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Santoro a Napoli, oltre Gomorra c’è la realtà

Ancora Napoli? Dopo tutto quello che abbiamo letto e visto in questi anni, da Marcello D’Orta a Saviano, dai film con Toni Servillo alle pièces teatrali fino alla Gomorra televisiva? Ancora Napoli, un’altra Napoli, in questo Robinù, opera prima di Michele Santoro, presentato nella sezione Cinema in Giardino della 73esima Mostra del Cinema di Venezia (ci sarà Napoli anche il 5 ottobre su Raidue, nella prima delle quattro serate con l’ex conduttore di Servizio Pubblico). Per smentire i politici, premier e sindaco De Magistris compresi, usi a ripetere “questa non è Napoli, non è l’Italia” quando si trovano davanti a una fotografia scomoda. O davanti a volti come quelli di questi di baby-boss, protagonisti della “paranza dei bambini” di cui i media non parlano – “l’altro giorno in una piazza ce n’era uno di otto anni che brandiva una pistola”, rivela il giornalista – perché non fanno più notizia, perché rimane una cosa locale, perché si ammazzano tra loro. E allora eccoci dentro i bassi di Forcella, Porta Capuana, i Tribunali, dentro il carcere di Poggioreale e di Airola, enclave criminali abbandonate dalle istituzioni.

Gioventù bruciata a Poggioreale, Michele al centro

Gioventù bruciata a Poggioreale, Michele al centro

Robinù è un tuffo nella realtà cruda di una gioventù carbonizzata. Realtà di adolescenti che hanno come traguardo “mettere paura” alla gente, “più reati fai, più macelli fai, più la gente ti teme” ripetono spavaldi, incoscienti, occhi che brillano. Realtà, non finzione. “Più che i protagonisti di Gomorra, che necessariamente diventano maschere, il modello di questi ragazzi con le loro barbe e le loro acconciature, sono i militanti dell’Isis, il radicalismo nel proteggere il territorio, la sfida continua con la morte, la mitologia del terrore”, analizza Santoro. È una disarmante galleria di adolescenti malavitosi, teorici della via criminale alla maturità che comincia con  il figlio di una guardia carceraria, abbonato alle bocciature, professori e genitori che si arrendono. “Non è che siccome mio padre vive così io non posso scegliere ‘o malamente e devo seguire la sua…”. Il discorso s’inceppa, le parole non vengono, il sorriso è malizioso: “… la sua”. Punto. Un altro sostiene che la carriera camorristica è normale, si può fare il carabiniere, il brigadiere, o il boss, evoluzione naturale del ragazzo di strada. Ma devi cominciare presto “perché se vai in galera a vent’anni, almeno quando esci a 40 hai tutta la vita davanti”. Per continuare a delinquere. Imbracciare ‘o kalash provoca adrenalina come “avere Belén tra le braccia”, esemplifica Mariano in un monologo da brivido.

Mariano, autore di un elogio del kalashnikov

Mariano, autore di un elogio del kalashnikov

Il volto più sconfortante è quello di Michele, ventiduenne con 16 anni da scontare a Poggioreale. Carismatico, irridente, consapevole. Rifiuta l’arruolamento nelle cosche perché vuole essere boss da subito. Poi ci sono i genitori. Madri e padri dilaniati dal dolore. Divorati dai rimorsi, impotenti, commoventi. Altri no. Mamme spacciatrici che finito di cucire il grembiule al bambino iniziano a distribuire ovuli di cocaina. Che ammirano i ragazzi di strada perché affidabili. C’è da fare a botte, ci sono. C’è da controllare il quartiere , ci sono. C’è da uccidere: ci sono sempre. Per la festa di compleanno di Michele si sparano i fuochi d’artificio davanti alle grate del carcere. I neomelodici intonano serenate sotto le finestre di chi è agli arresti domiciliari. Il carcere è tutt’uno con il quartiere. Le gerarchie, le preoccupazioni, lo scorrere del tempo sono uguali. La rassegnazione, l’abbandono delle istituzioni e del mondo adulto sembrano inevitabili. Ma in questo ritratto che Santoro definisce “pasoliniano c’è anche una grande passione per la famiglia e per la vita. In un Paese a crescita zero dove si fanno le campagne per la fertilità, quello è uno dei pochi posti dove si fanno figli con gioia”.

C’è di che riflettere. Santoro riparte da questo lavoro durato un anno e mezzo, realizzato con Maddalena Oliva e Micaela Farruocco, che sarà nei cinema a metà ottobre, distribuito dalla Videa di Sandro Parenzo, anche lui presente in sala. Ci sono anche Alba Parietti che si aggiusta il rossetto, il magistrato di Napoli, John Henry Woodcock, abbronzatissimo, Giulia Innocenzi in abito lungo, Gianni Barbacetto, in smoking, tutti nelle file della delegazione. In sala anche Enrico Ghezzi e Angelo Guglielmi. Si sperava nella presenza del ministro della Giustizia Andrea Orlando, ma non s’è visto. Santoro si augura che la Rai pensi a una prima serata, e che Mattarella, Renzi e magari il ministro della Pubblica Istruzione, Giannini, possano vederlo.

Michele Santoro ha presentato a Venezia Robinù, sua opera prima

Michele Santoro ha presentato a Venezia Robinù, sua opera prima

Nell’ottobre 2013 – permettemi questa digressione personale – scrissi sul blog del Giornale un post intitolato “Caro Santoro, fatti non parole”, dicendo che quell’anno alla Mostra aveva vinto un doc come Sacro Gra, che le chiacchiere dei talk show avevano stancato e le inchieste sul campo avevano un’altra forza. Con un’ironia che difetta a conduttori molto meno blasonati di lui, Michele m’inviò un sms così: “Caro Caverzan, fatti i fatti tuoi”. “Caro Michele, ho fatto solo il mio mestiere”, fu la mia replica. Oggi Santoro è al Lido con un documentario e con una preoccupazione umana, educativa. Diceva D’Orta che i ragazzini si arruolavano nella camorra perché era l’unica proposta credibile in campo. “C’è una sorta di welfare della criminalità, dobbiamo ammetterlo, finora vincente. Ma questi ragazzi hanno energia, passione, fanno figli. A 15 anni sparano nelle strade, a venti sono genitori, a 40, se ci arrivano, sono già nonni. Non possiamo dire che non sono Napoli. Dobbiamo offrir loro una strada, partire dall’educazione. Creare scuole dove non si sentano estranei. È difficile, ma è l’unica strada”. Sostiene Santoro.

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Dov’è Mario, serie post sulla schizofrenia italiana

L’incipit è fulminante. Probabilmente a causa di un colpo di sonno, mentre era alla guida della sua auto, di ritorno da un convegno su Bobbio, il grande intellettuale Mario Bambea è rimasto vittima di un incidente stradale. Piovono libri dopo il cappottamento dell’auto e già questo è una gigantesca presa per i fondelli dell’intellò radical chic (chirurgico il controcanto in sottofondo: erano tutti libri invenduti a dimostrazione che Bambea era un bluff). L’allarmismo, la concitazione e l’apprensione con cui i notiziari informano (nockumentary) del coma dello stimato seppur controverso studioso scrittore polemista è un gioiello di satira dell’ossequio e della deferenza che domina i media quando si tratta di parlare dell’intellettuale di sinistra, archetipo di questi anni, un filo in declino. Perché, insieme alla figura del protagonista, attraverso il suo doppio, Bizio Cappoccetti, Dov’è Mario, la nuova serie di e con Corrado Guzzanti trasmessa da Sky Atlantic, è anche una satira di tutto il contesto (“contestualizziamo”): salotti, giornalisti (Santoro, Travaglio, Floris in camei di loro stessi), editori, affinità snobistiche varie, in sintesi, dei talk show e del loro circondario da Ambra Jovinelli. Il tutto rappresentato con una precisione linguistica millimetrica: Mario Bambea era anche “premio Strega per La temperatura del bianco da cui Valter Veltroni trasse un film” (Mentana dando l’annuncio dell’incidente); “un uomo, come lo definì Napolitano, di esasperante coerenza” (la giornalista di SkyTg24).

Enrico Mentana dà l'annuncio dell'incidente a Mario Bambea

Enrico Mentana dà l’annuncio dell’incidente a Mario Bambea

Senonché l’incidente innesca il meccanismo schizoide, facendo esplodere il sonnambulismo di cui il venerato maestro era già affetto. Anziché bevendo la pozione del Dr. Jekyll, Bambea si trasforma in Bizio nel cuore della notte, quando abbandona la camera e s’intrufola nel teatrino sotto casa, per dar sfogo alla vena comica, trucida e scorrettissima (“mai investire un rumeno in bicicletta, potrebbe essere la vostra”) che tracima incontenibile, smentendo tutto il manierismo di erre arrotate e vestaglie di raso. Al fianco di Guzzanti giganteggia Dragomira (Evelina Meghnagi) la badante poetessa rumena – “fuggita dal regime di Ceausescu”  – demenzial-stralunata quanto basta per essere già cult. Indovinata anche la critica della sinistra settaria, manichea, complottarda e autoreferenziale che si rintana a Radiotre, da dove avversare la televisione corrotta e corruttrice, il Grande Fratello e Masterchef che, sussurra il conduttore frustrato, “è un format della massoneria”…

Corrado Guzzanti alias Bizio Cappoccetti

Corrado Guzzanti alias Bizio Cappoccetti

Ovviamente, finora, risulta vincente l’alter ego trash di Bambea, quel Bizio che, demolendo qualsiasi sovrastruttura, sprigiona tormentoni in romanesco e conquista l’impresario del teatrino di serie c. Si vedrà come va a finire nei prossimi, pochi, tre episodi che Sky ha programmato sulla rete della serialità con infinite repliche e dopo una massiccia campagna di lancio. Nella sua schizofrenia, Mario incarna l’Italia dell’ultimo ventennio, che convive ma non comunica, separata da tic, snobismi, complessi di superiorità da una parte, contro qualunquismi, menfreghismi e becerismi a iosa dall’altra. Ci sarà da divertirsi. Intanto, Dov’è Mario, prodotta da Wildside di Lorenzo Mieli e Mario Gianani, scritta dallo stesso Guzzanti con Mattia Torre e diretta da Edoardo Gabbriellini, ci fa intendere che forse quella separazione così estrema, quella differenza di costume, culturale e, qualcuno azzarderebbe, antropologica, che ha reso tanto complessa la convivenza dei decenni a cavallo di fine millennio si è stemperata. Oggi al governo c’è un politico che non rappresenta né l’una né l’altra parte. Ma di entrambe ha fatto emergere intolleranze e anacronismi. In questo senso la serie di Guzzanti è un geniale show postumo. Tre anni fa ci si sarebbe accapigliati molto più di quanto potrà avvenire oggi. E Santoro e Travaglio difficilmente avrebbero accettato di fare da autoironiche comparse, nella venerazione dell’intellò in crisi.