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«Io scartato da Sanremo? Mai mandato canzoni»

Caro Edoardo Bennato, anche lei scartato a Sanremo?

«Non è una cosa che mi riguarda».

Il sito mowmag.com, rilanciato da Dagospia, l’ha inserita tra i grandi esclusi, insieme a Samuele Bersani, Manuel Agnelli e altri.

«Non ho mai proposto canzoni al Festival di Sanremo, né in tempi andati né adesso. Ho sentito qualche giorno fa Amadeus che ha allargato le braccia, dicendo che viviamo in una situazione in cui escono notizie senza capo né coda».

Per sciatteria o per una strategia con bersagli precisi? In altre parole, ce l’hanno con lei?

«Figuriamoci, le emergenze di oggi sono ben più serie, dalla sanità al crescente squilibrio tra Nord e Sud. Queste cose Totò le definiva “quisquilie, bazzecole, pinzillacchere”».

Restando alle quisquilie, è curioso che esca una notizia così destituita di fondamento.

«Questo non mi preoccupa. Ciò che conta è la stima che posso avere di me stesso e del lavoro che faccio».

A 76 anni, Edoardo Bennato è sempre bello carico. Come il suo rock e la sua voce che dimostrano una vitalità e un’energia da patto col diavolo. Se gli si scrive un messaggio chiedendogli come sta, risponde: «Si crea, si produce, si prega e si spera». E poi t’inonda di video, compreso quello della sua ultima canzone.

Come mai ha pubblicato un brano rock sul Natale che peraltro s’intitola A Natale?

«Per divertirmi, sperando di divertire anche gli altri. L’ha ascoltato?».

Certo. Parafrasando Adriano Celentano, il Natale è rock o lento?

«Personalmente, declino tutto nello schema del rock, che significa essere fuori dai luoghi comuni, dalle frasi fatte e dalle convenzioni».

Il brano finisce con l’invito via megafono ad «affrettarsi alle casse» e «rispettare la fila»: vince sempre il consumismo?

«È un finale che appartiene all’ironia e all’iconografia del rock».

Cita «chi finanzia la guerra per vivere in pace» e «chi noleggia i gommoni a chi è costretto a scappare», un testo molto attuale.

«Tutto quello che faccio lo è. Le mie canzoni riguardano le emergenze del presente».

E le contraddizioni dell’essere umano.

«I paradossi e le schizofrenie di noi come singoli e come collettività».

Le radio hanno trasmesso questo brano?

«Non mi sono posto il problema».

Scrivendolo, ma poi?

«Non me lo sono posto perché, come dicevo, mi limito a fare cose che divertano me e spero gli altri».

Se agli altri arrivano.

«Non dev’essere un mio problema».

Vabbè. Com’è andato il concerto che ha tenuto l’ultimo dell’anno a Matera?

«Il castello di Matera può contenere fino a 5.000 persone, bisognerebbe chiederlo a loro».

Intanto lo chiedo a lei, avrà avuto delle sensazioni…

«Quando salgo sul palco l’obiettivo è sempre dare buone vibrazioni e riceverne da chi mi ascolta».

Matera non è molto lontana da Crotone, dove la notte di Capodanno c’era Rai 1 con molti riflettori, invece del suo concerto non si è saputo molto.

«Questa è un’analisi che dovrebbe fare la stampa, non io».

Lei cantava «Nisida è un’isola e nessuno lo sa»: c’è qualcosa che non si deve sapere oggi?

«Forse è un meccanismo che è in atto da sempre, da che mondo è mondo».

Cioè?

«Come quelli che si affrontano, per esempio, nelle aule universitarie. Come è capitato il mese scorso alla Sapienza di Roma, dove si è parlato di problemi di geopolitica».

Ovvero?

«Quei temi che riguardano il nostro rapporto con il pianeta, il nostro futuro. Ma gran parte della gente comune è impegnata a sbarcare il lunario e a fronteggiare le difficoltà causate dalla crisi del sistema sanitario, quindi è difficile portare la sua attenzione su ciò che le viene nascosto».

Ci sono temi e persone che si vogliono tenere in ombra?

«Qualche tempo fa, quando dopo La Torre di babele e Buoni e cattivi, in cui parlavo dei problemi dell’umanità, mi si chiedeva quale argomento avrei trattato nel prossimo album, rispondevo che avrei affrontato le eterne domande: chi siamo, da dove veniamo e dove andiamo».

Le grandi domande censurate?

«Quando rielaborai la favola di Peter Pan, intitolai l’album Sono solo canzonette: bisogna sempre essere ironici».

Senza coltivare ambizioni messianiche.

«Io non sono un vate, un profeta o uno che scruta la sfera di cristallo. Sono solo uno che ha avuto la fortuna di girare il mondo. Non avevo compiuto 13 anni che ero già in America e suonai in tv con i miei fratelli. Poi nei primi anni Settanta ho potuto partecipare al festival di Viña del Mar, in Cile. Negli anni Ottanta sono andato più volte a Cuba, poi in Gran Bretagna, in Scandinavia, in Africa. Il consiglio che posso dare ai ragazzi è di viaggiare, oltre che accumulare dati nelle aule universitarie. È l’unica possibilità di difesa».

Difesa da cosa?

«Dagli imbonitori, dai persuasori occulti, dai gatti e le volpi, dai grilli parlanti. Da tutta quella fauna collodiana che tenta d’indottrinarci e asservirci».

Si ritiene scomodo per qualcuno o per qualcosa?

«Anche se fosse, non lo confesserei nemmeno sotto tortura».

Lì, nella sua isola, nel suo pianeta, di che cosa si nutre, quali sono le sue risorse?

«In questo momento, la simbiosi con mia figlia Gaia che, oltre ad avere un nome che rimanda al pianeta Terra e a essere energetica dall’alto dei suoi 19 anni, mi stimola a essere ottimista e propositivo in tutti i miei discorsi, in tutti i miei atteggiamenti, in tutti i miei testi, in tutti i miei pensieri».

Lei è altrettanto stimolante per lei?

«Sì, è uno scambio reciproco».

Mentre parliamo arriva la foto della premiazione di Bennato ragazzino, «capitano della squadra vincitrice del campionato di calcio del circolo Canottieri di Bagnoli e capocannoniere».

Perché me l’ha mandata?

«Perché nello sport è sempre un numero a sancire il nostro valore, sia che si tratti di correre i 100 metri, di saltare in lungo o in alto, o nelle discipline del nuoto. E anche negli sport di squadra, dal calcio alla pallacanestro, un numero definisce il nostro valore rispetto agli altri. Lo sportivo è colui che stringe la mano all’avversario che l’ha superato e poi ricomincia ad allenarsi per superare l’avversario che l’ha superato. Lo sport non è solo un’arte nobile, ma anche educativa».

Tutto questo per dire?

«Che nell’arte è completamente diverso. Tutto deve passare per le forche caudine delle radio, della stampa e della tv. È una regola che sono stato costretto a imparare in nove anni di gavetta nelle case discografiche con Mare Maionchi, Lucio Battisti, Mogol e tanti altri. Alla fine riuscii a pubblicare l’album Non farti cadere le braccia che conteneva brani come Un giorno credi e Campi Flegrei».

E poi cosa accadde?

«Dopo qualche settimana il direttore della Ricordi mi disse che loro non erano finanziati dal ministero della Pubblica istruzione e dovevano far quadrare il bilancio. I programmisti della Rai gli avevano comunicato che la mia voce era radiofonicamente sgradevole per cui le emittenti non avrebbero trasmesso le mie canzoni. Fui licenziato».

A quel punto?

«Non mi sono fatto cadere le braccia, appunto. E son diventato musicista di strada con tamburello a pedale, armonica, chitarra e kazoo, alla maniera degli one man band che avevo visto a Londra. Mi piazzai davanti alla Rai, perché lì passavano gli addetti ai lavori. Infatti, incrociai il direttore di Ciao 2001 che m’iscrisse al festival indipendente di Civitanova Marche. Era il 1973, c’erano Claudio Rocchi, Claudio Lolli, Franco Battiato… Cantai dei pezzi punk come Ma che bella città, Salviamo il salvabile, Uno buono, che era uno sfottò al presidente della Repubblica di allora (Giovanni Leone ndr), Affacciati affacciati, dedicato al Papa (Paolo VI ndr). Ebbi un discreto successo e dopo poche settimane il direttore della Ricordi mi richiamò».

Vorrei carpirle altri segreti dal suo pianeta al riparo dagli imbonitori. Che cosa legge, quali sono le sue fonti?

«Il brano A Natale è punk. Il punk è un genere musicale provocatorio e insolente verso la società perbenista, affermatosi con i Ramones, i Sex Pistols e i Clash, che avevo inconsapevolmente anticipato. Ma, oggi come allora, tutto dipende da come viene promosso quello che fai».

Comandano la comunicazione e il marketing?

«Nostro malgrado».

Anche gli artisti sono burattini nelle mani di qualcun altro?

«Tutti corriamo il rischio di esserlo».

Poi però accade che le contraddizioni affiorino anche nell’impero della regina del marketing: che cosa pensa della vicenda di Chiara Ferragni?

«Non è importante, ho cose più importanti a cui pensare».

Non si vuole sbilanciare?

«La mia fortuna è aver girato il mondo».

L’abbiamo detto, le parlo del presente.

«A proposito del presente, e di come ora mi si presenti nel presente, vorrei puntualizzare che non ho mai avuto un manager o un agente e che quel ruolo l’hanno svolto i miei amici e compagni di cortile. Con loro nel 1980 inventammo per primi l’estate dei 15 stadi, uno ogni due giorni, tutti sold out. Il fatto di non avere un manager è sempre stata, ed è tuttora, un’anomalia mal sopportata dall’establishment musicale. Se ha visto il film su di lui, avrà visto che anche il leggendario Elvis Presley era diventato una marionetta nelle mani dell’agente, il colonnello Tom Parker».

Tornando ai giovani, che cosa pensa del loro impegno per l’emergenza climatica?

«Su questo tema ho scritto Io vorrei che per te».

Che dice cosa?

«Bisogna ascoltare la canzone».

Vogliamo ricordarla ai lettori senza costringerli a connettersi a Spotify?

«Dice: “Finché nel cielo c’è il sole/ finché nell’aria c’è il vento/ non resteremo mai al buio/ e nessun motore sarà spento”. E il ritornello: “Io vorrei che per te quell’isola che non c’è/ diventasse realtà/ non solo l’isola esclusiva di Peter Pan”».

Un auspicio utopistico.

«È il mio manifesto dell’ecologia. Così come Le ragazze fanno grandi sogni è il manifesto della femminilità».

Esprime un metodo un po’ diverso da quello scelto dagli attivisti di Ultima generazione che imbrattano monumenti, fermano il traffico e le funzioni religiose?

«Mi limito a fare canzoni ed è giusto così. C’è già tanta gente che ne parla…».

Pensavo potesse dire la sua anche su situazioni in cui ci imbattiamo da fruitori di opere d’arte, cittadini che usano l’auto e fedeli che vanno a messa.

«Su questi temi ho scritto Signore e signori».

Vabbé… Buon ascolto.

 

La Verità, 13 gennaio, 2024

 

 

La dissonanza di Ferretti: «Sono grato a Berlusconi»

Le premesse sono obbligatorie: «Noi siamo scomodi, cantavamo Spara Juri (Juri Andropov ndr) e oggi non potremmo ricantarla», dice Giovanni Lindo Ferretti, storico front man dei Cccp – Fedeli alla linea, oggi con basette e baffi austroungarici. E poi, parlando della mostra-evento del prossimo autunno (dal 12 ottobre nei Chiostri di San Pietro a Reggio Emilia, per i 40 anni del primo ep Ortodossia): «Sarà bella come la storia dei Cccp, quindi potrà stare sulle palle a molti. Noi abbiamo sempre travalicato i confini della destra e della sinistra».

Il giorno dopo la morte di Silvio Berlusconi, il «gruppo punk filosovietico» tuttora mito di schiere di fan si ritrova a Palazzo Masdoni di Reggio Emilia, ex sede Pci, per annunciare la pubblicazione del catalogo e dare appuntamento a un gala «Punkettone di parole e immagini» (il 21 ottobre, sempre a Reggio Emilia). I Cccp che si rivedono nella vecchia sede comunista fanno gongolare il sindaco Luca Vecchi. Però è impossibile sfuggire alla coincidenza temporale con la scomparsa dell’inventore della tv commerciale e del centrodestra. E allora, sollecitato dal parallelismo tra i quarantennali del punk e del berlusconismo, Giovanni Lindo Ferretti gela gli entusiasmi: «Forse Berlusconi è morto per darci una mano», premette. «Personalmente, devo riconoscere che nell’ultimo anno le uniche parole significative che ho sentito da politici sulla guerra in Ucraina le ha dette lui. So bene che così accontento una parte e scontento un’altra. Ma fosse per me la registrazione di quelle frasi rubate la metterei nella mostra», provoca il fondatore, con Massimo Zamboni, della band. «Difficile negare che con il vertice di Pratica di mare con la Merkel e Bush, Berlusconi ci abbia dato vent’anni di pace e benessere in Europa…».

Nessuno replica e così si può parlare della mostra-evento i cui ideatori sono soprattutto Zamboni e Annarella Giudici, quest’ultima quasi come «un’esecutrice testamentaria dei Cccp… Io e Danilo Fatur non avremmo voluto essere qui», prosegue Giovanni Lindo. «Quando me ne hanno parlato ho detto: “Aspettate che io muoia e sarete più liberi”. Ma lei ha sistemato tutto e l’idea di allestirla nei Chiostri di San Pietro ha finito per convincermi». Un grande appuntamento con la storia di questo «gruppo teatrale primitivo che abusava della musica» e che, come primo atto dell’esibizione, tirava un filo spinato tra il palco e il pubblico: «Noi dovevamo salvarci la vita mica scalare le classifiche», spiega Ferretti in una frase qual era la temperie dell’epoca.

Quarant’anni dopo non si parla di reunion, sia perché non si sono mai sciolti, sia perché rifare i Cccp ora sarebbe problematico oltre che caricaturale. «Io sono la donna della famiglia e in una famiglia a un certo punto ognuno va per la propria strada», osserva Annarella Giudici. «Poi a Natale e Pasqua ci si ritrova come per allestire questa mostra». Che partirà dall’incontro di due ragazzi di Reggio Emilia a un festival nella Berlino d’inizio anni Ottanta che si chiamava «Geniali dilettanti». «La somma delle ambivalenze è sempre stata la nostra caratteristica», sottolinea Zamboni. Le formule statiche non hanno mai appartenuto ai Cccp e ora gli sconfinamenti di Ferretti fanno meno obiezione ai suoi compagni che ai giornalisti specializzati. «Conferma che gli antifascisti di seconda e terza generazione la fanno sorridere come disse in un’intervista?», gli chiedono. «C’è una disciplina di gruppo e la mia voce non è così libera come quando sono da solo. Ma è giusto così. Mio fratello a 14 anni si è iscritto di nascosto alla Fgci in questo palazzo. Ma tra il Pci della mia adolescenza che io venero e la sinistra di oggi c’è una cesura enorme. Da figlio di una famiglia cattolica, reazionaria e antifascista, vedere certi antifascisti contemporanei mi fa incazzare. Togliatti ha decretato la fine della guerra civile parecchi decenni fa».

 

La Verità, 14 giugno 2023

«Cristo ci ha stravolto la vita e il rock»

Entri nella casa di Francesco Lorenzi, sulle colline sopra Marostica, e sei in un altro mondo. Già l’esterno, interamente bordeaux, promette bene. Dentro sei circondato da legno di rovere e ardesia, davanti a un’enorme parete di vetro che domina la valle a sud. Se l’è progettata e costruita con l’aiuto di un geometra e alcuni artigiani. Al piano superiore living e zona notte, al piano inferiore studio e sala di registrazione. «Ci ho messo un po’, ma ce l’ho fatta. Trovare il terreno e avere i permessi sono state le cose più difficili. Volevo un posto silenzioso, nella natura, in faccia al sole». 35 anni, viso aperto e parlata schietta, Francesco Lorenzi è il leader (autore, cantante e chitarrista) dei The Sun, la band composta con altri tre ragazzi vicentini che a dicembre ha festeggiato vent’anni con un doppio album, 20 appunto. In due decenni il cambiamento è stato profondo: sono diventati cristiani. Il sole però c’entrava anche quando si chiamavano Sun eats hours, traduzione inglese del detto contadino el sol magna ’e ore: il sole mangia le ore, presto fa buio. Solo che per un gruppo punk era una citazione dark.

Dal punk al rock, dall’agnosticismo al cristianesimo: cos’è successo?

«È successo che a un certo punto ho cominciato a guardarmi attorno. Avevo sempre sognato in grande e mi ritrovavo senza pace, armonia, allegria. Privo di un significato di quello che facevo. La musica doveva essere garanzia di una vita speciale, invece… Che cosa mi rende davvero libero, aldilà di una piacevolezza fuggevole?».

Francesco Lorenzi, leader dei The Sun, durante un concerto

Francesco Lorenzi, leader dei The Sun, durante un concerto

Di solito a questo punto le band si sciolgono.

«Io e Ricky, il batterista, fondatori del gruppo, avevamo deciso di non suonare più insieme. Eravamo prigionieri dei cliché, lui anche dell’alcol. A Matteo, il bassista, invece andava bene così».

Che cosa successe?

«Non riuscivo a scrivere il nuovo album che doveva portarci negli Stati Uniti. Ero incupito. All’epoca convivevo con una ragazza spagnola e la sera del 10 dicembre 2007, quando andai a cena dai miei genitori, persone solide e realizzate, mia madre mi mostrò il volantino che proponeva un incontro di riflessione in una parrocchia: “Magari dicono qualcosa che ti può interessare”, suggerì. La curiosità è che i miei non erano assidui praticanti».

E lei ci andò…

«Pensavo di trovare preti e anziani, invece l’incontro era tenuto da ragazzi della mia età che raccontavano la vita di Gesù attraverso il vangelo di Giovanni. Lo facevano con un tale entusiasmo che ne fui rapito. Mi dicevo: questi ragazzi di lunedì sera si trovano a parlare di Gesù Cristo… Che cos’hanno trovato che io non ho visto?».

Poi?

«La notte ho cominciato a leggere il vangelo e la sera dopo sono tornato perché quel primo incontro era parte di un corso. Vedevo persone luminose…».

La faccenda si faceva seria.

«In una cappellina di quella parrocchia da 22 anni si fa l’adorazione eucaristica 24 ore su 24: persone sostano in contemplazione davanti al tabernacolo. Don Lino Cecchetto – il mio Cecchetto – mi propose di partecipare. Scegliemmo l’ora dall’una alle due del mercoledì notte. Pian piano quel momento ha influenzato il resto della vita».

La sua conversione ha trascinato quella degli altri, sembra una storia un po’ automatica.

«Quasi tutti mi consigliavano di andare avanti come solista. Io pensavo che quello che avevo trovato serviva a poco se non lo condividevo con gli amici di sempre. Ognuno di loro aveva problematiche particolari. Scelsi di affrontare l’argomento prima con Matteo, poi con Gianluca, l’altro chitarrista, infine con Riccardo. All’inizio i miei argomenti risultavano debolucci, poi cominciò a nascere anche in loro qualche domanda. Hanno avuto il merito di fidarsi senza fermarsi alle apparenze. Ora Ricky fa l’adorazione con me».

Il libro in cui Francesco racconta la sua storia con prefazione del cardinal Gianfranco Ravasi

Il libro di Francesco, prefazione del cardinal Gianfranco Ravasi

Come risuona una conversione in note?

«La musica non poteva più essere puro intrattenimento. Sentivamo l’urgenza di essere costruttivi e vitali, nel senso nobile del termine. Volevamo aiutare le persone a incontrare la bellezza che c’è in ognuno di noi. Certo, tra capirlo e farlo c’è un abisso».

Citando il modo di guardare agli idoli del passato: chiedi chi erano i Beatles; oppure: volevamo essere gli U2. Come sono cambiati i vostri modelli di riferimento?

«I punti di riferimento erano le band della scena punk come gli Offsprings, i Green day, i Bad religion. Avendo suonato insieme ad alcune di loro, cominciavamo a coglierne la debolezza. Quella della rockstar era una parte da recitare: trovata la formula del successo, la si ripete. Ma a vent’anni non sei lo stesso di quando ne hai 50. Fu una delusione. Pensavo che la musica doveva rispecchiare quello che avevamo incontrato. Avevamo una strada nuova davanti, senza idoli da imitare. Era tutto da inventare. Ed era una sensazione di grande libertà».

Come hanno reagito i fan storici?

«Erano incazzati, si sentivano traditi».

E le case discografiche, la critica?

«Con la Rude records, un’ottima etichetta, ci fu il divorzio. Li capisco: aspettavano il quinto album in inglese e io mi sono presentato in ritardo con i pezzi scritti in italiano. Niente disco e tournée saltata: l’incontro con Cristo ci aveva rivoluzionato la vita e la musica, ma si era rivelato un cataclisma professionale. Universal, Emi, Warner si ritirarono: “Queste canzoni sono troppo positive”. Dicendola secca: quello che fa vendere è tirar merda. Non è stato facile non scendere a compromessi, anche perché ci sono argomenti molto convincenti».

Avete tentennato?

«Abbiamo creduto che avremmo trovato spazio. Sarò sempre grato a Roberto Rossi, il direttore artistico della Sony che, non conoscendo la nostra musica precedente, ha avuto più facilità ad accorgersi che la nostra proposta riempiva un vuoto. Sony pubblicò Lo spirito del sole senza toccare una virgola».

Saranno cambiati anche i circuiti dei tour?

«Prima suonavamo nei festival rock, oggi nelle piazze, nei campi profughi, nelle basiliche, nei cinema, nei teatri, negli ospedali, nelle zone di guerra: la musica può circolare ovunque. Abbiamo suonato davanti a papa Benedetto XVI, a papa Francesco, in Terra santa».

Siete una band di christian rock?

«È avvilente che per esigenze giornalistiche ci abbiano affibbiato questo nickname. La nostra musica non ha nulla da invidiare agli artisti che ascoltiamo massicciamente nei network. Stiamo provando a far capire che siamo dei cristiani che fanno rock. Spero sia concesso».

Ne dubita?

«Dobbiamo dimostrare due volte quello che valiamo. In un certo senso è una spinta a dare il meglio di noi. Ma se qualche giornalista scopre la nostra musica perché il figlio viene al concerto, e vuole parlarne in tv o scriverne, quando emerge la nostra storia ed entra in campo il caporedattore, tutto si complica».

I vostri testi si sono riempiti di «luce», «sole», «amore», «scelta», la parola più ricorrente è «destino». Sentite troppo la preoccupazione del messaggio?

«Accetto la provocazione. Sento la responsabilità di trasmettere quello che ho incontrato perché vedo il vuoto esistenziale che deriva dalle produzioni di moda. È più difficile scrivere canzoni con un messaggio costruttivo che distruttivo».

Forse si può entrare nell’attualità con un giudizio, come avete fatto in Le case di Mosul.

«Ci sono canzoni con tonalità più scure come Le case di Mosul, L’alchimista o Dentro di me. Per noi è importante testimoniare che anche dentro esperienze di dolore può esserci una luce».

Le radio vi trasmettono?

«Difficilmente. La musica che passa nelle radio è frutto di accordi editoriali che non sempre considerano la qualità. Se cedi una parte dei diritti d’autore allora il network ti lancia, altrimenti no. Anche le tv premiano talenti prevalentemente estetici. Cantautori come Francesco De Gregori, Francesco Guccini, Giorgio Gaber, Fabrizio de André oggi non esisterebbero».

Che rapporto avete con i social?

«Su Facebook c’è una community di 60.000 fan che s’informa sulla nostra attività. Per il resto, il nostro pubblico non sta moltissimo online».

Avete provato a partecipare a Sanremo?

«La Sony ci ha proposto nel 2010 con Antonella Clerici e nel 2011 con Gianni Morandi, ma alla selezione finale ci siamo fermati. Forse è stato meglio così perché nel frattempo siamo cresciuti. Magari l’anno prossimo, se Claudio Baglioni resterà, ci riproveremo. Si vede dalle decisioni che ha preso sul minutaggio e le eliminazioni che è un musicista».

Ha seguito X Factor?

«Un po’, anche se non è il mio mondo. I Maneskin hanno capito l’importanza della dimensione live, prima di uscire avevano già la tournée organizzata. Che approvi quello stile, no. Ma professionalmente devo riconoscere la qualità del prodotto».

Il cristianesimo coincide con i valori non negoziabili?

«In parte: ci sono argomenti non ritrattabili. La catastrofe del nostro tempo è il relativismo».

Un concetto caro a papa Ratzinger.

«Che amo profondamente. Credo sia giusto ripristinare un pensiero che riconosce l’esistenza del bene e del male, e dove ogni ruolo non sia intercambiabile. L’universo ci racconta un ordine, mentre l’uomo relativista gioca con questo ordine».

È questo il nucleo del cristianesimo?

«Questo ci aiuta a evitare che la confusione ci domini».

Francesco Lorenzi saluta papa Francesco ad un'udienza in piazza San Pietro

Francesco Lorenzi saluta papa Francesco ad un’udienza in piazza San Pietro

Più papa Benedetto XVI che papa Francesco?

«Anche papa Francesco comunica verità necessarie. La Laudato sii è una grande enciclica. Sbaglia chi la riduce a un testo ecologico. Bergoglio ha dato testimonianza prendendo posizione contro i poteri forti come i nostri politici non riescono più a fare».

Come guardate alla politica?

«Con grande interesse e grande dolore. Manca una proposta unitaria che rappresenti la sensibilità cattolica. È uno degli aspetti su cui diverse persone mi sollecitano a lavorare».

Il 4 marzo per chi voterà?

«Non ho ancora deciso. M’imbarazza vedere come i politici passino più tempo a criticare gli avversari che a dimostrare la qualità delle loro idee».

 

La Verità, 14 gennaio 2018

Ruggeri: «I social annullano la competenza»

Asciutto e con la pelata liscia da duro del cinema americano, nell’anno dei suoi sessanta, Enrico Ruggeri accelera ancora. Resuscitati i Decibel, la band della felice stagione punk di fine anni settanta, parte per un nuovo tour con date a Bologna, Sassari, Nuova Goriça, Vercelli. Tutto senza dimenticare la radio, i romanzi gialli, i concerti da solista: Ruggeri è uno degli artisti più poliedrici e meno allineati del rock italiano. Lo incontro nel suo studio di registrazione, periferia sud est di Milano.

Da dove nasce la reunion dei Decibel?

«Da un atto irregolare. Quest’anno compio 60 anni. E sempre quest’anno è il quarantennale dal primo disco dei Decibel e dalla nascita del punk. Mentre sono trent’anni da Si può dare di più e Quello che le donne non dicono. In occasione di questi anniversari, la prima cosa da non fare è quello che fanno tutti, ovvero il classico album di duetti. Un modo stantio di celebrarsi. Ho pensato di risentire i miei amici, per capire se avevano qualche pezzo nel cassetto. Mi hanno travolto. Ispirando l’idea di realizzare un disco per noi, magari in cento copie in vinile. Poi, un giorno ho fatto ascoltare i pezzi ad Andrea Rosi, presidente di Sony music, mio amico da quando eravamo ragazzi. Gli ho detto: “Prova a sentire. È roba di nicchia, non ti riguarda”. Dopo tre brani ha spento: “Nicchia un cazzo”. Così abbiamo finito d’incidere e il disco è uscito in pompa magna con tanto di cofanetto, brani storici dei Decibel, fotografie. Ho solo chiesto che facessero un marketing da musica classica».

In che senso?

«Nel senso che quando ero bambino il rock era una forma di protesta nei confronti degli adulti. Oggi è uno stile dell’anima. Prendi uno di 65 anni, ne aveva 18 quando morì Jimi Hendrix. Ai concerti dei Decibel vengono i sessantenni e i quindicenni, accomunati dal punk».

Sul suo sito ha lanciato l’hashtag #punksnotdead. Che cosa può dire il movimento punk al momento attuale?

«Il manifesto del movimento punk è scandalizzare i borghesi. Epater les bourgeois, dicevano i poeti francesi. In musica significa proporre qualcosa di diverso dall’omologazione imperante. I dischi sono tutti uguali. Fatti dagli stessi tre arrangiatori con gli stessi suoni e le stesse miserie letterarie. I Decibel in concerto salgono sul palco e suonano. Che c’è di strano? Oggi i concerti iniziano con sequenze di suoni registrati in studio e i musicisti sul palco si aggiungono alle sequenze».

I Decibel: Enrico Ruggeri con Silvio Capeccia (a sinistra) e Fulvio Muzio

I Decibel: Enrico Ruggeri con Silvio Capeccia (a sinistra) e Fulvio Muzio

E andando oltre la musica?

«Per secoli fare musica voleva dire essere artisti. Oggi è diventata una rivalsa sociale, un mezzo per fare soldi. Come giocare a calcio. I genitori di oggi sperano solo che il proprio figlio faccia il calciatore o il cantante».

Per tanto tempo ha frequentato la canzone d’autore francese. Oggi?

«Le parole che usiamo nelle canzoni non sono fonemi buttati lì. La lezione dei grandi cantautori francesi è raccontare gli stati dell’animo con grande poesia. Ma questo si può fare anche col rock. In Noblesse oblige ci sono anche canzoni struggenti, che parlano dell’anima. Non è tutto electro pop. Per me oggi il pop è il nemico. È omologazione, appiattimento, piaggeria».

Nei confronti di che cosa?

«Del mercato. Del pensiero unico che c’è anche nella musica».

Nel 2015 ha scritto una canzone intitolata Centri commerciali. Che cosa pensa della polemica sul lavoro domenicale?

«I centri commerciali hanno sostituito l’oratorio. Una volta si usciva di casa, si andava all’oratorio e li c’erano tutti. Non c’era whatsapp. Adesso si va nei centri commerciali dove decine di ragazzini con lo smartphone in mano non parlano nemmeno tra loro. Poi magari si lamentano della società. Ma non fanno nulla per cambiarla».

Nel video i giovani sono accovacciati nei carrelli.

«Perché la merce sono loro. Il consumismo li ha mercificati».

Il suo tratto distintivo è la capacità di reinventarsi?

«A sessant’anni è obbligatorio».

Negli ultimi anni si è scoperto anche giallista e romanziere.

«Ho scritto un libro per Feltrinelli, poi quattro romanzi. A me piace raccontare delle storie agli altri. Ci sono dei momenti in cui la canzone ti va stretta».

Ha fatto anche televisione. Ora conduce Il falco e il gabbiano su Radio24.

«È sempre lo stesso principio. Anche in tv raccontavo storie agli altri. Ora lo faccio alla radio. L’importante è non cambiare la propria linea. In tv andavo quando Luca Tiraboschi, allora direttore di Italia 1, mi disse: “Non sei tu che devi andare in tv, ma è la tv che deve venire da te”. Ho smesso perché ho un’idea precisa del mio essere e del mio presentarmi. Non sono disposto a cambiare pur di andare in televisione. Quando mi sono accorto che avrei dovuto assoggettarmi a delle regole di mercato non l’ho più fatta».

La guarda?

«Le partite. Guardo di più Sky Arte e Rai 5».

Due canali che hanno il suo stesso eclettismo.

«Da Caravaggio ai Deep Purple. Raramente su Sky Arte c’è un programma che non m’interessa».

Tra le sue forme di espressione qual è quella in cui si riconosce e che la gratifica di più?

«Mi riconosco in tutte, anche se ho sospeso la tv. La gratificazione maggiore viene dai concerti. In radio parli a persone che non vedi. I libri li scrivi per lettori che in gran parte non conosci. Sul palco c’è l’applauso e l’amore ti torna indietro immediatamente».

Da autore di canzoni di successo per Loredana Bertè e Fiorella Mannoia non le è mai piaciuta la mitologia sui cantautori: perché?

«Ho scelto di percorrere strade autonome. Detesto gli stereotipi e il modo d’intendere i cantautori cui lei si riferisce è stato uno stereotipo, al di là del fatto che abbiano scritto canzoni splendide».

Oggi è tramontata la stagione dei cantautori o solo quel modo di intenderli?

«Purtroppo è finita quella stagione a favore di una peggiore. Se non altro, i cantautori scrivevano opere profonde, anche se a volte abbinate a musiche non eccelse. Però erano storie importanti. Oggi il ruolo della canzone è un riempitivo, semplice evasione per la massa».

Colpa di chi? Della televisione, delle case discografiche?

«Le case discografiche non hanno più denaro da investire sui talenti veri e devono pensare all’immediato».

Cosa pensa dei talent show? Sono utili a innalzare il livello della produzione musicale?

«I talent show portano alla ribalta bravi cantanti. Resta da vedere se saranno in grado di portare avanti a lungo linee editoriali e contenuti profondi».

Pico Rama, autore di ragamuffin, figlio di Enrico Ruggeri

Pico Rama, autore di ragamuffin, figlio di Enrico Ruggeri

I giovani di oggi possiedono le doti per reggere le sfide del presente?

«C’è un 80% che vive in modo passivo e condizionabile. E un 20% di ragazzi curiosi e irrequieti. Mi auguro siano quelli che faranno strada».

Uno dei suoi figli, Pico Rama, un rapper emergente è tra questi.

«Più che il rap suona il raggamuffin (un sottogenere del reggae). Il fatto che sia difficilmente inquadrabile è la cosa che mi piace di più di lui».

Avete inciso un duetto insieme. Qual è il consiglio su cui insiste di più?

«Non è uno che accetta molti consigli. La cosa che apprezzo è che non ha l’ambizione di vendere dischi, ma di comunicare qualcosa di sé».

Tornando a lei, il fatto di non essere allineato ha comportato dei costi nella sua carriera?

«Dal primo giorno a oggi».

Ricorda qualche episodio?

«Non ci sono episodi. Ci sono posti dove non t’invitano, o dove non ti citano. Magari leggi un articolo dove si elogiano i cantautori e il tuo nome è omesso. Il mobbing nel nostro mondo è semplice, basta chiamare qualcun altro».

Può esemplificare?

«Preferisco non dettagliare. A volte hai la sensazione che quella cosa tu l’avresti fatta meglio di quello che la sta facendo in quel momento».

A Sanremo però è di casa, ne ha vinti due.

«A Sanremo m’invitano».

La escludono da certi talk show?

«Diciamo che non vado particolarmente di moda. La parte glamour della tv mi ritiene troppo intellettuale. La parte intellettuale mi ritiene troppo poco allineato».

Che cosa non le piace dell’Italia di oggi?

«Il conformismo buonista».

Un esempio?

«La sintassi. Quando sento dire “ministra” mi si accappona la pelle. E poi non mi piace il fatto che tutti esprimano opinioni senza informarsi. Quando non capisco bene una cosa, sto zitto».

La democrazia orizzontale è una conquista dei social media.

«Oggi Marilyn 99 ti dà consigli sulla vita».

È una critica al grillismo?

«Non solo. È che non esistono più gli esperti. Non si rispetta chi ha studiato. Qualche anno fa quelli di destra difendevano il metodo antitumorale di Luigi Di Bella e quelli di sinistra dicevano che era un ciarlatano. Né gli uni né gli altri erano qualificati a esprimersi. Io credo che prima ci si debba laureare in immunologia».

La stessa sottovalutazione della competenza si sta ripetendo sui vaccini.

«Uguale. E la Cecenia? Io non ho un’opinione sulla Cecenia e non mi vergogno a dirlo. Prima vai lì tre mesi a parlare con la gente, poi ti ascolto. Nel mio campo, prima passi tre anni in studio di registrazione e poi scrivi cosa pensi del modo in cui ho registrato il disco. Internet ha annullato la competenza. Siamo tutti capi del governo, ministri degli Esteri o dell’Economia».

Non crede alla democrazia virtuale.

«È falsa democrazia».

Invece, che cosa le piace dell’Italia?

«Penso che l’Italia non ce la farà, ma molti italiani sì. Continueranno a crollare ponti. E continueremo a vedere aree dismesse e ospedali che non funzionano. Ma allo stesso tempo continueremo a vedere eccellenze in tanti campi».

Perché secondo lei l’inventiva italiana non riesce a contagiare le istituzioni?

«Per la distanza tra la gente e la politica. Una distanza ormai incolmabile».

 

La Verità, 23 aprile 2017

 

Ferretti, il punk convertito non rilevato dai navigatori

Vive in un posto fuori dal mondo, ma ben dentro il mondo. Andare a trovare Giovanni Lindo Ferretti all’indomani del successo di Trump vuol dire regalargli una vittoria facile. Non tanto per l’esito del voto, quanto per la fragorosa sconfitta dei media. «La notte dei risultati guardavo la tv. Giornalisti e commentatori fissavano le loro macchinette, i loro tablet, e non dicevano niente. Erano allibiti. La corrispondente della Rai osservava la carta degli Stati: Hillary Clinton ha vinto in tutte le città, ma ha perso la Casa Bianca. Quando contano la quotidianità e la vita reale, la campagna esiste ed è in grado di scardinare luoghi comuni, sondaggi e analisi. Nel ventennio tra i Sessanta e gli Ottanta le nostre generazioni hanno sopravvalutato il potere salvifico della musica», ammette Ferretti. «Negli ultimi decenni abbiamo mitizzato i media e la tecnologia. Crediamo di essere connessi con il mondo stando davanti alle macchinette. Io credo che siamo più connessi guardando fuori dalla finestra, seguendo le stagioni, osservando il creato. Oggi piove e questo modifica il mio agire: lo so e lo capisco immediatamente, anche se ignoro le determinazioni del Protocollo di Kyoto».

Sessantenne, fondatore del gruppo punk Cccp – Fedeli alla linea e poi dei Csi (Consorzio suonatori indipendenti), uno che negli anni ’80 sfoggiava cresta viola, catene e stivali militari, dopo una lunga stagione filosovietica si è riavvicinato al cristianesimo. Fa ancora il cantante e il cantastorie, pochi concerti per mantenersi. Porta in giro gli spettacoli di «Teatro barbarico» con Marcello Ugoletti, «il signore dei cavalli», una ventina. Cerreto Alpi è un paese di 60 anime, adagiato a 1000 metri sui crinali dell’Appennino emiliano che digrada sulla Liguria. Un paese di pastori, battuto da venti ruvidi, il centro abitato più grosso si chiama Ventasso. Se lo digiti sul navigatore esce «corrispondenza non trovata». Eppure è un posto vitale, dove alcuni giovani hanno deciso di restare. È nata la Fondazione Giovanni Lindo Ferretti, «la più scalcagnata che esista», poi c’è la cooperativa che gestisce il Circolo sportivo e culturale, il bar e le feste d’estate, quando il Cerreto si popola. «Queste attività non derivano da un progetto, ma dalla vita che progredisce. Sono sempre più insofferente alle ideologie. M’interessa fare le cose, non discuterci sopra. Lavoro per la conservazione e la rigenerazione del vivere in montagna».

Giovanni Lindo Ferretti in concerto. Ne fa qualcuno al mese, per mantenersi

Giovanni Lindo Ferretti in concerto. Ne fa qualcuno al mese, per mantenersi

La casa dove Ferretti è tornato a vivere all’inizio dei Novanta è un rustico con stanze grandi e senza porte. «Dicendola in sintesi, io ho salvato questa casa e lei ha salvato me. I miei vecchi l’avevano modificata per rimuovere i ricordi della guerra, sebbene avesse una storia antifascista, cattolica e tradizionalista. C’erano le volte a crociera, i mobili di famiglia. Qualcosa sono riuscito a conservare, ma abbiamo perso molti pezzi. Qui c’era e c’è la cucina. Sotto, le stalle». Il piano superiore è un grande open space di legno con molti posaceneri – Ferretti fuma come un turco – e librerie fino al soffitto. «Ho uno spacciatore di libri usati e poi compro volumi di storia dell’arte e storia della Chiesa, di montagna, cavalli e pastorizia. Fu durante un viaggio in Mongolia che decisi di vivere qui, non solo di abitarci. Nel deserto dei Gobi avevamo preparato il campo per la notte. Era il tramonto, mi sono allontanato salendo su una collina. E ho realizzato che nelle case dei pastori dov’ero stato per due settimane avevo visto le stesse abitudini, gli stessi sorrisi, le stesse cose di quand’ero bambino. Allora, ho pensato che dovevo riscoprire la mia infanzia». Lei però viveva già qui da parecchi anni. «Sì, ma ero sempre in giro. Il buono è che con i concerti dei Csi avevo guadagnato un po’ di soldi. Mentre la casa cadeva a pezzi. Eravamo nel 1999, fine secolo e fine millennio. Ho mandato mia madre e mio zio al mare e, con un ingegnere e un architetto, abbiamo cominciato a lavorare. Dovevamo finire per novembre, ma l’inverno ci ha sorpresi. È piovuto per quattro giorni e quattro notti, abbiamo rischiato l’alluvione. Dormivo qui, non c’era il tetto, di notte mi alzavo a spalare la neve per non rimanere bloccato. Poco alla volta abbiamo rifatto il solaio… Mia madre è tornata il 24 di giugno, San Giovanni. Entrando predisse i commenti dei miei amici: “Cazzo, che bella casa!”, e quelli delle sue amiche: “Che casa di merda!”. Indovinò». Il meglio doveva ancora arrivare. «Dopo l’estate cominciai a star male. Un disagio che credevo psicologico, dovuto alla nausea dello stare sul palco. Mi dolevano le mani, pensavo fossero reumatismi causati da quell’inverno al freddo. Era un tumore alla pleura. Quando asportarono la massa tumorale i medici rimasero esterrefatti perché, nonostante il tabagismo, i polmoni erano perfettamente sani, immuni persino dal fumo passivo. Ebbi la conferma che la vita è qualcosa di misterioso. Ora quando mi dicono che fumo come un turco, rido. Penso di far parte di quel 25 per cento di esseri umani che non patisce conseguenze dalla frequentazione del tabacco».

Giovanni Lindo Ferretti, fumatore incallito nonostante abbia avuto un tumore alla pleura

Giovanni Lindo Ferretti, fumatore incallito nonostante un tumore alla pleura

La giornata di Ferretti è piuttosto atipica per una persona che sta nell’Appennino. Sveglia tra le 7 e le 8, colazione con lo zio novantenne. Un paio d’ore dedicate alla scrittura e alla lettura dei giornali. Dopo pranzo un po’ di riposo e ancora lettura e cura dei cavalli. «D’estate c’è molto più da fare. Da qualche anno ci siamo proposti di recuperare le feste tradizionali, il 24 giugno, la Festa del ritorno dalla transumanza, e il 9 settembre. Per le persone che stanno qui d’estate, in alternativa alle Notti bianche, abbiamo inventato la Notte oscura: per contemplare le stelle, ascoltarci, godere il silenzio. Abbiamo ideato degli spettacoli senza elettricità, con il fuoco e i cavalli. Così è nato il teatro equestre. Niente di forzato: mostriamo alla gente quello che Marcello è in grado di fare, attualizzando il patto di mutuo soccorso tra uomini e cavalli che risale alla notte dei tempi».

Algeria, Sudafrica, Jugoslavia, Mongolia, Russia, Gerusalemme: ha viaggiato parecchio, Ferretti, come ha raccontato, con scrittura ancestrale, nel bellissimo Reduce (Mondadori). «Io sono il terminale di un cammino e di una devozione lunghissima. Ho riabbracciato la mia storia, la tradizione. Come tanti giovani ho provato di tutto per trovare la mia strada. Il campionario delle mode culturali ti offre dal buddismo tantrico ai fiori di Bach per garantirti un benessere, più o meno artificiale. Ma nemmeno l’appagamento artistico e culturale possono rispondere alle domande di senso. Restava sempre un vuoto, una mancanza, che solo l’incarnazione del cristianesimo è riuscita a colmare. Più che un semplice fatto logistico, il ritorno a casa ha rimesso a posto il mio errare. Oggi vedo che c’è differenza tra una giornata in cui c’è spazio per la preghiera e una in cui non ce n’è. Quando assistevo mia madre malata di Alzheimer, a una certa ora la situazione peggiorava. Allora recitavamo il rosario, lentamente. Pian piano si calmava. Quel momento modificava la realtà, il resto non m’interessa. Le letture psicologiche, le obiezioni razionaliste: guardo tutto con ironia. Come guardo con una certa perplessità le esortazioni a essere un cristiano perfetto, missionario». Sta parlando del Papa? «Non precisamente. Però papa Francesco non mi piace. Il Papa è il Papa e non sono io a dire se va bene o no. Non mi piacciono le sue posizioni sull’immigrazione e le guerre mediorientali. È difficile ascoltare un Papa che usa il linguaggio di Hillary Clinton e dice l’esatto contrario di quello che dicono i patriarchi del Medio Oriente. Per fortuna non siamo nel campo della dogmatica. No, il mio non è un cristianesimo individualista e spiritualista. Credo che per essere cristiani non sia necessario essere santi o mistici. Abbiamo dimenticato la dimensione sociale della fede, la devozione comunitaria, che per me è molto importante. Ho un padre confessore, padre Maurizio, che mi accompagna. Sto con il salmista quando dice che “il mio peccato mi è sempre davanti”. Quando qualcuno sfoga le sue frustrazioni gli consiglio di andare a confessarsi. Perché non possiamo riconoscere la nostra colpa e accettarci come creature? Ci crediamo padroni del mondo. In pochi anni abbiamo vissuto una rivoluzione antropologica per la quale pretendiamo figli a nostra immagine e somiglianza anche se siamo omosessuali. E crediamo di governare gli Stati con gli algoritmi delle nostre macchinette. Poi si va a votare e vince Trump. E magari un campagnolo analfabeta l’aveva intuito meglio di tanti analisti del web».

È arrivata l’ora di risalire in macchina per tornare nel mondo rilevato dal navigatore.

 

La Verità, 13 novembre 2016