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Trionfa Da Vinci, delitto perfetto nazionalpopolare

Delitto perfetto nazionalpopolare. A sorpresa, il successo di Sal Da Vinci al 76º Festival di Sanremo è una piccola grande rivoluzione copernicana. Il trionfo della famiglia tradizionale. La consacrazione dell’amore e della fedeltà coniugale. Nel posto che di solito celebra la fluidità, le famiglie arcobaleno, i nuovi diritti. Un verdetto inatteso, ma non per tutti. In un’intervista di oltre un mese fa, Antonio Ricci aveva detto che qualcuno gli aveva parlato di lui come vincitore «forse per bruciarlo». Sulla Verità, non più tardi di sabato, si era ipotizzato: «Pensa che cosa succede se, per caso, vince Sal Da Vinci». Uno smacco per la critica. Una smentita clamorosa, come quelle di certi sondaggi politici sulle elezioni che poi danno risultati inattesi. Anche stavolta il popolo smentisce le élite e i suoi analisti blasonati che, fin dal primo giorno, hanno contestato lo spartito ci Carlo Conti, colpevole di aver chiamato Laura Pausini che non canta Bella ciao, e di aver invitato Andrea Pucci, comico di destra. Figurarsi: un conduttore che definisce il suo «un Festival cristiano e democratico»; un direttore artistico che ha accolto solo dieci donne tra i trenta cantanti in gara. Soprattutto, colpevole di rivolgersi agli italiani, alle famiglie più che ai single, senza ambizioni intellettuali e bandiere mainstream.

I pasdaran della Sala stampa cercavano polemiche a tutti i costi. Tipo l’invito alla supermodella russa Irina Shayk, citata nei file di Epstein, per mandare un messaggio conciliante a Putin. Secondo gli editorialisti dei giornaloni invece era un Festival mediocre, senza guizzi, uno show della medietà. Il tutto trovava conferma nel calo degli ascolti. Che, in realtà, è da ridimensionare considerando la concorrenza delle partite di Champions League e la controprogrammazione di Mediaset e La7. E, tutt’altro che irrilevante, la messa in onda rispetto al 2025 due settimane più tardi, quando la platea è ridotta di circa due milioni. E la finale ha pur sempre totalizzato il 68,6% di share e 10,7 milioni di telespettatori.

Quanto alle canzoni anche quelle erano brutte, i cantanti sconosciuti, i fenomeni latitavano. Stavolta, chissà perché, nessuno chiedeva innovazione. E pazienza per la varietà dei generi, dal country al jazz al melodico, sottolineata dal direttore artistico. La critica si baloccava tra Ditonellapiaga, Serena Brancale ed Ermal Meta. Masini e Fedez no, perché il primo è ritenuto di destra e il secondo antipatico, tanto più che in L’acqua è più profonda di come sembra da sopra (Mondadori) ha saldato un po’ di conti con l’ambiente. Così le firme musicali gliel’hanno fatta pagare. Per il resto, smacco anche nella serata delle cover, quando, con Ditonellapiaga, Tony Pitony, nemico pubblico numero uno, metteva in scena un piccolo gioiello swing, tra Broadway e il Quartetto Cetra.

Intanto, Sal Da Vinci era sempre lì. A ogni esibizione l’Ariston s’infiammava. Lui cantava d’impeto, una pioggia di sentimenti tradizionali. Il giorno del matrimonio, il giuramento di fedeltà… E il pubblico in piedi, donne soprattutto, a tributargli lunghi applausi. Saranno napoletani, si pensava. Per sempre sì restava ai primi posti delle classifiche, ma nessuno ci credeva. Invece. «È la vittoria di un popolo e la vittoria di tutti quelli che hanno perseverato nel seguire un sogno», ha raccontato Sal Da Vinci dopo aver realizzato che è tutto vero. «Faccio questo mestiere da quando avevo sette anni e l’ho continuato con perseveranza tra cadute e salite ripide. Non è stato facile, ma è una vittoria di tutti quelli che vengono dal basso come me». Battuto di poco al Televoto da Sayf, il vincitore ha fatto il pieno nelle giurie di stampa, radio, tv e Web, dov’è folta la rappresentanza napoletana. E dove, come detto, non si è voluto premiare Male necessario di Fedez e Masini. Da Vinci andrà anche all’Eurovision, ha confermato agli scettici che sui social già contestano che ci si presenti con «questa roba qui»: «Portare la musica italiana fuori dal nostro Paese è un grande motivo di orgoglio», sottolinea indomito. In tanti masticano amaro.

 

La Verità, 1 marzo 2026

Dopo la staffetta Conti-De Martino vince Da Vinci

Serata finale piena. L’annuncio del nuovo conduttore e direttore artistico, Stefano De Martino, con investitura in diretta di Carlo Conti. E una lotta mai così incerta fino all’ultimo tra Fedez e Masini (quinti) Arisa (quarta) Ditonellapiaga (terza) Sayf (secondo) e Sal Da Vinci (primo).

Sal Da Vinci 9 A sorpresa, ma non per tutti. Per sempre sì, un brano romantico, tradizionale, neomelodico, un inno all’amore e alla fedeltà coniugale, cantato sempre di getto e senza risparmio vince il 76º Festival di Sanremo. Un premio probabilmente dovuto al televoto. Un premio che farà storcere il naso alla critica. Un premio nazionalpopolare. Un premio al coraggio.

Carlo Conti 9 L’esperienza non è acqua. Con Laura Pausini e Giorgia Cardinaletti sottolinea il contesto della guerra in Iran, la festa non dimentica l’attualità. Dà sicurezza alle partner. Esorta la cantante delle Bambole di pezza a non tatuarsi il suo volto sul braccio. Aziendalista, passa il testimone a Stefano De Martino. Pilastro.

Stefano De Martino 8,5 Spunta a metà serata per l’annuncio irrituale che tutti già conoscono. Sarà lui il conduttore del Festival 2027. Il talento e la spontaneità li possiede. Sul palco ci sa stare. La direzione artistica sarà il vero banco di prova. In bocca al lupo.

Laura Pausini 8 A Bocelli, senza piaggeria, dice: sono onorata di essere una tua collega. Dopo le prime sere, qualcuno le ha imposto di dire «maestra» e non «maestro» quando presenta una donna che dirige l’orchestra. Lei si corregge, ma le scappa la declinazione al maschile. Monella.

Giorgia Cardinaletti 6,5 Alle telecamere della Rai è abituata, le pause della dizione le conosce, l’unica preoccupazione è la scala. Passa la linea all’abituale Tg1 in un minuto di mezza sera che dà la notizia della morte dell’ayatollah Khamenei. Introduce il momento femminicidi. Diligente.

Nino Frassica 5,5 Con acconciatura alla Cristiano Malgioglio: siccome l’anno scorso è stato un successo rifà le stesse cose. Legge il decalogo del bravo conduttore. Che deve essere anche un direttore artistico e rifiuta i Jalisse e Al Bano. La gag del ritorno a sorpresa di Can Yaman… insomma. Il direttore di Novella bella è una parodia consumata. Inflazionato.

La frase post canzone 4 Permettimi di dire una cosa velocissima. Contro le bombe che silenziano i bambini in tutto il mondo (Ermal Meta). Io stasera sono a disagio, ricordiamoci di quello che succede nel mondo (Michele Bravi). E poi i ringraziamenti alle persone che lavorano dietro le quinte, al mio team e alla splendida orchestra… D’accordo che è la serata finale, ma… Stucchevoli.

Andrea Bocelli 9 Arriva a cavallo, nientemeno. Il pubblico è in piedi. Si accompagna al pianoforte interpretando Il mare calmo della sera con cui vinse nel 1994 tra le Nuove proposte. Dopo il grazie a Caterina Caselli che lo lanciò, Con te partirò. Apoteosi.

Gino Cecchettin 6 Poteva mancare e invece no. Il momento di sensibilizzazione contro i femminicidi e il maschilismo tossico ormai è un classico dei grandi eventi generalisti. A picco sul burrone della retorica. Obbligato.

 

La Verità, 1 marzo 2026

Conti sotto accusa perché Sanremo non è woke

Un Festival di Sanremo più sociale e meno social. Più nazionalpopolare e meno mainstream. Più comunitario e meno community. Sembrano sfumature: non lo sono. Intanto. Alla terza serata, più movimentata e vivace e con ospiti di qualità, da Mogol a Ubaldo Pantani, da Eros Ramazzotti a Alicia Keys, anche gli ascolti sono risaliti. Archiviata la Champions League di Inter e Juventus, che non poteva non incidere sebbene i detrattori tendessero a minimizzarne gli effetti, il 60,6% di share registrato giovedì è il più alto per una terza serata dal 1990: era televisiva pre-piattaforme, per intenderci (il fatto che lo share elevato sia abbinato a 9,5 milioni di telespettatori, inferiori ai 10,7 dell’anno scorso, share del 59,8%, dipende dalla platea totale ridotta di due milioni rispetto al 2025, quando la terza serata andò in onda il 13 febbraio).

Carlo Conti che sa far di conto sembra una battuta e forse lo è. Ma non tanto per i calcoli dell’Auditel, quanto perché, al suo quinto Sanremo, l’ultimo, senza possibili ripensamenti, lavora di addizione e sottrazione. Gestisce l’accumulo e i vuoti, qui aggiunge e lì toglie. Nel brogliaccio del 76º Festival della canzone italiana balza all’occhio la grande assenza della cultura woke. Niente appelli delle minoranze, niente bandiere arcobaleno. Niente Ghali, Rosa Chemical, Big Mama. La critica lamenta la mancanza di guizzi, la carenza di fenomeni, il copione prevedibile e poco eventizzato. Sarà. Si può fare un Festival senza proclami e monologhi militanti? Senza lamentare le discriminazioni e i vittimismi di qualche nicchia? Conti ha creduto di sì. Ha creduto alla possibilità di un Festival normale, per la gente comune. Sapendo che poteva andare incontro al rischio noia. Al suo quinto Sanremo ci ha provato, ci sta provando, con buona pace di una fetta della sala stampa che, senza i piagnistei per le donne emarginate, per le apparizioni del premier Giorgia Meloni e le pressioni di Fratelli d’Italia sul cast attuale e futuro, non riesce a stare. Ieri è toccato allo «scandalo» del Mogol novantenne rientrato a Roma sull’elicottero dei Vigili del fuoco, lui che ha scritto il loro inno… E pazienza se la stampa accredita un Festival immaginario, parallelo. Un FantaSanremo.

Il vero scandalo è un altro. Imputano al direttore artistico di aver chiamato LauraPausinichenoncantaBellaciao. Di aver invitato AndreaPuccicomicodidestra. Imperdonabilissimo. La critica «tragicizza» la crisi del Festival, ha scritto Francesco Piccolo su Repubblica. Pensiamo all’edizione del 2027, questa è già archiviata, hanno titolato. Il format è superato, Sanremo non è più nello spirito del tempo, hanno decretato da altre cattedre. Semplicemente: non piace a lorsignori. Che il direttore artistico abbia provato a lavorare su un copione diverso, magari senza inventare niente di clamoroso, non è ipotesi considerata. Semplicemente, parlando più alle famiglie che ai single. Più agli eterosessuali che ai non binari. L’insistenza su Pippo Baudo avrebbe potuto far capire. Anche la scelta di farsi affiancare da Laura Pausini, ovviamente. Ma era meglio Giorgia. Laura o Giorgia: è qui la differenza tra nazionalpopolare e mainstream. L’altra presenza fissa è Max Pezzali, per dire. Se si danno i premi alla carriera a Caterina Caselli, Fausto Leali e Mogol ci si è dimenticati di Amedeo Minghi e Tullio De Piscopo.

La critica «tragicizza», si diceva. E non vede l’addizione. Una co-conduttrice fissa più altri uno o due per ogni sera (Can Yaman, Pilar Fogliati e Lillo Petrolo, Irina Shayk e Ubaldo Pantani, Bianca Balti, Nino Frassica…). Più i superospiti, gli attori le attrici e i comici, gli atleti olimpici, i cori, le sorprese nella serata delle cover, i momenti di riflessione e tutto il resto per un racconto pachidermico e massivo. No, la critica vede «la sottrazione», ciò che manca. Quelle cose lì, gli appelli, la frasetta sparata dopo la canzone, i proclami un tanto al chilo. La guerra in Ucraina. Il genocidio. Il body shaming. La dimenticanza di Gaza, secondo Ermal Meta, premiato dall’Accademia della Crusca. Che, grazie a Dio, quello delle tre religioni monoteiste, ha pontificato solo nell’apposita conferenza stampa.

Se invece si vuol guardare quello che è successo all’Ariston, i contenuti non sono mancati. Il voto alle donne nel dopoguerra con l’ultracentenaria Gianna Pratesi. La guerra alla guerra con il «Make music not war» di Laura Pausini che ha interpretato insieme ai bambini dello Zecchino d’oro e di Caivano Heal the world, l’inno pacifista di Michael Jackson. L’appello contro la violenza giovanile insieme a Paolo Sarullo, un ragazzo in sedia a rotelle dopo un’aggressione fuori dalla discoteca. Il momento dedicato alle dipendenze giovanili da droga, alcol e social con il professore e youtuber Vincenzo Schettini. La presenza di Bianca Balti, già ospite l’anno scorso, con la possibilità di testimoniare la sua battaglia contro il tumore al seno.

Un’altra narrazione è possibile. Il Festival sociale condivide senza militanze. Il Festival comunitario rappresenta senza schierare e sventolare bandiere. Si può fare attraverso momenti non iscritti nel mainstream prediletto dal giornalone unico? Sembra di no: «Il Festival non sta funzionando», «Il Festival che delude punta sull’anno prossimo», «Un Sanremo piccolo piccolo, senza idee», «Lo show di Conti arranca il femminismo arretra». Stizzirsi perché il direttore artistico e conduttore non voleva cavalcare il solito spartito, più che un’occasione persa è la conferma che si conosce solo quello. E che quello spartito è un imperativo, così è se vi pare. Invece no. Achille Lauro senza tutine glitterate e in abito bianco ha cantato Perdutamente in omaggio alle vittime di Crans-Montana. Un Fedez concentrato ha duettato con Marco Masini raccontando che si può superare il Male necessario. In Parole Parole Fulminacci si è lasciato corteggiare da Francesca Fagnani a ruoli rovesciati rispetto all’originale di Mina e Alberto Lupo. È un Festival della canzone italiana. Normale. Pensa che cosa succede se, per caso, vince Sal Da Vinci

 

La Verità, 28 febbraio 2026

Seconda serata Sanremo: Laura ok, l’imitazione no

Seconda serata del Festival di Sanremo 2026 tra musica, ospiti e momenti di spettacolo più o meno riusciti. Sul palco dell’Ariston si alternano cantanti, co-conduttori e incursioni comiche: queste le pagelle ai protagonisti della serata.

Laura Pausini 8 Più che spalla, padrona di casa. Conti le concede l’apertura e ripaga la fiducia. A proprio agio anche da conduttrice, s’improvvisa corista dell’Anffas. Lo stile pop porta spontaneità al protocollo. Disinvolta.

Patty Pravo 5 Santi e peccatori/ Naviganti e sognatori. L’unicità di ogni essere umano, come la sua all’Ariston, ultima resistente dell’era beat. Proprio indispensabile?

Achille Lauro 7,5 Accolto dal tifo organizzato. La sua Perdutamente, intonata al funerale di Achille Barosi, morto nel rogo del Constellation, canta la precarietà umana. E se bastasse una notte, sì, per farci sparire/ Cancellarci in un lampo come un meteorite. Momento clou con coro lirico. E un pizzico d’enfasi di troppo.

Lillo 6,5 Si finge apprendista presentatore. Infila i luoghi comuni del mestiere, la «splendida cornice», il «voltiamo pagina», il «proprio su questo palcoscenico»… Si dilunga, imposta la voce attoriale, esagera con l’enfasi. Autoironico.

Vincenzo De Lucia 4 La performance meno riuscita del Festival. L’imitazione di Laura Pausini non è credibile e soprattutto non diverte. Conti fa il finto tonto. Gli autori dove sono? Numero da oratorio.

Elettra Lamborghini 6 Media voto tra Voilà, esile canzonzina da spiaggia sostenuta dal balletto glamour, e la protesta fuori programma contro le «festine bilaterali» che l’hanno costretta alla notte insonne. Il fuori palco irrompe sul palco. Strappacopione.

Francesca Lollobrigida, Lisa Vittozzi 6 Vincitrici di tre ori olimpici, emozionate più che sul ghiaccio e sulla neve di Milano Cortina. Dove stanno per cimentarsi anche gli atleti paralimpici. Non manca l’onnipresente ex presidente del Coni, Giovanni Malagò. Passaggio del testimone, forzato, da un evento all’altro.

Levante 7 Sei tu, la più difficile delle canzoni in gara. Recitata, sussurrata, commossa. Se l’amore sei tu/ Ma ho già perso il controllo/ Non mi segue più il corpo. Un brano romantico vecchia maniera, scritto da sola. Cantautrice ispirata.

 

La Verità, 26 febbraio 2026

Conti parte bene: «Festival cristiano e democratico»

È un Festival cristiano e democratico», parola di Carlo Conti, quello iniziato ieri sera con la storica sigla, Perché Sanremo è Sanremo, e la voce registrata di Pippo Baudo: «Benvenuti al teatro Ariston». Giunto alla sua quinta, e ultima, conduzione, il direttore artistico rivela senza tentennamenti la propria identità. Questo è un Festival democristiano, gli chiedono, posto che la nuova Democrazia cristiana è Fratelli d’Italia? Carlo prende tempo un istante, «non capisco nulla di politica», dice. Poi precisa: «È un Festival cristiano e democratico: cristiano perché ci sono piccole tracce della mia modestissima fede e democratico perché aperto a tutti». Niente male. Anzi, molto bene: è la prima volta che un conduttore di questa importanza e in una situazione tanto esposta come il più nazional popolare degli eventi manifesta la propria appartenenza cristiana. Sì, in passato, di qualcuno si è potuto intuirla. Dello stesso Baudo, per esempio. Ma forse, nel suo caso, si trattava soprattutto di un riferimento politico e partitico. Poi qualcuno ricorderà il segno della croce fatto da Amadeus in cima alla scala dell’Ariston prima di iniziare una delle sue conduzioni. Ma sembrava essere più che altro un gesto scaramantico. Conti no, ha rivelato spontaneamente un tratto del suo essere. E, comunque, pur senza enfatizzarla, una certa sensibilità era affiorata anche quando, nel 2015, aveva ospitato Sammy Basso, affetto da progeria o, l’anno dopo, quando aveva concesso il palco dell’Ariston al maestro e compositore Ezio Bosso che sulle note di Following a bird aveva commosso il pubblico.

Ora gli osservatori più occhiuti saranno pronti a lamentare il Festival confessionale. Già le conferenze stampa sono una palestra di puntiglio critico. Alcuni colleghi si adoperano per scovare le pressioni del palazzo. La premier alla serata inaugurale, il caso del comico Andrea Pucci. Conti scansa, smorza, spegne i focolai. Parole d’ordine «serenità e leggerezza». Non a caso Laura Pausini si è lasciata convincere alla co-conduzione da Carlotan, Carlo più Lexotan. Il mondo è pieno di guerre e al Festival ci accontentiamo delle canzonette, moraleggia qualcuno, mentre per esempio, uno come Bruce Springsteen prende posizione contro la politica autoritaria. Conti cita Gianna Pratesi, 105 anni all’anagrafe, invitata per ricordare ieri sera la prima volta che andò a votare subito dopo la guerra. E i partigiani e chi ha combattuto ed è morto per liberare l’Italia dalla dittatura nazifascista: «Ci hanno dato questa Repubblica che ci permette di godere della musica e di un Festival come questo. Il mio auspicio è che tutti i Paesi del mondo, dove c’è la guerra, possano avere il loro Festival di Sanremo». «Sanremo», sottolinea, «non deve essere fatto di due ore e mezzo di proclami, secondo me, ma se sottotraccia c’è qualche riflessione che ci porta a ragionare forse può risultare ancora più forte». Si sente pressato dal presidente del Senato Ignazio La Russa che ha fatto un appello per concedere a Pucci uno spazio riparatore? «Rispetto la seconda carica dello Stato e ho ascoltato con attenzione quello che ha detto», è la replica. «Ho chiesto a Pucci se volesse mandare un videomessaggio scherzoso, ma non se la sente. Non posso certo obbligare nessuno a fare qualcosa contro la sua volontà». Soddisfatto della «cortese ed esaustiva risposta», La Russa rinnova la stima per il conduttore augurandogli «un grande successo per questo Festival di Sanremo che resta il più grande avvenimento nazional popolare di cui è quindi lecito occuparci un po’ tutti. Senza nulla togliere alle cose più importanti».

Se un filo di preoccupazione increspa i pensieri di Conti è quello degli ascolti. «Ma come non mi esalto se le cose vanno troppo bene, non mi abbatterò se i risultati non saranno positivi… anche perché tutto sommato devo battere me stesso. Sono fatto così. Mi presenterei qui con lo stesso spirito. Lo scenario è diverso», aggiunge, «ci siamo spostati di due settimane, i competitor sono diversi, e ci sono le partite di calcio…». Stamattina, il verdetto.

 

La Verità, 25 febbraio 2026

«Adesso sto buona buona, ma vedrete cosa oserò…»

Tango e politica, talent e talk, Ballando con le stelle e Cartabianca. Sempre spericolata, Iva Zanicchi fa discutere di qua e di là. Soprattutto nel talent ballerino di Rai 1. La scorsa settimana prima ha bonariamente rimproverato Samuel Peron, il suo partner, per averle rovinato il finale del boogie-woogie; poi, raccontando una barzelletta sconcia, ha finito per gelare lo studio. Prezzi che si pagano alla spontaneità. Ma l’Aquila di Ligonchio, concerti nei teatri di mezzo mondo, vincitrice di tre Festival di Sanremo, attrice, presentatrice e opinionista tv, già europarlamentare di Forza Italia, tira un bel respiro e riparte, «ma tenendo di più i remi in barca», promette.

Signora Zanicchi, lo sa che le interviste sono come il ballo?

«Non lo sapevo, perché durano poco e sono divertenti?».

Perché ci sono interviste valzer e interviste rock’n’roll.

«Ci sono anche le interviste marcia funebre?» (ride).

Speriamo di no. Stasera su che ballo si cimenterà?

«Affrontiamo il foxtrot, un ballo americano che mi piace molto e va anche nelle balere italiane. È una danza elegante, indosserò un bell’abito da sera come le ballerine vere. Spero che vada tutto bene e di non fare la pagliaccia, come al solito».

Accettando l’invito di Milly Carlucci sapeva di rischiare e di mettersi alla prova?

«L’ho preso come un gioco da fare seriamente».

Le ho visto eseguire il casqué nel tango argentino e il ponte nel boogie-woogie: come fa alla sua tenera età?

«La settimana scorsa dopo che ho fatto il ponte ho ricevuto una marea di telefonate. Erano tutti stupiti per i miei 82 anni, l’età l’ho sempre sbandierata… Da ragazza facevo ginnastica e sport, perciò il corpo è ancora abbastanza flessibile, non ho avuto neanche mal di schiena. Vedrà questa sera cosa oserò…».

Quanto si allena?

«Questa è la disperazione di Samuel. Però lui che è un ragazzo intelligente capisce che non posso allenarmi sei o sette ore al giorno come i più giovani. “Fai un po’ di cyclette”, mi dice. Io gli dico di sì ma poi non la faccio. Gli attrezzi mi annoiano, a me piace camminare, ma dove vado da sola per Roma? Mi alleno un’ora al giorno e va bene così».

Come diceva quella canzoncina: di belli come noi la mamma non ne fa più…

«S’è rotta la macchinetta…».

Invidia qualcosa ai giovani di oggi?

«Quello che io non ho mai avuto, la leggerezza, un certo menefreghismo. Hanno la sfrontatezza di voler arrivare a una metà senza soffrire. Noi facevamo la gavetta, ci hanno insegnato a lavorare e studiare per anni… Oggi partecipano a un talent e dopo sei mesi sono in tour negli stadi o a Sanremo. Magari subito dopo spariscono».

Hanno vita troppo facile?

«Sicuramente. Non dico che ai miei tempi si considerasse necessaria la sofferenza, ma un certo spirito di sacrificio sì. Una meta te la devi sudare… Oggi è tutto più facile, si va a studiare all’estero, una cosa che negli anni Sessanta e Settanta era impossibile. Anche se essendoci tanta concorrenza ci vuole molto impegno».

Da ragazza andava a ballare?

«Qualche volta in agosto, alle sagre. Mentre papà era negato, mia mamma adorava il ballo e ci insegnava il liscio nell’aia di casa».

Invece alle sagre ballava i lenti e il rock’n’roll?

«Il rock no. La mazurka, il valzer, il tango romagnolo, non quello argentino. Sono arrivata fino al twist».

Niente rave party?

«Per l’amor di Dio».

Con chi va più d’accordo del cast?

«Ho un bellissimo rapporto con tutti, anche con le donne… Paola Barale la conosco da quando era ragazza. Mughini è molto dolce, diverso da come lo immaginavo».

Discutete mai di politica?

«Mai, né dietro le quinte né in camerino. La politica è bandita».

Neanche un commento sulle elezioni?

«Ballando è iniziato dopo, prima ci vedevamo solo per le prove. Lasciamo fuori tutto, siamo concentrati sulla preparazione e su quello che dobbiamo fare. Anche nelle pause non si parla di cose  extra ballo».

E con gli autori va d’accordo?

«Ho un autore che mi segue, un ragazzo dolcissimo che mi fa le interviste prima delle esibizioni. C’è un rapporto come tra mamma e figlio. È affettuoso, io lavoro bene solo se ho attorno persone carine, è un mio punto debole».

Ogni tanto la rimproverano?

«No, perché sono abbastanza autocritica. Nella prima puntata ho fatto una piccola scivolata (una parolaccia sfuggita, rivolta a Selvaggia Lucarelli ndr), nell’ultima ho raccontato una barzelletta un po’ piccante. Adesso devo stare buona buona» (sussurrando).

Quindi, un po’ le hanno tirato le orecchie.

«Mi sgrida molto Samuel. Dice che la butto in caciara perché quando sbaglio un passo, un movimento, rido. È il mio modo di scaricare la tensione, cosa devo fare, mettermi a piangere? Comunque, ci vogliamo bene, c’è un affetto straordinario…».

Con Milly Carlucci che rapporto ha?

«Ottimo. Non la conoscevo bene, ed è una sorpresa unica, non so come faccia. Tutti i santi giorni è la prima ad arrivare e l’ultima ad andare via. È una macchina da guerra, un po’ com’era Raffaella Carrà, persino di più, oserei dire. Segue tutto, dalla musica alle interviste, dalle prove ai costumi».

Una grande professionista.

«Anche di più, una grande manager. Io non potrei mai…».

È vero che le ha chiesto di fare la giurata del Cantante mascherato in primavera su Rai 1?

«Ma… sì, è vero. Me l’ha proposto, è stata molto carina. Vedremo, manca ancora un po’».

Ha più feeling con Samuel Peron a Ballando o con Mauro Corona a Cartabianca?

«Vorrei rispondere Corona, ma non è così. Ne ho di più con Samuel anche se Corona mi diverte. Quando vado a Cartabianca mi sincero che ci sia anche lui perché è intelligente e mi diverte».

È un irregolare come lei?

«Un po’ mi somiglia. L’ultima volta ho promesso che andrò a trovarlo e faremo una diretta con “Bianchina” dalla sua casa di montagna».

Andate d’accordo perché siete entrambi montanari?

«Oddio, forse un po’. Ma non solo quello. Lui si presenta come un vecchio pastore, ma è un uomo colto, ironico e dissacratore. In questo ci somigliamo, ma lui è più dissacratore di me».

Entrambi simpatizzate per Giorgia Meloni?

«Non conosco il pensiero di Corona, io sicuramente sì. L’ho sempre ammirata e tifo per lei. La seguo da anni e quando ho avuto degli incontri casuali sono stati sempre cordiali».

Che cosa la convince della Meloni?

«È coraggiosa, capace e coerente. La coerenza gliela riconoscono tutti».

Se dovesse darle un consiglio non richiesto cosa le direbbe?

«Posso augurarle buon lavoro, che altro? Spero non si scoraggi perché incontrerà molti ostacoli e molte difficoltà a governare, con tanti oppositori che ci sono».

Questi primi 15 giorni non sono filati proprio lisci.

«Credo che abbia la capacità di governare questo Paese. Noi italiani siamo meravigliosi, amiamo il bello, l’arte e il buon vivere. Ma spesso non ci piacciono le persone di successo, siamo un po’ invidiosi. Le opposizioni fanno il loro lavoro e con tutti i problemi che ci sono nel mondo, in Italia ce ne sono anche di più… Non sarà facile. Ma dico: se la gente le ha dato fiducia, lasciamola lavorare».

Secondo lei Berlusconi resisterà nel ruolo di padre nobile un po’ defilato o cercherà di riprendersi la scena?

«Direi che la scena non l’ha mai persa: pur non avendo vinto le elezioni è sempre in primo piano. Ma dato che è molto intelligente, e che gli voglio bene, sono sicura che sarà capace di ragionare senza ascoltare nessuno. E, nonostante non sia il premier, sarà pronto a collaborare con lei. Lui rimarrà sempre Berlusconi, però le elezioni le ha vinte lei».

Chi è stata la più grande cantante italiana fra lei, Ornella Vanoni, Mina e Milva?

«Guardi, tutti dicono Mina e può essere giusto. Anche perché ha avuto tante occasioni che le altre non hanno avuto. Per 15 anni era in televisione tutti i sabati sera. Però effettivamente è la più brava, ha grande musicalità, praticamente è una jazzista, con una voce molto duttile. Lo scettro è suo, ma non dimentichiamo le altre».

Ornella Vanoni?

«È una grande interprete, che muove i sentimenti. Se Mina è capace di grandi virtuosismi, la Vanoni tocca il cuore. Quando canta Mi sono innamorata di te ti arriva dentro».

Milva?

«Anche lei era una grandissima interprete. Possedeva una voce scura, profonda, diversa da quella di Mina. Poteva cimentarsi in generi preclusi alle altre, il tango argentino con Astor Piazzola, il repertorio di Kurt Weill».

E Iva Zanicchi?

«Io racchiudo le qualità di tutte e tre» (sonora risata).

Qualche volta l’ho sentita un po’ tagliente nei confronti di Mina…

«Lo so, con questa boccaccia… Mina ha la stessa mia età, ma io ho iniziato cinque o sei anni dopo. Lei si era già affermata con le prime canzoni, Una zebra a pois, Prendi una matita… Era dirompente, prima di lei le cantanti non parlavano in televisione. Adesso, quando mi capita di riascoltarla, la ammiro più di allora».

Invece tra le cantanti giovani chi le piace?

«Le giovanissime le conosco poco, conosco più quelle di mezzo. Giorgia, potrebbe essere la Mina di questa generazione, ha una grande estensione vocale. Laura Pausini è famosa in mezzo mondo, quindi chapeau, è una grande manager di sé stessa. Emma Marrone ha grinta e grande determinazione sul palco. Arisa è un’altra grandissima voce, Elisa è una brava interprete e anche cantautrice, è molto completa».

L’anno scorso è andata a Sanremo, quest’anno dopo Ballando e oltre a Cartabianca ha altri progetti?

«Ne ho uno, a parte il Cantante mascherato. Lo sto proponendo e mi auguro si possa realizzare. Il titolo è Vacche grasse».

Un titolo ottimista.

«Esatto, dopo le sette vacche magre… Ho un mito televisivo che si chiama Renzo Arbore e non mi vergogno a dire che m’ispiro a lui. Basta così, non posso dire altro».

Intanto, questa sera niente barzellette?

«Vediamo, sa come succede: quando finisco di ballare il pubblico in sala comincia a tifare. Si figuri se mi faccio pregare. Però, d’ora in poi, solo barzellette risciacquate nell’Arno».

 

La Verità, 5 novembre 2022

Persino l’Eurovision ha un pregio: la stringatezza

No, l’Eurovision Song Contest (Esc), titolo 2.0 del vecchio Eurofestival, non è più la versione canora del novecentesco Giochi senza frontiere, ingenuo tentativo di unificare popoli e nazioni attraverso sfide e competizioni colorite con contorno di bandiere e folclore che riposa nella memoria dei boomer. Eppure, partendo dall’antenato sorto nel 1956, anche l’Esc ha una storia lunga oltre mezzo secolo. Ora è diventato un gigantesco luna park delle canzonette? Un kolossal del kitsch? Uno show dell’omologazione musicale in atto? Un format dell’ultrash canoro? Un po’ tutto questo: un’apprezzabile identità è ancora da trovare (martedì, Rai 1, 5,5 milioni di telespettatori, 27% di share). Nell’attesa, giusto per non perdere l’occasione di mettere la firma sul marchio, veicolo del gender più mainstream, il nostro principale quotidiano gli dedica ampi spazi mentre l’amministratore delegato della Rai Carlo Fuortes lo battezza con la retorica che non manca mai in queste occasioni: «Dalla musica arriva l’invito a un futuro insieme, in un momento delicato per l’Europa». Ne avremo ancora per altre due serate, la seconda semifinale stasera (quando toccherà al duo italiano Mamhood e Blanco, oltre all’immancabile Achille Lauro in rappresentanza di San Marino) e la finale di sabato. Non a caso mezza Rai si è trasferita a Torino già da diverse settimane per sostenere l’evento pilotato da Laura Pausini, Alessandro Cattelan e Mika, alla fine costretti dentro un copione risicatissimo e una scaletta tirannica per rispettare i tempi delle esibizioni. «Ciao Italia!» e «Ciao Torino!» sono parse le maggiori licenze concesse ai conduttori, per il resto impegnati ad abbracciarsi ripetutamente per smentire le voci di rivalità trapelate dal backstage. La loro performance rivolta all’eurovisione, per i telespettatori italiani si è trasformata nella radiocronaca di Gabriele Corsi, Cristiano Malgioglio e Carolina di Domenico, in perfetta sintonia con l’ultrash protagonista sul palco, trionfo di cattivo gusto, dalla maggior parte dei costumi ai bengala da capodanno al luna park. Fortunatamente l’esito del televoto ha selezionato per la finale le esibizioni migliori, a conferma del fatto che il pubblico ha le idee abbastanza chiare. E se Malgioglio è ormai un cadeau che tocca accettare nella sua interezza – indiscussa competenza musicale comprensiva di biografia amorosa multinazionale – al contrario il nostro Sanremo potrebbe considerare la lezione di stringatezza e ritmo del format continentale. In fondo, anche da chi è più ingenuo di noi si può sempre imparare qualcosa.

 

La Verità, 12 maggio 2022