Tag Archivio per: Siffredi

Giuli risponde: «Sistema perverso, lo bonificherò»

Il ministro della Cultura Alessandro Giuli batte un colpo. «Anzi», dice alla Verità, «sparo un colpo di cannone, se non trovo ostacoli che mi bagnano le polveri. Userò la legge delega per bonificare il sistema perverso che ho ereditato», annuncia. Speriamo sia la volta buona. Perché ci è voluta la notizia del finanziamento con il tax credit di quasi 800.000 euro (su 2,4 milioni di budget) del ministero di Via del Collegio romano alla pessima docuserie su Fabrizio Corona visibile su Netflix per svelare che, nonostante le promesse dopo l’inchiesta di Davide Perego su questo giornale, in realtà le cose continuavano tranquillamente come prima. La prova sta nella data – 23 dicembre 2025 – del decreto di approvazione dei finanziamenti ai cinque episodi di Io sono notizia diretti da Massimo Cappello per la casa di produzione Bloom media house. Insieme al documentario di Netflix, numerose altre serie tv per Sky e Paramount+ (Call my agent, Gomorra – Le origini, Vita da Carlo fra le altre) e opere cinematografiche (da Parthenope a Buen camino) hanno ottenuto il sostegno del credito d’imposta grazie al provvedimento firmato dal nuovo direttore generale del Dipartimento cinema e audiovisivo Giorgio Carlo Brugnoni, subentrato a Nicola Borrelli, dimessosi nel luglio scorso in seguito alla scoperta degli 863.595 euro percepiti, attraverso Coevolution Srl, da Francis Kaufmann, il finto regista ora in carcere con l’accusa di omicidio della compagna Anastasia Trofimova e della figlia Andromeda nel parco di Villa Pamphili a Roma. Stavolta non ci saranno dimissioni perché, anche se ancora non sembra, il processo di revisione del sistema di finanziamenti a film, documentari e serie tv è stato avviato. Dal punto di vista strettamente tecnico, osserva un funzionario, il tax credit alla serie sull’ex re dei paparazzi non era rifiutabile con il sistema in vigore. Che, infatti, con il limite della pazienza, si aspetta venga cambiato.
Sciogliere le incrostazioni di decenni di ministri di sinistra organici agli autori d’area richiede un certo lasso di tempo. Ma c’è da augurarsi che «il caso Corona-Netflix» imprima un’accelerazione al processo. Un segnale in questa direzione sembra venire dalle audizioni di ieri in commissione Cultura della Camera che hanno confermato, come annunciato dal presidente Federico Mollicone, la validità dell’impianto normativo della legge delega in vista di «un rafforzamento industriale del comparto». In particolare, è stata definita l’adozione di strumenti per «una gestione più efficiente della tesoreria del Fondo attraverso intermediari bancari vigilati» e per «il rafforzamento delle competenze tecniche del ministero, insieme al potenziamento dei controlli sul credito d’imposta, anche attraverso figure come il tax credit manager».
Ci si augura che queste misure siano sufficienti per «bonificare il sistema perverso ereditato», secondo le parole del ministro. Perché i meccanismi di finanziamento conservano una farraginosità nella quale si allargano le zone grigie. Per fare un esempio, le opere che sbancando il botteghino, tipo Buen camino, fresco campione d’incassi del cinema italiano, dimostrano di non aver bisogno del tax credit potrebbero essere oggetto di un ricalcolo. Cosicché, a fine corsa, il ministero potrebbe chiedere la restituzione dei quasi otto milioni assegnati al film del duo Zalone-Nunziante, magari per girarli a produzioni più povere. Al contrario, all’interno di una valutazione culturale più che di cassa, potrebbero avere una loro motivazione i due milioni di tax credit, su quattro di budget, a un film non riuscitissimo come Albatross, il film di Giulio Base sulla storia di Almerigo Grilz. Certe opere che colmano un vuoto devono essere più pesate che calcolate.
Perché queste valutazioni trovino spazio è auspicabile una riduzione degli automatismi consentiti dal meccanismo teoricamente asettico del tax credit per far spazio al lavoro di più commissioni dove decidere anche a maggioranza l’assegnazione dei finanziamenti. Insomma, i margini di intervento ci sono. Ma forse, più che dal grande e meritato successo di Buen camino, il vero cambio di egemonia dipende dalla rimozione delle troppe incrostazioni sedimentate nei livelli amministrativi di certi ministeri. Quelle che, per esempio, nel 2023 hanno consentito di elargire 6.518.715 euro di tax credit (su 26.439.067 di budget) alla serie Supersex su Rocco Siffredi, prodotta da The Apartment e Groenlandia sempre per Netflix. Pochi giorni dopo il rilascio sulla piattaforma, il sottosegretario del ministero della Cultura Gianmarco Mazzi stigmatizzò pubblicamente il fatto, auspicando un radicale cambio di rotta nella gestione dei fondi. Peraltro, detto senza moralismi, in quel caso, ritraendo la vita di un pornoattore di successo, non si prefigurava l’incitamento all’uso della pornografia, possibile causa di negazione del finanziamento? Comunque sia, era il 14 marzo 2024 quando Mazzi manifestava il suo disappunto. Da Rocco Siffredi a Fabrizio Corona sono trascorsi un anno e dieci mesi. Ma il problema sussiste.

 

La Verità, 14 gennaio 2026

 

«Contro gli stupri il vero argine è il ruolo del padre»

Tostissima e dalle idee chiare, Maria Rachele Ruiu è mamma e moglie, counsellor laureata in psicologia, attivista dei diritti umani, in particolare vita, famiglia e libertà educativa, membro del direttivo di Pro Vita & Famiglia e del Family day. Quando parla scolpisce.

Qualche giorno fa l’ho vista molto agguerrita in tv all’Aria che tira estate sul tema degli stupri di gruppo. Che cosa la motiva in particolare?

«Mi motiva il fatto che questa società è schizofrenica: si parla molto della violenza contro le donne, ma solo in modo ideologico».

In che senso?

«Per esempio, in occasione dell’8 marzo il movimento “Non una di meno”sponsorizza la prostituzione chiamandola sex worker mentre è stupro a pagamento, nicchia sulla pornografia che è prostituzione filmata e ammicca a siti come Onlyfans».

Accuse pesanti, che nesso hanno con gli stupri di gruppo?

«Questa cultura aumenta l’oggettivizzazione della donna. L’8 marzo è solo la più eclatante di tante occasioni. Quando sono ancora piccole, alle nostre figlie viene insegnato che è un bene mostrarsi sexy, puntare sull’aspetto fisico e sui like».

La soluzione è la repressione?

«Studi scientifici indicano che ciò che viene chiamato online disinhibition effect, determinato dalla costante esposizione a immagini fortemente sessualizzate, alla pornografia e a certe scene dei reality, riduce il grado di empatia verso le vittime di stupro e aumenta l’accettazione della violenza contro le donne. Quando sono sessualizzate, le donne vengono percepite attraverso le sinapsi che si usano per gli oggetti».

Lo stupro di gruppo di Palermo e quello di Caivano: perché i nostri adolescenti agiscono così?

«Io vedo due cause. La prima è che si ripete che vietare non è educare. Gli adulti stanno rinunciando a equipaggiare i ragazzi e a fornire loro gli strumenti per comprendere chi sono e che cosa fanno al mondo. La seconda causa è il cocktail maledetto di cellulari e pornografia».

L’altro giorno Giorgia Meloni è andata a Caivano su invito di don Maurizio Patriciello: è il disagio sociale la causa principale di questi comportamenti?

«Abbiamo visto che, in realtà, le cause sono socialmente trasversali, perché a Palermo il branco non era composto da appartenenti alle fasce povere. Detto questo, serve il coraggio di spendersi per gli ultimi. Caivano è un posto terribile, abbandonato, come ripete don Patriciello. Il premier ha fatto bene a coinvolgersi, mostrando disponibilità al sacrificio e l’idea che sono sacre anche le vite di coloro che vivono nelle periferie più estreme».

In questi anni la famiglia ha abdicato al compito di porre dei limiti?

«Più che aver abdicato, è stata distrutta. Ma la bella notizia è che proprio la famiglia è la soluzione di questa crisi. Per esempio, un fattore protettivo imprescindibile contro la sessualità malata è la figura del padre».

Completamente rimossa.

«Le ricerche scientifiche confermano che migliore è il rapporto tra padre e figlio e la loro comunicazione sui temi della sessualità, più i ragazzi imparano ad astenersi da attività impulsive e comportamenti a rischio e sviluppano maggiore controllo del livello di eccitazione. Un padre che supporta la propria compagna, ecco la famiglia, aiuta la figlia femmina a cercare nelle relazioni romantiche l’intimità e il sostegno emotivo senza ricorrere alla sessualità per ottenerlo. Una relazione stabile tra marito e moglie aiuta gli adolescenti e le adolescenti a dare il giusto valore alla fedeltà e alla responsabilità nei rapporti».

Anche la scuola ha abdicato ai suoi compiti?

«Spesso nei programmi scolastici di educazione sessuale i ragazzi vengono confusi dall’ideologia gender. Ancora più spesso si spiega ai ragazzi come trarre piacere dal corpo dell’altro con contenuti permissivi espliciti, contrari ai convincimenti di molte famiglie. In tutto il mondo occidentale questi programmi, presentati come educazione sessuale Cse (Comprehensive sexuality education ndr), insegnano a ricorrere al preservativo o all’aborto e puntano a normalizzare la pornografia. Il problema è che non sono efficaci».

Come fa a dirlo?

«In Svezia, in Norvegia e in Olanda, dove sono applicati da più tempo, i crimini sessuali sono aumentati. Un recente report del governo norvegese si chiede come ciò sia possibile dopo i tanti fondi spesi in questi programmi».

L’educazione sessuale dovrebbe partire più da lontano?

«Bisogna tornare a educare alla libertà e all’amore. Libertà di scegliere il bene, sapendo che, a volte, questo significa rinunciare. Libertà di amare è anche fare spazio all’altro, sacrificarsi per l’altro. Cioè, in sintesi, renderlo sacro. Con le dovute accortezze, provo a educare così i miei figli che hanno 5 e 3 anni. Bisognerebbe aiutare i genitori a comprendere che non esiste un’educazione sessuale che non contempli anche prudenza e astinenza. E, per contro, che ne esiste una molto diffusa fatta di disvalori. Che è, ultimamente, diseducazione».

Si parla dei pericoli generati dalla pornografia, che però c’era già nelle riviste dal barbiere e nei cinema a luci rosse.

«Anche sui vasi etruschi compaiono scene pornografiche».

Quindi?

«Non spetta a me cambiare il cuore dell’uomo che ha anche questa spinta verso la lussuria. Ma intanto dobbiamo sapere che la pornografia è sempre più violenta. Lo dice anche Rocco Siffredi. Grazie al combinato disposto cellulari-siti porno, per cui con il grooming i bambini incappano nel primo video senza cercarlo, la pornografia sta diventando un’emergenza infernale».

Perché?

«Perché provoca dipendenza per cui bambini, ragazzi e adulti si ritrovano a cercare stimoli sempre maggiori, finanche video pedopornografici, come denuncia da tempo don Fortunato Di Noto».

Oggi il materiale pornografico è più sofisticato, diffuso e accessibile di un paio di decenni fa?

«Si è passati dalla proliferazione alla normalizzazione della pornografia sempre più violenta».

Rocco Siffredi la pensa come il ministro Eugenia Roccella?

«Rocco Siffredi approfitta dell’invito del ministro a frenare la diffusione della pornografia per normalizzarla. Va ripetendo che non si deve demonizzarla, forse per eliminare qualche concorrente».

Ha detto che è disposto a chiudere il suo sito.

«Non l’accademia e i laboratori».

Anche Luce Caponegro, l’ex pornostar Selen, concorda sulla necessità di controllare l’accesso ai siti porno.

«Mi auguro che si arrivi a vietarli veramente ai più piccoli. Noi come Pro Vita & Famiglia abbiamo fatto una campagna per avere misure di verifica dell’età online più restrittive. Ma l’Agcom ha applicato la norma approvata nella scorsa legislatura solo per i servizi telefonici rivolti ai minori, ignorando che la maggior parte di loro ha i piani tariffari degli adulti e svuotando così l’efficacia della norma sul parental control».

All’estero come si comportano?

«Paesi come Francia, Gran Bretagna, Germania, Spagna e Belgio stanno correndo ai ripari e regolamentando l’accesso a internet perché si sono accorti che contro l’impero dell’hard l’autodifesa casalinga non basta».

Approva che Rocco Siffredi vada nelle scuole a dire che le riprese porno sono alterate da iniezioni dopanti?

«Mi ha colpito il suo racconto sulle attrici che vengono anestetizzate per poter recitare in quelle situazioni estreme. Siffredi ha detto pubblicamente di essere dipendente dal sesso, mi domando come possa essere credibile la sua testimonianza. Sarebbe come se un drogato che fa ancora uso di stupefacenti andasse nelle scuole a dire: drogatevi, ma sappiate che fa male. Non è che sapere che la pornografia è finzione blocchi il processo della dopamina e della dipendenza quando se ne fruisce. Vorrei che nelle scuole andassero le ex pornostar pentite e gli ex dipendenti dal porno che hanno distrutto la loro vita, le loro relazioni, il loro corpo a causa della pornografia».

Cosa pensa delle parole pronunciate da Andrea Giambruno su Rete 4 che, pur deplorando la violenza, ha invitato le ragazze a non ubriacarsi per poter fronteggiare i pericoli?

«Sono parole banali: qualsiasi genitore invita figli e figlie a non stordirsi e a rimanere lucidi quando sono fuori di notte».

Come mai è stato molto contestato?

«Perché è il compagno di Giorgia Meloni. Ha semplicemente detto: ragazze restate lucide e prudenti».

Si colpevolizza sempre la donna?

«Non ha colpevolizzato nessuno. Non ha detto che chicchessia ha diritto a sfiorare una donna se ubriaca, ma ha invitato le adolescenti e anche le adulte a non perdere il controllo di sé e della situazione in cui si trovano».

Non è un ragionamento del tipo «la donna se l’è cercata»?

«Non l’ha detto, hanno provato a farglielo dire».

Concorda con Giovanni Valentini che sul Fatto quotidiano, studi alla mano, ha evidenziato la relazione tra ricorso all’alcol e alle droghe e maggior vulnerabilità nelle situazioni di pericolo?

«Certo, basta il buon senso per ammetterlo. Quando si è ubriachi o sotto effetto di sostanze o nudi su Instagram si è più fragili e non ci si può esporre alla vicinanza di certi maiali. Questo non vuol dire che te la sei cercata. Preferisco non andare da sola alla Stazione termini di Roma dopo mezzanotte perché se mi derubano non è giusto e non me la sono cercata: ma se ci vado con mio marito è più facile che non accada».

Ha letto il libro del generale Roberto Vannacci?

«No, ho letto alcuni stralci e alcune interviste».

Perché ha scatenato questo putiferio?

«Perché non è politicamente corretto e oggi non siamo abituati a posizioni così schiette. Personalmente, alcune cose le avrei scritte in modo diverso e su altre non concordo. Però penso sia importante difendere la libertà di espressione di chiunque. Soprattutto perché siamo in una società in cui si possono scrivere bestialità contro la famiglia, contro i cristiani e si può dire che si odiano i bambini solo perché bambini».

Anche lei vede un mondo al contrario?

«Un posto dove, per esempio, elogia Siffredi che dice che il porno è normale e crocifigge Giambruno per una raccomandazione come quelle che facevano le nostre mamme è un mondo al contrario. Vannacci è osteggiato perché ha toccato temi intoccabili come il gender, la famiglia, e l’ideologia Lgbtq+».

Perché Carlos Santana ha dovuto ritrattare la dichiarazione, fatta a un concerto, che un uomo è un uomo e una donna è una donna?

«Perché c’è il pensiero unico della cultura woke che nasconde gli interessi economici delle case farmaceutiche e delle cliniche che operano gli adolescenti per la transizione, facendo soldi a palate sulla pelle dei più fragili».

 

La Verità, 2 settembre 2023

La normalizzazione gender e la noia di quelle drag

Alla fine il chiacchieratissimo Non sono una signora ha trovato la vetrina della prima serata di Rai 2 (giovedì, ore 21,25, share del 6,6%, 990.000 telespettatori). Registrato nell’autunno scorso per volere di Stefano Coletta, già direttore dell’Intrattenimento primetime e autore seriale di flop oltre che di farciture gender del palinsesto, ecco che lo show prodotto con Fremantle e ispirato al format Make up your mind, è stato tolto dal freezer dove l’aveva congelato Carlo Fuortes. Siamo in estate, i palinsesti sono zeppi di repliche e di isole della tentazione, se non ora quando? Mai, verrebbe da dire. Purtroppo, programmarlo in questa stagione sebbene prodotto con costi da palinsesto di garanzia, significa mettere a bilancio una perdita economica secca. Il fatto che lo sdogani la nuova dirigenza può servire a contenere il danno prodotto dalla precedente e, forse, una fetta di polemiche.

Non sono una signora è un game show con cinque personaggi noti che si travestono da drag queen e si cimentano con tacchi vertiginosi, corsetti femminili, glitter e parrucche vistosissime. I concorrenti si espongono all’esame di ben due giurie. La prima composta da tre drag professioniste, Vanessa Van Cartier, Maruska Starr ed Elektra Bionic, chiamate a giudicare le prove di catwalk (camminata sui tacchi) e lip synk (canto sincronico di brani famosi). La seconda formata da Filippo Magnini, Mara Maionchi, Sabrina Salerno e Cristina D’Avena, «gli investigatori del glitter» – le pensate degli autori – impegnati a scoprire, grazie ad alcuni indizi, le identità nascoste sotto il pesantissimo trucco e parrucco. A condurre le sgraziate danze delle «regine» c’è Alba Parietti, anche lei impegnata a emanciparsi dall’abituale ruolo di ospite multiuso per assurgere a quello di padrona di casa.

Una volta scelta la drag vincente, i giurati devono indovinare chi è la sconfitta che, nel laboriosissimo backstage, svela finalmente la sua identità. Così, si assiste alla trasformazione di Rocco Siffredi, che si lancia in un pistolotto anti omofobia, Patrizio Rispo, Sergio Muniz e Lorenzo Amoruso, ex calciatore di Fiorentina e Rangers Glasgow (curiosamente ospite in contemporanea di Calciomercato L’originale su Sky Sport).

Il problema è che, vincolato dall’orario di messa in onda, lo show deve rinunciare alle punte di malizia e insolenza tipiche dell’ambiente. Con il risultato che, fatta salva l’ironia di Magnini e Salerno, tutto lo sforzo di costruzione dell’apparato e delle simbologie, dal trash alla galleria degli eccessi, si traduce nel noioso tentativo di normalizzare il gender in tutte le sue variopinte varianti.

 

La Verità, 1 luglio 2023