Napoli troveranno risorse per resistere».

Cosa la fa essere così ottimista?

«Siamo specializzati nel prendere gli scarti dei campionati maggiori, raggiungendo comunque ottimi risultati. La finale Champions di quest’anno si è disputata tra un club che ha investito un miliardo di euro, e un club italiano costretto tutti gli anni a vendere il proprio uomo migliore per restare in equilibrio. In campo si è sempre 11 contro 11, e comprare i 25 giocatori più forti del mondo non sempre fa questa gran differenza».

È inevitabile che il tifo, riserva di appartenenza, contesti il calcio mercenario alla Neymar?

«I tifosi sono giustamente critici. Io la domenica sera guardo il risultato della mia Triestina… Neymar è un caso di scuola perché è un giocatore che, avendo dato la precedenza ai soldi, ha vinto meno di quanto facevano prevedere le sue grandi potenzialità. Solo andando al Psg sembrava aver fatto una scelta da campione, perché si era accorto che al Barcellona sarebbe sempre stato nell’ombra di Messi. Ma poi è arrivato Mbappé che è più forte di lui. Ora, anziché andare in Premier o venire più umilmente in Italia, si congeda dal calcio europeo senza aver lasciato il segno, e ripara in Arabia».

Una volta ci andavano i giocatori a fine carriera oggi ci va anche chi potrebbe essere ancora competitivo.

«Sfido a dire i nomi delle squadre che hanno preso Milinkovic-Savic, Koulibaly, Brozovic. Capisco la decisione di Cristiano Ronaldo a 37 anni, ma quella di tanti altri mi appare una scelta malinconica. Il nostro campionato è il più colpito dal vento d’Arabia perché, dopo un’esperienza modesta all’estero, giocatori come Koulibaly o Kessie avrebbero potuto tornarci».

Ieri Gianni Rivera ha compiuto 80 anni, l’esaltazione e l’attaccamento ai campioni appartiene alla sfera della nostalgia?

«No. Tuttora, non soltanto i campioni ma anche i giocatori normali, creano legami profondi. Il calcio trasmette emozioni. Sono le emozioni a far acquistare abbonamenti alle pay tv, comprare giornali e biglietti dello stadio. Le azioni dei giocatori hanno a che fare con l’aspetto eroico della vita perché loro sono i nostri eroi».

Un po’ meno se si pensa alla cessione di Tonali al Newcastle, al caso Lukaku o all’acquisto di Cuadrado da parte dell’Inter?

«Sono rimasto sorpreso quando la Juventus non ha rinnovato il contratto a Cuadrado perché lo ritenevo un giocatore con benzina nel serbatoio. Quando entra in area, i difensori devono stare attenti perché è uno che cerca il rigore… Ho trovato molto divertente che alcuni tifosi interisti abbiano detto: lo prendiamo, ma lo rieduchiamo. Succederà che Cuadrado continuerà a giocare con il suo stile e a procurarsi rigori generosi, ma i tifosi dell’Inter, esattamente come facevano quelli della Juve, vedranno un rigore solare. È l’automatismo del tifo. Che non è disonestà, ma una sorta di simpatica malattia».

Cosa pensa delle dimissioni di Roberto Mancini?

«Ci sono alcune cose che continuo a non capire. Personalmente, mi ha intristito che, pur avendo uno storico rapporto con lui, non mi abbia suggerito nessuna pista sulla quale lavorare, mentre mi congratulo con i colleghi che l’hanno avuta».

È stato giusto chiedere di togliere la clausola che prevedeva il licenziamento in caso di mancata qualificazione agli Europei?

«Direi di no. Ho sostenuto che fosse suo diritto rimanere Ct malgrado l’eliminazione dai Mondiali perché, per me, quella dell’Europeo 2021 è stata una vittoria fantastica, mentre quell’eliminazione è l’esito di una concomitanza di sfighe incredibili. Detto questo, dopo aver subito quel fallimento, non puoi trovare penalizzante una clausola che cessa il contratto se non riesci nuovamente a qualificarti per un grande evento. Sono convinto che in quel caso sarebbe stato lui per primo a dimettersi».

Il presidente della Figc Gabriele Gravina ha sbagliato a inserire Barzagli e Buffon e a ventilare l’innesto di Bonucci nello staff di Mancini?

«Trovo che Gravina abbia agito con leggerezza nella ristrutturazione dello staff. So che Mancini è abituato a lavorare con i suoi fedelissimi. Già la perdita di Gianluca Vialli, da sempre una sponda per lui, lo aveva molto provato. Quando è stato comunicato il nuovo staff, mi è sembrato strano che avesse accettato l’allontanamento di Lombardo, Evani e Nuciari. Non a caso qualcuno ha notato la sua assenza al momento della comunicazione del nuovo organico».

Che cosa pensa dell’operato di Gravina in tutto il suo mandato? C’è chi ne chiede le dimissioni.

«Trovo che abbia lavorato molto bene durante la pandemia. E che questo sia stato il problema più grosso durante i suoi mandati. Certo, ci sono diverse cose che non vanno, ma ricordo che all’epoca il ministro dello Sport Carmine Spadafora non mi dava affidamento. Perciò, continuo a dar credito a Gravina per l’operato di allora».

Spalletti è l’uomo giusto per la Nazionale?

«Sì, per definizione. Ha gli anni e la credibilità che gli deriva dalla vittoria di uno scudetto meraviglioso. Credo che farà molto bene».

Che cosa pensa del finale di partita tra Bonucci e la Juventus?

«Penso che si rovina una grande storia, la fine di un rapporto così lungo si gestisce e si concorda».

Bonucci non è uno da miti consigli?

«Ha fatto una carriera straordinaria, partecipando alla vittoria di otto scudetti consecutivi. Non si può andare in Paradiso a dispetto dei santi. Del Piero andò a giocare in Australia, Chiellini è andato nell’Mls, Buffon al Psg e poi al Parma».

Stasera lei sarà nello studio di Alessandro Bonan dopo gli anticipi della prima giornata: chi è il suo favorito per lo scudetto?

«Il Napoli. Quando si vince in quel modo il campionato precedente e si perde solo Kim e sì, anche Spalletti, è difficile che le altre azzerino il divario in una sola estate. Mettiamola così: Rudy Garcia è seduto sulla panchina più scomoda perché eredita una gran bella macchina e deve dimostrare di saperla tenere in pista».

Giovedì ci sarà il sorteggio delle coppe europee: che cosa augura alle nostre squadre?

«Si è detto che l’anno scorso sono state fortunate per i sorteggi favorevoli ma, pur riconoscendolo, va aggiunto che hanno fatto un ottimo lavoro. Le tre finali non devono essere considerate una vacanza fra i ricchi, ma un punto di ripartenza per restare nell’élite».

Al timone di Sky Champions Show cambia il pilota.

«Federica Masolin prende il testimone da Anna Billò che a sua volta l’ha ereditato da Ilaria D’Amico, due conduttrici che a loro modo hanno segnato un’epoca. Federica è il volto emergente di Sky e io sono pronto a sostenerla, anche perché è friulana e, da triestino, sarò suo complice».

Gli altri componenti sono tutti confermati, squadra che vince…

«Ci saranno Fabio Capello e Billy Costacurta e Cambiasso si alternerà con Di Canio e Del Piero. Sono orgoglioso di essere l’unico giornalista seduto a quel tavolo».

Il miglior giocatore del nostro campionato?

«Osimhen».

E il miglior italiano?

«Barella, per quello che ha fatto finora, e Chiesa, per quello che deve tornare a fare».

 

 La Verità, 19 agosto 2023 

 

Se Parigi è la Ville ténèbre di Donnarumma

Meglio soli che gestiti dai procuratori. Chissà, forse la morale della faccenda è tutta qui. In uno di quei vecchi proverbi che anche i nonni di Gigio da Castellammare di Stabia sicuramente conoscevano e che avrebbero potuto rammentargli. Invece no. Si sa com’è andata. O, piuttosto, come non è andata. Per il Paris Saint-Germain, prima. Eliminato agli ottavi di Champions League, con un suo grave impaccio a innescare la remontada del Real Madrid. E per la nostra Nazionale, esclusa dai Mondiali in Qatar da un tiro di Aleksandar Traikovski che ha stanato il suo errato piazzamento. La Macedonia nel 2022 come la Corea nel 1966, entrambi del Nord. L’altra sera, invece, in uno stadio dell’altopiano anatolico, abbiamo dovuto segnare tre gol per ammortizzare le due papere del portierone. Non sembra più lui, Gianluigi Donnarumma, anima lunga e sempre più tormentata. Tuttora capace di balzi istintivi e voli pindarici a sventare altri schiaffi – perché la dotazione naturale è super, superba, superlativa. Poco lucido, impacciato e insicuro, invece, appena ha il tempo di pensare e la palla tra i piedi.

La perturbazione non è ancora passata. Lo si può capire, esposto com’è allo scherno dei social, soprattutto dei tifosi milanisti (tra i quali, confesso, mi annovero). Chissà se e quando si riprenderà da questa stagione incubo, ce lo auguriamo per lui e per le sorti della Nazionale. E chissà tra quanto gli Azzurri potranno tornare a giocare a Milano se non vogliono esporre ai fischi il loro numero 21.

Fa una certa tenerezza la parabola dell’ex candidato miglior portiere del mondo. Le cause del prolungato appannamento che lo avvolge da quando ha lasciato il Milan possono essere svariate. Ingenuità personale manovrata dal machiavellico procuratore. Eccesso di presunzione e ambizione. O, sempre attingendo alla solita saggezza popolare, l’accoppiamento operato da Dio tra esseri affini. Difficile credere che il ragazzo di Castellammare si sia fatto manovrare dal supermegaprocuratore. Però forse conveniva stare accorti. Mino Raiola ha da sempre sotto contratto uno come Zlatan Ibrahimovic. Il quale, pur avendo giocato nell’Ajax, nella Juventus, nell’Inter, nel Barcellona, nel Milan due volte, nel Paris Saint-Germain e nel Manchester United, a forza di cambiare squadra nel momento sbagliato non ha mai vinto la Champions League. Quando si sta bene in un ambiente di lavoro, il buon senso consiglia di non cambiarlo. Di non avventurarsi. Di non farsi prendere dall’ambizione.

Arrivato nella Ville lumière non tutto luccica come si aspetta. Lo spogliatoio è diviso, il rivale Keylor Navas un tipo tosto e Gigio siede in panchina più del previsto. Ma comprimere i rigurgiti di coscienza è difficile anche a colpi d’interviste e di troppe versioni del divorzio rossonero. «Avevo bisogno di cambiare per crescere, per migliorare e diventare il più forte. La vita è fatta di scelte, avevamo ambizioni diverse» (al Corriere dello Sport). «Quando leggo le critiche alla mia scelta mi faccio tante risate» (a Sky). «Il Psg mi seguiva da tempo, non ho esitato a firmare» (a France football). Infine, alla Gazzetta dello Sport: l’ultima telefonata del club «è stata per informarmi che avevano preso un altro portiere». Alla quale aveva replicato il direttore sportivo Frederic Massara: «Chiamarlo ci è sembrato un gesto di cortesia dopo i suoi rifiuti alle nostre proposte. Ci è sembrato corretto prima di ufficializzare l’acquisto di un nuovo portiere informare lui direttamente».

Alla vigilia del match con il Real il buon Gigio aveva svelato la complicità «del destino» nella sua scelta parigina. Poi Karim Benzema gli aveva soffiato il pallone e addio sogni di Champions. «Ha sbagliato a scegliere i soldi, l’ho detto anche ai suoi genitori», ha sentenziato Arrigo Sacchi dopo l’eliminazione. «Colpa sua. Il Real Madrid era morto», ha rincarato Fabio Capello, sottolineando anche la poca riconoscenza verso il club che l’aveva fatto crescere. Concetto nobile, ma forse legato a un calcio del passato. Le bandiere sono state ammainate ovunque. Il professionismo ha da tempo archiviato i romanticismi. I club cambiano proprietà con una certa frequenza, non ci sono più presidenti storici come Massimo Moratti o Silvio Berlusconi, i contratti vengono siglati dai manager e le società guardano solo al conto economico. Ma proprio per valutazioni strettamente professionali Donnarumma «doveva restare al Milan», ha ribadito Sacchi, «era il posto ideale per crescere». «Adesso a Parigi non so come se la passerà», si è preoccupato Capello. Il Psg è in testa alla Ligue 1, con 12 punti di distacco sull’Olimpique Marsiglia. Ma nelle ultime cinque partite ha perso tre volte e il clima di smobilitazione generale è palpabile. A fine stagione l’allenatore Mauricio Pochettino verrà sostituito. Kilian Mbappè andrà al Real e forse qualcun altro dei troppi fuoriclasse cambierà aria. Per superare i turbamenti del giovane Gigio, ex candidato miglior portiere del mondo, forse la Ville ténèbre non è il posto giusto.

 

La Verità, 31 marzo 2022