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Flavio lotta come un leone ma Zverev sfata il tabù

Disteso sulla terra rossa, Alexander Zverev si gode il momento di felicità. Alla quarta occasione ce l’ha fatta a conquistare il suo primo slam. Onore a Flavio Cobolli che ha lottato per cinque set. A Roma Adriano Panatta aveva dato appuntamento a Jannik Sinner per la premiazione sul Philippe Chatrier del Roland Garros. Invece, con grande eleganza, ha consegnato il trofeo al tedesco con il profilo da guerriero normanno, vincitore con il punteggio di 6-1 4-6 6-4 6-7 6-1.

La curiosità attorno a questa finale inedita riguarda soprattutto Alexander Zverev, già tre volte finalista di slam (Open Usa 2020, Parigi 2024 e Australian open 2025) e mai vincitore: gli sfuggirà questa irripetibile occasione, in assenza di Carlos Alcaraz e Jannik Sinner, di conquistare il primo major? Sascha si avvicina alla trentina e chissà mai quando gli ricapiterà, inchiodato al numero tre delle classifiche ora che anche Novak Djokovic ripiega. Dall’altra parte c’è Flavio Cobolli, faccia d’angelo di strada, adolescenza fra Trigoria della Roma calcio e il Parioli, il circolo dei grandi. Quello di Adriano Panatta, che oggi è in tribuna d’onore per premiare il vincitore 50 anni dopo il memorabile 1976 quando i francesi lo ribattezzarono «Panattà» e, vedendo le sue volée in tuffo, scrissero che «cammina sulle acque».

Come Zverev anche Cobolli detto «Cobbo» è allenato dal padre. In questo i due amici si somigliano, come si somigliano i rapporti vivaci tra padri e figli del tennis. «Ammiro Flavio più come uomo perché come tennista può migliorare ancora tanto», ha detto Stefano Cobolli. Di rimando, il ragazzo gli fa pesare quando predisse che non sarebbe mai entrato nei primi 10. Invece, grazie all’exploit di questo torneo è già in top ten. E ora, in caso di vittoria, si isserebbe al numero cinque. Zverev non progredirebbe in classifica nemmeno vincendo, ma sfaterebbe un tabù che cambierebbe curriculum, autostima e conferenze stampa. Le carte in regola le ha tutte come dimostra il disco rosso alzato in faccia alla nouvelle vague, i vari Rafael Jódar e Jakub Menšík incontrati sul suo cammino. Cobbo invece consacra il momento di gloria di les italiens, con Matteo Arnaldi e Matteo Berrettini nei quarti di finale di un torneo senza Lorenzo Musetti e Jannik Sinner, fuori al secondo turno.

Zverev è più esperto e abituato a questi match, ha un servizio più potente, un rovescio più sicuro e un registro di gioco più limitato. Il suo punto di forza è la regolarità, soprattutto sulla diagonale del rovescio. Cobolli possiede un dritto esplosivo, maggior varietà di colpi, è dotato di gambe fenomenali che gli consentono grandi recuperi. La sua arma può essere la smorzata, perché Zverev non è un fulmine quando deve correre in avanti. I precedenti dicono 3-1 per il tedesco che per la prima volta si presenta da favorito alla finale di un major. Ma in questa primavera siamo uno pari, Cobbo vincitore a Monaco, Sascha a Madrid. Sarà decisiva la testa. Cioè, concentrazione, tranquillità e capacità di stare lì a giocarsi ogni singolo punto.

Pronti via, c’è il break e l’italiano deve subito inseguire. Sascha è solido con il rovescio e incrocia stretto con il dritto. Cobbo affretta i colpi nel tentativo di rientrare, ma diventa falloso. Il primo set è perso in un soffio. Bisogna liberarsi della tensione e aspettare con pazienza l’occasione buona. All’inizio del secondo set, Flavio è più disinvolto ed efficace al servizio. Riduce gli errori, introduce la smorzata e ottiene il break. Ora è Cobolli a comandare, i suoi turni di servizio si accorciano, quelli di Zverev si allungano. Al decimo game un ace e un lungolinea di rovescio portano l’italiano sull’uno pari. La situazione è capovolta. Flavio è più intraprendente, mentre Sascha ha perso sicurezza. Nel quarto gioco del terzo set, quando Cobbo annulla due palle break la fiducia cresce. Invece, mentre l’italiano si fa prendere dalla fretta, il tedesco non fa regali e si prende il terzo set. Ma il break conquistato all’inizio del quarto rimette subito in partita l’italiano. Nel sesto gioco il tedesco rientra. Il nemico di Flavio è la fretta che lo rende falloso. Il tie-break è un mezzo romanzo. Dopo un passante miracoloso, Cobolli manca una palla set facilissima, ma si rifà con un lungolinea di dritto. Si va al quinto. Flavio cede subito il servizio e poi ancora una seconda volta. Nel quarto gioco non sfrutta tre palle break per provare a rientrare. Finisce in un batter d’occhio. Vince il tedesco con il profilo da guerriero normanno, ma il ragazzo con la faccia d’angelo di strada può competere con i migliori del mondo. A presto.

 

La Verità, 8 giugno 2026

L’ultimo ace di Pietrangeli, leggenda di gesti bianchi

La leggenda dei gesti bianchi. Il patriarca del tennis. Il primo italiano a vincere uno slam, il Roland Garros di Parigi nel 1959, bissato l’anno dopo. Se n’è andato con il suo carisma, la sua ironia e la sua autostima Nicola Pietrangeli: aveva 92 anni. Da capitano non giocatore guidò la spedizione in Cile di Adriano Panatta, Corrado Barazzutti, Paolo Bertolucci e Tonino Zugarelli che nel 1976 ci regalò la prima storica Coppa Davis. Oltre a Parigi, vinse due volte gli Internazionali di Roma e tre volte il torneo di Montecarlo. In totale, conquistò 67 titoli, issandosi al terzo posto della classifica mondiale (all’epoca i calcoli erano piuttosto artigianali). Nessuno potrà togliergli il record di partecipazioni (164, tra singolo e doppio) e vittorie (120) in Coppa Davis perché oggi si disputano molti meno match.

Dal luglio scorso, quando, dopo una lunga malattia, è morto suo figlio Giorgio, faceva avanti indietro dal policlinico Gemelli. «Non bisognerebbe sopravvivere ai propri figli», aveva confidato in un’intervista. Il dolore per la grave perdita si era sommato alla fragilità derivata dai postumi di una frattura all’anca. «Spero, come tutti, di morire nel sonno», aveva detto sempre in quell’occasione. E in un’altra: «Seppellitemi sul Centrale» del Foro Italico, a testimonianza del legame indissolubile con lo sport che gli ha regalato soddisfazioni e celebrità. Notiziari, agenzie e siti sono alluvionati da dichiarazioni, ricordi, manifestazioni di gratitudine. «I successi sportivi e l’umana simpatia gli hanno procurato l’affetto di tanti italiani», così il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. «È stato un campione capace di ispirare diverse generazioni e che ha portato in alto il nome dell’Italia nel mondo», il premier Giorgia Meloni. «È sempre stata una persona che ha diviso proprio perché era coraggioso, trasparente e non ha mai avuto paura di prendere posizioni scomode, anche fino all’ultimo», lo ha ricordato Licia Colò, l’ultimo suo grande amore. «In una società dove tutti fanno gli equilibristi, io mi sono innamorata del suo coraggio».

Riconosciuto a lungo come il più grande tennista italiano di sempre, dal rovescio molto elegante, pativa un filo di imbarazzo nel dover ammettere che qualcuno dopo di lui l’aveva superato. Aveva digerito male la sconfitta al quinto set da Adriano Panatta ai campionati italiani del 1970 che segnò un piccolo cambio d’epoca. Ora soffriva i trionfi e gli elogi universali a Jannik Sinner, «il miglior tennista italiano di tutti i tempi, forse austriaco», gli è scappato una volta, criticandolo anche per la rinuncia a disputare la Davis. Un’altra volta lo aveva elogiato: «Questo ragazzo on ha più un punto debole, è sempre perfetto. Anzi, è quasi noioso da quanto è bravo».

Ironico, megalomane al limite della strafottenza, amante della mondanità, tombeur de femmes («ma ho avuto solo quattro grandi amori e sono sempre stato lasciato»), Nicola Pietrangeli nasce a Tunisi da padre abruzzese ricco di famiglia e gran sportivo, e madre russa che, separata dal conte Chirinski, gli trasmette il titolo nobiliare. In quell’angolo d’Africa, protettorato francese, il padre viene internato in un campo di prigionia dove riesce a costruirsi un campo da tennis. È lì che, andato a trovare il papà, il piccolo Nicola prende in mano la sua prima racchetta. Espulsi dalla Tunisia, i Pietrangeli arrivano a Roma quando lui ha 13 anni, non sa una parola d’italiano, ma socializza giocando a calcio in Piazza di Spagna. Sebbene il padre lavori all’ambasciata francese, sceglie la cittadinanza italiana. Gli esordi sportivi sono nelle giovanili della Lazio, ma quando lo cedono alla Viterbese, il giovane Nicola sceglie il tennis, senza però abbandonare il calcio. «Ero amico di Maestrelli che mi faceva allenare con la Lazio dello scudetto», quella di Giorgio Chinaglia e altri campioni: «Se a diciotto anni non avessi smesso per fare il tennista, non si sarebbe sentito parlare di Gianni Rivera», ha sparato una volta tra il serio e il faceto. Dopo il secondo successo al Roland Garros, nel 1960 arriva ai quarti di Wimbledon, ma Rod Laver lo ferma battendolo 6-4 al quinto set. L’anno dopo però si rifà, sconfiggendo il grande australiano, in quel momento il più forte al mondo, nella finale degli Internazionali di Roma.

Nell’indole del campione, autoironia e autostima si mescolano a una certa permalosità. Nel 1968, iniziata la fase discendente della sua splendida carriera, ai quarti dei campionati italiani di Milano, Pietrangeli si trova davanti il campione juniores, un certo Panatta. «Attento, che il ragazzo gioca bene», lo avvertono. Inizia la partita e il ragazzo sfodera palle corte a raffica: «Regazzì, guarda che le palle corte le ho inventate io». Alla fine vince lui, ma in spogliatoio Panatta gli fa: «La saluta tanto mio padre». Solo allora Pietrangeli lo riconosce: era «Ascenzietto», il figlio di Ascenzio, il custode del tennis Parioli di Roma. Due anni dopo si ritrovano in finale agli Assoluti di Bologna e Adriano, non più Ascenzietto, la spunta. Il passaggio del testimone era previsto e naturale, ma per Pietrangeli, avanti 4-1 nel quinto set, la sconfitta è una detronizzazione. La ruggine non si dissolve nemmeno dopo la conquista della prima Coppa Davis italiana. L’anno prima la nazionale è stata eliminata al turno d’esordio. Nel 1976 Panatta ha appena vinto Roma e Parigi, ma è Pietrangeli a tenere insieme la squadra composta da personalità molto diverse e a convincere politici e media che la trasferta nel Cile di Augusto Pinochet s’ha da fare. Ci sono interrogazioni in Parlamento, proteste nelle piazze. Nicola si confronta con Giancarlo Pajetta, Domenico Modugno persino gli Inti Illimani. L’argomento che alla fine fa breccia è: «Noi vogliamo vincere la coppa non difendere Pinochet». L’anno successivo, sempre con Pietrangeli capitano, arrivano in finale, sconfitti a Sydney dall’Australia. Poi c’è la resa dei conti. Paolo Bertolucci si fa interprete della necessità di un cambio di rotta. Il sodalizio si rompe, ma Pietrangeli si sente tradito soprattutto da Panatta che, da figlio unico, con una certa enfasi considerava come «il fratello più piccolo che non avevo mai avuto».
Ieri Panatta ha voluto sottolineare la loro grande amicizia: «Nicola era il mio amico, anche se ci beccavamo ogni tanto, ma era un gioco che facevamo. Lo voglio ricordare con allegria, è stato un personaggio straordinario, al di là di essere un campione assoluto. Alla mia nascita lui era già una promessa, poi abbiamo fatto un po’ il cambio della guardia. Abbiamo anche giocato insieme, ci siamo divertiti, abbiamo fatto le vacanze insieme. Io e Nicola eravamo molto amici». Bertolucci e Barazzutti lo hanno ricordato come il loro «primo eroe». Il capitano di Davis Filippo Volandri come «un gigante». A Licia Colò che pochi giorni fa è andata a trovarlo aveva confidato: «Sono stanco di essere stanco». Ora non lo è più.

 

La Verità, 2 dicembre 2025

 

 

Carlos re di Parigi dopo una partita che è già storia

Una guerra sportiva. Una partita epica. Un thriller con colpi di scena a raffica. La rivalità più accesa ed entusiasmante che lo sport mondiale annovera ha offerto uno spettacolo straordinario. La prima finale di uno Slam tra Jannik Sinner e Carlos Alcaraz la vince il numero 2 del mondo che conferma il successo di un anno fa qui sul Phlippe Chatrier di Parigi e ribadisce la sua supremazia sulla terra rossa. Una partita che resterà nella storia del tennis. I tre match point non sfruttati nel quarto set Jannik se li sognerà a lungo. Il campione italiano ha pagato la lontananza di tre mesi dalle competizioni e il fatto di non essere stato messo alla prova, salvo che da Novak Djokovic, dagli avversari precedenti avendo vinto tutti i set disputati. Più la partita diventava una maratona muscolare più le sue probabilità di vittoria diminuivano. Anche la sua corsa per il Grande Slam s’interrompe.

Dopo il ghiotto antipasto del doppio, primo Slam conquistato dalla formidabile coppia formata da Jasmine Paolini e Sara Errani, in questo momento la più forte in assoluto sulla terra battuta (Roma 2024 e 2025 e, sullo stesso campo di ieri la medaglia d’oro delle Olimpiadi), ecco il piatto forte di giornata. Jannik contro Carlos. La Volpe rossa contro il Lupo nero. Equilibrio e solidità contro varietà e passione. Sinner più forte di testa, Alcaraz sul piano atletico.

Si parte subito con il piede sull’acceleratore. Il primo gioco del match è già un romanzo, manifesto del match che seguirà. Sinner deve annullare tre palle break prima di aggiudicarselo dopo 12 minuti. Jannik non è fluidissimo, sente la partita, il servizio non lo assiste e al quinto gioco subisce il break, ma subito ritrova il 3 pari. Entrambi giocano meglio quando rispondono, questo spiega le numerose palle break. Finalmente l’altoatesino si sblocca, tiene il servizio a zero e al decimo gioco si prende il primo set. È una partita tattica, più mentale che fisica e più congeniale al numero 1 che evita di sollecitare il dritto dell’avversario e dal 4 pari vince 5 giochi di fila portandosi sul 3 a 0 nel secondo. 13 a 11: Sinner ha più vincenti dello spagnolo. Ora la prima entra con continuità e i suoi turni filano veloci. Alcaraz non entra piu in campo per rispondere alla seconda. Anzi, è lui a perdere la prima e a commettere un paio di doppi falli. Ma resta in partita e con le smorzate cerca di mischiare le carte. Jannik non concede nulla, dà sempre peso e profondità ai suoi colpi per togliere a Carlos il tempo per ricamare. Sul 5 a 3 per Sinner al servizio, Carlos va 0-30 e poi fa il controbreak. Lo spagnolo alza il livello e il pugno vincente. La Volpe rossa si concentra sul suo tennis e all’undicesimo gioco sciorina tutto il repertorio, dritto lungolinea, smorzata, pallonetto e poi ace per portarsi 6 a 5. Al tie break Jannik si porta 4 a 2 con un dritto lungolinea che gela lo spagnolo. Alla terza occasione Sinner incamera il secondo set. La partita non è finita, ma ora, per prendersela, Alcaraz deve vincere tre set consecutivi, e Sinner, che non ne ha ancora ceduto uno in tutto il torneo, dovrebbe perderli. Il terzo set inizia con break e controbreak. Carlos deve inventarsi qualcosa, magari sfruttando il calo dell’avversario che affiora dopo due set molto lottati. Jannik perde due servizi consecutivi e lo spagnolo sale 4 a 1. Ora Alcaraz è galvanizzato all’idea dell’impresa e il pubblico lo spinge. Sinner perde il primo set del torneo e si va al quarto.

Lo spagnolo urla «vamos» e spara i suoi dritti sul lato destro del rivale che, invece, è in riserva. Ma è sempre lì. Contiene l’esuberanza dell’avversario fino a recuperare un po’ di rapidità negli spostamenti. Al settimo gioco ottiene il break a zero con una meravigliosa smorzata. Poi vince il suo turno e conquista l’opportunità di servire per il match. La Volpe rossa sente il traguardo vicino e conquista tre match point consecutivi sul servizio di Alcaraz. Che però non trasforma. Carlos lo riaggancia sul 5 pari e poi lo supera 6 a 5. Nel tie break, avanti 2 a 0, Sinner rimette in corsa il rivale giocandogli una palla sul dritto da esplodere. Alcaraz serve due ace consecutivi e va a prendersi il quarto set. Non doveva accadere. Il match è completamente girato. Lo spagnolo è impetuoso, l’italiano impreciso. Ma il thriller deve ancora mostrare il suo meglio. Jannik perde subito il servizio, accusa un accenno di crampi. Si rimette in sesto e tenta una resistenza stoica. Alcaraz lo martella di palle corte. Ma lui non demorde e lo riagguanta in extremis sul 5 pari. Si decide tutto in un tie break ai 10 punti. Lo spagnolo è più fresco e sfodera il suo tennis superlativo. Appuntamento a Wimbledon.

 

La Verità, 9 giugno 2025

La nostra nouvelle vague deve ancora studiare

Assalto all’Olimpo respinto. Detronizzazione degli dei rinviata. E, a quanto si è visto sul centrale del Roland Garros, non di poco. Ieri era la giornata test del tennis italiano. I nostri talenti emergenti alla prova degli invincibili. Gli under 20 di belle speranze a confronto con i numeri uno. Lorenzo Musetti, 19 anni, al cospetto di re Novak Djokovic e Jannik Sinner, suo coetaneo, a misurarsi con sua maestà Rafa Nadal. Se per il talento di Carrara non si nutrivano particolari speranze considerando che si trattava di una serie di prime volte – primo slam, primo match contro il numero uno del mondo e sul campo centrale parigino – qualche ambizione in più era riposta sul martello di San Candido, in possesso di un pizzico di esperienza nei cosiddetti major e reduce da altre due sconfitte contro l’imperatore della terra rossa che potevano essergli servite da apprendistato. Potesse essere questa la volta buona. Invece no. È ancora presto. Abbiamo peccato di presunzione. Abbiamo cullato una dolce illusione. I nostri golden boy non sono ancora «pronti per la Rivoluzione francese». I diamanti vanno ancora raffinati. C’è da crescere e migliorare. C’è da lavorare sui punti deboli. Bisogna colmare delle lacune. Ognuno ha le proprie, diverse l’uno dall’altro, materia dei rispettivi coach. Simone Tartarini di Musetti e Riccardo Piatti di Sinner.

«Siamo noi la Next gen. Io, Rafa e Roger», aveva scherzato un paio di settimane fa al termine degli Internazionali di Roma Nole Djokovic. E per ammorbidire la battuta aveva aggiunto: «Anche il signor Pietrangeli è un Next gen». Ma al di là della boutade di un campione sempre ironico come il serbo, bisogna riconoscere che, da quanto visto ieri, probabilmente saranno altri giocatori a portare le prime insidie ai Big Three. Per esempio Stefanos Tsitsipas, se vincerà il tabù degli slam. O Daniil Medvedev, se riuscirà a controllare i suoi sbalzi temperamentali. Noi ci stiamo avvicinando. Mai come quest’anno abbiamo avuto una batteria di giocatori competitivi e legittimati a stare nei primi venti posti del ranking. Però, come detto, ci sono ancora un po’ di cesti da fare.

Ieri a deludere maggiormente le attese è stato Sinner. Dopo una partenza balbettante aveva infilato una serie di quattro giochi consecutivi. Il pallino era in mano a lui, sempre con i piedi vicino alla riga di fondo e Nadal a difendersi due metri più indietro. Sul 5 a 4, l’altoatesino ha servito per conquistare il primo set, ma lì qualcosa è successo. Il majorchino veniva da 32 set consecutivi vinti a Parigi e chissà, forse qualcosa è scattato nella testa di Jannik. Fatto sta che ha infilato una serie di errori gratuiti che hanno dato il là alla rimonta del suo rivale. Da 5 a 3 per lui fino allo 0 a 4 del secondo set, ha perso otto game consecutivi quasi non giocando. Poi poco alla volta ha ripreso a martellare con il rovescio e ad anticipare con il dritto, ma giunto a servire per il 4 pari ha ceduto nuovamente la battuta. Due cedimenti inaspettati di Sinner, sempre considerato un giocatore di grande equilibrio e forza mentale, in grado di giocare con lucidità nei momenti topici delle partite. Probabilmente, l’autorevolezza dell’avversario ha pesato, scoprendo una certa difficoltà a reggere la tensione, su cui sarà necessario lavorare. Come sarà necessario farlo sul gioco a rete, se si vuol puntare a posizioni di vertice assoluto.

Certamente più entusiasmante è stata la prova di Musetti, talento cristallino che dopo due splendidi set ha dovuto ritirarsi sullo 0 a 4 del quinto. Ma le prime due ore di partita avevano autorizzato a sognare. Perché Lorenzo metteva in mostra un tennis champagne, fatto di vincenti che riscuotevano anche l’applauso dell’avversario. Rovesci lungolinea lasciavano fermo Nole, smorzate, veroniche di tocco e dritti a tutto braccio. Sorprendeva l’assenza di emozione al primo match contro il numero uno del mondo. L’incoscienza del talento. O il talento dell’incoscienza. Di sicuro, un talento accompagnato da umiltà e sapienza tattica. «Creatività e costruzione insieme», come dice il suo coach Tartarini, perché la creatività da sola può generare confusione. Il secondo set era più o meno la copia del primo. La resistenza del grande campione, uscito tante volte indenne dall’inferno, e la rivelazione di un nuovo sicuro protagonista che fa della fantasia la cifra del suo tennis. Così si gioca in Paradiso, si dice in questi casi.

L’incantesimo però si rompeva. Non era immaginabile che Djokovic perdesse tre set a zero. Così com’era prevedibile che Musetti avesse un calo. In realtà, è stato un crollo verticale. Perché d’improvviso affioravano i 19 anni di Musetti e le tossine del lungo match vinto due giorni fa contro Marco Cecchinato al termine di altri cinque set molto lottati. Il terzo e il quarto finivano in un soffio. E a metà del quinto gettava la spugna. Ma le immagini dei primi due set il pubblico del Philippe-Chatrier le conserverà a lungo.

L’assalto all’Olimpo è rinviato. C’è ancora molto da lavorare… Domani tocca a Matteo Berrettini provarci con Djoker Nole.

 

La Verità, 8 giugno 2021

 

Grande Marco, continua a giocare sulla tua nuvola

Chissà. Forse abbiamo trovato il giocatore da top ten. Probabilmente è presto per dirlo, ci vogliono altri test, le prove sulle superfici veloci, l’erba di Wimbledon, il cemento degli Us Open… Tutto vero; nel tennis è così, le favole si accendono e spengono nel volgere di due tornei. Però non si battono in sequenza Pablo Carreno Busta, David Goffin e Novak Djokovic se non si è qualcuno. Destinati a diventare qualcuno. L’immagine giusta l’ha usata Diego Nargiso su Eurosport: «Marco sta in un mondo suo, sta giocando su una nuvola, come dentro un sogno». È così. E anch’io, in qualche modo lo sono, perché non ho ancora identificato il soggetto: Marco Cecchinato, 25 anni, palermitano, allenato da Simone Vagnozzi, giunto alla semifinale del Roland Garros dopo questa imprevedibile serie di successi sulle barricate. Prima del torneo di Parigi era infatti numero 72 dell’Atp e già all’esordio aveva rischiato di uscire, spuntandola solo al quinto set (10-8) sul rumeno Marius Copil. Dunque, dopo averlo visto superare Carreno Busta (numero 11) e Goffin (ottava testa di serie del torneo), eccolo alla prova di Nole, ex numero 1 del mondo che si sta finalmente ritrovando dopo un misterioso, e in parte non risolto, periodo di appannamento.

Djokovic è uno dei miei preferiti, forse il preferito, lo vedo come un Borg 2.0, ne ammiro la tenuta mentale, il non essere mai morto, i recuperi acrobatici, il gioco in difesa e, molto, l’autoironia. Sapete com’è: troppo facile e scontato tenere per Roger Federer, chi non ne vede l’eleganza, il gesto superiore, l’incanto? Lui è il tennis. Dunque, sono contento del ritorno di Nole a livelli competitivi, anche se non ancora ai vertici assoluti. Match imperdibile ma, impegnato in altre faccende, finalmente mi sintonizzo su Eurosport (grazie Sky Go!) quando Cecchinato è sorprendentemente avanti un set. Guardo meglio: 6-3. Nargiso e Gianni Ocleppo stanno dicendo che Ceck sta riuscendo a imporre il suo gioco. Djokovic chiede l’intervento del fisioterapista e risale da 0-2 a 3-2. Si arriva al tie break con Nole che sembra aver ritrovato vigore e mobilità, diciamo all’80%, ma Cecchinato mantiene percentuali elevate di prime, alterna palle corte sia di rovescio che di dritto, e usa come una fionda il rovescio lungolinea che sorprende Djokovic dopo lunghi scambi sulla diagonale di sinistra. Mentre generalmente se ne loda il dritto, il rovescio a una mano di Marco è una bella realtà del tennis italiano. Piuttosto profondo, raramente difensivo o in beck, non subisce quello a due mani di Nole, e anche l’altro giorno non pativa troppo quello di Goffin.

Nel tie break Cecchinato infila una serie di vincenti e porta a casa anche il secondo set. Il calo di concentrazione nel terzo è inevitabile. Scende il livello complessivo del gioco e Nole lo incamera rapidamente con un 6-1. Il quarto set inizia dal warning inflitto a Cecchinato perché Vagnozzi gli ha portato un paio di scarpe negli spogliatoi. Non si può. Cecchinato è nervoso, va sotto 0-3 e io ne approfitto per uscire e sbrigare un paio di commissioni. Tanto, mi dico, faccio in tempo a tornare per godermi il quinto set, e speriamo non finisca come quello tra Fabio Fognini e Marin Cilic del giorno prima. Quando mi sintonizzo nuovamente, lo score dà 5-5. Anche stavolta guardo meglio, altro che quinto set… Serve Nole e «si salva», dicono i cronisti di Eurosport, portandosi sul 6-5. Cecchinato pareggia e si va al tie break. Uno dei più altalenanti e spettacolari degli ultimi anni, da montagne russe dell’emozione, finito 13-11 per The Cekinator (il suo nuovo nickname) in un’alternanza di set point e match point fatti di smorzate, lob, schiaffi al volo e passanti lungolinea. Come quello, imprendibile, con il quale ha superato Djoko proiettato a rete, chiudendo game, set e match. Alla fine, arriva anche il tweet gioioso e giocoso di Fiorello, uno che segue sempre le imprese degli atleti italiani.

Domani tocca a Dominic Thiem, uno che tira catenate sia di dritto che di rovescio. Vedremo… Intanto, proveremo a sapere di più di questo ragazzo di Palermo con un cognome veneto, rinato dopo una strana storia di scommesse, che qualche settimana fa ha vinto il torneo di Budapest battendo Andreas Seppi in semifinale, e superato Fabio Fognini al primo turno di Monaco la settimana successiva.

Forse abbiamo trovato il giocatore da top ten che ha preso una buona parte del talento di Fabio e un altro bel pezzo della testa e della solidità di Andreas.

Aspettiamo, tocchiamo ferro. «Spero che tutta l’Italia sia felice di questo risultato», ha detto lui a match concluso. Lo siamo. Ma tu continua a giocare su quella nuvola.